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Recensioni
 
Di Miryam (del 04/12/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 58 volte)
Titolo originale
Revenant
Produzione
USA 2015
Regia
Alejandro González Iñárritu
Interpreti
Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck.
Durata
156 Minuti

Ambientato nel 1823, il film narra la storia di esploratori, cacciatori di pelli, mercenari che attraversavano territori sconosciuti tra gli Stati Uniti e il Canada.
In particolare rilievo è l’avventura di un cacciatore di pellicce, Hugh Glass (Leonardo di Caprio) il quale, essendo molto esperto di terreni impervi, ha il compito di riportare la compagnia al forte e soprattutto di proteggere suo figlio, un ragazzo nato dalla relazione con la sua compagna, una ragazza indiana verso la quale nutre ancora un sentimento profondo seppur non faccia più parte della vita terrena.
Così il gruppo, costretto a lasciar il Nord Dakota a causa di un feroce attacco indiano che li ha decimati, abbandona non solo i boschi ma anche tutte le pelli raccolte che rappresentavano la loro fonte di guadagno. Questa scelta di Glass, suscita l’ostilità del rude John Fitzgerald (Tom Hardy) che cercherà di fargliela pagare in tutti i modi possibili.
Durante la via del ritorno, Glass si imbatte in due cuccioli di grizzly, la madre di questi per proteggerli, attacca in maniera alquanto brutale Hugh infierendo su di lui i potenti artigli e denti procurandogli lacerazioni molto profonde in varie parti del corpo riducendolo quasi in fin di vita. Lo scontro con l’orsa non lascia scampo al nostro esploratore che viene lasciato sul luogo in compagnia del figlio Hawk (Forrest Goodluck), del giovane Jim Bridger (Will Poultier) e di Fitzgerald che si offre volontario per dargli poi una degna sepoltura, purtroppo però le cose non vanno come promesso da quest’ultimo, anzi cerca di soffocarlo ma viene visto da Hawk che nel tentativo di fermarlo viene accoltellato e ucciso sotto gli occhi inermi di suo padre. Questo affronto e soprattutto il profondo dolore, innesta una forza tale in Hugh tanto da rimetterlo in piedi, affrontare un lungo cammino di trecento chilometri per il solo scopo di vendicarsi del tradimento subito.
Dietro la macchina da presa di questa pellicola c’è il regista messicano Alejandro G. Inarritu, vincitore del premio Oscar con “Birdman” è “Babel”.
Il film “Revenant-Redivivo”, tratto da un romanzo di Michael Punke, è ispirato a eventi realmente accaduti. La pellicola è stata girata principalmente in Canada, purtroppo però nonostante la produzione avesse scelto di girare tutto in questo Stato, l’arrivo della primavera e del caldo l’ha costretta a ultimare le scene nella Terra del Fuoco in Argentina.
Non è stato facile per l’intera troupe lavorare tutto in esterno data la temperatura gelida, infatti tutti gli attori hanno girato le scene con – 30°. Lo stesso Di Caprio ha rivelato in un’intervista di aver sfiorato l’ipotermia, non solo, ha pure affermato che quella tosse continua e persistente che si sente nel film, non era affatto simulata ma era la bronchite che si era procurato.
Ritengo “Revenant” un ottimo movie, visivamente splendido, regia, fotografia e performance degli attori, meritano tutte le statuette vinte, la fotografia di Emmanuel Lubezki rende imponente la visione di questo film, paesaggi naturali e innevati fanno dimenticare la lunghezza forse eccessiva della pellicola, come per esempio la lotta con il grizzly o l’interpretazione di Di Caprio in gran parte quasi muta anche se reputo la parte migliore del film, film che sarà senz’altro ricordato nel tempo soprattutto per l’ Oscar finalmente assegnato al bravissimo Leonardo con tutti i meriti dovuti.

Miryam

 
Di Asterix451 (del 27/11/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 95 volte)
Titolo originale
The Way of the Eagle
Produzione
Austria 2015
Regia
Gerardo Olivares
Interpreti
Jean Reno, Tobias Moretti, Manuel Camacho, Eva Kuen
Durata
98 Minuti
Trailer

Nel panorama incantato delle Alpi austriache, una coppia di aquile cresce i loro piccoli nella nicchia di un salto di roccia. A causa del loro carattere predatorio, la rivalità tra i fratelli si manifesta subito: appena rimasti soli, infatti, il più grande dei due riesce a spingere l’altro fuori dal nido, prima ancora di aver imparato a volare; l’aquilotto precipita dalle rocce e soltanto la vegetazione gli risparmia un impatto fatale. Giunto al suolo, però, si ritrova esposto ai pericoli della fame e del sottobosco: per fortuna sopraggiunge Lukas (Manuel Camacho), il figlio di un cacciatore che abita nelle vicinanze; il ragazzo i richiami dell’aquilotto, lo trova e lo porta nel rudere di una casa sulle rive di un laghetto alpino, improvvisando un nido sicuro dove poterlo accudire.
Lukas non parla molto, tantomeno con Keller (Tobias Moretti), suo padre. L’uomo è molto autoritario e pretenderebbe l’aiuto del figlio per strappare alla montagna le risorse di cui hanno bisogno per vivere, ma Lukas si rifiuta di parlargli e cerca perfino di ostacolarlo, a volte. La causa dei loro attriti è la perdita prematura di Maria (Eva Kuen), moglie e mamma dei due, che ha lasciato un vuoto doloroso.
Lukas trova nell’aquilotto un amico al quale dedicarsi: decide di chiamarlo Abel, perché vittima di un fratello cattivo, e va a trovarlo ogni giorno, approfittando della bella stagione. La casa del lago è un luogo caro al ragazzo, nonostante custodisca ricordi dolorosi: ci torna di nascosto dal padre, ma quelle visite non sfuggono a Danzer, il guardiaboschi (Jean Reno); lui conosce la storia di quella casa e conosce bene anche le aquile. Il suo contributo sarà decisivo per crescere Abel e insegnargli a volare: un’esperienza unica, che restituirà l’aquila al cielo e permetterà agli uomini di sanare le vecchie ferite.
Abel figlio del Vento” è un film per famiglie diretto da Gerardo Olivares, un regista spagnolo poco noto in Italia che ha dedicato la carriera ai viaggi, documentando le sue esperienze con articoli, libri e documentari molto apprezzati a livello europeo. Solo negli ultimi anni si è dedicato alla fiction, riscuotendo un grande successo di pubblico in Spagna per “Among Wolves” (“Tra i lupi”). Ingaggiato dalla austriaca Adler, ha diretto Jean Reno, Tobias Moretti e il giovane Manuel Camacho in questa bella favola di montagna, che intreccia le storie di uomini e animali in maniera avvincente, armonizzando la recitazione degli attori con immagini documentaristiche di altissima qualità.
Come accade nelle pellicole dedicate al rapporto dell’uomo con la montagna, la flora e la fauna diventano protagonisti delle vicende al pari degli uomini, costringendoli a riscoprire quell’antico legame con la natura che per secoli ha sostenuto la vita dell’essere umano. Jean Reno e Tobias Moretti danno una buona prova nei ruoli del cacciatore e del guardiacaccia, entrambi benvoluti dal pubblico, mentre l’aquila Abel si impone come il personaggio più interessante del film grazie al fascino di questi rapaci. Il giovane Manuel Camacho è alla sua seconda prova, sempre diretto da Gerardo Olivares: il ruolo di Lukas gli ha imposto lunghe lezioni di falconeria, per poter recitare con animali difficili come le aquile.
“Abel figlio del vento” è una pellicola con quattro attori, un’aquila e un cane: pur non essendo il film più “minimal” nella storia del cinema, funziona egregiamente con poco. La trama è semplice e neppure così originale, ma la scelta del casting e la suggestione continua delle riprese mantengono vivo l’interesse dall’inizio alla fine, senza mai scadere nella banalità. Si tratta di un bel film per famiglie, dove chiunque riuscirà a trovare degli spunti per appassionarsi alla storia, che propone un messaggio positivo mirato a far risaltare l’importanza dei legami affettivi e naturali che sono parte della nostra vita. Un buon film, per molti (se non per tutti), che tiene sotto controllo “la dose di zucchero”. Naturalmente diventerà un “must” per chi ama le aquile e la vita in montagna.

Asterix451

 
Di Angie (del 20/11/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 135 volte)
Titolo originale
La isla minima
Produzione
Spagna 2014
Regia
Alberto Rodríguez
Interpreti
Javier Gutiérrez, Raúl Arévalo, María Varod, Perico Cervantes, Jesús Ortiz.
Durata
105 Minuti

Ci troviamo nel profondo sud della Spagna 1980. In un piccolo villaggio, un angolo rurale alle foci del fiume Guadalquivir, tra paludi e risaie, da qualche anno si verificano scomparse di molte adolescenti, delle quali nessuno sembra interessarsi. Ma quando due giovani sorelle spariscono durante una festa di paese, la madre spinge e chiede di fare un'indagine a riguardo. A cercare di risolvere questo mistero giungono da Madrid due detective Juan (Javier Gutierrez) e Pedro (Raul Arevalo) che hanno una vasta esperienza nei casi di sparizioni. I due detective, però, si differiscono nei metodi e nello stile: Juan è della vecchia guardia, disposto ad usare anche torture per ottenere risultati e inoltre la sua visione di vita è opposta a quella del suo collega perché sa di essere ormai un malato terminale con pochi giorni di vita. Pedro, invece, più giovane è idealista, taciturno, progressista di buone maniere il cosiddetto “Poliziotto Buono” che presto diventerà padre. Durante le indagini i due investigatori si trovano a fronteggiare altri ostacoli come il traffico di droga.
Entrambi capiscono di dover mettere da parte le rispettive divergenze professionali se vogliono catturare il serial killer prima che altre ragazze facciano la stessa fine delle precedenti.
La Isla Minima thriller neo-noir spagnolo è il settimo lungometraggio diretto da Alberto Rodríguez. Il regista ci porta indietro nel tempo, precisamente nel periodo storico particolare per la Spagna che si è appena liberata dalla dittatura Franchista. In un piccolo paese tra fango e risaie dove la popolazione è arida e dura proprio come la terra che la circonda. La storia riguarda la sparizione di due adolescenti e a risolvere il caso vengono chiamati due detective, accolti con freddezza dalla gente del posto e ostilità anche da parte della polizia locale che, li spinge a risolvere il caso nel minor tempo possibile.
Una pellicola vincitore di 10 Premi Goya, come miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale e miglior attore protagonista: Javier Gutierrez. Un buon film curato sotto tutti gli aspetti (a mio giudizio), buona fotografia e una trama ben costruita. Ottimo cast con attori ben calati nella loro parte. Molto bello soprattutto lo sfondo storico della Spagna anni '80 che sta uscendo dal Franchismo e si porta dietro ancora i fantasmi della dittatura. Nonostante la pellicola abbia un ritmo lento, tiene sempre viva l'attenzione dello spettatore senza annoiarlo fino alla fine. A me personalmente è piaciuto molto.
E un bel thriller che sceglie oltre ad una ambientazione affascinante, anche una storia che coinvolge non solo per l'intrigo ma anche per il preciso momento storico in cui è ambientato. Chi è appassionato a questo genere di thriller con ambientazione storica, e chi ha visto ed è piaciuta la serie "True Detective", consiglio la sua visione.

Angie

 
Di Namor (del 14/11/2016 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 72 volte)
Titolo originale
11.22.63
Produzione
USA 2016
Episodi / Durata
8 / 55 Minuti

Dopo aver appurato che il suo amico Al Templeton (Chris Cooper) gestore di un Pub è malato di cancro, Jake Epping (James Franco) professore universitario chiede spiegazione di come si sia ammalato gravemente in così poco tempo. La spiegazione che supera ogni immaginazione possibile viene fornita da Al invitando Jake ad entrare in un ripostiglio stipato nel suo Pub, che dopo pochi passi al suo interno viene catapultato in un’altra epoca, più precisamente nel lontano 21-10-1960!
La tana del Bianconiglio, così come viene chiamato da Al non è altro che un portale spazio temporale capace di proiettare le persone in quel preciso giorno tutte le volte che si oltrepassa. La durata di permanenza nel passato può anche essere di anni, ma una volta ritornati al presente saranno passati solo due minuti! Dopo essersi convinto della possibilità di modificare gli eventi ogni qualvolta che si oltrepassa il portale, Jake viene persuaso dà Al a impedire l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy per mano di Lee Harvey Hosvald, in modo che il mondo sia un posto migliore di come sia adesso.
Jake anche se dubbioso accetta la richiesta del suo amico per salvare la vita di J.F.K., una impresa non facile per un professore che dovrà nascondere la sua vera identità per arrivare a sventare il complotto più misterioso mai avvenuto fino ai giorni nostri.
Tratto dal libro di Stephen King11.22.63”, l’omonima serie composta da otto episodi diretti da più registi tri cui: Kevin Macdonald vincitore di un Oscar per il miglior documentario “Un giorno a settembre” del 2000, più James Kent, Fred Toye, James Strong, John Davis Coles e lo stesso James Franco (The Truth).
Il soggetto è affidato allo stesso Stephen King, mentre la produzione e di J.J.Abrams che la spunta su Jonathan Demme dopo i dissapori con King per alcune modifiche da inserire. Anche James Franco il protagonista della serie era intenzionato ad acquisire i diritti per produrla, una volta saputo che era arrivato in ritardo si propose de ottenne di essere almeno lui il protagonista.
La serie è molto intrigante ed abbonda di momenti di buona suspense, ottime le scenografie corredate da coloratissime auto scintillanti dell’epoca. Il cast è di buona fattura ed offre eccellenti prove di recitazione grazie anche all’apporto di due big Hollywoodiani come Franco e Cooper.
Visto il buon successo della serie, sembra che King si sia convinto a scrivere un sequel o uno spin-off, notizia che ha subito mandato in visibilio i fan di “11.22.63”.
Se così sarà, vedrò molto volentieri quello che il mitico King deciderà di scrivere, sperando che la qualità della prossima sceneggiatura sia di un livello degno della presente.

Namor

 
Di Miryam (del 06/11/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 93 volte)
Titolo originale
Pancho, el perro millonario
Produzione
Spagna 2014
Regia
Tom Fernández
Interpreti
Ivan Massagué, Patricia Conde, Armando del Río, Alex O'Dogherty, Secun de la Rosa
Durata
94 Minuti

Vita da cani? Non certo per Pongo, un bellissimo e vispo cagnolino, precisamente un Jack Russel Terrier. Questo bel musetto alquanto furbo, avendo vinto alla lotteria, sta vivendo una vita di lusso dove ogni capriccio gli viene assecondato.
Il suo consistente patrimonio viene gestito dal suo assistente personale Alberto ( Ivan Massaguè ), questa immensa fortuna però viene alle orecchie di un milionario senza scrupoli, un certo Montalban ( Armando del Rio ) che vorrebbe sfruttare l’immagine di Pongo per fabbricare pupazzi per venderli poi a tutti i fans. Alberto si oppone a tutto ciò perché i pupazzi verrebbero fatti dalla manodopera minorile.
Nonostante gli sforzi di Montalban e della sua bella assistente Patricia ( Patricia Conde ), l’affare sfuma e così si vede costretto a rapire Pongo per portare a termine i suoi loschi affari. Inizia così una rocambolesca avventura, con da una parte i buoni, dall’altra i cattivi e nel mezzo? Pongo logicamente che comincerà a capire che la vita non è fatta solo di soldi, anzi, venendo a conoscenza di tutti i pericoli che la vita può offrire, imparerà che quello che conta di più della ricchezza è senz’altro l’amicizia.
La regia e la sceneggiatura di “Pongo il cane milionario” è dello spagnolo Tom Fernandez molto conosciuto e amato in Spagna come lo sono anche i due protagonisti umani della pellicola in quanto sono apparsi in vari programmi televisivi e serie tv. Film dalla trama piacevole, commedia adatta a tutta la famiglia anche se maggiormente rivolta ai bambini specialmente per le varie performance di Pongo che assume atteggiamenti umani infatti guida, gioca ai videogames, cucina e altro ancora.
Nell’insieme questo movie, visto con gli occhi di un adulto è piuttosto banale, scontato, prevedibile, c’è il cattivo di turno ma alla fine sono i buoni che vincono, del resto è pur sempre un film per piccini, però quello che conta è che il significato si rivolge sempre ad un sentimento che per me ha un ruolo molto importante nella vita di tutti i giorni, l’amicizia vera e incondizionata.

 Miryam

 
Di Angie (del 30/10/2016 @ 05:00:00, in libri, linkato 77 volte)
Titolo originale
 
Autore
James Patterson - Michael Ledwidge
Editore
TRE60
Prima edizione
2012

Una sola notte basta a Lauren Stillwell per vedersi crollare il mondo addosso. Lauren, una tra le migliori detective di New York, era convinta di saper conoscere qualsiasi bugia, ma si sbagliava. Scopre che suo marito Paul la tradisce, l’uomo che lei ha sempre amato. La donna umiliata e sconvolta, decide di ripiegare il torto subito con la stessa moneta, cedendo alle avance di Scott, affascinante collega della narcotici, abbandonandosi a una notte di sesso. Quella che doveva essere una semplice avventura e niente più, si trasforma ben presto in un incubo per Lauren che, si ritrova nei guai fino al collo. Dopo il loro fugace incontro, infatti, Scott, suo amante, viene trovato morto la stessa notte. Come scherzo del destino a chi vengono affidate le indagini? Proprio a lei che sa purtroppo, molto bene chi è l’assassino…
Per una sola notte di follia Lauren rischierà così di perdere tutto: il lavoro, la famiglia e, forse la sua stessa vita.
James Patterson è considerato uno dei più importanti autori di thriller, tanto da entrare nel Guinness dei primati per i suoi successi. Ho già letto alcuni suoi romanzi che ho trovato molto avvincenti. Lui scrive anche, spesso avvalendosi della collaborazione di altri scrittori come Michael Ledwidge con il nuovo thriller “Una sola notte” che ho letto tutto di un fiato. Bellissimo e avvincente.
Tanta tensione, suspense che permette al lettore (come è accaduto a me) di tenere viva l’attenzione da non staccare più gli occhi dal libro per vedere nel prossimo capitolo cosa succede. Mi è piaciuta la protagonista Lauren, la detective abile che si trova a combattere contro una situazione al quanto difficile e fitta di misteri da non credere. La narrazione scorre così veloce, fluida e con i continui colpi di scena fino all’imprevedibile finale, è impossibile annoiarsi. Concludo consigliando sia ai fans dello scrittore e a chi cerca un ottimo thriller, questo è il libro che fa per voi.

Angie

 
Di Asterix451 (del 23/10/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 95 volte)
Titolo originale
Zootopia
Produzione
USA 2016
Regia
Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush.
Interpreti
Massimo Lopez, Paolo Ruffini, Nicola Savino, Frank Matano, Diego Abatantuono.
Durata
108 Minuti

In un mondo popolato di soli animali, prede e predatori si sono “civilizzati” superando le pulsioni istintive che regolano la catena alimentare, per affermare una società di equilibrata convivenza. Tuttavia, i pregiudizi sono duri a morire e alla fine prevale il carattere di ciascuna specie: per questa ragione, la famiglia di conigli Hopps è la più grande coltivatrice di carote della cittadina rurale di Bunny Barrows, “la tana dei conigli”, e qui cresce Judy, che potrebbe essere l’erede di questo commercio.
Carote e conigli, però, non ispirano la coniglietta, che sogna di diventare una poliziotta nella grande città di Zootropolis, una megalopoli dove tutti gli animali convivono nel rispetto reciproco senza far distinzione di specie. Mamma e papà Hopps sono spaventati da questa possibilità, ma Judy è irremovibile e spesso si intromette per difendere gli animali più deboli, incurante delle conseguenze.
Coerente alle sue ambizioni, cresce e fa domanda di ammissione all’Accademia di Polizia di Zootropolis, dove viene ammessa: incredibile! È la prima volta che viene dato a un coniglio la possibilità di indossare una divisa, e così Judy lascia Bunny Barrows. Dal treno la città di Zootropolis le appare in tutta la sua meraviglia, divisa in quartieri-habitat compatibili alla vita delle specie che vi risiedono, dalla giungla alle calotte polari, passando per i deserti.
Ma ben presto Judy capisce che la realtà si discosta dall’idealismo, perché l’ambiente dell’Accademia è comunque dominato dagli animali più forti, e la loro sfiducia è più dura delle prove di idoneità alle quali è sottoposta ogni giorno. Tuttavia, questo non scalfisce il suo entusiasmo e alla fine riesce a guadagnarsi il distintivo.
Destinata al Distretto del Capitano Bogo viene spedita subito a dirigere il traffico, una mansione al di sotto delle sue qualità, al punto che Judy approfitta di una occasione per gettarsi all’inseguimento di un ladruncolo di bulbi, arrestandolo.
Con questa azione Judy cerca solo di far rispettare la legge e la giustizia, non sapendo di essere all’inizio di una grande avventura poliziesca dove, per avere successo, dovrà allearsi con un nemico atavico della sua specie, il mellifuo e cinico Nick Wilde, una volpe che si guadagna da vivere eludendo la legge e frodando il fisco. Insieme, dovranno scoprire perché molti predatori hanno cominciato a scomparire dalla città. E hanno solo 48 ore di tempo per scoprire cosa stia accadendo…
Zootropolis” è un film in computer grafica della Disney diretto da Byron Howard e Rich Moore, gli stessi di “Bolt” e “Rapunzel”, tutti successi di critica e di pubblico. La ricetta è saporita e piace sempre: una storia avvincente, condita da un umorismo intelligente che sottolinea un buon messaggio di fondo, dove i protagonisti (insieme al pubblico) vengono premiati con un lieto fine. Il pretesto è quello di proporre riflessioni sui conflitti irrisolti della nostra società, dominata dal pregiudizio e dall’ipocrisia di voler negare che tale pregiudizio esista, con una trama che si ispira (a parer mio) a “48 ore” e “Il silenzio degli innocenti”. In “Zootropolis” si riflette sui ruoli e i punti di vista, e lo si fa in maniera divertente, ma ciò che vale per i conigli e le volpi vale anche per le culture e le razze del nostro pianeta.
Una “serietà” impercettibile, perché da subito si è catturati dalla determinazione di Judy a rompere gli schemi e a non arrendersi, come incita la cantante Gazelle, in vetta alle classifiche con la sua “Try Everything”, interpretata da Shakira. La regìa è dinamica e degna di un poliziesco d’azione, l’animazione impeccabile come sempre nei titoli Disney e la storia cattura da subito, tra commozione e divertimento.
Non è difficile fare il tifo per Judy e Nick che, da nemici, pare comincino a volersi molto bene… e, forse, qualcosa di più. Un film per tutti, divertente, spensierato e avvincente.

Asterix451

 
Di Namor (del 17/10/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 73 volte)
Titolo originale
La macchinazione
Produzione
Italia 2016
Regia
David Grieco
Interpreti
Massimo Ranieri, Libero de Rienzo, Roberto Citran, Milena Vukotic, Matteo Taranto.
Durata
100 Minuti

Estate 1975, lo scrittore, poeta e regista Pier Paolo Pasolini è indaffarato in un doppio lavoro molto impegnativo: il montaggio del film “Salò o Le 120 giornate di Sodoma” e la scrittura del libro denuncia “Petrolio”, vero atto di accusa contro il potere politico ed economico di quel periodo. Una vera indagine contro Eugenio Cefis, uomo della Montedison, ENI e della P2, e come se non bastasse, implicato anche nell’attentato dell’aereo in cui morì l’allora Onorevole Enrico Mattei.
Per realizzare la stesura del libro, Pasolini si avvale della consulenza di uno strano personaggio qui citato con un nome di fantasia Giorgio Steimetz, che ha scritto un volume di denuncia contro Cefis. I loro incontri vengono spiati costantemente dai servizi segreti, allertati dai potenti implicati nei svariati intrecci di malaffare che imperversano in lungo e in largo nel belpaese, gli stessi che hanno deciso che Pasolini va zittito perché si sta avvicinando pericolosamente alla verità. L’occasione per far tacere per sempre la minaccia Pasolini, giunge nel novembre dello stesso anno ad un appuntamento all’idroscalo di Ostia per trattare la consegna della pellicola che era in fase di montaggio. Pellicola sottratta dagli amici del suo amico-amante Pino Pelosi, che in un primo momento si addossò la colpa dell’omicidio, senza mai fare i nomi delle persone presenti nella fatidica sera che morì Pasolini, per poi ritrattare anni dopo che non era solo. Ma i nomi dei presenti non li fece mai, e a tutt’ora ancora non li ha ancora fatti.
A dirigere questa nuova ed interessante pellicola sul mistero Pasolini è il regista David Grieco, persona molto vicina a Pasolini che lo scritturò ancora bambino per un suo film, fino a farlo lavorare in pianta stabile nel mondo del cinema e del giornalismo. Grieco fu tra i primi ad accorrere all’idroscalo la sera del 2 novembre 1975 in compagnia del medico legale che insieme osservarono meticolosamente la scena del crimine. Grazie a questa testimonianza diretta è a quello che apprese da dichiarazioni varie di quel tragico periodo, Grieco e riuscito a dare una versione più veritiera su chi aveva interesse che Pasolini morisse e alla sua spietata modalità di esecuzione messa in atto (si dice) dalla banda della Magliana!
Da parte mia mi trovo pienamente d’accordo con questa versione sugli avvenimenti del delitto Pasolini, ritenendo “La macchinazione” il miglior film realizzato su Pier Paolo Pasolini, una pellicola che rende giustizia ad uno dei più grandi talenti che l’Italia abbia mai avuto. Le scenografie e i costumi sono di alto livello, hanno la non facile capacità di catapultarti all’indietro rivivendo (come me) quei tumultuosi e nostalgici anni.
Molto bravo l’interprete principale Massimo Ranieri che con occhiali scuri sul viso risulta molto somigliante a Pasolini, lo stesso compianto poeta durante una partita di calcio mentre lo osservo a lungo nello spogliatoio gli disse: “Sai che è proprio vero che tu ed io ci somigliamo molto?”.
Unico accorgimento che avrei adottato per discostare Ranieri da sé stesso per avvicinarlo di più a Pasolini, gli avrei cambiato la voce al doppiaggio, poiché quella di Massimo troppo famosa, distoglie lo spettatore dal personaggio che sta interpretando. L’apporto del resto del cast è molto valido, così come la sceneggiatura curata dallo stesso (e non poteva essere altrimenti) Grieco.
Un'ultima nota di non poco conto dell'importanza di cui gode Pasolini all'estero e la concessione della celeberrima "Hatom Heart Mother Suite" da parte dei Pink Floyd a titolo gratuito, brano che avevano rifiutato al grande Stanley Kubrick per "Arancia Meccanica".
Scusate se è poco....

Namor

 
Di Angie (del 10/10/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 168 volte)
Titolo originale
Still Alice
Produzione
Usa 2014
Regia
Richard Glatzer, Wash Westmoreland.
Interpreti
Julianne Moore, Kristen Stewart, Alec Baldwin, Kate Bosworth, Hunter Parrish
Durata
99 Minuti

Quando si parla di Alzheimer, si pensa subito alle persone anziane, infatti questa malattia di solito viene associata allo stato di vecchiaia. Ma non è proprio così! Quando meno te lo aspetti colpisce anche persone più giovani come ad Alice Howland nel film “Still Alice”.
Alice Howland (Julianne Moore) alla soglia dei cinquant'anni è una famosa professoressa di linguistica: ha una cattedra presso la Columbia University e gira spesso il Paese tenendo convegni sull'argomento. Ama il suo lavoro e ci si dedica con passione, come ama suo marito e i suoi tre figli. La sua vita si potrebbe dire quasi perfetta, con un futuro radioso fino a quando un giorno durante un convegno a Los Angeles, nel bel mezzo del discorso dimentica una parola, dando la colpa al troppo champagne bevuto poco prima, e le ci vuole alcuni minuti per trovare un sinonimo e continuare il discorso.
Qualche giorno dopo, mentre fa jogging, dimentica la strada che oramai conosce da una vita e si sente completamente persa. Terrorizzata da ciò, Alice pensa di avere un tumore al cervello contatta un neurologo e si sottopone a diversi test. Il medico gli diagnostica qualcosa di devastante: il morbo di Alzheimer precoce molto raro che, nel suo caso è addirittura ereditario. Inizia così per la giovane donna un calvario. Come affrontare questa malattia insidiosa che piano piano le porta via ricordi e sensazioni, cosa succederà alla sua famiglia e come sistemare tutto prima che sia troppo tardi.
Richard Blazer e Wash Westmoreland, compagni nell'arte e nella vita scrivono e dirigono “Still Alice” un film riguardante il morbo di Alzheimer, una malattia che comporta il progressivo declino delle facoltà cognitive. Il film è tratto dal romanzo “Still Alice-Perdersi” della neuro scienziata Lisa Genova che dall'auto-pubblicazione passa in breve tempo a vendere centinaia di copie.
La protagonista della storia è Julianne Moore(Alice) punto forte della pellicola. Bellissima rossa, credibile e mai eccessiva nell'espressione del terribile susseguirsi delle emozioni nel suo personaggio. Infatti per questa sua interpretazione Moore ha vinto il Golden Globe come miglior attrice e candidata al Premio Oscar come miglior attrice protagonista. A mio giudizio personale ottimo tutto il cast. Una pellicola ben fatta, curata nei dettagli: una storia che è riuscita a coinvolgere e a far riflettere lo spettatore in questo percorso degenerativo di una donna colpita dal terribile morbo.
A me ha colpito molto Alice come gestisce la malattia, lo ritengo un insegnamento per tutti augurandosi, però, di non trovarsi mai in quelle situazioni. Oscar veramente meritato per la Moore. Un buon film anche grazie ai registi Glatzer (muore pochi mesi dopo la fine delle riprese, affetto da sclerosi laterale amiotrofica) e Westmoreland, che hanno saputo trattare un tema delicato. senza cadere troppo nel patetico e nel dramma lacrimoso. Da vedere!

Angie

 
Di Miryam (del 05/10/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 88 volte)
Titolo originale
Quo Vado?
Produzione
Italia 2016
Regia
Gennaro Nunziante
Interpreti
Checco Zalone, Eleonora Giovanardi, Sonia Bergamasco, Maurizio Micheli, Ludovica Modugno.
Durata
86 Minuti

Chi non vorrebbe essere Checco Zalone, il ragazzo che è riuscito a realizzare tutte le aspettative che si era prefisso di raggiungere nella sua vita?
Infatti Checco è un quasi quarantenne che vive ancora con i suoi genitori, non ha figli, non è sposato, anzi è l’eterno fidanzato proprio per non avere responsabilità di nessun genere e soprattutto ha un posto fisso, che lui crede inattaccabile, nell’ ufficio provinciale caccia e pesca dove timbra le varie licenze.
Praticamente conduce una vita invidiabile fino a quando un giorno, tutto cambia per lui. Infatti il governo ad un certo punto vara una riforma della Pubblica Amministrazione, riforma che viene fatta al fine di risparmiare sui posti fissi. Così Checco deve fare una scelta, o lasciare il posto fisso dietro un’indennità, oppure mantenerlo ma essere trasferito lontano da casa. Il posto fisso per il nostro amico è sacro e quindi rifiuta ogni sorta di denaro che gli viene proposta dalla dottoressa Sironi (Sonia Bergamasco).
Nonostante questa lo faccia viaggiare in posti pericolosi dall’Africa al Polo Nord, Checco non molla, anzi è proprio al Polo Nord tra gelo e orsi polari che conosce Valeria (Eleonora Giovanardi), una ricercatrice che riesce pian piano a far capire al nostro amico che ormai il posto fisso è in via d’estinzione proprio come certi animali.
Non manca certo a questa pellicola il lieto fine che ha veramente dei bellissimi risvolti umanitari ma che voglio celare per dare allo spettatore la giusta sorpresa.
Per la quarta volta vediamo sul grande schermo il comico pugliese Luca Medici che noi conosciamo come Checco Zalone, in un’esilarante commedia diretta come sempre da Gennaro Nunziante. Zalone torna alla grande con questo movie portando in evidenza il classico cittadino italiano che rincorre il posto fisso ormai defunto spaziando tra Italia, Polo Nord, Africa Norvegia pur di tenerselo stretto, qui il nostro protagonista lo fa in modo divertente, ironico senza mai cadere nel volgare, anzi, la scena dell’orso polare è “troppo divertente”.
Non dimentichiamoci poi dell’ultima parte del film, una situazione che fa molto riflettere, conta di più il denaro o certi valori?
È’ una storia veramente ben costruita, da vedere!

Miryam

 
Di Asterix451 (del 29/09/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 165 volte)
Titolo originale
Lo chiamavano Jeeg Robot
Produzione
Italia 2015
Regia
Gabriele Mainetti
Interpreti
Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei.
Durata
112 Minuti

Un uomo corre sul lungotevere di Roma a rotta di collo, inseguito dalle “guardie”: è un tipo massiccio, determinato a non farsi prendersi, un “borgataro” che tira a campare rubando e delinquendo per conto dei capetti di quartiere. Pare che gli sia andata male, questa volta, perché anche i poliziotti che lo inseguono non vogliono mollare il colpo.
Il Tevere gli scorre accanto, inquinato in una maniera che nessuno immagina. Ma forse l’uomo può ancora nascondersi dentro ad un container ormeggiato lungo la riva, su una chiatta… disperatamente, tenta di rintanarsi ovunque, sgusciando attorno ai poliziotti che ormai sono a pochi metri da lui. Alla fine prova a scendere in acqua, aggrappato alla chiatta, in piedi su qualcosa poggiato sul fondo: un bidone, forse. Dentro il quale, a un certo punto, precipita perché il metallo si sfonda e l’uomo annaspa in un liquame nero: quasi ci annega, senza sapere che si tratta di scorie radioattive.
Quando finalmente riemerge dall’acqua, le “guardie” se ne sono andate ma lui sta già male, perché quella roba se l’è bevuta e riesce a malapena ad arrivare a casa… la notte è un’inferno, pensa di morire, ma il giorno dopo Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) sta di nuovo bene e torna alla vita di sempre. Infatti accetta un lavoretto da un amico suo, Sergio (Stefano Ambrogi), che ha quella figlia suonata fissata con Jeeg Robot d’Acciaio… come si chiama?, Alessia (Ilenia Pastorelli): che sarà pure bona, ma che palle con ‘sto “Jeeg de qua e Jeeg de là”…
Anche Sergio è preoccupato per le condizioni della ragazza, ma deve prima pensare a recuperare della coca trasportata da un paio di corrieri: un altro incarico facile per conto dello Zingaro (Luca Marinelli), che sta cercando di espandere i suoi traffici alleandosi con un clan camorristico. Sergio ed Enzo incontrano i corrieri all’interno di un palazzo in costruzione, ma la situazione degenera e si comincia a sparare: Enzo viene colpito e precipita in fondo al palazzo; un tonfo con un proiettile in corpo che avrebbe ucciso chiunque, ma non lui… infatti l’uomo si rialza e riesce a tornare a casa. Che cosa gli sta accadendo? Da dove arriva, questa forza incredibile che guarisce persino le ferite?
“Lo chiamavano Jeeg Robot” è il lungometraggio d’esordio di Gabriele Mainetti, attore, compositore e regista di corti cinematografici, fondatore della casa di produzione Goon Films. Un artista a tutto tondo, appassionato di musica e composizione, che ha deciso di mettersi alla prova con un lavoro impegnativo trovando poi riscontri positivi sia in Italia che all’estero.
Il merito è di tutta la squadra, perché è un film ben realizzato che mantiene la sua “identità italiana”, nonostante si ispiri a uno stile internazionale più dinamico e spettacolare che un titolo come questo deve avere, per avere presa sul pubblico senza apparire soltanto una scopiazzatura a basso costo dei titoloni Marvel.
Anche il cast è italiano: Claudio Santamaria è il più famoso, irrobustito per rendere credibile la forza sovrumana e l’invulnerabilità del suo personaggio, al quale trasmette “la dolcezza ignorante” del coatto che si ritrova a poter essere speciale e fare qualcosa di buono; Luca Marinelli è lo Zingaro e forse la sua è la migliore caratterizzazione, con l’istrionico esibizionismo di un delinquente che ambisce in maniera uguale sia al successo criminale che a quello artistico. Lo Zingaro è un personaggio estremamente violento e affascinante, che diventerà l’antagonista di Enzo. E poi c’è Alessia, naturalmente, che vaneggiando di Jeeg Robot riesce a difendere la sua purezza morale dalla realtà corrotta in cui ha vissuto, e dalla quale ha subito abusi: Ilenia Pastorelli debutta al cinema con la sua bellezza particolare, dallo sguardo semplice, regalandoci un personaggio apparentemente vulnerabile di grande forza.
Lo chiamavano Jeeg Robot ha sbancato riconoscimenti sulla piazza italiana al David di Donatello e al Nastro D’argento, oltre alle vittorie di altri festival internazionali. Sono stati acquistati i diritti per la distribuzione anche in Francia e negli Stati Uniti.
Personalmente l’ho apprezzato per la qualità della storia e degli interpreti, e ancora di più per la scelta, netta, di voler essere italiano. Certamente mi ha ricordato i titoli Marvel e ancora di più “Unbreakable”, di Shyamalan, ma lo sviluppo di trama è personale e avvincente, perché si tratta di un genere di cinema che da noi si era perso il coraggio di fare.
Una critica soltanto: alcune sequenze iniziali sono inutilmente violente, con voluta insistenza. Questo penalizza una parte di pubblico più impressionabile che, invece, apprezzerebbe tutto il resto della pellicola. Così si penalizza anche la qualità della storia, che non ha bisogno di splatter per essere ciò che promette di essere.
Comunque sia, per me è da vedere (limitando la visione ai minori di 12/15 anni, con o senza accompagnamento).

Asterix451

 
Di Namor (del 23/09/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 116 volte)
Titolo originale
Jason Bourne
Produzione
USA 2016
Regia
Paul Greengrass
Interpreti
Matt Damon, Alicia Vikander, Julia Stiles, Vincent Cassel, Tommy Lee Jones.
Durata
123 Minuti
Trailer

È nascosto nell’ombra, ma la sua voglia di conoscere la verità sul suo passato e ancora ben presente.
Jason Buorne (Matt Damon) viene contattato dall’ex agente della CIA Nicky Parsons (Julia Stiles), che approfittando di un ritiro di hacker, viola il sito della CIA recuperando preziosi file riguardante la verità sulle origini di Bourne. I due si danno appuntamento per la consegna dei documenti ad Atene, ma la CIA che nel frattempo li ha localizzati, decide di approfittare del loro incontro per mettere fine una volta e per sempre alle velleità di Bourne, riguardante il suo passato.
A tal proposito interviene anche Asset (Vincent Cassel) un pericoloso sicario francese che è coinvolto nell’enigmatico trascorso di Buorne, un passato che al Direttore della CIA Robert Dewey (Tommy Lee Jones) preme non far conoscere. La determinazione e le indubbie capacità tecniche tattiche di Bourne, saranno fondamentali per sfuggire alla nuova tecnologia della CIA guidata dalla brava e bella Heather Lee (Alicia Vikander), e conoscere una parte di verità fondamentale del suo trascorso.
Dopo nove anni si riforma la coppia Greengrass-Damon per l’ultimo capitolo della saga dedicata all’agente smemorato James Bourne, e lo fanno con un film ricco di suspense e dal ritmo molto godibile. Matt Damon è molto più a fuoco ora che in passato in questo personaggio ormai diventato un’icona dell’action movie, complice la sua età che lo rende più credibile rispetto al passato ed una eccellente maturità artistica acquisita col tempo.
Ottimo anche il cast allestito con Tommy Lee Jones e Vincent Cassel (entrambi con notevoli rughe a testimoniare il tempo che passa) nei panni dei cattivi. La Vikander che ha me non entusiasma molto e la Stiles presenziano con differenti minutaggi in fazioni opposte.
I giudizi sul film sono contrastanti, c’è a chi è piaciuto e chi lo ha definito una boiata, a me è piaciuto molto, difatti lo reputo uno dei migliori titoli di Bourne e né consiglio vivamente la visione.

Namor

 
Di Angie (del 17/09/2016 @ 05:00:00, in cinema, linkato 126 volte)
Titolo originale
Red Lights
Produzione
USA - Spagna 2012
Regia
Rodrigo Cortés
Interpreti
Cillian Murphy, Sigourney Weaver, Robert De Niro, Toby Jones, Joely Richardson.
Durata
113 Minuti

La Dr. Margaret Matheson (Sigourney Waver) e il suo collaboratore Tom Buckley (Cillian Murphy) sono i più famosi investigatori di fenomeni paranormali. Scettici per professione, hanno smascherato molti falsi lettori del pensiero, di guaritori e simili, scoprendo quelli che Matheson chiama “Red Lights”, piccoli indizi che rivelano l’inganno che si nasconde dietro ognuno di questi eventi “soprannaturali”. Ma, quando il leggendario sensitivo non vedente Simon Silver (Robert de Niro) riappare dopo un ‘assenza di 30 anni, Matheson, sua impavida avversaria di un tempo, consiglia a Tom di farsi da parte, perché sospetta che il carismatico lettore del pensiero sia coinvolto nella misteriosa morte avvenuta trent’anni prima, di tre suoi critici.
Buckley, invece è deciso a smascherare Silver con l’aiuto della sua migliore studentessa, Sally (Elizabeth Olsen), insieme cercano di scoprire il segreto che si nasconde dietro le capacità di Silver. Ma più si avvicinano, più Silver diventa formidabile e, Buckley inizia a mettere in discussione quello in cui ha sempre creduto.
Dopo aver esordito con il sorprendente “Buried - Sepolto” Rodrigo Cortes, scrittore e regista spagnolo pluripremiato, si cimenta in un thriller psicologico “Red Lights”, sui fenomeni paranormali: temi che hanno sempre affascinato il mondo della letteratura e del cinema. Tutto ciò che riguarda la lotta contro le cialtronerie dei maghi e del paranormale mi ha sempre lasciato un po’ perplessa.
Non ho mai creduto a nulla ma, la mia curiosità è quello di sapere e scoprire se c’è veramente qualcosa di vero. Ho voluto così vedere questo thriller se avrebbe dato una risposta più soddisfacente a questo mistero. In poche parole il paranormale esiste o no? La prima parte della storia riesce a creare un discreto stato di tensione e di interesse. Questi due ricercatori alle prese con le indagini per riuscire a trovare una spiegazione razionale e scoprire se esiste effettivamente qualcosa che va al di là della nostra comprensione. Peccato che poi la seconda parte si fa meno coinvolgente, pochi eventi inquietanti su questa sfida fra paranormale e scienza e con un finale che non mi ha soddisfatto.
Per quanto invece, riguarda il cast, buona la scelta ed interpretazione a partire da Robert de Niro a Sigourney Weaver, Elizabeth e Cillian. Una mia opinione personale, sono sempre del parere che bisogna diffidare dai ciarlatani (oggi tanti) che abusano della buona fede altrui e approfittano di situazioni di disperazione per propugnare la propria scienza di guaritori dotati di poteri magici che, poi alla fine risultano, ahimè, solo truffatori.
Comunque è un thriller che può essere visionato, ma non aspettatevi troppo.

Angie

 
Di Miryam (del 12/09/2016 @ 05:00:00, in libri, linkato 114 volte)
Titolo originale
 
Autore
Andreas Gruber
Editore
Longanesi
Prima edizione
2016

Nella periferia di Vienna, viene ritrovata una ragazzina di undici anni, Clara, la giovane era scomparsa da casa circa un anno prima. Ritrovata da un’anziana coppia, appare da subito smagrita, sotto shock e la sua schiena è tutta ricoperta da tatuaggi che riproducono fedelmente delle scene tratte dall’inferno della Divina Commedia di Dante.
Interviene sul caso il procuratore capo Melanie Dietz la quale era amica della madre della bimba ora affidata al patrigno verso cui Melanie non nutre molta simpatia. Comunque, aiutata dal suo fedele golden retriver Sheila, riesce a far breccia nella mente confusa di Clara acquistando così una grande fiducia utile al fine di arrivare alla soluzione del caso. Nello stesso tempo in Germania e precisamente nella città di Wiesbaden, Sabine Nemez, un agente di Monaco, viene ammessa al corso del Dipartimento investigativo, è felicissima di recarsi in questo luogo perché sa che troverà Erik, il suo eterno fidanzato che, diventato commissario, si era dovuto allontanare da Monaco.
Purtroppo una volta giunta, scopre che Erik è in coma farmacologico perché qualcuno gli ha sparato. Sabine quindi si reca al suo corso che è composto da cinque allievi e verrà istruito dal famoso profiler l’olandese Marteens S. Sneijder, un tipo di poche parole, piuttosto antipatico che però prende a cuore Sabine affidandole persino tre casi molto particolari, tre efferati e macabri omicidi che sembrano compiuti da un folle, queste gesta all’apparenza per il modus operandi sembrano non abbiano niente in comune, però poi prendono una svolta talmente intricata e stramba da far intervenire anche Sneijder in aiuto della nostra investigatrice.
Circa seicento chilometri dividono questi due casi, ma indizio dopo indizio, un filo conduttore porta Sabine e Melanie a lavorare insieme su questi insoliti avvenimenti e devono riuscire al più presto, unendo le loro forze, a stanare questo pazzo artefice maniaco di Dante prima che possa mietere altre vittime innocenti.
Sentenza di Morte” è un romanzo scritto da Andreas Gruber, uno scrittore austriaco laureatosi a Vienna in economia. Non è “nato” romanziere in quanto ha lavorato per lungo tempo in una compagnia farmaceutica. Adesso invece si dedica a scrivere romanzi a tempo pieno vivendo con la famiglia a Grillnberg diventando anche molto noto in tutta Europa, inoltre ha vinto due volte il Vincent Prize e il German Phantastik Prize Questo è il suo primo libro pubblicato in Italia, non solo, è stato inviato quasi per gioco ad un piccolo editore ma ha riscosso in poche settimane un enorme successo, dal mio punto di vista veramente meritato.
Un thriller che si lascia leggere con piacere in quanto molto intrigante. Gruber possiede il dono di avere una scrittura semplice, molto lineare e nonostante il libro sia ricco di nomi e personaggi per le due storie parallele, il lettore non perde mai il filo conduttore per arrivare al finale ricco di colpi di scena e per nulla scontato anzi… da lasciare di stucco!
“Sentenza di morte” è davvero un ottimo libro, un romanzo macabro, a volte piuttosto violento ma le pagine scorrono talmente veloci da non rendersi conto che sono più di cinquecento!!

Miryam

 

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