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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Namor (del 12/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1242 volte)
Titolo originale
The Black Dahlia
Produzione
USA 2006
Regia
Brian De Palma
Interpreti
Aaron Eckhart, Hilary Swank, Scarlett Johansson, Josh Hartnett
Durata
120 minuti

Il dipartimento di polizia di Los Angeles decide di organizzare un incontro di boxe tra due poliziotti ex pugili professionisti, con lo scopo di dare lustro al loro distretto, nel quale si affronteranno “Mr. Fire”, Lee Blanchard (Aaron Eckhart) e “Mr. Ice”, Bucky Bleichert (Josh Hartnett). Il primo, come conferma il suo pseudonimo “Fuoco” rispecchia un carattere dai modi risoluti e sbrigativi, un combattente rabbioso che cerca in tutti i modo il ko dell’avversario, il secondo “Ghiaccio” é l’opposto, calmo e riflessivo, che si difende bene e attacca con la dovuta efficacia senza mai sprecare inutili energie. Attraverso questo match di pugilato, il regista Bryan de Palma, non ci presenta solo fisicamente i due protagonisti maschili di “The Black Dahlia”, ma anticipa anche il loro modus operandi nel ruolo di detective. I due avversari dopo il loro incontro sul quadrato, faranno coppia non solo sul lavoro, diventando in breve tempo, grazie ai loro successi, la coppia più famosa della sezione investigativa, ma tra loro si instaurerà una sorte di amicizia triangolare che vedrà partecipe anche la bionda, Key Lake, (Scarlett Johansson) salvata dalle grinfie di un pericoloso gangster da Blanchard, e divenuta poi la sua compagna. Ai due investigatori viene affidato il caso di un efferato omicidio, del quale si sa molto poco, gli unici indizi provengono dal, corpo che viene ritrovato senza vita, tagliato a metà e con gli organi interni asportati. Quel cadavere ha il volto di Betty Short, (Mia Kirshner) aspirante attrice, ma quel viso è orribilmente sfigurato da una taglio che parte da orecchio a orecchio, e che la fa assomigliare a Gwynplaine, il personaggio di V.Hugo nel film del 1927 “L’uomo che ride” (nel film, De Palma, ne includerà alcune scene). Le indagini sfalderanno il rapporto tra i tre, che vedrà Blanchard sempre più ossessionato nel catturare il colpevole, e Bleichert, impegnato a comporre i tasselli di una oscura verità in una palude sporca di menzogne, perché niente e quello che sembra ed ognuno nasconde la propria verità, rappresentato degnamente dall’enigmatica Madeleine Linscott, (Hilary Swank) figlia di uno dei fondatori di Hollywoodland. Questo noir patinato é tratto dall’omonimo romanzo di James Ellroy, che racconta dell’omicidio della Dalia Nera, fatto di cronaca realmente accaduto e che sconvolse la California nei primi giorni del 1947. Per questo delitto vennero indagate ed arrestate decine di persone (tra cui anche Orson Welles) ma il caso non venne mai risolto, circostanze analoghe circondarono il mistero della morte della madre di Ellroy, assassinata 11 anni dopo, ed anche in questa vicenda la giustizia non fece chiarezza. Bryan De Palma dirige un film costruito e curato molto bene, sia nell’ambientazione di Dante Ferretti, che ricostruisce la Los Angeles degli anni 40 in quel di Sofia (Bulgaria), e sia nello straordinario apporto della fotografia di Vilmos Zsigmond. Per quanto riguarda il cast, sono rimasto soddisfatto dalla prova di Hilary Swank, ma un elogio di merito lo dobbiamo a Mia Kirshner, in un ruolo breve ma non facile e vedrete il perché!

Namor

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Di Darth (del 11/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1438 volte)
Titolo originale
Capote
Produzione
USA 2005
Regia
Bennett Miller
Interpreti
Philip Seymour Hoffman, Bruce Greenwood, Chris Cooper, Clifton Collins jr., Catherine Keener
Durata
114 minuti

Truman Capote fu un personaggio molto controverso: giornalista di indubbia bravura del New Yorker, conobbe la gloria per aver scritto la sceneggiatura del famosissimo “Colazione da Tiffany”; ma la sua omosessualità altezzosamente esibita ed il suo narcisismo lo resero un personaggio alle volte ‘fastidioso’. Questo film non vuol essere la sua biografia completa, non si parla (se non marginalmente) della sua infanzia e non termina con i suoi ultimi anni da alcolizzato: narra dei sei anni in cui si occupò di scrivere il suo best-seller “A sangue freddo”. Era il novembre del ’59: Truman lesse la notizia di un efferato omicidio, perpetuato ai danni di un’intera famiglia, in un paesino di provincia nel Kansas e, accompagnato dalla sua amica e collega Harper Lee (premio pulitzer per “Il buio oltre la siepe”), si recò sul posto per scrivere un articolo ma, quando ebbe l’opportunità di vedere i due ragazzi sospettati del crimine (Dick Hickock e Perry Smith), capì subito che era una storia troppo importante per un pezzo giornalistico e decise di scriverne un libro. Da quel momento lo scrittore cercò di far breccia nella fiducia di Perry Smith, diventò il suo migliore amico, passarono insieme ore e ore e dialogare e gli procurò perfino un avvocato per ricorrere in appello, dopo che al primo processo, sia Perry che Dick, furono giudicati colpevoli e condannati alla pena capitale. Questo rapporto particolare tra il raffinato scrittore e l’assassino non si riesce a capire se è ‘reale’ o se entrambi recitino per i propri interessi: Perry spera che il libro di Truman servirà per mostrare al mondo il suo lato umano ed evitargli così la forca, mentre Truman sembra coinvolto emotivamente, ma gli cela che sta scrivendo un libro che intitolerà “A sangue freddo”… Film difficile, da vedere più volte, per riuscire a captare tutte le simbologie create dal regista nella sua opera, per capire i significati intrinseci nella splendida fotografia di Adam Kimmel, e per gustare appieno la smisurata bravura di Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Truman (vincitore dell’ Oscar e del Golden Globe come miglior attore protagonista), che è riuscito davvero a ricreare tutte le note caratteriali, il modo di parlare e di gesticolare del personaggio originale… e non solo, riesce anche a trasmettere allo spettatore le sensazioni, i pensieri, i timori e tutto quello che è stato Truman Capote. Un plauso anche a Roberto Chevalier, il doppiatore italiano di Hoffman: bravissimo, in un film dove il modo di parlare e le tonalità sono fondamentali, è riuscito a ricreare anche lui la voce e le cadenze di Truman. Per concludere, un pensiero… dal loro rapporto Perry e Truman ci hanno guadagnato e perso entrambi: il primo non ha avuto salva la vita, ma verrà ricordato come il personaggio del best-seller “A sangue freddo”; mentre il secondo scrisse il suo capolavoro letterario, ma quest’ esperienza gli causò ripercussioni emotive che lo portarono nell’alcolismo… ne sarà valsa la pena?

Darth

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Di kiriku (del 10/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2635 volte)
Titolo originale
Les Triplettes de Belleville
Produzione
Francia/Belgio/Canada 2003
Regia
Sylvain Chomet
Interpreti
 
Durata
78 min

Era da tempo che non vedevo un film d’animazione capace di conquistarmi fin da i primi minuti. Il proliferare di cartoon, a volte anche piacevoli, prodotti dalle grandi aziende americane e giapponesi, tolgono molto spesso spazio ad opere provenienti da nazioni europee e da case di produzioni più modeste ma altrettanto valide come in questo caso. “Appuntamento a Belleville” è la dimostrazione di come si possa creare un prodotto capace di emozionare,stupire e far sorridere senza usare i soliti standard che tanto imperversano nel cinema di animazione contemporaneo. L’autore di tutto questo è Sylvain Chomet che in collaborazione con il produttore Didier Brunner avevano già realizzato “The Old Lady and the Pigeons”. La produzione è la stessa che qualche anno fa diede vita a uno dei mie cartoni preferiti: “ Kirikù e la strega Karabà”. Il film è quasi completamente senza dialoghi, al loro posto una bella colonna sonora e una serie di rumori e di sperimentazioni sonore. Il disegno è molto particolare, le proporzioni sono ritratte da un punto di vista onirico, le ambientazioni sono cupe e surreali come lo sono del resto i personaggi e la sceneggiatura. Chanpion è un piccolo bambino triste e introverso che vive con la nonna, un donna bassa che ha una gamba più corta dell’altra che cerca in tutti i modi di trovare un interesse che possa entusiasmare il nipote. Dopo le difficoltà iniziali scopre la passione del nipote per la bicicletta e gliene regala una, diventando lei stessa la sua allenatrice. Divenuto un ciclista professionista, durante un tappa del Tour de France, viene rapito dalla mafia francese e portato a Belleville per essere sfruttato nelle scommesse clandestine. Belleville è la rappresentazione caricaturale di New York e degli americani in generale che vengono disegnati grassissimi, Statua della Libertà compresa. La nonnina insieme a tre cabarettiste cadute in disgrazia cercherà di salvare il nipote dalle grinfie della mafia. Una trama originale popolata da personaggi assurdi che in alcuni momenti mi hanno ricordato i disegni di Bruno Bozzetto. Insomma se avete voglia di vedere qualcosa di diverso, questa è l’occasione giusta. Buona visione a tutti!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 09/10/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 4076 volte)
Titolo originale
Lettere dalla Kirghisia
Autore
Silvano Agosti
Traduzione
Editore
Edizioni l’Immagine
Prima edizione
2006

Questo è il classico libro che si ama o si odia. Se dalla Kirghisia l’autore scrive ai suoi amici di aver trovato una popolazione che sta sviluppando un nuovo modo di lavorare (“…In Kirghisia nessuno lavora più di 3 ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo alla vita.”), di esistere (“…Quando un qualsiasi cittadino compie 18 anni gli viene regalata una casa.”), e di amare (“…E se qualcuno desidera fare l’amore, mette un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che tutti lo sappiano”), il lettore può accettare queste frasi o ritenerle ridicole. In entrambi i casi i pensieri spiegati in maniera semplice, quasi scolastica, ci pongono i seguenti quesiti: è così difficile che possa esistere una realtà diversa da quella che viviamo? Abbiamo così paura di credere possibile un mondo migliore? Ai molti sembrerà pura utopia, irritante a volte per i modi in cui viene proposta. Ma leggere quelle parole così elementari e così ricche di significato, riscoprire come la semplicità delle cose non sia sinonimo di superato o incompleto, ti fa sognare… Vorresti almeno una volta nella vita capitare tu a Kirghisia, e non avendo paura di cambiare, vivere un sogno. Pazienza che il libro sia di poche pagine, che venga letto tutto d’un fiato, alle grandi verità non servono molte parole. L’impaginazione molto ben curata è di Fabio Cardoni, e a me personalmente sono piaciuti i disegni interni di Alessandra Curti. Che altro dirvi… leggetelo perché è un bel libro, perché ci fa fantasticare, e perché Silvano Agosti è un grande personaggio sconosciuto ai più: regista di lungometraggi, documentari, interviste; scrittore di racconti, romanzi, gialli d’autore, pensieri poetici, manuali, saggi, sceneggiature.

nilcoxp

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Di ninin (del 08/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3499 volte)
Titolo originale
Tha Man
Produzione
USA 2005
Regia
Les Mayfield
Interpreti
Samuel L. Jackson, Eugene Levy, Luke Goss, Lindsay Ames, Randy Butcher, Michael Cameron, Susie Essman
Durata
80 minuti

Dal caveau del distretto di polizia di Detroit sparisce un grosso carico d’armi. I malviventi riescono a farla franca grazie alla complicità di un agente corrotto, ma purtroppo per lui (il crimine non paga) il suo corpo privo di vita verrà rinvenuto poco dopo nel mezzo di una statale percorsa durante la fuga. Il partner della vittima, l’agente Vann, viene accusato di essere anch’esso corrotto e viene pedinato a sua insaputa dai servizi segreti. Ma il poliziotto è deciso a fare luce sul caso e, avendo ottenuto 24 ore di tempo, organizza un incontro con i trafficanti per acquistare l’arsenale della centrale. Sfortunatamente, a causa di un equivoco, a trattare con la banda (a fare ‘la talpa’) non sarà lui ma un petulante padre di famiglia con la faccia da idiota: Andy, uno specialista in impianti dentari venuto nella grande città per fare l’oratore ad un congresso di odontoiatri.
Commedia poliziesca in stile ‘arma letale’, ma ancora più divertente, con Samuel L. Jackson nel ruolo del poliziotto diffidente, separato dalla moglie e padre di una bimba, che regala inaspettatamente battute da osteria e Eugene Levy (già ammirato in ruoli paterni in “American Pie”) nell’imbranato che si trova nel luogo sbagliato al momento sbagliato, credulone che il male non esiste, tutto famiglia e lavoro ma simpatico, ad esempio quando per intolleranza al manzo regala flatulenze al suo passaggio, tra le facce schifate dei malcapitati (va beh, lo so che lo stile è quello di Carlo Vanzina però mi ha fatto ridere). Andy cercherà di redimere il poliziotto dalla volgarità, lo aiuterà ad avvicinarsi alla famiglia, e si scambierà con lui per trattare con la gang... che dire: un tuttofare! bravo Andy!
Non è un lungometraggio (anche perché è poco più lungo di un telefilm) che lascerà il segno, ma è uno di quei film che si possono vedere tra amici per condividere un sorriso, anche se si deve ricorrere a qualche volgarità. Piacevole.

Ninin

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Di FabriVelvet (del 07/10/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 6993 volte)
Titolo originale
L'Elefante Invisibile
Autore
Giuseppe Mantovani
Traduzione
-
Editore
Giunti
Prima edizione
1998

Giuseppe Mantovani, professore di Psicologia degli atteggiamenti presso la facoltà di Psicologia dell'Università di Padova ci propone un percorso "alla scoperta delle differenze culturali", andando ad indagare sulle risorse della cultura, sulle differenze tra le culture, sulle sue funzioni.
In questo percorso vengono narrate storie che dimostrano quanto sia spiazzante oggi l'incontro tra culture lontane, un incontro che avviene ogni giorno nelle strade delle nostre città, ed è con racconti di cerimonie del mondo indù, con cronache di storie di interventi disciplinari nella scuola materna negli U.S.A. da parte degli agenti di polizia, con critiche sul cambiamento sulla trasmissione culturale tra generazioni, con storie di diverse culture nello stesso ambiente (vedi israeliani/palestinesi) che riusciamo a capire quanto sia importante analizzare in modo critico la realtà.
Con questo libro si riesce in modo stupendo a riflettere e capire quanto per l'uomo oggi "l'altro" non sia portatore di vera cultura, e l'insegnamento da raccogliere non è cercare di annullare le altre culture, come spesso accade, ma almeno conoscere gli stereotipi culturali per non esserne vittima.
L'elefante invisibile è un libro scorrevole che tratta temi molto importanti oggi, in un mondo dove l'egocentrismo e i pregiudizi comandano l'uomo.
Buona lettura e buona riflessione.

FabriVelvet

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Di slovo (del 06/10/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1680 volte)
Artista
Audioslave
Titolo
Revelations
Anno
2006
Label
epic/interscope

L’unione che diede origine agli Audioslave dalle ceneri dei Soundgarden e dei Rage Against the Machine, fu elettrizzante come il matrimonio dei tuoi 2 attori preferiti. Era una buona notizia, che portava con sè un incoraggiante segnale di continuità: qualcosa dei due mitici gruppi sarebbe risalito a galla, salvandosi dell’oblio delle collaborazioni o dei progetti solisti fini a se stessi (sebbene Chris Cornell sia stato a un passo dal cascarci... fortuna che pochi ricordano il fiacco "euphorya morning" del 1999). Ora viene dato alle stampe il terzo album... un’altro indicatore di buona salute, a dispetto di quanti avevano pronosticato vita breve al progetto Audioslave, bollandolo come forzato ed artefatto.
Eppure (purtroppo) questo supergruppo non è ancora riuscito a produrre nulla che vada oltre una magra somma degli elementi ereditati dai gruppi originali... "revelations" ne è solo l’ennesima conferma. Nessuna formula inedita è scaturita da questa aggregazione, nessun percorso che si discosti da un prevedibile e per giunta sbiadito incrocio di riminiscenze dai gloriosi tempi dei rage e dei ‘garden. Ancora più deludente se consideriamo che i musicisti in questione sono tutto fuorchè degli sprovveduti, lo dimostrano alcuni episodi effettivamente buoni come “sound of a gun”, “revelations”, “one and the same” o "wide awake” (platealmente anti-bush). I riff di Tom Morello sono solidi e potenti e la voce di Cornell continua a graffiare come un artiglio, sebbene il tempo e l’usura l’abbiano derubata di molte delle sue antiche dinamiche... ma è davvero tutto qui. Anche dopo ascolti ripetuti accadeva la stessa cosa, mi accorgevo che un pezzo era passato quando ero già a metà di quello successivo... non riuscendo a trattenere, dopo un po', neppure gli sbadigli.
Il gruppo è più convincente laddove osa di più, nei brani più ‘malati’, dove non vengono seguite pedestremente le strutture del rock più ortodosso, cosa che però accade di rado: “broken city” (con delle ottime idee sulle linee di basso) o la struggente “moth” che chiude egregiamente un disco decisamente non eccezionale.
Gli Audioslave devono ancora dimostrare di essere capaci di qualcosa di più che una mera produzione industriale di rock, qualcosa per cui essere ricordati, qualcosa che nei tre album finora pubblicati stenta ad emergere. È anche per questo che a sei anni dalla loro formazione il gruppo procede attraverso una coltre di dubbi e perplessità che ancora non è stata dispersa del tutto.

slovo

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Di Namor (del 05/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1986 volte)
Titolo originale
Frida
Produzione
USA 2002
Regia
Julie Taymor
Interpreti
Salma Hayek, Alfred Molina, Geoffrey Rush, Antonio Banderas, Valeria Golino, Edward Norton, Ashley Judd
Durata
120 minuti

Oggi vorrei proporvi “Frida”, un biopic sulla vita quanto mai travagliata di Frida Kahlo, considerata oggi, una delle più famosi pittrici moderne, se non la più importante! Nei suoi quadri, che furono una sorte di un eterno diario, rappresentò molto spesso gli aspetti drammatici della sua vita, come il dolore, la tristezza e la sofferenza, dettata da una sorte avversa che avrebbe steso chiunque ma non lei, nonostante il suo fisico minuto (alta un metro e sessanta per quarantanove chili) aveva dalla sua una forza ed un temperamento senza eguali! Frida nacque a Coyocan, città del Messico il 6 luglio 1907, fin da piccola svelò quel carattere ribelle e anticonformista, che fece di lei un’ artista pronta a vivere fuori da ogni regola e convenzione. Fu grazie al suo temperamento che superò gli innumerevoli ostacoli che il destino gli mise davanti, all’età di sei anni una poliomielite rischiò di ucciderla e per nove mesi dovette stare chiusa in una camera per superare la malattia, guarì, ma si ritrovò con la gamba destra più sottile della sinistra, e con una malformazione al piede. Difetto che le valse l’insensibile soprannome di “Frida gamba di legno”. A 18 anni vide la morte in faccia per la seconda volta, il bus sul quale lei viaggiava si scontrò con un tram e venne trafitta dal corrimano dell'autobus. L’incidente le provocò la frattura della spina dorsale in tre punti, lo schiacciamento del bacino, la rottura del piede destro. Si salvò per miracolo, ma i medici purtroppo trascurarono la lesione che aveva riportato alla spina dorsale e quando se ne resero conto e corsero ai ripari imponendole nove mesi di immobilità, il danno ormai era irreparabile. Fu durante quel periodo che Frida iniziò a dipingere con frequenza, le ci vollero quasi tre anni per rimettersi in piedi e riprendere una vita normale, subendo nel tempo 35 interventi alla schiena. Nel 1928 conobbe Diego Rivera, pittore di murales all’epoca molto famoso, e nonostante avesse 20 anni in più e fosse brutto e grasso (un metro e ottanta per centocinquanta chili) nonché un’inguaribile seduttore, Frida se ne innamorò perdutamente e lo sposò, dando inizio ad una tormentata storia d’amore senza fine, fatta di tradimenti da parte di entrambi. Tra gli amanti che fecero parte della vita di Frida, figurano personaggi del jet set come il surrealista Andrè Breton, il fotografo Nickolas Muray, il pittore David Al faro Siqueiros, lo scultore Isamu Nogochi e il rivoluzionario russo Leon Trotzkij. Oltre agli uomini, la Kahlo ebbe come amanti anche donne affascinanti come la fotografa Tina Modotti, le attrici Maria Felix e Dolores Del Rio e la grande pittrice americana Georgia O’Keeffe. Frida si spense alla età di 47 anni per una grave forma di polmonite, un anno prima della sua morte dovette subire anche l’amputazione di una gamba, pagando così l’ennesimo dazio ad un destino fin troppo avverso. Infatti, nel suo diario aveva annotato: “attendo con gioia la fine e spero di non tornare mai più”. Il film è stato fortemente voluto e prodotto dall’attrice messicana Salma Hayek, la quale per accaparrarsi il ruolo di Frida, ha dovuto sbaragliare la concorrenza di candidate come J.Lopez e Madonna, ed è anche riuscita ad ottenere, grazie alle sue origini messicane il permesso di girare direttamente sui luoghi dove si svolsero i fatti e non in studio, tutto a beneficio della pellicola! Nonostante questo, la critica non è stata tenera nei confronti del film, definendolo pomposo ed improbabile, giudizio che personalmente non condivido. La convincente performance di Salma Hayek emoziona, tanto da far rivivere alla nipote di Frida il passato: rimase talmente impressionata dal film che per ringraziare l’attrice le regalò una delle collane della Kahlo, e nel farlo disse: “grazie per avermi fatto rivedere mia zia!

Namor

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Di Darth (del 04/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2150 volte)
Titolo originale
Schultze Gets the Blues
Produzione
Germania 2003
Regia
Michael Schorr
Interpreti
Horst Krause, Ursula Schucht, Karl-Fred Müller, Harald Warmbrunn
Durata
109 minuti

Quando mi capita di vedere un film che mi appassioni, che mi coinvolga e mi rapisca il pensiero per tutta la sua durata, provo sempre una gran soddisfazione… tanto più quando non me lo aspetto assolutamente. E’ successo esattamente così con “Schultze vuole suonare il blues”: l’ho noleggiato perché mi hanno attirato il titolo e la copertina… e perchè “V per Vendetta” non era disponibile ; - ). Non ho tuttora visto “V” ma dubito fortemente che mi piacerà quanto “Schultze”. La trama è molto semplice, Schultze e i suoi due amici di vecchia data Manfred e Jürgen, dopo anni di lavoro in miniera, vengono mandati in prepensionamento; da quel momento condividono parecchio del proprio tempo libero tra il bar, le partite a scacchi e la pesca… sempre le stesse routine, le stesse strade e gli stessi discorsi. A cambiare qualcosa sarà però la musica: Schultze, infatti, è un appassionato suonatore di fisarmonica, e un giorno, per radio, sente lo Zydeco, un brano nuovo proveniente dal profondo sud degli Stati Uniti che, come per incantesimo, si impossessa di lui, tanto che non riesce più a suonare la ‘sua’ Polka (esibita in ogni occasione) ma, inebriato dal ritmo, ripete continuamente il pezzo sentito alla radio. Nel paesino tedesco questa “musica da negri” non ha un gran riscontro, gli amici, quindi, decidono di regalare a Schultze un viaggio in Louisiana…
Questo film, scritto e diretto dallo sconosciuto Michael Schorr, lo considero un vero capolavoro: mi ha ricordato fortemente e fatto rivivere le stesse emozioni di “Una storia vera” di D.Lynch. La regia (pluri-premiata in vari festival tra cui Venezia 2003) è meravigliosa; Schorr usa moltissimo il campo lungo e telecamera fissa, senza staccare in continuazione in campi e controcampi; e sfrutta molto anche i riflessi dei vetri per far vedere cosa succede alle spalle della scena inquadrata. La staticità che genera con questa tecnica è simbologicamente perfetta per i ritmi condotti dal protagonista e rende il film davvero ‘rilassante’. I tre attori sono eccezionali, Horst Krause (Schultze) su tutti, con il suo atteggiamento timido e impacciato, la comunicatività del suo volto, e la sua stazza da 100kg che si ‘scatena’ solo quando può suonare la sua fisarmonica. Buona la scelta del regista di avvalersi, per il resto del cast, di attori non protagonisti che rendono il tutto ancor più veritiero. Insomma, questo film mi ha colpito: l’ho trovato poetico, ironico e commovente… se vi è piaciuto “Una storia vera”, non perdetevi quest’altro vetusto e massiccio viaggiatore, lanciato verso una nuova vita, che risale il Mississipi a bordo di una ‘bagnarola’, sorretto dalla musica e dalla voglia di continuare a vivere.

Darth

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Di kiriku (del 03/10/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1510 volte)
Titolo originale
Paradise now
Produzione
Palestina 2005
Regia
Hany Abu-Assad
Interpreti
Kais Nashef, Ali Suleiman, Lubna Azabal, Amer Hlehel, Ashraf Barhoum, Mohammad Bustami, Hiam Abbass, Mohammad Kosa, Olivier Meidinger, Ahmad Fares
Durata
98 min

Mettere su pellicola argomenti difficili e delicati come quelli che riguardano il conflitto tra Israeliani e palestinesi, non è cosa facile. Si corre il rischio di fare un’opera di nicchia, comprensibile solo per pochi e non fruibile dal grande pubblico. Viceversa se si semplifica troppo si può cadere nella banalizzazione degli avvenimenti, perdendo così di vista l’obbiettività, indispensabile per raccontare la realtà dei fatti. Hany Abu-Assad ci narra le ultime quarantotto ore di vita di due Kamikaze e più precisamente di Khaled (Ali Suleiman) e Saïd (Kais Nashef), due amici che vengono scelti per un attentato in Israele. La prima parte del film descrive la normalità dei due protagonisti, il loro lavoro, i rapporti famigliari e tutte quelle situazioni che anche noi viviamo ogni giorno, con la differenza che loro vivono, nella più nera miseria, imprigionati dentro i confini della città senza poterne uscire. La seconda parte invece si concentra sui rituali che i due eseguono dopo la chiamata, dal video-testamento per i famigliari e i fedeli alla preparazione fisica e spirituale prima della missione. Il film risulta realistico e impersonale anche se non è difficile capire da che parte è schierato il regista. Nonostante tutto, riesce a non dare giudizi e a descrivere molto bene lo stato d’animo di due persone che decidono di sacrificare la vita per combattere contro un nemico troppo forte militarmente e contro il quale non trovano altra arma se non quella del sacrificio del proprio corpo. Fanatismo religioso, condizioni sociali deplorevoli e il desiderio di salvare l’onore infangato da un padre collaborazionista, sono le motivazioni che alimentano quel sentimento di rivincita. Ma il cammino verso il martirio è ostacolato da paure,ripensamenti e voglia di vivere. Un’opera che tenta di esplorare un mondo complicato e lontano da noi attraverso la quotidianità di due giovani palestinesi nella Nablus dei giorni nostri. A parte qualche scivolone nella retorica, Hany Abu-Assad ci regala un bel film che alterna una leggerezza a volte ironica con momenti di grande intensità. Da non perdere assolutamente!!! Ciao e buona visione.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 02/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1181 volte)
Titolo originale
Whisky
Produzione
Uruguay, Argentina, Germania, Spagna 2004.
Regia
Juan Pablo Rebella, Pablo Stoll.
Interpreti
Andrés Pazos, Mirella Pascual, Jorge Bolani, Ana Katz.
Durata
94 minuti

Prendete tre attori molto bravi (ma MOLTO bravi), tre doppiatori di ottimo livello (Mita Medici, Gigio Alberti, Antonio Catania), una buona sceneggiatura, due registi rigorosi, mischiate tutto e avrete un gran bel film ! In uno misero paese dell’Uruguay uno dei protagonisti, Jacobo (Andrés Pazos), ha una squallida e triste fabbrica di calzini, che rispecchia il suo carattere. Ad aiutarlo nelle sue mansioni c’è la fedele Marta (Mirella Pascual), entrambi tutti i giorni compiono gli stessi identici e ripetitivi gesti. Così abbiamo un padrone che chiuso in se stesso e nella sua povertà di animo arriva la mattina ad aprire la serranda della sua attività e saluta la sua dipendente senza neanche guardarla in faccia. Entra, accende i macchinari, e lei gli prepara una tazza di tè, che gli verrà portata nel suo ufficio. Poi lei controllerà calzini fino all’ora di chiusura, usciranno insieme da quel posto, si saluteranno, e l’indomani tutto si ripeterà. Ad interrompere questa monotonia sarà l’arrivo del fratello di Jacopo: Hermann (Jorge Bolani). Anche lui fabbrica calzini, ma in contesto molto diverso: è un uomo di successo, energico, sposato, e vive in Brasile. Detto così forse non ho reso molto l’idea di cosa sia in effetti questo film. D’altronde mi è impossibile, vista l’enorme quantità, elencarvi tutte le cose meritevoli di questa pellicola. E’ un film che possiamo definire “minimalista”, ma di grande spessore umano, attento a rivelarci quanto possa essere desolante vivere isolandosi dal mondo e chiudendosi in se stessi (Jacobo). Si ride a tratti, ma è un riso che nasce da situazioni tristi e quasi paradossali. Marta ha il volto scolpito da una vita che non le ha concesso niente di quello che forse sognava, e ce lo fa capire in alcuni momenti, fino all’arrivo di Hermann, dove qualcosa si risveglia in lei. In sostanza “Whisky” (è la parola usata nel film per sorridere in una foto), va seguito attentamente per non perdersi nessuno dei bellissimi particolari che lo arricchiscono. Guardatelo, guardatelo, guardatelo. A domani, se Dio vorrà...

nilcoxp

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Di ninin (del 01/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1611 volte)
Titolo originale
Il mercante di pietre
Produzione
Italia 2006
Regia
Renzo Martinelli
Interpreti
Harvey Keitel,Jane March,F. Murray Abraham,Jordi Mollà,Sebastiano Somma
Durata
107 minuti

Quest’opera tocca un tema molto attuale come il terrorismo islamico, e racconta la vita di un uomo affabile, Ludovico Vicedomini, un occidentale convertito all’islamismo che commercia in pietre preziose di provenienza afgana, ma nella vita privata, è un membro di una cellula terroristica di Al Qaeda. Ludovico, grazie al suo lavoro viaggia molto, e fa da pendolare fra Scozia, Turchia e Italia, dove insieme all’himam Shaid della moschea di Torino e ad altri due membri della cellula progettano un attentato con effetti devastanti sulla popolazione occidentale. A questo scopo, hanno bisogno di raggirare Leda, donna in carriera, membro operativo di una nota compagnia italiana di aeroplani, sposata da molti anni con Alceo, un professore universitario che tratta il tema del terrorismo. La coppia vive momenti difficili, soprattutto da quando lui ha perso entrambe le gambe durante una tappa all’ambasciata americana di Nairobi alcuni anni prima, perciò i due decidono di regalarsi una vacanza in Cappadocia dove faranno la conoscenza dell’ himam e del mercante di pietre. Lei viene subito molto affascinata da Ludovico, ma Alceo sente puzza di bruciato……
Questo quindi il nuovo lavoro di Martinelli, già autore di film importanti come “Vajont” e “Piazza delle cinque lune”. Imperniato tra Roma, Torino e la Cappadocia, il film ha una bella fotografia, con inquadrature delle località dall’alto a cui seguono rapide accelerazioni verso specifici particolari, tra tutti, il più affascinante è senza dubbio il contorno della Valle delle fate, luogo in cui si incontrano i protagonisti. Tratto dal romanzo di Corrado Calabrò “Ricorda di dimenticarla”, il film vuol far riflettere su un argomento delicato come il terrorismo, ci mostra (per l’ennesima volta!) l’attacco alle torri gemelle di New York e scene di barbarie arabe come la lapidazione o il taglio di una mano. Certo che, nel momento attuale di vignette e frasi dette dal Papa, se un musulmano vede questo film gli potrebbero ‘girare’ un pochino per come vengono descritti. Per finire vorrei fare un appunto al regista: ma a cosa serviva l’inseguimento di due terroristi su di un improponibile percorso di tubi fissati nell’area della casa dell’invalido Alceo? Boh… Alla prossima : - D

ninin

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Di Jotaro (del 30/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2577 volte)
Titolo originale
Alien autopsy
Produzione
USA 2006
Regia
Jonny Campbell
Interpreti
Declan Donnelly, Ant McPartlin, Bill Pullman, Harry Dean Stanton
Durata
100 minuti

Nel 1995 Ray Santilli vende su scala mondiale a diverse emittenti televisive un filmato che mostra al mondo intero, in più di 30 diversi paesi e a milioni di telespettatori, le famosa conseguenze dell’Ufo-Crash di Roswell: l'autopsia di un essere umanoide morto, dotato di sei dita e di una strana membrana oculare nera. Tutto il Mondo assiste così stupito ed incredulo a questo shockante filmato. Molti gli scettici e gli esperti che ancora oggi storcono il naso, altrettanti sono però i sostenitori e gli ufo-maniaci che rimangono affascinati da quelle misteriose ed inquietanti immagini, scatendando in quell’anno una vera e propria voglia di fenomeni extraterresti. Oggi nel 2006 Ray Santilli promuove un film che racconta la storia vera di quei fatti, affermando al mondo intero che si tratta di una bufala anche se non è proprio così, ma andiamo con ordine. Il film si apre con il mitico Bill Pullman (Independence Day, Balle Spaziali ecc..) che interpreta quello che dovrebbe essere il 'Michael Moore' della vicenda. Egli si incontra con Santilli e Gary Schoefield e, dopo aver firmato un contratto di riservatezza, Pullman inizia divertito a sentire l'incredibile storia dei 2 ragazzi che per fare qualche soldo si ritrovano coinvolti in situazioni più grandi di loro. Fortunatamente riescono sempre a cavarsela per il rotto della cuffia e grazie ad un giro di menzogne spudorate per vari talk-show intascano anche dei bei soldi insieme ai loro compagni di truffa. Geniale la comicità inglese presente nel film e le scene che illustrano com'è stata girata l'autopsia e il perchè, imperdibile l'amico vestito da medico mentre mangia un biscotto da sotto la maschera (molti appassionati credevano fosse lui il presidente Truman citato e mai visto nel video shock..). Non voglio dirvi di più sulla pellicola per non rovinarvi la storia che ruota intorno al filmato originale e il perchè del “rifacimento”. Il film è molto spassoso, lo consiglio a tutti e soprattutto a chi vuole passare una serata tra amici e farsi 2 sane risate.Guardatelo e tutto vi sarà più chiaro.

Jotaro

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Di slovo (del 29/09/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 2291 volte)
Artista
Chris Squire
Titolo
Fish Out Of Water
Anno
1975
Label
Atlantic

Ripassiamo un po’ di storia, se siete d’accordo. Dopo aver pubblicato 7 album in appena 5 anni (dal ’69 al ‘74), dopo aver delineato i capisaldi del rock-sinfonico e averli poi estremizzati, realizzando nel mentre alcuni capolavori assoluti, gli Yes si concessero una pausa di riflessione. Nel periodo che fece da intorno al termine di questo eccezionale quinquennio creativo, ogni singolo membro appartenente alla ‘famiglia Yes’ pubblicò un album da solista.
Sebbene la forza di questo supergruppo sia sempre stata una favorevole sinergia fra musicisti di una rosa che spaziava dal virtuoso al genio, ce n’è uno che per più di una ragione si può considerare, se non proprio l’anima, certamente il minimo comune multiplo della band. Membro fondatore, è strato l’unico a resistere ai molteplici cambi di line-up che si sono susseguiti tra le file del gruppo in più di 35 anni: sto parlando del bassista/corista Chris Squire.
Per il suo primo e ad oggi unico album solista (anche se non l’unico progetto parallelo) il talentuoso musicista raccolse attorno a sè un ensemble di tutto rispetto tra cui Bill Bruford alla batteria, Patrick Moraz ai sintetizzatori (entrambi già membri degli Yes) e Mel Collins (ex-King Crimson) al sax. Basso e tastiere sono gli strumenti scelti per emergere dal mix, ma ogni pronostico di imbattersi in un clone del modello Emerson,Lake&Palmer si infrange contro la proposta di Squire che, a parte suonare 'molto yes’ - e non potrebbe essere altrimenti dati gli artisti coinvolti, si distingue come qualcosa che non riesco a definire diversamente da, mi si perdoni la tautologia, ‘la musica di Chris Squire’.
Una trascinante linea di basso conduce il brano d’apertura, Squire mette subito sul piatto le sue ottime doti vocali: è solo l’aver diviso il palco con l’angelico Jon Anderson che gli ha sempre precluso un giusto riconoscimento come cantante. Senza soluzione di continuità, “hold out your hand” si tramuta nella ballata “you by my side” che racchiude come le valve di un’ostrica un romanticissimo intervento del flauto. “Silently Falling” sfrutta gli 11 minuti della sua durata per ricalcare una struttura simmetrica rispetto al centro: una intro delicata e dal vago sapore pastorale introduce il brano, poi lentamente, impercettibilmente, la musica si fa sempre più incalzante fino a giungere al serrato e frenetico nucleo, trainato da una ritmica che lascia senza fiato... poi, scaricata la tensione, il tono torna improvvisamente ai livelli iniziali per deaffaticare in un lungo finale elegantemente orchestrato. Il tema che si ripete a oltranza per tutta la durata di “Lucky Seven” costituisce una solida base su cui il sax può percorrere complicate evoluzioni. A chiudere, “Safe”, strumentale per la sua quasi interezza: quindici minuti per consumare il matrimonio tra il basso e la mini orchestra che Squire ha allestito per la registrazione del disco e da cui trae ogni possibile vantaggio.
È bravo Chris Squire... sicuramente esistono bassisti più tecnici, ma lui ha gusto, oltre che talento: pur essendo perfettamente in grado di eseguire parti molto complesse, sa bene quando è il caso di marcare una battuta con una singola nota, piena ed enfatica, oppure accompagnare un passaggio con una semplice quanto efficace scala ascendente, usando esattamente le note che servono, non una di più, non una di meno. Se avete amato il periodo settantiano degli Yes non potete perdervi “Fish out of Water”, che di tutti gli sforzi solistici compiuti dai membri del grande gruppo inglese, rappresenta il meglio riuscito.

slovo

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Di Namor (del 28/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2038 volte)
Titolo originale
Gilda
Produzione
USA 1946
Regia
Charles Vidor
Interpreti
Rita Hayworth, Glenn Ford
Durata
110 minuti

Il 31 agosto 2006 si è spenta una delle ultime stelle della vecchia Hollywood, l’attore canadese Glenn Ford, nato nel Quebec il 1916 con il nome di Gwylllyn Samuel Newton Ford, e trasferitosi all’età di otto anni nella California del Sud con la famiglia. Il giovane Ford fu subito attratto dal mondo dello spettacolo, da studente iniziò a recitare al liceo di Santa Monica ed il suo primo impiego fu proprio all’interno di una sala cinematografica di seconda categoria, in qualità di operatore alle luci. Il suo sogno di diventare attore si realizzò negli anni 30, mentre muoveva i suoi primi passi in teatro, venne notato e scritturato da Harry Cohn capo e fondatore della Columbia Pictures, il quale lo fece debuttare nel film “Heaven with a Barbed Wire Fence”, di R. Cortez. Nei successivi 53 anni di carriera lavorò in quasi 100 film, attore infaticabile, noto per la sua attitudine a recitare in più set contemporaneamente, nel 1940 girò ben cinque film in 12 mesi! Due anni dopo con l’avvento della seconda guerra mondiale, la sua carriera subì un breve stop, partì come volontario nella marina statunitense, esperienza che lo forgiò per i suoi molteplici ruoli in pellicole di guerra. La consacrazione arrivò nel 1946, finito il conflitto torna negli studio della sua casa cinematografica per iniziare le riprese di “Gilda” accanto alla allora sconosciuta Rita Hayworth. Il successo di “Gilda” lo si deve soprattutto alla straordinaria performance della Hayworth, dotata di una incredibile carica sessuale fatta di movenze feline, che resero il personaggio di Gilda la donna più desiderata di quel periodo. Basti ricordarsela vestita in un abito da sera che a malapena riusciva a contenere le sue incredibili forme in una delle sue esibizioni canore più sensuali, mentre cantava e ballava “Amado Mio”. Chi ha visto “Gilda”, si ricorderà certamente la scena più famosa di tutto il film, quella in cui Johnny molla un sonoro schiaffo sul viso di Gilda, ma non tutti sanno che ad avere la peggio ironia della sorte fu proprio Glenn Ford, durante un’altra scena carica di odio-amore dei due protagonisti, che vide questa volta Gilda schiaffeggiare Johnny, la violenza di Rita Hayworth fu tale che due denti di Glenn Ford si spezzarono. L’attore riuscì a controllarsi e a finire comunque la scena! Prima di salutarvi ed augurarvi una buona visione, vi do solo un accenno della trama, per non togliervi il piacere di scoprire da voi l’evolversi della vicenda di questo bellissimo cult movie. Ambientato in un’Argentina del dopoguerra, Ballin Mudson (George Macready) proprietario di una casa da gioco, salva da un tentativo di rapina il giocatore d’azzardo Johnny Farrell, (Glenn Ford), tra i due nasce un rapporto di stima reciproca che porta Johnny a diventare il suo braccio destro. Tutto fila liscio fino al giorno in cui Mudson, torna da un viaggio e, fresco sposo della sensuale Gilda (Rita Hayworth)……….

Namor

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Di #LouiseElle
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Di Namor




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