Rapture of the Deep
Di Andy (del 15/07/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 821 volte)
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Artista
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Deep Purple
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Titolo
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Rapture of the Deep
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Anno
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2005
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Ciao a tutti gli amanti del rock, in questo caso “hard” perché parliamo dei mitici Deep Purple, quelli di “Smoke on the water” per intenderci, e che suonano dal lontano 1968, anno in cui si incontrarono il tastierista Jon Lord e il chitarrista Ritchie Blackmore, due ottimi strumentisti provenienti da studi classici. Nel corso degli anni la formazione è stata rimaneggiata più volte, fino a trovare la formula giusta con Lord, Blackmore, il bassista Roger Glover, il batterista Ian Paice e il cantante Ian Gillan. Con questo gruppo verranno incisi album come “ Deep Purple in rock”, “Machine Head”,”Fireball”, e il celebre doppio live “Made in Japan”. Il successo mondiale di questo rock pesante ma armonico e classicheggiante non serve a sedare i malumori interni e le cose vanno cosi fino all’album “Perfect Stranger” dell’ ‘84, poi usciranno dischi molto anonimi e ripetitivi e miriadi di raccolte fino all’uscita del live “Come hell or high water” che è del 1993, anno in cui Blackmore abbandona definitivamente i compagni. Verrà sostituito, tra gli altri, anche da Satriani ma con risultati poco convincenti. È nel 1996 che arriva il quotato e preparato chitarrista americano Steve Morse a dare il suo contributo fino ad oggi. Il risultato è soddisfacente e il sound è rinvigorito dallo stile più solare e moderno di quest’ ottimo musicista, ne viene fuori un album tutto sommato godibile almeno quanto “Purpendicolar” il primo di questa formazione. Da precisare che in “Rapture of the Deep”, suona l’ottimo tastierista Don Airey al posto di Lord che comunque apre il disco con un’intro di Hammond che non fa rimpiangere Jon più di tanto, anche nel corso del cd fa il suo buon lavoro, con suoni più moderni e meno distorti. Il primo brano “Money Talks” porta subito nell’atmosfera potente ma melodica di questo album, cantato davvero in modo ispirato da Gillan. La seconda traccia è un blues rock, con ritornello quasi alla Stones, sembra presa da “Perfect Stranger”. Pesante e moderno il rif di “Wrong Man”, probabilmente farine del sacco di Steve Morse, il più giovane della compagnia (siamo sui 45 anni). Nella title track, n° 4, Steve si rifà molto allo stile orientaleggiante di Blackmore e dialoga perfettamente con Don Airey. Molto bella e di effetto la ballata “Clearly quite Absord” , con un bel crescendo finale di arpeggi sospesi. Il brano che segue è un blues rock cadenzato con rif alla Hendrix “Don’t let go”, poi troviamo “Back to Black”, un pezzo accattivante con parecchie influenze della new age anni 80 con degli inserimenti di Airley (qui molto diverso da Lord) e il funk-rock del ritornello. Nel pezzo seguente Paice ci ricorda di essere uno dei migliori ancora sulla scena, capace di tempi difficili e S.Morse cerca di suonare alla Backmore, ma e difficile per un velocista come lui. La nona canzone è piu che altro una vetrina per i “soli” di tastiera e chitarra (peraltro ottimi). Non mi piace la n° 10 (ci dovrà pur essere qualcosa) in cui non capisco l’uso del piano e dove il fraseggio ipertecnico di Morse fa rimpiangere Ritchie con il suo strato tagliente e caldo. L’ultimo brano “Before time began” è una specie di suite in crescendo cantata molto bene da Gillan e con una bella atmosfera creata da ottimi arrangiamenti. Devo dire sinceramente che al primo ascolto questo album non mi era piaciuto, ma forse abbiamo tutti ascoltato troppa musica dal ‘70 in poi e i paragoni sono inevitabili. Comunque nell’insieme ho trovato una buona energia, convinzione ed un ottimo livello professionale. Beh, suonando da 40 anni…
Andy
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