BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 24/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1339 volte)
Titolo originale
Holy Lola
Produzione
Francia 2004
Regia
Bertrand Tavernier
Interpreti
Jacques Gambin, Isabelle Carrè, Bruno Putzulu, Lara Guirao, Maria Pitarresi, Séverine Caneele.
Durata
128 minuti

Questo è uno di quei film in cui senti che qualcosa non funziona. Il regista riesce a trasmetterti benissimo l’atmosfera cambogiana, il clima di sfruttamento e corruzione che quel paese subisce, la “tratta” dei neonati ad opera di facoltosi occidentali e impossibilitati ad avere figli, e l’estenuante odissea che una coppia si trova ad affrontare per ottenere un’adozione internazionale. Tutto questo, ben ricostruito dal regista, perde di forza e di credibilità ogni qualvolta gli attori protagonisti, e non solo quelli, intervengono nel film ovvero “recitano”: sembrano attori di “fiction” (e questo non è un complimento!). La peggiore su tutti è l’attrice protagonista, bella da vedere con un corpo favoloso che ti incanta, disastrosa appena accenna ad un pianto o a una battuta impegnativa (manca completamente della mimica facciale). Va ancora detto, forse a loro difesa, che il doppiaggio ha decisamente aiutato in negativo la mia valutazione sugli attori. Infatti vi consiglio la versione sottotitolata. Le musiche sono del jazzista Henri Texier. La domanda che mi pongo e che mi irrita è la seguente: “Perché un film che si propone di affrontare un tema così impegnativo, non poteva essere accompagnato da un cast di attori all’altezza della situazione?”. Vedete e valutate voi.

nilcoxp

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Di ninin (del 23/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 6769 volte)
Titolo originale
Silent Hill
Produzione
Francia,U.S.A.,Giappone 2006
Regia
Christophe Gans
Interpreti
Radha Mitchell, Laurie Holden, Sean Bean, Deborah Kara Unger, Tanya Allen, Christopher Britton, Kim Coates
Durata
126 minuti

La piccola Sharon è sonnambula e soffre di continue turbe notturne, nelle quali ripete continuamente la parola “Silent Hill”. Questo nome non è altro che una località terribilmente isolata, con uno scenario simil-invernale; ma a colorare di bianco il posto non è la candida neve ma bensì la cenere, dato che la cittadina, nel lontano 1974, è stata distrutta da un incendio che continua nelle sue viscere tuttora. Rose, la madre adottiva della piccola, decide così, all’insaputa del marito, di fare visita a questa località fantasma sperando di poter guarire la figlia da questi disturbi. Questa città, definita “marcia”, ha mietuto numerose vittime durante il triste episodio del ’74, ma alcuni superstiti vivono ancora li, nascondendo strani segreti. Christopher, il marito di lei, nel frattempo scopre la fuga della moglie e della figlia e si mette alla ricerca delle stesse. Ispirato dal videogame omonimo, il lungometraggio racconta la stessa storia: con la madre che perde la figlia alle porte della città durante un incidente automobilistico e, grazie anche all’aiuto di una poliziotta, cerca di ritrovare la figlia imbattendosi in losche figure, scenari da brivido, dimensioni parallele e varie peripezie. Il film si avvale della direzione di Christophe Gans, regista francese, e devo dire che il suo lavoro lo ha orchestrato molto bene; la colonna sonora è stata affidata ad Akira Yamaoka, naturalmente lo stesso che firma anche quella del videogame. Quello che è di difficile comprensione è: dove sono finiti i circa 90 minuti di pellicola tagliati dell’originale? Riusciremo a recuperarli nel Dvd a noleggio? Vi do un consiglio, se siete deboli di cuore, quando manca una trentina di minuti alla conclusione, dite che dovete andare al bagno, perché è parecchio splatter…

ninin

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Di gidibao (del 22/07/2006 @ 05:00:01, in musica, linkato 3311 volte)
Artista
The Rippingtons
Titolo
Wild Card
Anno
2005
Label
Peak Records

Molti pensano che avere talento sia una questione di fortuna; forse la fortuna è questione di talento.
Wild Card è un album di fotografie, un florilegio di generi musicali evocativi capaci di accompagnare l'ascoltatore lungo un percorso fatto di immagini e di suoni dal ritmo coinvolgente e dalle melodie raffinate.
Il pianoforte e la sezione dei fiati disegnano una quinta di profondità e spessore, ambientazione jazzy e caraibica della rappresentazione scenica supportata magistralmente dalla chitarra di Russ Freeman.
L'intero progetto artistico poggia su di un terreno dalle solide fondamenta strutturate nel genere del classico Smooth jazz con alcune sortite nel R&B con la cover di Aretha Franklin Till You Come Back to Me e nelle atmosfere profumate di Latin de El Vacilon nonchè dal Salsa di Mulata di Mi Amor. Lasciatevi ora sedurre da Gipsy Eyes, la canzone di apertura del lavoro: chiudete gli occhi e rilassatevi.
Wild Card è un album effervescente: frizzante e positivo nel suo insieme, paragonabile al masterpiece Weekend in Monaco. Un invito alla gioia, come fosse una danza estatica in riva al mare in una notte estiva ricca di musica e di argento di Luna.
Ai lavori di Russ Freeman hanno partecipato musicisti quali David Benoit, Kenny G. e Brandon Fields.
Un brivido lungo la schiena: avete appena pescato dal mazzo la carta più bella! Fortuna? No, la summa di una carriera ventennale. Wild Card è un castello di tredici carte composto da uno dei più popolari gruppi di jazz contemporaneo: i Rippingtons.
Luminose giornate e buon ascolto!

gidibao

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Di slovo (del 21/07/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1777 volte)
Artista
Van der Graaf Generator
Titolo
H to He Who am the Only One
Anno
1970
Label
Virgin

Lo so, lo so... non bisogna soffermarsi sulla copertina, ma che ci posso fare se è così dannatamente affascinante?...e poi quelli erano altri tempi, mi piace ancora credere che il movimento progressive, di cui i VdGG sono tra gli esponenti più singolari, era genuino ed integro, composto da artisti ispirati (ragion per cui non ebbe mai grosse fortune commerciali) ed è un fatto che molti musicisti stringessero collaborazioni, che andavano oltre l’arida commessa a scopi promozionali, con artisti quali pittori, illustratori o fotografi a cui si affidavano per donare la componente visiva ai loro lavori.
Il quadro di Paul Whitehead intitolato “birthday”, usato per la copertina, è talmente speculare alla musica del disco da sembrare dipinto sotto fitto ascolto dello stesso, o viceversa, è il disco che pare composto visualizzando il quadro… non so se sia andata veramente così o è solo una mia suggestione, ma mi sono trovato così tante volte a fissare mesmerizzato quell’illustrazione mentre la musica suonava che per me è diventata parte indissolubile dell’esperienza emozionale legata a quest’opera.
E’ bizzarro, avanguardistico seppure naif, così fortemente paradigmatico, c’è la terra e lo spazio, una bilancia in orbita e poi la figura di un uomo di cui si intravedono solo le gambe… vedremo come i temi e le atmosfere del disco siano molto attinenti a questi simboli.
Ma ora mettiamo il cd nel lettore…
“H to He” è il terzo album registrato dal gruppo, dopo aver rodato le proprie capacità nei primi più acerbi lavori, tracciano con questo uno stile che diverrà modello per numerosissime imitazioni. Merito non da poco, quello di aver delineato una maniera a la VdGG , che ha il suo fulcro in un’insolita formazione con tastiere e sax elevati al rango di strumenti solisti. A parte le ritmiche complesse scandite in tempi dispari e le variazioni che percorrono le lunghe suite, elementi che caratterizzavano gran parte di quella musica che oggi siamo soliti chiamare prog-rock, è la sinergia degli organi di Hugh Banton (principalmente Hammond e Farfisa) e il sax/flauto di David Jackson a tessere quell’intreccio sonoro a momenti delicato e confortevole come un paesaggio pastorale, a momenti disgregante come il verso di un mostro che emerge dagli abissi. La cornice ideale per l’anima nera della band, il leader e cantante Peter Hamill (all’occorrenza anche al piano e alla chitarra acustica). Con la voce disegna atmosfere cupe, il suo cantato prima soffice e sussurrato poi lacerante e disperato, interpreta gli psicodrammi e le angosce raffigurate nei testi che firma. Ecco, dal lirismo di Hamill non si può prescindere se si vuole apprezzarne a pieno l’opera. Non me ne vogliano gli anglofobi, ma sarebbe davvero cosa buona studiare i testi e le metafore in esse contenute. Il tema dominante del disco è la solitudine e le pene che da essa derivano, vale la pena analizzare i 5 brani: “killer” in cui Hamill si identifica in un pesce carnivoro, che come lui divora tutto ciò che che lo circonda, “house with no door” un tristissimo lento al pianoforte che porta la struggente immagine di un uomo che vive solitario in una casa senza porte, “the Emperor in his war-room”, l’imperatore potente ma temuto quindi solo, “lost” sulla perdita della persona amata, infine “pioneers over c”, titolo con semantiche astrofisiche (letteralmente: pionieri oltre la velocità della luce) sul dramma di un astronauta che si perde nello spazio.
Torniamo quindi alla copertina. La dicotomia terra/spazio trova corrispondenza nelle due allegorie estreme: il mostro dei fondali marini e il naufrago del cosmo, mentre la bilancia resa inutile dal suo fluttuare in orbita potrebbe significare l’abbandono dei concetti di giusto e sbagliato, di bene e di male, propri della condizione dell’uomo perso e solo.
Si potrebbe elucubrare per giorni… voglio essere franco: “H to He” è un capolavoro ma è tutto fuorché un disco accessibile; ovviamente lo consiglio, ma ci si prepari ad una strada impervia e tortuosa che forse si dovrà ripercorrere più e più volte. Ad un tratto, all’ennesima risalita, quella strada diverrà il più appagante dei sentieri alberati…

slovo

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Di Namor (del 20/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4368 volte)
Titolo originale
The Seven Year Itch
Produzione
USA 1955
Regia
Billy Wilder
Interpreti
Oscar Homolka, Marilyn Monroe, Sonny Tufts
Durata
105 minuti

Dopo un anno di lavoro e il caldo torrido che attanaglia le città, la voglia di vacanza é talmente presente che il titolo di questa commedia americana mi ha invogliato a guardarla .”Quando la moglie è in vacanza”diretta nel 1955 dal suo massimo esponente, il regista Austriaco Billy Wilder. Il film è tratto dall’ omonima piece teatrale di Broadway scritta da George Axelrod, la trama è semplice e allo stesso tempo simpatica, come si addice alle commedie americane anni 50. Richard Sherman, editor di una casa editrice, manda moglie e figlio in vacanza, per motivi di lavoro lui non può assentarsi e quindi rimarrà solo in città, facendo amicizia con la sua nuova vicina di casa, una modella svampita dal cuore d’oro che, per trovare refrigerio, ripone l’intimo nel congelatore! Inutile dire che nella testa dell’editore si affaccia l’ ipotesi di una relazione piccante con l’avvenente ragazza, interpretata da Marilyn Monroe. Se il film viene ricordato come una delle migliori commedie di Wilder, il merito è senza dubbio della performance della bellissima Marilyn, molto brava e convincente nel ruolo affidatogli dal regista. Infatti, i momenti in cui è presente sullo schermo, sono quelli che hanno fatto di questa pellicola un piccolo cult, come la famosa scena dove per sfuggire al caldo estivo di Manhattan, aspetta la corrente d’aria proveniente da una grata della metropolitana che, sollevando la sua gonna bianca, gli scopre le gambe, facendo ululare le ventimila persone presenti alla ripresa, tra cui anche il marito Joe di Maggio. Wilder raccontò che i ragazzi della troupe litigarono per chi dovesse andare ad azionare l’aria condizionata (e ci credo), aggiunse che fu scemo, col senno mediatico di poi a non scegliere l’immagine di Marilyn, con la gonna alzata (ora icona del cinema) per il poster. Altra curiosità è che Marilyn non fu mai puntuale, neanche per un giorno (ma non per questo posso mettere mia zia Ida in un film solo perchè è puntuale). Un titolo adatto per chi non ha mai visto un classico del cinema, con una grande diva, ancora oggi sex-symbol incontrastato!

Namor

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Di Darth (del 19/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2335 volte)
Titolo originale
Jarhead
Produzione
USA 2005
Regia
Sam Mendes
Interpreti
Jake Gyllenhaal, Jamie Foxx, Peter Sarsgaard, Jacob Vargas, Skyler Stone, Wade Williams, Katherine Randolph, Chris Cooper
Durata
123 minuti

Jarhead” è un termine gergale americano che significa Marines, ma letteralmente è composto da ‘jar’ (barattolo) e ‘head’ (testa). Voci di corridoio sono concorde che il soprannome sia stato creato per la natura del marine: una testa vuota facilmente riempibile di patriottismo da quattro soldi. In questo titolo, il film vi si rispecchia fedelmente, basando tutta la trama sulla vita dei marines fatta di scherzi, prese in giro e insulti, con una brama di violenza e di sangue impressionanti; e il fatto che quest'opera sia tratta dall’autobiografia del soldato Anthony Swofford (interpretato da Jake Gyllenhaal) non fa altro che alimentare la mia scarsa stima verso la mentalità guerrafondaia statunitense. Ci sono scene dove i soldati si esaltano all’inverosimile guardando il momento epico di Apocalypse Now (con gli elicotteri in volo e la Cavalcata delle Valchirie di Wagner come colonna sonora), per poi sfociare quella voglia di violenza tra di loro; scene dove arrivano a puntarsi l’un l’altro fucili carichi per una diatriba di poco conto; altre dove supplicano i propri superiori di autorizzare l’intervento armato in territorio ostile… il tutto accompagnato da uno ‘slang’ che, guardando il film in lingua originale, è impressionante: 278 volte viene declamata la parola ‘fuck’ di cui 38 volte accompagnata da ‘mother’. Tutta questa volgarità, dialettica e mimica, è il pregio-difetto di questa pellicola: pregio perché ho molto apprezzato il tentativo di girare un film apolitico, basato sulla ricostruzione della vita dei marines durante la guerra del golfo, senza soffermarsi sui motivi del conflitto; difetto perché quest’eccesso di volgarità e di luoghi comuni fa apparire i personaggi un po’grotteschi, diminuendo così l’effetto documentaristico dell’opera. Molto bella la colonna sonora, piena di pezzi importanti, anche se in certi momenti un po’ fuori luogo; é davvero impressionante la ricostruzione del deserto del Kuwait con i pozzi petroliferi in fiamme: il cielo è coperto, piove petrolio e il buio è infranto solo da colonne di fuoco. Meno bella, invece, la mancanza di azione che accompagna tutto il film e la parte iniziale, che sembra il remake del mitico “Full metal jacket” di Kubrik, con gli stessi dialoghi da caserma e perfino le stesse canzoncine da allenamento! Per concludere, è un’opera con alla base un' idea intelligente, realizzata decentemente… ma si poteva fare di meglio… eccome se si poteva...

Darth

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Di kiriku (del 18/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1672 volte)
Titolo originale
Old boy
Produzione
Sud Corea 2004
Regia
Park Chan-Wook
Interpreti
Choi Min-Sik, Yoo Ji-Tae, Gang Hye-Jung, Chi Dae-Han, Oh Dal-Su, Lee Seung-Shin, Oh Gwang-Rok, Lee Dae-Yun
Durata
119 min

Su consiglio di un caro amico ho affittato “Old boy” di “Park Chan-wook”, un film ispirato ad un famoso manga giapponese e che si colloca in quella che il regista stesso definisce “la trilogia della vendetta”. Nelle tre opere in questione, “Sympathy for Mr. Vengeance ” ( Mr. vendetta), “Old boy” e “Sympathy for Lady Vengeance” (Lady vendetta), egli affronta il tema attraverso tre storie che in comune hanno la rabbia e la degradazione della psiche umana sopraffatta da uno spirito di vendetta fine a se stesso. Un istinto che a volte è inevitabile ma che non da sollievo e soprattutto non risana i traumi subiti. È proprio questo che affascina il regista: “Chi si vendica è consapevole del fatto che la sua vendetta non porterà a nulla, ma non è capace di fermarsi. Questa vacuità dell'azione con il dispendio di molte energie è un tema che mi affascina molto dal punto di vista psicologico”. La prima cosa che mi ha colpito del film e sicuramente la trama. Oh Dae-Soo viene drogato e rapito in mezzo alla strada e rinchiuso in una stanza-prigione per quindici anni senza nessuna giustificazione. L’unico contatto con l’esterno è una televisione sempre accesa, dalla quale viene a sapere di essere stato incolpato dell’omicidio della moglie. Passa il suo tempo ad escogitare la fuga e ad allenarsi prendendo a pugni il muro con un unico pensiero in testa; vendicarsi di chi lo ha rinchiuso senza alcuna spiegazione e senza nessun apparente motivo. Allo scadere del quindicesimo anno viene drogato e abbandonato sul tetto di un edificio. Da qui comincia la ricerca di colui che lo ha privato della libertà e dell’affetto dei suoi cari, per farlo deve scavare nel suo passato. Presto però si rende conto di non essere ancora libero e che la realtà è soltanto una prigione più grande. Forse verso il finale la sceneggiatura perde un po’ di qualità, ma tutto sommato rimane un bel film. Pregevoli alcune inquadrature stile fumetto giapponese, non male anche il piano sequenza dove lui affronta una trentina di avversari con un martello in mano e divertente la scena della formica gigante sulla metropolitana. Il film è stato criticato da alcuni per un eccesso di violenza gratuita e senza senso, tanto da rasentare la pornografia visiva ed è stato accusato anche di ricordare un pò troppo il cinema di “Tarantino”. È vero, molte scene possono risultare forti ed estremamente violente, ma sicuramente sono coerenti con il contesto e con l’intento del regista di mostrare quanto il sentimento di vendetta possa stravolgere i fragili equilibri mentali che caratterizzano la così detta normalità. Il fatto che abbia ricevuto il “Gran Premio della Giuria" al festival di Cannes vorrà pur dir qualcosa. Non credo lo abbia vinto, come alcuni sostengono, solo perché il presidente di giuria era appunto Tarantino. L’unico modo di verificare se questo è o non è un bel film è quello di vederlo, quindi non mi rimane che augurarvi una buona visione.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 17/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3340 volte)
Titolo originale
Hotel Rwanda
Produzione
GB/USA/Italia 2004
Regia
Terry George
Interpreti
Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phoenix, David O'Hara, Jean Reno.
Durata
121 minuti

Un film di forte impatto emotivo, almeno per il sottoscritto, che pur parlando di una guerra terribile per modalità e cause (ma non esistono guerre non terribili), riesce a non scadere in immagini gratuite di violenza e mutilazioni che nulla aggiungerebbero in più. Basato sulla storia vera di Paul Rusesabagina, persona che salvò ai tempi di questa guerra un migliaio circa di persone Tutsi da morte sicura. Credo che persone che compiano gesti così importanti vadano elogiate in più modi possibili, e questo film è un elogio a questa persona con l’aggiunta di essere anche un documento sui fatti accaduti in Rwanda, e insieme una denuncia nei confronti delle civiltà “evolute” che prima combinano i guai sfruttando le situazioni e le persone, e poi le abbandonano a se stesse e alla loro fine tragica (guerra o fame che sia). Gli atti di accusa contro le guerre, contro tutte le guerre sono sempre i benvenuti. Grazie Terry Gorge. Da vedere. Adesso vado… ho bisogno di un po’ d’amore… dopo tutto quest’odio…alla prossima ciao.

nilcoxp

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Di ninin (del 16/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2230 volte)
Titolo originale
El espinazo del diablo
Produzione
Spagna, Messico 2001
Regia
Guillermo del Toro
Interpreti
Eduardo Noriega, Marisa Paredes, Federico Luppi, Fernando Tielve, Íñigo Garcés, Irene Visedo
Durata
106 minuti

“Che cos’è un fantasma?” Con questo quesito inizia la narrazione della storia… Siamo verso la fine della guerra civile spagnola e Carlos, rimasto privo di padre, viene affidato ad un orfanotrofio già popolato di molti bambini anche loro orfani di repubblicani. Lo stabile, nel cui cortile fa bella mostra un ordigno inesploso, è presieduto da Carmen con il supporto di Casares (docente di scienze), Jacinto (il custode tuttofare) e la sua compagna Conchita… ma gli adulti, in questo film, non sono come sembrano... Casares spiega a Carlos il significato della spina del diavolo (una vecchia superstizione dove si dice che la spina dorsale biforcuta dei feti significasse che il bambino non dovesse mai nascere, mentre invece voleva significare povertà e malnutrizione) mostrandogli la sua collezione di feti ‘biforcuti’ che vende come elisir a qualche credulone. La direttrice, con una protesi di legno, dal canto suo ha una relazione nascosta con Jacinto, ma l’intento di lui è quello di trovare, durante le loro effusioni, la chiave della cassaforte dove lei custodisce l’oro. Pensavo, vi dico la verità, di andare a vedere il classico horror visto il titolo… invece ho visto un buon film con colpi di scena, intrighi, commozione e cattiveria tutti ben miscelati tra loro. Molto bravi gli adulti nel film: Noriega nel ruolo del custode, Marisa Paredes la direttrice e Federico Luppi il professore di scienze; perciò un consiglio: non soffermatevi sul titolo del film ma guardatelo. L’unica cosa che mi sfugge è il motivo della tardiva distribuzione del film (datato 2001)… Se qualcuno avesse notizie a riguardo… me le comunichi! ; - )

ninin

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Di Andy (del 15/07/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1345 volte)
Artista
Deep Purple
Titolo
Rapture of the Deep
Anno
2005

Ciao a tutti gli amanti del rock, in questo caso “hard” perché parliamo dei mitici Deep Purple, quelli di “Smoke on the water” per intenderci, e che suonano dal lontano 1968, anno in cui si incontrarono il tastierista Jon Lord e il chitarrista Ritchie Blackmore, due ottimi strumentisti provenienti da studi classici. Nel corso degli anni la formazione è stata rimaneggiata più volte, fino a trovare la formula giusta con Lord, Blackmore, il bassista Roger Glover, il batterista Ian Paice e il cantante Ian Gillan. Con questo gruppo verranno incisi album come “ Deep Purple in rock”, “Machine Head”,”Fireball”, e il celebre doppio live “Made in Japan”. Il successo mondiale di questo rock pesante ma armonico e classicheggiante non serve a sedare i malumori interni e le cose vanno cosi fino all’album “Perfect Stranger” dell’ ‘84, poi usciranno dischi molto anonimi e ripetitivi e miriadi di raccolte fino all’uscita del live “Come hell or high water” che è del 1993, anno in cui Blackmore abbandona definitivamente i compagni. Verrà sostituito, tra gli altri, anche da Satriani ma con risultati poco convincenti. È nel 1996 che arriva il quotato e preparato chitarrista americano Steve Morse a dare il suo contributo fino ad oggi. Il risultato è soddisfacente e il sound è rinvigorito dallo stile più solare e moderno di quest’ ottimo musicista, ne viene fuori un album tutto sommato godibile almeno quanto “Purpendicolar” il primo di questa formazione. Da precisare che in “Rapture of the Deep”, suona l’ottimo tastierista Don Airey al posto di Lord che comunque apre il disco con un’intro di Hammond che non fa rimpiangere Jon più di tanto, anche nel corso del cd fa il suo buon lavoro, con suoni più moderni e meno distorti. Il primo brano “Money Talks” porta subito nell’atmosfera potente ma melodica di questo album, cantato davvero in modo ispirato da Gillan. La seconda traccia è un blues rock, con ritornello quasi alla Stones, sembra presa da “Perfect Stranger”. Pesante e moderno il rif di “Wrong Man”, probabilmente farine del sacco di Steve Morse, il più giovane della compagnia (siamo sui 45 anni). Nella title track, n° 4, Steve si rifà molto allo stile orientaleggiante di Blackmore e dialoga perfettamente con Don Airey. Molto bella e di effetto la ballata “Clearly quite Absord” , con un bel crescendo finale di arpeggi sospesi. Il brano che segue è un blues rock cadenzato con rif alla Hendrix “Don’t let go”, poi troviamo “Back to Black”, un pezzo accattivante con parecchie influenze della new age anni 80 con degli inserimenti di Airley (qui molto diverso da Lord) e il funk-rock del ritornello. Nel pezzo seguente Paice ci ricorda di essere uno dei migliori ancora sulla scena, capace di tempi difficili e S.Morse cerca di suonare alla Backmore, ma e difficile per un velocista come lui. La nona canzone è piu che altro una vetrina per i “soli” di tastiera e chitarra (peraltro ottimi). Non mi piace la n° 10 (ci dovrà pur essere qualcosa) in cui non capisco l’uso del piano e dove il fraseggio ipertecnico di Morse fa rimpiangere Ritchie con il suo strato tagliente e caldo. L’ultimo brano “Before time began” è una specie di suite in crescendo cantata molto bene da Gillan e con una bella atmosfera creata da ottimi arrangiamenti. Devo dire sinceramente che al primo ascolto questo album non mi era piaciuto, ma forse abbiamo tutti ascoltato troppa musica dal ‘70 in poi e i paragoni sono inevitabili. Comunque nell’insieme ho trovato una buona energia, convinzione ed un ottimo livello professionale. Beh, suonando da 40 anni…

Andy

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Di slovo (del 14/07/2006 @ 05:01:01, in cinema, linkato 2477 volte)
Titolo originale
Paz!
Produzione
Italia 2002
Regia
Renato De Maria
Interpreti
Claudio Santamaria, Flavio Pistilli, Max Mazzotta, Cristiano Callegaro, Matteo Taranto
Durata
102 minuti

“non è un film su Andrea Pazienza, è un film rigorosamente tratto dai fumetti di Andrea Pazienza”, tiene a puntualizzare il regista Renato De Maria. Eppure, a ben vedere, questa precisazione non è essenziale: non c’è modo migliore per dipingere Andrea Pazienza, le sue visioni, le sue psicosi, il suo modo di essere, che partire dai suoi fumetti, da quei personaggi a cui dava vita infondendovi parte di sé. In Paz! se ne sono scelti tre: Pentothal, Zanardi e Fiabeschi, le loro storie si dipanano durante l’arco di in una giornata che inizia alle 4 del mattino e finisce all’alba del giorno successivo, in un contesto storico riconducibile ai moti studenteschi del ’77 a Bologna.
“Paz!” (il giovane fumettista era solito firmarsi così) è per molti versi un tributo, una tacita dichiarazione d’amore da parte del regista (stato anche suo amico), quell’amore a cui Andrea ti costringe irrimediabilmente, per il solo essere entrati nel suo mondo.
La quasi totalità della sceneggiatura e dei dialoghi sono una precisa trasposizione dalle tavole, ci sono citazioni il cui dettaglio rasenta il maniacale, alcune apprezzabili solo dal collezionista completista… laddove il regista si è concesso più libertà di interpretazione è sulla figura di Enrico Fiabeschi, originariamente un personaggio minore apparso un'unica volta nella storia breve “giorno”. Il suo ruolo viene qui espanso e impiegato come una sorta di “ponte di accesso” tra l’universo creato da Andrea Pazienza, così ermetico e surreale, spietato e a tratti sgradevole, ed un pubblico che non necessariamente conosce le sue opere, sfruttando all’uopo la contagiosa ars comica del bravissimo Max Mazzotta.
E qui mi domando: è possibile riprodurre in pellicola la magia di A.P. senza limitarsi alla mera trasposizione? quel dirompente senso di alienazione, di allucinazione e smarrimento che i suoi disegni sapevano dare al pari di pochissimi altri? Forse non è possibile, o forse solo in parte, forse non si arriverà mai a decifrare completamente i segni di Andrea… il film di Renato De Maria ci riesce a tratti: il lavoro di ricostruzione degli ambienti è stato certosino e rievoca genuinamente il contesto storico e le situazioni contingenti; alcuni momenti sono resi particolarmente bene, come il monologo di Claudio Santamaria/Pentotal: “vivo su una lama, mi commuovo nei bassifondi…” condotto da una musica ipnotica e un girato lisergico; altri sono più forzati, pretestuosi… molte scene sembrano buttate lì, sfiorate frettolosamente per passare allo sketch o alla citazione successiva…
Ciononostante, il film è tecnicamente ineccepibile (la scelta di girare in digitale si è rivelata molto azzeccata) e il cast, composto da attori giovani e semisconosciuti, molto valido (anche se ad alcuni non avrebbe fatto male frequentare una scuola di dizione). Concedetemi, in conclusione, la sparata da fanatico: Andrea Pazienza era un artista inarrivabile e la sua opera enorme, anche una proposta parziale di essa, come può essere il film di Renato De Maria, vale tutto il tempo dedicato alla sua visione, e potrebbe divenire il punto di partenza per un approfondimento. Ricordandoci che, e cito: “il vero genio non va monumentalizzato… va solo studiato”. Andrea Pazienza.

slovo

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Di Namor (del 13/07/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 2853 volte)
Artista
Talk Talk
Titolo
The very best of Talk Talk
Anno
1990
Label
EMI

Il panorama musicale degli anni ‘80 vide nascere molti gruppi, tra cui i Duran Duran, che fu sicuramente il più famoso di quel periodo, con un seguito in tutto il mondo di ragazzine adoranti, un tale delirio da invogliare i produttori cinematografici a girare addirittura un film sul loro leader, “Sposerò Simon le Bon”, pellicola che seguì il successo dell’omonimo libro. Seguirono i loro più temibili rivali, capitanati da Tony Hadley, gli Spandau Ballet, gli unici in grado di competere con lo strapotere di vendite dei Duran Duran, sia perché i loro pezzi erano discreti (anzi secondo il mio parere migliori), sia perchè all’interno del gruppo musicale non mancavano i classici ‘figaccioni’ da contrapporre a Simon Le Bon e John Taylor. Meno figo ma molto bravo, prima che si esaurisse la sua vena artistica é stato Jim Kerr dei Simply Minds . Come si può non citare uno dei gruppi preferiti del mio amico Slovo, i Tears for Fears che furono per circa 10 anni, una delle band più acclamate della scena britannica con il loro pop elettronico e melodico allo stesso tempo, io stesso posseggo un dvd di un loro concerto, che ogni tanto rivedo molto volentieri. Altro gruppo interessante erano i Depeche Mode, che hanno portato la musica elettronica ad un successo planetario, come testimonia ancora adesso il loro vendutissimo ultimo album. Non me ne vogliano gli amanti del genere, se dimentico uno dei gruppi musicali a loro più cari… Ma adesso vi vorrei parlare del mio gruppo preferito di quegli anni, i Talk Talk, una band dalla discografia non molto nutrita, composta da 5 album quello di esordio uscì nel 1982 con il disco “The party is Over”, a seguire nel 1984 “It’s my Life”, nel 1986 “The color of Spring” il 1988 è segnato dall’album “Spirit of Eden” chiudendo nel 1991 con “Laughing Stock”, furono incise anche tre raccolte che includevano i loro migliori pezzi, tra cui questa: “The very best of Talk Talk” in cui vi sono racchiusi 16 successi cantati dalla voce molto particolare ed inimitabile del creatore e fondatore del gruppo, Mark Hollis. Se volete sapere quali delle loro canzoni sono racchiuse in questa compilation, lo dovrete scoprire ascoltandola…vedrete che non ve ne pentirete!

Namor

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Di Darth (del 12/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1428 volte)
Titolo originale
The exorcism of Emily Rose
Produzione
USA 2005
Regia
Scott Derrickson
Interpreti
Laura Linney, Jennifer Carpenter, Tom Wilkinson, Shohreh Aghdashloo, JR Bourne, Joshua Close, Aaron Douglas, Colm Feore, Lorena Gale
Durata
120 minuti

Emily Rose muore tra atroci sofferenze. Inizia così “The exorcism of Emily rose”, con Padre Moore arrestato con l’accusa di omicidio colposo perpetuato nel tentativo di esorcizzare la ragazza. Un’accusa così infamante ai danni di un membro della chiesa cattolica spinge l’arcidiocesi ad assumere la giovane Erin, considerata il miglior avvocato su piazza, per difendere, oltre al confratello, anche il buon nome della santa sede. Da qui il film si divide in due categorie ben distinte: legal-thriller, in tutte le parti processuali che compongono il proseguo delle indagini; e horror, quando i vari testimoni illustrano i propri ricordi inerenti al caso e le immagini tornano in flashback mostrando tutta l’evoluzione della possessione demoniaca di Emily. Premettendo che il legal-thriller alla “Codice d’onore” o “Erin Brockovich” è un genere che adoro, e che l’ horror che mi ha impressionano maggiormente è stato “L’esorcista”; quest’opera mi ha davvero ‘incollato’ alla sedia per tutti i 120 minuti della sua durata. La parte ‘legal’ è avvincente, la bravura degli interpreti ti porta a credere all’accusa o alla difesa in base a chi si è espresso per ultimo, ed è affascinante il modo in cui riescono a distoglierti dalle tue convinzioni mostrandoti il rovescio della medaglia. La parte horror, d’altro canto, è realizzata sapientemente, con i classici rumori improvvisi che fanno sobbalzare, e la tensione dell’imminente arrivo del maligno in ogni scena notturna. Anche la scena dell’esorcismo è molto coinvolgente… non raggiunge sicuramente il pathos che scaturisce Linda Blair che rotea la testa di 360°… ma le idee ci sono. Peccato per alcune ingenuità della trama che portano lo spettatore esperto ad attendersi alcuni avvenimenti che poi effettivamente si concretizzano sullo schermo. Questa pellicola è ispirata da una storia vera riportata anche nel libro "The Exorcism of Anneliese Michel" della Dott.ssa Felicitas Goodman, una nota antropologa… questo rende il film ancor più interessante… anche se… non mi ha fatto dormire tranquillo!

Darth

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Di kiriku (del 11/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1354 volte)
Titolo originale
Harold and Maude
Produzione
USA 1972
Regia
Hal Ashby
Interpreti
Bud Cort (Harold), Ruth Gordon (Maude), George Wood (lo psichiatra), Harvey Brumfield (poliziotto), Eric Christmas (il reverendo), Cyril Cusack (Glaucus), Judy Engles (Candy Gulf), Ellen Geer (Sunshine Dore)
Durata
90 min.

Harold è un ragazzo di diciotto anni ricco, depresso e stanco della vita. È attirato dalla morte, trascorre il tempo partecipando ai funerali di gente che non conosce e a simulare suicidi per attirare l’attenzione della madre, la quale tenta invano di presentargli delle ragazze con lo scopo di vederlo sposato. È proprio al cimitero durante un funerale che incontra Maude, una vecchietta di settantanove anni che ama la vita e che lo aiuta ad uscire dalla depressione esorcizzando quel sentimento di morte che tanto lo opprime. Tra i due nasce subito un’amicizia che sfocia in una storia d’amore e che porta Harold a decidere di voler sposare la sua compagna anche contro la volontà della sua famiglia. Ma a risolvere la controversia famigliare ci pensa Maude con un colpo di scena. Questo film, oltre a raccontarci un’ insolita storia d’amore è un inno alla libertà individuale ed è un esaltazione della diversità, vista come un punto di forza. Hal Ashby ci regala un’opera ben riuscita che merita di essere vista e che oggi si può definire tranquillamente un cult movie. Il merito però è anche dello sceneggiatore Colin Higgins che scrive una commedia capace di farci ridere ma allo stesso tempo riflettere e dalla quale ha tratto un testo teatrale ed un romanzo impossibile da trovare; io almeno non ci sono riuscito. La forza di questo film credo che sia la semplicità con cui esprime le tematiche tanto in voga negli sessanta, come la libertà, l’individualità, l’ottimismo, il rifiuto delle istituzioni, ecc. Se poi aggiungiamo la splendida colonna sonora di Cat Stevens e la buona interpretazione dei due attori principali Bud Cort (Harold) e Ruth Gordon (Maude) il risultato è sicuramente quello di un film da non perdere!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 10/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1727 volte)
Titolo originale
Confidences trop intimes
Produzione
Francia 2004
Regia
Patrice Leconte
Interpreti
Sandrine Bonnaire, Fabrice Luchini, Michel Duchaussoy, Gilbert Melki, Anne Brochet, Hélène Surgère, Laurent Gamelon, Isabelle Petit-Jaques
Durata
104 minuti

Inutile ribadire l’importanza nel cinema del “non parlato” o “del parlato poco”, purchè questo sia fatto bene. Quando due attori (i protagonisti) tengono la scena in maniera egregia solo con sguardi, ammiccamenti e con la loro presenza, a cui aggiungono poche ma significative battute, allora il film funziona. E funziona anche la mano del regista che gira l’intero film con la camera a spalla contenendone però il movimento in modo tale da non disturbare l’immobilità della relazione tra i due personaggi, che sembra eterna ed immutabile tra “il dire e il non dire“, tra “il fare e il non fare”, tra “l’esserci e il non esserci”. A volte si creano equilibri tali che è difficile, quando non impossibile, modificare. Il film non è un capolavoro intendiamoci, ma risulta piacevole ed interessante. Per una serata tranquilla.

nilcoxp

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