BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di ninin (del 09/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1224 volte)
Titolo originale
Terkel in trouble
Produzione
Danimarca 2004
Regia
Stefan Fjeldmark, Kresten Vestbjerg,Andersen Thorbjørn Christoffersen
Interpreti
 
Durata
75 minuti

Un cartoon dissacrante realizzato completamente in 3D: “Terkel in trouble” è un po’ sopra le righe, ricco di battute pesanti, linguaggio volgare e violenze che non si è abituati a vedere nei film d’animazione dove il buonismo regna sempre sovrano. Terkel, il protagonista di questo movie, è un adolescente undicenne che frequenta la prima media; è il classico ragazzino pieno di paure e dubbi, con una famiglia non proprio “modello”: un padre (voce di Bisio) sempre assorto nel suo giornale che sa dire solo no, una madre (voce di Lella Costa) fumatrice incallita sempre in ansia per il figlio verso le malattie di ultima generazione (sars,antrace etc.) e una sorellina assillante che è anche leggermente sfigata. Il narratore di questa novella è il professore di musica Arne (voce di Elio), che cambia sempre mestiere in tutto il racconto, per essere sempre al seguito della storia. Vi sono anche degli altri ragazzini a fare da cornice a questo film: Jason, il suo migliore amico e i due bulletti Sten e Saki, i classici attacca brighe presenti in ogni scuola. Molto simpatico anche il personaggio dello zio di Terkel, un ubriacone che si improvvisa “telefono azzurro” (poco azzurro a dire la verità) che aiuta sempre chi è in difficoltà… a modo suo… cioè picchiando tutti. Il film ha anche dei risvolti thriller e numerosi colpi di scena. Le canzoni di “Elio e le storie tese” (e chi poteva fare da colonna sonora se no?) che spezzano il film sono veramente esilaranti, soprattutto “Banane giganti” (spettacolare). I riferimenti verso lo splatter e l’horror si sprecano con citazioni verso cimiteri, zombie e… Stanley Kubrick (sempre lui...). Peccato non essermelo potuto gustare al cinema perché è come diceva il trailer: “Disponibile non in tutti i cinema”. Da non perdersi anche gli errori cinematografici che vi sono sui titoli di coda e la pseudo-morale finale… ma quella scopritevela da soli... non posso mica dirvi tutto eh…

ninin

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Di Goober (del 08/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3571 volte)
Titolo originale
The gladiator
Produzione
USA 2000
Regia
Ridley Scott
Interpreti
Russell Crowe, Joaquin Phoenix, Richard Harris, Connie Nielsen, David Hemmings
Durata
115 minuti

Dopo aver griffato tante pellicole di successo come: Thelma & Louise, Blade Runner, Black Hawk Down, Alien, solo per citarne alcuni, Ridley Scott si cimenta in questa occasione in un genere a lui nuovo: il peplum, mettendo in risalto la volontà ma soprattutto la capacità di saper raccontare i generi cinematografici più disparati. Qualità assai rara nella maggior parte dei registi contemporanei.
“Il Gladiatore” è ambientato nell’anno 180 d.C.: dopo aver vinto le ultime resistenze dei barbari germanici Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), intrepido generale dell’esercito romano, viene convocato dall’imperatore Marco Aurelio (Richard Harris), da sempre suo grande amico ed estimatore, il quale gli confida che desidera proclamarlo suo successore, non ritenendo all’altezza della situazione il figlio naturale Commodo (Joaquin Phoenix). Quest’ultimo, venuto a conoscenza delle intenzioni del padre, lo uccide prendendo così possesso del trono e, vistosi negare la lealtà da Massimo ne ordina l’immediata condanna a morte.
Riuscito a fuggire, Massimo fa ritorno a casa dove scopre che i soldati romani gli hanno orribilmente ucciso la moglie e il figlio. Ferito gravemente e stremato dal lungo viaggio, perde i sensi venendo così catturato da alcuni mercanti di schiavi che lo portano in Africa, dove viene venduto a Proximus, un ex schiavo ora libero, che organizza spettacoli con i gladiatori. Intanto il nuovo imperatore, per attirarsi il consenso del popolo instaura nuovamente i giochi, ignaro di dare in questo modo la possibilità all'ex comandante di vendicarsi…
Sotto il profilo delle interpretazioni si notano in maniera positiva il lavoro svolto da Russell Crowe nella parte del protagonista, peraltro vincitore del premio Oscar come miglior attore e ormai definitivamente consacrato nello star-system hollywoodiano, e quello di Joaquin Phoenix, perfetto nei panni del viscido e spocchioso imperatore Commodo. Inoltre, come si può non apprezzare la splendida scenografia e gli straordinari costumi d’epoca di Janty Yates? (anch’essa vincitrice dell’Oscar), per non parlare della magnifica colonna sonora firmata da Hans Zimmer, capace di donare alla pellicola un’atmosfera solenne specialmente nelle scene più intense.
Ridley Scott ha inoltre il grande merito di essere riuscito a girare scene di lotta notevolmente coinvolgenti, capaci di garantire quello stato di angoscia e tensione che una situazione di questo tipo comporta. Ovviamente anche “Il Gladiatore” non è immune da difetti, come le numerose analogie con un’altra pellicola molto interessante: Braveheart, e sono presenti errori di natura storica, ma ritengo che l’intenzione del regista non fosse quella di cercare la veridicità storica, bensì quella di tenere lo spettatore incollato alla poltrona. E credo ci sia riuscito in pieno!!!
Insomma, anche se non siete amanti dei film storici, non perdetevelo.

Goober 

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Di slovo (del 07/07/2006 @ 05:00:05, in cinema, linkato 1765 volte)
Titolo originale
Mortuary
Produzione
USA 2005
Regia
Tobe Hooper
Interpreti
Denise Crosby, Dan Byrd, Stephanie Patton, Alexandra Adi
Durata
94 minuti

Un pezzo metal esplode ed accompagna i titoli di coda. Che io sia dannato, proprio come gli sventurati protagonisti, se ci capisco qualcosa … Ma devo essere sincero, quella spiacevole perplessità ce l’ho avuta sin dai primissimi fotogrammi, ho solo scelto di ignorarla sperando di sbagliarmi, man mano che la pellicola volgeva verso il termine. Ma ora girano le note di produzione e l’espressione della (poca) gente in sala che si affretta ad uscire è più quella del truffato che quella del deluso.
Riavvolgo mentalmente quindi, e cerco una visuale d’insieme... quando ero più giovane ho amato molto il genere horror, ne ho vissuto i fasti (parliamo dei primi anni ’80) ed il successivo declino, vegliato sulla sua morte clinica ed infine, in tempi recenti, osservato la nuova ondata con una certa diffidenza … Ciò che ho appena visto è un anacronismo, è anticaglia in pompa magna, è come se gli sceneggiatori (Jace Anderson e Adam Gierasch) non avessero tenuto conto dell’evoluzione (o comunque del percorso) che ha avuto la narrativa horror negli ultimi due decenni, pensando o sperando che gli stilemi che funzionavano vent’anni fa potessero farlo anche ai giorni nostri. Mentre mi chiedevo come sia stato possibile distribuire o anche solo produrre un film del genere, come sia potuto succedere che il ritorno sui grandi schermi di un regista seminale come Tobe Hooper (“non aprite quella porta”, “poltergeist”) potesse rivelarsi in uno scivolone tanto clamoroso da rendere i trailers pre-spettacolo (“The Eye 3” e “Silent Hill” per la cronaca) i momenti più spaventosi della serata, uscendo dal cinema mi è sovvenuta quale poteva essere una chiave di lettura alternativa.
Ma certo… dovevo capirlo sin dalla prima scena, quando una nenia infantile introduce la storia: una famiglia si trasferisce in una desolata cittadina della provincia americana e prende alloggio in una villetta vittoriana maledetta da una storia di omicidi ed aberrazioni; tra i loculi del cimitero antistante la casa dicono si aggiri un aborto deforme … i ruoli dei personaggi fortemente polarizzati: da un lato gli adulti, inetti e reclutati dal male, quindi identificabili in esso e dall’altro gli adolescenti, perseguitati ma risoluti; e poi gli zombi, la “cosa” in fondo al pozzo, il mostro orrido ma in fondo buono, i malefici scolpiti sulle lapidi, fino all’ineluttabile trionfo delle forze del maligno suggellato negli ultimissimi metri di pellicola… “il custode” non è che un particolareggiato campionario, lungo quanto un film, degli elementi che caratterizzavano il cinema dell’orrore a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80. Il mio consiglio è di vederlo sotto quest’ottica, l’unica che potrebbe dispensare da un grosso disappunto... perché oltre al mero fatto che il film non spaventa ed è, per le ragioni sopra esposte prevedibile, l’esigenza di tutto questo citazionismo ha finito per piegare la sceneggiatura fino a strapparla, generando una serie di buchi nella trama piuttosto evidenti.
Sempre che io abbia dato un’interpretazione pertinente, e che tutte queste non siano solo osservazioni di un progetto involontario, “il custode” può considerarsi un originale (e perché no, simpatico) museo virtuale, in cui il cinema è usato come mezzo per documentare se stesso, che ci mostra cos’era la raffigurazione della paura un quarto di secolo fa, ovvero quel connubio di grottesco ed orrorifico meglio conosciuto come 'cinema gore’.

slovo
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Di Namor (del 06/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1296 volte)
Titolo originale
Ultraviolet
Produzione
USA 2006
Regia
Kurt Wimmer
Interpreti
Ida Martin, Sebastien Andrieu, Nick Chinlund, Cameron Bright, Milla Jovovich
Durata
88 minuti

Un esperimento nato per creare in laboratorio i supersoldati, non ottiene l’effetto voluto, espandendo un virus che trasforma le persone contagiate in emofagi, vampiri che a loro volta trasmettono il morbo nell’intento di nutrirsi, naturalmente di sangue umano. Come nella migliore tradizione ciò da origine alla lotta per la sopravivenza di entrambe le razze. Il vicecardinale Daxus (Nick Chinlud), determinato a sterminare gli pseudovampiri crea, a seguito di studi di laboratorio l’arma per la soluzione finale. Il compito per scongiurare tale minaccia sarà affidato a Violet, il più letale degli emofagi, che dovrà rubare la valigetta contenente la temibile arma, ma durante l’esecuzione della missione, Violet trasgredisce all’ordine perentorio di non aprire per nessun motivo la valigia, scoprendone il contenuto. Ciò susciterà in Lei un conflitto interiore che la porterà a cambiare le sorti dello scontro. Il regista e sceneggiatore Kurt Wimmer, dichiara di essersi ispirato a “Gloria” (1980) di John Cassavetes, per il modello femminile di Violet, ruolo affidato a Milla Jovovich, confermata icona del genere fantasy, dopo Leloo nel “Quinto Elemento” e Alice nei 2 capitoli di “Resident Evil”, (a breve il terzo). La preparazione dell’attrice per il suo ruolo ha richiesto un anno di allenamenti, divisi tra la pratica delle arti marziali e della ginnastica ritmica, addestrata dal coreografo Mike Smith. Il film é stato girato interamente in digitale, decisione che all’inizio non era piaciuta a Wimmer per la sua complessità, ma in seguito ad una sua visita al regista George Lucas, si convinse ad usare le stesse macchine che furono utilizzate per gli ultimi tre episodi di Star Wars. Per la scelta delle location, Wimmer, si è ispirato ad un mondo futuristico, quindi niente di meglio della Cina, per la precisione Shangai e Hong Kong. Peccato che non le abbia sfruttate a dovere, le poche inquadrature esterne, sembrano sempre le stesse, come se avesse usato gli stessi pannelli per ogni sfondo. Kurt Wimmer non soddisfa, anzi diciamo pure che delude, per la mancanza di idee. Durante la visione del film ho avuto l’impressione che lo sceneggiatore abbia scopiazzato da alcune pellicole che vi cito: La presentazione iniziale, con i titoli che scorrono insieme alle immagini del fumetto di Violet (che non esiste), lo abbiamo già visto in “ Spiderman”; per i combattimenti niente da ridire, sono ben coreografati da Mike Smith, ma risultano anche troppo simili a quelli di “Matrix”; mentre, per quanto riguarda Violet, armata di tutto punto compresa di katana, é la versione di “Blade” al femminile e come lui non si ciba di sangue umano ma di un siero creato appositamente per lei dal solito scienziato che studia la risoluzione del consueto problema dei vampiri, quello di non azzannare il collo degli esseri umani. La cosa che mi lascia più perplesso è che il film ha subito un taglio di circa 30 minuti, come mai? Non si può dire che sia stato per la sua lunghezza (visto che dura solo 88 minuti), inoltre la casa produttrice (che é la stessa delle macchine usate per girare) è intervenuta sul finale, cambiandolo… il tutto a danno del film… e, come sempre, dello spettatore pagante!

Namor

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Di Darth (del 05/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1422 volte)
Titolo originale
The sentinel
Produzione
USA 2006
Regia
Clark Johnson
Interpreti
Michael Douglas, Kiefer Sutherland, Eva Longoria, Kim Basinger
Durata
108 minuti

Sono andato a vedere “The Sentinel” più per l’aria condizionata del cinema, che per l’interesse di un ennesimo film incentrato sul tentativo di uccidere il presidente degli Stati Uniti. Devo dire che il fresco della sala era davvero gradevole ma il film, come m'immaginavo, è il solito action-movie americano… ma andiamo per ordine: l’inizio è stato davvero tragico, con il primo quarto d’ora passato tra decine di agenti ‘macho’ dei servizi segreti che parlano in codice e inquadrature che passano da uno ‘zoom’ sugli occhiali da sole degli agenti (con il marchio ben in evidenza) a primi piani di televisori LCD sparsi ovunque, e tutti (guarda caso) della stessa casa produttrice. Stavo quasi per rinunciare alla frescura del teatro Ariston quando, per fortuna, esauriti i doveri pubblicitari, il film inizia a farsi decente. Pete Gerrison (M.Duglas) è un veterano dei servizi segreti che viene accusato di essere un delatore, e di essere in combutta con dei trafficanti per organizzare l’omicidio del presidente. Pete, incastrato con le solite prove costruite ad uopo (conti in banca ecc…), fallisce anche la prova della macchina della verità, non potendo rivelare che ha una love-story segreta con la first lady; a quel punto (altra originalità!) riesce a scappare al tentativo di cattura, e si da alla macchia, cercando di scoprire per conto suo chi è il vero traditore. Il film prosegue con inseguimenti, sparatorie e il gioco di astuzie tra Pete e il suo collega David (K.Sutherland), l’agente incaricato di arrestarlo. I dialoghi sono orrendi; la trama e il finale sono scontatissimi, senza un solo colpo di scena o una trovata originale; il traditore è il personaggio più ovvio, con la scusa più banale: “se non ci aiuti ad uccidere il presidente ti ammazziamo moglie e figlia”; l’unica cosa che riesce ad evitare al film una bocciatura totale sono le interpretazioni di M.Duglas e K.Sutherland, davvero buone; penose, invece, Eva Longoria, (sembra messa li solo per il suo fisico), e Kim Basinger nel ruolo della first lady.
Consigliato solo agli appassionati delle americanate… e a chi patisce troppo il caldo!

Darth

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Di kiriku (del 04/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1291 volte)
Titolo originale
Leningrad cowboys go America
Produzione
Finlandia, Svezia 1989
Regia
Aki Kaurismäki
Interpreti
Matti Pellonpaa, Nicky Tesco, Jim Jarmusch, Sakke Jarvenpaa
Durata
78 min.

Giorni fa sono entrato in un negozio di dvd con l’intento di trovare un film da vedere la sera stessa e dopo una buona mezzora sono uscito con “Leningrad cowboys go America”. Il regista di questo film è “Aki Kaurismäki”,un finlandese anticonformista che mi ha colpito molto per una sua affermazione in un’ intervista: “Forse ho pensato di fare cinema perché non sono capace di nessun lavoro onesto. Camminavo ogni giorno su e giù per le vie del centro di Helsinki cercando di rimediare i soldi per bere, ma era sempre più difficile trovarne, allora ci siamo detti: cominciamo a fare film. Uno ha chiesto: su cosa? Io ho risposto: su questo schifo che è la nostra vita”. La trama di questo film rispecchia in pieno questa affermazione. I “Leningrad cowboys” sono un gruppo musicale che vive in uno sperduto paesino perso nella tundra finlandase che, consigliati da un agente, decidono di andare in America per tentare la fortuna. I componenti della band portano pettinature improbabili (hanno dei ciuffi enormi come si vede dalla locandina), e delle scarpe a punta di dimensioni incredibili. Nel loro viaggio portano con loro, legato sull’auto dentro una bara di legno, il bassista rimasto congelato per aver provato all’aperto. Questo film è in gran parte improvvisato e nonostante sia divertente e surreale è anche una critica aperta all’America. Infatti il gruppo lascia il proprio paesino sperduto per muoversi attraverso una serie di paesaggi desolati e degradati che ci descrivono molto bene quella che era la periferia americana in quegli anni. L’opera è del 1989, un periodo molto particolare della nostra storia che ha visto l’America rimanere l’unica super potenza mondiale, il suo sistema economico è stato indicato da molti come il solo in grado di dare una migliore qualità della vita. “Kaurismäki” con questo film ci mostra invece che non è sempre oro tutto quello che luccica. Un’ultima curiosità: i “Leningrad cowboys” esistono sul serio, sono un gruppo finlandese che suona un rock demenziale e che ha all’attivo una decina di album; sono conosciuti per aver suonato in diversi concerti con i costumi del coro dell’Armata Rossa e per essere apparsi in questo film. Ciao a tutti e buona visione.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 03/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1262 volte)
Titolo originale
Robots
Produzione
USA 2005
Regia
Chris Wedge
Interpreti
Durata
91 minuti

Quello che ci aspetta in questa pellicola è un mondo futuristico popolato dai “robots”, in un’ambientazione dal sapore retrò (che piace molto ultimamente). Il film scorre piacevolmente tra un personaggio che ricorda Buster Keaton nella mimica comica (Fender), uno ispirato al “Pinocchio” di Roberto Benigni (Rodney), e situazioni divertenti e caotiche. Le citazioni cinematografiche sono talmente tante che non ve le scriverò di certo tutte (sono pigro), vi basti sapere che sono spassose. La mia scena preferita è stata quella che richiamava un vecchio gioco della mia infanzia: “L’allegro chirurgo”. Qualcuno di voi ci ha mai giocato? Fatemelo sapere per curiosità! Tornando al film, di nuovo bisogna constatare che la cattiva abitudine di usare doppiatori non professionisti continua: si guarda al nome e non alle capacità. Come è possibile che DJ Francesco doppi la voce del protagonista? E’ l’unico non competente tra gente di spessore come Carlo Valli e Francesco Vairano. E poi? Rilascia interviste come queste: “Oltre agli occhi dello stesso colore ho molto in comune con Rodney, io arrivo da un paesino, Mariano Comense, proprio come il protagonista di questo cartoon. Quando sono arrivato a Milano credevo che tutta la città fosse lì per me, ero molto ingenuo sono entrato nell'ufficio di Cecchetto che era il mio mito, come Rodney arriva da Bigweld. Ero emozionatissimo e ho cominciato a parlare a mitraglia e a dire stupidaggini per nascondere la mia agitazione…”. Il problema è che non ha mai smesso di dire stupidaggini!!! Pensate che nella versione originale i doppiatori sono: EWAN MCGREGOR (RODNEY COPPERBOTTOM), ROBIN WILLIAMS (FENDER, )HALLE BERRY (CAPPY), AMANDA BYNES (PIPER PINWHEELER), GREG KINNEAR (RATCHET), JIM BROADBENT (MADAME GASKET), MEL BROOKS (BIGWELD), JENNIFER COOLIDGE (ZIA FAN), DREW CAREY (CRANK CASEY), PAUL GIAMATTI (TIM), STANLEY TUCCI (SIG. COPPERBOTTOM), DIANNE WIEST (SIG.RA COPPERBOTTOM). Il film merita di essere visto, tratta questioni sociali serie mascherandole da gag. Ridono tutti, grandi e piccini, ma alla fine chi ride veramente sono i produttori a causa degli elevati incassi. Beati loro…

nilcoxp

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Di ninin (del 02/07/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1585 volte)
Titolo originale
Transamerica
Produzione
U.S.A. 2005
Regia
Duncan Tucker
Interpreti
Felicity Huffman, Kevin Zegers, Fionnula Flanagan, Graham Greene, Burt Young, Elizabeth
Durata
103 minuti

Quando si dice che bisogna spendere fior di quattrini per fare un buon film, bisogna fare vedere assolutamente questa pellicola. Transamerica è la storia di Stanley Bree (Felicity Huffman) che una settimana prima di intervenire sul corpo maschile in cui non si è mai identificato, riceve una telefonata dal carcere minorile di New York che lo informa di essere padre di un ragazzo avuto dall’unico rapporto con una donna. Convinto dalla sua psicoterapeuta a svolgere i propri compiti, va in quel di New York e si spaccia a suo figlio come missionaria cristiana della chiesa del Padre Potenziale atta al recupero dei giovani detenuti. Il figlio Toby (Kevin Zegers) dal canto suo è un ragazzo orfano di madre, scappato di casa senza un soldo per colpa di un patrigno che abusa sessualmente di lui e che si procura da vivere facendo marchette. Vuole però conoscere a tutti i costi il suo vero padre naturale. Inizia così il viaggio per ritornare a Los Angeles (città in cui vive Bree) nel quale i due avranno modo di conoscersi e di fare gli incontri più disparati (lo yuppie sciamanio di peyote ladro della loro auto, party gay,ecc.). Durante una sosta, il ragazzo scopre che “lei” è invece un “lui”, e lentamente se ne innamora, costringendo così il padre a rivelargli la sua vera identità. Molto delicato e non volgare in questo film viene mostrato il lato gentile e ironico della vita di Stanley Bree, prigioniero di un corpo che non sente suo e che bombarda a suon di ormoni.. Il neoregista Duncan Tucker tocca un tema non facile come la transessualità e vuole fare vedere che ognuno va accettato per quello che è senza facili etichette a volte sgradevoli. Belli i paesaggi americani che fanno da sfondo al film, strani i due nudi di Stanley Bree, dove si vede il prima(con l’attrezzo in mano) e dopo(nuda nella vasca). Carina la canzoncina “Travelin’ Thru” di Dolly Parton candidata agli oscar come migliore canzone originale, e mirabile Felicity Huffman premiata al Tribeca film festival 2005 e al National Board of Review come miglior attrice e vincitore del Golden Globe 2006 e candidata agli oscar 2006. Il film invece ha vinto il festival internazionale di Berlino come miglior film nella sezione Panorama ed è stato premiato al Deauville film festival 2005 per la migliore sceneggiatura e infine come miglior lungometraggio al Woodstock film festival. Che dire di più…..Ah sì Buona visione!

Ninin

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Di lele (del 01/07/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1757 volte)
Artista
Joy Division
Titolo
Heart and Soul
Anno
1998
Label
Rhino/Wea

A tutti coloro che si stanno entusiasmando ascoltando gruppi come gli “Interpol” e i più recenti “Editors” propongo di andare indietro negli anni, 25 adesso, per innamorarsi veramente di uno dei più grandi, anzi il più grande complesso generato dalla fine del punk: i Joy Division. Impossibile dire quale sia il più bello tra i soli due lavori storici della band “Unknow pleasures” e “Closer”, seguiti poi dalle varie raccolte, singoli ed EP. I Joy Division si sono sempre distinti per il loro suono ossessivo, ripetitivo e pulsante delle sezioni ritmiche che entrando nel cuore e nel cervello degli ascoltatori è riuscito ad influenzare moltissime band a venire. Il tutto contornato dalla voce cupamente piena d’angoscia e rabbia di Ian Curtis che cantava vere e proprie poesie dettate dalla sua sofferenza, l’epilessia, un male di vivere che lo porterà poi al suicidio a soli 23 anni, lasciando una traccia incancellabile del suo lavoro. Da non dimenticare il compito di Bernard Summer che con la sua chitarra metallica e incalzante chiudeva il cerchio per dar vita a opere come “She lost control”, “Transmission”, “Disorder”, “A means to an end”, “Twenty four hours”, per citarne alcune. Chi adora queste sonorità aspre, tetre e coinvolgenti, può trovare quasi tutto in un cofanetto molto elegante di quattro cd “Heart and soul” che comprende pezzi live, inediti e versioni alternative di alcuni brani storici. Dopo la morte di Ian Curtis gli altri tre componenti (Bernard Summer, Peter Hook, Steve Morris) sono rimasti insieme con il nome di New Order, hanno cambiato sonorità lanciandosi nell’elettronica-dance: molto raffinata e singolare, legata molto alle loro origini post-punk. Anche in questo caso influenzando diversi musicisti che sono diventati grandi nel tempo. Ma questo è un altro capitolo e non ha più niente a che vedere con i J.D. che rimarranno per sempre unici ed esemplari: “…Love will tear us apart…”

lele

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Di slovo (del 30/06/2006 @ 05:01:59, in musica, linkato 2241 volte)
Artista
a-ha
Titolo
analogue
Anno
2005
Label
Universal

Si sente qualcuno dire: ”gli a-ha sono tornati dal limbo delle teen-band anni ’80 energizzati come non mai!”. Parziale verità questa, dato che, attraversando l’ascesa e la caduta, progetti solisti e depressioni varie, il trio norvegese non ha mai smesso di pubblicare dischi, alcuni anche molto validi, ma appannaggio di uno sparuto zoccolo duro di fedelissimi per 15 lunghi anni – le loro ultime apparizioni in classifica risalgono ai tempi di “stay on these roads” (1988). La peggior maledizione per un’attore è rimanere intrappolato in un personaggio… per un musicista è azzeccare un singolo di successo (planetario) e non riuscire più a dimostrare di avere altre frecce al proprio arco. “take on me”, nel bene o nel male, è divenuta uno degli esempi più celebri di una corrente - il synth pop - a cui molti voltano le spalle indignati, compresi quelli che ne fecero scorpacciate allora e che oggi non lo ammetterebbero mai.
Ma lo sappiamo, questi sono tempi di revival, a chi sa aspettare viene sempre concessa un’altra chance. Poi magari capita un evento importante, come il Live8 e allora un gruppo scopre davanti ad un pubblico sbracciante di avere ancora un seguito considerevole, oppure capita che la Hydro, un colosso dell’energia idroelettrica norvegese, organizzi per il centenario della sua nascita un imponente festival musicale, invitando il più famoso gruppo nazionale come headliner della serata… il 27 agosto 2005, al Frogner Park di Oslo, davanti al raduno più numeroso della storia del paese (più di 135mila presenza stimate) gli a-ha hanno offerto uno spettacolo che qualcuno ha già definito storico, suonando vecchi successi e materiale inedito. Materiale presente su “analogue”, il loro nuovo album.
Ho avuto modo di leggere o ascoltare alcune interviste promozionali… il gruppo è comprensibilmente galvanizzato (un nuovo contratto con la Universal ha sicuramente la sua piccola parte in questa sferzata di ottimismo), parlano di un prodotto più coeso rispetto ai passati lavori, di un sound ‘armonico’, di nuove direzioni… sia chiaro: è un disco pop, non che sia un male, intendiamoci. Ovviamente si deve soprassedere su alcune ruffianerie tipiche del genere, come quella ricerca un po’ forzata della melodia orecchiabile che qui è lampante soprattutto nei brani up-tempo: “celice”, “don’t do me any favours” o “analogue” (che trovo irresistibile, lo ammetto); e pur di non scontentare i nostalgici della prima ora, abbiamo anche la “hunting high and low” del 2006: quella “cosy prisons” già pubblicata come singolo, con il pianoforte a condurre la voce falsettata di Morten Harkett che sembra proprio non voler concedere nulla al passare del tempo. Con queste 4 canzoni che aprono l’album, potremmo dire che si conclude la parte più commerciale e inizia quella che dimostra, più di tutte le auto-dichiarazioni, la maturità artistica che il trio ha raggiunto negli anni. I toni si fanno accorati, si dà più spazio alle ballads, ai lenti d’ampio respiro, e vengono sciolte le briglie a visioni e sensazioni: dalla dolcissima “birthright” alla malinconica “the summers of our youth” (dove il vocalist gioca a fare Bono Vox), fino a “a fine blue line” che prelude alla bellissima “keeper of the flame”, certamente il momento migliore del disco. Questi brani mi trasmettono qualcosa … come un senso di nostalgia che si tenta di allontanare attraverso una finestra, difendendosi dal freddo, perdendo lo sguardo in un paesaggio, magari in un panorama norvegese, di quelli che non ho mai visto coi miei occhi ma che, non so come, la musica portava con se…

slovo

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Di Namor (del 29/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1967 volte)
Titolo originale
One last dance
Produzione
USA 2003
Regia
Lisa Niemi
Interpreti
Patrick Swayze, Lisa Niemi, George De La Pena, Matthew Walker, Stefan Wenta, Timothy Webber
Durata
103 minuti

La Dance Motive é una compagnia di danza che, per non chiudere i battenti, allestisce uno show che dovrebbe risollevare la sua precaria condizione finanziaria, ma la situazione si complica con la morte improvvisa del suo coreografo. Le uniche persone a conoscere lo spettacolo sono i tre ballerini protagonisti, che sette anni prima avrebbero dovuto interpretarlo ma, per continui dissapori tra di loro, il progetto fu accantonato. Adesso le tre vecchie stelle contattate dalla compagnia hanno l’occasione di riscattarsi artisticamente… ma non sarà facile per loro superare i vecchi rancori, gli acciacchi fisici e, soprattutto, le angosce personali. Dopo “Dirty Dancing - Balli Proibiti”, Patrick Swaize si ripresenta nelle vesti di ballerino, ruolo che all’epoca lo rese famoso in tutto il mondo. Ci riprova, questa volta con scarso successo, nel suo ultimo film da protagonista “One last dance” scritto e diretto dalla debuttante Lisa Niemi, la pellicola nasce originariamente come pièce teatrale, scritta 10 anni fa dai due coniugi (per chi non lo sapesse la Niemi e la moglie di P. Swaize). In questo film l’unica cosa da lodare è la forma fisica di Swaize, figurino che alla sua età (56 anni) si permette ancora di esibire ballando a torso nudo, senza per questo sfigurare nel confronto con colleghi molto più giovani. Rimanendo in tema danzante, salta all’occhio anche ad un profano la splendida preparazione artistica della Niemi, nonostante l’età (50 anni), e grazie ad un piccolo aiuto: è stata allieva di una maestra e coreografa musicale di eccezione, Patsy (la madre di Swaize), che ha trasmesso l’amore per la danza anche al figliol prodigo. Per il resto, in questo film a conduzione familiare non si salva nulla, la recitazione è addirittura irritante, con i protagonisti a piangere ogni qualvolta non riescono ad eseguire un passaggio delle loro coreografie; la sceneggiatura é imbarazzante; i dialoghi talmente scarni e inconcludenti da non far capire allo spettatore il motivo dei dissapori tra di loro. Il trailer del film è da denuncia, hanno montato i pezzi migliori, con il sottofondo musicale del famoso motivo di Dirty Dancing “The time of my life”, per invogliare gli amanti del genere ad andarlo a vedere. Tra l’altro, il film é stato prodotto nel 2003 ma é uscito nelle sale cinematografiche solo adesso… come mai? Semplice, è talmente scadente che nessuno lo voleva distribuire per paura di un flop, purtroppo alla fine però qualcuno lo ha fatto!

Namor

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Di Darth (del 28/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4088 volte)
Titolo originale
Bobby Jones stroke of genius
Produzione
USA 2004
Regia
Rowdy Herrington
Interpreti
James Caviezel, Claire Forlani, Jeremy Northam, Aidan Quinn, Malcolm McDowell
Durata
120 minuti

Premetto che non ho mai guardato una partita di golf ne dal vivo ne in televisione… lo trovo uno sport che mi piacerebbe praticare, ma noiosissimo da guardare. Conosco però le regole e le terminologie grazie a “Tutti in campo con Lotti”, una serie di anime che guardai da bambino. Da allora, non so perché, sono attratto dai film che parlano di questo sport: ho seguito la storia di Roy McAvoy in “Tin Cup”, quella di Happy Gilmor in “Un tipo imprevedibile”, quella di Bagger Vance ne “La leggenda di Bagger Vance” e, pochi giorni fa, la biografia di Robert Tyre Jones Jr. : “Bobby Jones il genio del golf”. Quest’ultimo, è meno ‘romanzato’ degli altri: è il resoconto dell’ incredibile carriera del più grande golfista di tutti i tempi, l’unico che a tutt’oggi è riuscito a fare il “grande slam”, ossia vincere i quattro maggiori tornei di golf nello stesso anno (British Amateur, British Open, U.S. Open, e U.S. Amateur). Il film inizia nel 1907, quando Bobby aveva cinque anni e, abitando adiacente ad un campo di golf, passava le giornate ad imitare i movimenti dei giocatori più bravi, da li, col passare degli anni, inizia a diventare un vero maestro dello swing e del putting-green, abilità di cui godrà in tutta la sua carriera da golfista. Il bambino prodigio, a nove anni, vince il suo primo torneo: l’ “Atlanta Athletic Club junior title”, sconfiggendo, in finale, un giocatore di 16 anni. Il film prosegue con la sua incredibile ascesa, i dubbi se continuare la carriera da golfista o seguire le orme paterne e diventare avvocato, i suoi grossi problemi di salute, le prime sconfitte, il matrimonio… fino al fatidico 1930, dove entra nella storia di questo sport, cogliendo il sopraccitato “grande slam”. Molto intensa la performance di James ‘Jesus’ Caviezel (La passione di Cristo), scelto per questo ruolo per la sua grande somiglianza con il golfista che interpreta. Il resto del cast e la regia è ‘nella norma’. Questo film lo consiglio solo a chi ha qualche nozione di golf, poiché senza queste, è difficile comprendere le regole, i termini e le difficoltà di questo sport, e quindi si perde il fascino dell’incredibile storia di Bobby Jones: il genio del golf.

Darth

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Di kiriku (del 27/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2488 volte)
Titolo originale
Oodishon
Produzione
Giappone, Corea del sud 1999
Regia
Miike Takashi
Interpreti
Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Renji Ishibashi
Durata
115 min.

Miike Takashi è il regista più prolifico degli ultimi anni, nell’ ultimo quindicennio ha prodotto la bellezza di settanta film. L’aspetto principale che caratterizza quasi tutte le sue opere è quello di una violenza portata all’eccesso che spazia tra uno spietato realismo e un grottesco splatter, ma che non è mai fine a se stessa. Nei film di Takashi la violenza diventa un strumento di comunicazione, un mezzo di rivalsa di tutte quelle persone che nella vita, soprattutto nel periodo infantile, hanno subito ogni tipo di angherie e di atrocità. Il lavoro del regista si concentra proprio sullo studio di queste anime perdute, devastate psicologicamente e lacerate nel più profondo. L’infanzia diventa il luogo dove lo sradicamento, l’estraneità e le ferite, non solo fisiche, portano alle degenerazioni che poi caratterizzano i suoi film. Questi elementi li ritroviamo anche nel film in questione. Il protagonista Aoyama rimasto vedovo ormai da sette anni decide di risposarsi. Per trovare la sua dolce metà decide, approfittando del fatto che lavora nel mondo del cinema, di organizzare una finta audizione dove conosce Asami, una giovane ragazza che lo colpisce per la sua purezza d’animo e per la sua sensibilità. Ma dopo che i due finiscono a letto lei scompare nel nulla e allora lui comincia a cercarla, scoprendo situazioni e circostanze misteriose sul suo passato. Il film è diviso in due parti: la prima tranquilla dove il regista ci mostra la normalità di tutti i giorni attraverso delle inquadrature al limite del voyerismo che danno la sensazione proprio di essere li, nascosti a spiare la quotidianità di Aoyama e di suo figlio; e una seconda fatta di flashback, proiezioni oniriche e scene splatter a volte difficili da guardare. Questo film è un adattamento del romanzo di Murakami Ryu e tutto sommato, anche se non è un capolavoro, è sicuramente un buon film che merita di essere visto.

kiriku

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Di nilcoxp (del 26/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1283 volte)
Titolo originale
The Rocky Horror Picture Show
Produzione
GB  1975
Regia
Jim Sharman
Interpreti
Richard O'Brien, Barry Bostwick, Susan Sarandon, Tim Curry, Jonathan Adams, Meat Loaf, Patricia Quinn, Nell Campbell, Charles Gray.
Durata
100 minuti

La trama: due fidanzatini finiscono in una casa stregata durante un temporale. Lì i due protagonisti ne passeranno di tutti i colori, tenendo conto che il proprietario della casa (Frank’n Furter) è un alieno e che sta portando a termine un esperimento. Detto questo, chi se ne frega della trama!!! Mai come in questo caso la storia ha il solo scopo di legare insieme situazioni esplosive. Tratto dallo spettacolo di Richard O’Brien (che si ritaglia la parte del misterioso servitore “Riff Raff”), sceneggiatore ed autore delle musiche (“Time Warp”, “Dammit Janet”, “Wild and Untamed Thing”, “Sweet Transvestite” su tutte), questo è un film stupendo sotto tutti i punti di vista, forse il più bel musical rock che sia mai stato fatto. Con richiami alla cultura americana (quadri famosi e il salvagente del Titanic), europea (la “Creazione” di Michelangelo sul fondo della piscina) e orientale (una stanza richiama la moda delle cineserie, molto in voga alla fine del XIX secolo), è folle trasgressivo liberatorio, lo si può guardare dall’angolazione che si preferisce e il risultato non cambia. Stupende le scenografie, belle le coreografie, i costumi sono perfetti nella loro funzione provocatoria. Le situazioni paradossali ed erotiche si alternano e si fondono in un risultato piacevolissimo che non diminuisce mai per tutta la durata della visione. Strepitosi gli attori e Susan Sarandon è bellissima e trasuda sesso da tutti i pori, per non parlare dell’ambiguo padrone di casa che si presenta così ai suoi ospiti: “I’m just a sweet transvestite from Trans-sexual, Transylvania”; Più chiaro di così !!!

nilcoxp

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Di ninin (del 25/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1583 volte)
Titolo originale
The Omen 666
Produzione
USA 2006
Regia
John Moore
Interpreti
Liev Schreiber, Julia Stiles, Mia Farrow, David Thewlis, Nikki Amuka-Bird, Reggie Austin
Durata
110 minuti

Il Vaticano al completo ne ha la certezza, i tasselli si stanno incastrando tutti, i suoni delle trombe degli angeli sono stati tutti decifrati: inondazioni, stragi di massa, fasci di luce e in più la sesta ora del sesto giorno del sesto mese nascerà il figlio della bestia… E’ l’ARMAGEDDON. Robert Thorn (Liew Schreiber) e Kathryn (Julia Stiles) sono una giovane coppia in attesa di un figlio; lui che è un importante diplomatico americano e, recatosi in ospedale, viene accolto da un prete che gli comunica che il bambino è nato morto. Il pastore, però, gli propone un accordo: vi è un bambino appena nato, Damien, solo al mondo, la sua mamma è morta durante il parto; dato che sua moglie è all’oscuro della tragedia, potrebbero spacciarlo per loro figlio… e lui accetta. Il bambino cresce e, cinque anni dopo, dopo vari episodi strani accaduti a tutta la famiglia, viene preso a cuore dalla nuova tata, la Signora Baylock (Mia Farrow) fattasi assumere di proposito per diventare la custode dell’Anticristo. Il padre si convincerà, anche grazie all’aiuto di un fotografo, che deve compiere il sacrificio di quello che lui ha cresciuto come suo figlio, deve uccidere il figlio di Satana…Questo film è un remake di un film degli anni ’70 interpretato da Gregory Peck e Lee Remick, vi premetto che io l’originale non l’ho visto, e non sapevo neanche che avessero fatto due sequel : “La maledizione di Damien” e “Omen- Conflitto finale”. Il film non è male, vi sono tutti i presupposti per essere un buon horror, tutti i personaggi sono perfettamente mescolati tra loro e vi sono le scene che fanno sobbalzare sulla sedia, quelle per capirci che quando vai al cinema con la fidanzata lei ti stringe la mano quasi stritolandola! Questo film fa da spola tra America, Londra e Roma e lo strano paesaggio del cimitero di Cerveteri che sembra un cimitero della Lapponia. Il regista è stato molto astuto nell’uscire con questa pellicola il 06-06-06; questi tre 6, presa in giro di Satana alla trinità cattolica, si rincorrono spesso nel film e sono resi ben visibili dalle sue inquadrature. Non ho capito però perché non hanno fatto parlare Damien che, a parte gli urli per non entrare in chiesa e forse altre due battute, non spiccica parola… forse il regista pensava di renderlo più inquietante? Mah! Non male la governante, Mia Farrow, anche se vestita un po’ alla Mary Poppins. A questo punto una sola domanda mi sorge… faranno il remake anche dei due sequel?

ninin

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