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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di slovo (del 09/06/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1131 volte)
Titolo originale
The Woodsman
Produzione
USA 2004
Regia
Nicole Kassell
Interpreti
Kevin Bacon, Kyra Sedqwick, Benjamin Bratt, Mos Def
Durata
87 minuti

Affrontare certi temi è come maneggiare la nitroglicerina, ci vuole coraggio e cognizione, ed è sicuramente preferibile procedere senza scossoni. “The Woodsman” affronta la delicata questione della pedofilia con cautela ed imparzialità, facendosi portabandiera di un atteggiamento propenso alla comprensione seppure non al perdono incondizionato, ben lontano da quello forcaiolo ed ipocrita largamente diffuso oggi (sopratutto negli USA).
Ottima prova recitativa per Kevin Bacon (che in vero ha fatto ben pochi passi falsi nella sua sottovalutata carriera) qui nei panni di Walter, un falegname che ha appena scontato 12 anni per molestie su minori, alla sua prova più difficile: recuperare quella 'normalità' che gli consenta di tornare alla vita, e preservare la propria integrità psicologica, minata dai continui attacchi di quella società verso cui ha saldato il debito solo istituzionalmente.
La giovane regista Nicole Kassel sceglie di inscenare la storia di Walter in poche determinate location : il suo soggiorno, la falegnameria dove lavora, il bus che prende per i suoi circoscritti spostamenti … gli sfondi della sua nuova quotidianità che assumerà ben presto i contorni di un tribunale, quello spietato e sommario dell’ambiente 'umano' che lo circonda, incapace persino di affrontare il problema senza divenire ostile; ma che diventa soprattutto il sacrario dove esorcizzare i suoi demoni: le ombre di un passato che la prigione ha soltanto nascosto e che ora tornano a tormentarlo (e tentarlo)…
“sarò mai normale?” si domanda sconfortato Walter, riuscirà a non ricadere nel baratro? chi sarà la chiave di volta, tra i vari personaggi così poco 'normali' che incrocia sulla sua strada? La collega/amante, unica figura che si sforzi di comprenderlo, lo sbirro prepotente e generalizzante, la bambina solitaria che incontra al parco o il pedofilo all’opera, le cui turpi strategie lui individua subito per ovvie ragioni?
Il lato commovente del 'mostro' (ma sarà lui poi, il vero mostro?) è usato come espediente per smorzare il naturale istinto vendicativo che rivolgiamo verso chi si aprofitta degli indifesi, non tanto per giustificare o amnistiare, ma per ricordarci di non giudicare mai senza prima conoscere, di ricercare sempre le cause che stanno dietro agli effetti, di non additare la vangelica ‘pagliuzza’ … e lo fa trasformando il protagonista, impegnato nella sua catarsi, in un involontario mezzo rivela-pedofili che ritroviamo purtroppo diffusamente nascosti nei nodi strutturali della società.
Oltre ad essere un film toccante e bilanciato, offre svariati spunti di riflessione. Sconsigliato pertanto alle menti ristrette.

slovo

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Di Namor (del 08/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1365 volte)
Titolo originale
The Da Vinci Code
Produzione
USA 2006
Regia
Ron Howard
Interpreti
Tom Hanks, Jean Reno, Audrey Tautou, Alfred Molina, Ian McKellen, Paul Bettany, Jurgen Prochnow
Durata
148 minuti

Si è appena conclusa la proiezione del film “Il codice da Vinci”, si accendono le luci in sala, e mi salta all’occhio l’espressione insoddisfatta degli spettatori, c’è addirittura chi, avendo letto il libro riesce a malapena a trattenersi dallo stroncare l’attesissimo e acclamato 'codice'. La premessa non era male, con Sauniere inseguito da una figura incappucciata nella penombra dei corridoi del Louvre, tra gli sguardi dei dipinti che sembravano seguire la vittima fino al suo epilogo finale, ma purtroppo, dopo 15 minuti, la pellicola sprofonda nell’apatia più assoluta, facendo notare allo spettatore (soprattutto a chi ha letto il libro) un’assoluta mancanza di suspense. In alcune scene però, succede l’esatto contrario, è tutto troppo frenetico, la trama si svolge ad un ritmo supersonico, come gli enigmi che si presentavano al professor Langdon, non faceva in tempo a spiegare l’origine dei segni, che ne dava già la soluzione. Neanche stesse risolvendo i cruciverba della settimana enigmistica! Akiva Goldsman, lo sceneggiatore, ha scritto ben 4 versioni del film (possibile che questa sia la migliore? Non oso immaginare le altre!), nel farle, il suo pensiero correva ad Hitchcock, dichiarazione da lui stesso resa durante le varie interviste ai giornalisti; con che coraggio può affermare una cosa del genere? Ma li ha visti i suoi film?! Io non credo, sono l’opposto di quello che lui ha scritto! Per quanto riguarda il cast deciso da Ron Howard sulla carta é di prima scelta, ma rimane tale solo sulla carta, poiché gli attori sembrano imbalsamati, a cominciare da Tom Hanks, la sua performance l’ho trovata al di sotto delle sue possibilità, mi ha dato l’impressione che non fosse tanto convinto della sceneggiatura, quanto piuttosto del ricco cachet intascato. Jean Reno, nell’interpretazione dell’odioso capitano Bezu Fache, risulta talmente legnoso e statico da sembrare uno stecchino di liquirizia, poi c’é Alfred Molina, infagottato come un saccottino, nei panni del cardinale dell’Opus Dei, Aringarosa, non ce lo vedo proprio, ci voleva una figura più mefistofelica ed oscura per dare la giusta credibilità al personaggio, il quale, nel libro, trama con alcuni componenti del Vaticano. Ed infine, la crittologa Sophie Neveu, alias Audrey Tautou, del tutto fuori ruolo, come la sua fastidiosissima parlata in francese, non c’è alchimia tra lei e Tom Hanks, ed il risultato si é visto già all’anteprima del festival di Cannes, quando il pubblico ha schernito con risate la scena del film dove rivelano che lei è l’ultima discendente di Gesù Cristo. Non fa fatica ad essere il migliore del cast, visto come hanno recitato i suoi colleghi, Ian McKellen nelle vesti di Sir Leigh Teabing, un aristocratico inglese esperto del Santo Graal. Ma la vera sorpresa di questo film, é Paul Bettany che, con occhi di ghiaccio e pallore cadaverico, ha reso Silas, il monaco killer, ancora più terrificante e attendibile di come Dan Brown lo descrive nel suo libro. Il codice da Vinci al cinema sicuramente sarà campione di incassi, ma il merito non è certo della pellicola, il suo successo planetario lo si deve al libro, che spinge quella parte di pubblico che non lo ha letto a vederlo, e, chi come me lo ha letto, a guardarlo per curiosità! Se mi permettete voglio darvi un consiglio, se il “Codice da Vinci” vi incuriosisce, lasciate perdere il film e leggete il libro, se invece lo avete già letto, non andate al cinema, rimarreste molto delusi!

Namor

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Di Darth (del 07/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2354 volte)
Titolo originale
Corpse Bride
Produzione
Regno Unito 2005
Regia
Tim Burton, Mike Johnson
Interpreti
 
Durata
75 minuti

Mantenendo lo stile dark-sentimentale che l’ha contraddistinto in numerose sue opere, Tim Burton, 12 anni dopo “Nightmare before Christmas”, torna a dirigere un film d’animazione portando sugli schermi “La sposa cadavere”, con la trama ispirata da un’antica fiaba russa. La storia è quella di Victor, un giovane dell ‘800, che deve maritarsi con Victoria, ma che, per uno scherzo del destino, provando il giuramento di nozze in un bosco, si ritrova sposato con Emily, la “sposa cadavere”, una ragazza assassinata in quel luogo il giorno delle sue nozze, e sempre ivi rimasta in attesa del ‘principe azzurro’. Il povero Victor si ritrova quindi a far da spola tra il mondo dei vivi, ricreato in un grigiore funereo ed una tristezza palpabile, e quello dei morti caratterizzato invece da colori vivacissimi e tanta allegria. Tim Burton, infatti, ha voluto dare un forte contrasto mettendo da una parte la nostra società repressa, repressiva e burocratica (il matrimonio combinato, lo schematico modo di chiamare i figli, il prete che non aiuta Victoria nel momento del bisogno, ecc…); e dall’altra la società dove ognuno fa quello che gli pare, senza vergogna, dove tutti cantano e ballano spensierati e felici. Questo capolavoro di Tim Burton, non è il classico cartone animato realizzato al computer, come se ne vedono a iosa attualmente, e nemmeno ricreato ‘vecchio stile’ con tavole disegnate: è, come il suo predecessore del 1993, girato con la tecnica dello “stop-motion”, ossia fotografando dei pupazzi in plastilina fotogramma per fotogramma fino a formare l’animazione; una tecnica antichissima, basti pensare che il primo “King Kong” del 1933 fu realizzato con lo stesso procedimento. Nonostante la veneranda età della tecnica utilizzata, il regista, riesce a generare una qualità visiva straordinaria, curando con precisione maniacale l’accuratezza dei pupazzi (creati con un’anima in acciaio e il corpo in silicone) e l’animazione (basti pensare che solo per realizzare lo sbatter di palpebre di Emily hanno utilizzato 28 scatti fotografici, e per tutto il lungometraggio 109.440!). Tim Buron, in un’intervista rilasciata al giornalista Andrea D'Addio, alla domanda sul motivo per il quale utilizza la tecnica ‘stop-motion’ risponde: “La ragione per cui faccio questo tipo di animazione... non è più grande o più importante delle altre, ma continua a trasmettere quel po' di tristezza, di poesia e di amore. Cose che a me piace poter comunicare”.
Guardando “La sposa cadavere”, anche l’occhio più distratto non può non notare citazioni di film o personaggi famosi; ce ne sono a dozzine… dai nomi “Victor Victoria”, alla “Danza degli scheletri” (riproposta identica a quella diretta nel ’29 da W.Disney). Oltre a queste e tante altre, il fantasioso Tim Burton, ha inserito delle ‘autocitazioni’: l’arrivo degli spettri alle spalle dei commensali è ripreso dal suo “Beetlejuice”; il futuro suocero chiama erroneamente Victor “Vinsent”, suo film dell’1982; il pianoforte (suonato dal sosia scheletrico di Ray Charles) è di marca “Harryhausen”, omaggio a Ray Harryhausen, uno dei precursori dello stop-motion. Invito tutti quelli che non l’hanno visto a guardare questo film, sono certo che vi appassionerà; e successivamente, a scrivere un commento su questo blog, inserendo eventuali citazioni che non ho menzionato… sono curioso di vedere quante me ne sono perse! : - D

Darth

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Di kiriku (del 06/06/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 4545 volte)
Artista
Tetes de bois
Titolo
Ferrè, l’amore e la rivolta
Anno
2002

La sera del 25 ottobre del 2002 mi trovavo al cinema Ariston di San Remo per vedere la seconda serata della 27º rassegna della canzone d’autore, meglio conosciuta come il Tenco. Sul palco si esibirono diversi artisti, ma quelli che mi colpirono di più furono i Radiodervish, i Tete de Bois e Arto Lindsay. In quella occasione i Tete de Bois si aggiudicarono la targa Tenco come migliore interprete con l’album “Ferre, l’amore e la rivolta”. Si può vincere un premio del genere ed essere praticamente sconosciuti? Beh in questa rassegna capita spesso di incontrare artisti che, non rispecchiando i canoni di mercato che le grandi case produttrici impongono, vengono praticamente esclusi dai palinsesti radiofonici e televisivi. In poche parole o ti adegui o sei fuori. Per fortuna esistono ancora eventi simili che ci danno la possibilità di conoscere, come in questo caso, un gruppo romano che per più di dieci anni ha suonato per le strade, sui binari abbandonati e nelle stazioni della metropolitana usando come palco un vecchio furgone Fiat 615 del 1956, proponendo canzoni di Brassens e Ferrè. A quest’ultimo è dedicato appunto questo cd che ci propone quattordici pezzi che più che cover si possono definire interpretazioni intense e personali del grande chansonnier anarchico monegasco. La loro musica è caratterizzata da fiati, pianoforti e archi che si intrecciano in uno stile che va dal cantautorale al jazzistico, il tutto arricchito da emozioni vocali. In questo album le partecipazioni non mancano, si va da Daniele Silvestri nella canzone “Non si può essere seri a diciassette anni”; a Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso nella intensa “Il tuo stile”; e ancora a Nada con “La luna”. Per quando riguarda le traduzioni alcuni amanti del cantautore francese hanno avuto da ridire su frasi come ad esempio “tu sei il Viagra del mio cuor” tratta da “Jolie Mome”. Non hanno tutti i torti, probabilmente l’artista non si sarebbe mai espresso in questi termini, ma credo che siano comunque piccolezze che non vanno ad intaccare l’immagine di Leo Ferrè, anzi credo che il lavoro svolto da questi ragazzi sia utile per tenere vivo il ricordo di artisti di questo calibro che al giorno d’oggi pochi ricordano (io per primo l’ ho conosciuto grazie a loro). Un’ultima considerazione: in Italia si dice che il settore musicale sia in crisi, che non ci sono artisti validi in grado di alzare la qualità di quello che ascoltiamo. Tutto falso! Gli artisti ci sono e sono anche tanti, si tratta solamente di non subire passivamente tutto quello che ci propinano i mas-media, basterebbe avere un po’ di curiosità per quello che ci sta attorno. I mezzi per farlo non ci mancano, esistono riviste, manifestazioni varie e poi c’è internet dove possiamo trovare informazioni su tutto quello che vogliamo. E allora se non conoscete questo cd edito da Il Manifesto vi consiglio di acquistarlo e ascoltarlo perchè è un viaggio tra musica e poesia.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 05/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1134 volte)
Titolo originale
Volver
Produzione
Spagna 2006
Regia
Pedro Almodóvar
Interpreti
Penélope Cruz, Lola Dueñas, Blanca Portillo, Carmen Maura, Yohana Cobo, Chus Lampreave, Leandro Rivera.
Durata
120 minuti

E’ il solito Almodóvar, in un film che alterna situazioni tragiche e comiche, anche se il comico quando c’è, è sempre velato di un’amarezza profonda. Sempre coerente con se stesso e con il suo modo di fare cinema, ci regala l’ennesima bella prova. Stavolta le protagoniste sono ben sei e sono donne, sei personalità carismatiche, ma su tutte spicca per bravura e bellezza Penélope Cruz, giunta ad una maturazione tale che vederla recitare è un vero piacere. Le sei protagoniste rappresentano tre generazioni di donne, il ciclo vitale che si apre e che si chiude, e che continua all’infinito. Su tutto domina la morte, vera ossessione del regista, e la forza espressa dalle attrici nell’affrontarla, nell’accettarla, e nel superarla in uno slancio vitale che è tipico della gioventù. Non c’è niente in natura che la donna non possa superare, e di questo Almodóvar ne è convinto, tanto da dichiarare che ritiene le donne decisamente superiori all’uomo, temprate dalla vita e dagli eventi, ma soprattutto dagli uomini (vere croci per colpa della loro limitatezza). E’ quindi un inno alla donna e alla vita, che sono poi la stessa cosa, in un tentativo estremo di esorcizzare la morte. Apprezzabile l’ambientazione e i dialoghi, non mancano i decessi e i malati, con l’aggiunta questa volta di un “fantasma”. Come ho detto all’inizio il “solito” Almodóvar, che invecchia e lo fa bene, bravo nel gestire il cast degli attori e a confezionare un buon prodotto. Non so dire però se meritevole del premio non vinto all’ultima edizione del Festival di Cannes, in quanto non so se fossero presenti film migliori (aspetto di vedere quello di Ken Loach e poi vi dico). Meritato sicuramente il premio alle sei attrici, da plauso.

nilcoxp

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Di ninin (del 04/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1997 volte)
Titolo originale
Romance & Cigarettes
Produzione
USA 2005
Regia
John Turturro
Interpreti
James Gandolfini, Kate Winslet, Susan Sarandon, Christopher Walken, Steve Buscemi, Mandy Moore
Durata
115 minuti

Nick Murder (James Gandolfini) è un operaio che si guadagna da vivere costruendo ponti, è sposato con Kitty (una splendida Susan Sarandon) e dal matrimonio hanno avuto tre figlie. Il loro tranquillo menage coniugale viene scosso però dalla sorpresa di Kitty che, nel mettere a posto gli armadi, scopre che il marito la tradisce con la rossa Tula (Kate Winslet). La moglie, chiede aiuto al cugino Bo (Cristopher Walken) e partono per trovare Tula e farla (testuali parole) 'a pezzettini'. Nick è completamente invaghito dalla focosa Tula e farebbe qualunque cosa per lei (anche farsi circoncidere!) tranne smettere di fumare; l’unica cosa che adora quanto la sua amante sono le sigarette, che nel film vengono chiamate anche “Nicholas Nicotina” da sua madre, una donna acida che definisce il figlio “puttaniere da tre generazioni”. Turturro ha incastrato in questo film belle canzoni e dialoghi diventando un semi-musical (sottotitolato per facilitare la comprensione dello spettatore), dove, per dirla alla Jovanotti, è tutta una tribù che balla; per poi cambiare target negli ultimi venti minuti di pellicola, diventando romantico e malinconico. Io questo film l’ho trovato divertente, alcune volte un po’ sopra le righe, ma senza diminuirne la comicità. Molto belli i brani musicali che si susseguono, tra cui: “Delilah”, “ It’s a man’s man’s man’s world”, “Red headed woman”; i dialoghi a volte molto piccanti, soprattutto durante gli incontri clandestini tra Tula e Nick: tra i tanti vi cito due battute di lei: “ La prossima volta fai come Marlon Brando e bussa alla porta di dietro” oppure “ Se ci metti un po’ di vaselina, l’elefante si i****a la formichina”. Come vi ripeto a me è piaciuto, però, parlando con amici, ho constatato pareri molto discordanti dal mio… guardatelo e ditemi la vostra…

ninin

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Di Jotaro (del 03/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2594 volte)
Titolo originale
Mononoke Hime
Produzione
Giappone 1997
Regia
Hayao Miyazaki
Interpreti
Durata
150 minuti

Hayao Miyakazi è uno dei più grandi disegnatori del nostro tempo, famoso anche in Italia per diverse opere: Conan il ragazzo del futuro, Nausicaa, Lupin III prima serie (quella con la giacchetta verde), Totoro, Laputa e i più recenti La città incantata e Il castello errante di Howls; ma il primo tra questi ad arrivare nella sale italiane è proprio Mononoke Hime. E' un progetto ambizioso che Miyazaki aveva in cantiere già diciotto anni fa ma, a causa del poco successo che riscosse il maestro agli inizi della sua carriera e la mancanza di fondi, dovette rinunciare all'impresa fino a quando la sua fama e le sue finanze non arrivarono ai livelli attuali. Nel '95 iniziò la lavorazione della pellicola, Miyazaki chiama ben cinque scenografi che si occupano dei fondali e realizza 144.000 disegni fatti a mano insieme ai suoi assistenti. Due anni dopo esce in Giappone la “Principessa Mononoke” sbancando i botteghini, costringendo perfino i cinema a fare i doppi turni e ad aprire alle 7 del mattino per far fronte alle richieste del pubblico. Parliamo dunque della storia: ambientata nel Giappone medievale dell’era Muromachi (1392-1573), dove il giovane Ashitaka, l'ultimo discendente della dinastia degli Emisi, per salvare il suo villaggio uccide Nago, un Tatarigami (dio cinghiale) diventato un demone impazzito. Il giovane come conseguenza viene colpito da una maledizione a sua volta, dopo questi avvenimenti il ragazzo decide di lasciare il suo villaggio e dirigersi verso le terre orientali per farsi togliere la maledizione chiedendo perdono allo spirito della foresta, il dio cervo (Shishigami). Il ragazzo giunge dunque a Tataraba, una città-fortezza che basa la sua esistenza sulla fabbricazioni di armi da fuoco, edificata per difendere gli abitanti dai vari attacchi dei samurai, qui conosce Lady Eboshi colei che ha voluto la costruzione di Tataraba, una donna che per il bene della sua gente è disposta a distruggere la foresta. Cercherà anche di uccidere lo Shishigami per poi donarne la testa all'Imperatore (si dice che essa possa donare l'immortalità). Ashitaka in seguito si innamorerà di San (la Principessa del titolo), una ragazza cresciuta dai mononoke (spiriti vendicativi che nell' anime vengono raffigurati come grossi lupi, difensori della foresta e spinti dal rancore verso gli uomini). Sia umani che creature della foresta combattono per i proprio ideali ed ognuno è convinto di essere nel giusto, anche il nostro Ashitaka non si schiererà mai da una parte e cercherà di aiutare le due fazioni restando a guardare il più possibile e interpretando il ruolo di uno spettatore imparziale. Il regista ha scelto il tema del cambiamento e dell' ecologia che viene visto nel contesto da diversi punti di vista. Ogni personaggio interpreta una parte ben precisa e porta avanti le sue idee fino in fondo. Non ci sono buoni o cattivi estremi ma solo situazioni che l'autore lascia di libera interpretazione per far riflettere sulle tematiche principali utilizzando Ashitaka come personaggio guida che collega i due mondi. L'anime, anche se è stato stravolto per adattarlo al cinema e il finale in stile disneyano, merita di essere visto e rimane uno dei più grandi capolavori dell' animazione giapponese.

Jotaro

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Di slovo (del 02/06/2006 @ 05:01:29, in musica, linkato 2445 volte)
Artista
Simple Minds
Titolo
Black & White 050505
Anno
2005
Label
Sanctuary

Ultimamente si assiste ad un fenomeno curioso. Sembra che le vecchie glorie degli anni 80, quelle che avevamo tristemente constatato essere cadute in un profondo coma artistico, si siano vigorosamente strappate di dosso i tubi del supporto vitale per correre in studio a dimostrare di essere ancora in contatto con le vecchie muse. Abbiamo visto riunirsi i Tears for Fears, i Duran Duran nuovamente nella top ten, gli A-ha alla ribalta con un album notevole, i Depeche Mode infilare un singolo dietro l’altro e gremire i palazzetti… abbiamo ascoltato, quando ormai nessuno ci credeva più, “black & white 050505” e accolto la chitarra di Charlie Burchill, che attacca su “stay visibile”, come il ritorno di qualcuno che non sentivamo da molto tempo…
Non ci è dato sapere dove sia stata, ciò che importa è che l’anima scintillante dei Simple Minds sia tornata con un bagaglio di bellissimi souvenirs, come i crescendo di “different world” o le atmosfere ipnotiche di “underneath the ice” o l’epica “stranger” tra le cui linee si scoprono gli echi di una famosissima band di Dublino.
E’ da dire: manca il brano memorabile. Il singolo “home” ha avuto qualche riscontro in classifica ma è davvero troppo di maniera (ed è quella che viene sistematicamente skippata nel mio lettore) e poi parliamoci chiaro: difficilmente i Simple Minds torneranno a far ballare i teen-agers come ai tempi di “new gold dream”, “alive and kicking” o “don’t you” … per loro ci sono già i gruppi attuali, quelli per intenderci che saranno scoppiati nel giro di qualche anno appena … I Simple Minds hanno fatto l’unica cosa che dovevano fare a questo punto della loro storia: veicolare l’esperienza di 26 anni di carriera ed una classe che raramente ha ceduto, nella registrazione di un album. Ciò che hanno prodotto ha equilibrio e stile da vendere, basta ascoltare un brano come “dolphins” per rendersene conto: sei minuti ritagliati nel tempo in cui una musica fluida e minimalista ci accompagna dolcemente sul fondo del mare, come i delfini descritti dalle liriche di Jim Kerr. L’unico difetto di “black & white” risiede nella sua carenza di particolarità: il suo procedere senza grosse varianze tende a far amalgamare la percezione dei brani ... a fine disco potrebbe risultare difficoltoso focalizzare il ricordo su ciò che si ha appena ascoltato…

slovo

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Di Namor (del 01/06/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4352 volte)
Titolo originale
Romanzo criminale
Produzione
Italia 2005
Regia
Michele Placido
Interpreti
Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Luigi Angelillo, Toni Bertorelli, Roberto Brunetti, Giorgio Careccia, Antonello Fassari, Claudio Santamaria, Anna Mouglais,
Durata
150 minuti

Alla spartizione del bottino di un rapimento, il “Libano” fa una proposta ai componenti della banda, creare con i soldi del riscatto un fondo comune per poter conquistare ciò che tutti vogliono: ROMA. Da questa proposta nasce la “banda della Magliana”, una delle più spietate organizzazioni criminali che tra il ‘77 e il ‘92 ha seminato il terrore in Italia. Durante un’intervista ad uno dei banditi della vera banda, gli venne chiesto il perché fossero i più forti e la risposta fu: “noi non avevamo paura a sparare”. “Romanzo criminale” è tratto dal libro omonimo del magistrato e scrittore Giancarlo de Cataldo, che ha anche collaborato alla stesura della sceneggiatura con Stefano Rulli e Sandro Petraglia. Michele Placido dirige il film, realizzando un mix tra un poliziesco anni ‘70 (vista l’ambientazione dell’epoca) ed un film denuncia sui fatti di cronaca di quegli anni tristemente famosi, supportato da immagini di repertorio, come la strage di Bologna ed il rapimento di Aldo Moro. Coraggiosa la scelta del regista di inserire gli interventi dei servizi segreti che si relazionano con la malavita dell’epoca, rapporti che danno origine a scheletri tutt’ora chiusi negli armadi dello Stato Italiano, il quale trae vantaggio a tenerli ben serrati a doppia mandata, visto che ancora adesso dopo tanti anni non si hanno risposte… è mai se ne avranno! Quindi, non sono d’accordo con chi ha criticato il film affermando che il regista non abbia approfondito a sufficienza i temi trattati, lasciandoli senza risposte precise… LE RISPOSTE LE DEVONO DARE LE ISTITUZIONI… NON CHI FA CINEMA!!!
“Romanzo Criminale” é sicuramente uno dei miglior film italiani degli ultimi tempi, ne testimoniano anche i premi vinti ai David di Donatello ed il Nastro d’argento di quest’anno, un opera che racchiude un cast di attori bravissimi, la produzione si é raccomandata di reclutare il meglio, coloro che potessero dare la giusta credibilità ai personaggi: a partire da il “Libano” (interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino), la mente ideatrice del sequestro del barone Rosellini, reato che fornirà la base per l’inizio della loro escalation nel mondo del crimine; a seguire c’è il “Freddo” (un taciturno e sorprendente Kim Rossi Stuart); il “Dandi” (Claudio Santamaria), l’eccentrico nonché megalomane del gruppo; infine il nuovo idolo delle ragazzine italiane, il “Nero” (Riccardo Scamarcio), nel ruolo del killer anarchico, l’unico componente indipendente e temuto dalla stessa banda. Brava anche la puttana, donna del Dandi (Anna Mouglalis), che fa innamorare il commissario Scialoja, interpretato da (maxibon) Stefano Accorsi. Sulla sua recitazione avrei da ridire… non ha il carisma né la credibilità per il ruolo a lui affidato, l’unica scena in cui si salva è quella del confronto in prigione con il Freddo, per il resto lascio giudicare voi! Placido oltre ad aver assemblato un complesso di bravi attori, ha saputo scegliere una squadra di collaboratori che hanno impreziosito e dato maggior credibilità alla pellicola, dalla colonna sonora che, con le hit dell’epoca, ti riporta indietro nel tempo, al look dei personaggi con tagli di capelli e abbigliamento molto retrò. Grande merito anche a Paola Comencini, la scenografa, che ha ricreato fedelmente le atmosfere di quegli anni, con il parco auto dell’epoca, comprese quelle della polizia rigorosamente Alfa Romeo.

Namor

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Di Darth (del 31/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3065 volte)
Titolo originale
The englishman who went up a hill but came down a mountain
Produzione
Gran Bretagna, 1995
Regia
Christopher Monger
Interpreti
Hugh Grant, Tara Fitzgerald, Colm Meaney, Kenneth Griffith
Durata
96 minuti

Siamo nel 1917 a Ffynnon Garw una cittadina gallese: la vita scorre lenta in attesa del ritorno degli uomini dal fronte e il paese è abitato perlopiù da donne e bambini, tranne pochi rimasti, tra questi spiccano due personaggi: il reverendo Jones e il locandiere Morgan, (chiamato da tutti ‘Morgan il montone’ per il suo successo con le mogli altrui). Ad interrompere la routine quotidiana del posto, arrivano due cartografi inglesi, inviati nel Galles per aggiornare le carte geografiche della Gran Bretagna, devono quindi occuparsi di misurare l’altezza del monte che domina e da il nome al loro villaggio. I problemi sorgono quando i due londinesi comunicano che, essendo il ‘monte’ alto 980 piedi, non sarà presente sulle carte essendo considerato una ‘collina’. Gli abitanti, orgogliosissimi della loro ‘prima montagna del Galles’ (geograficamente il primo monte che si incontra entrando nella nazione), decidono di opporsi a questa umiliazione e, per farlo, cercheranno di impedire in tutti i modi ai due cartografi di lasciare il villaggio, in modo da avere il tempo di alzare Ffynnon Garw dei 20 piedi necessari per tornare ad essere fieri della propria vetta. Il film in questione, tratto da una leggenda locale, mi piace considerarlo lo stereotipo delle commedie britanniche: bei dialoghi, tipico humour inglese e paesaggi meravigliosi, il tutto accompagnato da una trama che scorre come un fiume calmo, senza mai accelerare o decelerare il suo corso. Hugh Grant, nella parte del giovane timido ed impacciato, è nel suo ruolo preferito e dove rende al meglio; e anche tutto il resto del cast è di notevole competenza. Le figure del reverendo e del locandiere sembrano prendere spunto da Don Camillo e Peppone, con la loro inimicizia sotto un reciproco rispetto per le idee altrui, e portano a dialoghi davvero arguti e briosi. Per chi ne ha la possibilità, ne consiglio la visione in lingua originale, poiché con il doppiaggio si perdono le divergenze linguistiche (nonché socio-culturali) tra i dotti londinesi e i contadini locali che parlano un inglese rozzo e con la tipica cadenza gallese.

Darth

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Di kiriku (del 30/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2007 volte)
Titolo originale
Garage olimpo
Produzione
Argentina-Italia 1999
Regia
Marco Bechis
Interpreti
Carlos Echeverria, Antonella Costa, Dominique Sanda, Chiara Caselli, Enrique Pineyro, Pablo Razuk.
Durata
98 minuti

Siamo nel 1976, l’Argentina è messa in ginocchio da una grave crisi economica e dalla guerra civile. Con la scusa di ristabilire l’ordine il generale delle forze armate Jorge Videla, con un Golpe militare, diventa presidente lasciando dietro di se una lunga scia di sangue. Appena salito al potere dichiara lo stato di assedio, chiude il parlamento, abolisce le associazioni sindacali e studentesche e chiude tutti i giornali non schierati. Mette in atto una feroce repressione contro chiunque non sia d’accordo con il regime. Vengono sequestrate, torturate e uccise all’incirca 30.000 persone, 1.500.000 sono quelle esiliate. A morire sono persone comuni, dallo studente all’operaio, dal sindacalista alla suora, in pratica chiunque venga additato come sovversivo. Anche insegnare a leggere alla gente povera è considerato un atto sovversivo, ed è in questi termini che è vista Maria (Antonella Costa), colpevole appunto di insegnare alla gente delle bidonville a leggere e scrivere, ma anche rea di appartenere ad uno dei tanti gruppi che si oppone alla dittatura. Viene sequestrata dalla propria casa dalla polizia militare in borghese e viene rinchiusa in un ex garage, dove, senza pietà, viene torturata con la corrente elettrica. Da qui si dipanano due storie: una è quella della madre (Dominique Sanda) che cerca disperatamente di avere notizie della figlia; e l’altra è quella di Maria che, per sopravvivere ad una violenza che la devasta fisicamente ma che soprattutto l’annienta nel più profondo dell’anima, cerca rifugio in una “storia d’amore” con il suo torturatore Felix (Carlos Echevarria). Questo è un film che è spietatamente reale, che ci rende partecipi di una delle più tremende pagine della nostra storia, e che ci dà la possibilità di conoscere più da vicino quei tragici eventi. Lo stesso regista (Marco Bechis) è un sopravvissuto di quella strage efferata e proprio per questo è stato in grado di dare vita ad un’opera che, pur risparmiandoci dalla pornografia della tortura, arriva violenta come un pugno nello stomaco. Le riprese a spalla nelle celle, le anguste ambientazioni e il suono in presa diretta provocano nello spettatore un senso di soffocamento insopportabile. Le vedute dall’alto della città, le immagini degli stradoni trafficati e le scene di ordinaria normalità si ripetono frequentemente nel corso del film, proprio per far risaltare le due realtà che esistevano in Argentina in quegl’anni. Una era quella della gente favorevole al regime, grazie al quale viveva tranquillamente la propria esistenza e l’altra era quella delle persone che venivano deportate nei luoghi di tortura e di cui si perdeva ogni traccia. La particolarità che ha contraddistinto questa dittatura dalle altre è che tutte le barbarie sono state attuate nel più assoluto silenzio, cercando di evitare il più possibile di fare notizia. In questo il regime è stato aiutato sicuramente dai mezzi di informazione che non hanno dato molta rilevanza a quello che stava accadendo. Se poi consideriamo che quella dittatura era vista come indispensabile dalla stessa chiesa argentina, dagli U.S.A., dall’Italia, dall’Inghilterra, dalla Germania federale e anche dal Vaticano, si può comprendere come sia stato facile mettere in pratica uno sterminio di questa portata. La scelta del regista di raccontare tutto questo attraverso uno stile quasi documentaristico, fa risultare il film poco cinematografico e non molto scorrevole. Il lavoro di Bechis è comunque di ottima qualità, bravi anche gli attori, alcuni dei quali hanno vissuto in prima persona quella tragica esperienza. Una particolarità per quanto riguarda i costumi; alcuni dei vestiti usati dai personaggi sono appartenuti realmente ai desaparecitos. Per chi fosse interessato esistono altri film sull’argomento e sono: “La Historia Oficial” di “Luis Puenzo”, “La Notte delle Matite Spezzate” di “Hector Oliveira”, “Sur” di “Fernando Solanas”, “Hijos” di “Marco Bechis” e infine un documentario “Semillas de Utopia” di “Rodolfo Colombara ed Emanuela Peyretti”. Ciao a tutti e “buona” visione!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 29/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2845 volte)
Titolo originale
Shichinin no samurai
Produzione
Giappone 1954
Regia
Akira kurosawa
Interpreti
Takashi Shimura, Toshiro Mifune, Yoshio Inaba, Seiji Miyaguchi, Minoru Chiaki, Daisuke Kato, Ko Kimura, Kamatari Fujiwara, Kuninori Kodo, Bokuzen Hidari.
Durata
200 minuti

Il film è ambientato in un villaggio nel Giappone del Cinquecento, dove dei contadini per difendersi dalle scorribande continue dei ladri, cercano ed infine assoldano sette samurai. Vincendo le differenze di classe che separano le due fazioni, i mercenari solidarizzeranno con i contadini fino a sacrificarsi per loro. Il regista che è anche autore della sceneggiatura (insieme a Shinobu Hashimoto e Hideo Oguni), mette al centro del film il confronto-scontro tra le due culture, descrivendo quella contadina nella sua globalità e semplicità, mentre per quanto riguarda quella guerriera ce ne fa una disamina attenta e specifica. I sette samurai incarnano gli aspetti diversi della morale e del comportamento giapponese: Kambei (Shimura) è la saggezza e il disincanto; Heihachi e Gorobei (Chiaki e Inaba) sono l’astuzia, la giovialità e il buon senso; Kyuzo (Miyaguchi) è la concentrazione ascetica; Katsushiro (Kimura) è l’idealismo e l’entusiasmo della gioventù; Shichiroj (Kato) è la professionalità che vuole restare nell’ombra; Kikuchiyo (Mifune) è il personaggio che lega le due culture, con le sue origini contadine e con la sua scelta di diventare samurai. Molti altri fattori contribuiscono alla grandezza del film: la sapienza della costruzione narrativa (1 prologo, 1 epilogo e 4 capitoli); la varietà degli episodi e dei registri narrativi; l’incitamento a vincere la rassegnazione e lo scoramento, visti come i due grandi nemici dell’uomo; la bravura tecnica del regista giunto in questa occasione al suo 14° film. Insomma un capolavoro universalmente riconosciuto, da vedere assolutamente dagli amanti del “vero” cinema. Perché oltre ad essere un pezzo di storia, è anche una grande scuola per chi volesse capire cosa vuol dire fare “cinema” in tutta la sua organicità e complessità, riuscendo però a risultare alla fine leggero, scorrevole e avvincente, come si addice ad un grande Maestro qual’ è Akira Kurosawa. Credetemi, possono non piacervi i film in bianco e nero, i film sui samurai e sulle battaglie in generale, i film lunghi (200 minuti non sono uno scherzo), MA QUESTO FILM INEVITABILMENTE VI PIACERA’.

nilcoxp

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Di ninin (del 28/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1723 volte)
Titolo originale
La doublure
Produzione
Francia 2006
Regia
Francis Veber
Interpreti
Gad Elmaleh, Alice Taglioni, Daniel Auteuil, Kristin Scott Thomas, Richard Berry, Virginie Ledoyen, Dany Boon, Michel Jonasz
Durata
85 minuti

Il ricco industriale Pierre Lavasseur (Daniel Auetil), ha una storia extraconiugale con la fantasmagorica top model Elena (Alice Taglioni), e purtroppo per lui durante un loro incontro clandestino vengono pizzicati da un indiscreto paparazzo. Per spiegare la foto compromettente alla moglie Christine (Kristin Scott-Thomas), il miliardario Pierre si giustifica dicendo che nella foto, la bomba sexy non era con lui, ma bensì con un altro uomo che appariva nella stessa: uno sfigatissimo posteggiatore di nome François Pignon (Gad Elmaleh). Per potersi rendere credibile agli occhi della moglie e (soprattutto) per non perdere il suo patrimonio, Pierre si rivolge al fidato avvocato Foix (Richard Berry). Su suo consiglio farà si che la modella si infili in casa dello sfortunato parcheggiatore, dapprima riluttante e poi acconsenziente per soldi. Soldi di cui ha bisogno per poter aiutare la ragazza che ama, la bella venditrice di libri Emilie (Virginie Ledoyen). Del regista Francis Veber avevo già visto “In fuga per tre” e “La capra” e mi avevano particolarmente divertito. Questo film dopo un inizio un po’ in sordina si rivela una commedia ricca di gag e malintesi (mai volgari), ed è veramente esilarante. All’entrata della modella nella casa di Lavasseur (che in alcuni momenti mi ricorda Mr. Bean) sono memorabili gli equivoci che si vengono a creare: su tutti la figura secondaria del dottore della mutua (il padre di Emilie) , che visitando i suoi pazienti a domicilio accusa un malore e viene aiutato dal malcapitato di turno, il quale oltre a cedergli il suo letto e a prestargli soccorso, dovrà anche pagargli la “non visita”. In alcune scene fa da sottofondo musicale Pretty Woman, e mentre vi consiglio di andarlo a vedere... io mi metto alla ricerca degli altri due film di Veber: “La cena dei cretini” e “L’apparenza inganna”. Se tanto mi dà tanto……….

Ninin

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Di Andy (del 27/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 2151 volte)
Artista
Robben Ford
Titolo
Robben Ford and the blue line
Anno
1992

Cari ascoltatori di blues e non, sento che prima di parlare di questo lavoro del 1992 chiamato semplicemente “Robben Ford and the blue line” è doveroso per me fare una premessa: il cantante chitarrista Robben Ford è sicuramente uno dei miei artisti preferiti dell’ultimo decennio, a mio giudizio la sua abilità maggiore è quella di unire l’indiscutibile tecnica (acquisita suonando con personaggi del calibro di J.Whiterspoon, G.Harrison e Miles Davis) e il feeling tipico dei veri maestri del blues (come M.Waters, B.B.King, A.King) da cui ha appreso lo stile caldo e sanguigno che mescola con influenze fusion, assimilate nelle sue collaborazioni. Veniamo al disco: insieme a lui troviamo i “Blue Line” che altri non sono che Roscoe Beck, ottimo bassista, anche lui molto quotato nell’ambiente rock-fusion, e il batterista Tom Brechtlein, che ha suonato diversi anni con Chick Corea. I due insieme formano una base ritmica dal groove davvero potente e raffinato. Nell’ album, per l’occasione, troviamo anche il bravo tastierista Russel Ferrante e una bella sezione fiati a dare colore in qualche brano. Il cd si compone in nove tracce, la prima è strumentale e fa da biglietto da visita della band, con una gran chitarra di Rob; poi spicca la n°4 “My love will never die” (la mia preferita), con fiati, organo e chitarra che rimandano un po’ ad Albert King; belle anche le tracce n°3 “I’m real man”, molto classica; la n°6 “Prison of love”, uno dei cavalli di battaglia di Ford insieme alla n°8 “Start it up”; e infine l’ultima, la dolcissima “Life song”, un altro strumentale veramente raffinato. Insomma questo lavoro non è certo la solita prova di talento del solista ipertecnico, come spesso accade quando ci sono di mezzo i chitarristi degli ultimi anni, ma un bell’ album di vero rock-blues suonato e cantato in modo diretto, senza inutili virtuosismi. Meglio se gustato con una birra ghiacciata e lo stereo ad alto volume… provare per credere!

Andy

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Di slovo (del 26/05/2006 @ 05:01:05, in musica, linkato 1534 volte)
Artista
David Bowie
Titolo
Outside
Anno
1995
Label
Arista/BMG

“outside” sarebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia; il condizionale è d’obbligo dato che al momento in cui scrivo (11 anni più tardi) un seguito non è stato né pubblicato né annunciato … probabilmente rimarrà un’opera incompiuta, quella che ogni curriculum che si rispetti deve annoverare.
Comunque sia questo disco rappresentava il ritorno da parte del duca bianco a quell’attitudine sperimentale che, alla fine degli anni ’70, lo portò a realizzare uno dei trittici più influenti della storia della musica, meglio noto come ‘trilogia berlinese’ (“low”, “heroes” e “lodger”).
Questa volta il progetto era ancora più ambizioso; Bowie, artista-a-tutto-tondo, lo concepì come una sintesi di musica, letteratura ed arti visive: i diari del detective Nathan Adler (qui impegnato ad investigare su un serial killer che scompone e riassembla i corpi delle vittime per farne opere d’arte) raccontati attraverso testi, stralci dattiloscritti e numerose immagini in digital-art presenti nel booklet del CD, che è da intendersi quindi come parte integrante dell’opera.
E poi c’è la musica…Bowie captò le onde della corrente cyberpunk e le infuse nel disco dando corpo alla sua idea di post-modernità, per farsi aiutare riunì gran parte di quell’ ensemble di musicisti che lo avevano accompagnato nel suo periodo più visionario riuscendo nuovamente ad innescare l’alchimia. L’uso dell’elettronica è massiccio, inevitabile dati gli intenti post-rock e il contesto letterario di quest’opera (un noir fantascientifico, alla fine) ma lungi dallo sfornare un pastiche tastieristico, Bowie mette saggiamente il produttore Brian Eno nella stanza dei bottoni: il risultato è una perfetta contaminazione. 14 brani (inframmezzati da 5 spoken-intro che illustrano i vari personaggi della vicenda) che spaziano dal synth-hardcore di “hello spaceboy” (in una versione ben più caustica di quella promozionale in duetto coi pet shop boys) ai suoni urban-tecno di “no control” e “outside”, fino a progredire nell’avanguardia di “the motel” o “a small plot of land”, tutti estremamente evocativi di uno scenario decadente: i luoghi in cui le indagini di Nathan Adler ci conducono, i livelli inferiori di una metropoli futuristica, i sobborghi di una visione pessimistica, disturbante, innaturale, in cui rimanere invischiati ma dalla cui asettica bellezza essere talvolta attratti.
L’ultima traccia, la ballad “stranger when we meet” è decisamente fuori contesto, ma è tutt’altro che un riempitivo. È il Bowie romantico e struggente, che scrive sotto dettatura di emozioni allo stato puro … saluta l’ascoltatore e lo ringrazia con questa perla per essere arrivato alla fine di un disco bello ma ostico, che necessita di ascolti ripetuti e dedizione per essere metabolizzato. Ma che poi ripaga con gli interessi.

slovo

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