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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Namor (del 25/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 2103 volte)
Artista
Prince
Titolo
3121
Anno
2006
Label
UMG

Il folletto di Minneapolis debutta con il suo nuovo album “3121”, al primo posto nella hit dei più venduti in America. Non accadeva da 17 anni, per essere precisi dal 1989 con il cd “Batman” che fece da colonna sonora all’omonimo film diretto da Tim Burton. Al suo ascolto il cd risulta di gran lunga una delle sue migliori opere dell’ultimo decennio, si vede che l’ingaggio da parte della Motown, storica etichetta della musica black, l’ha aiutato a ritrovare la vena creativa. Non è più l’anarchico, insofferente alle grandi major, che si esibiva con la scritta sulla guancia “slave” (schiavo), e neanche il Don Chisciotte della discografia, che lo vide costretto, dopo aver sciolto il contratto con la sua vecchia casa discografica, a vendere i suoi nuovi album su internet. Il periodo buio del suo percorso artistico coincise con i problemi della sua vita privata, problema dovuto alla rara malattia del figlio, detta la “Sindrome di Pfeiffer”, che ha generato al bambino di poter respirare solo con l’aiuto di un ventilatore: tutto ciò incise non poco sulla qualità delle sue canzoni. Ma la rinascita è in arrivo, l’avventura con la Motown, la conversione ai Testimoni di Geova e i suoi spettacoli live con ricavi da 56 milioni di dollari, lo consacrano il “number one” della stagione 2004 negli Stati Uniti, e finalmente ritrova il giusto smalto di un tempo, come testimonia il suo nuovo lavoro. Entrando nel dettaglio: la traccia di apertura “3121” è un bel funky elettronico, cantato come solo lui sa fare, con i suoi caratteristici giochi di voce che, con nonostante il passare del tempo, è rimasta invariata; poi c'è “Lolita” dove troviamo molti effetti elettronici e poca chitarra; a seguire irrompe la sexy-latina “Te amo corazon”, titolo che ha fatto da apripista per l’uscita del disco; poi la mia preferita, “Black sweat”, un funk alla sua maniera… e non è poco! Degne di nota ci sono anche “Love”, batteria elettrica, gran basso, un ritmo da sballo; “Fury”, un pezzo che esalta le sue qualità di chitarrista; “Beautiful, loved & blessed”, in cui duetta con la sua nuova protetta Tamar: questo brano è scritto per lei, infatti sarà incluso nel suo album di esordio, prodotto dallo stesso Prince; infine vi cito “The dance”, archi, pianoforte, tromba swing e la sua voce, danno vita ha un mix di assoluta atmosfera; e l’ultima traccia “Get on the boat”, una jam session di puro funky-soul alla James Brown, con Maceo Parker al sax e Sheila E. alle percussioni. Un album che dissipa qualunque dubbio su chi è ancora il migliore interprete di questo genere musicale, dando torto ai critici che ultimamente lo davano per finito, Prince con “3121” ci dimostra che non è ancora arrivato il momento per il suo funerale artistico!

Namor

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Di Darth (del 24/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1916 volte)
Titolo originale
Broken Flowers
Produzione
USA 2005
Regia
Jim Jarmusch
Interpreti
Bill Murray, Sharon Stone, Chloe Sevigny, Jessica Lange, Jeffrey Wright
Durata
105 minuti

Premetto che “Broken Flowers” non è assolutamente di facile visione o di facile interpretazione: se lo si guarda per passare un’ora e mezza spensierata, si finisce addormentati sul divano o incazzati per la ‘sola’ che ci ha rifilato il gestore del videoclub! Invece, un appassionato di cinema riflessivo e introspettivo, può trovare il giusto spirito per apprezzare quest’opera. Il film racconta di Don Johnston (Bill Murray), un cinquantenne solitario e introverso, che ha sempre avuto molto successo con le donne ma mai una relazione duratura; la sua vita scorre abulica e monotona nella sua tuta da ginnastica che indossa per comodità, non certo per sport. Lasciato dalla sua ultima fiamma proprio per la sua indole apatica, riceve una lettera dove una donna misteriosa gli comunica che ha avuto un figlio da lui: il ragazzo ha già 19 anni e si è messo alla ricerca del padre. Il laconico Don, esternamente impassibile anche ad una notizia come questa, su organizzazione ed insistenza del suo unico amico (un vicino di casa etiope), parte per andare a scoprire chi è la madre tra le quattro donne con cui ha avuto una relazione vent’anni prima avendo come unico indizio una lettera rosa, scritta con l’inchiostro rosso. Il film continua con il nostro anti-eroe che viaggia per l’America, incontrando sulla strada bellissime ragazze giovani, che non gli faranno pesare di essere diventato vecchio; poi ritroverà le sue quattro ex, con i ricordi e le sensazioni che non esprimerà. Tutto questo viaggio si dimostrerà improduttivo ai fini della ricerca, e Don ritornerà a casa con la voglia o la paura di veder apparire, da un momento all’altro un giovanotto che lo chiami papà. “Una storia sulle occasioni perdute, sull'amore che non abbiamo dato e su chi abbiamo fatto soffrire con i nostri abbandoni, soprattutto sulla solitudine di chi alla fine è sfuggito ai sentimenti e alle responsabilità, ma anche sulle possibilità che la vita riserva ogni giorno”: Queste le parole di Jim Jarmush per descrivere il suo film. Personalmente penso che la totale inespressività di Don, ricreata magistralmente da un Murray sempre più bravo, lascia allo spettatore quella mancanza di comunicazione indispensabile per l’immedesimazione nel protagonista, ma che, forse, ci lascia più lucidità per riflettere sui significati intrinsechi nell’opera stessa. Solo un consiglio: se volete osservere come se la cava Bill Murray in un film impegnato, e non lo avete ancora visto, è decisamente meglio “Lost in Translation” di Sofia Coppola; se, invece, volete fare un viaggio nei ricordi del passato, e non lo avete ancora visto, è decisamente meglio "Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman. Se entrambi vi sono piaciuti, allora godetevi “Broken Flowers”, ma non aspettatevi un’opera altrettanto profonda.

Darth

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Di kiriku (del 23/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1348 volte)
Titolo originale
Wallace and Gromit in the curse of the were-rabbit
Produzione
Gran Bretagna 2006
Regia
Steve Box, Nick Park
Interpreti
Durata
85 minuti

Era il lontano 1997 quando in Italia approdò la prima avventura di Wallace e Gromit, passando praticamente inosservata. Dal ‘98 è addirittura disponibile un cofanetto con i tre cortometraggi più famosi: “Una fantastica gita”, “I pantaloni sbagliati” e “Una tosatura perfetta”. Qui da noi sono comunque rimasti poco conosciuti mentre in Inghilterra sono famosissimi, quasi degli eroi. Wallace è uno stravagante inventore, amante del formaggio che sistematicamente si mette nei pasticci, veste con dei pantaloni marroni, maglione verde e cravatta rossa. Gromit è il suo migliore amico, è un cane silenzioso ma che si esprime chiaramente attraverso il linguaggio del corpo e le espressioni del viso. E’amante dei cereali e i suoi hobby sono fare la maglia e leggere il giornale, ma la sua attività principale è quella di rimediare ai disastri commessi dal suo padrone. I due sono figli di un’idea di Nick Park e dalla loro prima apparizione, che risale a diciassette anni fa, hanno vinto una serie interminabile di premi. Sono fatti interamente di plastilina e sono animati con una tecnica particolare che prende il nome di “Stop motion”, che consiste nello spostare leggermente i personaggi per ben ventiquattro volte nell’arco di ogni secondo per tutta la durata del film, e con loro tutta la scenografia. Potete immaginare la mole di lavoro che è stata eseguita per dare vita a questo lungometraggio che nasce dalla collaborazione tra la “Dreamworks” e la “Aardman Animation”, gli stessi che qualche anno fa diedero vita al successo “Galline in fuga”. La storia è ambientata nel piccolo villaggio dello Yorkshire dove ogni anno gli abitanti attendo con smaniosa impazienza il giorno in cui viene eletto il vincitore del festival dell’ortaggio gigante. I conigli, che infestano la zona, minacciano la riuscita del concorso, ma la situazione è tenuta sotto controllo proprio da Wallace e Gromit che con il loro equipaggiamento antipesto si occupano dei piccoli roditori con apparecchiature ingegnose e sofisticatissime. La comparsa tuttavia di un coniglio gigante e vorace porta il panico tra gli abitanti del villaggio e mette in pericolo la riuscita della manifestazione. I due riusciranno, dopo innumerevoli peripezie, a riportare la calma nella cittadina. Il film è pregno di riferimenti e citazioni da altre opere, riconducibili a molti film dell’orrore e di fantascienza. Troviamo al suo interno parodie di film come “King Kong” , “Un lupo mannaro americano a Londra”, “L’incredibile Hulk”, “Tremors”, “Frankenstein” e tante altre. Bello e divertente come pochi altri, un cartoon che lo stesso Nick Park definisce il primo “Horror vegetariano”. Da non perdere assolutamente!!!
kiriku

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Di nilcoxp (del 22/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 4647 volte)
Artista
Mark Knopfler and Emmylou Harris
Titolo
All The Roadrunning
Anno
2006
Label
Warner

Provo sempre un piacere personale quando devo parlare di M.K., artista che seguo dai tempi dei Dire Straits. Un’artista che nel tempo è sempre rimasto fedele a se stesso e alla sua musica, maturando (non direi mai “invecchiando”) con essa. Il precedente lavoro era stata la raccolta “Private Investigation”, un doppio album di brani con e senza i Dire Straits, indubbiamente bello (i classici sono intramontabili), ma si trattava di musica già sentita. Personalmente preferisco sempre quando un artista crea qualcosa di nuovo, anche quando questo nuovo non gli riesce benissimo. E’ questo il caso di “All The Roadrunning”, un album che già dal titolo e dalla collaborazione con la cantante country Emmylou Harris (autrice anche di due canzoni), ci dice che cosa ci aspetta. Alle prime note della prima canzone “Beachcombing” però sembra di sentire il solito M.K., e solo l’entrata della voce di E.H. ci avverte che forse non sarà il solito disco. Questa sensazione però si riavverte anche in altre canzoni come “This is us”, “Donkey Town” e “All the roadrunning”. Invece in “Love and happiness” abbiamo il classico duetto country, e in “Belle Starr” giocano a fare Jesse James e la sua bella in una ballata western con chitarra slide, mentre in “Rollin’on” abbiamo la prova che gli stili musicali diversi possono convivere tranquillamente insieme, dato che unisce il country e il reggae. A conclusione del cd troviamo “If this is goodbye”, che possiamo definire uno sguardo speranzoso al futuro dopo la tragedia dell’ 11 settembre, ispirato da un articolo che il romanziere Ian McEwan scrisse all’epoca per il “Guardian”. Nell’insieme risulta un prodotto piacevole all’ascolto e non facilissimo da definire vista la mescolanza dei generi: country, folk, rock, blues e reggae. Le due voci comunque si sposano benissimo per un prodotto che risulta di qualità. Il mio consiglio è di ascoltarlo. Consiglio che do anche alle persone a cui non piace il country, viste le influenze di stili diversi che ci affluiscono… potreste rimanere piacevolmente sorpresi!

nilcoxp

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Di ninin (del 21/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2771 volte)
Titolo originale
...e se domani
Produzione
Italia 2005
Regia
Giovanni La Parola
Interpreti
Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Sabrina Impacciatore, Luigi Maria Burruano, Claudio Gioè
Durata
90 minuti

Le pale di un elicottero con sottofondo musicale di “…e se domani” evergreeen di Mina: inizia così l’opera prima di Giovanni La Parola, tratta da una storia realmente accaduta in quel di Bologna a cavallo degli anni ‘90 (Il caso Gargano). “…e se domani” narra di Mimì Rendano (Luca Bizzarri), asserragliato in una banca dove ha tentato una rapina, gli hanno rovinato la vita per poche migliaia di euro di debiti e così ha deciso di vendicarsi su quegli strozzini legalizzati. A mediare viene chiamato l’avvocato Matteo Cillario (Paolo Kessisoglu) suo inseparabile amico, che inizia a ricordare come i due si sono conosciuti per caso nello stabile dove lavoravano, di come sono divenuti praticamente inseparabili, dei sogni di Mimì per un amore mai rivelato e mai dimenticato per Caterina (Sabrina Impacciatore) divenuta poi moglie del suo amico Giovanni (Claudio Gioè) suo futuro socio in affari. Caterina e Giovanni hanno avuto anche una splendida figlia, Maria Assunta (Andrea Marika Siviero). La bella Caterina diviene però presto vedova e il buon Mimì decide di farsi carico delle necessità della piccola Maria Assunta nonché del suo tenero amore adolescenziale. Ho trovato questa commedia simpatica ma a tratti un po’ troppo sdolcinata e con ‘gag’ alla Neri Parenti davvero fastidiose; per darvi un’idea: l’avvocato Matteo è dal giudice con un occhio bendato: “Signor giudice non può chiudere un occhio?”, oppure a riprendere i film anni ‘70 quando viene inquadrato il ritratto del defunto marito che guarda con occhi minacciosi il suo ex socio che tenta di insidiare sua moglie. Simpatico invece il raffronto delle due figure maschili: Mimì che farebbe qualunque cosa per il prossimo, anche firmare (ingenuamente) assegni, invidioso della quotidianità coniugale del suo amico avvocato; e dall’altra Matteo, attaccatissimo al denaro, sempre in cerca dell’offerta speciale last-minute, e invidioso, anche lui, del modo tenero di amare di Mimì. Bella la colonna sonora e divertentissima la scena del funerale/matrimonio.

ninin

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Di Goober (del 20/05/2006 @ 05:01:01, in cinema, linkato 1537 volte)
Titolo originale
Hostel
Produzione
USA 2005
Regia
Eli Roth
Interpreti
Jay Hernandez, Derek Richardson, Eythor Gudjonsson, Barbara Nedeljakova,
Durata
95 minuti

Due amici americani decidono di trascorrere le vacanze in giro per l’Europa con l’inter-rail. Lì conosceranno Oli, un ragazzo islandese, con il quale decideranno di recarsi a Bratislava (in Slovacchia) dove pare ci siano le ragazze più belle e disponibili che si possa desiderare. A prima vista sembrerebbe essere proprio così, ma …
Bisogna dirlo, a fronte del clamore suscitato intorno a sé, “hostel” non si è dimostrato granchè convincente, per diverse ragioni: il film si dilunga troppo nella parte iniziale, dove sembra di assistere più ad una pellicola ironico-demenziale che ad un film horror, peraltro presentato come “il più atteso e agghiacciante dell’anno”. Senza dubbio, in quanto a violenza e sangue, la seconda parte ci regala delle scene davvero impressionanti, con una girandola di amputazioni, corpi squarciati e torture ... insufficienti in ogni caso a garantire il successo o anche solo l’affermazione di questo 'new-horror sadico'.
Come già accaduto per il suo titolo d’esordio “Cabin Fever”, il regista Eli Roth ci consegna un altro horror singhiozzante e claudicante, nel quale l’interesse dello spettatore si risveglia solo di tanto in tanto. Troppo poco per i fan del genere (e non solo per loro). La mancanza di originalità e la trama risultano essere i maggiori punti deboli di questa pellicola, sicuramente non così sconvolgente , innovativa e terrorizzante come era stata annunciata.
"Saw-l’enigmista" è ancora troppo lontano…

goober

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Di slovo (del 19/05/2006 @ 05:04:03, in cinema, linkato 1525 volte)
Titolo originale
Serenity
Produzione
USA 2005
Regia
Joss Whedon
Interpreti
Nathan Fillion, Summer Glau, Chiwetel Ejiofor
Durata
119 minuti

Forse non tutti sanno che nel 2002 il network americano Fox iniziò a trasmettere una serie di fantascienza chiamata “firefly” ma, dato che era un prodotto eccellente, prima ancora di arrivare al termine della prima stagione venne eliminato dal palinsesto senza troppe spiegazioni … i fan non tardarono a far sentire il loro disappunto, convincendo i geniali managers a pubblicare tutte le puntate realizzate in dvd. Risultato: il cofanetto di “firefly” divenne un best-seller. Questo ‘inaspettato’ successo permise al creatore della serie Joss Whedon di riguadagnarsi l’appoggio dei produttori e realizzare un lungometraggio che raccogliesse e sviluppasse le trame di “firefly” dal punto in cui fu bruscamente interrotto. Questa è in estrema sintesi la genesi di “Serenity”. In Italia, tanto per restare coerenti a questa bizzarra gestione, è stato distribuito poco e male. Non ho visto la serie, ma una simile odissea (per non dire maledizione) non poteva che suscitarmi curiosità, sebbene tutto ciò che ha accompagnato la sua furtiva promozione facesse rima con ‘boiata’ (a cominciare dalla locandina)…
Come non detto. Visto, posso tranquillamente affermare che “Serenity” è uno dei migliori film di fantascienza apparsi sugli schermi negli ultimi anni.
Vediamo gli elementi della storia: una società bipartita in un alleanza fascistoide di pianeti centrali e i focolai di ribellione dei sistemi periferici, una ragazzina micidiale ed impenetrabile, un’astronave sgangherata e il suo equipaggio di simpatici delinquenti, l’inarrestabile sicario … si potrebbe polemizzare che sono tutte cose già trite e ritrite in decine di altri film … certamente, ma i più accorti di noi sanno benissimo che di fronte all’impossibilità matematica di proporre elementi completamente inediti, non resta che lavorare sulle miscele…ed è proprio in tal senso che “serenity” è un gioiellino di maestria.
Whedon parte con un corredo di protagonisti già pienamente caratterizzati durante la serie a puntate e li immerge in una vicenda intrigante e ben congeniata, amalgamando sapientemente azione, dramma, mistero, e una dose di humor(!) mai fuori luogo (il capitano Mal è da sganasciarsi); essendo alla sua prima prova come regista cinematografico, ha dato un taglio forse troppo televisivo alla pellicola e la sceneggiatura tende a ‘rincorrersi’ un po’ (succede quando si ha tanto da dire in poco tempo) ma questi sono dettagli. Un cast di attori semi-sconosciuti ma bravissimi e (come era logico supporre) ben affiatati dà corpo alle visioni dell’autore/regista. Un’ultima buona ragione per guardarlo? è stato un mezzo fiasco ai botteghini. A buon intenditor…

slovo

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Di Namor (del 18/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1814 volte)
Titolo originale
Firewall
Produzione
USA 2006
Regia
Richard Loncraine
Interpreti
Harrison Ford, Paul Bettany, Virginia Madsen, Robert Patrick, Jimmy Bennett, Michael Finn
Durata
105 minuti

Mitra, passamontagna e la classica “mani in alto questa é una rapina” non si usa più: adesso in banca ci si entra attraverso la rete, si clicca un tasto e via, senza inutili spargimenti di sangue, montagne di soldi si spostano da un conto all’altro. Ma per fare questo ci vuole una password che ti introduca nel sistema operativo dell’istituto di credito, ma da chi si può avere questa chiave di accesso? Ovvio, dal creatore del programma di sicurezza, Jack Stanfield (Harrison Ford). Jack è l’esperto di sistemi di protezione informatica per la Landrock Pacific Bank, la banca presa di mira per il furto hi-tech. La banda che ha ideato il colpo ha bisogno però della sua “collaborazione” ma come ottenerla? Con la cosa più subdola che ci sia, il ricatto!!! Con appostamenti e ricerche certosine scoprono tutto su di lui ed i suoi cari: i conti correnti, le abitudini, i gusti e perfino l’allergia del figlio… per loro la famiglia Stanfield non ha più segreti. Con un’irruzione degna di una squadra “swat”, la gang di malviventi prende in ostaggio i familiari di Jack, riuscendo così ad imporgli la complicità al loro piano. Sembrava filasse tutto liscio, invece, anche per chi l’ha ideato, trovare un falla nel sistema di sicurezza è tutt’altro che facile e, a complicargli le cose, ci si mette anche il suo collega antagonista Gary Mitchell (Robert Patrick): un mastino di guardia alle procedure di trasferimento fondi, introdotto dalla nuova società acquisitrice della banca. Il film, fin qui regge bene ma la seconda parte diventa banale, scontata, senza colpi di scena e con una totale mancanza di originalità… rettifico, un colpo di scena veramente c’è… la sparizione nel nulla del mastino Gary Mitchell! Lo sceneggiatore ad un certo punto si dimentica di lui, tant’è che il suo personaggio si dissolve (roba da “Chi l’ha visto”). Un bravo al cattivo di turno Paul Bettany in un ruolo che, a mio avviso, gli cade a pennello; e non sono il solo a pensarla così, visto che sarà l’albino Silas, il killer dell’Opus Dei nell' attesissimo film “Il Codice da Vinci”. Per quanto riguarda Harrison Ford con la sua faccia di cartongesso (il suo viso ha sempre la stessa espressione) se la cavicchia, almeno ci ha risparmiato un’interpretazione alla 007, i suoi movimenti negli scontri fisici sono giustamente goffi e lenti, come si addice ad un impiegato bancario ultrasessantenne. Insomma, cari amici, io penso che il copione di Firewall sia stato scritto su misura per rilanciare la carriera di Harrison Ford, visti i recenti risultati dei suoi ultimi lavori… diciamo una campagna pubblicitaria in previsione del quarto capitolo della serie “Indiana Jones”. Se fosse così, dovrebbe scegliere meglio i ruoli che gli propongono, non si può bocciare un film come Syriana, nel quale doveva interpretare il ruolo dell’agente della CIA (in cui George Clooney ha vinto l’oscar come miglior attore non protagonista), per accettare il Jack Stanfield di Firewall. Il motivo di questa preferenza? Non aveva fiducia che il regista Stephen Gaghan avesse le capacità di controllare una storia tanto intricata e che riuscisse a dare il giusto spessore al suo personaggio. Caro Indy, un Oscar, sarebbe stato un trampolino di lancio senz’altro migliore!

Namor

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Di Darth (del 17/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1851 volte)
Titolo originale
Everything is illuminated
Produzione
USA 2005
Regia
Liev Schreiber
Interpreti
Elijah Wood, Eugene Hutz, Boris Leskin
Durata
106 minuti

“Il mio nome per la legge è Alexander Perchov. Ma tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. (…) Mio padre mi chiamava Shapka per il cappello di pelliccia che calzavo in testa anche nei mesi d'estate. Poi ha smesso di dirmi così perché gli ho ordinato di smettere di dire così. Mi sembrava un nome bambinoso, e io invece mi sono sempre pensato un uomo molto potente e inseminativo. Io sfagiolo i film americani. Sfagiolo i negri, soprattutto Michael Jackson. (…).Indubitabilmente sono di alta statura. Non conosco nessuna donna più alta di me. Le donne che conosco che sono più alte sono lesbiche, per loro l'anno 1969 è stato fondamentale”.
Comincia con questo monologo il romanzo di Jonathan Safran Foer “Ogni cosa è illuminata”, da cui è stato tratto il film. Ho scelto di riportarvi queste poche righe per darvi un’ idea di come è stato scritto: è una storia raccontata in prima persona da Alex, un giovane di Odessa, con una gran passione per gli usi e costumi americani che ha imparato l’inglese in maniera molto approssimativa; da qui ne scaturisce l’originale linguaggio utilizzato dall’ autore per scrivere il suo libro, che aiuta molto il lettore ad immedesimarsi in questo simpatico russo. Il film narra di un giovane ebreo emigrato negli USA di nome Jonathan Safran Foer (lo scrittore ha dato il suo nome a questo personaggio poiché è una storia con un fondamento autobiografico, ma la maggior parte degli avvenimenti è fittizia), interpretato da Elijah Wood, che trova una foto di suo nonno con una misteriosa ragazza, scattata in Ucraina durante l’oppressione nazista, con una scritta enigmatica sul retro: “Trachimbrod”; decide così di partire per ritrovare la donna che salvò il suo avo dai tedeschi. Dopo questa prefazione inizia il vero moto conduttore dell’opera diretta da Liev Schreiber, un “on the road” sulle strade polverose e colorate delle campagne ucraine; un viaggio davvero affascinante, accompagnato da musica etnico-moderna che si fonde con calore alla stupenda fotografia curata da Matthew Libatique (verso il finale si vede una casa immersa in uno sterminato campo di girasoli che è di una bellezza indescrivibile), e avvalorato dallo spessore e dalla simpatia che riescono a suscitare i tre protagonisti. Il terzo, che non ho ancora citato, è il nonno di Alex: un vecchio burbero che si crede cieco (ma è l’autista del ferrovecchio che li porterà in giro per il paese), che parla solo russo, accompagnato dal suo cane guida: un bastardino ringhioso, che ha chiamato Sammy Davis Junior Junior, in onore del suo cantante preferito. Il film inizia come una commedia brillante, ricco di battute esilaranti e di situazioni paradossali, con Jonathan intimorito dal nonno, diffidente verso Alex e terrorizzato da Sammy Davis jr. jr.; ma sapientemente, senza un taglio netto, si trasforma sotto i nostri occhi… i due coetanei diventano amici, l’ebreo smette di avere paura del cane, il vecchio smette di spacciarsi per cieco e la storia degrada nei ricordi di chi ha vissuto la guerra, trasformandosi anch’essa da divertente a drammatica. Potrei scrivere pagine di interpretazioni su tutte le simbologie captabili in quest’opera, dagli occhiali/lenti del “ricercatore” Jonathan, alla sua mania di collezionare ricordi, come a raffigurare la paura di dimenticare… ma mi dilungherei togliendo, a chi lo guarderà, il gusto di scovarle da se; io vi dico solo una curiosità che non è percepibile se non la si conosce, ed è un “cameo" alla Hitchcock: all’ inizio del film, con Elijah Wood intento a pregare sulla tomba della nonna, passa un ragazzo che soffia via le foglie secche dalle lapidi… costui è il vero Jonathan Safran Foer.
Buon viaggio a tutti.

Darth

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Di kiriku (del 16/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3516 volte)
Titolo originale
Smultronstället
Produzione
Svezia 1957
Regia
Ingmar Bergman
Interpreti
Victor Sjostrom, Bibi Andersson, Lena Bergman,Bjorn Bjelvnstam
Durata
95 minuti

Il tempo scorre inesorabile e spesso non c’e ne rendiamo conto e nella maggior parte delle volte non ci fermiamo neanche a riflettere sulla vita trascorsa, sulle scelte fatte e sulle loro conseguenze future. Ma alla fine tutti i nodi vengono al pettine e capita allora che, in un certo momento della nostra esistenza, si arrivi a tirare le conclusioni e a valutare i successi e gli insuccessi ottenuti. Nel film “Il posto delle fragole” il personaggio principale, cioè il vecchio Isak Borg, si ritrova, dopo una vita dedicata al lavoro di medico, a ricevere un prestigioso premio alla carriera, premio che deve ritirare durante una cerimonia a lui dedicata e che si svolge a Lund. Decide, per raggiungere la città, di affrontare il viaggio in macchina attraversando così lungo il tragitto i posti della sua infanzia. Ma non sarà un viaggio solo fisico ma anche spirituale, attraverso la propria interiorità, grazie alla quale scoprirà che nonostante una vita agiata e piena di riconoscimenti, il suo radicato egoismo lo ha portato a trovarsi in una situazione di estrema solitudine. Questo scavare dentro se stesso lo condurrà, alla fine del viaggio, a comprendere i propri sbagli e a ravvedersi. “Il posto delle fragole” è uno dei film più famosi di Ingmar Bergam ha ricevuto innumerevoli premi tra i quali l’Orso d’oro a Berlino e il premio della critica a Venezia. Guardando questo film non si può che non essere d’accordo con le giurie. E’ un opera di una chiarezza estrema e anche se possiamo trovare diverse simbologie anch’esse sono semplici e dirette, come ad esempio: l’orologio senza lancette, che indica lo scadere del tempo e l’approssimarsi della morte; il posto delle fragole, che non è altro che il luogo dei ricordi di una vita passata; i tre ragazzi, che rappresentano la giovinezza in tutta la sua effervescenza ma mai fine a se stessa, i tre infatti discutono sull’esistenza di Dio. Ma proprio per la sua “semplicità” questo film arriva diretto a toccare i punti fondamentali a noi più cari come la vita, la morte, il viaggio e l’esistenza di Dio, lasciandoci un messaggio: “con l’amore e la comprensione verso gli altri si possono superare gli innumerevoli momenti di crisi che caratterizzano la nostra esistenza”. E per finire devo dire che ho apprezzato molto, oltre alla splendida sceneggiatura, l’interpretazione di Victor Sjostrom (Izak Borg) che ho scoperto essere stato uno dei maggiori registi e attori svedesi, che per questa interpretazione ha vinto l’Oscar come miglior attore. Questo è un film che mi ha dato dell’emozioni e che rimarrà nei miei ricordi, si proprio là dove si trova il posto delle fragole!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 15/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1910 volte)
Titolo originale
Inside Deep Throat
Produzione
USA 2005
Regia
Randy Barbato, Fenton Bailey
Interpreti
Durata
92 minuti

C’è qualcuno che non ha mai visto “Gola Profonda”? Non ci credo, soprattutto se è un maschietto a dirlo! “Inside Gola Profonda” è un documentario sul film forse più famoso della storia del cinema (che è tutto dire). Pensate che G.P. è stato girato nel 1972 in sei giorni ed è costato 25.000 dollari, incassandone 600 milioni, nonostante sia stato messo al bando in 23 stati. I due registi in questo documento ci mostrano i percorsi biografici di Linda Lovelace (la protagonista), Harry Reems (il protagonista maschile) e Gerard Damiano (il regista), con le conseguenze procurategli dall’aver girato quel film. Scandali e processi, in un’America attraversate da lotte ideologiche tra conservatori e liberali (si pensi all’onda lunga della “liberazione sessuale” del ’68), e lotte legali tra una censura repressiva e la libertà d’espressione sancita dal primo emendamento. In questo calderone di eventi solo il regista (che acquisterà fama e lavoro nell’ambiente cinematografico) e la malavita (che beneficerà dei profitti elevatissimi) ne usciranno bene. La Lovelace finirà reietta dal mondo del lavoro “normale”, cercando riscatto facendosi portavoce di polemiche strumentalizzate; la sorte peggiore capiterà all’attore protagonista, unico condannato di tutta la vicenda. I due registi affrontano tanti temi, forse troppi, ma non ne approfondiscono nessuno. Il loro pregio migliore è stato senz’altro il riuscire a trasmettere bene la sensazione euforica che si era venuta a creare intorno al mondo della pornografia: la sua nascita “artistica”, e la sua successiva “morte industriale” causata dall’avvento della videoregistrazione. Documentario ben riuscito che si avvale di interviste importanti e di filmati dell’epoca. Se volete saperne di più…approfondite!

nilcoxp

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Di ninin (del 14/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1151 volte)
Titolo originale
Ice age 2: the meltdown
Produzione
USA 2006
Regia
Carlos Saldanha
Interpreti
 
Durata
91 minuti

Nuova spedizione per l’originale branco ormai indivisibile composto da Manny (il mammuth), Diego (la tigre con le zanne a sciabola) e Sid (il simpatico bradipo). Siamo in uno scenario fatto tutto di ghiaccio che l’impareggiabile Sid trasforma in un incredibile parco giochi acquatico pieno di scivoli. Purtroppo però ha inizio il disgelo e con esso il rischio di estinzione. Unica alternativa trovare a breve termine un habitat più congeniale, aiutati (falsamente) in questo dagli avvoltoi, che indicano come soluzione una cima di una montagna lontana con una specie di arca della salvezza sopra. In “Ice age2”, fa da contorno alla storia, la malinconia di Manny che pensa ormai di essere rimasto l’ultimo mammuth in vita, fino all’incontro con Ellie, una femmina di mammuth vissuta da sempre con gli opossum (accompagnata dai 2 suoi presunti fratelli Crash ed Eddie, a tratti fenomenali) e fissata pertanto di essere una di loro. Devo dire che sono rimasto piacevolmente stupito dal fatto che “Ice age2” non soltanto tiene il passo del primo film, ma in molte scene risulta essere molto più comico (nel primo c’è più dolcezza ma si ride meno).Per ultimo, (ma non ultimo) vi è sempre lo scoiattolo Scrat, sempre alla ricerca della sua ghianda. Ricerca che assume dei toni quasi ossessivi, fino al finale a sorpresa che… non vi dico! Film della Fox girato completamente in CGI (computer genereted imagery), a tratti eccezionale nell’animazione: strabiliante la resa della massa d’acqua. Un bravo ai doppiatori italiani, anche se ho letto che il doppiaggio americano è risultato fenomenale. Spero che questa concorrenza tra le principali case di produzione di film d’animazione continui, se i risultati sono film come questo, che fa divertire grandi e piccini.

Ninin

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Di lele (del 13/05/2006 @ 05:01:00, in musica, linkato 1556 volte)
Artista
The Smiths
Titolo
Strangeways, Here We Come
Anno
1987
Label
Warner Bros/Wea

A chi come me ha amato gli Smiths ed è cresciuto a modo suo con i loro albums (e le copertine, le t-shirt, i libri etc) ascoltare “Strangeways here we come” dà sempre una mazzata al cuore. Si, perché dal primo all’ultimo brano rappresenta l’uscita di scena di uno dei più importanti gruppi del globo da cui moltissimi hanno attinto e si sono ispirati. Ma quello che più fa male è sapere che mai più nascerà una band come gli Smiths ... Morrissey da solista non si è comportato male per niente, Johnny Marr con le collaborazioni in alcuni album di Talking Heads, Brian Ferry, The The e la formazione degli Electronic con Bernard Summer dei Joy Division/New Order neppure, ma gli Smiths erano tutta un’altra cosa. Quasi tutti i critici hanno sempre messo in primo piano “The Queen is Dead” definendolo l’album più bello della band; io una volta tanto voglio spezzare una lancia a favore di ‘strangeways’ perché secondo il mio umile giudizio è il disco più completo, perfetto, emozionante degli Smiths a partire dalla prima traccia “a rush and a push and the land is ours”, passando per “girlfriend in a coma” e “last night I dreamt that somebody loved me” (mio pezzo preferito in assoluto del gruppo. un CAPOLAVORO oserei dire) fino ad arrivare a “unhappy birthday” e alla conclusiva e malinconica “I won’t share you”. Mi vengono i brividi solo a citarli … sono proprio un vecchio fan e tra poco me lo ascolterò per la milionesima volta. Sono passati quasi vent’anni ma la voglia di rispolverare certi dischi non passa mai, anzi ancora oggi a 38 anni mi ritrovo in camera mia ad emozionarmi ammirando le vecchie cover dei vinili degli Smiths che sono sempre stupende. L’unica cosa che rimprovero a Morrissey e soci è aver fatto un pezzo come “ask”, che a loro ha dato si molta fortuna ma che a me ha fatto invece molto incazzare. Però con quello che ci hanno lasciato possiamo anche passarci sopra. Tanto per ricordare la loro eredità voglio menzionare “reel around the fountain”, “still ill”, “what difference does it make”, “how soon is now”, “handsome devil”, “I want the one I can’t have”, “well I wonder”...devo continuare?? Meglio di no, mi ci vorrebbe un’oretta buona.
Di una cosa sono molto felice: Morrissey in una sua recente intervista ad una rivista di musica ha dichiarato che “Strangeways here we come” è sempre stato il suo album preferito…perciò fanculo a tutti i critici sempre schierati per “the Queen is Dead” che è senza dubbi stupendo come i precedenti, ma ‘strangeways’ … buon ascolto!!

lele

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Di slovo (del 12/05/2006 @ 05:01:55, in cinema, linkato 1081 volte)
Titolo originale
Event Horizon
Produzione
USA 1997
Regia
Paul WS Anderson
Interpreti
Sam Neill, Laurence Fishburne
Durata
96 minuti

Futuro prossimo. Una spedizione viene mandata ai confini del sistema solare a recuperare la nave sperimentale “event horizon” ritenuta dispersa 7 anni prima. Il relitto è in realtà reduce da un viaggio trans-dimensionale e si è portata dietro un carico di puro e intangibile male.
Il classico tema della casa stregata, o meglio della nave fantasma, (dove un gruppo di persone è costretto in un luogo che cela un’insidia) rivisitato in chiave fantascientifica. Il film inizia, come si confà ad ogni sci-fi movie che si rispetti, in maniera scrupolosamente documentaristica: l’esplorazione, l’indagine, il tutto accompagnato da un convincente tecno-bla-bla, sostengono un certo interesse che però inizia a scemare nel momento in cui le presenze maligne si manifestano a bordo, innescando una noiosa carellata di ogni possibile cliché horroristico che da quel genere si può attingere. Non viene risparmiata neppure la scena finale, con tanto di boccaporto che si chiude da solo davanti alla telecamera. Il clonatissimo “Alien” di Ridley Scott (1979) fa da matrice per la caratterizzazione dell’equipaggio ma, a riprova che il talento non è riproducibile, qui l’alchimia non riesce e i dialoghi tra commilitoni finiscono con l’essere spesso forzati e a tratti ridicoli.
Visivamente apprezzabili invece, tutte le sequenze riguardanti l’astronave-protagonista, i cui ambienti interni sono stati realizzati seguendo un progetto posto idealmente a metà strada fra il futuristico e il gotico/medioevale, l’effetto risultante è quello di una sorta di tempio del male in leghe e circuiti. Altro colpo di genio è stato l'ambientare il film nell'alta atmosfera di nettuno, ricca di turbolenze e perturbazioni gassose: un velato rimando all'immagine di un vascello in mezzo al mare in burrasca ... Naturalmente non basta la sola componente visiva a salvare “punto di non ritorno” da un giudizio negativo… un completo disastro quindi? direi più un’occasione sprecata … e da amante della fantascienza non posso che esserne deluso, soprattutto perché a ben vedere qualche buona intuizione c’è … se solo fossero state sviluppate in altre direzioni…

slovo

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Di Namor (del 11/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2063 volte)
Titolo originale
Crash
Produzione
USA, 2004
Regia
Paul Haggis
Interpreti
Sandra Bullock, Don Cheadle, Matt Dillon, Thandie Newton
Durata
113 minuti

Debutto col botto dietro alla macchina da presa per lo sceneggiatore canadese Paul Haggis, il quale dopo aver scritto e vinto l’Oscar per la sceneggiatura di “Million dollar baby”, si ripete anche quest’ anno con “Crash contatto fisico” premiato anche come miglior film. Quest’ultimo premio Haggis avrebbe potuto vincerlo anche l’anno precedente, se non avesse dovuto rinunciarvi (perché impegnato a dirigere Crash) e passare la mano a Clint Eastwod. L’ispirazione al copione di Crash nasce dal furto della sua auto, avvenuto 15 anni prima. L’idea iniziale era quella di realizzare una serie televisiva ma, ritenuta troppo forte per il piccolo schermo, nasce il progetto di un film indipendente, girato in soli 35 giorni con un costo irrisorio di 6 milioni di dollari, veramente pochi se si considera i costi odierni delle produzioni americane. Crash diventa immediatamente un successo in patria incassando 60 milioni di dollari, mentre in Italia viene accolto timidamente ma, dopo le vittorie alla notte degli Oscar, torna nelle sale cinematografiche riscontrando il favore del pubblico (fatto che puntualmente accade in Italia ai film inizialmente snobbati e poi premiati agli Accademy Adwards). Nonostante il budget a disposizione di Haggis sia basso, riesce a reclutare un cast di attori di tutto rispetto da fare invidia alle grandi produzioni: su tutti spicca Matt Dillon, il suo personaggio l’ho trovato veramente odioso e fantastico allo stesso tempo: un poliziotto che sfoga la sua rabbia (di figlio inerme di fronte alla malattia del padre) durante il suo lavoro. A cadere nella rete della sua ostilità sono due coniugi benestanti, umilia il marito (un famoso regista) e importuna la moglie (la bravissima Thandie Newton), che in seguito verrà salvata da Matt Dillon stesso. La scena in cui i due si ritroveranno nell’incidente e molto intensa e significativa, il comportamento di colui che prima era il molestatore diventa in questo contesto l’esatto contrario, ossia il poliziotto determinato a salvare la vita alla donna precedentemente umiliata. I temi del film sono molto attuali e variegati: la distanza fisica e la divisione netta tra le classi sociali, il razzismo tra le molteplici etnie di diversa religione e provenienza (vedi il maldisposto e ostile negoziante iraniano), il giudicare (in maniera sbagliata) le persone solo dal loro aspetto, la reazione di una paranoica Sandra Bullock nei confronti dell’ispanico pieno di tatuaggi che gli cambia la serratura di casa dopo una rapina subita. Si dice, che dentro ad ognuno di noi esiste una parte scura, cattiva (lo yin) e una chiara, buona (lo yang), siamo noi stessi a determinarne la percentuale con le nostre scelte, Crash ci apre le porte di questa verità, manifestata attraverso le azioni dei personaggi all’interno del film. Bello! Il film mi ha emozionato e lo rivedrei volentieri, la colonna sonora risulta azzeccata, di sicuro effetto con le immagini che la pellicola ci propone, io sono rimasto ad ascoltarla fino alla fine, con la bellissima “Maybe tomorrow” (forse domani… troverò la retta via) degli “Stereophonic”.

Namor

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