BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di kiriku (del 25/04/2006 @ 00:02:59, in musica, linkato 1262 volte)
Artista
Monty Alexander
Titolo
Stir it up
Anno
1999

La prima volta che ho ascoltato questo cd erano le tre del mattino e mi trovavo in un locale dove sono solite ritrovarsi tutte quelle persone che non hanno voglia di tornare a casa. Ero gia alla quarta birra e, avvolto dal fumo delle sigarette e dalle grida di improbabili giocatori di freccette, mi accingevo ad ordinare la quinta. Ed è proprio in quel momento che la proprietaria inserì il cd “ Stir it up” di Monty Alexander. Devo ammettere che non avevo mai sentito nominare questo pianista e sinceramente un po’ me ne vergogno, visto che ha suonato con gente del calibro di Dizzy Gillespie, Clark Terry, Sonny Rollins e Quincy Jones oltre ad avere realizzato una cinquanta di album tra i quali appunto “Stir it up” inciso nel 1999. In questo album l’artista si mette alla prova, proponendo le canzoni rese immortali da Bob Marley come ad esempio, “Is this love?”, “I shot the sheriff”, “No woman no cry” e altre (in tutto dodici). Devo dire che Monty Alexander è riuscito ad interpretare i brani dell’artista giamaicano in maniera davvero originale, fondendo insieme la musica reggae con quella jazz, contribuendo così a rendere ancora più grande il mito. Il fatto che lui stesso sia giamaicano e che sia anche un grande conoscitore dei suoni della sua terra lo hanno sicuramente aiutato a produrre un’opera piacevole fin dal primo ascolto senza per questo perdere lo spessore di un prodotto importante. Ascoltando questo album ci si rende conto che l’artista non si è risparmiato, ha interpretato canzoni come "Jamming", "Could you be loved" alla pari degli standard più classici, riconoscendo così a Bob Marley di essere stato uno dei musicisti più importanti del secolo. Insomma una raccolta che vale la pena comprare, soprattutto perché ci dà la possibilità di avvicinarci ad un genere musicale, il jazz, che non sempre è così immediato e di facile comprensione. Così quella sera prima di tornare a casa ho passato ancora settanta minuti ad ascoltare questo piccolo capolavoro e a bere birra, tanta quanta ce ne sta in un cd.

kiriku

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Di nilcoxp (del 24/04/2006 @ 04:05:06, in musica, linkato 2670 volte)
Artista
Vinicio Capossela
Titolo
Ovunque Proteggi
Anno
2006
Label
Wea

Parlare di Vinicio Capossela non è facile. Come condensare in poche righe un lavoro così intenso come quest’ultimo suo album? Non è facile. Potrei parlarvi per cominciare delle collaborazioni importanti: Mario Brunello (violoncello), Roy Paci (tromba), Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni (piano), Ares Tavolazzi (contrabbasso), Gak Sato (all’elettronica). Potrei parlarvi dei testi: complicati e mai ovvi, pregni di un misticismo continuamente bilanciato da altrettanta materialità. Potrei parlarvi della musica: tanti stili diversi piegati alle esigenze dell’autore, il quale non volendosi sedere sugli allori del precedente album (“Canzoni a manovella”) ha continuato nella sua ricerca e rischiosa sperimentazione. Potrei dirvi quindi che ne è uscito un album diviso sostanzialmente in due parti: a una prima scoppiettante ed energica ne segue una seconda calma e riflessiva (ma è vero anche il contrario: a una prima scoppiettante e riflessiva ne segue una seconda calma ed energica). Potrei menzionarvi qualche titolo, e dirvi che non tutte le canzoni sono "all'altezza", ma preferirei foste voi a scoprirlo. Potrei enunciarvi ancora tante cose, ma la sostanza non cambierebbe. Questo è un album della follia, equilibrata nella qualità. E’ da ascoltare, ma soprattutto da vedere, perché si può considerare un album “coreografico” e “teatrale”. Capossela visto una volta in concerto lo si comprende molto di più che dal solo ascolto dei suoi brani, e se poi a qualcuno non dovesse piacere… Pazienza! A me è piaciuto molto.

nilcoxp

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Di ninin (del 23/04/2006 @ 10:20:00, in cinema, linkato 1304 volte)
Titolo originale
Inside man
Produzione
USA 2006
Regia
Spike Lee
Interpreti
Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Willem Dafoe
Durata
129 minuti

Nuova opera di Spike Lee, ambientata nella caotica New York dei giorni nostri. La pellicola inizia con il volto in primo piano di Dalton Russell (Clive Owen) il quale fa un monologo sulla rapina perfetta e spiega chi_come_dove_cosa_quando e perché deve essere escogitata. Quattro rapinatori irrompono in una sontuosa banca, stile decò, camuffati da imbianchini e, disattivando le telecamere con flash a infrarossi, vi si insediano. All’interno della stessa vi sono in quel momento una cinquantina di persone che passano da normali clienti ed impiegati ad ostaggi e, passato il panico, vengono costretti ad indossare anche loro tuta e maschera… nessuna differenza, nessuno è diverso dall’altro, nessuno può essere riconosciuto, il piano è perfetto! La squadra a cui è affidato il caso è diretta dal capitano Darius (Willem Dafoe) a cui fa seguito il negoziatore Keith Frazier (Denzel Washington). Frazier è un detective sfortunato a cui viene attribuito un brutto affare di riciclaggio di cui non ha colpa, per sua fortuna però il suo collega più benvoluto è in vacanza e quindi, anche se malvolentieri, gli affidano questo delicato incarico. A questo punto dopo i primi negoziati con i malviventi, in un altro ufficio, entra in scena il fondatore della banca Arthur Case (Christopher Plummer), un uomo tutto d’un pezzo, scaltro e avido che nasconde qualcosa… qualcosa che nessuno deve conoscere… e l’ha nascosta in una cassetta di sicurezza della banca, nella quale si sta svolgendo la rapina. Per riuscire a tenere lo scheletro ancora nascosto nell’armadio (anzi nella cassetta), Case si rivolge ad un avvocato Madeleine White (Jodie Foster), una per cui niente è impossibile e la incarica di trattare con i rapinatori. Molto belli i cambi di scena alla Lee e la mescolanza delle carte tra buoni e cattivi. Divertenti gli interrogatori sui coinvolti, a cui va aggiunto durante una negoziazione un quesito del capobanda alla polizia che scatena un simpatico dibattito. Non c’è da perdersi una sola battuta di questo poliziesco… ed il finale è una sorpresa!

ninin

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Di slovo (del 22/04/2006 @ 08:40:39, in musica, linkato 1543 volte)
Artista
Tears for Fears
Titolo
Raoul and the Kings of Spain
Anno
1995
Label
epic/Sony Music

Quinto album di inediti nella discografia dei Tears for Fears, il secondo dopo la dipartita del co-fondatore Curt Smith. In effetti sarebbe più corretto pensarlo come il secondo lavoro solista di Roland Orzabal, rimasto unico detentore del marchio TFF. Questi scelse il chitarrista Alan Griffiths come partner musicale (co-autore e produttore), con l’intento di trasferire un sound più rock nel nuovo disco, sperando forse che un rinnovamento stilistico gli evitasse le sorti delle molte formazioni new-wave anni ’80 affossate dalle nuove tendenze.
“Raoul and the Kings of Spain” (questo misterioso titolo dovrebbe richiamare un tema conduttore di ispirazione ‘iberica’ che però si palesa solo episodicamente negli arrangiamenti, nei testi o al limite nell’ artwork del cd) è un lavoro con molte buone intuizioni ma non del tutto riuscito, dai toni pessimistici e rassegnati, caratterizzato dall’accostamento di meri riempitivi (“don’t drink the water”, “sorry”) a vere e proprie punte di eccellenza nel repertorio TFF. Le troviamo nei momenti di più ampio respiro: la ballad “secrets” dal perfetto arrangiamento e voce in splendida forma, “sketches of pain” costruita su raffinati intrecci di chitarra acustica e innesti flamenco, la splendida “me and my great ideas” (in duetto con la vocalist Oleta Adams) o nella title-track, che apre il disco a colpi di power-chords, quasi a dichiarare gli intenti rock di cui si parlava prima. In mezzo a questi estremi troviamo brani di media caratura che lasciano intuire la direzione intrapresa da Orzabal … assieme al dubbio se sia davvero arrivato da qualche parte: “los reyes catolicos”, “falling down”, “humdrum and humble”…
Purtroppo il disco passò mediaticamente inosservato (rimanendo ad oggi il loro disco meno noto)... questo, unito allo scarso riscontro commerciale, suggerì che era arrivato il tempo per i TFF di ritirarsi elegantemente dalla scena. cosa che in effetti avvenne, prima dell’improbabile reunion del 2004. E’ tuttavia un album da riscoprire, se non altro da parte degli amanti del pop d’autore intelligente e non banale, di cui tanto difetta la scena musicale, oggi come allora.

slovo

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Di Namor (del 21/04/2006 @ 08:30:00, in cinema, linkato 1282 volte)
Titolo originale
King Kong
Produzione
Nuova Zelanda / USA 2005
Regia
Peter Jackson
Interpreti
Kyle Chandler, Jamie Bell, Adrien Brody, Jack Black, Naomi Watts
Durata
180 minuti

Quando i sogni diventano realtà. Peter Jackson dopo vari rinvii finalmente gira il supertecnologico King Kong, il film che lo ha ispirato ad intraprendere la carriera da regista. Compito non facile, visto che il famoso bestione è stato il soggetto già di due pellicole (rispettivamente nel 1933 diretto da Ernest B. Schoedsack insieme ad Merian C. Cooper e nel 1976 con la regia di John Guillermin). La scelta del cast che in origine doveva essere composta da attori del calibro di K. Winslett, G. Clooney e R. De Niro, cambia poi radicalmente 10 anni dopo, stravolgendo quelli che erano i nomi inizialmente decisi dal regista, puntando su N. Watts, A. Brondly, e J. Black. Siamo negli Stati Uniti durante la grande depressione, negli anni 20 / 30 (ricostruita in maniera molto credibile da Jackson). I tempi sono duri anche per l’attrice Ann Darrow (Naomi Watts) che, pur lavorando in un teatro, non ottiene nessun compenso economico da svariati mesi e, quando anche questa teorica fonte di sostentamento viene meno, non le resta che accettare l’offerta di lavoro del megalomane Carl Denham (Jack Black, che per il ruolo si é ispirato fortemente ad un giovane Orson Wells), un regista deciso a girare un film su di un’ isola sperduta che finalmente, tra varie peripezie, completa il cast e può partire. Bene, trovata la Bella è il momento di andare dalla bestia. Ormeggiata al porto c’è la “Venture” l’imbarcazione con la quale raggiungeranno Skull Island, residenza di King Kong o meglio, l’isola di Jurassic Park, visto le molteplici creature preistoriche che ci vivono. Qui Jackson ha calcato un po’ troppo la mano con alcune scene, il combattimento di Kong contro ben tre tirannosauri appesi alle liane forse un è po’ esagerato… la scimmia ci sta che si appenda, ma il t.rex?! La fuga dei brontosauri assaliti dai velociraptor all’interno di un’ insenatura a stretto contatto con gli umani l’ho trovata ancora più assurda, per non parlare di quando lo sceneggiatore Jack Driscoll (Adrien Brody) assalito da una decina di megainsetti, viene liberato da un marinaio senza nessuna esperienza di armi da fuoco, che gli spara addosso con un mitra senza fargli neanche un graffio!!! Complimenti, neanche RAMBO avrebbe fatto di meglio!!! Nel complesso, se sorvoliamo le esagerazioni citate, il film merita la visione; specialmente se siete i fortunati possessori di un buon impianto home theatre, visto che è stato premiato con tre premi oscar: suono, sonoro ed effetti speciali.

Namor

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Di Darth (del 20/04/2006 @ 08:30:00, in cinema, linkato 3983 volte)
Titolo originale
Notte prima degli esami
Produzione
Italia 2006
Regia
Fausto Brizzi
Interpreti
Giorgio Faletti, Elena Bouryka, Nicolas Vaporidis, Sarah Maestri, Cristiana Capotondi
Durata
100 minuti

“Suona l'ultima campanella,dell'ultima ora,dell'ultimo giorno,dell'ultimo anno del liceo e per tutti i ragazzi si avvicinano i tanto temuti esami di maturità”. Inizia con questa frase il film Notte prima degli esami, con Luca (Nicolas Vaporidis) che fa quello che probabilmente tutti gli studenti hanno, almeno una volta, sognato di fare: andare dal proprio professore di italiano, Martinelli, per dirgli in faccia quello che pensa di lui: “Sei una merda”. Luca però non sapeva 2 cose: la prima è che il prof. Martinelli era stato appena inserito nella commissione d’esame per sostituire un collega; la seconda è che si sarebbe innamorato della figlia. Voglio essere sincero, quando mi hanno proposto di andare al cinema a vedere Notte prima degli esami volevo rifiutare, non sono un appassionato di commedie italiane sullo stile “Neri Parenti” e, visto che il regista di quest’opera è lo sceneggiatore di tutti gli ultimi “Natali” (sul Nilo, in India, a Miami… ) ero molto prevenuto; se non era per gli amici che hanno insistito non ci sarei andato… e avrei fatto male! Il film prosegue con una sequenza di situazioni e battute simpatiche, decisamente meno demenziali e volgari di quanto mi aspettassi; avvalorato per chi come me li ha vissuti, da una buona ricostruzione degli usi e costumi del 1989, anno in cui si svolge la trama: dai poster di “Palombella rossa” e “Sposerò Simon Le Bon” alla presenza in TV di Gorbaciov e Reagan, alla musica anni ’80, a tanti altri piccoli accorgimenti che aiutano a ricordare quei giorni. Bella la scena dove un amico di Luca abbandona la ragazza con cui ci stava “provando” perché deve andare a ballare il suo disco preferito: "Gioca Jouer" di Claudio Cecchetto! Oppure la citazione: “non c’è niente che tiri su di morale come una puntata di Colpo Grosso”. Insomma, l’opera prima come regista di Fausto Brizzi non è certo un capolavoro, ma è un film carino, ben realizzato, con attori discreti: su tutti Giorgio Faletti (Il prof. Martinelli), che non avrei mai immaginato così a suo agio davanti alla macchina da presa. Auguriamoci che il successo ottenuto con questa pellicola faccia rinunciare Brizzi dallo scrivere altre scempiaggini da far dirigere a Neri Parenti e continui su questa strada.

Darth

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Di kiriku (del 19/04/2006 @ 06:19:01, in cinema, linkato 2295 volte)
Titolo originale
Alla luce del sole
Produzione
Italia 2005
Regia
Roberto Faenza
Interpreti
Luca Zingaretti, Alessia Goria, Corrado Fortuna, Giovanna Bozzolo
Durata
89 minuti

Un’ape cinquanta sgangherato si muove tra le strade desolate del quartiere del Brancaccio (periferia di Palermo), con a bordo dei ragazzini che trasportano gatti da dare in pasto, ancora vivi, a dei cani da combattimento. Così comincia il film di Roberto Faenza che ci racconta gli ultimi anni di vita di don Pino Puglisi, chiamato dal vescovo di Palermo ad occuparsi di uno dei quartieri più malfamati della città, nel quale lui stesso è nato e cresciuto e dove, infine, è stato ammazzato dalla mafia il 15 settembre del 1993 (il giorno del suo compleanno). Il periodo in cui si svolge la vicenda è un periodo critico per l’Italia; Falcone e Borsellino sono stati assassinati da poco e altri attentati esplosivi sono stati eseguiti a Roma, Milano e Firenze. In questo clima di terrore don Puglisi cerca di realizzare il suo sogno: quello di riportare la cultura della legalità proprio là dove forse non è mai esistita, cercando nello stesso tempo di salvare dalla strada i bambini che, abbandonati a loro stessi, vengono reclutati come bassa manovalanza dalla malavita. Nel fare questo il prete combatte l’ignoranza e le paure della gente, che altro non sono che l’humus da cui trae linfa “Cosa Nostra”, andando cosi a minare le fondamenta sulle quali si regge tutto il sistema criminale. Faenza riesce a riprodurre abbastanza fedelmente le atmosfere di quei posti, dove la Mafia è presente in maniera così forte da arrivare a sostituirsi alle istituzioni, dove i paesaggi sono statici e dove niente si muove se non per ordine dei mafiosi stessi. Buona anche l’interpretazione di Luca Zingaretti che sembra non aver difficoltà a calarsi nel ruolo del prete. Quel che più mi è piaciuto del film è che il regista ha tralasciato la figura spirituale del sacerdote per concentrarsi di più sul lato umano di don Puglisi, che con gran coraggio ha saputo, consapevole della fine a cui sarebbe andato incontro, sfidare la Mafia a viso aperto. Film come questi servono a ricordarci che ancora oggi, nel 2006, esistono realtà inaccettabili alle quali dobbiamo opporci con fermezza, per non rendere vano il sacrificio di tutte quelle persone che hanno dato la propria vita per restituirci la dignità di camminare a testa alta. Insomma un film da vedere soprattutto per il suo valore storico.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 18/04/2006 @ 06:21:18, in cinema, linkato 1674 volte)
Titolo originale
Mare Adentro
Produzione
Spagna 2004
Regia
Alejandro Amenàbar
Interpreti
Javier Bardem, Bèlèn Rueda, Lola Duenas, Mabel Rivera, Celso Bugallo, Clara Segua, Joan Dalmau.
Durata
125 minuti

Il film racconta gli ultimi giorni di vita di Ramon Sampedro, spagnolo, che da trent’anni è tetraplegico e che ingaggia una battaglia legale per ottenere il “diritto” a morire. Dalla finestra della sua camera può solo sentire ed immaginare il mare da lui tanto amato e vissuto da giovane, quando per un tuffo sbagliato rimase invalido. Un film questo che tocca un problema spinoso e molto sentito di questi tempi: l’eutanasia. Il regista riesce a trattare quest’argomento con lucidità e passione, senza mai scadere nella retorica e nel pietismo. L’uso di primissimi piani (se non di dettagli) sui protagonisti rende molto bene l’atmosfera e gli stati d’animo degli stessi. Gli attori sono all’altezza della situazione, su tutti spicca per bravura il protagonista (Javier Bardem) che riesce con l’uso del solo volto a essere un credibilissimo tetraplegico cinquantenne. Un interpretazione eccezionale e molto intensa. A questo aggiungete il carisma del vero Ramon Sampedro e della sua grinta, qualità che ben rileviamo nella ricostruzione della sua storia, e che la valorizzano. Ma il regista non si ferma qui. Crea dei momenti nel film in cui il lirismo e la poesia la fanno da padroni, su tutti la scena in cui il protagonista sogna di alzarsi dal letto e attraverso la finestra della sua camera prendere il volo per raggiungere sulla spiaggia la donna che ama, per poterla abbracciare e baciare. Scena questa che mi ha molto scosso per bellezza e tensione emotiva. Sinceramente credo che le scelte che riguardino l’amore, la vita, la malattia e la morte, appartengano alla sfera personale di ognuno di noi. Quindi non starò in questa sede a dirvi se credo sia giusta o no l’eutanasia. Quello che è importante dire qui è che il film è bello, molto bello, l’argomento trattato è attuale e affrontato in maniera corretta, e che Ramon Sampedro tra l’altro ha anche scritto un libro di poesie intitolato “Cartas Desde el Inferno” nel quale spicca la bellissima poesia “Mare Adentro” che dà il titolo al film. Da vedere.

nilcoxp

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Di slovo (del 16/04/2006 @ 08:02:16, in redazione, linkato 4492 volte)

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Di lele (del 15/04/2006 @ 08:10:14, in musica, linkato 3182 volte)
Artista
Diaframma
Titolo
Siberia
Anno
1985
Label
IRA Records

Perché non moltissimi conoscono i Diaframma? gruppo di Firenze degli anni ‘80 contemporanei dei più famosi Litfiba? Semplice: perché Federico Fiumani per scelta non ha mai venduto l’anima al diavolo. Diavolo inteso come canzoncina commerciale. Lui ha sempre voluto procedere sulla sua linea mirata di musica per pochi ma non per tutti, e da parte nostra ci viene solo da essergli tanto grati.
Partecipare ai concerti, quasi mai affollati, dei Diaframma ti faceva sentire come un eletto. Sapere che i tuoi coetanei cantavano e ballavano magari pezzi come ‘siamo i ragazzi di oggi’ (“terra promessa” di eros ramazzotti) e tu eri lì a goderti “Siberia” o “Amsterdam” o “Delorenzo” ti faceva crescere in maniera diversa. Si, perché la poesia di Fiumani era sicuramente una bellissima medicina nei periodi bui e non a caso l’album “Siberia” rimane una pietra miliare fra i dischi italiani, uno dei dischi new wave più belli ed importanti che ci siano. Chi non lo conosce dovrebbe almeno ascoltarlo una volta, anche perché ha esercitato una enorme influenza su tutte le generazioni a venire. L’album suona molto freddo e cupo, e come dice il titolo stesso: “Siberia”, evoca il ghiaccio. Con canzoni-inno come “neogrigio”, “impronte”, “specchi d’acqua”, i Diaframma si apprestavano ad entrare nella storia della musica rock d’autore. Con questo primo album ricco di momenti di un intensità e bellezza tali da rimanere per sempre nei pensieri di tutti noi … che in quegli anni c’eravamo.

lele

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Di slovo (del 14/04/2006 @ 07:58:49, in musica, linkato 1468 volte)
Artista
David Sylvian & Robert Fripp
Titolo
The First Day
Anno
1993
Label
Virgin

Sin dagli inizi della sua carriera solista, David Sylvian ha impostato il suo percorso artistico sul terreno della sperimentazione, avvelendosi di volta in volta dei collaboratori più eclettici della scena. Robert Fripp, chitarrista più che mai avulso da catalogazione ha sempre mostrato, quando l’entità King Crimson (il “suo” gruppo) è assopita, una benevola propensione alle comunioni artistiche con i colleghi più progrediti (da Brian Eno a Peter Hamill, da David Bowie a Peter Gabriel) ... le basi per un matrimonio scintillante c’erano tutte, infatti a onor del vero il chitarrista inglese aveva già impresso la sua funambolica chitarra sulle tracce di “Gone to Earth” (1986) di Sylvian, ma è con questo “the First Day” che l’accoppiata si trova in perfetta sintonia, dando vita ad un raro caso di fusione riuscita tra pop e progressive (e altroché se questo connubio è già stato tentato, spesso con risultati deludenti).
Una solida sezione ritmica (che vede il virtuoso bassista Trey Gunn) costruisce la struttura portante su cui giocano i due amici. La voce di Sylvian, calda ed avvolgente, si impone con la solita classe senza mai perdere posatezza, insinuandosi fra la fitta rete di chitarre di Fripp, a cui è affidata tutta la parte musicale. La sua chitarra ultra-effettata è ormai dotata di tutte le mosse, all’occorrenza fornisce ritmiche funkeggianti come in “god’s monkey”, sciabolate distorte (“Brightness Falls”), o scale disarmoniche in “Jean the Birdman”. Ad alcuni brani vengono concesse lunghissime code, e sul groove di un giro di basso, nascono assoli la cui apparente semplicità sfocia presto nella psichedelica pura, e lasciatemelo dire: adoro l’idea che un uomo capace di diteggiare a velocità sbalorditive si diverta a sostenere una manciata di note … “Bringing Down the Light” chiude il disco; è il momento più ‘ambient’ dove Fripp, lasciato solo con i suoi soundscapes [il suono della chitarra, effettato fino a sembrare un synth, viene campionato e riverberato per formare un tappeto sonoro] ci fa naufragare in un arabesco di suoni di grande effetto. Un lavoro eccellente ma di non facilissimo ascolto, le connotazioni non-radiofoniche (in primis la durata) dei brani potrebbero smarrire l’ascoltatore poco allenato; semaforo verde invece agli affezionati di Sylvian e della più recente fase dei King Crimson.

slovo

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Di Namor (del 13/04/2006 @ 08:45:26, in cinema, linkato 1359 volte)
Titolo originale
Edison city
Produzione
USA 2005
Regia
David J. Burke
Interpreti
Kevin Spacey, Morgan Freeman, Justin Timberlake, LL Cool J, Dylan McDermott, John Heard, Françoise Yip
Durata
97 minuti

Wow che attori! Kevin e Morgan insieme, questo film non deve essere male! E’ quello che si esclama vedendo la locandina del film, ma purtroppo non é cosi! Il regista e sceneggiatore David J Burke dopo una lunga gavetta nel giornalismo, e un bagaglio televisivo dovuto all’esperienza in veste di produttore e sceneggiatore, esordisce con il suo primo lungometraggio: un poliziesco dalla trama non proprio inedita. David J. Burke convince (non riesco a capire in quale modo, visto il ruolo che gli ha dato) a far parte del cast il suo amico e premio oscar Kevin Spacey, riuscendo grazie alla sua presenza, ad inserire nel film anche Morgan Freman, il quale si giggioneggia nel ruolo di svogliato direttore di un quotidiano locale. La cosa che mi ha lasciato perplesso, è che nonostante la partecipazione di due attori di questa notorietà, il ruolo dei protagonisti viene affidato a 2 cantanti: il primo è l’icona della musica pop Justin Timberlake (compagno di vita di Cameron Diaz) che interpreta un giornalista alle prime armi in cerca dello scoop della sua vita e che poi troverà ficcando il naso negli affari della F.R.A.T.: un gruppo di corrotti ed esaltati poliziotti che tutelano la legge in maniera non proprio legale. La seconda ugola d’oro è il rapper afro-americano LL Cool J il poliziotto buono della squadra dei cattivi che si redimerà per giusta causa. Dulcis in fundo un Kevin Spacey con megaparrucchino cotonato che, nel ruolo di un agente della squadra investigativa, vigila sulle malefatte della F.R.A.T. aspettando il momento giusto per incastrarli, ma che con una recitazione da mimo rimane ai margini per tutta la durata del film. Certo che con un cast del genere é un vero e proprio peccato che la sceneggiatura di Edison City sia così carente di idee e così poco innovativa: è il solito poliziesco, con il braccio forte della legge corrotto, ed i buoni che fanno trionfare la giustizia. Per i fans di Kevin Spacey è un’altra delusione, visto che ultimamente non riesce a distinguere le buone sceneggiature dalle boiate!

Namor

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Di Darth (del 12/04/2006 @ 08:30:44, in cinema, linkato 1082 volte)
Titolo originale
The Faculty
Produzione
USA 1998
Regia
Robert Rodriguez
Interpreti
Elijah Wood, Laura Harris, Clea Duvall, Josh Hartnett, Salma Hayek, Famke Janssen,
Durata
104 minuti

Questa settimana ho scelto un film di un regista che a me piace tantissimo, sto parlando di Robert Rodriguez, che io seguo dal lontano 1992 con El Mariachi poi divenuto famoso nel 1996 con Dal tramonto all’alba prodotto, scritto e interpretato (ma non diretto) dal sommo Quentin Tarantino. The Faculty è costituito da una moltitudine di generi cinematografici, per farvi capire: abbiamo la classica commedia “liceale” americana con tutti gli stereotipi del caso, a cominciare dai personaggi: Delilah Profitt la cheerleader bellissima; Zeke Tyler il ragazzo bello e intelligente ma completamente anticonformista; Casey Condor interpretato da Elijah Wood lo sfigato preso in giro da tutti innamorato della bella Delilah; Stan Rosado campione di football (strana scelta, visto che non ne ha il fisico); Marybeth Louise Hutchinson la ragazza di campagna tutta acqua, sapone e ingenuità e Stokely Mitchell ragazza scorbutica, introversa e complessata, tutti con le tipiche problematiche degli adolescenti americani di questi contesti: ragazze/i, amici, feste, scherzi, ecc... A tutto questo, aggiungeteci prima i baccelloni giganti de L’invasione degli ultracorpi e poi le invasioni aliene del Terrore dalla sesta luna (ufficialmente citati all’interno del film), proseguendo bisogna metterci anche un pizzico di scanzonato horror, un po’ dello splatter che contraddistingue le opere di Rodriguez, e per concludere un bel finale tipo B Movie anni ’60. Il film non è originale, non ha una storia convincente, ha un finale ridicolo e scontato… ma nonostante tutto questo mi è piaciuto! Sarà per la bravura del regista, sarà perché mi ha divertito il fatto che per uccidere degli alieni immortali (nemmeno se gli tagli la testa si fermano) devono fargli sniffare della droga fatta in casa, o sarà per la colonna sonora con musiche degli Offsprings (The Kids Aren't Alright), di Sheryl Crowe (Resuscitation), degli Oasis (Stay Young) e, dulcis in fundo, dei Pink Floyd (Another brick in the wall )… non lo so… comunque sia, se vi è piaciuto Dal tramonto all’ alba, potreste trovare carino anche questo, se no… potreste trovarlo carino ugualmente : - )

Darth

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Di kiriku (del 11/04/2006 @ 06:16:24, in cinema, linkato 2116 volte)
Titolo originale
Angel-A
Produzione
Francia 2006
Regia
Luc Besson
Interpreti
Rie Rasmussen, Jamel Debbouze ,Franck–Olivier Bonnet, Michel Chesneau
Durata
90 minuti

Sono le 18:20 e pedalo infastidito tra la marea di gente che affolla il centro di Torino. Oggi oltre a essere domenica è anche l’ultimo giorno della fiera del cioccolato e la città è gremita da una pletora di invasati senza cervello, guidati solo da una golosità atavica che li rende davvero insopportabili. Decido allora di allontanarmi dal centro imboccando strade secondarie ed è proprio in una di queste che scorgo un piccolo cinema di cui ignoravo l’esistenza e che ha in programma un solo film; “Angel-A”, scritto e diretto da Luc Besson. Mi fermo, lego la bicicletta a un semaforo ed entro, mi siedo e dopo cinque minuti comincia il film. La storia è ambientata in una magica Parigi in bianco e nero e i protagonisti sono Angela (Rie Rasmussen) e Andrè (Jamel Debbouze); quest’ultimo è un piccolo extracomunitario truffatore squattrinato e fisicamente menomato, continuamente braccato da malavitosi e strozzini, a cui deve migliaia di euro, e non trova altra soluzione ai suoi problemi che quella di suicidarsi gettandosi da un ponte. È proprio qui che incontra e salva Angela che come lui tenta di farla finita. L’incontro sembra casuale ma non lo è, la donna è un angelo caduto dal cielo per aiutarlo a scoprire la sua bellezza interiore. Il regista ha però una visione particolare degli angeli, infatti Angela è un’accanita fumatrice e divoratrice di croissant che si prostituisce e non disdegna neanche la violenza. I due si muovono in una Parigi irreale e semideserta popolata da loschi individui, che sembra riflettere lo stato d’animo tormentato del protagonista, che divorato dalla sue paure non riesce ad esprimere tutte le sue qualità, che però vede riflesse nell’immagine di Angela, la quale non è altro che lo specchio della sua anima. Luc Besson in questo film si è divertito a giocare con i contrasti a partire dalla pellicola in bianco e nero ai due protagonisti che, oltre a essere completamente diversi fisicamente, lei è bella e altissima mentre lui è basso e brutto, sono loro stessi delle contraddizioni; lei è un angelo vizioso e lui un disonesto dall’animo buono. Anche se secondo me il finale è un po’ deludente, tutto sommato è un bel film che ci invita a cercare dentro noi stessi la forza per superare le nostre paure e ad accettarci per quello che siamo, con tutte le nostre imperfezioni. Sono le 20.10 e le strade ora sono quasi deserte, a cavallo della mia bicicletta mi dirigo verso casa immerso nell’aria fresca di primavera, grato a Luc Besson per avermi salvato dal delirio umano.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 10/04/2006 @ 06:07:48, in cinema, linkato 2332 volte)
Titolo originale
Private
Produzione
Italia 2004
Regia
Saverio Costanzo
Interpreti
Hend Ayoub, Mohammad Bakri, Areen Omari, Lior Miller, Tomer Russo
Durata
90 minuti

Erano anni che non vedevo un film così brutto ! Interessante la storia della famiglia che abitando in una zona al centro del conflitto tra palestinesi e israeliani, subisce da questi ultimi l’occupazione della propria casa. Ciò nonostante decideranno di rimanere a viverci lo stesso per difendere un loro diritto, ma il resto… A partire dal regista che tenta in maniera imbarazzante di imitare la tecnica di Lars von Trier con effetti più stomachevoli che apprezzabili, aiutandosi in questo con una camera digitale e con lunghi piani-sequenza. Il risultato però è l’equivalente di un filmino amatoriale girato in casa propria con una camera digitale qualsiasi. Da un regista credo sia lecito aspettarsi di più. Gli attori sono goffi, e forse chiamarli attori può essere offensivo verso chi questo lavoro lo fa e lo fa bene. I dialoghi sono ancora peggio, di una banalità e di una piattezza che raramente trova riscontro. A questo va poi aggiunta qualche “trovata” umiliante per l’intelligenza dello spettatore, come quella dell’armadio nel quale la figlia del protagonista va a spiare i soldati. In conclusione, non vorrei che questo film fosse stato premiato (Pardo d’oro a Locarno) più per l’argomento che ha avuto il coraggio di affrontare che non per i suoi effettivi meriti. Se così fosse (e spero di essermi sbagliato), basterà d’ora in poi girare un qualsiasi filmato su tematiche mediorientali per avere il successo assicurato. Spero che qualcuno vicino al regista legga questa recensione convincendolo a cambiare mestiere. L’unica cosa che gli farei riprendere, dipendesse da me, sarebbe la recita natalizia di mia figlia.

nilcoxp

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