BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 10/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1132 volte)
Titolo originale
Taegukgi hwinalrimyeo
Produzione
Corea del Sud, 2004
Regia
Je-gyu Kang
Interpreti
Dong-Kun Jang, Bin Won
Durata
140 minuti

13 milioni: i dollari spesi, il film più costoso mai realizzato in Corea.
300: i giorni di riprese.
25.000: le comparse utilizzate.
10 milioni: i Sud Coreani che sono andati a vedere Taegukgi al cinema, pari ad oltre il 20% della popolazione.
Questi i numeri rappresentativi del capolavoro di Kang Je-gyu, un kolossal che ha battuto tutti i record di incassi in madrepatria, sfruttando ingegnosamente l’argomento che più sensibilizza cuori e animi dei Coreani: la guerra del 1950 tra le due Coree. Questo film, totalmente sconosciuto in Italia, narra la storia di due fratelli di Seoul: Jin-tae e Jin-suk, straordinariamente affiatati, che passano senza possibilità di scelta e senza preavviso, da una vita di stenti ma pacifica (Jin-tae, è un lustrascarpe, Jin-suk studente) alla leva militare. Infatti, il 25 giugno 1950, la Corea del Nord comunista invade militarmente i territori appartenenti alla Corea del sud e, il governo di quest’ultima, recluta arbitrariamente tutti i maschi dai 18 ai 30 anni per far fronte all’ avanzata nemica. In questa fascia di età rientrano, ovviamente, anche i due protagonisti. Non appena arruolati, il fratello maggiore (Jin-tae) ha come principale preoccupazione l’incolumità del fratellino per il quale, anche per la mancanza del padre, ha un’indole molto protettiva ed altruistica; fino al punto di fare un patto col proprio comandante capo dove stipulano, con una stretta di mano, che se Jin-tae venisse insignito della medaglia d’onore, il comandante avrebbe autorizzato il congedo di Jin-suk. Da quel momento, il lustrascarpe si improvvisa guerriero, e si lancia a testa bassa in tutte le imprese più ardite che gli possano capitare, rischiando la vita ogni giorno, con lo stupore e l’ansia dell’ignaro studente, che non riesce a capire il motivo di questa improvvisa brama di onore del fratello. E’ molto interessante seguire anche l’evoluzione della guerra, un conflitto di cui Hollywood ha parlato poco o niente, soprattutto su come l’ hanno vissuto i coreani in prima persona. Inizialmente i Sud Coreani, colti impreparati, subiscono l’avanzata degli “sporchi comunisti”, successivamente, con l’arrivo dei marines americani, si capovolge la situazione, e sono i Nord Coreani che vengono travolti dalle armate dei “bastardi gialli filoamericani” (gli epiteti sono quelli utilizzati nel film), infine, a riequilibrare le forze, arrivano centinaia di migliaia di “volontari” dalla Cina, inviati per tenere lontani i capitalisti dai propri confini. Tutto questo è reso magistralmente da Kang Je-gyu con scene di guerra ricreate benissimo, meglio della maggior parte delle produzioni hollywoodiane, sia a livello di regia (con camere a spalla come fece Spielberg in “Salvate il soldato Ryan”), sia come effetti speciali; ed è particolare la scelta di esaltare in maniera molto cruda i vari feriti e mutilati: alcune scene fanno davvero accapponare la pelle! Una curiosità per dare un’idea della grandezza di quest’opera: solo per la realizzazione della battaglia di Doo-Mil-Ryung, sono stati sparati 15.000 proiettili a salve e utilizzati 500 stuntman per tre settimane di riprese! E vi assicuro che il risultato finale è davvero impressionante! Un’altra nota positiva, che merita di essere evidenziata, è la scelta del regista/sceneggiatore di mantenere imparzialità politica: pensavo, vista la produzione Sud Coreana e il tema trattato, di avere una trama con i buoni capitalisti contro i cattivi comunisti; invece Kang Je-gyu ha dato rilevanza al fatto che l’unica cosa di cui importava ai soldati era la propria vita e quella dei propri familiari, ed erano lì perché costretti, non per ideologie politiche di sorta. Nel film, infatti, si vedono stermini di massa, stragi di innocenti, e omicidi a sangue freddo di prigionieri, perpetuati sia dai sudisti che dai nordisti; ed è in seguito ad un’azione del genere che uno dei protagonisti, uscito di senno, deciderà di terminare la guerra combattendo al fianco dei comunisti, contro i propri ex commilitoni e contro il sangue del suo sangue. Un’opera coraggiosa e grandiosa che ha portato fortuna e gloria al suo realizzatore… ora speriamo solo che qualche distributore italiano si decida ad acquistarne i diritti!

Darth

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Di kiriku (del 09/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1508 volte)
Titolo originale
Sostiene Pereira
Produzione
Italia, Francia 1995
Regia
Roberto Faenza
Interpreti
Marcello Mastroianni, Nicoletta Braschi, Stefano dionisi, Joaquim de Almeida, Daniel Auteuil e Marthe Keller.
Durata
105 minuti

Siamo a Lisbona nell’estate del 1938 e la dittatura di Salasar prende piede sempre più velocemente. Pereira (Marcello Mastroianni), dopo una vita trascorsa al Lisboa ad occuparsi della cronaca, si ritrova a svolgere il ruolo di redattore della pagina letteraria. Il giornalista è vecchio, provato e malato di cuore. Sopravvive stancamente pensando solo alla sua unica passione, la cultura, e in particolare alla traduzione delle opere francesi, non accorgendosi del periodo buio in cui sta entrando il Portogallo e tutta l’Europa. Da quando è rimasto vedovo è ossessionato dalla fine della vita terrena, tanto da assumere un giovane, laureato in filosofia (Stefano Dionisi) con una tesi sulla morte, per scrivere i necrologi degli artisti famosi ancora in vita. Sarà proprio l’incontro con questo giovane e con la sua ragazza (Nicoletta Braschi) che porteranno Pereira a prendere coscienza di quello che sta succedendo nel suo paese, ritrovando una vitalità che non credeva di avere più e che lo aiuterà ad uscire da quel guscio di neutralità in cui si era rinchiuso. Il film è un adattamento del bel romanzo di Antonio Tabucchi, il quale ha partecipato alla stesura dei dialoghi, che di fatto sono ben curati, soprattutto quelli tra Pereira e il dottor Cardoso (Daniel Auteuil). Ma nonostante il film sia fedele in maniera impressionante al libro, la scenografia sia curata nei minimi particolari e la sceneggiatura sia buona, il risultato finale supera di poco la sufficienza. Il problema probabilmente è dovuto al cast. Escluso Mastroianni che come al solito ci regala un’interpretazione splendida, a volte quasi autobiografica, il resto della compagnia non è all’altezza. Sembrano tutti molto immobili e spenti, a cominciare da Dionisi, per finire con l’inespressiva e imbarazzante recitazione di Nicoletta Braschi. La delusione per tutti quelli che hanno letto il libro come me è evidente, ci eravamo illusi di poter rivivere le emozioni provate leggendo il romanzo, ma così non è stato. Consiglio comunque di vederlo perché descrive bene quali sono i segni e le caratteristiche con le quali le dittature si manifestano inizialmente, come ad esempio la censura dell’informazione e la repressione per chi si oppone ad essa; situazioni non poi così lontane da noi.

kiriku

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Di nilcoxp (del 08/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1218 volte)
Titolo originale
Totò che visse due volte
Produzione
Italia 1998
Regia
Daniele Ciprì, Franco maresco
Interpreti
Franco Maresco, Marcello Miranda, Salvatore Gattuso, Carlo Giordano, Pietro Arcidiacono
Durata
93 minuti

Questo è un film che si articola in tre episodi, in cui il terzo è anche un omaggio a “La ricotta” di Pasolini. I due registi hanno qui dato il meglio (o il peggio a seconda dei punti di vista) di loro. Fedeli alla linea che li ha resi famosi (quella di “cinico tv” per intenderci), pure in questo film usano solamente persone di sesso maschile anche per le parti femminile senza cercare di mascherare la cosa (uno ha la barba); girato rigorosamente in bianco nero senza attori professionisti, hanno però la consuetudine di “portarsi dietro” qualche personaggio che conoscono bene e con cui hanno già lavorato in passato. E la parola “personaggio” non è stata usata a caso, visto che pescano le persone da impiegare nei loro film nella degradata provincia palermitana: sono persone abbruttite dall’ambiente in cui vivono e spesso dalla natura stessa che li ha fatti nascere così. Sono i “mostri” emarginati che la società crea, mostri collocati in un’ambientazione che sembra post-atomica, ma che in realtà è la condizione di vita normale di alcune zone della nostra quotidianità. Quindi un film in bianco e nero (la fotografia è di Luca Bigazzi ed è di una raffinata bellezza) girato nel degrado urbano delle periferie palermitane con personaggi brutti e spesso deformi e deformati dalle circostanze, che ovviamente parlano solo in dialetto stretto (per fortuna è sottotitolato). Cosa chiedere di più a un film volutamente provocatorio e disgustante? Il precedente e primo film della coppia Ciprì e Maresco “Lo zio di Brooklyn” sembrava, come dire, irripetibile. E invece in “Totò che visse due volte” i due registi si sono superati inserendo in maniera forte e stomachevole l’elemento religioso. E’ un film disgustoso, volgare, incomprensibile e in alcuni momenti blasfemo(basti pensare all’angelo sodomizzato e a uno dei personaggi che avrà un rapporto sessuale con una statua della Madonna). Ma proprio in queste caratteristiche di bruttezza e disgusto sta la bellezza del film, che trova una propria forma di espressione e un proprio equilibrio. Sicuramente di forte impatto e non adatto ai più. Solo per estimatori del cinema “duro” e fuori dagli schemi convenzionali.

nik

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Di ninin (del 07/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1547 volte)
Titolo originale
Il regista di matrimoni
Produzione
Italia 2006
Regia
Marco Bellocchio
Interpreti
Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina, Maurizio Donadoni
Durata
107 minuti

Il film che voglio raccontarvi oggi è : “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio. Si inizia con il matrimonio della figlia di Franco Elica (Sergio Castellitto), inquadrato in disparte, stranito da quello che sta accadendo intorno a lui nella chiesa. Elica è un noto regista che si sta occupando di una nuova riedizione dei Promessi Sposi, ma per vari motivi (esistenziali e incastrato per vicende sessuali) scappa nella bellissima Sicilia. Qui farà la conoscenza di Enzo Baiocco (Bruno Cariello),che si guadagna da vivere facendo filmini di nozze e di Smamma(Gianni Cavina), un regista per cui il David al suo film è un atto dovuto, al punto di fingersi morto pur di averlo, perché come rivela ad Elica “sono i morti che governano”. Enzo, offre ospitalità a Franco nella sua umile dimora e qui farà conoscenza col Principe Ferdinando Gravina di Palagonia (Sami Frey) un nobile all’antica, ormai in rovina, sempre scuro in volto e che incute un certo timore a tutti. Il principe decide allora di rivolgersi ad Enzo per il matrimonio di convenienza della figlia Bona (di nome e di fatto!) con un ricco avvocato così da potersi risollevare economicamente, e far fronte a tutti i debiti. Enzo quindi gli consegna un provino appena girato, rivelando al nobile che si era fatto dare dal maestro Elica, un piccolo aiuto. Dopo averlo visionato, il principe contatta lo stesso Elica dichiarandogli, in confidenza, che tutto il girato è di una piattezza incredibile e che l’unica parte decente è quella che ha girato lui, decide quindi di commissionargli le riprese della cerimonia nuziale al posto di Enzo. I problemi nascono col fatto inaspettato che il regista si innamora della sposa al primo sguardo, un vero colpo di fulmine! In questo film c’è molto che ricorda l’opera manzoniana che per uno strano destino Elica dovrebbe girare ma che gli torna indietro come un boomerang: come il matrimonio che non s’ha da fare, figure che prendono spunto da Don Rodrigo dai bravi, dall’innominato o da principesse che aspettano il principe azzurro chiuse nel loro castello. Poi c’è un film nel film con telecamere nascoste in stile grande fratello, con flashback tra sogno e presente. Belli i paesaggi siciliani, da Cefalù a Bagheria, ed è molto bravo Bellocchio a rendergli giustizia con molteplici campi lunghi. Da non perdere anche un dialogo all’interno della villa (castello della principessa) che Castellitto ha con due cani da guardia. Il film, a tratti anche ironico, ve lo consiglio, non solo per la trama o i paesaggi, ma perché sono convinto ognuno di noi darà al film un’ interpretazione ed un finale diverso.

ninin

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Di Goober (del 06/05/2006 @ 05:02:12, in cinema, linkato 1972 volte)
Titolo originale
The Green Mile
Produzione
USA
Regia
Frank Darabont
Interpreti
Tom Hanks, David Morse, Michael Clarke Duncan, Michael Jeter
Durata
188 minuti

Louisiana, 1935. Paul Edgecomb (Tom Hanks) era capo delle guardie del braccio della morte nel penitenziario di Cold Mountain. La prigione era chiamata “Il miglio verde” a causa del pavimento, verde per l’appunto, che conduceva verso la sedia elettrica i condannati.
Nonostante Edgecomb svolgesse il suo mestiere da diversi anni, non conobbe mai in tutta la sua vita una persona come John Caffey ( Michael Duncan), un gigante nero condannato a morte per lo stupro e l’omicidio di due gemelline di nove anni.
L’arrivo del nuovo prigioniero, dotato di una forte sensibilità e di un potere soprannaturale, in grado di curare le malattie, getteranno sull’intero carcere un senso di umanità mai provata prima, facendo in modo di far accadere i miracoli anche in questo luogo impensato.
Questa voltaStephen King, il maestro dell’horror, da cui è tratto il racconto, ci conduce all’interno di un penitenziario dove nessuno è quello che sembra e dove gli orrori sono rappresentati non dai soliti vampiri, zombie e mostri vari, come ci ha abituati in molti dei suoi libri, ma assumono le sembianze di gente apparentemente comune. Lo scrittore, dimostra inoltre,- come probabilmente non era mai accaduto prima-, di avere un cuore d’oro, regalandoci questa fiaba drammatico-soprannaturale.
Dopo l’ottima pellicola d’esordio, “Le ali della libertà”, (sempre tratto da un racconto di King ), Frank Darabont, si ripresenta al grande pubblico, ancora una volta con una storia ambientata in un carcere, dimostrando di voler mirare ancora più in alto. Nonostante alcune pecche, il regista, ha il grande merito di farci: commuovere, soffrire, ridere, sperare e indignare. Sentimenti che solo un grande regista riesce a trasmettere in un unico film. Inoltre, egli riesce a non farci pesare le oltre 3 ore di pellicola, anzi, la trama si srotola in modo lineare e piacevole, senza improvvisi cambi di registro, come a scandire ed evidenziare il lento ma inesorabile passaggio del tempo nel braccio della morte; permettendo così al Miglio Verde, di essere considerato uno dei lungometraggi più interessanti dell’intera stagione 1999. (Non a caso ha ottenuto 4 nomination, fra cui quella di miglior film e miglior attore non protagonista).
Per contro, l’intenzione di affrontare così tante tematiche, si è rivelata, probabilmente, una scelta un po’ presuntuosa, non riuscendo a centrare fino in fondo le premesse originali, donando così alla pellicola un senso di incompiutezza.
Nonostante questo, il film è nel complesso molto godibile e merita di essere visto, dato che rappresenta, a mio parere, una delle migliori trasposizioni mai realizzate dai romanzi di Stephen King.

Goober

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Di slovo (del 05/05/2006 @ 05:06:15, in musica, linkato 1517 volte)
Artista
U2
Titolo
How to Dismantle an Atomic Bomb
Anno
2004
Label
Island/Universal

Qualche giorno prima della release mondiale di questo album, Bono facendosi portavoce del gruppo dichiarava alla stampa musicale una sorta di patto non scritto con i fans che suonava pressapoco così: “loro comprano gli album degli U2 e in cambio noi non facciamo dischi di merda”.
Smargiassate da rockstar a parte, resterebbe da stabilire cosa sia merda e cosa no. Se per merda si intende tutto ciò che fa storcere il naso al fan degli U2 più tradizionalista, allora “How to Dismantle an Atomic Bomb” conferma in toto le promesse del vocalist ... è palese l’intenzione di procedere sulla falsariga del penultimo “all that you can’t leave behind” (2000) anche se sarebbe più veritiero parlare (in entrambi i casi) di ritorno alle origini; le contaminazioni tecno-rock di “zooropa” (1993) e “pop” (1997) avevano lasciato l’amaro in bocca a più di un affezionato ... sarà sembrato loro più saggio tornare a fare quello che sanno fare meglio: pop-rock appassionato e (soprattutto) scala-classifiche. Effettivamente la band confeziona qualche brano notevole: ”vertigo” su tutte, dal tiro irresistibile, “miracle drug” e “city of blinding lights” in cui si rivivono i fasti del periodo “joshua tree” (1987), e “love and peace or else” riminiscente del rock-blues di “rattle and hum” (1988) ... ma è un po’ poco per chiudere in positivo il bilancio di un album, soprattutto quando il resto è decisamente trascurabile: “all because of you” ad esempio, un immonda riscaldatura di manierismi o “yahweh” che passa senza lasciare traccia, né di sé, né della manciata di canzoni che la precedono.
Il peggior difetto (o il maggior pregio potrebbero ribattere alcuni) di HtDaAB è il suo essere essenzialmente una summa del percorso già battuto dalla band: probabilmente graditissimo ai fans di vecchia data, potrebbe risultare stantio e poco stimolante a chi, come me, aveva visto nelle sperimentazioni degli anni ’90 un tentativo di non ripetersi e oltrepassare un sound divenuto marchio di fabbrica, attitudine che differenzia l’artista ispirato dal semplice mestierante.

slovo

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Di Namor (del 04/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1291 volte)
Artista
David Gilmour
Titolo
On an island
Anno
2006
Label
Capitol

Al compimento dei suoi 60 anni David Gilmour si regala l’uscita del suo ultimo lavoro da solista, non una coincidenza ma una scelta voluta, come quella di dire addio definitivamente ai Pink Floyd, dato che, dopo la riunione del live 8 si parlava di un loro probabile rientro nella scena musicale niente di meno che con il loro amico-nemico Roger Waters. Ma non è così, il vecchio leone non ha più voglia di sentire la pressione di tour impegnativi e le aspettative di un pubblico abituato ad essere molto esigente con la sua vecchia band. Il titolo del cd che ha influenzato fortemente le sonorità, è tratto dall’isola di Costellorizio situata tra la Grecia e la Turchia dove, in un suo soggiorno con amici, Gilmour dice di aver trovato la giusta ispirazione per scrivere “On an island”. I musicisti che collaborano con lui sono: Phill manzanera, Robert Wyatt, Rick Wright, Graham Nash, David Crosby e, autrice di molti dei testi dell’album, la moglie Polly. Da questo connubio nasce un cd molto intimista e personale, infatti molti dei pezzi sono stati registrati in casa di Gilmour stesso, suonando da solo molti strumenti come ad esempio il sassofono che si ascolterà nella quinta traccia “Red sky at night”. Il pezzo di apertura “Castellorizon” (che prende il nome dell’isola) è completamente strumentale dove David con un bellissimo assolo finale ci da un assaggio di quello che ci attende; segue senza stacco il brano che da il titolo all’album accompagnato dai cori di due super ospiti: Nash e Crosby i maestri della west coast, a mio parere uno dei più belli. Nel brano “The Blue” a cantare insieme a Gilmour è Rick Wright: la seconda voce e tastierista dei Pink Floyd; la quarta traccia è “Take a breath” pezzo che, dal sound metallico della sua Gibson, si intuisce che è la più rockettara dell’album; altro brano degno di nota con incursione nel mondo blues (vecchia maniera) è il rock-blues dal titolo “This heaven”. I restanti pezzi non sono da meno, la sognante “Then in my close” e la ballata finale che chiude l’album “Where we start”. La vena Floyd è presente (sfido, è stata la voce e chitarra della band) ma questo non deve e non può sovrastare il vecchio leone che, con la sua voce cristallina ed i suoi virtuosismi alla chitarra (dettati da un tocco di corde che lo ha reso unico), ci ricorda che lui e il grande David Gilmour. “On an island” non è il classico album da colpo di fulmine anzi, ai primi ascolti può risultare addirittura noioso, a tal punto da riporlo nella sua custodia ed esclamare soldi buttati… per quanto mi riguarda la prima volta che l’ho messo nel mio lettore per ascoltarlo mi sono addormentato sul divano!!! Mi sono detto, ma come è possibile che Gilmour abbia realizzato una cosa del genere? Ma sbagliavo…ho caricato il mio mp3 e, con l’ascolto prolungato, l’ ho apprezzato sempre di più, quindi insistete e vedrete che l’album non sfigurerà nella vostra raccolta di cd musicali.

Namor

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Di Darth (del 03/05/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1213 volte)
Titolo originale
The Chronicles of Narnia: The Lion, the Witch and the Wardrobe
Produzione
USA 2005
Regia
Andrew Adamson
Interpreti
Jim Broadbent, Tilda Swinton, Anna Popplewell, William Moseley, Skandar Keynes, Georgie Henley
Durata
140 minuti

Che tristezza! Ho affittato “Le Cronache di Narnia” sicuro di vedere un film sullo stile de “Il Signore degli anelli” e mi sono ritrovato a guardare una favoletta per bambini, noiosa, dal ritmo blando, scontata e con molte scene praticamente identiche al capolavoro di Tolkien diretto da Peter Jackson. Questa è stata la mia prima impressione, poi ho voluto andare più a fondo, capire cosa hanno sbagliato nella realizzazione di quest'opera: per prima cosa, ho scoperto che non posso incolpare solo il regista, dato che il film in questione è effettivamente una fedele trasposizione su pellicola del libro di Clive Staples Lewis “Il leone, la strega e l’armadio” del 1950, il primo dei sette libri che compongono “Le cronache di Narnia” ma, benché Tolkien e Lewis fossero amici e scrivessero entrambi storie fantasy nello stesso periodo, quest’ultimo si rivolgeva ad un pubblico più giovane e oltretutto, essendosi convertito al cristianesimo in età adulta, ha farcito i suoi romanzi con molti (troppi) riferimenti teologici: il più evidente nel racconto in questione è la morte \ resurrezione del leone Aslan. Da queste premesse suppongo che il problema maggiore di quest’ opera stia nel fatto che guardando da adulti nel 2006 un film che ha una sceneggiatura tratta da un libro per bambini del 1950, si abbia quella sensazione di “già visto” e non si trovi niente di innovativo. La storia narra di quattro fratelli di Londra che durante la seconda guerra mondiale vengono mandati, per la loro incolumità, a soggiornare in una magione di campagna e lì, giocando a nascondino, trovano un armadio enorme che per magia conduce a Narnia. In questo mondo fantastico totalmente ricoperto di neve e ghiaccio per colpa della classica strega cattiva, i fanciulli incontrano vari personaggi fantasy che li accolgono a braccia aperte e li mettono a conoscenza della profezia che vuole due figli di Adamo e due figlie di Eva (altra citazione biblica) come futuri sovrani dopo che avranno salvato Narnia dal giogo della regina bianca. Saputo questo, per prepararsi alla battaglia, visto che gli elfi che fanno regali li ha già usati il suo amico Tolkien, appare dal nulla e senza spiegazioni nientemeno che BABBO NATALE che regala ai quattro delle armi nuove di zecca con cui fare la guerra alla strega (ma è Santa Claus o G.W. Bush?). Una volta armati, si incamminano alla ricerca di Aslan il leone, ex sovrano di Narnia, l’unico che può aiutarli… nel mentre Edmund (il terzogenito) tradisce i fratelli per aiutare la maliarda, poi si accorge di aver commesso un errore e torna sui propri passi per essere perdonato dal resto della famiglia (altri richiami alle Sacre Scritture). A quel punto arriva l’apice del ridicolo, e questa è tutta colpa della distribuzione italiana: l’incontro dei protagonisti con il mitico Aslan; esce imponente dalla sua tenda, guarda i quattro ragazzi, cresce la tensione, sono tutti in attesa di sentire che perle di saggezza usciranno da quelle fauci e… si mette a parlare con una voce ridicola, in italiano stentato, senza forza e senza enfasi! Hanno affidato il doppiaggio, per non si sa quale ragione, a Omar Sharif! Ho guardato la versione originale, l’interpretazione di Liam Neeson rende non cento, ma mille volte meglio la “forza” e la “calma” che si addicono ad un personaggio così carismatico; noi abbiamo “sua maestà” con la voce del giullare di corte. Trovato il leone con la voce da buffone comincia la battaglia contro le orde di trolls al servizio della strega, fino al finale più scontato che ci si possa immaginare. Ultima critica, i personaggi: dei quattro bambini l’unica che riesce quasi ad essere all’altezza del ruolo è Georgie Henley (Lucy), gli altri non trasmettono nessuna sensazione allo spettatore (tranne forse l'antipatia); mentre l’interpretazione di Tilda Swinton nel ruolo della regina bianca, secondo me, è l’unica cosa positiva di questo film.

Darth

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Di kiriku (del 02/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1517 volte)
Artista
Fela Kuti
Titolo
The best of the black president
Anno
1999

Questa è un album che tenta di raccogliere il meglio di Fela Kuti, un artista che ha prodotto più o meno settanta album e che si può tranquillamente definire il più grande musicista africano di sempre. Tutte le forme di musica nera contemporanea, dal funk all’elettronica, hanno attinto e attingono dalla sua musica. Ma oltre ad essere stato un grande musicista è anche ricordato come uno dei personaggi che ha combattuto contro la corruzione e la dittatura del suo paese. Non era ben visto dal regime autoritario nigeriano, non solo per il suo impegno politico, ma anche per le sue dichiarazioni sul sesso, sull’uso delle droghe e sulla religione. Fu arrestato più volte e torturato per le sue idee, fondò una comune che chiamò Kalakuta, che venne chiusa in seguito dall’esercito con la violenza (in quella occasione gli uccisero la madre e lo picchiarono a sangue). Anni più tardi formò anche un movimento politico, MOP (Moviment of the People ), che non ebbe successo per le repressioni subite dal governo del suo paese. Tutte queste esperienze e tante altre le ritroviamo nella sua musica e in parte in questa raccolta dove si ha la possibilità di ascoltare il suo stile innovativo che mette insieme il jazz, il soul ed il funk; dando vita a una forma musicale a cui viene dato il nome di afro-beat. Ascoltando questo cd non si può non essere travolti dal ritmo che a volte diventa ossessivo, quasi visionario, ma che allo stesso tempo è pregno di sensualità e rabbia. I suoni sono quelli dell’africa più nera e primitiva che ritrovano nuova vita nel genio di Fela Kuti, che, con la sua arte, riesce a dare voce al popolo africano che lotta per la propria libertà. Il suo funerale (avvenuto nel 1997), al quale hanno partecipato un milione di persone, è una dimostrazione di quanto il musicista abbia saputo incarnare i bisogni e le speranze della sua gente. Questo doppio cd anche se non è in grado di racchiudere tutto il suo percorso musicale, ci dà comunque l’occasione di ascoltare due ore di ottima musica che ci fanno comprendere la grandezza di questo artista. Volendo esiste anche un video documentario sulla sua vita che si intitola Music is the weapon, che consiglio di vedere perché all’interno sono contenute delle interviste che ci danno la possibilità di conoscere meglio colui che si faceva chiamare il presidente nero. Non mi rimane che augurarvi un buono ascolto!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 01/05/2006 @ 05:00:00, in redazione, linkato 1790 volte)


IL DIRETTIVO DEL BLOG

AUGURA A TUTTI UN BUON "1 MAGGIO"

E FA TANTI AUGURI AL SOCIO "KIRIKU".

(nell'immagine: "L'oratore dello sciopero" di Emilio Longoni, 1891)

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Di ninin (del 30/04/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1514 volte)
Titolo originale
The wild
Produzione
USA 2006
Regia
Steve 'Spaz' Williams
Interpreti
Ricky Tognazzi (il leone Samson), Luciana Littizzetto (la giraffa Bridget)
Durata
94 minuti

La fortuna di essere un papà mi porta spesso a seguire i film di animazione (ma che bella scusa! : - D ) e quello che ho seguito in uno di questi ultimi pomeriggi è stato appunto “Uno zoo in fuga”. Voglio essere subito chiaro, ero prevenuto su quest’ ultimo perché pensavo seguisse la falsa riga di Madagascar, uno degli ultimi lungometraggi della Dremworks; ma non è stato così… la trama ricorda anche altri cartoni animati! C’è il solito zoo nella grande mela, un leone che ricorda molto Mufasa (Il re leone) anche se questo re (chiamiamolo così) è un po’ racconta frottole e cerca di farsi bello per non essere sminuito dai compagni e soprattutto dal figlio (qua ricorda Lilli & il vagabondo 2). Alla sera, dopo la chiusura, ha luogo la finale di curling tra i pinguini e il re Samson con i suoi amici (questa è molto bella), il figlio del re, di nome Ryan, disubbidendo al padre, si ritrova dopo vario gironzolare, a riordinare le idee in un container che per sua sfortuna è in partenza per la savana africana. Succede così che nell’intento di recuperare il cucciolo felino partito involontariamente, ha luogo una spedizione di salvataggio per il continente nero organizzata dal padre, con il koala Nigel (zimbello di tutti per colpa di un gadget dello zoo), l’anaconda Larry, la giraffa Bridget (doppiata in chiave molto ironica dalla Littizzetto) e lo scoiattolo Benny, follemente innamorato di Bridget. Prima che il gruppo di animali prenda possesso di una piccola imbarcazione per correre in aiuto del cucciolo disperso, è da seguire una scena nelle fogne di New York con due alligatori con accento siciliano davvero esilarante. Nel complesso il film è piacevole ed ha una animazione, con i paesaggi della metropoli e dell’ambiente africano, a dir poco perfetti; per non parlare dei due felini che alcune volte sembrano veri. Il format finalmente sembra essere tornato ad un livello più comprensibile per i piccoli.

ninin

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Di lele (del 29/04/2006 @ 06:07:50, in musica, linkato 1372 volte)
Artista
The Dresden Dolls
Titolo
Yes, Virginia
Anno
2006
Label
Roadrunner Records

I Dresden Dolls sono solo in due: Amanda Palmer e Brian Viglione, ma hanno la potenza di una band intera. Lei canta e suona il piano come un’ossessa, lui truccato da clown pesta la batteria così forte e così perfettamente che tu spettatore/ascoltatore rimani lì imbambolato e non sai più chi dei due guardare. Dal vivo sono davvero spettacolari, la mancanza del basso e della chitarra elettrica passa in secondo piano perché i due riescono a riempire tutti gli spazi sia con lo show che con la musica, che è stata definita cabaret-punk. In effetti prendono molto spunto dal cabaret tedesco degli anni ’20 mescolando poi parti jazz e punk.
Il loro primo disco è di due anni fa e appena l’ho sentito mi ha veramente messo bene, sia l’ascolto dei pezzi che l’odore di novità che stavano portando nella puzza di miseria melodica dei gruppetti che senti e vedi in giro ultimamente. Adesso è uscito il secondo album ed è bello ed entusiasmante quanto il primo, meno malinconico e ancora un po’ più punk. Qui forse manca un pezzo come “coin-operated boy” che li ha fatti conoscere al pubblico dando loro una bella dose di fortuna, persino mia figlia di tre anni quando passa questa canzone si riempie di felicità e la canticchia a modo suo. I Dresden Dolls mettono proprio d’accordo grandi e piccoli, però italiani o che non capiscono l’inglese … infatti certi testi dell’ultimo lavoro non sono propriamente adatti alle famiglie e la censura, specie in USA, è già in agguato su canzoni come “first orgasm” e altre. Amanda Palmer ha un carisma veramente particolare e una voce caldissima, in certi pezzi mi ricorda Siouxie dei primi periodi: quelli di “Icon” o “Join hands”, in certi altri ricorda Tori Amos. Di una donna così ci si innamora comunque subito, nonostante lei dica di depilarsi ascelle e gambe e di truccarsi solo quando le viene voglia. Al posto delle sopraciglia ha due splendidi tatuaggi (da lì si può capire quanto possa essere pigra sul make-up) e i vari completini e reggicalze che usa sul palco la rendono davvero affascinante.
Insomma riesco solo a dire bene di questo duo di Boston e di consigliarne l’ascolto e la visione a tutti. Per chi non riuscirà a vederli dal vivo c’è uno splendido dvd che si intitola “Paradise”.

lele

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Di slovo (del 28/04/2006 @ 06:05:00, in musica, linkato 2307 volte)
Artista
The Sound
Titolo
Jeopardy
Anno
1980
Label
Korova

può succedere … che talento e capacità non vengano riconosciuti dal grande pubblico, succede che carriere più che dignitose passino così, come un suono coperto dal boato ... al suono dei The Sound (perdonatemi il gioco di parole) per qualche incomprensibile ragione è toccata questa sorte. Ancora più incomprensibile se si considera questo ottimo debutto datato 1980.
Stilisticamente parlando, “Jeopardy” segue l’onda del post-punk inglese dell’epoca, con la tipica dorsale cupa ed ombrosa che attraversa tutto il disco, dai momenti più energici (“heartland”, “heyday”) a quelli più introspettivi (“desire”). La (sotto)produzione, conseguenza di un budget limitato, è scarna ed essenziale … niente di meglio per mettere in risalto le particolarità dei singoli membri. Adrian Borland (chitarra e voce) non è ciò che si può definire un virtuoso ma non importa, il suo cantato viscerale, a volte disperato (“missiles” è un pugno allo stomaco) serve allo scopo: farci scivolare dentro i meandri di una mente sofferente, così freddamente analizzata dai suoi testi (“left all alone, I'm with the one I most fear” / “lasciato solo, sto con colui che temo di più”). L’uomo dietro ai synth è Bi Marshall, (in “words fail me” anche al sax) i suoni che escono dalle sue macchine sono algidi, asettici come bisturi che sembrano sondarci l’anima … riempiono spazi con interventi minimali, autoeleggendosi a componenti insostituibili della pasta del gruppo (si pensi a cosa sarebbe la bellissima “unwritten law” senza quel semplicissimo accompagnamento di tastiere).
La qualità dei brani si mantiene alta praticamente per tutto il disco, con qualche impercettibile caduta di tono, del resto inevitabile. “Jeopardy” è un capolavoro di consapevole pessimismo, la psicoanalisi di uno svantaggio terminale, il riuscito affresco delle sponde oscure … presenti, ineluttabili, affascinanti.

slovo

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Di Namor (del 27/04/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1429 volte)
Titolo originale
Il mio miglior nemico
Produzione
Italia 2005
Regia
Carlo Verdone
Interpreti
Carlo Verdone, Silvio Muccino, Ana Caterina Morariu, Agnese Nano, Paolo Triestino, Corinne Jiga, Sara Bertelà, Leonardo Petrillo
Durata
115 minuti

Dopo 15 mesi di scritture, gli sceneggiatori Verdone, Muccino, Plastino, Ranfagni creano il copione del film, Il mio miglior nemico candidato a 12 premi David di Donatello (senza vincerne però neanche uno). Commedia tragicomica con un Carlo Verdone strepitoso, espressivo nella mimica facciale e veritiero nel ruolo del personaggio sfigato, (interpretato anche di recente in Manuale d’amore di Veronesi), e un Muccino ancora acerbo, ma che fa della spontaneità la sua arma vincente. Una pellicola che sottolinea la differenza generazionale dei due protagonisti, evidenziando l’assenza della figura paterna nel giovane Muccino, e la mancanza di comunicazione del Verdone padre. Achille de Bellis (Verdone) direttore di una famosa catena di alberghi, di proprietà della moglie e del cognato Augusto, licenzia una cameriera, la madre di Orfeo, (Muccino) per il furto di un pc portatile. Questo é l’inizio della sua odissea che lo porterà a scontrarsi con il giovane, il quale, inizialmente tenta di far riassumere la madre, (con notevoli problemi di depressione) ma non riuscendo a convincere il rigido direttore, gli dichiara guerra deciso a vendicarsi rovinandogli la vita. Ma non ha fatto i conti con il destino che beffardo a sua insaputa lo fa innamorare di Cecilia la figlia del suo nemico. La guerra si sa, lascia le sue vittime, e da questo incontro-scontro con fallimento reciproco, i due nemici sono costretti ad allearsi per recuperare il rapporto di padre-figlia-fidanzato, dando inizio alla seconda parte del film, on the road che li proietterà in giro per l’Europa alla ricerca del loro riscatto personale.

Namor

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Di Darth (del 26/04/2006 @ 05:01:48, in cinema, linkato 6253 volte)
Titolo originale
Mickybo & Me
Produzione
Irlanda 2004
Regia
Terry Loane
Interpreti
John Joe McNeill, Niall Wright, Julie Walters, Ciaran Hinds, Adrian Dunbar, Gina McKee
Durata
90 minuti

Negli anni ’70 Belfast era una città divisa; cattolici da una parte, protestanti dall’altra, attentati terroristici quotidiani e l’esercito a presidiare la città nel vano tentativo di limitare i disordini: in quest’ ambientazione storica si svolge la trama di Mickybo & me. E’ la storia di due bambini di 9 anni chiamati da tutti MickyBo e JohnJo che, nonostante la loro differenza sociale e religiosa (MyckyBo è di famiglia protestante e povera, JohnJo cattolica e benestante), indifferenti ai problemi razziali, alla pazzia che li circonda, alle esplosioni e all’odio che i ragazzi del quartiere hanno per loro, diventano amici per la pelle. In un cinema di periferia si ritrovano a vedere Butch Cassidy and The Sundance Kid (1969) con i mitici Paul Newman e Robert Redford ad interpretare i due noti rapinatori di banche; i due fanciulli rimangono talmente colpiti dal fascino dei due arditi fuorilegge fino al punto di volerne emulare le gesta. Cominciano quindi a commettere furtarelli in giro per Belfast e, incuranti del pericolo che li circonda, trasformano la città nel loro campo giochi fino ad entrare in possesso di una vera pistola, rubata assieme ad una gamba di legno (???) durante il furto in un appartamento. Sempre inseguendo il mito di Butch e Sundance, la successiva mossa dei due protagonisti è quella voler lasciare la città per andare in Australia a godersi la vita, lontani dalla loro difficile situazione familiare e da quel paese pieno d’odio; a quel punto scappano di casa, rubano una bicicletta e tentano la rapina ad una banca con una pistola ad acqua! Assolutamente da gustare la scena del “mani in alto!”. Il loro viaggio li porta, senza accorgersene, ad attraversare il confine con l’EIRE, dove incontrano poliziotti che girano disarmati, cosa per loro inconcepibile, e le affermazioni “qui le pistole le usiamo solo per andare a caccia” e “su da voi ne avete anche troppe di armi” mettono in luce la differenza di vita che potevano avere i due figli d’irlanda se fossero nati a Dublino anziché a Belfast. Il film è davvero molto bello, bravissimi i due piccoli attori, pieno di risvolti sull’amicizia, sull’odio religioso, su pagine di storia lette con l’ingenuità di due bambini; il finale poi è davvero stupendo, non è un lieto fine, non è strappalacrime… è un finale vero, come vera è la storia di Butch Cassidy and The Sundance Kid.

Darth

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