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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Angie (del 03/09/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 41 volte)
Titolo originale
Il permesso - 48 ore fuori
Produzione
Italia 2017
Regia
Claudio Amendola
Interpreti
Luca Argentero, Claudio Amendola, Giacomo Ferrara, Valentina Bellè, Antonino Iuorio.
Durata
91 Minuti

Dal carcere di Civitavecchia escono con un permesso di 48 ore quattro detenuti di diversa età, pena e provenienza: tre uomini e una donna. Rossana (Valentina Bellè) 25 anni, belle e viziata di buona famiglia, arrestata per traffico di cocaina; il cinquantenne Luigi (Claudio Amendola) stanco e provato, condannato per un duplice omicidio che ha già scontato 17 anni di pena, ha urgenza di risolvere un serio problema, quello di salvare il figlio che si è cacciato in guai seri.
Angelo (Giacomo Ferrara) un ragazzo sbandato e infine il rabbioso Donato (interpretato da Luca Argentero) condannato pur essendo innocente, un pugile sconfitto dalla vita che vuole ritrovare la moglie costretta a prostituirsi dai uomini che facevano parte del suo stesso giro. Una volta fuori le due giornate di permesso verranno utilizzate da ognuno di loro a cercare di ritrovare e ritrovarsi nella realtà che hanno lasciato da tempo che pare molto cambiata.
“Il Permesso” storia drammatica scritta da Giancarlo de Cataldo (autore di Romanzo Criminale e Suburra) e Roberto Jannone è la seconda opera che vede alla regia e protagonista, dopo la spiritosa commedia “La mossa del pinguino 2013, Claudio Amendola con questa narrazione fra noir e analisi sociale. Buon cast e ben selezionato.
Ognuno reinterpreta e comunica con la giusta intensità le varie caratteristiche segnanti dei personaggi. Molto bravo Argentero nelle vesti del duro sena scrupoli in cerca di vendetta, che ha già lavorato insieme ad Amendola nel 2013 con “Cha Cha Cha” di Marco Risi e nel 2015 con “Noi e la Giulia”. Anche Amendola (a mio parere) è stato perfetto nel suo ruolo di padre disposto a tutto per riportare il figlio sulla retta via e a non commettere i suoi stessi errori. A me personalmente è piaciuto.
Nulla di originale ma, tutto sommato è un film discreto e interessante da vedere. Una trama che in fondo può portare a riflettere su un dato: nonostante gli errori di una vita, c'è sempre l'occasione per ripartire e ricominciare.

Angie

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Di Asterix451 (del 16/07/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 94 volte)
Titolo originale
The Bridges of Madison County
Produzione
USA 1995
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Clint Eastwood, Meryl Streep, Annie Corley, Victor Slezak, Jim Haynie.
Durata
135 Minuti

Caroline e Michael Johnson tornano nell’Iowa a Madison County, dove sono cresciuti, alla morte della madre Francesca (Meryl Streep): ora sono definitivamente soli e si ritrovano a spartire gli oggetti dei loro genitori. Tra questi, in uno scatolone nascosto in soffitta, ritrovano tre diari e un libro fotografico dedicato ai ponti coperti della loro contea e… alla loro madre. Dell’autore, tale Robert Kincaid (Clint Eastwood), non hanno mai sentito parlare, ma pare che lui abbia conosciuto molto bene Francesca.
La loro storia è durata soltanto quattro giorni, quando Caroline e Michael, insieme al papà Richard, andarono in città alla fiera del bestiame. Si parla degli anni ’50. E cominciò con l’arrivo di Robert sul loro vialetto di casa, a bordo di un furgone attrezzato per viaggiare. Doveva fotografarli per il National Geographic e c’era proprio da perdersi, in quell’intrico di strade di campagna, perché non era neppure facile trovare dei punti di riferimento per avere indicazioni. Perciò Francesca ci pensò su e poi decise di accompagnarlo direttamente, perché il sorriso di quell’uomo ispirava fiducia e i suoi occhi parevano guardarle attraverso.
Cominciò così la storia d’amore della sua vita, tenuta segreta al marito e ai figli fino alla sua morte. Soltanto ora, conclusi i suoi doveri di genitore e moglie, può raccontare liberamente quanto meraviglioso fu quell’incontro ed esprimere un ultimo, simbolico desiderio per coronarlo. Ed è proprio attraverso le parole di Francesca, una donna italiana emigrata in America dopo la guerra insieme al soldato di cui si era innamorata, che Clint Eastwood porta sullo schermo l’omonimo romanzo di Robert James Waller, affidando a Meryl Streep il ruolo della protagonista. L’attrice, all’epoca quarantaseienne, ricevette una nomination all’Oscar grazie all’interpretazione di una donna devota al marito e alla famiglia nell’America rurale degli anni ’50, convinta che certi compromessi fossero l’esito naturale della vita di coppia, fino all’incontro decisivo con l’uomo che avrebbe potuto condurla ben oltre.
L’intesa con Clint regista e co-protagonista sostiene un film indimenticabile, inserito nella top 100 dei film sentimentali che non scade nei soliti cliché del romanticismo: la bellezza “straordinariamente ordinaria” di Meryl Streep e la sua recitazione danno vita a un gioco di seduzione sottilissimo; i piccoli gesti di una donna seria, sposata, trattengono a stento l’intensa sensualità che nasce dalla complicità e dalla sintonia.
Di suo, Robert Kincaid è simpatico e affascinante, un ritratto che Clint Eastwood raramente concede attraverso i ruoli che interpreta. La regia dei Ponti è stata acclamata come una delle migliori della sua carriera, tuttavia non è da sottovalutare neppure il fotografo che sa davvero far innamorare.
Un film atipico, sorprendente, sensuale. Impeccabile, sotto tutti i punti di vista. Commovente. Intenso. Struggente. L’amore secondo Clint: intramontabile, imperdibile.

Asterix451

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Di Angie (del 18/06/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 379 volte)
Titolo originale
Beata ignoranza
Produzione
Italia 2017
Regia
Massimiliano Bruno
Interpreti
Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Valeria Bilello, Carolina Crescentini, Teresa Romagnoli.
Durata
102

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassman) due professori di liceo si conoscono da una vita, ma non si vedono da 25 anni. A dividerli è stato l'amore per la stessa donna, Marianna (Carolina Crescentini), e la nascita di una figlia, Nina (interpretata da Teresa Romagnoli). Ora si sono ritrovati ad insegnare nello stesso liceo e nella stessa classe: uno insegna italiano e l'altro matematica. Sono molto diversi tra loro e si detestano per il modo di gestire il rapporto con le alte tecnologie. Il primo Ernesto, è austero e tradizionalista, orgogliosamente refrattario all'uso della rete. Il secondo, Filippo, è invece un allegro progressista, perennemente connesso al Web, vive di selfie, seduttore seriale di colleghe e studenti che adorano la sua spensieratezza. Ma la giovane Nina figlia di entrambi, padre Filippo e padre biologico di Ernesto, coinvolgerà i due amici-nemici in un esperimento: Filippo dovrà uscire dalla Rete ed Ernesto entrarci. Quando i ruoli vengono scambiati i due capiranno che c'è del buono in entrambi i modi di vivere e, che per affrontare la vita e rimanere a passo con i tempi è bene trovare un equilibrio tra le due realtà: la cultura e la rete.
Il regista Massimiliano Bruno, con questo romanzo di formazione di due uomini alle prese con le proprie responsabilità di padri ed educatori al tempo dei social network porta sullo schermo il suo quinto film: “Beata Ignoranza”.
Una commedia con protagonisti due grandi attori, Alessandro Gassman e Marco Giallini che hanno già lavorato insieme nel film “Se Dio vuole” (2015) di Eduardo Falcone. Il film ha ottenuto 3 candidature ai Nastri D'Argento per il miglior soggetto e attore protagonista (Gassman e Giallini) La commedia racconta le vicende di due nemici-amici insegnanti di liceo che si sfidano su una problematica attualissima: è giusto o no questa dipendenza dai social network? E noi come siamo come Giallini o come Gassman? Comunque siamo, il film ci porta a farci guardare allo specchio senza troppe pretese, rimorsi o rimpianti.
Che dire? L’ho trovata una pellicola divertente con protagonisti molto simpatici, nel raccontare una storia mescolata con dosi di sentimento e qualche sorriso intrattenendo lo spettatore in maniera gradevole, senza appesantire di troppa retorica. Inoltre, anche se può sembrare un filmetto da poco conto, se si analizza bene la trama affronta temi abbastanza interessanti con spunti di riflessioni come: il significato di amicizia e il concetto di padre e il suo ruolo. In conclusione se volete trascorrere due ore spensierate è il film ideale per voi giovani e adulti.

Angie

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Di Asterix451 (del 28/05/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 207 volte)
Titolo originale
The Hobbit: The Battle of Five Armies
Produzione
USA, Nuova Zelanda 2014
Regia
Peter Jackson
Interpreti
Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Evangeline Lilly, Lee Pace
Durata
144 Minuti

Dopo essere sopravvissuto all’attacco della compagnia di Thorin Scudodiquercia, il drago Smaug sfonda il portone di Erebor e si abbatte sulla città di Pontelagolungo: mentre la popolazione si dispera, il governatore ruba l’oro e si appresta alla fuga. Soltanto Bard (Luke Evans), discendente di colui che ferì Smaug in passato, oppone una strenua resistenza dalla torre della balista, riuscendo infine ad abbattere il drago.
Intanto, tutto brucia e la popolazione sbanda verso le rive. Nella disgrazia, le rovine dell’antica città di Dale offrono un ricovero più sicuro, vicina alla ricchezza che si cela sotto la montagna. Thorin (Richard Armitage) aveva dato la sua parola: se il drago fosse stato sconfitto, avrebbe diviso il suo oro con chi lo aveva aiutato; fiducioso, Bard va a reclamare l’aiuto che gli spetta.
Purtroppo Thorin è stregato dal suo tesoro. Vuole solo tornare a governare, incurante di ciò che accade all’esterno. Perché la notizia dell’oro sotto la montagna sta circolando velocemente nelle terre di Mezzo, come quella della morte di Smaug, essere antico e potente capace di opporsi a qualsiasi male. Un Male oscuro, che sta cercando di tornare dal suo esilio.
Avidità, brama di potere, magia. Gli Elfi rivorrebbero ciò che gli spetta, come gli Uomini di Pontelagolungo. Purtroppo nessuno di essi immagina che gli Orchi sono alleati a un potere oscuro, che promette riscatto: sono queste le voci che circolano tra i vari regni. Soltanto Gandalf (Ian Mckellen) decide di recarsi alla tomba dei Negromanti, l’antica fortezza maledetta di Dorguldur, per scoprire quanto ci sia di vero.
Tutto ciò mentre Uomini, Elfi e Nani si preparano alla battaglia per l’oro sotto la montagna di Erebor, ignorando che un’orda di Orchi si sta abbattendo su di loro.
Peter Jackson conclude la sua saga dedicata a J.R.R. Tolkien con un film spettacolare e suggestivo, il più costoso dei sei dedicati alle Terre di Mezzo, un vero e proprio prequel introduttivo alla saga dell’anello. Un’operazione di botteghino che, se non altro, ricompensa il pubblico con più di due ore di grande cinema.
Il progetto originale prevedeva due film solamente. Soltanto in fase di produzione si è pensato ad un terzo capitolo che sviluppasse alcuni aspetti della trama solo accennati da Tolkien ne “Lo Hobbit”, insieme ad alcuni temi narrati nelle appendici del “Signore degli Anelli”. Ci sono poi degli sviluppi del tutto nuovi, come l’amore tra il nano Kili e l’elfa Tauriel, per un totale di 163 minuti nella versione estesa per l’home video.
Mai fare i conti in tasca all’oste, è vero. Ma i dieci minuti di Smaug all’inizio de “La battaglia delle cinque armate” sembrano un ricatto per garantirsi gli spettatori dopo il finale mozzato de “La desolazione di Smaug”: chissà che la malattia di Thorin e l’ossessione dell’oro abbiano colpito anche la produzione?
Il cast stellare è all’altezza della produzione. Sono tutti belli e bravi, tranne i brutti, che sono gli orchi sporchi e cattivi (ma, forse, i più interessanti). Martin Freeman è un Bilbo Baggins a suo agio nei panni dello Scassinatore, bravo: l’attore inglese si può gustare in accappatoio in “Guida galattica per autostoppisti”, dove conferma le sue doti comiche. Tornano Cate “Galadriel” Blanchett e, naturalmente, Ian “Gandalf” McKellen, mentre si riservano a dei ruoli praticamente cammeo Hugo Weaving, Elijah Wood e Christopher Lee.
Un film maestoso, coinvolgente. Bellissime le ambientazioni “fantasy”, roccaforti abbandonate e panorami sconfinati, sulle note di una colonna sonora struggente. L’arciere Bard, interpretato da Luke Evans, non fa rimpiangere Viggo Mortensen. A qualcuno potrebbe mancare Liv Tyler, forse, ma con Tauriel ce n’è d’avanzo (o no?). Le battaglie sono emozionanti, come l’animo dei protagonisti. Meno oscuro de “Il Signore degli anelli”, pervaso da un fine umorismo.
Perfetto per incantare.

Asterix451

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Di Angie (del 14/05/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 106 volte)
Titolo originale
Hidden Figures
Produzione
USA 2017
Regia
Theodore Melfi
Interpreti
Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst
Durata
127 Minuti

Siamo in Virginia, segregazione degli anni Sessanta, dove la legge non permette ai neri di vivere insieme ai bianchi. Uffici, toilette, mense e sale d'attesa sono separati: da una parte i bianchi e dall'altra i neri. La Nasa non fa eccezione. I neri hanno i loro bagni relegati in un'area dell'edificio lontano da tutto e sono considerati una forza lavoro di cui disporre a piacimento. Qui inizia l'incredibile storia di tre donne amiche e colleghe afro-americane nel'61 alle prese con la questione razziale: Katherine Johnson (Taraji Henson), Dorothy Vaughn (Octavia Spencer), e Mery Jackson (Janelle Monae). Sono tre grandi scienziate, prodigi della matematica, che lavorano alla Nasa e hanno collaborato a una delle più grandi operazioni della storia: il lancio in orbita dell'astronauta John Glenn. Allora fu un risultato sorprendente riportando fiducia alla Nazione Statunitense segnando una svolta nella corsa verso la conquista dello spazio. La matematica Katherine continuò a lavorare alla Nasa e fu colei che in seguito calcolò anche le traiettorie delle missioni Apollo11 e Apollo 13. All'inizio per le tre scienziate fu molto duro il loro ingresso alla Nasa. La loro competenza fu continuamente messa in discussione a causa di essere donne e del colore della loro pelle. Le tre donne nonostante aver dimostrato la loro bravura non hanno il diritto di firmare le scoperte e non viene riconosciuto il lavoro svolto dagli ingegneri bianchi con cui collaborano. Ma alla fine riusciranno imponendo il loro talento e la loro astuzia a vincere l’arroganza dei colleghi e superiori: come il direttore del progetto spaziale Al Harrison (interpretato dal bravo Kevin Costner), che poi si batterà per l'abolizione della segregazione all'interno degli uffici.
“Il diritto di contare” film di Theodore Melfi (già regista di St. vincent) è basato sul libro “Hidden Figures” di Margot Lee Shetterly, che è anche il titolo originale del film. Racconta tre storie personali, tre donne nere che negli anni sessanta diedero un rivelante contributo alla cosiddetta “corsa nello spazio” e alle prime missioni spaziali della Nasa. Il film ha ottenuto 3Candidatureai Premi Oscar, 3 candidature a Golden globes e 1 candidatura a bafta. Che dire del film? Innanzitutto un buon cast. Ottime le interpretazioni da parte di tutti gli attori, in modo particolare superlative le tre attrici. Pellicola interessante e coinvolgente dall'inizio alla fine. Un tema sempre caldo e sensibile delle grandi battaglie del popolo nero per vincere l'uguaglianza razziale raccontata in modo senza esagerare.
Le storie vere, fatti realmente accaduti mi appassionano sempre e, questa in modo particolare perché non la conoscevo ancora. Le tre attrici (a mio parere) sono state strepitose, hanno recitato in un modo che solamente chi sente profondamente sua la storia che sta raccontando è in grado di fare. Ciò che più mi ha colpito della sua visione è il fatto che tutto avviene alla Nasa, cattedrale della scienza, dove menti geniali proiettate al futuro, si dimostrano tarde ed ottuse nell'accogliere tre brillanti scienziate molto brave nel loro lavoro solo perché sono donne e afro-americane. In conclusione è una bella storia che valeva la pena di essere raccontata e vista.
Un consiglio: se avete l'opportunità dategli un'occhiata Merita!

Angie

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Di Miryam (del 30/04/2018 @ 05:00:00, in libri, linkato 141 volte)
Titolo originale
 
Autore
Karin Slaughter
Editore
Harper Collins
Prima edizione
2017

Siamo in Georgia in una tranquilla e pacifica cittadina, precisamente a Heartsdale.
Qui non succede mai niente di sconvolgente fino a quando una sera in un bar, viene trovato un corpo ancora agonizzante di una giovane professoressa non vedente, la signorina Sybil Adams che altro non è che la sorella dell’agente di polizia, la detective Lena Adams.
Il corpo brutalmente mutilato, è stato rinvenuto da Sara Linton, pediatra e medico legale della città, la quale, ha cercato in tutti i modi di salvare Sybil, purtroppo però le gravi ferite inferte e le convulsioni non hanno dato scampo alla giovane insegnante.
Il capo della polizia locale incaricato allo svolgimento delle indagini è l’ex marito di Sara, Jeffrey Tolliver, il quale si trova davanti un caso assai complicato e difficoltoso. Difatti l’autopsia rivela dei risvolti macabri ed inquietanti, il killer è un individuo spietato, freddo, calcolatore, infatti per compiere quell’efferato omicidio ha drogato, violentato e marchiato la vittima con una croce incisa sul petto.
Perciò, il caso diventa sempre più difficile, non solo, pochi giorni dopo viene trovata un’altra vittima, si tratta anche qui di una giovane donna, stavolta crocifissa, quindi per la polizia è che si tratta di un killer psicopatico e probabilmente di un fanatico religioso.
In tutto questo caos dove la polizia vaga nel buio, da una parte troviamo la sorella della vittima che vuole farsi giustizia da sola, dall’altra invece c’è Sara che deve fare i conti con un segreto legato al suo passato che nemmeno il suo ex marito ne è al corrente, segreto che potrebbe essere la chiave per fermare l’assassino, ma potrebbe anche mettere in pericolo la sua stessa vita.
La Morte è Cieca “macabro e interessante libro con una trama intricata e un finale per niente scontato, è stato scritto da una giovane autrice, Karin Slaughter . È stata soprannominata la regina del thriller, devo dire che è un titolo azzeccato, i crimini citati del romanzo sono molto cruenti, fanno venire i brividi associati al mal di stomaco. Ha dato ai personaggi molto spazio, infatti riescono a far conoscere al lettore gran parte delle loro vite private e intime.
Traendo le conclusioni, promuovo a pieni voti questa autrice e credetemi la frase impressa nel libro “Non leggetelo quando siete soli, non leggetelo quando è buio, ma leggetelo” è una frase veritiera, detta poi da me che amo questo genere….quindi vi consiglio la lettura, verrete veramente coinvolti nelle indagini.

Miryam

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Di Asterix451 (del 16/04/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 161 volte)
Titolo originale
Ready Player One
Produzione
USA 2018
Regia
Steven Spielberg
Interpreti
Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, T.J. Miller, Simon Pegg.
Durata
140 Minuti

Nel 2045 la terra è un pianeta sopraffatto dall’inquinamento e dalle guerre. In America, le classi più povere vivono nelle “cataste”, quartieri di case-container impilate in verticale, dove le persone sfuggono alla miseria rifugiandosi in una piattaforma virtuale globale chiamata “Oasis”. Quando il suo creatore muore, l’eccentrico miliardario James Halliday (Mark Rylance), viene diffuso sulla piattaforma il suo testamento, che poi è una sfida ai giocatori di tutto il mondo. Infatti Halliday istituisce “Il gioco di Anorak”, aperto a chiunque, mettendo in palio la presidenza di “Oasis” e un patrimonio in dollari.
Wade Watts (Tye Sheridan) è un adolescente che vive nelle cataste a casa della zia e del suo spregevole compagno. Rimasto orfano di entrambi i genitori, le sue uniche speranze per il suo futuro sono legate all’eredità di Halliday. Nei panni di Parzival, l’avatar con cui si logga a “Oasis”, Wade sta cercando disperatamente di vincere la sfida per la prima chiave di Anorak: ce ne sono tre e sono milioni i contendenti da sfidare, fino al giorno in cui, sulla griglia di partenza della prova, Parzival incontra la famosa Art3mis (Susan Cooke)… da quel momento, per lui, non esiste nessun altro.
Ma per tutti gli altri gli interessi in ballo sono enormi e sono davvero disposti a tutto pur di garantirseli. A cominciare dalla IOI, multinazionale leader nella produzione di hardware per aumentare la realtà sensoriale di “Oasis”.
Quasi vent’anni dopo “Artificial Intelligence”, Steven Spielberg torna a confrontarsi con il tema del rapporto uomo-macchina come evoluzione dell’esistenza, portando sullo schermo il romanzo “Player One” di Ernest Cline. Cline è un appassionato di cinema, videogiochi e internet che negli anni ha sviluppato soggetti, sceneggiature e un paio di romanzi. Non so quanto sia famoso in America e quanto lo possa diventare adesso, ma il suo lavoro è tanto interessante quanto… già visto?
Ready player one” non ha la profondità filosofica di “Artificial Intelligence” e punta all’intrattenimento di un vasto pubblico. Il punto di forza sono le citazioni di opere celeberrime, talmente frequenti da dare l’impressione di guardare più film allo stesso tempo. A volte la revisione delle situazioni è talmente geniale da diventare originale: infatti, strizzando gli occhi a “Ritorno al futuro” e rivivendo “Shining”, sull’idea di “Suckerpunch” come vittoria nel mondo reale attraverso il gioco si evade attraverso degli avatar (che non sono proprio quelli di “Avatar”) per vivere oltre i limiti di un corpo umano. No, non è “Il mondo dei replicanti”, ma ti sa di quello, come tutto sa di “Matrix” con un pizzico di “Tron”. E se da una parte le citazioni sono talmente palesi da trasformarsi in “omaggi, tributi”, dall’altra ci si domanda perché questo film debba essere così geniale e migliore degli altri.
Certamente Spielberg conferma la sua maestria dietro alla macchina da presa, e il cast riesce a conquistare i cuori del pubblico. Tye Sheridan e Olivia Cooke faranno innamorare i loro coetanei come noi ci innamorammo di Jennifer Connelly e River Phoenix, volando sulle note di Alan Silvestri, che ha curato la colonna sonora. Interessante (ed educativo) Mark Rylance nei panni di Halliday, che per Spielberg già diede il volto e un’anima al Grande Gigante Gentile.
Un film buono, di grande impatto visivo, che ripropone tutto il pathos delle opere più viste e amate dal pubblico; un omaggio agli amici di Spielberg che ricostruirono Hollywood negli anni ’70, regalandoci un nuovo cinema per sognare.
Dubito che segnerà un nuovo punto di inizio della cinematografia di genere, ma credo ne riassuma i contenuti in maniera spettacolare. Sconsigliato solo a chi non vuol sentir parlare di realtà virtuale, internet e computer (alcune sequenze potrebbero esser fatali).

Asterix451

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Di Angie (del 09/04/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 271 volte)
Titolo originale
Beata ignoranza
Produzione
Italia 2017
Regia
Massimiliano Bruno
Interpreti
Marco Giallini, Alessandro Gassman, Valeria Bilello, Carolina Crescentini,
Durata
102 Minuti

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassman) due professori di liceo si conoscono da una vita, ma non si vedono da 25 anni. A dividerli è stato l'amore per la stessa donna, Marianna (Carolina Crescentini), e la nascita di una figlia, Nina (interpretata da Teresa Romagnoli). Ora si sono ritrovati ad insegnare nello stesso liceo e nella stessa classe: uno insegna italiano e l'altro matematica. Sono molto diversi tra loro e si detestano per il modo di gestire il rapporto con le alte tecnologie.
Il primo Ernesto, è austero e tradizionalista, orgogliosamente refrattario all'uso della rete. Il secondo, Filippo, è invece un allegro progressista, perennemente connesso al Web, vive di selfie, seduttore seriale di colleghe e studenti che adorano la sua spensieratezza. Ma la giovane Nina figlia di entrambi, padre Filippo e padre biologico di Ernesto, coinvolgerà i due amici-nemici in un esperimento: Filippo dovrà uscire dalla Rete ed Ernesto entrarci. Quando i ruoli vengono scambiati i due capiranno che c'è del buono in entrambi i modi di vivere e, che per affrontare la vita e rimanere a passo con i tempi è bene trovare un equilibrio tra le due realtà: la cultura e la rete.
Il regista Massimiliano Bruno, con questo romanzo di formazione di due uomini alle prese con le proprie responsabilità di padri ed educatori al tempo dei social network porta sullo schermo il suo quinto film: “Beata Ignoranza”. Una commedia con protagonisti due grandi attori, Alessandro Gassman e Marco Giallini che hanno già lavorato insieme nel film “Se Dio vuole” (2015) di Eduardo Falcone. Il film ha ottenuto 3 candidature ai Nastri D'Argento per il miglior soggetto e attore protagonista (Gassman e Giallini) La commedia racconta le vicende di due nemici-amici insegnanti di liceo che si sfidano su una problematica attualissima: è giusto o no questa dipendenza dai social network?
E noi come siamo come Giallini o come Gassman? Comunque siamo, il film ci porta a farci guardare allo specchio senza troppe pretese, rimorsi o rimpianti. Che dire? L’ho trovata una pellicola divertente con protagonisti molto simpatici, nel raccontare una storia mescolata con dosi di sentimento e qualche sorriso intrattenendo lo spettatore in maniera gradevole, senza appesantire di troppa retorica. Inoltre, anche se può sembrare un filmetto da poco conto, se si analizza bene la trama affronta temi abbastanza interessanti con spunti di riflessioni come: il significato di amicizia e il concetto di padre e il suo ruolo.
In conclusione se volete trascorrere due ore spensierate è il film ideale per voi giovani e adulti.

Angie

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Di Miryam (del 26/03/2018 @ 05:00:00, in libri, linkato 195 volte)
Titolo originale
 
Autore
Saul Black
Traduzione
T. Biancardi
Editore
Mondadori
Prima edizione
2016

Nelle sperdute montagne del Colorado, in una villetta isolata, troviamo una giovane donna che sta preparando dei biscotti per l’ormai vicino Natale.
Al piano di sopra, c’è il figlio adolescente di tredici anni che sta ascoltando musica con le cuffiette all’orecchie e nel sottostante giardino, la figlia più piccola Nell che sta giocando tranquilla nella neve. Ad un certo punto, Rowena Cooper, questo è il nome della donna, si rende conto di quanto sia sempre stata incosciente a lasciare la porta di casa non chiusa a chiave, troppo tardi, due uomini armati di fucile e coltello irrompono nella villetta. Alla giovane mamma altro non resta da fare che urlare alla figlioletta di scappare più velocemente possibile.
Nel giro di poco tempo, Rowena e suo figlio, moriranno torturati in modo spietato e macabro dagli assassini.
Nell invece si troverà a vagare sola nelle montagne innevate del Colorado riuscendo però a far perdere le sue tracce ai due serial killer, perché ormai è di questo che si tratta. Qui entra in scena la detective Valerie Hart che con la sua squadra di agenti dell’FBI, sta già indagando su questi due assassini, infatti i due, che da subito l’autore ci ha fatto conoscere i nomi, Xander King e Paulie, hanno già all’attivo sette omicidi, sette giovani donne, sequestrate, stuprate e barbaramente uccise in città diverse, trasportate poi in altri stati.
Questa coppia seriale ha un modus operandi stravagante che lì per lì non sembra avere una logica. Nei corpi delle vittime inserisce strani oggetti, forchette, volantini, seminando terrore e panico in gran parte degli Stati Uniti. Ben presto Valerie giungerà ad una svolta delle indagini dove la piccola Nell, sperduta ancora nelle montagne, le sarà di grande aiuto.
La Lezione” è il primo romanzo pubblicato in Italia di Saul Black, pseudonimo di Glen Duncan che con il romanzo “Lucifero” nel 2002 incominciò a farsi conoscere proseguendo poi nel 2011 con “L’Ultimo Lupo Mannaro”.
In questo thriller prevale molto l’originabilità del doppio serial killer, anche se uno fa da spalla all’altro, solo leggendolo si capirà il perché. Un romanzo con molte critiche positive, scritto con un ritmo assai incalzante che tiene il lettore con il fiato sospeso fino alla fine, inoltre vengono ben descritte le personalità dei due assassini alquanto diversi tra loro, ognuno con un passato di abusi.
Solo una cosa non mi è molto piaciuta e mi ha lasciato perplessa, ho trovato messa da parte la fuga della bambina, ma soprattutto il suo ritrovamento senza approfondire il legame con la mamma e il fratello. Diciamo che l’autore è stato un po’ “frettoloso”su questa parte del libro che andava, a parer mio, più approfondita.
Comunque, piacevole da leggere e per gli amanti del genere ne consiglio logicamente come sempre un’occhiata!!

Miryam

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Di Namor (del 19/03/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 334 volte)
Titolo originale
Aus dem Nichts
Produzione
Germania, Francia 2017.
Regia
Fatih Akin
Interpreti
Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Samia Muriel Chancrin, Numan Acar.
Durata
100 Minuti

La morte del marito Nuri e del figlioletto Rocco, dovuto ad un attentato di matrice terroristica stravolge per sempre la vita di Katja (Diane Kruger) che non si da pace per l’accaduto.
I colpevoli dell’infame gesto sono una coppia formata da marito e moglie affiliati ad un gruppo terroristico germanico denominato NSU (Nationalsolzialistichster Untergrund). Messi sotto processo i due spalleggiati dai commilitoni e da un avvocato palesemente simpatizzante alla loro causa, se la cavano con una piena assoluzione per mancanza di prove schiaccianti.
Katja dopo l’ennesimo dolore per la loro liberazione, decisa ad aver giustizia si mette sulle tracce della coppia che ben presto scova rifugiata in un’altra nazione convinti di averla fatta franca. Ma il corso della giustizia privata è ormai ben avviato dalla caparbietà di Katja che vuole vendetta.
Oltre la notte” diretto dal regista tedesco di origini turche Fatih Akin ispirato ai tragici fatti di cronaca terroristica avvenuti in Germania, mette in scena un buon film che gli vale il Golden Globe come miglior film straniero. Gran parte di tale premio va sicuramente riconosciuto alla bravissima Diane Kruger, che con una prova di alta recitazione premiata al Festival di Cannes come miglior attrice protagonista eleva il film oltre il voto della piena sufficienza.
Non vi nascondo che la mia scelta di vedere questo film è dovuto proprio alla presenza della Kruger, attrice da me molto apprezzata dopo averla vista recitare nella serie The Bridge.
Film non adatto a chi ama l’azione ma per chi predilige recitazione da nomination.

 Namor

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Di Asterix451 (del 12/03/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 290 volte)
Titolo originale
The 15:17 to Paris
Produzione
USa 2018
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Anthony Sadler, Alek Skarlatos, Spencer Stone, Jenna Fischer, Judy Greer.
Durata
94 Minuti

Francia, 2015.
Sul treno diretto a Parigi viaggiano 554 passeggeri. Uno di essi è un marocchino di 26 anni armato con fucile d’assalto, una pistola e una molotov: la sua intenzione è quella di attraversare il treno bersagliando i passeggeri in nome della Jihad, ma il destino (almeno questa volta) l’ha pensata diversamente…
Spencer, Alek ed Anthony sono amici dai tempi dell’infanzia. Teste calde, forse, a causa di situazioni familiari complicate, ma animati da una grande morale: fanno quello che possono, insieme, per sopravvivere al bullismo e a un sistema cieco ai reali bisogni dei ragazzi; d’altra parte, non è una novità della loro generazione. Nel delicato equilibrio della società americana tutto ciò fa sorgere il bisogno di imparare a combattere che, talvolta, conduce a un bene superiore.
Dalle battaglie con armi “soft air” che i tre organizzavano nel boschetto dietro casa, divenuti grandi in un clima di minaccia terroristica sempre più accesa, Spencer ed Alek decidono di arruolarsi mentre Anthony decide di proseguire gli studi: tre strade diverse che, per fortuna, non compromettono la loro amicizia; infatti, proprio per ritrovarsi, decidono di organizzare un viaggio in Europa. Un viaggio che, attraverso una concomitanza di coincidenze fortuite, li condurrà sul treno delle 15:17 diretto a Parigi.
Dopo “American Sniper” e “Sully”, Clint Eastwood torna al cinema con una storia vera di eroismo americano, come spesso è accaduto nella sua storia di cineasta: appassionato di storie vere, sa come raccontarle per appassionare il pubblico. Più volte ha osservato i personaggi della sua America che rappresentavano temi a lui cari (la musica, la politica, il west, lo sport e, oggi, l’eroismo), raccontando le loro storie in un film. Qualcuno lo accusa di propaganda, ma l’intelligenza, l’esperienza di vita e il coraggio di esprimersi prevalgono sempre (basti notare le differenze minime tra il libro e il film di “American Sniper”).
“Attacco al treno” è molto diverso dal teaser trailer: la maggior parte della trama si dedica a Spencer Stone, infermiere dell’esercito americano, ad Alek Skarlatos, fuciliere dei Marine, ed Anthony Sadler da quando erano ragazzi al loro viaggio in treno. Le loro storie fino all’attentato erano già state raccolte dallo scrittore Jeffrey Stern nel libro che Clint ha utilizzato come soggetto, chiamando a recitare i ragazzi nella trasposizione cinematografica. Oltre al coraggio in una situazione di crisi reale, premiato con una medaglia dello Stato francese, i tre ci sanno fare anche di fronte alla macchina da presa: sono perfetti per il cinema minimalista di Eastwood che, nonostante l’età, è ancora forte e impeccabile. La sequenza dell’attacco al treno è breve, introdotta poco a poco con brevi clip, fino a quando la narrazione in flashback “aggancia” quella del convoglio: la colluttazione è realistica, Clint ci mette la telecamera che serve ma lascia fare ai ragazzi, come fecero. Il destino ci mise la mano, e si salvarono tutti.
Il Maestro del cinema americano, forse l’unico degno erede di Sergio Leone, ha lasciato il cuore in Italia. In “Attacco al treno” ci torna volentieri insieme a Spencer, per ripercorrere parte del suo viaggio: una rappresentazione attraverso gli occhi di un americano, forse, dal quale trapela tutto il rispetto e l’affetto che quel vecchio pistolero conserva per il nostro paese.
Per me è promosso, cercando di essere imparziale (ma Clint è Clint). Gli amanti dello “sparatutto” lo troveranno lento, forse, e “sparapoco”, ma tutti gli altri apprezzeranno una storia intensa di persone che, in un momento di crisi, non sono rimaste a guardare.

Asterix451

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Di Angie (del 14/02/2018 @ 05:00:00, in libri, linkato 288 volte)
Titolo originale
 
Autore
Angela Marsons
Editore
Newton Compton Editori
Prima edizione
2017

Il romanzo inizia con un prologo ambientato nel 2004 nella regione inglese della Black Country. Cinque persone si trovano intorno ad una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura ad un cadavere. Si tratta di una piccola buca: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. Il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzeranno la regione di Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidata alla detective Kim Stone, che è la protagonista di tutta la storia. Una donna con grinta dalla personalità e carattere forte che riesce a tenere testa a tutti gli uomini che si trova davanti. Ma sotto questa sua corazza apparentemente impenetrabile nasconde anch'essa un'anima tormentata da un passato per nulla semplice.
Durante il corso delle indagini vengono alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto prima. La detective Kim intuisce che le radici del male vanno cercate nel passato e per fermare il Killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali che, ha tenuto rinchiuso troppo a lungo....
Che dire di questo thriller d'esordio di Angela Marsons già scrittrice di racconti? Io che sono amante di questo genere, per me questo thriller “Urla nel Silenzio” (titolo originale “Silent Scream”) mi è piaciuto tantissimo. Devo dire che come ho iniziato ad avventurarmi tra le sue pagine non sono riuscita più a staccarmene fino a lettura ultimata. Trama avvincente, dal ritmo serrato che conquista il lettore fin dalle prime pagina. Personaggi di spessore, analizzati a dovere sia a livello psicologico che caratteriale. Giusta dose di mistero e suspense e, soprattutto il dubbio che ronza nella testa del lettore dall'inizio alla fine per intuire chi è l'assassino. Perché spesso volentieri quando leggiamo dopo un quarto di libro si inizia già ad intuire chi è il colpevole, invece qui non è così.
L’autrice, infatti, è stata in grado di tenere il lettore sulle spine fino alla fine. E non solo: oltre alla bravura della Marsons di non lasciare trapelare nulla, alla fine c'è un'ulteriore sorpresa per il lettore, un inaspettato colpo di scena.... L'ho trovata una lettura scorrevole che ha stupito fin dalle prime pagine, dal ritmo incalzante. Belli i personaggi, soprattutto fantastica (a mio parere) la detective Kim Stone aggressiva, tenace e tosta! Infine amo i capitoli brevi e questo mi ha soddisfatto in pieno! Come esordio è stato ben riuscito! Lo consiglio a chi piace questo genere.

Angie

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Di Asterix451 (del 28/12/2017 @ 05:00:00, in cinema, linkato 356 volte)
Titolo originale
Blade Runner 2049
Produzione
USA 2017
Regia
Denis Villeneuve
Interpreti
Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright
Durata
152 Minuti

Los Angeles, 2049.
L’agente “K” (Ryan Gosling) è un replicante addetto al ritiro di “lavori in pelle” difettosi: anche l’unità speciale “Blade Runner” si è evoluta, e ora sfrutta le macchine per eliminare quelle che tentano di ribellarsi all’uomo; spesso si tratta di androidi vecchio modello, schiavi mai riscattati che sperano solo di esser dimenticati.
Sapper Morton (Dave Bautista) è uno di questi, un ex medico militare che ora alleva vermi in una fattoria. Quando “K” lo rintraccia per ritirarlo, Sapper si difende animato da una consapevolezza dell’esistenza che turba il poliziotto. Ancora di più, il ritrovamento di una scatola sepolta sotto un vecchio albero di fronte alla casa: all’interno, lo scheletro artificiale di un replicante “Nexus” femmina che, senza dubbio, ha partorito.
Si tratta di un evento senza precedenti, in grado di alterare il delicato equilibrio tra gli uomini e i replicanti in schiavitù: il Tenente Joshi (Robin Wright) lo intuisce e, di sua iniziativa, ordina a “K” di individuare il bambino nato dalla replicante, ovunque sia, ed eliminarlo senza lasciare traccia. In segreto.
“K” comincia dagli archivi della Wallace Industries, attuale leader nella produzione di replicanti, che potrebbe avere le schede tecniche dei vecchi modelli “Nexus” partendo dal numero di serie. La singolare ricerca attira l’attenzione del magnate Niander Wallace (Jared Leto) che, grazie alle sue conoscenze, viene a sapere del replicante “nato” e non “creato”: una prospettiva ghiotta, la procreazione, che taglierebbe drasticamente i costi di produzione degli androidi, aumentandola esponenzialmente. Il modo migliore è favorire le indagini di “K” a sua insaputa, ordinando alla replicante Luv (Sylvia Hoeks) di occuparsene: dovrà dargli il massimo supporto e poi, quando l’avrà trovato, prendersi il bambino.
Trentacinque anni dopo l’uscita di “Blade Runner” di Ridley Scott, tocca al pluri-premiato regista canadese Dennis Villeneuve (“La donna che canta”, “Sicario”, “Arrival”) portare in scena il sequel del film che contribuì ad aprire una nuova epoca del genere di fantascienza, nonostante la riluttanza con cui venne accolto all’epoca e le divergenze di opinione su aspetti importanti della trama dei soggetti che la interpretarono: è bene ricordarlo, perché “Blade Runner 2049” sembra finalmente aver messo tutti d’accordo. Infatti, il “making of” della prima trasposizione cinematografica del (forse) meno noto racconto di Philip K. Dick “Gli androidi sognano pecore elettriche” è avvincente quanto il film stesso: dalla primissima sceneggiatura alla scelta del protagonista Harrison Ford, passando per la voce fuoricampo, il lieto fine, la vera natura di Deckard e gli attriti tra i soggetti chiave, sono questioni che hanno portato alla realizzazione di ben sette (!) versioni; le polemiche continuano, ma tutti concordano che “Blade Runner” sia un capolavoro.
Partendo da un livello così pregiato di cinematografia, il rischio di snaturare la natura del film o scadere nella banalità era alto . Per questo Ridley Scott ha rimesso mano al progetto cercando di mantenere molti elementi della squadra originale, inclusa la presenza di Harrison Ford nei panni di Deckard, ambientando il sequel 20 anni dopo il primo film e riprendendo in maniera fedele tutte le tematiche rimaste in sospeso per svilupparne delle nuove: il risultato è un film immenso, di grande impatto scenografico, nel quale non si avvertono “scalini” rispetto al precedente; nella stessa atmosfera si sviluppa la tematica sulla coscienza dell’essere vivente (non solo umano) e l’importanza che le esperienze vissute rappresentano nello sviluppo di un individuo, anche attraverso i ricordi, che diventano fondamentali. Harrison Ford ritrova il vigore e il carisma nella recitazione che lo ha portato al successo, mentre il poliziotto replicante di Ryan Gosling incarna benissimo l’idea di una macchina cosciente che tenta di risolvere i paradossi della sua natura, per trovare coerenza. C’è molta bellezza e cura, mentre la fotografia e la scenografia digitale sono impressionanti: il film è lungo perché contemplativo, come viaggiare e guardarsi attorno, semplicemente. E come il primo “Blade Runner”, non è un film per tutti.
Villeneuve ha realizzato un film lungo, con i giusti ritmi, ricco di idee e di riflessioni sulla natura dell’uomo e le sue contraddizioni, evidenziate dal confronto con macchine che sono costruite per essere “più umane dell’umano”. Bravissimi gli attori, belle le protagoniste femminili Silvia Hoeks e Ana de Armas: grazie a loro, tutto riconduce agli istinti che si annidano nelle pieghe più profonde della coscienza, dove nascono le emozioni. Eleganza, amore, erotismo amplificano il desiderio brutale di “essere”, considerati e amati prima di tutto, pronti a sacrificarsi nella pienezza di questa esperienza che si chiama “vita”: questo è “Blade Runner 2049”.
Imperdibile per i fan e per tutti quelli che pretendono qualità ed eccellenza da un film, per ricchezza di contenuti e impegno.

Asterix451

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Di Angie (del 09/12/2017 @ 05:00:00, in libri, linkato 449 volte)
Titolo originale
 
Autore
Autrice anonima
Traduzione
G. Lonza
Editore
Piemme
Prima edizione
2005

Questa è una storia vera. Vera così come la ricordo dice l'autrice anonima: una giovane ebrea-irachena costretta a nascondere la propria identità che racconta dei suoi familiari oppressi, torturati e uccisi dal regime di Baghdad di Saddam Hussein. Fuggita in Iran poi in Israele, sposata con figli emigra negli Stati Uniti. E qui inizia per lei una vera e propria personale battaglia contro l'estremismo islamico. “Hanno distrutto la mia famiglia. Ora la mia missione è scovarli. Ovunque si nascondano”.
Grazie alla sua conoscenza dell'arabo e del mondo islamico, riesce ad infiltrarsi nei gruppi fondamentalisti islamici attivi in America. Diventa così la “Cacciatrice di Terroristi” (Titolo del libro) e riesce a contribuire a più di una cattura di pericolosi estremisti. Una giovane con grandi capacità investigative e l’FBI e la CIA hanno sottovalutato le sue informazioni. L’autrice, infatti, considera soprattutto l'FBI una struttura costosa ed inefficiente che non ha saputo cogliere i preoccupanti segnali che precedettero l'attacco dell'11 settembre 2001. L'inizio della mia lettura, devo dire, che subito ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte ad una storia romanzata, di argomenti già noti sulla persecuzione di ebrei, più che riguardante il terrorismo internazionale. Ma mano a mano che procedevo nella lettura mi accorsi che non è più un racconto biografico. Il libro diventa quasi un atto d'accusa contro l'inefficienza, l'arroganza e lo spreco di risorse dell'FBI. A questo punto la lettura si fa più interessante: la storia di questa giovane donna, la cui vita che fin dall'infanzia fu segnata da quel mondo di terrore, ora si ritrova in prima linea a scovare i terroristi. “La Cacciatrice di Terroristi” è un bestseller internazionale pubblicato in molte nazioni: Usa, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Israele, Giappone e molte altre. Non è come il titolo potrebbe far supporre un thriller mozzafiato con appostamenti, sparatorie o inseguimenti. Niente di tutto ciò. Ma bensì è un dettagliato resoconto di giorni e notti, per settimane, per mesi, per anni passati a un tavolo e a un computer a fare ricerche d'archivio. Per questo motivo la lettura a tratti potrebbe risultare un po' pesante e noiosa, ma tranquilli cari lettori, è sempre emozionante e coinvolgente che si continua immersi nella lettura senza fatica fino alla fine. Ancora oggi questa autrice anonima è un importante esperta di terrorismo e vive sotto copertura. Grazie al suo lavoro da infiltrata ha consentito di individuare alcune cellule di terroristi islamici che per anni hanno prosperato in Occidente. Le sue indagini hanno permesso anche, di interrompere finanziamenti occulti alla rete del fondamentalismo estremista e reso possibile una delle grandi operazioni antiterrorismo. Spesso mi domando, dice l'autrice, perché non posso fare una vita normale? Tranquilla, divertirmi come fanno tutti? Invece di cacciarmi sempre nei guai?
Chi ha occasione di avere sotto le mani questo libro e ha curiosità di sapere sul terrorismo vi consiglio di immergervi in questa lettura di 430 pagine molto interessanti.

Angie

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Di Miryam (del 20/11/2017 @ 05:00:00, in libri, linkato 411 volte)
Titolo originale
A Place Called Freedom
Autore
Ken Follet
Editore
Mondadori
Prima edizione
1995

Non è mia abitudine leggere un libro due volte, anzi credo di non averlo mai fatto…eccetto questa volta. Sono passati circa tredici anni, sinceramente non ricordo esattamente da quando ho letto un meraviglioso romanzo di Ken Follett “Un luogo chiamato libertà”.
Tempo fa curiosando nella libreria di un mia amica, mi cadde l’occhio su questo libro, nel giro di pochi minuti mi trovai a sfogliare e a leggere la sinossi giusto per farmi tornare a mente i nomi dei personaggi, invece… me lo sono fatto prestare e già in serata ne avevo letto una trentina di pagine. Pian piano i ricordi della trama si affacciarono nella mia mente, ma nonostante me lo ricordassi, ho proseguito nella lettura sempre affascinante che adesso vi racconterò.
Il libro, ambientato nel 1700, tratta un’epoca di grandi cambiamenti, della rivoluzione industriale alle porte, delle colonie americane in procinto di proclamare l’indipendenza. In questo contesto piuttosto drammatico, spicca la storia di un giovane ventenne scozzese, Mack Mc Ash, un minatore schiavo piuttosto ribelle che lotta per la sua libertà. Questo giovane rivoluzionario, lavora presso la potente famiglia Jamisson, famiglia senza scrupoli che fa lavorare i suoi schiavi in condizioni disumane. Nessuno osa ribellarsi, anche perché scontrarsi con i ricchi proprietari non porterebbe nessun miglioramento, ma non per il giovane Mc Ash il quale in modo alquanto arrogante tiene testa a Sir Jamisson. Persino la giovane Lizzie Hallem, proprietaria terriera di una famiglia aristocratica,che una volta era sua compagna d’infanzia, si indigna al comportamento ingrato di Mack, ma quando quest’ultimo la invita a scendere in miniera x vedere la situazione, anche lei si ribella alle ingiustizie e così tra i due torna quell’amicizia complice che pian piano diventa un’attrazione inconscia che tra viaggi, intrighi, peripezie ed enormi ostacoli sfocia nell’amore.
Non ho voluto inoltrarmi nei dettagli della storia perché non è molto facile seguire tutti gli spostamenti del giovane scozzese e per non svelare anche degli aneddoti divertenti, La trama comunque è molto avvincente, seguire questo schiavo nella sua impresa con l’unico scopo di raggiungere il suo sogno di uomo libero, tiene con il fiato sospeso il lettore.
È un romanzo molto piacevole da leggere, dove avidità, ambizione, amore, indipendenza e potere si mescolano fino ad ottenere una storia appassionante che invito tutti a leggere se non l’avete ancora fatto.

Miryam

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Di #LouiseElle
Anche questo titolo ...
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Di Namor




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