BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di kiriku (del 12/09/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1218 volte)
Titolo originale
Salvador
Produzione
USA 1986
Regia
Oliver Stone
Interpreti
James Belushi, Elpidia Carrillo, Michael Murphy, John Savage, James Woods, Cindy Gibb, Danna Hamsen, Jorge Luke, Will Macmillian, Tony Plana
Durata
123 min

Negli anni settanta il Salvador attraversa un periodo difficile, la sovrappopolazione e la mancanza di lavoro gettano le basi per una crisi di stato. I partiti politici esistenti si dividono in due schieramenti opposti che si contendono il potere con colpi di stato e frodi elettorali. Nel 1972 l’esercito arresta il candidato eletto e al suo posto insediano il proprio rappresentante. Da questi avvenimenti scaturisce una guerriglia ancora più aspra che porta i militari a sterminare fisicamente migliaia di salvadoregni. Nel 1979 il governo viene rovesciato da una coalizione di civili e di militari che propongono una serie di riforme che non vengono mai avviate. I partiti dell’opposizione si alleano e formano la Federación Democrático Revolucionario. Per molti salvadoregni però l’unica soluzione ai problemi è la lotta armata. Questi propositi sono incoraggiati probabilmente anche dalla vittoria della rivoluzione socialista in Nicaragua che avviene nello stesso anno. La rivolta scoppia con l’omicidio dell’ arcivescovo Oscar Romero, i rivoluzionari prendono possesso della parte settentrionale e di quella orientale del paese. Gli U.S.A hanno come presidente Regan che spaventato dalla vittoria socialista in Nicaragua, finanzia il governo del Salvador che si prodiga nello stermino degli insorti. È proprio in questo momento così confuso della storia del Salvador che Oliver Stone ambienta il suo il film. Il protagonista, Richard Boyle, è un giornalista fallito, abbandonato dalla moglie e in crisi con i colleghi di lavoro, che decide di lasciare la California per recarsi in Salvador. Nel viaggio lo accompagna un amico fallito come lui e per di più tossico, che si lascia convincere dalla promesse che la vita in quel paese e più vivibile. Arrivato sul posto incontra un fotografo di vecchia conoscenza, con il quale cerca di fare un reportage scottante da riportare nel proprio paese. Questa è un’opera che in patria ha avuto dei problemi, è ispirata ad una storia vera ed è stata realizzata grazie anche agli attori che hanno accettato compensi minimi. È un film duro, con delle sequenze frenetiche e di estrema violenza difficili da metabolizzare, una denuncia aperta al governo americano colpevole di essere complice dei regimi militari nell’America Centrale. Oltre alla regia Stone ha curato la sceneggiatura insieme a Richard Boyle, il fotografo a cui è ispirato il film. Indimenticabile la recitazione di James Woods nella parte del protagonista, ma il regista si è anche ritagliato una piccola parte per lui; è uno dei soldati violentatori. Non perdetevi assolutamente questa opera cinematografica, anche se alla fine vi rimarrà l’amaro in bocca. Buona visioni a tutti.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 11/09/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 4025 volte)
Artista
Mina
Titolo
The Platinum Collection
Anno
2004
Label
EMI

Io non sono della generazione che è cresciuta ascoltando Mina, neanche la conoscevo (musicalmente) fino a qualche tempo fa. Fatta eccezione per qualche filmato visto in televisione e qualche canzone che ogni tanto passa in radio all’uscita di un suo nuovo album, la consideravo troppo distante dai miei gusti per interessarmene. Poi mia moglie ha cominciata ad ascoltare questa raccolta, che racchiude attraverso i grandi successi, la lunga carriera dell’artista. Così mi sono messo a sentire più volte questo lavoro, e se tenete conto che sono cinquantatre canzoni, capirete che ci è voluto del tempo. Analizzando i testi mi sono reso conto di come esprimano una condizione femminile che oramai appartiene al passato, di un modo di vivere i sentimenti e il sesso in maniera troppo romantica e delicata per i giorni nostri, però… musiche piacevolissime, di classe, con sopra il pezzo forte dell’album: la voce di Mina!!! Non le scopro certo io le sue capacità canore, però lasciatemi dire dell’appagamento che tale voce (e l’uso che ne fa la cantante) riesce a dare nell’ascoltatore. Nella raccolta troviamo brani famosissimi alternati a brani meno famosi (ma non per questo meno intensi), e a cover di successi altrui. Personalmente il cd che ho trovato più piacevole è il primo dove troviamo pezzi come “L’importante è finire”, “Amore mio”,”La voce del silenzio”. Nel secondo cd abbiamo: “Non gioco più”, “Non credere”, “Fa qualcosa”. Decisamente di livello inferiore il terzo cd, dove vanno rilevate però le due cover molto belle di “Can’t take my eyes off of you” di Gloria Gaynor e “Cry me a river” di Justin Timberlake. Nel complesso un lavoro di classe, che mi ha avvicinato ad un’artista grandissima ma a me misconosciuta. Se ho dimenticato di scrivere qualcosa di importante fatemelo sapere, ve ne sarei grato. Ah, dimenticavo di dirvi che nel frattempo è uscita una seconda raccolta dal titolo “The Platinum Collection 2”. Ciao.

nilcoxp

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Di ninin (del 10/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1604 volte)
Titolo originale
La notte del mio primo amore
Produzione
Italia 2005
Regia
Alessandro Pambianco
Interpreti
Claudia Venturini, Damiano Verrocchi, Alice Visconti, Luca Bastianello, Lucio Mattioli, Giulia Ruffinelli, Joanna Moskwa, Tommaso Piermatti, Valentina Izumi, Dante Alfonso Spadini
Durata
82 minuti

La locandina di questo film dice : “La notte prima degli esami si dimentica, il primo amore mai!”. Una frase che mette in guardia lo spettatore da chissà quali sorprese….Beh, dovrebbero metterlo in guardia da questo lungometraggio! La storia ( chiamiamola così ) parla di una 17enne di nome Chiara che ha problemi con il fidanzato Andrea. Quest’ultimo tronca con lei perché la sera in cui i due si dovevano vedere, il padre di lei non la fa uscire. Così Chiara per fargliela pagare decide di andare a trascorrere una giornata con Matteo, un istruttore di palestra collega di Andrea. Durante l’uscita finiscono in una zona dove si aggira un serial killer che ha già fatto sparire diverse ragazze… Vi ho messo paura eh? Beh avete presenti i film amatoriali? Questo si potrebbe avvicinare molto al genere. Una produzione italiana che vanta una recitazione davvero scadente con dialoghi fra personaggi da dilettanti allo sbaraglio, scene scontate, fotografia come sopra e poi tutto al buio ( ma avevano finito il budget? ). L’inizio con quel sospiro in sottofondo poteva fare sembrare chissà cosa… ma andando avanti si cade proprio in banalità , e anche nei momenti topici delle scene importanti, le difficoltà non sono credibili. Questo thriller – horror ( bah! ) ha un serial killer dotato di un’arma potentissima (è una temutissima sparachiodi!) e vive in una soffitta tappezzata di ritagli di giornali con articoli su efferati omicidi avvenuti in passato. Inoltre lascia molte ombre ( per forza è tutto al buio! ) sul comportamento di questo omicida che non fa capire cosa ci faccia con le vittime, come le uccida, se abusi di loro, se le faccia a pezzi ( ah no, ha una sparachiodi!!). Voi mi direte: “ma non salvi proprio niente di questo film?” Di questi ottanta minuti l’unica cosa che mi sento di salvare è la canzone dei titoli di coda “In fondo alla notte” di Dolcenera. Forse perchè ero contento che era finito il film!!

ninin

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Di xanteferranti (del 09/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1968 volte)
Titolo originale
Pane e tulipani
Produzione
Italia, Svizzera 1999
Regia
Silvio Soldini
Interpreti
Licia Maglietta, Bruno Ganz, Giuseppe Battiston, Marina Massironi, Felice Andreasi, Antonio Catania
Durata
112 minuti

Apparteneva al nonno di mia moglie. L’ultima volta ha sparato a Caporetto, ma, come può notare, è stato accuratamente preservato dalle insidie della ruggine e dall’usura del tempo. Al Suo posto, eviterei qualsiasi reazione che possa indurmi a mostrarLe l’efficienze della sua meccanica. – Come ha detto, scusi?
Il surreale dialogo, posizionato in uno dei momenti topici del film, si svolge tra Fernando Girasole (Bruno Ganz) e Costantino Caponangeli (Giuseppe Battiston), minacciato con un vecchio fucile per essersi introdotto sotto mentite spoglie… Alt. Conviene che mi fermi e ricominci. La quarantenne casalinga pescarese Rosalba (Licia Maglietta), dimenticata dalla sua comitiva – di cui fanno parte anche suo marito e i due figli adolescenti – in una stazione di servizio al ritorno da una gita a Paestum (si era attardata alla toilette, essendole caduto un orecchino nella tazza del wc), tenta di tornare a casa in autostop, ma, a un certo punto, rimedia un passaggio da un automobilista diretto a Venezia. Lei non ci è mai stata, e così… decide di sfruttare l’occasione per prendersi una piccola vacanza. Senonché, dopo una bella giornata in laguna e una notte passata nella scalcinata Pensione Mirandolina, ha già finito i suoi soldi. Va alla stazione per prendere il treno diretto verso casa, ma lo perde per un soffio. È dunque costretta a rimanere un’altra sera a Venezia, ma non sa dove dormire. Ottiene fortunosamente l’ospitalità dell’unica persona con cui ha finora scambiato qualche parola, il riservato cameriere del modesto ristorante dove ha pasteggiato: si chiama Fernando, è islandese e, si scoprirà poi, è un ex cantante da nave da crociera ed ex detenuto (quando era «giovane e incapace di governare le emozioni» aveva ucciso l’amante della moglie), ora impegnato a sostenere la nuora nell’educazione del nipote Eliseo, abbandonato dal padre; in galera ha imparato a memoria quasi tutto l’Orlando furioso. Inutile dire che tra i due, che continuano a darsi del lei fino all’ultima scena del film, sboccia qualcosa; Rosalba, ormai stabilmente impiantata in casa del cameriere (ma in camere separate!), trova lavoro come commessa nel negozio di un fioraio anarchico (Felice Andreasi), che l’assume per una sua presunta rassomiglianza con la rivoluzionaria russa Vera Zasulič; qui passa interi pomeriggi a suonare una fisarmonica donatale da Fernando. Ma il marito di Rosalba (Antonio Catania), titolare di una ditta di sanitari a Pescara, non si rassegna a perdere una così perfetta donna di casa e, consigliato dall’amante, assume come detective l’imbranato e sfigatissimo idraulico disoccupato Costantino Caponangeli, appassionato di libri gialli e di freccette, per trovare e riportare all’ovile Rosalba. Il piano sta quasi per riuscire: l’investigatore dilettante, malgrado la propria castronaggine, ha scoperto dove la donna lavora e abita: sotto il falso nome di Vittorio Alfieri (!), riesce anche a introdursi nell’appartamento dell’estetista (Marina Massironi) che abita accanto a Fernando, facendosi passare per un cliente, ma viene scoperto dal cameriere. Il destino, però, ci mette ancora una volta lo zampino e… Forse anche i sogni più assurdi possono avverarsi? Davvero non è mai troppo tardi per trovare il vero amore e la felicità? È davvero consolante, ogni tanto, sentirsi rispondere di sì, trascorrendo due ore di allegria e poesia in compagnia degli indimenticabili personaggi di un film che vi resterà nel cuore.

xanteferranti

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Di slovo (del 08/09/2006 @ 05:00:00, in live report, linkato 3712 volte)
Evento
Ripasso, Ribassi & Saldi
Artista/i
PGR
Location
Parco Nuvolari - Cuneo
Data
3 agosto ‘06

Non avevo mai sentito questo mitico gruppo in versione live durante le sue precedenti incarnazioni (CCCP e CSI): li ho scoperti tardi e mi sono sempre mancate le occasioni. Ma posso dire di aver metabolizzato i loro dischi, questo si. Il tour estivo dei PGR, non dovendo fungere da promozione ad alcun album, sarebbe stato spiccatamente autocelebrativo; anche il modo in cui l’hanno titolato richiamando gli slogan dei commercianti parlava da solo: “Ripassi, Ribassi e Saldi – fino ad esaurimento scorte” - una dichiarata retrospettiva della loro lunga avventura musicale, lo rendeva un appuntamento assolutamente imperdibile.
Il viaggio da Imperia a Cuneo è stato un escursus di tutte le possibili manifestazioni climatiche: dal caldo sub-tropicale della riviera, ai nubifragi del basso piemonte, fino all’inaspettata frescura, la prima dell’anno a detta dei residenti, che abbracciava il grande Parco della Gioventù. Ci sono alcune situazioni tipiche dei concerti capaci di evocare emozioni pari a nessun’altra: come arrivare a cancelli ancora chiusi e udire il gruppo che fa il soundcheck, e in quel suono ovattato riconoscere qualche canzone che sarà in scaletta, avvertire la prima palpitazione (tenue)... cose per cui vale tranquillamente la pena farsi 150 Km di strada.
Non c’è bisogno di fare code snervanti per entrare: il parco Nuvolari, la splendida venue dell’evento, si riempie ordinatamente ed è dotato di tutto ciò che serve per far venire l’ora...
La folla sotto il palco è nutrita e compatta quando la musica di sottofondo sfuma all’improvviso, ecco un’altra di quelle sensazioni di cui parlavo prima... ci siamo! Accompagnati da un boato di approvazione ecco i nostri cinque prendere posto sul palco. Nessuna posa o gesto da divo, solo una breve passerella per imbracciare ognuno il proprio strumento ed attaccare a suonare. Questo ingresso conteneva in sè una (forse) involontaria dichiarazione di intenti: il concerto sarà ‘suonato’, ridotto all’essenziale: cinque musicisti, gli strumenti e le canzoni. Che si fotta tutto il resto.
Beh... quando Giovanni Lindo Ferretti inizia a intonare “brace” con le mani in tasca e l’intensa mimica facciale, ci si ricorda di avere di fronte una delle colonne del rock nostrano, e questo basta e avanza.
Cazzo, è ancora più scheletrico di quanto immaginassi, so che è stato male ultimamente, ma adesso pare si sia ripreso...oddio, non è che si sia sbilanciato più di tanto, si limiterà a cantare composto, ad accendersi una sigaretta di tanto in tanto e a sorridere compiaciuto degli applausi del pubblico col viso colorato di soddisfazione che sembrava un vecchino. Maroccolo suonerà seduto nelle retrovie del palco da vero e proprio direttore della band, la sua espressione goduta la dice lunga. Giorgio Canali è, a suo modo, l’elemento più rock del palco dei PGR, posa da rocker, ma preciso nell’esecuzione, genuino, grande classe... a completare la formazione Pino Gulli alla batteria e Cristiano della Monica impiegato al secondo basso e un minimale set di percussioni.
‘mi ami’ è il primo pezzo del repertorio CCCP che viene proposto e, prevedibilmente, viene accolto con un ovazione sin dai primi arpeggi; sull’accelerazione finale Giovanni Lindo riesuma espressioni allucinate dai tempi degli esordi mentre il pubblico comincia le prime timide prove di pogo... si sarebbe scatenato in seguito durante i momenti più punk: “curami”, “spara yuri”, “emilia paranoica”, “tu menti”, "mi importa una sega" tutti brani indimenticabili che vengono proposti a gruppetti di 2 o 3, medley che fanno da vettori al viaggio indietro nel tempo. Il revival CCCP, energetico e coinvolgente, viene alternato con la produzione CSI/PGR, più rilassata e contemplativa, nessun problema a proporre brani dilatati come “Irata” o da ‘puro ascolto’ come “palpitazione tenue”, presentata dopo la prima pausa in versione batteria/voce. Rimbalzando tra questi due stati, sono volate via due ore di grande musica; il gruppo è rodato, ha confidenza con il palco e sembra lì per divertirsi più che per intrattenere: ogni tanto il cantante sbaglia, confonde qualche strofa oppure entra in anticipo... nessun problema, senza perdere un colpo gli altri recuperano e rimediano, sorridendo tra di loro. “cavalli e cavalle”, unico estratto dal loro ultimo “d’anime e d’animali”, viene tenuto per il bis, pezzo epico e potente quanto basta per salutare e lasciare ordinatamente il palco.
Esaltato, sulla strada del ritorno faccio mentalmente un’ultima considerazione sul sound del gruppo, che con la scelta dei due bassi e la voce di Ferretti spesso spostata su registri baritonali dava sì una buona ‘botta’ ma che era forse un po’ troppo inflazionato sulle basse frequenze, e immagino quale meraviglia doveva essere la vecchia formazione a due chitarre e seconda voce femminile...

slovo

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Di Namor (del 07/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1529 volte)
Titolo originale
Lucky Number Slevin
Produzione
USA 2006
Regia
Paul McGuigan
Interpreti
Bruce Willis, Josh Hartnett, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Lucy Liu
Durata
109 minuti

Con la stagione estiva che lentamente volge al termine, per noi cinefili ne inizia una nuova, quella cinematografica, incorniciata dai vari trailer che ci segnalano le future prime visioni su grande schermo, con lo scopo di invogliarci ad optare per i vari titoli da loro proposti. Ma quante volte abbiamo giudicato un film “bello” solo per la visione delle immagini furbamente montate dagli addetti, che poi si è rivelato l’opposto? Altrettanto vero però il contrario, sono andato a vedere malvolentieri “Slevin - patto criminale” (che avevo bocciato per il bruttissimo trailer televisivo) e, con mia sorpresa, ho assistito ad un gangster-movie interessante, sceneggiato dal nuovo talento ventottenne Jason Smilovic (Out of sight, The forgotten), che ha il merito di far scorrere con buona fluidità una pellicola che alterna flash-back ad eventi in tempo reale, con dialoghi arguti che ricordano il miglior Tarantino. A firmarne la regia è lo scozzese Paul McGuigan, che sapientemente miscela il tutto senza risultare mai banale e monotono, mantenendo le sue ottime premesse fino all’ultimo fotogramma. Pregevole la scelta del cast, appropriata per quanto riguarda i nomi e notevole per il loro stato di grazia. Citiamo Josh Hartnett nella parte di Slevin, lo “sfortunato” protagonista che viene coinvolto in una faida ordita da due gerenti del crimine, precedentemente soci ed ora acerrimi rivali: il Boss (Morgan Freeman) e il Rabbino (Ben Kingsley). Uno lo assolda per eliminare il figlio del suo antagonista, l’altro invece vuole addirittura la morte del suo avversario! A nulla vale spiegare che si tratta di uno scambio di persona è che si trova al posto sbagliato al momento sbagliato, dovrà per forza maggiore soddisfare le richieste commissionate dai due capi, a scapito della sua stessa vita! Come se non bastasse, a mettersi sulle sue tracce c’è il killer senza scrupoli Goodkat (Bruce Willis), che contribuisce a complicare le cose, oltre al pedinamento dell’inflessibile detective Brikowski (Stanley Tucci). L’unico spiraglio di luce in questo buco nero è la vicina della porta accanto Lindsey (Lucy Liu), una coroner dalla mente analitica che cercherà di aiutare Slevin ad uscirne vivo. Tutto sembra ormai perduto, quando in un turbinare di eventi ogni tassello torna al suo posto, per svelare una sola sconvolgente verità.

Namor

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Di Darth (del 06/09/2006 @ 05:00:00, in live report, linkato 4348 volte)
Evento
Bordighera Jazz & Blues 2006
Artista/i
Blues Brothers Band
Location
Giardini Loewe - Bordighera
Data
3 settembre '06

Quando l’ho letto sul giornale stentavo a crederci... l’articolo a pagina 39 de “La Stampa” intitolava così: “Il mito Blues Brothers stasera a Bordighera”. Subito ho pensato ad un gruppo che ne eseguiva le cover: com’è possibile che la famosissima band si esibisca in riviera? Invece, nessun errore: è stata fortemente voluta dagli organizzatori del “Bordighera Jazz & Blues” per la serata finale... ed è proprio “The original Blues Brothers Band”. Quattro membri del gruppo ideato da John Belushi e Dan Aykroyd, hanno deciso di riformare il complesso e, con innesti di musicisti straordinari, hanno ricreato una rhythm and blues band che nulla ha da invidiare a quella originaria. I componenti della “Blues Brothers Band” attuale sono: Steve “The Colonel” Cropper (chitarra), Lou “Blu Lou” Marini (sax), Alan "Mr. Fabulous" Rubin (tromba), Anthony “Rusty” Cloud (tastiere), Eric “The Red” Udel (basso), Clint “The Cannon” De Ganon (batteria), Ned "The Howler" Holder (trombone), Rob "Honeydripper" Paparozzi (voce e armonica), Eddie “Knock on wood” Floyd (voce). L’affluenza ai giardini Loewe di Bordighera è stata imponente, gli spettatori erano divisi in due settori (senza differenze di prezzo): davanti al palco un ampio spazio per chi voleva stare in piedi e ballare, e dietro numerosi posti a sedere... utili per non vedere praticamente niente. Verso le 21:30 inizia a suonare un gruppo sanremese, i “Blues Express”, ma il pubblico, un po’ impaziente, non mi è parso molto partecipe ed entusiasta della performance dei seppur bravi musici nostrani. Poi, dopo un'altra pausa (che sembrava infinita per chi, come me, era in attesa da oltre due ore), verso le 22:30, sulle note della loro mitica intro “I can’t turn you loose” entrano in scena loro… la “Blues Brothers Band”. Con mia trasalita sorpresa è comparso sul palco, con il completo nero ed i soliti occhiali da sole, Dan Aykroyd a fare il ‘suo’ pezzo con l’armonica, poi, quando ho sentito che cantava con la voce di Belushi ho capito che non era (ovviamente) ne uno ne l’altro, ma era Rob "Honeydripper" Paparozzi: davvero bravissimo… da solo, è riuscito a cantare, ballare e suonare l’armonica come facevano in due gli show-man originali. Da quel momento l’atmosfera s’è fatta incandescente, il pubblico ha iniziato a cantare e ballare trascinato da pezzi come “She caught the Katy”, “Gimme some lovin'”, “Peter Gunn theme”, “Sweet home Chicago”, e tanti altri… e vi assicuro… quando Rob Paparozzi è comparso sul palco con l’andatura ‘gobba’ e il frac bianco, sulle note di “Minnie the Moocher” (omaggiando il grande Cab Calloway nel primo film), e noi abbiamo iniziato a duettare con lui… era come se fossi magicamente apparso in Illinois, nella sala grande del Palace Hotel, ad assistere al concerto finale del primo film… un’emozione indescrivibile! La seconda metà dello show ha avuto come voce leader quella di Eddie Floyd, cantautore di colore presente anche nel sequele “Blues Brothers 2000, e quindi, anziché i successi dei Blues Brothers, ci siamo potuti assaporare pezzi suoi, di Otis Redding e di Wilson Pickett, nonché la bellissima “Soul Man”. L’esplosione di giubilo finale il pubblico l’ha avuta quando, al rientro per il bis, è salito per primo sul palco Lou “Blu Lou” Marini, con indosso la maglia azzurra della nazionale, ci ha ringraziato in italiano stentato, poi ha ‘presentato’ tutti i componenti, ed hanno concluso lo show con la mitica “Everybody needs somebody to love”. Serata indimenticabile! Ringrazio dal profondo del cuore gli organizzatori del “Bordighera Jazz & Blues” per esser riusciti a portare un pezzo di storia della musica nella piccola riviera dei fiori.

Darth

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Di kiriku (del 05/09/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1927 volte)
Titolo originale
Buffalo 66
Produzione
USA, 1998
Regia
Vincent Gallo
Interpreti
Vincent Gallo, Christina Ricci, Anjelica Huston, Ben Gazzara, Rosanna Arquette, Kevin Corrigan, Mickey Rourke
Durata
112'

Il nome e il numero Buffalo 66 sono il luogo e la data di nascita di Billy Brown, il protagonista del film. Billy (Vincent Gallo) uscito dopo una condanna di cinque anni dal carcere, decide di andare a trovare i genitori ai quali aveva detto,per giustificare la sua lunga assenza, di essersi sposato e di lavorare per il governo. Il padre ( Ben Gazzara ) è un ex cantante fallito paranoico, la madre ( Anjelica Huston ) è una tifosa fanatica della squadra dei Buffalo e rinfaccia al figlio di essere nato proprio il giorno in cui la sua squadra vinceva il campionato. Dopo essere stato trascurato una vita decide di mostrare ai suoi di essersi sistemato presentandogli la sua dolce metà, ma per farlo costringe con la forza la giovane e ingenua Layla (Christina Ricci), che incontra per caso in una scuola di ballo, a fingersi sua moglie. La ragazza conquista i genitori che continueranno ovviamente a trascurare il figlio. Da questo ennesimo torto la decisione di eliminare fisicamente il giocatore dei Buffalo che sbagliò il calcio nella finale sulla quale aveva scommesso migliaia di dollari che non possedeva. Ed è proprio per ripagare l’allibratore ( Mickey Rourke) che accettò di farsi incolpare per un crimine commesso da un amico dello stesso. Vede nel giocatore il colpevole della sua detenzione, che diventa così il capro espiatorio per tutti i torti subiti. Questo è il primo film da Regista di Vincent Gallo ed è considerato il suo capolavoro indiscusso. Il poliedrico artista non si è limitato alla regia e alla recitazione, ma è artefice anche del soggetto, della sceneggiatura e delle musiche. Un ‘opera autobiografica in cui ci ripropone il rapporto difficile con i suoi genitori. Ed è proprio il rancore nei loro confronti a dargli l’ispirazione per scrivere la sceneggiatura di Buffalo 66. In un’intervista che ho letto, parlando del protagonista dice: "Billy Brown è l'uomo che sarei potuto diventare se mi fossi lasciato andare e non avessi reagito". Quello che mi ha colpito di questo film è l’alternarsi di momenti drammatici, raccontati sapientemente con immagini e musica , con gag divertenti al limite del paradosso. Vincent Gallo è riuscito a trasmettere il dramma interiore di un uomo che è alla ricerca della normalità in un contesto sociale che è quello della provincia desolata, e in un ambiente familiare che lo ha devastato psicologicamente a tal punto da avere paura del più semplice contatto fisico. Buona la recitazione della Ricci che si cala sapientemente nel ruolo della provincialotta, ottima invece quella di Gallo che interpreta magistralmente il ruolo del protagonista ed infine bravi anche Gazzara e la Huston la cui abilità è indiscussa. Un film indipendente che è costato meno di due milioni di dollari,che è stato girato in appena venti giorni ed è capace di emozionarvi ma allo stesso tempo di farvi sorridere, merita di essere visto! Vi auguro una buona visione.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 04/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1732 volte)
Titolo originale
Bubble
Produzione
USA 2006
Regia
Steven Soderbergh.
Interpreti
Debbie Doebereiner, Dustin James Ashley, Misty Dawn Wilkins, Omar Cowan, Laurie Lee.
Durata
73 minuti

Prima di parlare del film volevo spendere due parole sul regista. Figura notevole nel panorama del cinema americano dell’ultimo decennio, ha esordito con il film “Sesso, bugie e videotape” e ha sempre alternato nella sua carriera produzioni milionarie (come “Ocean’s Eleven” per esempio) ad altre indipendenti nelle quali investe una parte degli utili ottenuti da questi grossi film. “Bubble” è uno di questi investimenti: girato con pochi soldi, tutto in digitale, e usando la luce naturale. Steven Soderbergh qui fa il produttore, il regista e l’operatore sotto lo pseudonimo di Peter Andrews. Altra curiosità: il regista ha provato con questo film anche un’altra strada che potrebbe portare a nuovi sviluppi in futuro; ha fatto uscire la pellicola contemporaneamente al cinema, in televisione (via cavo), e in dvd. Questo per cercare di far vedere un film che attraverso i tempi dei soliti canali di distribuzione non avrebbe potuto competere con i blockbuster. E in questa pellicola Soderbergh va giù duro! In soli 73 minuti entra nello squallore di una cittadina statunitense dove l’indice di povertà è sicuramente superiore alla media, dove le persone fanno un lavoro noioso, ripetitivo e poco retribuito, dove i contatti umani sono al loro minimo, e dove i discorsi sono “apatici”. L’uomo risulta non esserci più nelle sua interezza, ma scomposto in pezzi come quelli delle bambole che essi stessi assemblano nella fabbrica in cui lavorano. Nel mezzo di questo niente si viene a creare un triangolo amoroso che non porterà a nulla di buono e che scatenerà reazioni esagerate. Tutto è fermo e non dà speranze. Come si vive quando non puoi sperare in un domani migliore? “Bubble” ce lo mostra, e non ci fa piacere. Gli attori non sono dei professionisti, ma sono veramente le persone del posto prese nel loro lavoro quotidiano. Su tutti la protagonista Debbie Doebereiner, con una prestazione da incorniciare. Bellissimo, da vedere!

nilcoxp

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Di ninin (del 03/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 9838 volte)
Titolo originale
Garfield 2 ( Garfield : a tail of two kitties )
Produzione
USA 2006
Regia
Tim Hill
Interpreti
Breckin Meyer, Jennifer Love Hewitt, Billy Connolly, Lucy Davis, Ian Abercrombie, Veronica Alicino
Durata
79 minuti

Nel seguito del fortunato film del 2004, Jon (il padrone di Garfield) vuole raggiungere la fidanzata Liz, recatasi a Londra per lavoro, per chiederle di sposarlo. Decide così, per cause di forza maggiore, di affidare i suoi due piccoli affezionati amici ad un canile (il simpatico cane Odie e la peste Garfield). I due, furtivamente ritorneranno sul posteriore dell’autovettura e lo accompagneranno a sua insaputa nel viaggio verso il vecchio continente. A Londra vi è un antico castello, dove è appena salito sul trono un altro grasso gatto, identico a Garfield : Principe. Quest’ultimo divenuto il nuovo sovrano a causa della morte della vecchia regnante, che lo ha designato come suo unico erede per la sua grande fedeltà ed amicizia. Principe però dovrà guardarsi attentamente alle spalle… Questo film l’ho trovato scarno di nuove idee, avendo preso spunto dalla favola de “Il Principe e il povero”, con il classico cambio di ruoli dei due protagonisti. Il film ha strizzato l’occhio anche alla pellicola degli Aristogatti della Walt Disney. La sopra citata fattoria è strutturata in stile Babe maialino coraggioso, tutti parlanti, tutti operosi e saranno anche protagonisti nella fattura di una grossa lasagna, a loro fino ad ora sconosciuta, pur di accontentare Garfield. Ma una domanda : perché parlano proprio tutti e l’unico che tace e sempre e solo il piccolo Odie? L’animazione in 3D del grasso gatto questa volta è affidata a Tim Hill ( nella pellicola precedente la regia era di Peter Hewitt ) e come nel precedente questo film si avvale nel doppiaggio del gattone della voce di Fiorello, questa volta nel duplice compito: felino uno rozzo e l’altro stile lord inglese, che renderanno più colorito questo simpatico lungometraggio. Che dirvi di più? Ah sì, buona visione….

ninin

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Di lele (del 02/09/2006 @ 05:00:00, in live report, linkato 2224 volte)
Evento
Rock in the Casbah 2006
Artista/i
Baustelle
Location
Piazza S.Sebastiano - Sanremo
Data
4 agosto '06

É un’estate torrida quest’anno a Sanremo, ma stranamente stasera fa fresco nel quartiere della Pigna, nella città vecchia. E così, mentre la metà ‘di plastica’ degli abitanti e villeggianti rivieraschi passeggia con i gelati e le abbronzature da amazzoni tra le vie del centro, l’altra metà gode di un evento speciale che sicuramente rimarrà nella memoria di molti. Ci pensano infatti i Baustelle a scaldare gli animi di quelle persone che sono giunte ad ascoltarli, gratis tra l’altro, nel piccolo anfiteatro di San Costanzo, dove si svolge la rassegna “rock in the casbah 2006”.
E le ore trascorrono liete e divertenti insieme a questo particolare gruppo di toscani (sono di Montepulciano) che nonostante cantino i drammi e i disagi della vita adolescenziale riescono a farti ballare, saltare, cantare e a volte pogare fra una folla di giovani, vecchi e bimbi. Lo stesso Francesco ‘corvo Joe’, leader e voce del gruppo ribadisce più volte che è una bella serata quella del 4 agosto a Sanremo e concede quindi due uscite a concerto concluso tirando fuori varie canzoni dagli album precedenti “La Malavita”, ultimo fortunato loro CD. L’acustica non è il massimo bisogna dire, ma poco importa perché l’ambiente è pittoresco. Il palco è piccolo e sul muro scorrono le immagini di un proiettore situato proprio al mio fianco, da lì la visuale è ottima e quel posto me lo sono accaparrato andandoci due ore e mezzo prima... già sapevo, o per lo meno immaginavo, che la serata avrebbe meritato. E così, cantando insieme ai Baustelle e a molti altri, quasi dimenticavo di trovarmi a Sanremo, la città emblema della musica trash (se si escludono il Premio Tenco o rassegne come queste). Grazie dunque ai Baustelle (amici tra l’altro del toscano Federico Fiumani) che con pezzi come “Revolver”, “A vita bassa”, “Sergio”, “La moda del lento”, “La guerra è finita”, “il corvo Joe”, “La canzone del riformatorio”, “gomma”, etc hanno dato una bella mano di colore sui muri neri di Sanremo che ogni anno ci propina tonnellate di fiori per quei minchioni del festival… Un fiore virtuale lo vorrei inviare a Rachele, voce e tastiera del gruppo, perché è stata dolce e violenta come a tanti di noi piace.

lele

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Di slovo (del 01/09/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1310 volte)
Titolo originale
Superman Returns
Produzione
USA 2006
Regia
Bryan Singer
Interpreti
Brandon Routh, Kevin Spacey, Kate Bosworth, James Marsden
Durata
154 minuti

Secondo gli eventi narrati nel film, la reporter Loise Lane è in procinto di ritirare il premio Pulitzer per un articolo dal titolo “why the world doesn’t need Superman” – “perchè il mondo non ha bisogno di Superman”. Alla domanda che quell’ articolo solleva potrei rispondere io... perchè se si è dovuto aspettare vent’anni, alimentando tra annunci e smentite l’aspettativa di un degno seguito alla saga iniziata da Richard Donner nel 1978 e interrotta nella peggior maniera possibile da Sidney J Furie nel 1987, per trovarsi di fronte a questa sciocchezza, tanto valeva attendere per sempre... di ‘questo’ Superman certamente non abbiamo bisogno.
Ma non fraintendetemi: non sto questionando sul merito di un film fantastico, non sto questionando su quali possano essere le dinamiche secondo cui un alieno trapiantato sulla terra possa diventare una corazzata volante salvo scoprire, ironia di un destino beffardo, che frammenti dell’unico minerale a lui potenzialmente mortale sono caduti proprio sul suo nuovo pianeta ospite (con tutti i posti...) non sto questionando, tanto per dire, su come possano un semplice paio di occhiali celare l’identità di un supereroe di pubblico dominio... questi sono assunti che lo spettatore intelligente deve prendere per buoni, nel momento in cui va a vedere la trasposizione di un fumetto. Ciò che invece lo spettatore non deve accettare sono le voragini di una sceneggiatura come questa.
Si riprende a raccontare a partire dal secondo capitolo della saga senza tenere conto degli altri due – “Superman III” era poco più che una commediuola e sarebbe bene dimenticarsi di “Superman IV” – anzi, per essere precisi viene saltata una parte, affidata frettolosamente ad una didascalia a inizio film: pare che alcuni astronomi terrestri avessero scoperto che c’è ancora vita su Krypton... Superman non se lo fa dire due volte e parte per l’altro capo dell’universo alla ricerca delle sue radici. Parte e sta via per ben 5 anni... Qui si racconta il suo ritorno sulla terra perchè, manco a dirlo, non c’era assolutamente nulla lassù. Povero Kal-El... doveva riporre una grande fiducia nella competenza degli scienziati terrestri mentre gli rivelavano informazioni che nemmeno l’avanzatissima tecnologia aliena, di cui ricordiamo, dispone, era in grado di fornirgli... su questo ridicolo incipit poggia la prima parte del film. Già, perchè tanta era la fretta di tornare al paesello da non dargli nemmeno il tempo di salutare adeguatamente nè il suo popolo adottivo, nè la prediletta Lois (la mamma, quella sì), nè tantomeno di chiudere a chiave casa sua: la fortezza della solitudine, luogo già noto al perfido Lex Luthor, che non fa fatica a violare per impossessarsi del potere dei cristalli di Krypton... e su quest’altra geniale trovata si basa il restante sviluppo. Ho letto opinioni indulgenti su questo film (ancora nessun entusiasmo, però) sopratutto in virtù di un’analisi del personaggio su cui il regista Bryan Synger si sarebbe soffermato... in tutta onestà fatico a intravedere introspezioni che non vadano al di là del banale patimento di un supereroe infantile e un po’ presuntuoso, addirittura stupito dal fatto che il mondo sia andato avanti durante il suo ‘eremitaggio’. Sarà che l’espressione di Brandon Ruth, indeformabile come il suo fisico, non riesce proprio a trasmettermi lo psicodramma e le implicazioni etico-morali che io penso dovrebbero tormentare un superuomo, del tipo: cosa potrebbe fare con i suoi poteri? Potrebbe fermare le guerre? E la fame nel mondo? E alterare gli equilibri politici? Sarebbe giusto farlo in nome del ‘bene’ ? perchè era su quelle che doveva puntare il regista se voleva trasporre ai giorni nostri un personaggio invecchiato male come Superman e renderlo credibile...
Invece il film si risolve in una spettacolare carrellata di salvataggi urbani triti e ritriti, (furbescamente proposti in un contesto storico, il nostro, in cui la fobia da disastro è entrata nel quotidiano) e nel bislacco piano di conquista del ‘cattivone’ pazzo preso paro-paro da un modus narrativo vecchio di mezzo secolo. Il film parte male e imbocca una lenta curva discendente, come se non bastasse precipita sul finale. Senza preannunciare troppo, dico solo che è la fiera dei colpi di scena, dei salvataggi in extremis, della glorificazione del coraggio umano avversato dalle sorti, delle imprese epiche al limite della coerenza e del mieloso trionfo dell’amore. Chi si accontenta degli effetti speciali nè troverà grande sfoggio in ‘Superman returns’, a tutti gli altri sconsiglio di perdere due ore e passa con un film fiacco ed inutile.

slovo

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Di Namor (del 31/08/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3935 volte)
Titolo originale
Memoirs of a Geisha
Produzione
USA 2005
Regia
Rob Marshall
Interpreti
Zhang Ziyi, Ken Watanabe, Kôji Yakusho, Michelle Yeoh, Kaori Momoi, Youki Kudoh, Gong Li, Kenneth Tsang
Durata
137 minuti

Steven Spielberg, dopo aver acquisito i diritti del romanzo “Memoirs of a Geisha” di Arthur Golden, (best seller del ‘97 con quattro milioni di copie vendute e 32 traduzioni), e averli conservati nel cassetto per quasi dieci anni, affida la direzione di “Memorie di una Geisha” al regista Rob Marshal, (Chicago), mantenendo per se stesso il ruolo di produttore. Il film é ambientato in un Giappone che precede la II guerra mondiale, un mondo esotico e affascinante, che ancora adesso conserva parte del suo charme! In questa cornice seguiamo le vicende della piccola Chiyo, una bimba di nove anni, venduta insieme alla sorella ad una okija, una casa nella quale si apprende l’arte della geisha. Il cammino per arrivare alla meta però è irto di insidie, poiché l’addestramento che le riservano nasconde tranelli e soprusi, dovuti soprattutto alla gelosia della perfida Hatsumomo, (la geisha della casa) che vede in lei malgrado la sua tenera età una futura temibile rivale. Nonostante le angherie che dovrà sopportare, Chiyo si trasformerà con l’aiuto dell’esperta Mameha, (l’unica geisha in grado di contrastare Hatsumomo), in Sayuri, una delle geishe più desiderate di Kyoto. Candidato a 6 premi oscar, vince la statuetta come miglior costume, fotografia e scenografia. Premi meritatissimi, i kimoni di seta variopinti che avvolgono i corpi delle protagoniste ne esaltano fascino e bellezza. Superba la scenografia, curata nei minimi particolari, con le strade in ciottoli, i ponti, edifici ed antichi accessori dell’epoca, tanto da indurre lo spettatore a pensare che sia stato girato in Giappone, mentre (sorpresa, sorpresa), dopo un sopralluogo durante il quale i produttori hanno constatato che il distretto di Goin di Kyoto era diventato troppo moderno per rappresentare gli anni 1920 e 1930, hanno deciso di ricostruire parte del distretto negli esterni di Ventura vicino a Los Angeles. Anche le riprese dei giardini sono state filmate all’interno dei Giardini Giapponesi di Saratoga, California. Curiosa la decisione di Marshal, di non includere nel cast attrici giapponesi per il ruolo delle geishe, ma forse giustificata, visto che attualmente le interpreti scelte rispecchiano il meglio del cinema orientale. Infatti la preferenza è caduta sulla cinese Zhang Ziyi (la tigre e il dragone, la foresta dei pugnali volanti) nel ruolo della protagonista Sayuri, ed è sempre cinese la sua rivale, la bellissima ma crudele Hatsumomo, magistralmente interpretata da Gong Li (lanterne rosse, addio mia concubina), mentre la terza è la malese Michelle Yeoh (la tigre e il dragone, 007 il domani non muore mai), che interpreta un’intensissima Mameha. Affidato alla star nipponica Ken Watanabe, (l’ultimo samurai, batman begins) il ruolo del protagonista maschile. Un film che merita di essere visto, anche per sfatare una credenza occidentale totalmente sbagliata sulla figura della geisha (che anche io avevo), ossia quella che la geisha fosse una sorte di schiava per samurai o addirittura una prostituta per signori facoltosi. Invece dopo la visione del film mi sono ricreduto, non era ne l’uno ne l’altra! Geisha è la fusione di due kanji che significano "arte" e "persona": significa quindi "persona esperta nelle arti" o, più semplicemente, "artista", è una professionista nell'arte di intrattenere. Per finire, esorto le nostre lettrici alla visione di questa sofferta storia d’amore… lasciatevi affascinare dalla magia di un mondo che per noi (purtroppo) è sconosciuto.

Namor

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Di Darth (del 30/08/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1312 volte)
Titolo originale
Mary
Produzione
Italia, USA 2005
Regia
Abel Ferrara
Interpreti
Stefania Rocca, Heather Graham, Forest Whitaker, Matthew Modine, Juliette Binoche
Durata
83 minuti

Abel Ferrara sembra aver perso quel poco di vena creativa che aveva: dal ’92 al ’98 ha girato ben otto film, tutti abbastanza sconosciuti a parte “Il cattivo tenente”, poi, nel 2001, è uscito con “Il nostro natale”, altro mezzo flop, per arrivare dopo altri quattro anni di pausa al film in questione: “Mary”. Nonostante il regista lo neghi, asserendo che aveva già in progetto questo film da tempo, l’uscita di “Mary” nelle sale coincide con l’evidente ritorno in auge per i racconti storico/religiosi: ha appena incassato milioni di dollari il film di M.Gibson “La passione di Cristo”, e altrettanti il libro di Dan Brown “Il codice Da Vinci”. Il film ha tre storie semi-indipendenti tra loro, tutte che riguardano il modo di vivere la propria fede: abbiamo l’attrice Marie, che dopo aver interpretato il ruolo di Maria Maddalena in un film, non riesce ad uscire dalla parte e lascia il mondo del cinema, soldi e gloria, per trasferirsi a Gerusalemme e camminare sulle orme di Cristo; abbiamo Tony (Matthew Modine, truccato e caratterizzato in modo da assomigliare il più possibile a Mel Gibson), il regista di questo teorico film provocatorio, che invece sfrutta cinicamente la religione e le credenze delle persone per far soldi, subendo pesanti contestazioni senza provare alcun rimorso; infine abbiamo Ted, un presentatore televisivo, impegnato in un talk-show settimanale dal titolo “Cristo: la vera storia”, che non si è mai posto la domanda se credere o no in Dio. Abel Ferrara mette un po’ di tutto in questo lungometraggio, da immagini reali di combattimenti tra israeliani e palestinesi, alle interviste fittizie con un frate benedettino che spiega alcuni passi della bibbia, e ad una teologa che, invece, spiega i vangeli di Tommaso, Filippo e Maria Maddalena, dichiarati eretici dal clero. Mentre passano queste pantomime, assistiamo alla storia dei tre personaggi: Marie troverà la pace, Tony avrà il suo discusso film alle sale, e il presentatore Ted troverà la fede (grazie alla solita ultra-sfruttata paura di perdere moglie e figlio). Nonostante i temi che tratta, il film è piatto, non è provocatorio né sconvolgente, i personaggi, non hanno sufficiente spessore e le immagini di repertorio o i racconti dei teologi non hanno altro effetto che quello soporifero. Alla fine, il lungometraggio di Ferrara non lascia niente… niente a parte la noia.

Darth

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Di kiriku (del 29/08/2006 @ 05:00:01, in musica, linkato 6642 volte)
Artista
Tiziana Ghiglioni
Titolo
Tiziana ghiglioni canta Luigi Tenco
Anno
1993

Sono passati molti anni da quel 27 gennaio del 1967, giorno in cui Luigi Tenco venne trovato morto nella stanza 219 dell’albergo Savoy di Sanremo. Suicidio o omicidio? Dopo tanti anni non si è ancora venuti a capo del mistero della morte del cantautore. Le sue canzoni rimangono tuttavia immortali. È stato uno dei primi a dare più importanza alle parole che alla musica, i suoi testi parlano di lui, ogni brano ci racconta un determinato momento della sua vita. Quello che forse non tutti sanno è che Tenco suonava il sassofono ed era un amante del jazz, ed è proprio da questo ambiente che gli viene fatto il tributo, a mio parere, più bello, quello di Tiziana Ghiglioni. La cantante ligure si può tranquillamente definire la capostipite delle singers italiane, la sua voce, di rara bellezza, è in grado di compiere qualsiasi evoluzione. La sua carriera ha inizio nel 1979 quando viene scoperta da Giorgio Gaslini che l’aiuta a muovere i primi passi nel mondo del jazz. Da allora ha cantato con i migliori jazzisti, ha partecipato ai principali festivals e rassegne in Italia (Ciak di Milano, Umbria Jazz, Clusone Jazz, Pescara J F, Ancona J F, Roccella Jonica, Atina, Verona...) e in Europa (Varsavia Jamboree, Marsiglia, Cracovia J F, Rassegne di Ginevra e Avignone, Zurigo, Amburgo, Lione). In questo cd è accompagnata da tre musicisti che occupano un posto di rilievo nel panorama jazzistico italiano: il pianista Umberto Petrin, il sassofonista/clarinettista Gianluigi Trovesi ed il trombettista/flicornista Paolo Fresu. Inizialmente il progetto del produttore dell'etichetta Philology, Paolo Piangiarelli, prevedeva un coro a tre voci con Ghiglioni, Petrin e Massimo Urbani che purtroppo viene a mancare prima di cominciare il lavoro. Viene sostituito appunto da i due sopraccitati musicisti. I quattro danno nuova linfa a pezzi storici come: “Il tempo dei limoni", "Quando", "Mi sono innamorato di te", "Ho capito che ti amo"; suonando in quartetto, in duo e nei due diversi trii. Al fondo del cd possiamo anche ascoltare una vecchia registrazione di Tenco, "Our Love Is Here To Stay" di George Gershwin, dove canta e suona il sassofono. In questo album la cantante da dimostrazione della sua abilità canora, dell’ottimo senso del testo e di una particolare bravura interpretativa. Se vi piace Tenco vi consiglio vivamente questo cd che di sicuro vi emozionerà. Se invece non apprezzate il cantautore ma volete ascoltare qualcosa di Tiziana Ghiglioni vi consiglio “Somb” che è considerato il capolavoro della cantante. Ciao e buon ascolto a tutti.

Kiriku

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