BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Jotaro (del 24/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1582 volte)
Titolo originale
Spriggan
Produzione
Giappone 1998
Regia
Norihiko Sudo
Interpreti
 
Durata
95 minuti

Cosa vi viene in mente se vi dico Spriggan?
Forse a molti non dirà nulla, ma Spriggan rappresenta un'opera mancata. Tengo a precisare che questo film, come la stragrande maggioranza degli anime, è tratto da un manga (fumetto giapponese) scritto e disegnato rispettivamente da Hiroshi Takashige e Ryoji Minagawa, dove riprende i capitoli dell'Arca di Noè. Veniamo quindi alla trama: Yu Ominae apparentemente sembra il classico studente svogliato di 17 anni ma, in realtà, è uno Spriggan o meglio Lo Spriggan, il più abile di tutta la categoria di questa élite di agenti da cui prende il nome. Lavora per un organizzazione chiamata A.R.C.A.M, la quale ha lo scopo di sigillare o distruggere i resti di antiche civiltà perdute prima che i loro enormi poteri possano finire in mani sbagliate. Yu, dopo aver accettato l'invito del Pentagono (tramite un compagno di classe kamikaze) parte per la Turchia, precisamente sul monte Ararat, deciso a scoprire il segreto dell'Arca di Noè. Il protagonista, deciso a vendicarsi del Pentagono che a sua insaputa ha inviato sul campo vecchie conoscenze del ragazzo, terrificanti agenti anche loro decisi ad impadronirsi dei segreti della mistica reliquia, dovrà scontrarsi con il colonnello McDougall, apparentemente un bambino come tanti ma che nasconde devastanti poteri esp. Purtroppo la trama è stata sacrificata, dovendo adattarla tutta nei 95 minuti del film ma, grazie a molti flashback, vengono chiariti diverse parti oscure sui vari personaggi, facendo risultare il film godibile e completo anche a chi non ha letto il manga. Dal punto di vista della realizzazione tecnica Spriggan è un capolavoro, i fondali sono maniacali, molte volte vi sembrerà di vedere un paesaggio vero più che un disegno fatto a mano, e anche le animazioni sono fluidissime e adrenaliniche, degne delle migliori produzioni Hollywoodiane. Il film poi è stato realizzato sotto la supervisione del grande maestro Otomo (Akira, Steamboy), che ha reso la pellicola più spettacolare che mai. Anche le musiche sono fantastiche (prevalentemente archi e flauti) e vengono esaltate nell'edizione italiana con il Dolby Digital 5.1. Consiglio vivamente la visione a tutti, ma particolarmente agli appassionati di action movie di serie A, questo film vi terrà incollati alla poltrona non annoiandovi mai. Siamo di fronte ad un altro capolavoro incompreso nel nostro paese.

Jotaro

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Di slovo (del 23/06/2006 @ 05:01:00, in musica, linkato 4889 volte)
Artista
Oysterhead
Titolo
The Grand Pecking Order
Anno
2001
Label
Elektra

Supergruppo. In genere parliamo di musicisti tecnicamente molto preparati, di virtuosi, provenienti da esperienze differenti, che per ragioni che vanno dalla coincidenza al calcolo si ritrovano a lavorare ad un progetto musicale comune. Se da questo ‘brodo di coltura’ nasce una band, lo si è soliti definire supergruppo. E’ un termine di cui si abusa spesso … non questa volta.
Facciamo i nomi, quindi: Les Claypool, Trey Anastasio e Stewart Copeland… non avrebbero bisogno d’altro che di essere pronunciati per mettere tutti in silenzio ad ascoltare, ma per chi non li conoscesse dico solo che i primi due sono le menti pensanti rispettivamente dei Primus e dei Phish, due tra le band più interessanti ed innovative degli anni novanta e Copeland è stato (ma perché lo sto scrivendo?) il batterista/fondatore dei Police, cioè un tassello di storia del rock.
Siamo nel maggio del 2000, nell’ambito del Jazz and Heritage Festival di New Orleans. Il trio, intenzionalmente assemblato in occasione di quell’unico evento, riuscì ad infiammare la platea superando le più rosee aspettative; tale fu il successo della serata che non era il caso di permettere a quella scintilla, fortuitamente innescata, di perdersi e svanire. Un anno dopo infatti, i tre si riunirono in sala di incisione e nell’ottobre del 2001, “The Grand Pecking Order” vedeva la luce.
Capire come questi musicisti abbiano potuto trovare una via di conciliazione ai loro stili così differenti, è difficile quanto catalogare ciò che hanno prodotto: potrei giocare con le etichette e coniare un alternative/post-jazz-rock ma finirei col forzare questa musica dentro un contenitore… e questa musica è libera, effervescente: ogni minuto che si sussegue è una sorpresa, ogni evoluzione imprevedibile. Questo prodigio è reso possibile perché i tre musicisti, e da qui si intuisce la genuinità del lavoro, sono riusciti ad imprimere sui nastri lo spirito della jam-session, quel piacere per il free-form tipico dei jazzisti.
Tutto il disco è pervaso da un mood delirante, a tratti demenziale, come nella marcetta “mr.oysterhead” o l’ubriacante title-track, a tratti ossessiva: “wield the spade” o la geniale “shadow of a man” in cui il cantato giullaresco di Claypool dipinge l’alienazione di un reduce dal fronte senza scadere nella drammatizzazione. La teoria della somma aritmetica ci suggerisce che la componente ritmica forma gran parte della trama di questo arazzo; assolutamente vero: brani come “oz is ever floating” o “army’s on extasy”, dove l’intricato e complesso lavoro di bacchette di Copeland si sposa con il percussivo slapping di Claypool, sono una gioia per le orecchie... ma Anastasio è la componente armonico/melodica perfetta per completare il quadro; non solo la sua voce calda compensa quella tesa di Claypool, ma si dimostra un chitarrista versatile e dal gusto raffinato, capace di incastonare in mezzo ad una baraonda di assoli fusion, una bellissima ballata acustica in stile Nick Drake come “radon baloon”.
Ad un certo punto nella storia, tre mostri di bravura si sono trovati immersi nello stesso fluido; la musica di TGPO è la testimonianza di quei tempi; forse si poteva scremare qualcosa in più, ma se il prezzo da pagare è solo una durata che eccede il tempo limite di attenzione dell’ascoltatore medio, allora non fatevi intimorire dal faccione di 'testa di ostrica', e avventuratevi nel vortice di questo disco destinato a diventare, ne sono certo, una pietra miliare.

slovo

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Di Namor (del 22/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1425 volte)
Titolo originale
Poseidon
Produzione
USA 2006
Regia
Wolfgang Petersen
Interpreti
Josh Lucas, Kurt Russell, Emmy Rossum, Richard Dreyfuss
Durata
99 minuti

Il film inizia con inquadrature a 360° gradi di un transatlantico che solca il mare dell’Oceano Atlantico, una volta ammirata la sua enorme stazza, la telecamera segue un passeggero che fa dello jogging sui suoi lunghissimi ponti. Il regista Wolfgang Petersen (U-boot96, Troy, La tempesta perfetta) con queste riprese, cerca di trasmettere allo spettatore (riuscendoci) la maestosità del “Poseidon”. Forte dei suoi 180 milioni di dollari di budget a disposizione, si cimenta nel remake, “Le avventure del Poseidon” di Ronald Nieme (1972) con G.Hackman, E.Borgnine,S.Winters, con 11 candidature agli oscar e 2 vinti: effetti speciali e miglior canzone. Se l’intento di Petersen era quello di surclassare il suo noto predecessore, l’obbiettivo, secondo me, è stato raggiunto a metà. Se parliamo degli effetti speciali sicuramente non c’è confronto, é come sparare sulla croce rossa, con i mezzi che vi sono adesso a disposizione il rapporto é impari. Le scene dei disastri sono decisamente spettacolari e realistiche, il tutto é reso ancor più credibile se visto in digitale, che esalta sia il suono che la nitidezza delle immagini. Dove invece perde il paragone é sicuramente per la trama: gli attori (credo dotati di branchie, dato le lunghe nuotate in apnea da far impallidire i migliori recordman del mondo!) non vengono valorizzati come meriterebbero, e parliamo di interpreti di tutto rispetto: Richard Dreyfuss, Kurt Russel, Josh Lucas. Mentre sulla performance dei personaggi femminili: Emmy Rossum e Mia Maestro, avrei qualcosa da ridire, poiché le ho trovate nettamente al di sotto della media, una recitazione quasi dilettantesca. L’unica lancia che posso spezzare a loro favore, è il fatto che i dialoghi scritti nel copione risultano banali, insomma, lo sceneggiatore non si è spremuto più di tanto le meningi, a danno sia degli attori che della trama: non si fa in tempo a dare un’identità ai personaggi che arriva la disgrazia, e sapete quanto tempo è trascorso dall’inizio del film? Appena 5 minuti…….! I passeggeri sono riuniti nel salone delle feste, e si apprestano a festeggiare l’arrivo del nuovo anno: si cena e si balla al suono dell’orchestra con la voce di una cantante d’eccezione, Stacey Ferguson (la vocalist del famosissimo gruppo musicale “Black eyed Peas”, di recente messa sotto contratto dal regista Quentin Tarantino per il suo prossimo film), mentre il comandante ad un microfono distribuisce gli auguri di rito e inizia a decantare la bellezza e la sicurezza della sua nave, concludendo che è praticamente inaffondabile. Inevitabilmente arriva subito la smentita: un’onda anomala (tanto anomala non è visto, che nell’ultimo decennio sono 500 le onde che hanno fatto disastri) di 50 metri investe il transatlantico rovesciandolo, (e adesso caro comandante, come la mettiamo?). Tranquilli continua lui, questo (il salone) é il posto più sicuro dove aspettare i soccorsi! Ma uno sparuto gruppo di passeggeri, non presta ascolto ai consigli/ordini del comandante portasfiga, dando così inizio alla loro odissea, cercando in tutti i modi di risalire la nave capovolta e, per farlo, dovranno attraversare porte bloccate, esplosioni, incendi, fiumi di acqua e passaggi in cunicoli claustrofobici… il tutto tra macerie e cadaveri sparsi ovunque. Ne consiglio la visione al cinema, per poter meglio apprezzare gli effetti speciali, che sono indubbiamente la parte migliore del film!

Namor

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Di Darth (del 21/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2224 volte)
Titolo originale
An Unfinished Life
Produzione
USA 2005
Regia
Lasse Hallström
Interpreti
Robert Redford, Jennifer Lopez, Morgan Freeman, Becca Gardner
Durata
107 minuti

Il regista svedese Lasse Hallström, già autore di piccoli capolavori come “Chocolat” e il pluripremiato “Le regole della casa del sidro”, rimanendo sul genere commedia/sentimentale che più lo aggrada, porta sugli schermi un’altra perla: “Il vento del perdono”. Il film, tratto dal romanzo "Where rivers change direction" di Mark Spragg (che si è occupato anche della sceneggiatura), narra la storia di Einar Gilkyson, un uomo che ha smesso di ‘vivere’ dopo la tragica perdita del figlio; abita in una fattoria del Wyoming con, come unica compagnia, il suo amico Mitch: un vecchio infermo sempre bisognoso di cure. Ad interrompere l’apatia del casale ci penserà la giovane Jean che, trovatasi in difficoltà, chiede ospitalità per lei e sua figlia al suocero Einar. Il vecchio cow-boy scopre così di avere una nipote di cui non conosceva l’esistenza ma, d’altro canto, il ritorno della nuora in casa lo disturba molto, dato che la ritiene totalmente responsabile della morte del suo compianto figlio. Come si può intuire da questa premessa, il film è tutto incentrato sul rapporto d’affetto tra il nonno e la nipotina di 11 anni, e sull’astio tra il suocero e la nuora, con Mitch che dispenserà buoni consigli quando opportuno e la piccola Griff a far da calamita tra i due litiganti. La trama può sembrare banale, e forse lo è davvero, e questa pellicola sarebbe potuta essere la solita commedia noiosa… sarebbe potuta esserlo se non l’avesse diretta il bravissimo Hallström, se non ci fosse una fotografia meravigliosa (viene voglia di mollare tutto e andare in Wyoming) e, soprattutto, se non ci fossero stati due attori come Robert Redford e Morgan Freeman. Redford, che a mio modesto giudizio è uno tra i più grandi attori contemporanei al mondo, è in un ruolo perfetto per lui, e il suo rapporto di amicizia con lo strepitoso M.Freeman (Mitch) riesce ad essere coinvolgente e commovente senza bisogno di dialoghi esplicativi: è sufficiente soffermarsi sui loro sguardi per comprendere l’affetto che lega i due vecchi cowboy. Due veri maestri della recitazione. A fare da contrappeso c’è (purtroppo) la presenza di Jennifer Lopez nei panni di Jean, non che abbia recitato malissimo, ma avrei preferito un’attrice con un minimo di espressività anziché una che sembra avere una paresi facciale. Davvero bravissima, invece, e degna di lavorare con i due mostri sacri del cinema hollywoodiano la piccola Becca Gardner (Griff); una vera sorpresa.

Darth

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Di gidibao (del 20/06/2006 @ 05:00:03, in musica, linkato 2796 volte)
Artista
Acoustic Alchemy
Titolo
Radio Contact
Anno
2003
Label
Higher Octave

Se le note fossero versi e la poesia musica, il distillato sarebbe molto probabilmente un'alchimia acustica. L'incipit di Radio Contact è un elisir inebriante. L'album prende vita con No Messin', un brano tutto in levare decorato da un tappeto armonico dai toni caldi, ipnotico ed ammiccante. Un viaggio di sessanta minuti lungo un'autostrada di suoni e di colori. Paesaggi che spaziano dallo Smooth Jazz alle atmosfere Ramblas evocate dalla chitarra acustica di Greg Carmichael in Shelter Island Drive. L'album recensito ha il merito di essere il primo del gruppo a proporre una canzone cantata: l'esperimento a nome Little Laughter è eseguito da una giovane cantante inglese Jo Harrop.
Gradevole al primo ascolto, Radio Contact è un prodotto musicale di pregevole fattura, supportato dalle capacità artistiche di musicisti virtuosi: un opera coinvolgente e positiva che merita un posto di primo piano nella personalissima discoteca di ogni musicofilo.
Gli Acoustic Alchemy sono un duo britannico di chitarre, i componenti originali del gruppo, Nick Webb e Greg Carmichael, hanno registrato insieme dieci album: l'ultimo dei quali, Positive Thinking… è stato pubblicato nel 1998, a pochi giorni dalla prematura scomparsa di Nick Webb. Coadiuvati da un fidato gruppo di musicisti, tra i quali il pianista Terry Disley, dal tastierista Tony White e nei primi album dal produttore - chitarrista John Parsons, gli Acoustic Alchemy spaziano nel campo del fusion jazz non disdegnando di disegnare impeccabili arrangiamenti con spunti che variano dal country allo ska, dal flamenco alla musica reggae.
Miles Gilderdale, già chitarrista di supporto dal 1996, ha preso il posto del compianto Nick Webb.
Rileggendo il mio articolo con l'album di sottofondo, mi sono reso conto di essere stato ingeneroso nella critica: Radio Contact è molto meglio.

gidibao

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Di nilcoxp (del 19/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3191 volte)
Titolo originale
Celovek s kinoapparatom
Produzione
Urss  1929
Regia
Dziga Vertov
Interpreti
 
Durata
87 minuti

Prima che il caldo estivo e la conseguente aria di vacanza, vi intorpidisca a tutti, volevo proporre un film per gli appassionati della storia del cinema. In teoria dovreste averlo visto tutti, perché se per scrivere si impara da bambino l’alfabeto, per parlare di cinema bisognerebbe averne viste le origini o le tappe salienti del suo sviluppo (pretendo troppo lo so!). Il film in questione (credo che documentario sarebbe più appropriato anche se non esaustivo come termine) è la cronaca di una giornata a Mosca: dal risveglio della città all’alba fino al tramonto seguente, con il suo traffico, la nascita e la morte, lo sport, ecc. La particolarità sta nel fatto che il regista rende viva la sua macchina da presa, gli conferisce un’anima, ma non per giudicare gli eventi, solo per osservarli ed immortalarli. L’immagine dell’occhio viene a sovrapporsi a quella del mezzo, che non risparmia niente della vita che lo circonda. E alla fine ripropone tutto quello che ha ripreso agli spettatori a ritmo accelerato. Questo è il film più famoso di D.V., realizzato con il fratello, vero manifesto delle teorie sul Cineocchio (Kinoglaz). Anticipa di quasi cinquant’anni i film strutturalisti degli ani ’60-’70, scomposizione e composizione dell’immagine, rivela l’artificiosità del mezzo cinematografico impedendo la disponibilità nello spettatore all’identificazione, alla partecipazione e all’illusione. Per far questo si avvale di espedienti tecnici come: presenza del cineoperatore nell’immagine, montaggio, trucchi, dissolvenze incrociate, ricorso all’accelerato e al rallentato, allo split screen, alle sovrimpressioni, al movimento rovesciato, ecc. Ma oltre al tema costruttivista-futurista e a quello sull’illusione cinematografica, ci sono anche parentesi estetizzanti e voyeuristiche. In tutti questi anni molti musicisti si sono prestati per la colonna sonora, tra cui Pierre Henry, Franco Battiato e Tom Cora. Va ancora aggiunto sul regista il fatto che fosse nella sua filosofia (e questo filmato ne è la conferma) la ripresa documentaristica nelle strade, lontano dagli studi cinematografici, così da poter mostrare la faccia reale delle persone, e rivelare cosa si nasconda sotto la superficie del fenomeno sociale. Perno di tutto il suo lavoro e di tutte le sue teorie rimane il “montaggio”,e insieme a lui altri “grandi” del cinema sovietico (Ejzenstejn su tutti). Imperdibile.

nilcoxp

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Di ninin (del 18/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1686 volte)
Titolo originale
La bestia nel cuore
Produzione
Italia 2005
Regia
Cristina Comencini
Interpreti
Giovanna Mezzogiorno, Alessio Boni, Giuseppe Battiston, Angela Finocchiaro, Francesca Inaudi, Roberto Infascelli, Stefania Rocca
Durata
112 minuti

Il film inizia con Sabina (una splendida Giovanna Mezzogiorno) che deve espletare i doveri burocratici per lo spostamento dei feretri dei suoi genitori. Lei ha un compagno di vita, Franco (Alessio Boni), combattuto dalla voglia di fare l’attore “vero” di teatro, o fare quello da fiction televisiva pur di guadagnare. Sabina lavora come doppiatrice di film insieme a Maria (Angela Finocchiaro) abbandonata di recente dal marito, per una ragazza molto più giovane: “non posso invecchiare vicino a te e poi con lei mi si rizza!” è stata la spiegazione di lui!! Sabina ha anche una sua migliore amica, la non vedente Emilia (Stefania Rocca) innamorata perdutamente di lei fin dai tempi di scuola ma mai ripagata. Un brutto sogno turba una notte di Sabina… le tornano alla mente vari flashback d’infanzia, tra cui gli abusi sessuali del padre su di lei e sul fratello maggiore Daniele (Luigi Lo Cascio). Alla scoperta della sua prossima gravidanza, tenutala nascosta al compagno, Sabina decide di andare a passare il Natale da suo fratello, diventato docente universitario in America e padre anche lui di due bambini, confidando nel suo aiuto per far luce sui vuoti del suo passato. Ho trovato il film molto bello, anche se con troppe tematiche accatastate una sull’altra, la pedofilia di un padre di giorno perfetto e di notte incestuoso con la madre che, come spesso accade nei giorni nostri, “non vede e non sente”; la relazione omosessuale che intrecciano la Rocca e la Finocchiaro e il tradimento subito da Sabina, come da lei pronosticato. In alcuni frangenti vi è anche dell’ironia in questo film, con il regista della fiction Negri (Giuseppe Battiston) stufo del suo ruolo di automa televisivo, e anche del ruolo della Finocchiaro (bravissima!!). Le figure maschili (Lo Cascio e Boni) le ho trovate un po’ scialbe e a volte persino irritanti… Film che ci ha rappresentato agli oscar e che ha visto premiata la Finocchiaro con il David e la Mezzogiorno con la coppa Volpi, per concludere vorrei porvi un quesito: in questo film ci sono delle scene che ricordano un’opera di Kubrick mi sapete dire quale?

ninin

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Di Andy (del 17/06/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 2253 volte)
Artista
Rolling Stones
Titolo
A bigger bang
Anno
2005

Perbacco, recensire un album dei Rolling Stones, l’ultimo.. un impegno tanto allettante quanto non facile, vi assicuro, soprattutto perché di questa band è stato detto e scritto di tutto e di più in 40 anni (!) di onorata carriera. Non credo che questi signori abbiano bisogno di tante presentazioni ma è comunque giusto ricordare quello che hanno “combinato” Mick Jagger, cantante, e Keith Richards, chitarrista, fin dal lontano ottobre del 1961, quando scoprono di avere in comune la passione per la musica di “tipacci” come Chuck Berry, Little Walter, Muddy Waters. Ai nostri due si uniscono Bill Wiman, bassista, Charlie Watts, batterista, una specie di mezzo genio, è il polistrumentista Bryan Jones. Il debutto dei Rolling Stones (nome preso da una canzone di M. Waters), avviene in uno dei templi sacri del rock, il marquee di Londra,il 12 luglio 1962. la loro musica è impudente,ribelle e selvaggiacome le loro immagine, e attinge dalle sorgenti blues del rock’n’roll; parla dell’anima nera e sotterranea della città, e degli eccessi che si consumano nei club underground di Londra, molto più sfacciatae ritmata dei rivali di sempre, i Beatles. Insomma, il successo non tarda ad arrivare è nel 1965, con il 45 giri “I can’t get no satisfaction”, inno sensuale dai trascinanti riff di chitarra scalano le classifiche di tutto il mondo e iniziano la loro carriera costellata di successi e anche di guai con la droga e eccessi di ogni tipo. Nel 1966 uscirà l’album “Aftermath” che contiene “Lady Jane” (dedicata alla marijuana), “Paint It Black” e pezzi più incalzanti come “Under My Thumb”, “Jumping Jack Flash”, “Simpathy for the devil” (dal chiaro significato blasfemo). La musica degli Stones è piena di allusioni alle droghe, al sesso e alla politica. Nel 1969 Jones viene trovato morto nella sua piscina, probabilmente in seguito ad un’overdose. Viene sostituito da Mick Taylor, bravo chitarrista blues ma non adatto alla musica (e alla vita) sregolata e ribelle della band. Senza Brian Jones, che dava una vena più acustica ed esotica al gruppo, dal momento che riusciva ad inserire tra basso, batteria e chitarre strumenti come il dulcimer, il sitar e pianoforti vari, il suono si inasprisce diventano sempre più rock e dando vita a pezzi come “Brown Sugar” e “Wild Horses”, tratte dal mitico “Sticky Fingers”. Nel ’74 Mick Taylor viene sostituito da Rondwood, tutt’ora presente. Da allora Jagger e soci alternano dischi più o meno belli (a volte molto commerciali) a tour mondiali che comunque hanno divertito tre intere generazioni. Nel 1993 anche lo storico bassista Bill Wyman lascia la formazione, sostituito da Daryl Jones che rimarrà fino ad oggi. Forse mi sono un po’ dilungato, ma sono cose da sapere e da tenere presenti quando si ascolta un album di questi mostri del rock, in questo caso “A Bigger bang” del 2005, che si compone di ben 16 brani. Jagger dice che il 50% di questo disco è rock e l’altro 50 no (?). Beh, le prime tre tracce lo sono di sicuro. La prima, Rough Justice, è un rockaccio scontato e banale, ma le altre due ti fanno capire come gli Stones siano ancora capaci di farti muovere il piedino, con quel sound ruvido e allegro. Il quarto pezzo è “Rain fall down”, il secondo singolo estratto dal cd; un funky black and blues alla maniera di “Miss You” cantato ancora con grande energia e feeling da Mick e grandi ritmiche rock funky di Richards “Streets of love”, il primo singolo uscito è una bella ballata un po’ commerciale ma nel loro stile. “Back of my hand” E’ un blues diciamo “ubriaco” alla Muddy Waters, con le stupende chitarre di Wood Richards. Lascerei passare la 7 e la 8, un po’ troppo commerciali, ma la 9 “This Place Is Empty” cantata con quella voce roca e graffiante da Richards ha veramente qualcosa che ti riporta a dischi come Sticky Fingers, bellissima! Le tracce 10 e 11 non sono certo il meglio del disco con questi accordi triti e ritriti, la 12 è un bel lentaccio non male e la 13 suona alla Stones anni 80 con la batteria che va come un treno e le chitarre staccate e nervose insieme all’armonica suonata come sempre da Jagger. Stesso discorso per la 14 dal ritmo ancora più incalzante e sanguigno. Sinceramente avrei chiuso il disco qui perché le due che seguono non mi dicono molto. Bisogna naturalmente considerare i testi come sempre irriverenti e critici nei confronti soprattutto della politica americana e inglese, Insomma quando ci sono di mezzo queste vecchie glorie, le critiche sono tante e pesanti, ma nell’insieme direi che “A Bigger bang” è un bel disco di rock, fatto senza troppe pretese da questi animali da palco, forse un po’ caricature di se stessi, ma ai quali è difficile chiedere d’inventarsi qualcosa di diverso dato che 40 anni fa hanno già inventato il rock… E scusate se è poco.

Andy

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Di slovo (del 16/06/2006 @ 05:00:05, in musica, linkato 2307 volte)
Artista
Tears for Fears
Titolo
Everybody Loves a Happy Ending
Anno
2004
Label
New Door Records

Dopo la non pacifica interruzione del sodalizio artistico avvenuta alla fine degli anni 80, sull'onda di un' amicizia ritrovata (o forse dell’inaspettato successo del film “donnie darko” la cui colonna sonora annovera ben due vecchi successi dei nostri ?) Roland Orzabal e Curt Smith riformano il duo Tears for Fears e registrano quello che sembrerebbe essere il loro disco di addio. Lo stesso titolo suona come un commiato e la lapidaria scritta ‘the end’ stampata sul retro del booklet alimenta anche lei questa sensazione, anche se alla fine saranno le sorti commerciali ad avere l'ultima parola.
beh…questo genere di premesse lasciano pensare a tutto fuorché ad un ingovernabile fervore creativo, ciononostante, mentre mi lascio attraversare dalla musica di ELAHE, brano dopo brano mi convinco di come i due musicisti, ormai quarantenni, si siano affrancati dall'ansia di scrivere hit da classifica; le citazioni beatles-iane (rispettabilissime e demodè) infatti, tradiscono una propensione a produrre musica più vicina ai loro gusti personali. Le arie di “Sgt Pepper” contaminano una buona metà del disco (ascoltare “who killed tangerne” e la title-track per credere) specialmente laddove il redivivo Smith interviene nella scrittura, e sebbene la penna inquieta ed ermetica di Orzabal rimaga per me più coinvolgente (come non rimanere affascinati dalla torva atmosfera di “the devil”, consapevole accettazione del proprio lato oscuro?), la presenza di un co-writer meno introspettivo e più scanzonato apporta sicuramente equilibrio, rende, se vogliamo, più ‘leggero’ l'ascolto.
La sfida non era delle più semplici: trapiantare il pop cerebrale dei TFF negli anni duemila, amalgamarlo tra classico e contemporaneo e tirarne fuori un prodotto vendibile … Ci sono riusciti? Probabilmente no, ma caricare questo lavoro di aspettative è sicuramente l’approccio più sbagliato. Chi riuscirà ad ascoltarlo senza aspettare che un reprise di “shout” salti fuori da un momento all’altro, apprezzerà un’ora di musica intelligente ed elegante.
Può bastare come lieto fine?

slovo

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Di Namor (del 15/06/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1399 volte)
Artista
Van Hunt
Titolo
On the jungle floor
Anno
2006
Label
Capitol/EMI

Oggi voglio segnalarvi un album che alla critica non è passato inosservato e che io ultimamente ascolto molto volentieri: il suo titolo è “On the jungle floor”. L’autore di questo cd è Van Hunt, compositore, arrangiatore e polistrumentista. Iniziò a suonare il sax tenore quando aveva appena sette anni e, non soddisfatto, ha imparato a suonare tanti altri strumenti tra i quali il basso, la chitarra, le tastiere, la batteria e le percussioni. Recentemente Alicia Keys ha dichiarato: “è uno dei musicisti più incredibili che io conosca”; affermazione vera, il suo stile si differenzia molto nell’odierno panorama musicale black, ha saputo fondere alla sua voce particolare sonorità nuove, con incursioni negli anni 70, dando vita al suo nuovo lavoro, un album soul-funky-pop dal sound niente male. Per questo disco, l'artista, si è avvalso di collaboratori di tutto rispetto, come il batterista Matt Chamberlain (David Bowie, Tori Amos), la chitarrista Wendy Melvoin (Prince), il percussionista Lenny Castro (Eric Clapton, Rolling Stones), il tastierista Patrick Warren (Red hot chili peppers, Macy Gray) e il trombettista Nolan Smith (Marvin Gaye). La loro partecipazione al cd conferma la bravura di Van Hunt, musicisti di questo calibro danno il loro contributo solamente quando si intravede del talento, tanto più che in questo caso si parla di un interprete quasi debuttante. Delle 16 tracce tutte pregevoli vi segnalo quelle che mi hanno colpito maggiormente: “If i take you home”, brano che apre il cd “Suspicion”, “Character”, “The night is young” e “Mean sleep” che lo vedrà duettare con una Nikka Costa dalla voce graffiante, quasi da rockettara. Un album che esorto ad ascoltare nei momenti in cui si vuole creare una giusta… atmosfera.

Namor

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Di Darth (del 14/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1705 volte)
Titolo originale
Walk the line
Produzione
USA 2005
Regia
James Mangold
Interpreti
Joaquin Phoenix, Reese Witherspoon, Ginnifer Goodwin, Robert Patrick, Dallas Roberts, Dan John Miller
Durata
136 minuti

Tutti abbiamo visto almeno una volta un film di Elvis Presley, o ascoltato “Love me tender”; tanti conoscono le canzoni di Jerry Lee Lewis o hanno visto “Great balls of fire”, in pochi, invece (almeno in Italia), conoscono la storia di Johnny Cash, divenuto famoso nello stesso periodo delle altre due star del rock, ottenendo altrettanto successo in madrepatria; ma canzoni come “I walk the line” o “Ring of fire”, alla maggior parte di noi non dicono nulla. Il film, tratto dall’autobiografia di Cash “Walk the line”, racconta tutta l’ascesa della star, da quando aveva dodici anni e perse il fratello, al rapporto controverso con il padre, al matrimonio con una donna che non ha mai amato davvero, al primo provino fatto a Memphis quand’era un dilettante e suonava con due  amici nella veranda di casa sua. Inizierà da li la lunga escalation di successi che lo porterà nelle vette dei dischi più venduti in America, a fare tournée con altri musicisti dell’epoca come J.L. Lewis e il mitico Elvis. Avrà fama, gloria, denaro e un sacco di giovani ragazze ‘disponibili’; ma tutto questo gli porterà anche problemi di incomprensione in famiglia, e dipendenza da stupefacenti. Girando l’America in tour con altre star del momento, Cash conoscerà la cantante June Carter di cui si innamora perdutamente (da questa passione deriva il titolo del film) ma proprio a causa del suo sentimento (non corrisposto) il cantante verrà lasciato dalla moglie e sprofonderà sempre di più negli abissi della droga. Il film è girato benissimo, la trama è interessante, come colonna sonora ci sono le canzoni mitiche di quegli anni, ma la vera forza di quest’opera è il cast. Johnny Cash ha scelto come attore per interpretare se stesso Joaquin Phoenix sulla base della sua performance come imperatore “Commodo” ne “Il gladiatore”; mentre June Carter, per contropartita, ha scelto la bellissima Reese Witherspoon. I due attori, consapevoli della possibilità concessagli, hanno preso lezioni di canto per sei mesi prima di iniziare le riprese; infatti tutti i brani proposti nella pellicola sono interpretati dagli attori stessi senza doppiaggio alcuno… e vi assicuro che hanno cantato bene quanto i veri Johnny & June! Quest’ opera è stata osannata un po’ ovunque, ha al momento 22 premi vinti e 18 nominations, i più importanti sono i tre Golden Globe (miglior film, miglior attore, miglior attrice) ed un Oscar a Reese Witherspoon come migliore attrice. Il film termina il 13 gennaio 1968, sulla creazione del più grande successo di Cash, l’incisione di “At Folsom prison”: un album registrato ‘live’ nella prigione di massima sicurezza di Folsom (la scena ricorda molto quella finale di “The Blues Brothers”) e che vincerà ben quattro Grammy Awards.

Darth

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Di kiriku (del 13/06/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 2170 volte)
Artista
Sergio Caputo
Titolo
A tu per tu
Anno
2006

L’ultima volta che ho ascoltato Sergio Caputo cantava “ Il Garibaldi Innamorato”, da “ Ne approfitto per fare un po’ di musica” dell’87 e prima ancora lo ricordo con “Un sabato Italiano”, che da anche il titolo all’album, mi sembra nell’83 e sinceramente credevo che la sua carriera fosse più o meno finita lì. Immaginavo che avesse scritto ancora qualcosa ma ero convinto, non so perché, che si trattasse di prodotti di scarsa qualità. L’altro giorno navigando in internet vengo a scoprire che proprio nel 2006 è uscito con un nuovo cd che si intitola “A tu per tu”; scritto, arrangiato e prodotto da Sergio Caputo. Si tratta di una raccolta unplugged dei brani più richiesti dai suoi fans, la sua idea è "Vengo a casa tua con la chitarra e suono solo per te". E così ha fatto, una decina di canzoni chitarra e voce che scorrono via che un piacere tra jazz e influenze latine e testi che ci parlano di quotidianità e nevrosi metropolitane. Dall’83 ha inciso undici album e ha suonato con i migliori jazzisti italiani (Enrico Rava, Danilo Rea, Roberto Gatto) e addirittura con “Dizzi Gillespie”. I suoi testi vengono proposti agli studenti di diverse università italiane e straniere come esempio di poesia contemporanea italiana. Riscoprirlo dopo tanti anni è stato davvero un piacere. Vedere che esiste qualcuno che va diritto per la propria strada e che non ha come obbiettivo solo quello di fare più soldi possibili e che ha anche il coraggio di sperimentare percorsi alternativi che allontanano dal grande pubblico, è davvero ammirevole. Da qualche anno vive in California dove ha esordito nel 2004, come chitarrista di smooth jazz, con il cd "That Kind Of Thing" risultando un dei cinquanta album smooth jazz più ascoltati in radio e vincendo il premio “Award Smooth Jazz.com" come album indipendente più downloadato. Spero di avere presto l’occasione di vederlo dal vivo perchè ho letto che nei suoi spettacoli da molto spazio all’improvvisazione lasciando piena libertà al talento dei musicisti che suonano con lui sul palco. Il divertimento e lo spettacolo sembrano davvero assicurati!

kiriku

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Di nilcoxp (del 12/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1198 volte)
Titolo originale
Me and you and everyone we know
Produzione
USA 2005
Regia
Miranda July
Interpreti
Miranda July, John Hawkes, Miles Thompson.
Durata
91 minuti

Finalmente qualcosa di nuovo, di fresco e di vitale. Qualcosa che esce dai soliti schemi e che ci regala novantun minuti di cinema gradevole. La visionarietà piacevole e positiva della regista, all’esordio in un lungometraggio, ci prende per mano e ci conduce in una storia qualunque tra un campionario di persone “strane e bizzarre”: il protagonista da fuoco alla propria mano davanti ai figli perché la moglie lo lascia, e la protagonista (che è Miranda July, la regista) ha aspirazioni artistiche e gira filmati di dubbia qualità. Intorno a loro gira un universo di individui traballanti tra episodi che a volte rasentano lo squallore, ma che riescono comunque a strapparci un sorriso; merito questo della regista che sa sdrammatizzare e presentarci il loro lato migliore anche nel momento in cui sbagliano. La mancanza di comunicazione è il tema dominante in tutto il film, e in mezzo a questa confusione i personaggi cercano qualcosa. E’ l’amore quello che cercano, ma questo loro non lo sanno e non sanno nemmeno dove cercarlo, ma sono consapevoli dell’importanza della loro ricerca. Notevoli gli attori, su tutti la regista, bella e brava a ritagliarsi una parte su misura per lei. Infatti Miranda July è un’artista concettuale molto conosciuta a livello internazionale per produzioni video allestite al “Museum of Modern Art”, al “Guggenheim Museum” e al “Whitney Biennial”; le sue multi-media performances sono state rappresentate all’ “Institute of Contemporary Art” di Londra e al “Kitchen” di New York. Questo suo primo film ha ricevuto parecchi riconoscimenti: premio speciale della giuria per “originality of vision” al Sundance; la Camera d’Or riservata al migliore debutto a Cannes; migliore opera prima a Stoccolma.

nilcoxp

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Di ninin (del 11/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3905 volte)
Titolo originale
Hoodwinked
Produzione
USA 2005
Regia
Cory Edwards, Todd Edwards, Tony Leech
Interpreti
 
Durata
80 minuti

Non bisogna mai soffermarsi troppo sulla copertina di un libro, la verità bisogna andarla a leggere tra le righe... Così inizia il film che racconta una favola senza tempo dei fratelli Grimm, questa volta però rivisitata in chiave diversa. Praticamente questo giallo di animazione parte dalla fine della famosa novella, dove tutti sono sospettati il “Lupo”, la “Nonna”, il “Taglialegna” (ex Cacciatore) e persino la protagonista “Cappuccetto Rosso”! Sulla scena del crimine in stile film d’azione americano, piomba la squadra speciale capitanata dal “Grizzly Chief”, al cui seguito vi sono i poliziotti “Tre Porcellini” e la “Cicogna Bill”, ma mentre il “Grizzly” pensa di avere risolto il caso (che cioè il colpevole è il solito lupo cattivo), irrompe sul posto la “Rana Nicky Zampe” (una specie di Ispettore Colombo della razza animale). Si indaga sulla sparizione di ricette, e vengono ascoltati i presunti autori delle malefatte. Qui si scoprono le doppie identità dei sospetti, la “Nonna” che anziché fare trapunte è una nonna No Limits; il “Lupo” che è un reporter investigativo, al cui seguito vi è il fotografo scoiattolo “Scattino”;oppure il nerboruto “Taglialegna” appassionato di jodel e attore mancato; e “Cappuccetto Rosso” direte voi? E’ una campionessa di karate, ha l’incarico di fare consegne a domicilio dei dolci della sua nonna e sa il fatto suo in fatto di auto difesa; ma il colpevole chi sarà? Si troverà tra loro o sarà un insospettabile? Riusciranno gli insoliti sospetti a coalizzarsi uno con l’altro e a trovare il vero artefice dei misfatti? Troveranno il “Bandito” (così viene chiamato il colpevole)? Questo film d’animazione realizzato in 3D al computer è un’opera di Cory e Todd Edwards con Tony Leech. Parodistico come gli ultimi film d’animazione della nuova generazione, l’ho trovato molto divertente (in stile Dreamworks per capirci), dove la classica favola esce dai soliti canoni trasformandosi in un simil poliziesco adatto sia per grandi che per piccini. Io ve lo consiglio, perché ogni tanto per passare un ora e venti spensierata bisogna andare a guardare questi film, e fidatevi è veramente una pellicola spassosa!
P.S. Non perdetevi “Mr Capra”, un personaggio non principale nell’arco della storia, ma fenomenale, che ha un paio di corna per ogni occasione e che trova sempre il momento per una canzone dato che diversi anni prima è stato vittima di un incantesimo...

ninin

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Di Goober (del 10/06/2006 @ 05:04:03, in cinema, linkato 2177 volte)
Titolo originale
Basic Instinct 2 : Risk Addiction
Produzione
USA 2006
Regia
Michael Caton-Jones
Interpreti
Sharon Stone, David Morrissey, David Thewlis, Charlotte Rampling, Hugh Dancy
Durata
113 minuti

E’ notte fonda – in una Londra insolitamente e stranamente deserta – quando l’auto di Catherine Tramell ( Sharon Stone ) e del suo compagno termina la sua folle corsa distruggendo un guardrail e affondando nelle acque del Tamigi. In seguito a questo incidente, dove muore il suo accompagnatore, la diabolica scrittrice americana, come già accaduto nel primo episodio, è accusata di omicidio. Il caso viene affidato all’ispettore di Scotland Yard Roy Washburn (David Thewlis), il quale affida la perizia psichiatrica al noto analista Michael Glass (David Morissey ). Come si può facilmente immaginare, il dottore subisce inevitabilmente il fascino e la bellezza della provocante signora Tramell… A quattordici anni di distanza dal primo episodio, firmato allora da Paul Verhoeven, il regista scozzese Michael Caton-Jones ci offre, nuovamente, la possibilità di rivedere Sharon Stone nel ruolo del personaggio che l'ha resa celebre al mondo intero: quello dell’indimenticabile Catherine Tramell. E questa è, con ogni probabilità, l’unica buona notizia, infatti il film fa acqua da tutte le parti: viene spontaneo chiedersi che fine abbiano fatto le scene di sesso estremo tanto sbandierate che dovevano costituire la struttura portante di questo sequel, infatti si può assistere soltanto ad una briciola, peraltro confusa del prorompente e conturbante erotismo ammirato nel primo episodio; per non parlare dei dialoghi, scritti da Leora Barish e Henry Bean, i quali appaiono sconclusionati e fuori luogo, tanto che in alcuni momenti il film cade nel ridicolo. Altra nota negativa di questo secondo episodio è rappresentato dalla trama: oltre ad essere decisamente improbabile, ha il difetto di ruotare troppo “passivamente” intorno alla protagonista, non riuscendo quasi mai a coinvolgere lo spettatore, relegando così la pellicola ad una vera e propria operazione di marketing. Certamente la Stone, oltre a rimanere una donna stupenda, va elogiata per il grande coraggio con cui ha nuovamente impersonato un ruolo che probabilmente nessuna altra donna della sua età sarebbe in grado di affrontare.

goober

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