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Titolo originale
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Gentlemen and Players
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Autore
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Joanne Harris
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Traduzione
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Laura Grandi
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Editore
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Garzanti
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Prima edizione
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Agosto 2006
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<< Dall’autrice di “Chocolat”>> s’inizia sempre così quando si scrive di Joanne Harris, come un marchio a fuoco, una condanna da scontare. Eppure di acqua sotto i ponti ne è passata da quella sua prima opera letteraria, un’acqua che da semplice torrentello è diventata un fiume di parole, racconti suggestioni che sfociano in questo romanzo “La Scuola dei Desideri”.
Abbandonate atmosfere soavi ed evocative e preparatevi ad assaporare questa prelibatezza letteraria che non ha nulla a che vedere con la sua famosissima e fin troppo sdoganata prima opera se non per la chiarezza dello stile, la fluidità dell’espressione e l’immancabile alternanza di prospettive narrative; quello che proverò a descrivere senza svelare troppo, è un romanzo giallo che si snoda lungo i corridoi di un collegio inglese per soli maschi nell’era di Internet.
Avete mai avuto un desiderio talmente grande che non riuscivate a pensare ad altro, e più passava il tempo più diventava così fortemente radicato dentro di voi da diventare una ragione di vita, “la ragione di vita”? E’ quello che succede in questa storia, dove l’idea fissa del protagonista per una scuola diventa talmente pregnante nel suo animo da sovrapporsi alla sua vita, un tarlo, una sfida verso un destino negato, che porta il nostro eroe a diventare un eroe romantico degno dei più classici romanzi di appendice.
Quell’aura d’inviolabilità, di maestosa supremazia, di luogo depositario della cultura e nersery della futura classe dirigente maschile, con il suo irritante cartello che impedisce l’ingresso con la dicitura
“DIVIETO DI ACCESSO
PROIBITO SUPERARE QUESTO PUNTO
SENZA AUTORIZZAZIONE
E’ UN ORDINE TASSATIVO”
trasforma il collegio/fortezza in un maniero da conquistare per il gusto di violare quelle mura. L’ossessione si scatena in una mente geniale fino a trasformarla in una macchina perfetta in grado di escogitare un meccanismo tecnicamente raffinato per fare crollare la roccaforte dimostrandone la debolezza, sostituendo idealmente al collegio l’immagine di una fortezza da espugnare come antichi guerrieri all’assalto d’imponenti castelli armati non di spade, ma di parole ben più letali delle lame affilate dai mastri fabbri e protetti non da scudi ma dai mantelli dell’anonimato, dalla sottile arte del passare inosservati grazie alla quale riesce, come un fantasma, a muoversi tra le pareti di quelle aule ricche di conoscenza, gustando giorno dopo giorno cultura e sapore della vittoria per quella prima breccia scagliata contro “la fortezza”.
Ma la sete di conquista è un’esigenza destinata a non placarsi e così, utilizzando il tempo come alleato, si arriva alla seconda e ben più letale mossa: essere parte della scuola, agire dall’interno come una cellula impazzita fare implodere il maniero ingaggiando una sfida a colpi di scacchi dove allievi, insegnanti, bidelli diventano pedoni, alfieri, cavalli, torri, re e regine. La sfida personale che diventa sempre più importante, si allarga a macchia d’olio e risucchia tutto come un buco nero, diventa necessario, fondamentale avere sempre di più: andare avanti, sconfiggere il nemico designato da una sorte inesorabile, usare il destino ed essere patetica nemesi di un crimine scoperto per caso.
E come in ogni scacchiera il bianco delimita il nero, così in questo gioco il chiaro si contrappone allo scuro; sarebbe più semplice parlare di buoni e cattivi ma in questo romanzo non esiste un “cattivo” nel senso comune del termine: cattivo è colui che fa del male senza ragione, che vuole vedere la sofferenza negli altri, che infastidisce, rovina e distrugge solo per il piacere di farlo. Qui invece la cattiveria ha un senso, c’è una ragione profonda e per certi versi, inevitabile nel perverso gioco dell’intelligenza.
Velia