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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Jotaro (del 30/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 987 volte)
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Titolo originale
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Alien autopsy
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Produzione
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USA 2006
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Regia
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Jonny Campbell
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Interpreti
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Declan Donnelly, Ant McPartlin, Bill Pullman, Harry Dean Stanton
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Durata
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100 minuti
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Nel 1995 Ray Santilli vende su scala mondiale a diverse emittenti televisive un filmato che mostra al mondo intero, in più di 30 diversi paesi e a milioni di telespettatori, le famosa conseguenze dell’Ufo-Crash di Roswell: l'autopsia di un essere umanoide morto, dotato di sei dita e di una strana membrana oculare nera. Tutto il Mondo assiste così stupito ed incredulo a questo shockante filmato. Molti gli scettici e gli esperti che ancora oggi storcono il naso, altrettanti sono però i sostenitori e gli ufo-maniaci che rimangono affascinati da quelle misteriose ed inquietanti immagini, scatendando in quell’anno una vera e propria voglia di fenomeni extraterresti. Oggi nel 2006 Ray Santilli promuove un film che racconta la storia vera di quei fatti, affermando al mondo intero che si tratta di una bufala anche se non è proprio così, ma andiamo con ordine. Il film si apre con il mitico Bill Pullman (Independence Day, Balle Spaziali ecc..) che interpreta quello che dovrebbe essere il 'Michael Moore' della vicenda. Egli si incontra con Santilli e Gary Schoefield e, dopo aver firmato un contratto di riservatezza, Pullman inizia divertito a sentire l'incredibile storia dei 2 ragazzi che per fare qualche soldo si ritrovano coinvolti in situazioni più grandi di loro. Fortunatamente riescono sempre a cavarsela per il rotto della cuffia e grazie ad un giro di menzogne spudorate per vari talk-show intascano anche dei bei soldi insieme ai loro compagni di truffa. Geniale la comicità inglese presente nel film e le scene che illustrano com'è stata girata l'autopsia e il perchè, imperdibile l'amico vestito da medico mentre mangia un biscotto da sotto la maschera (molti appassionati credevano fosse lui il presidente Truman citato e mai visto nel video shock..). Non voglio dirvi di più sulla pellicola per non rovinarvi la storia che ruota intorno al filmato originale e il perchè del “rifacimento”. Il film è molto spassoso, lo consiglio a tutti e soprattutto a chi vuole passare una serata tra amici e farsi 2 sane risate.Guardatelo e tutto vi sarà più chiaro.
Jotaro
Di slovo (del 29/09/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 923 volte)
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Artista
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Chris Squire
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Titolo
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Fish Out Of Water
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Anno
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1975
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Label
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Atlantic
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Ripassiamo un po’ di storia, se siete d’accordo. Dopo aver pubblicato 7 album in appena 5 anni (dal ’69 al ‘74), dopo aver delineato i capisaldi del rock-sinfonico e averli poi estremizzati, realizzando nel mentre alcuni capolavori assoluti, gli Yes si concessero una pausa di riflessione. Nel periodo che fece da intorno al termine di questo eccezionale quinquennio creativo, ogni singolo membro appartenente alla ‘famiglia Yes’ pubblicò un album da solista. Sebbene la forza di questo supergruppo sia sempre stata una favorevole sinergia fra musicisti di una rosa che spaziava dal virtuoso al genio, ce n’è uno che per più di una ragione si può considerare, se non proprio l’anima, certamente il minimo comune multiplo della band. Membro fondatore, è strato l’unico a resistere ai molteplici cambi di line-up che si sono susseguiti tra le file del gruppo in più di 35 anni: sto parlando del bassista/corista Chris Squire. Per il suo primo e ad oggi unico album solista (anche se non l’unico progetto parallelo) il talentuoso musicista raccolse attorno a sè un ensemble di tutto rispetto tra cui Bill Bruford alla batteria, Patrick Moraz ai sintetizzatori (entrambi già membri degli Yes) e Mel Collins (ex-King Crimson) al sax. Basso e tastiere sono gli strumenti scelti per emergere dal mix, ma ogni pronostico di imbattersi in un clone del modello Emerson,Lake&Palmer si infrange contro la proposta di Squire che, a parte suonare 'molto yes’ - e non potrebbe essere altrimenti dati gli artisti coinvolti, si distingue come qualcosa che non riesco a definire diversamente da, mi si perdoni la tautologia, ‘la musica di Chris Squire’. Una trascinante linea di basso conduce il brano d’apertura, Squire mette subito sul piatto le sue ottime doti vocali: è solo l’aver diviso il palco con l’angelico Jon Anderson che gli ha sempre precluso un giusto riconoscimento come cantante. Senza soluzione di continuità, “hold out your hand” si tramuta nella ballata “you by my side” che racchiude come le valve di un’ostrica un romanticissimo intervento del flauto. “Silently Falling” sfrutta gli 11 minuti della sua durata per ricalcare una struttura simmetrica rispetto al centro: una intro delicata e dal vago sapore pastorale introduce il brano, poi lentamente, impercettibilmente, la musica si fa sempre più incalzante fino a giungere al serrato e frenetico nucleo, trainato da una ritmica che lascia senza fiato... poi, scaricata la tensione, il tono torna improvvisamente ai livelli iniziali per deaffaticare in un lungo finale elegantemente orchestrato. Il tema che si ripete a oltranza per tutta la durata di “Lucky Seven” costituisce una solida base su cui il sax può percorrere complicate evoluzioni. A chiudere, “Safe”, strumentale per la sua quasi interezza: quindici minuti per consumare il matrimonio tra il basso e la mini orchestra che Squire ha allestito per la registrazione del disco e da cui trae ogni possibile vantaggio. È bravo Chris Squire... sicuramente esistono bassisti più tecnici, ma lui ha gusto, oltre che talento: pur essendo perfettamente in grado di eseguire parti molto complesse, sa bene quando è il caso di marcare una battuta con una singola nota, piena ed enfatica, oppure accompagnare un passaggio con una semplice quanto efficace scala ascendente, usando esattamente le note che servono, non una di più, non una di meno. Se avete amato il periodo settantiano degli Yes non potete perdervi “Fish out of Water”, che di tutti gli sforzi solistici compiuti dai membri del grande gruppo inglese, rappresenta il meglio riuscito.
slovo
Di Namor (del 28/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1003 volte)
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Titolo originale
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Gilda
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Produzione
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USA 1946
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Regia
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Charles Vidor
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Interpreti
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Rita Hayworth, Glenn Ford
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Durata
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110 minuti
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Il 31 agosto 2006 si è spenta una delle ultime stelle della vecchia Hollywood, l’attore canadese Glenn Ford, nato nel Quebec il 1916 con il nome di Gwylllyn Samuel Newton Ford, e trasferitosi all’età di otto anni nella California del Sud con la famiglia. Il giovane Ford fu subito attratto dal mondo dello spettacolo, da studente iniziò a recitare al liceo di Santa Monica ed il suo primo impiego fu proprio all’interno di una sala cinematografica di seconda categoria, in qualità di operatore alle luci. Il suo sogno di diventare attore si realizzò negli anni 30, mentre muoveva i suoi primi passi in teatro, venne notato e scritturato da Harry Cohn capo e fondatore della Columbia Pictures, il quale lo fece debuttare nel film “Heaven with a Barbed Wire Fence”, di R. Cortez. Nei successivi 53 anni di carriera lavorò in quasi 100 film, attore infaticabile, noto per la sua attitudine a recitare in più set contemporaneamente, nel 1940 girò ben cinque film in 12 mesi! Due anni dopo con l’avvento della seconda guerra mondiale, la sua carriera subì un breve stop, partì come volontario nella marina statunitense, esperienza che lo forgiò per i suoi molteplici ruoli in pellicole di guerra. La consacrazione arrivò nel 1946, finito il conflitto torna negli studio della sua casa cinematografica per iniziare le riprese di “Gilda” accanto alla allora sconosciuta Rita Hayworth. Il successo di “Gilda” lo si deve soprattutto alla straordinaria performance della Hayworth, dotata di una incredibile carica sessuale fatta di movenze feline, che resero il personaggio di Gilda la donna più desiderata di quel periodo. Basti ricordarsela vestita in un abito da sera che a malapena riusciva a contenere le sue incredibili forme in una delle sue esibizioni canore più sensuali, mentre cantava e ballava “Amado Mio”. Chi ha visto “Gilda”, si ricorderà certamente la scena più famosa di tutto il film, quella in cui Johnny molla un sonoro schiaffo sul viso di Gilda, ma non tutti sanno che ad avere la peggio ironia della sorte fu proprio Glenn Ford, durante un’altra scena carica di odio-amore dei due protagonisti, che vide questa volta Gilda schiaffeggiare Johnny, la violenza di Rita Hayworth fu tale che due denti di Glenn Ford si spezzarono. L’attore riuscì a controllarsi e a finire comunque la scena! Prima di salutarvi ed augurarvi una buona visione, vi do solo un accenno della trama, per non togliervi il piacere di scoprire da voi l’evolversi della vicenda di questo bellissimo cult movie. Ambientato in un’Argentina del dopoguerra, Ballin Mudson (George Macready) proprietario di una casa da gioco, salva da un tentativo di rapina il giocatore d’azzardo Johnny Farrell, (Glenn Ford), tra i due nasce un rapporto di stima reciproca che porta Johnny a diventare il suo braccio destro. Tutto fila liscio fino al giorno in cui Mudson, torna da un viaggio e, fresco sposo della sensuale Gilda (Rita Hayworth)……….
Namor
Di Darth (del 27/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 678 volte)
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Titolo originale
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Find Me Guilty
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Produzione
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Germania - USA 2006
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Regia
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Sidney Lumet
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Interpreti
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Vin Diesel, Peter Dinklage, Linus Roache, Alex Rocco, Ron Silver, Annabella Sciorra
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Durata
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125 minuti
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Nel 1997 è iniziato il più lungo processo mai realizzato in America: lo stato contro 20 membri del clan della famiglia Lucchese, per 76 capi d’accusa… durò 21 mesi. Tra gl’imputati, vi è il protagonista di questa pellicola, Jackie Dee DiNorscio, interpretato da un irriconoscibile Vin Diesel, che per girare questo film ha dovuto ingrassare di oltre 10kg e nascondere sotto ampie vesti il suo fisico da culturista. DiNorscio, al momento del processo, era già rinchiuso in carcere con una condanna di 30 anni per traffico di stupefacenti; il pubblico ministero cercò più volte di persuaderlo a testimoniare contro i suoi amici in cambio di una riduzione della pena, ma non riuscì mai a convincerlo. Il processo fu infinito: 19 imputati assunsero ognuno un avvocato diverso, il pubblico ministero fece deporre decine di testimoni che vennero controinterrogati dai 19 legali… tutto questo per 76 capi d’accusa. L’unico che non portò legulei in aula fu DiNorscio, anzi, non avendo niente da perdere, scelse di difendersi da se. Esistono due detti che calzano a pennello per la decisione inconsueta di Jackie Dee: “Un avvocato che difende se stesso ha uno stolto per cliente” e “Non fare domande di cui non conosci la risposta che ti verrà data”… ma contrariamente alle previsioni, grazie al suo spiccato umorismo ed ai suoi modi di fare, DiNorscio conquistò le simpatie della giuria. Questa pellicola è “firmata” Sidney Lumet, un capostipite del cinema, colui che 50 anni or sono iniziò la sua carriera con “La parola ai giurati”, un lungometraggio di analoghi contenuti dell’attuale “Prova a incastrarmi”, per poi proseguire con decine di film intramontabili, interpretati dai migliori attori del momento: star del calibro di Henry Fonda (Il fascino del palcoscenico), Sofia Loren (Quel tipo di donna), Marlon Brando (Pelle di serpente), Sean Connery (La collina del disonore - Rapina record a New York – Riflessi in uno specchio scuro – Sono affari di famiglia), Paul Newman (Il verdetto), Richard Gere (Potere) e Al Pacino (Serpico – Quel pomeriggio di un giorno da cani). Il geniale regista, originariamente aveva pensato a Joe Pesci (Mio cugino Vincenzo) per interpretare l’estroverso DiNorscio ma, successivamente, ha preferito affidare il ruolo a Vin Diesel, capendo chissà come, che sotto quelle spoglie da action-movie man, con tanti muscoli e poca espressività, si celava invece un vero artista, capace di tener su praticamente da solo tutto il film. Lumet non è nuovo a queste scoperte, ci aveva già indovinato quando, nel lontano 1965, prese il giovane Sean Connery, conosciuto solo come James Bond, e gli diede il ruolo di protagonista nel film drammatico “La collina del disonore”… viste queste premesse, per Vin Diesel questo potrebbe essere il film più importante della sua carriera. La sceneggiatura del film è stata generata prendendo spunto dalle trascrizioni originali del processo, questo rende l’opera ancor più interessante e assurda per come si evolve. Vi lascio con la battuta di presentazione che DiNorscio proferisce alla giuria e che noi abbiamo perso con la traduzione in italiano: “I’m not gangster, I’m a gagster” (io non sono un gangster, sono un comico). Buona visione a tutti! 
Darth
Di kiriku (del 26/09/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 576 volte)
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Titolo originale
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Salvador Allende
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Produzione
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Belgio / Cile / Francia / Germania / Messico 2004
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Regia
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Patricio Guzmán
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Interpreti
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Salvador Allende, Fidel Castro, Henry Kissinger, Richard Nixon, Augusto Pinochet
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Durata
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100 min
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La telecamera si sofferma su una fascia presidenziale, un portafoglio, un orologio da polso e per finire sulla metà di una montatura di occhiali insanguinata. Sono oggetti appartenuti a Salvador Allende, oggi esposti in un museo a ricordo di uno dei più grandi personaggi della storia contemporanea. È da questi pochi effetti personali rimasti che comincia il documentario di Guzman, un’opera che tenta di portare alla luce eventi storici che molto spesso si perdono nell’oblio di quella memoria collettiva, che la maggior parte delle volte è corta. Devo dire che la mia conoscenza in materia si limitava alla più mera istruzione scolastica, che come al solito non va oltre ad una didascalica formazione. Al contrario questo film è composto da interviste fatte a coloro che hanno vissuto a fianco di Allende e a filmati dell’epoca girati dallo stesso regista. Ecco che scorrono sul video le immagini e le voci degli amici, degli ex militanti dell’Unidad Popular, della segretaria privata e della conosciuta figlia Isabelle. Ma non solo, troviamo anche un’intervista all’allora ambasciatore americano in Cile. Tutte queste informazioni ci permettono di conoscere meglio il contesto sociale in cui si sono svolti gli avvenimenti e mettono sotto la lente di ingrandimento il lato umano di un uomo che ha saputo credere al sogno di un comunismo democratico conquistato attraverso una rivoluzione pacifica che non prevedeva ne armi ne spargimenti di sangue. In verità è stato più di un sogno. Dopo quattro candidature, venti anni di campagna elettorale, nei quali ha attraversato tutto il paese per parlare con la gente, è riuscito a vincere legalmente le elezioni diventando presidente. Avviò un programma di nazionalizzazione delle principali imprese private e delle fonti energetiche, comprese quelle americane, annunciò la sospensione del pagamento del debito estero, modificò la riforma agraria dando le terre ai contadini. In poche parole attuò tutte quelle riforme necessarie per la creazione di una società di impronta socialista. Purtroppo quando si toccano gli interessi economici dell’America non se ne esce mai illesi. La sua presidenza, durata solo tre anni, venne interrotta da un golpe militare guidato da Augusto Pinochet nel quale Allende perse la vita. Questa azione venne appoggiata dagli Stati Uniti, anche economicamente, e determino la fine di un sogno e l’inizio di un periodo di repressione violenta che durò parecchi anni. Questo e tanto altro troviamo in questo documentario che vuol essere un album di ricordi che tenta di non farci dimenticare, perché come ci dimostrano gli avvenimenti della nostra storia recente e come ci dice Guzman stesso: “ Il passato non è passato”. Ciao e buona visione a tutti !!!
Kiriku
Di nilcoxp (del 25/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 742 volte)

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Titolo originale
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Matti da slegare - Nessuno o Tutti
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Produzione
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Italia 1975
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Regia
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Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli.
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Interpreti
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Ricoverati e personale dell’Ospedale psichiatrico di Colorno (Parma)
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Durata
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140 minuti
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Il film/documentario realizzato dai quattro registi ci presenta una serie di casi clinici, estratti dal contesto dell’operazione di risanamento psichiatrico che conduce l’amministrazione provinciale di Parma (va fortemente ricordato per questa battaglia Franco Basaglia). Mai più manicomi lager, sbarre e interventi punitivi. Mai più infermieri che terrorizzano e percuotono (a volte in maniera mortale) i ricoverati. C’è una sintesi molto bella che fa il Morandini e che vi riporto tale e quale:
“…Se si vuole curarli (non guarirli, ma almeno impedire che vengano guastati dai metodi tradizionali) occorre slegarli, liberarli, reinserirli nella comunità. Il film dice che: a) spesso la malattia mentale ha origini sociali, di classe; b) l’irrazionalità degli associali è una risposta all’irrazionalità della società; c) l’assistenza psichiatrica non è soltanto uno strumento di segregazione e di repressione, ma anche di sottogoverno e di potere economico; d) lo psichiatra è formalmente un uomo di scienza, ma in sostanza un tutore dell’ordine come il poliziotto e il carceriere. Il film conta e vale come atto di amore e di rispetto per l’uomo che, anche quando è ‘diverso’ e malato in modo sconvolgente (…) è sempre preso sul serio. La finale festa danzante è un grande momento di cinema”.
Vi segnalo ancora, la bellezza delle immagini dei volti dei protagonisti: sguardi ed espressioni che raccontano allo spettatore la durezza della loro storia di vita. Un esempio quasi perfetto di cinema militante al servizio della comunità. Avrete il coraggio di vederlo?
nilcoxp
Di ninin (del 24/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 645 volte)
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Titolo originale
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Pulse
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Produzione
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USA 2006
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Regia
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Jim Sonzero
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Interpreti
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Kristen Bell, Ian Somerhalder, Christina Milian, Jonathan Tucker, Samm Levine, Rick Gonzalez, Riki Lindhome, Ron Rifkin
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Durata
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90 minuti
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Mamma mia che boiata… mi sono lasciato ingannare dalla firma di Wes Craven della sceneggiatura, che ha alle spalle dei bei lavori da regista, tra i quali “Scream”, ma purtroppo mi sono sbagliato. La storia narra di Josh, un giovane studente universitario, che per hobby si diverte a fare l’hacker. Durante uno dei suoi deliri di onnipotenza informatica, Josh sta inviando virus a destra e a manca, quando uno di questi apre una breccia in una frequenza nascosta e delle oscure presenze ne escono entrando nel nostro mondo. L’oscura forza liberata porta al suicidio o all’ incenerimento di numerose studenti, tra i quali lo stesso Josh, che hanno fatto uso della stessa connessione wireless. Mattie, la fidanzata di Josh, vuole scoprire la causa della sua morte ed insieme a Dexter, che si è impossessato del pc del ragazzo morto, cercheranno di venire a capo di questo mistero. Questo film, ho scoperto che è il remake di un horror giapponese “Kairo-pulse“, datato 2001, che è uscito quest’estate al cinema (sarà stato un successone se hanno già fatto un remake! Mah… ). Questa pellicola, a parte la trama scontatissima, ha anche delle assurdità vergognose… tipo dei computer che si accendono da soli con la domanda inquietante: “vuoi vedere un fantasma?”; lo spettatore occasionale assiste a suicidi in diretta, oppure gli stessi artefici del suicidio guardano persone che li osservano dall’altra parte dello schermo, oppure oscure presenze che si materializzano e, fissando negli occhi il malcapitato, lo portano ad uccidersi o all’autocombustione. Non bastavano videocassette e telefoni killer… ora anche i pc! Che paura… mentre scrivo questa recensione mi sto guardando intorno… non si sa mai! Cosa mai si potranno studiare poi questi baldi giapponesi? Una macchina del caffè espresso che anziché far uscire la bevanda genererà una specie di blob? Una lavatrice che durante il lavaggio si aprirà e risucchierà chi la utilizza al suo interno? (tra l’altro la lavatrice fa tanta paura già in questo film, con un’ectoplasma nascosto all’interno…). Comunque, tornando a Pulse, per proteggersi dall’attacco di queste figure grigie bisogna seguire dei suggerimenti stampati su volantini distribuiti in tutta la città… questi indispensabili consigli di sopravvivenza sono: tenersi in assenza di campo dei cellulari, spegnere i pc (ma se si accendono da soli?...), chiudersi in casa, nascondersi e, udite udite, sigillare la casa fino all’ultimo spiraglio con del nastro adesivo rosso… solo il rosso va bene… con gli altri colori siete morti… (film comunista?!?). Beh, un paio di sussulti sulla poltrona qualcuno li potrà anche fare, ma non aspettatevi grandi cose... a parte le due protagoniste del film: Kristen Bell e la mora Christina Milian Io non vi dico altro, a questo punto ditemi voi…
ninin
Di Andy (del 23/09/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1031 volte)
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Artista
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Mick Jagger
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Titolo
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Goddess in the Doorway
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Anno
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2001
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Ciao a tutti, eccomi qua per il consueto appuntamento mensile che ci porta a parlare della nostra amatissima amica musica. Sto riascoltando “Goddess in the Doorway” un disco solista di qualche anno fa del nostro mitico Mick Jagger, tuttora in forza nei grandi Rolling Stones, ma che ogni tanto si diletta a comporre canzoni da solo discostandosi un po’ dal genere solitamente più schitarrato della sua band. Jagger è una persona attiva, instancabile e con parecchi interessi e queste sue caratteristiche escono più alla luce in questi lavori solisti, dove può spaziare con la sua inossidabile voce su più campi, un po’ più commerciali se vogliamo, ma sempre di ottimo livello. Ma veniamo al disco: la prima canzone ci porta subito nell’atmosfera di questo album fatto di pezzi che scivolano via magnificamente, suonati con grinta e raffinatezza senza mai forzare i suoni; ovviamente Mick si avvale di buoni strumentisti e gli ospiti di rilievo non mancano. Nella seconda traccia c’è Bono Vox degli u2 a duettare con lui.. due grandi voci! “Dancing in the starlight” è bellissima (per me)... ma come canta ancora questo qui a 60 anni?! Poi c’è il signor Lenny Kravitz nel quarto brano (che è il più rock) e nel quale come al solito ha suonato basso, batteria e chitarra. La canzone seguente è una specie di rap con atmosfere sudamericane e anche qui Mick canta veramente alla grande su un arrangiamento molto bello, come in tutti i brani che seguono. Vi segnalo ancora la traccia 10 in cui l’ospite d’onore è Pete Townshend, chitarrista dei Who, ancora molto energico. Questo album si chiude con due belle ballate; sicuramente avrete capito che questo lavoro mi piace molto e vi consiglio di ascoltarlo anche se non è nuovissimo! Non abbiamo parlato dei testi ma come sempre Mick nelle sue canzoni parla sia di amore che di temi politici e sociali. Ok, è tutto… buon ascolto!
Andy
Di slovo (del 22/09/2006 @ 05:00:05, in cinema, linkato 797 volte)
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Titolo originale
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Diarios de Motocicleta
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Produzione
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Argentina/Cile/Perù/USA 2004
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Regia
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Walter Salles
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Interpreti
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Gael García Bernal, Rodrigo De la Serna, Mía Maestro
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Durata
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126 minuti
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Tratto dal celebre libro “Notas de Viaje” (“Latinoamericana” in Italia) di Ernesto Guevara e dal meno noto “Con el Che por Latinoamerica” di Alberto Granado, “I diari della motocicletta” è la ricostruzione in celluloide del viaggio che i due giovani amici cominciarono a Còrdoba il 29 dicembre 1951 a bordo della ‘poderosa’ (una scassatissima Norton del ‘39) e che terminò il 26 luglio dell’anno seguente, dopo aver attraversato gran parte del sudamerica. Questa avventura, inizialmente organizzata per soddisfare una velleità giovanile, finirà per cambiare il giovane Ernesto più di quanto potesse lontanamente immaginare; gli assurdi contrasti e le profonde ingiustizie di cui fu testimone durante gli otto mesi della sua ‘vacanza’ innescarono un processo interiore che trasformò lo studente ventitreenne, un po’ impacciato e ancora candidamente dedito alle passioni tipiche della sua età (il rugby, i viaggi, le ragazze) nell’eroico e leggendario Che Guevara. “Notas de Viaje” non nasce propriamente come romanzo, Guevara lo redasse partendo dagli appunti presi durante il viaggio a cui diede poi la struttura del racconto; presenta quindi le caratteristiche a volte del diario, a volte del resoconto dettagliato. La sceneggiatura (di Jose Rivera) lo segue sulla falsariga: la narrazione delle vicende toccanti, a volte roccambolesche dei protagonisti, si sposta all’occorrenza su registri documentaristici, particolarmente adatti a fotografare quelle situazioni di povertà e opressione, quei soprusi insopportabili a cui erano costrette le popolazioni sudamericane. Lo spettatore deve esserne reso partecipe, deve esserne toccato, secondo l’idea del regista, così come lo furono Ernesto e Alberto. Anche per questo confeziona un ‘road movie’ in cui ambientazioni e ricerca dei fondali sono molto curate, dagli spazi incontaminati dell’Argentina, alle anguste vie della Cordigliera, dalle suggestive rovine di Machu Picchu, agli scorci urbani a cui è stato restituito l’aspetto anni ’50... tutto contribuisce ad uno spostamento virtuale in quei luoghi, ad indurre indignazione e desiderio di rivalsa per la dignità di un paese così bello e così straziato. Accingendomi a recensire questo film confesso di essermi trovato di fronte ad un certo imbarazzo. Diviso tra il timore di essere otremodo indulgente, per via dell’ammirazione reverenziale che provo nei confronti del personaggio principale oppure troppo severo, per la medesima ragione, al minimo sentore che la pellicola non gli rendesse piena giustizia, come si fa in questi casi, ho chiesto alle emozioni... Ciò che era più importante, dato che “non è questo il racconto di gesta impressionanti...” era far percepire la crescente inquietudine del giovane Ernesto, man mano che percorreva chilometri, man mano che si imbatteva nelle tristi realtà che la sua precedente vita benestante gli aveva celato, man mano che germogliava in lui il dovere morale di lottare per ideali più alti. Sono arrivato all’epilogo della storia e sui titoli di coda vengono mostrate delle foto di repertorio, ritraggono il vero Che nelle situazioni appena viste nel film. Tutto ciò è accaduto realmente: le piccole grandi imprese, generose ed altruiste del giovane futuro rivoluzionario argentino, e mentre richiamo mentalmente alcune scene, vengo colto da un sincero senso di commozione. Il film c’è riuscito.
slovo
Di Namor (del 21/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1160 volte)
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Titolo originale
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Wonderland
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Produzione
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USA, Canada 2003
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Regia
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James Cox
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Interpreti
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Val Kilmer, Lisa Kudrow, Kate Bosworth, Dylan McDermott, Christina Applegate, Janeane Garofalo, Paris Hilton
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Durata
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100 minuti
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In un’abitazione di Wonderland Avenue, vengono ritrovate quattro persone percosse a morte e una quinta vittima sopravissuta, tutti orribilmente martoriati con spranghe di ferro. Le pareti e i mobili erano ricoperti del loro sangue, brandelli di materia cerebrale vennero addirittura trovati attaccati al soffitto. Per descrivere la carneficina che si presentò agli occhi degli inquirenti, la polizia di Los Angeles fece uso per la prima volta di una telecamera. Questo fatto di cronaca è realmente accaduto nell’estate del 1981, ma rimane tutt’ora un mistero l’esatta dinamica di quello che successe! Le investigazioni che si svolsero all’epoca dei fatti, portarono alla luce il coinvolgimento di un noto personaggio del cinema, ormai in un misero e sofferto declino per via della sua totale dipendenza dalla droga. L’attore in questione si chiamava John Holmes, leggendaria icona del porno negli anni 70-80, famoso per i suoi 30 cm. di “talento”, che gli valsero l’appellativo di “The King”. Al suo attivo vantava una filmografia di quasi 2.500 film, ed oltre 14.000 donne possedute, ma in realtà il numero fu inferiore ai 3.000, nel 1986 risultò positivo al test dell’’hiv e due anni dopo si spense in un letto d’ospedale all’età di 43 anni. In “Wonderland” non vi è traccia del suo lavoro di porno attore, qui, il dorato mondo dell’hardcore che lo vide il re incontrastato di quegli anni, si é dissolto insieme all’uso sempre più frequente di droghe e valium, portandolo all’inevitabile esilio per la sua totale inefficienza e inaffidabilità, spingendolo in un abisso fatto di furti, spaccio e prostituzione. Ormai il suo crescente bisogno di soldi, era talmente disperato che accettò di girare anche un film porno omosessuale “The Private Pleasures of John C. Holmes”, in cui faceva sesso anale con la star gay Joey Yale, morta poco dopo di aids. Il regista James Cox, é da sempre affascinato dal mistero di Wonderland Avenue, una vera ossessione che lo portò ad esaminare filmati e documenti dell’epoca, nel 2001 riscrisse la sceneggiatura già esistente sulla vita del pornodivo, realizzando un lavoro talmente lucido e appassionato da coinvolgere ed ottenere il prezioso contributo delle uniche donne che Holmes avesse mai amato in vita sua, la prima moglie Sharon e la sua ex fidanzata Dawn, si deve a loro il merito di aver convinto l’attore Val Kilmer, (dopo sei mesi di continui rifiuti al regista) ad accettare lo scomodo ruolo della star a luci rosse, nel suo periodo più sporco ed umiliante! Dopo aver interpretato egregiamente Jim Morrison in “The Doors”, l’inespressivo Val Kilmer ci offre una ulteriore prova della sua capacità in ruoli maledetti!
Namor
Di Darth (del 20/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5562 volte)
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Titolo originale
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Goal! - The dream begins
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Produzione
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USA 2005
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Regia
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Danny Cannon
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Interpreti
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Kuno Becker, Alessandro Nivola, Marcel Iures, Stephen Dillane, Anna Friel, David Beckham, Rafael Benitez, Raul Gonzalez, Patrick Kluivert, Alan Shearer, Zinédine Zidane, Steven Gerrard
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Durata
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118 minuti
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Il sogno di milioni di adolescenti di tutto il globo è diventare un calciatore professionista; a questa utopia si è ispirato il regista Danny Cannon, per dirigere un film di sicuro interesse: “Goal” che, come una bella fiaba, racconta la storia di Santiago Munez, un messicano immigrato clandestinamente negli USA, povero e senza possibilità di futuro, ma con una gran passione per il calcio. Un giorno, infatti, il giovane messicano viene visto giocare da un talent-scout inglese in vacanza, il quale gli promette un provino per entrare nella rosa del Newcastle se si presenterà in Inghilterra. Santiago, nonostante i veti ed i tentativi di dissuasione del padre, ma con l’appoggio economico della nonna, prende l’aereo e vola verso il suo sogno. Come sempre in questa tipologia di film, inizialmente il protagonista non riesce a convincere nessuno, ma poi, grazie alla sua semplicità e generosità, conquista la fiducia tutti: compagni, allenatore e tifosi. Come preannunciato, questo film altro non è che una favola, la favola che tutti i giovani del XXI secolo vorrebbero vivere; la storia, anche se in un contesto differente, è la stessa di sempre, senza colpi di scena od invenzioni particolari. Quello che rende questa pellicola sufficiente sono la regia di Cannon, briosa e ben curata, e l’attore protagonista Kuno Becker in un ruolo che gli calza a pennello. Anche la presenza di star del calcio (Beckham, Zidane, Shearer, Raul, Kluivert, Eriksson ecc…) rende il tutto più realistico, senza peraltro danneggiare il film, dato che non recitano in nessuna parte (nemmeno in loro stessi) ma fanno solo presenza scenica in campo e fuori, senza mai spiccicare più di due parole ciascuno. Per riassumere un film di medio livello, consigliato agli amanti del calcio, per una serata disimpegnata. Una curiosità: visto il successo ottenuto da questo film, hanno già finito di girare “Goal 2”, dove Santiago sarà ceduto al Real Madrid, e stanno girando “Goal 3”, ambientazione: campionati del mondo Germania 2006.
Darth
Di kiriku (del 19/09/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 683 volte)
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Titolo originale
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Free zone
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Produzione
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Israele, Francia, Spagna, Belgio 2005
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Regia
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Amos Gitai
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Interpreti
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Natalie Portman, Hanna Laslo, Hiam Abbass, Aki Avni, Carmen Maura
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Durata
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94 min
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A volte andare al cinema diventa un’esperienza davvero speciale ed è quello che è capitato a me l’altra sera. A parte il costo irrisorio del biglietto, pagato la metà di quello normale, ho avuto il piacere di vedere, prima e dopo la proiezione, il regista in carne ed ossa. All’ inizio ha presentato il suo lavoro e alla fine ha risposto alle domande del pubblico in sala. L’artista in questione è Amos Gitai, regista israeliano nato ad Haifa due anni dopo la fondazione dello stato di Israele. Inizialmente intraprende gli studi da architetto, ma nel 1973 con lo scoppio della guerra di Yom Kippur si arruola volontariamente in un corpo di soccorso, viene ferito dalla contraerea siriana durante un volo di ricognizione, il pilota affianco a lui nell’incidente viene decapitato. Questa esperienza è lui stesso a raccontarla agli spettatori e ad ammettere che c’è voluto tanto tempo per superare un trauma così forte. Non so se sia possibile superare un episodio del genere, quello che so è che questa esperienza è determinante per la sua carriera cinematografica, attraverso le immagini trova il modo per esprime se stesso. Il cinema così diventa il luogo dove è possibile raccontare il mondo e la sua umanità. Il film che ho visto quella sera è “Free zone”. Rebecca è una donna americana che vive a Gerusalemme, dove era in procinto di sposarsi ma che alla fine si separa. Distrutta dal dolore decide di allontanarsi dalla città con un taxi, alla guida c’è Hanna, una donna israeliana che, a posto del marito che ha avuto un grave incidente, deve recarsi in Giordania per recuperare dei soldi da alcuni soci del consorte. La moglie di uno di questi soci è la terza protagonista del film ed è Leila, palestinese, che ha una difficile situazione personale. Queste tre donne affrontano un viaggio attraverso i confini che non sono solo quelli fisici, ma oltrepassano soprattutto quelli sociali e culturali che le dividono. Complice di questo processo è la macchina sulla quale viaggiano che le costringe a stare a stretto contatto, obbligandole a comunicare. Tre culture che si avvicinano, dialogano, si amalgamano per poi allontanarsi di nuovo. Il film è quasi interamente girato all’interno della macchina che diventa il microcosmo in cui si svolge la vicenda, i ricordi delle tre appaiano sul video in sovrimpressione, tecnica che insieme alla camera-car, alla dissolvenza e al piano-sequenza, caratterizzano il cinema di Amos Gitai. Ottima l’interpretazione delle tre attrici, specialmente quella di Hanna Laslo che per questo film ha vinto il premio come migliore attrice al 58º Festival del Cinema di Cannes. “Free zone” è la seconda parte di una trilogia che ha inizio con “Promised Land” e si conclude con una terza che il regista ha intenzione di girare con l’anno nuovo. Insomma un film che vi consiglio vivamente, dove finzione e documentario si mescolano per dar vita a una sbalorditiva rappresentazione dell’umanità. Buona visione a tutti.
Kiriku
Di nilcoxp (del 18/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 731 volte)
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Titolo originale
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Uncut - Member only
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Produzione
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Italia 2003
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Regia
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Gionata Zarantonello
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Interpreti
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Franco Trentalance, Morena Ciotoli, Cristina Mazzuzzi, Luisa Corleone.
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Durata
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78 minuti
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Stare 78 minuti a guardare il membro dell’attore porno Franco Trentalance immobile nel letto, non è stato facile. Però ero incuriosito da questo filmato così “particolare” e magari (speravo) ben riuscito. Il regista ha indovinato la tematica necessaria a far parlare di lui e del suo prodotto i media, ma a parte questo non c’è molto altro da dire. La storia tutto sommato scorre tra telefonate e visite che il protagonista riceve e che aiutano lo spettatore ad arrivare in fondo al film. Però le situazioni sono parecchio forzate, e i dialoghi tristi quando non squallidi. In una pellicola dove vedi sempre il pene dell’attore e vedi qualche parte femminile, ma principalmente ne senti la voce, i discorsi devono essere curati perché fondamentali. Invece il livello è quello di un bar dove sai già che gente ci trovi e che battute fa: i primi dieci minuti ridi alle loro frasi, i secondi dieci minuti ti chiedi il perché della tua presenza in quel posto, dopo cerchi solo un pretesto per andare via. Di chiara impronta sessista, risulta alla fine essere poca cosa. Peccato perché da un’idea così poteva nascere qualcosa di interessante (mi ero persino illuso che avesse a che fare indirettamente con il romanzo di Alberto Moravia “Io e lui”). Ma siamo in Italia e basta ridurre tutto a un infimo livello sessuale e parlare di calcio che siamo tutti contenti…
nilcoxp
Di ninin (del 17/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2067 volte)
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Titolo originale
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Cars
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Produzione
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USA 2006
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Regia
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John Lasseter ,Joe Ranft
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Interpreti
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Doppiatori: Pino Insegno, Sabrina Ferilli, Marco della Noce, Marco Messeri, Cesare Barbetti, Renato Cecchetto, Gianfranco Mazzoni, Ennio Coltorti
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Durata
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114 minuti
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Nuova opera Pixar Animation Studios ormai divenuta tutt’uno con la Disney. “Cars - Motori ruggenti” è la storia di Saetta McQueen, astro nascente delle corse automobilistiche, il cui unico scopo è vincere la Piston Cup, ambito trofeo motoristico, e divenire la nuova icona della Dinoco. La rossa numero 95, durante la tappa di trasferimento in California (ove verrà assegnato il suddetto trofeo), finirà per ritrovarsi a Radiator Springs, una città fantasma, dove farà la conoscenza dei più disparati personaggi: il carro attrezzi Carl Attrezzi (detto “cicchetto”), la tenera Sally (una fiammante Porche 911), il dottor Hudson (una Hudson Hornet del ’51), Guido (un piccolo elevatore) e Luigi (una 500) fan sfegatato della Ferrari. Divertentissimo questo film d’animazione; con macchine parlanti che assumono fattezze umane, dai grandi occhi e con simpatiche espressioni facciali, che sopperiscono alla completa assenza di figure umane. Ogni auto ha il suo compito: dal benzinaio al gommista, dalla ristoratrice alla direttrice d’albergo ecc… Questo film, che siate grandi o piccini, vi farà veramente divertire e ve ne renderete conto già a partire dal cortometraggio prima: “One man band”, dove due artisti da strada se la dovranno vedere con una ragazzina indecisa a cui dare il suo obolo ( non perdetelo, andate un po’ prima a fare il biglietto non fate i ritardatari…). Cars stupisce per la cura dei particolari, con immagini e paesaggi veramente realistici; io ho avuto modo di vederlo due volte: la prima volta in versione normale (pellicola 35 mm) e una seconda volta con il nuovo sistema HD digitale… beh se la vostra città è dotata di questo nuovo sistema, non perdetevelo, apprezzerete molto di più tutti i particolari... e l’audio è veramente perfetto! In questo film faranno capolino anche le voci di alcuni piloti di corse a noi conosciuti come M.Schumacher, Fisichella, Capelli, Trulli e Zanardi. Per finire vi vorrei parlare del doppiaggio, con un’azzeccatissimo Marco della Noce nei panni indovinate di chi…? ma certo, nei panni della cinquecento fan Ferraaaaaari, poi la bomba Ferilli nei panni della seducente Sally e l’inconfondibile voce di Insegno nei panni di 'Chick' . Prima vi ho raccomandato di non entrare in ritardo, ma non dovete andare via neanche all’apparire dei titoli di coda, perché queste simpatiche automobili alla fine impersoneranno delle parodie di altri film Pixar “Toy Story“,“A bug’s life“ e “Monster & co“. Una delle tante battute nell’arco di questi 114 minuti è di “cicchetto” che dice : “mi sento felice come un uragano in un posteggio di roulotte“. E adesso… un momento... una vera Ferraaaaaaaari?!? Ma questo è il giorno più spettacolare della mia vita!!!!
ninin
Di Velia (del 16/09/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 1099 volte)
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Titolo originale
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Das Parfum
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Autore
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Patrick Süskind
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Traduzione
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Giovanna Agabio
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Editore
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Longanesi
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Prima edizione
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settembre 1985
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La storia di Grenouille inizia il 17 luglio 1738, in una Parigi soffocata dalla calura estiva Fin dalla nascita, possiede la capacità di percepire gli odori, da quelli più “normali”, fino ad arrivare ai più complessi ed insoliti. La consapevolezza di quello che può fare è la sua unica via di uscita da un’esistenza di stenti e miseria; si sarebbe salvato da quello squallore, sfruttando al meglio quel poco che la vita poteva offrirgli, lasciando i sobborghi della città nel suo peregrinare tra botteghe odorose, fino ad arrivare a Grasse, “regno” dei profumieri nel sud della Francia. Padrone assoluto delle sue capacità sogna di creare il profumo, l’aroma perfetto, una miscela unica e inimitabile di armonie, oltrepassando le dantesche colonne d’Ercole navigando in un mare di odori, oltre l’umana concezione del genio, spingendosi a compiere ogni nefandezza, senza rimorsi di coscienza, senza pentimenti, come se la genialità fosse un salvacondotto per giustificare ogni atrocità, una forza superiore alla cui volontà non ci si può sottrarre. Catapultati in un universo di spezie, immersi in un microcosmo di percezioni olfattive nel quale tutto ha un suo odore specifico e ben definito, ci si ritrova a guardare o sarebbe più giusto dire “fiutare”, il mondo con gli “occhi” di Grenouille, cercando di capire qual’è il confine tra fantasia letteraria e realtà. E’ una discesa nell’inferno del proprio sé, alla ricerca di quella propria identità, e in questo percorso, nella solitudine più assoluta, il nostro protagonista prende coscienza della sua vera natura: ironia della sorte, colui scelto dal fato per creare l’essenza oggettivamente migliore, è privo di quell’aroma che appartiene dalla nascita ad ognuno di noi. Se è vero che tutto ha un odore, e se è veramente l’olfatto alla base di ogni rapporto umano, l’esserne privi, situazione più consona ad un romanzo fantascientifico ambientato nel 2075, rende, per così dire, “invisibili” alla percezione umana come avvolti dai mantelli magici, usati dagli eroi per salvare principesse in pericolo o recuperare tesori perduti. Per supplire a tale condizione, Grenouille crea confini olfattivi fittizi al suo corpo, si costruisce maschere odorose che indossa come travestimenti per cogliere al meglio tutte le opportunità che le varie situazioni possono offrirgli. Conclusa la sua eterea ricerca e ottenuto il suo capolavoro, desidera solo liberarsi, urlare l’odio verso il mondo, cercando di uscire di scena nel solo modo possibile: trovando nell’oggetto della sua chimera la via di uscita dalla vita, in quella manifestazione di amore estremo nell’unica conclusione possibile ad una esistenza passata senza la percezione dei propri confini.
Velia
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