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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 03/04/2006 @ 06:10:24, in cinema, linkato 2673 volte)
Titolo originale
The magnificent seven
Produzione
USA 1960
Regia
John Sturges
Interpreti
Yul Brynner, Steve McQueen, Robert Vaughn, James Coburn, Charles Bronson, Horst Buchholz, Brad Dexter, Eli Wallach.
Durata
138 minuti

Che delusione! Un film che solo a tratti risulta sufficientemente piacevole, forse perché sono memore del suo predecessore: “I sette samurai” di Akira Kurosawa. Avrei voluto fare un confronto tra i due, ma credetemi è impossibile. Questo film non regge il confronto su nessun punto con quello del maestro nipponico, di cui mi preoccuperò di fare la recensione in un secondo momento. E’ carina l’ambientazione, e fortunatamente almeno qualche attore tiene alto il livello, ma niente di più. Meno male che la scelta del film è stata fatta solo per il titolo e non per i contenuti dello stesso. “I magnifici sette” è un elogio e un augurio al tempo stesso ai “sette ragazzi” (mi ci metto anch’io che tanto ragazzo non sono) che hanno messo in piedi questo blog e che ogni giorno pubblicheranno una recensione cinematografica o musicale. Recensioni che non saranno pretenziose o spocchiose, ma che principalmente parleranno di sensazioni e di sentimenti verso queste forme d’arte e verso i loro prodotti. Valutazioni che potranno non essere condivise, e allora ne discuteremo su questo blog, nato proprio con questa funzione. Questa prima recensione-presentazione aveva il compito di rompere il ghiaccio, inutile quindi dilungarmi di più. Alla prossima ciao.

nilcoxp

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Di kiriku (del 04/04/2006 @ 06:09:28, in cinema, linkato 1507 volte)
Titolo originale
Kirikou et la sorciere
Produzione
Francia 1998
Regia
Michel Ocelot
Interpreti
Enrica Necci ( kirikù ),Veronica Pivetti ( Karabà ), Aroldo Tieri ( il saggio ).
Durata
74 minuti

Finalmente un film di animazione che non segue i canoni classici della Disney, ma non per questo ne è in contrapposizione e che ha dalla sua l’originalità e la qualità delle grandi opere. La semplicità del disegno, che è completamente bidimensionale, e la magia dei colori ci permettono di fare un bagno nella cultura africana e nelle sue tradizioni o meglio nelle sue superstizioni. Michel Ocelot, prendendo spunto dalla leggenda africana, ci regala una fiaba che con semplicità affronta problematiche di un certo spessore sociale. Kirikù nasce in un villaggio che da anni subisce le angherie e le crudeltà della strega Karabà. Il piccolo eroe, che fin dai primi attimi di vita è autonomo (è lui stesso a decidere quando nascere), si prende carico delle sofferenze altrui e con coraggio affronta la strega per liberare la propria gente dalla persecuzioni subite. Kirikù riesce nell’impresa grazie alla sua semplicità, alla sua curiosità e alla quasi totale assenza di paura, dovuta proprio alla sua giovane età, che gli permettono di estirpare il male e di riportare l’amore e la tranquillità nel villaggio. Proprio la voglia di conoscere lo porterà a ricercare le radici del male, scoprendo che questo è alimentato dalle paure infondate della propria gente, che la strega Karabà sfrutta abilmente per aumentare il proprio potere. Ma la cattiveria non è congenita nella donna ma è dovuta ad una spina avvelenata che le è stata conficcata dolorosamente nella schiena e che lei, per paura di soffrire nuovamente, non si toglie vivendo così nel male più assoluto; sarà poi Kirikù a salvarla estraendole la spina e poi sposandola dopo esser diventato adulto per un bacio ricevuto dalla donna. Le musiche sono di Youssou N'Dour che ha utilizzato unicamente strumenti tradizionali e devo dire che è riuscito pienamente a riprodurre le melodie e i suoni dell’Africa, ma non c’erano dubbi visto la qualità dell’artista. Il mondo in cui si svolge la storia, oltre a essere ricco di suoni e di colori, è popolato da una moltitudine di animali (procioni, scoiattoli, upupe e facoceri) che, diversamente da come succede di solito nei film di animazione, non parlano e non hanno fattezze umane. Ma a rendere tutto ancora più realistico è l’abbigliamento, che oserei definire minimalista, dei personaggi che sono coperti solamente con dei lembi di stoffa lasciando i seni delle donne scoperti così come siamo soliti vedere nei documentari, senza per questo scandalizzare nessuno, neanche le persone più “sensibili”. A mio modesto parere credo che sia uno dei cartoon migliori degli ultimi anni, un’ opera che è l’esempio di come con pochi soldi e molta creatività si possa realizzare un prodotto che, pur non seguendo le regole e gli schemi delle grandi case di produzione (in particolare la Disney) supera la concorrenza e non di poco. Ultimamente è uscito il seguito che si intitola “kiriku e gli animali selvaggi”,ma questa è un’altra storia.

Kiriku

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Di Darth (del 05/04/2006 @ 08:17:46, in cinema, linkato 1608 volte)
Titolo originale
La marche de l'empereur
Produzione
USA / Francia 2005
Regia
Luc Jacquet
Interpreti
Voce narrante: Fiorello
Durata
85 minuti

La marcia dei pinguini, l’opera omnia del dott. Luc Jacquet laureato in biologia animale ed onito-ecologia polare è veramente uno di quei film che lascia il segno. Realizzato in un anno di lavoro e con 120 ore di girato, racconta la vita del popolo maledetto dell’ Antartide: il pinguino imperatore, che per riprodursi si allontana a 20 giorni di “cammino” dalla sua unica fonte di cibo (il mare) per poter trovare un luogo adatto ai suoi scopi. Lì le femmine depongono le uova, che consegneranno al maschio (cercando di non farle rimanere per più di pochi secondi senza il calore del proprio corpo), per poi partire alla ricerca di cibo che, vi ricordo, è a centinaia di chilometri di distanza. Il maschio contemporaneamente coverà l’uovo, senza poterlo abbandonare nemmeno per un secondo, per due lunghissimi mesi, senza cibo e durante l’inverno polare! Un montato che ha dell’ incredibile, immagini nitide e dettagliate, a volte commoventi, a volte divertenti, a volte drammatiche… premio oscar come miglior documentario 2005. Due pecche: la colonna sonora di Emilie Simon, poco adatta come musica d’accompagnamento al tragico viaggio dei pinguini, e soprattutto, la narrazione di Fiorello che rovina con le sue scimmiottature alla “paperissima” un film che trasposto nel genere umano mi ha ricordato l’ esodo degli ebrei che attraversano il deserto alla ricerca della terra promessa; a mio giudizio, l’aver ironizzato stupidamente su quei pinguini sarebbe stato come ironizzare sulle immagini dei “Dieci Comandamenti” di Cecil B. DeMille.

Darth

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Di Namor (del 06/04/2006 @ 08:45:34, in musica, linkato 5806 volte)
Artista
Westlife
Titolo
Allow us to be Frank
Anno
2004
Label
BMG International

Oggi voglio recensire un cd che mi ha convinto al primo ascolto, o meglio, un cd cover dal titolo “Allow us to be Frank” che dovrebbe già farvi capire il genere musicale. Ad interpretare questa raccolta di famosi successi (Smile, Come fly with me, Mack the Knife e altri) sono il gruppo dei Westlife, nota boy-band irlandese di gran successi in patria ed in gran Bretagna, con all’attivo 7 album, ma che in Italia non ha mai scalato le classifiche. I Westlife hanno voluto fare un regalo ai propri fans omaggiando un famosissimo gruppo hollywoodiano i “Rat Pack” che negli anni 50 fu la maggior attrazione di Las Vegas con i loro spettacolari “show live”. Il gruppo era composto da Dean Martin, Sam Davis Jr, Joei Bishop, Peter Lawford e capitanato da “The Voice” Frank Sinatra. Sulla scia di quegli anni, i Rat Pack, diedero anche il loro contributo alla celluloide in veste di attori recitando in alcuni film di discreto successo come “Colpo grosso”, “Tre contro tutti”, “I 4 di Chicago”. Il curioso soprannome della band, Rat Pack (topi morti), si deve all’attrice Lauren Bacall che lì chiamò così vedendoli rientrare in stato comatoso dopo una notte di baldoria. L’album è arrangiato molto bene e le voci calde dei Westlife non sfigurano affatto, tutt’altro, è sicuramente un gradito regalo agli amanti dello swing e del grande Frank. Lo consiglio nelle serate con cena a lume di candela, fa il suo bell’ effetto, crea l’atmosfera giusta per colpire la persona del cuore (insieme ad una buona bottiglia di vino).

Namor

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Di slovo (del 07/04/2006 @ 08:04:42, in musica, linkato 5237 volte)
Artista
Franco Battiato
Titolo
Dieci Stratagemmi
Anno
2004
Label
Sony Music

L'ultima collezione di inediti dell'eclettico artista siciliano si presenta nella classica veste pop a-la-battiato : quella in cui le sperimentazioni non soffocano l’ascoltabilità e viceversa. Nonostante la sua riconoscibilissima impronta sia fortemente presente, il sapiente song-writing e gli arrangiamenti, in cui l’elettronica torna ad essere maggioritaria, alimentano un interesse che si mantiene anche dopo ascolti ripetuti. Merito anche della brevità dell'opera: 10 brani per un totale di 36 minuti (relativamente poco se raffrontato agli standard discografici odierni) fanno si che l’inevitabile percezione del 'già sentito' non prenda il sopravvento sull’oggettiva bontà delle canzoni.
Chi ha seguito il lavoro recente di Battiato è abituato a trovare in ogni album un variegato mosaico di generi e stili, questo non fa eccezione: si gioca con la tecno in “apparenza e realtà” ma non mancano esperimenti progressive: “ermeneutica” e “23 coppie di cromosomi” (associati idealmente nel videoclip del primo da una simpatica autocitazione), momenti più intimisti (la mini-suite “la porta dello spavento supremo” o “conforto alla vita”) e brani destinati a divenire dei classici (“tra sesso e castità”, “fortezza bastiani”, “odore di polvere da sparo”).
Nessun sentiero inedito è stato battuto in “dieci stratagemmi”, meno sperimentale di “campi magnetici” (2000), ma senz’altro più omogeneo del precedente “ferro battuto” (2001), ci mostra un artista con una completa padronanza dei suoi mezzi, in un momento felicemente ispirato.

slovo

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Di lele (del 08/04/2006 @ 08:22:06, in musica, linkato 1447 volte)
Artista
Placebo
Titolo
Meds
Anno
2006
Label
Astralwerks/Emd

Finalmente riecco i Placebo al loro quinto lavoro. E che lavoro!! Forse sono di parte, ma i Placebo o si amano o si odiano, come tutti i grandi gruppi che si rispettano. Ancora una volta quella malinconia aggressiva fa da padrona in tutto l’album; la potenza devastante di “infra-red” quasi ti fa ballare steso sul tuo divano, dove un attimo dopo sei lì a pensare e a goderti una ballata ‘modello Molko’, splendida, come “Follow the cops back home”. Ancora una volta poi ospiti di riguardo … chissà come mai questa gente così stravagante accetta volentieri di partecipare ai dischi dei tre … fatto sta che pezzi come “Broken Promise” con Michael Stipe rimarranno sicuramente nella storia per gli amanti del genere. quanti dimenticheranno “Whithout you I’m nothing” con David Bowie? Oppure la cover di “where is my mind” con F. Bleck dei Pixies? Io da buon sognatore mi auguro che nel prossimo disco ci possa essere un duetto con Morrisey, ma nel frattempo mi godo “Meds” che scivola via meravigliosamente brano dopo brano, passando energicamente da “Because I want you”, esempio di rock robustissimo, alla stravolgente “Blind” e a seguire, la dolcezza inquietante di “Pierrot the Clown” che nel buio della stanza ti sembra d’intravedere con il lacrimone nero sulla guancia. A tutti gli amanti degli U2 “Song to say goodbye” può forse ricordare “New Year’s Day” ma poco importa, anzi certi spunti musicali fanno bene se presi per il benessere del nostro udito. E allora ancora una volta grazie ai Placebo e auguri a Brian Molko che è pure diventato papà e magari nel seguente album ce lo farà notare, perché sicuramente avrà acquisito quella creatività paterna in più che non guasta mai.

lele

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Di Goober (del 09/04/2006 @ 11:49:57, in cinema, linkato 1547 volte)
Titolo originale
The Big Lebowski
Produzione
USA 1998
Regia
Joel Coen
Interpreti
Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, John Turturro
Durata
117 minuti

Sembrava essere una giornata come tante altre per Jeffrey Lebowski(Jeff Bridges), o meglio Drugo, fino all'irruzione di due loschi individui nel suo appartamento. I quali scambiandolo per l'omonimo miliardario lo picchiano, ma soprattutto gli rovinano il tappeto... Ha così inizio un esilarante susseguirsi di episodi assolutamente improbabili, di sketch irresistibili che fanno di questo pellicola un film completamente al di fuori degli abituali schemi, in cui l'amicizia è uno di punti di forza. In questa commedia svolge un ruolo primario il protagonista, cioè Drugo, non il solito eroe stereotipato, ma piuttosto un antieroe che ama trascorrere la maggior parte del suo tempo giocando a bowling con gli inseparabili amici, tra cui spicca Walter(John Goodman), un obeso a metà strada fra un moderno Benny Hill e Rambo. Probabilmente uno dei film più riusciti e brillanti di Joel Coen, ma soprattutto una commedia molto divertente e coinvolgente che ci allontana per un attimo dalla vita frenetica e irascibile di tutti i giorni. Insomma un film semplice ma originale che invita a riflettere sul modo di affrontare la quotidianità di tutti noi.

Goober

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Di nilcoxp (del 10/04/2006 @ 06:07:48, in cinema, linkato 2332 volte)
Titolo originale
Private
Produzione
Italia 2004
Regia
Saverio Costanzo
Interpreti
Hend Ayoub, Mohammad Bakri, Areen Omari, Lior Miller, Tomer Russo
Durata
90 minuti

Erano anni che non vedevo un film così brutto ! Interessante la storia della famiglia che abitando in una zona al centro del conflitto tra palestinesi e israeliani, subisce da questi ultimi l’occupazione della propria casa. Ciò nonostante decideranno di rimanere a viverci lo stesso per difendere un loro diritto, ma il resto… A partire dal regista che tenta in maniera imbarazzante di imitare la tecnica di Lars von Trier con effetti più stomachevoli che apprezzabili, aiutandosi in questo con una camera digitale e con lunghi piani-sequenza. Il risultato però è l’equivalente di un filmino amatoriale girato in casa propria con una camera digitale qualsiasi. Da un regista credo sia lecito aspettarsi di più. Gli attori sono goffi, e forse chiamarli attori può essere offensivo verso chi questo lavoro lo fa e lo fa bene. I dialoghi sono ancora peggio, di una banalità e di una piattezza che raramente trova riscontro. A questo va poi aggiunta qualche “trovata” umiliante per l’intelligenza dello spettatore, come quella dell’armadio nel quale la figlia del protagonista va a spiare i soldati. In conclusione, non vorrei che questo film fosse stato premiato (Pardo d’oro a Locarno) più per l’argomento che ha avuto il coraggio di affrontare che non per i suoi effettivi meriti. Se così fosse (e spero di essermi sbagliato), basterà d’ora in poi girare un qualsiasi filmato su tematiche mediorientali per avere il successo assicurato. Spero che qualcuno vicino al regista legga questa recensione convincendolo a cambiare mestiere. L’unica cosa che gli farei riprendere, dipendesse da me, sarebbe la recita natalizia di mia figlia.

nilcoxp

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Di kiriku (del 11/04/2006 @ 06:16:24, in cinema, linkato 2116 volte)
Titolo originale
Angel-A
Produzione
Francia 2006
Regia
Luc Besson
Interpreti
Rie Rasmussen, Jamel Debbouze ,Franck–Olivier Bonnet, Michel Chesneau
Durata
90 minuti

Sono le 18:20 e pedalo infastidito tra la marea di gente che affolla il centro di Torino. Oggi oltre a essere domenica è anche l’ultimo giorno della fiera del cioccolato e la città è gremita da una pletora di invasati senza cervello, guidati solo da una golosità atavica che li rende davvero insopportabili. Decido allora di allontanarmi dal centro imboccando strade secondarie ed è proprio in una di queste che scorgo un piccolo cinema di cui ignoravo l’esistenza e che ha in programma un solo film; “Angel-A”, scritto e diretto da Luc Besson. Mi fermo, lego la bicicletta a un semaforo ed entro, mi siedo e dopo cinque minuti comincia il film. La storia è ambientata in una magica Parigi in bianco e nero e i protagonisti sono Angela (Rie Rasmussen) e Andrè (Jamel Debbouze); quest’ultimo è un piccolo extracomunitario truffatore squattrinato e fisicamente menomato, continuamente braccato da malavitosi e strozzini, a cui deve migliaia di euro, e non trova altra soluzione ai suoi problemi che quella di suicidarsi gettandosi da un ponte. È proprio qui che incontra e salva Angela che come lui tenta di farla finita. L’incontro sembra casuale ma non lo è, la donna è un angelo caduto dal cielo per aiutarlo a scoprire la sua bellezza interiore. Il regista ha però una visione particolare degli angeli, infatti Angela è un’accanita fumatrice e divoratrice di croissant che si prostituisce e non disdegna neanche la violenza. I due si muovono in una Parigi irreale e semideserta popolata da loschi individui, che sembra riflettere lo stato d’animo tormentato del protagonista, che divorato dalla sue paure non riesce ad esprimere tutte le sue qualità, che però vede riflesse nell’immagine di Angela, la quale non è altro che lo specchio della sua anima. Luc Besson in questo film si è divertito a giocare con i contrasti a partire dalla pellicola in bianco e nero ai due protagonisti che, oltre a essere completamente diversi fisicamente, lei è bella e altissima mentre lui è basso e brutto, sono loro stessi delle contraddizioni; lei è un angelo vizioso e lui un disonesto dall’animo buono. Anche se secondo me il finale è un po’ deludente, tutto sommato è un bel film che ci invita a cercare dentro noi stessi la forza per superare le nostre paure e ad accettarci per quello che siamo, con tutte le nostre imperfezioni. Sono le 20.10 e le strade ora sono quasi deserte, a cavallo della mia bicicletta mi dirigo verso casa immerso nell’aria fresca di primavera, grato a Luc Besson per avermi salvato dal delirio umano.

Kiriku

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