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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Miryam (del 22/03/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 760 volte)
Titolo originale
Beasts of the Southern Wild
Produzione
USA 2012
Regia
Benh Zeitlin
Interpreti
Quvenzhané Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly, Lowell Landes, Pamela Harper.
Durata
91 Minuti
Trailer

Hushpuppy (Quvenzhanè Wallis), è una bambina di sei anni che vive insieme al papà alcolizzato Wink (Dwight Henry), in una comunità Bayou chiamata Bathtub che si trova nel sud della Louisiana. Questa zona è soprannominata la Grande Vasca in quanto è situata in prossimità di una diga, è un territorio soggetto a continue alluvioni, e proprio un tremendo uragano sta per abbattersi su di essa.
Wink, non è quello che si dice un padre tenero e affettuoso, anzi ha modi molto burberi e severi, ma non per questo non vuole bene alla figlia. Infatti , appena scopre di essere gravemente malato, cerca in tutti i modi di insegnare alla giovane bimba come sopravvivere in questo mondo, anche perché desidererebbe che questa, non abbandonasse la loro terra natia.
Per invogliare di più la figlia affinché esaudisca questo suo desiderio, la tratta come un uomo, anzi come un guerriero che non deve versare mai una lacrima, convincendola che un domani, una volta cresciuta, potrebbe diventare lei la regina di questo territorio. Ma quando la malattia si fa più incalzante e la vita di Wink è giunta alla fine… nessuno dei due riesce a fermare il pianto.
Re della Terra Selvaggia”, è l’esordio cinematografico di Benh Zeitlin, il film è stato girato in 16 mm con una piccola troupe di attori non professionisti e con un budget molto limitato.
Nonostante tutto ciò, il film ha vinto la Camèra d’or al Festival di Cannes 2012, il Premio della giuria U.S. Dramatic al Sundance Film Festival 2012 e vari riconoscimenti. Ma non è finita! Ha inoltre ottenuto quattro nomination agli Oscar senza però portare a casa nessuna statuetta.
Ne hanno parlato bene tutti, lo hanno giudicato il miglior film che si poteva vedere, c’è addirittura chi lo ha definito un capolavoro. Beh io non sono di questo parere, l’unica “cosa” che mi è piaciuta del film è stata la piccola interprete, bella, brava, naturale e con tanta espressività! Mi auguro che nella vita, un giorno possa veramente emergere e vincere quella statuetta. La vera regina del film è stata soltanto lei, che ha tenuto in piedi l’intera pellicola, altrimenti si sarebbe rivelato un film piatto e noioso.
Sono andata a vederlo per tutti i commenti positivi che avevo letto, purtroppo questi hanno deluso le mie aspettative, di bello mi ricordo solo l’ultima scena del film…un’interpretazione molto commovente, ma niente di più.

Miryam

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Di Angie (del 18/03/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 834 volte)
Titolo originale
Les Misérables
Produzione
Gran Bretagna 2013
Regia
Tom Hooper
Interpreti
Amanda Seyfried, Hugh Jackman, Helena Bonham Carter, Russell Crowe, Anne Hathaway.
Durata
152 Minuti
Trailer

Una lunga fila di detenuti sferzati dalle onde, trainano a mano una nave verso il bagnasciuga. Con questa maestosa scena inizia “Les Miserables”: film diretto da Tom Hooper (premiato di recente agli Oscar per “il discorso del re”) dove narra la storia di un ex detenuto col numero 24601, il cui nome è Jean Valjean (Hugh Jacknam) condannato a 19 anni di lavori forzati, per aver rubato un pezzo di pane per sfamare un nipote affamato.
Rilasciato sulla parola, dopo aver commesso un altro piccolo furto in casa di un sacerdote che, viene da quest ‘ultimo perdonato, Valjean cerca la redenzione e prova a ricostruirsi una vita . Nonostante le intimidazioni del suo antagonista Javert (interpretato da Russel Crowe) un integerrimo commissario determinato a riportarlo in prigione, Jean diviene un gentiluomo riuscendo ad assumere una nuova identità come Signor Madeleine, proprietario di una fabbrica e Sindaco di Montrenil-sur- Mer.
Egli, salva una ragazza Fatine (Anne Hathaway) dalla prigione, promettendole di proteggere Cosette (Amanda Seyfried) sua figlia, che prenderà poi in custodia dopo la morte della madre, crescendola come fosse sua figlia. Tutta la storia e le peripezie di Jean Valjean si intrecciano con un particolare momento storico della Francia 1800. Siamo in piena rivoluzione popolare, tra barricate e comizi, una Parigi cupa, buia e devastata, le cui strade brulicano di gente povera ed affamata.
Les Miserables (conosciuto anche il diminutivo Les Miz) è un musical scritto nel 1980 da Claude Michel Schonberg (musiche) e Alain Boublil (testi), tratto dall’omonimo romanzo “I Miserabili” di Victor Hugo. Il film scorre quasi per tutti i 152 minuti in canzoni, dove i protagonisti esprimono i lori pensieri e le loro emozioni con i loro dialoghi musicali, ed è proprio attraverso questi splenditi testi di canzoni, che il film tocca le corde delle emozioni nello spettatore. In fondo si è sempre detto che, non vi è altro modo migliore della musica, come espressione vera dell’anima.
Devo essere sincera, non ero molto propensa all’idea di vedere questo musical, pensavo fosse noioso e pesante, invece si è rivelato tutt’altro: è stato veramente una visione molto emozionante.
Ottime le interpretazioni di tutti gli attori, che trasmettono autentiche emozioni, a partire da Jean, interpretato (a mio parere) dallo straordinario Hugh Jackman, premiato con il Golden Globe. La bella Amanda Seyfried (Cosette) e la notevole perfomance di Anne Hathaway nei panni di Fatine,(anche lei vincitrice di un Golden Globe) che affronta un piccolo ruolo in questo film, ma molto significante e commovente. Belli i costumi, come stupenda la scenografia e la fotografia di quella Parigi ottocentesca , tutto molto spettacolare e coinvolgente. Non per questo, il film ha vinto tre Oscar!! Miglior sonoro, miglior trucco e anche quello come miglior attrice non protagonista per Anne Hathaway.
Cos’altro dirvi… per chi ama il musical, non potete perdere la sua visione rimarrete, senza dubbio, affascinati non solo dalla storia ma, anche dalle maestosità delle musiche. Un piccolo consiglio visionatelo al cinema (come ha fatto la sottoscritta), apprezzerete meglio la bellezza di quest’ opera.
Buona visione.

Angie

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Di Asterix451 (del 15/03/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1263 volte)
Titolo originale
Karigurashi no Arrietty
Produzione
Giappone 2010
Regia
Hiromasa Yonebayashi
Interpreti
Mirai Shida, Ryûnosuke Kamiki, Shinobu Ôtake, Keiko Takeshita, Tatsuya Fujiwara.
Durata
94 Minuti

Esiste una casa di campagna vicino a Tokio, dove una famiglia di piccole creature vive sotto il pavimento, all’insaputa dei proprietari. Si arrangiano prendendo “in prestito” oggetti e piccole porzioni di cibo durante la notte, assolutamente senza farsi scorgere dalle persone che vi abitano: essere visti, infatti, metterebbe a repentaglio la loro esistenza, e se ciò dovesse accadere, sarebbe necessario trovare un’altra dimora.
Questa è una delle regole più importanti che Arrietty deve tenere a mente, da sempre, e ancora di più oggi che sta crescendo. E’ giunto il momento che suo padre le insegni l’arte del “prestito”, sfruttando i passaggi naturali che la strada offre, facendo attenzione agli animali che la abitano e allo sguardo degli esseri umani.
Arrietty è molto emozionata. Attende da anni questo momento e suo papà, solamente per compiacerla, decide di portarla con sé nonostante il parere contrario della madre. Sho, invece, è un bambino cagionevole di salute.
E’ appena giunto alla casa dove vive Arrietty, in attesa che trascorrano i giorni che lo separano da un delicato intervento al cuore. Ha bisogno di serenità e deve evitare sforzi, per non mettere a repentaglio la sua vita; ne è consapevole, e lo accetta senza ribellarsi le cure continue dei suoi familiari. Tuttavia, patisce l’isolamento e la sensazione di inutilità che ne derivano. Nessuno dei due ragazzi, però, immagina che cosa stia per accadere questa notte.
Infatti, mentre la piccola segue con attenzione le orme del padre durante il suo primo “prestito”, un passo falso rivela la sua presenza proprio nella camera di Sho; il quale, soffrendo di insonnia, si accorge della sua presenza senza tuttavia allarmarsi.
Sono entrambi creature sole.
Lui vorrebbe un’amica, mentre lei viene esortata dal padre a non cedere assolutamente ai suoi tentativi di avvicinarla, ricordandogli quanto pericoloso sia sempre stato per la loro specie essere individuati. Prima o poi, dopo, se ne perdono le tracce e la loro gente rischia ormai l’estinzione. E’ un rischio, vero, ma Sho sa e mantiene il segreto nel rispetto della distanza.
Purtroppo, in casa qualcun altro sospetta della presenza della piccola famiglia. E sarà proprio Sho ad intromettersi in una caccia serrata, trattati come fossero topi, tentando con ogni mezzo di proteggere Arrietty e la sua famiglia dalla cattura.
Yonebayashi esordisce alla regìa del cinema di animazione con un vecchio soggetto di Hayao Miyazaki, che ne ha curato anche la sceneggiatura senza tradire il suo stile: animazione accurata pregna di poesia, moralità e valori umani, striati di quella nostalgia che nemmeno la fantasia più sfrenata può annullare del tutto.
Arrietty è tecnicamente ben realizzato, garanzia dello “Studio Ghibli”, con trovate ingegnose riguardo i congegni che il popolo sotto il pavimento crea per agevolare la propria vita; la funzione di quelli più piccoli viene stravolta per adattarsi a nuovi usi, mentre è molto divertente osservare il mondo da dieci centimetri da terra.
Il tema dell’amicizia viene trattato con grande sensibilità, facendo leva proprio sulla diversità che divide Sho da Arrietty, sublimata con la ricerca di quell’entusiasmo vitale che accomuna ogni creatura.
L’ho trovato un bel film, sia per i bambini che per gli adulti. Miyazaki infatti non ha mai smesso di osservare il mondo come fosse un ragazzo, intuendo che quella sia l’età in cui la visione della vita possiede ancora un’aura di magia.

Asterix451

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Di Namor (del 11/03/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 845 volte)
Titolo originale
Zero Dark Thirty
Produzione
USA 2012
Regia
Kathryn Bigelow
Interpreti
Jessica Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle, Mark Strong.
Durata
157 Minuti
Trailer

Sono passati più di dieci anni da quando il leader e fondatore di Al-Qaida, fu dichiarato nemico pubblico numero uno degli USA, inserendolo nella lista dei Most Wanted Terrorist, con una taglia di 25 milioni di dollari per la sua cattura. A scovarlo e ad ucciderlo all’interno di un complesso residenziale in Pakistan, furono i corpi speciali americani DEVGRU coadiuvati dalla CIA.
Con “Zero Dark Thirty”, la regista premio Oscar Kathryn Bigelow, narra le complesse e meticolose indagini adottate dalla CIA, al fine di catturare ed uccidere il famigerato terrorista Osama Bin Laden.
Dopo anni di minuziose ricerche la Bigelow, cerca di avvicinarsi alla realtà degli eventi, con la penna investigatrice dello sceneggiatore e compagno Mark Boal, il quale ha potuto raccogliere l’esperienza direttamente dai veri protagonisti della missione, attraverso gli incontri avuti con loro e convertendola in sceneggiatura, ne ha ovviamente occultato le vere identità.
Nel film, il tutto viene visto attraverso gli occhi di Maya, la tenace protagonista agente della CIA, dedita alla cattura di terroristi sul campo. Il ruolo di Maya è affidato all’eccellente Jessica Chaistan che, con la sua superba prova si è guadagnata le tre nomination più importanti del 2013 per la miglior attrice protagonista: Oscar, i BAFTA e ai Golden Globes nel quale ha trionfato.
Narrare la sinossi di questa pellicola lunga 157 minuti, non è cosa facile, essere coincisi nel commento degli eventi e dei tanti luoghi raccontati nel film, considerato che la trama racchiude un lasso di tempo pari quasi ad un decennio, come ho già detto è complesso, per cui ho deciso di limitare la mia esposizione e spiegare solo ciò di cui tratta la pellicola.
La Bigelow con questo film, ha attirato su di se molteplici critiche, principalmente per aver mostrato i metodi di torture adottate dalla CIA, per carpire fondamentali informazioni. Gli attacchi più veementi sono stati sferrati da scrittori, senatori, editorialisti, femministe e addirittura il direttore provvisorio della CIA, che l’ha paragonata nientemeno che alla regista nazista Leni Riefenstahl!
A parer mio trovo che le critiche mosse contro “Zero Dark Thirty” e la Bigelow, siano assurde ed esagerate, sembrano concepite per aver più un posto al sole da colei o colui che le ha espletate, che per la normale procedura di tortura mostrata durante il film. Vi assicuro che ho visto di peggio in tante pellicole di più generi. Per me la Bigelow ha realizzato un buon lungometraggio con piglio certosino in tutti i dettagli, a partire dal cast, fino alle ambientazioni, come la vera fortezza in cui risiedeva Osama Bin Laden, ricostruita di sana pianta uguale all’originale.
Da vedere assolutamente se vi piace il genere, ma non aspettatevi azione e adrenalina, quella è conservata solo per il finale.

Namor

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Di Miryam (del 08/03/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 881 volte)
Titolo originale
Posti in piedi in paradiso
Produzione
Italia 2012
Regia
Carlo Verdone
Interpreti
Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti, Diane Fleri.
Durata
119 Minuti

Ulisse (Carlo Verdone), Fulvio (Pierfrancesco Savino) e Domenico (Marco Giallini), sono tre padri divorziati, costretti a versare quasi tutto quello che guadagnano in spese per alimenti alle ex mogli e figli. Vita certo non facile per i tre malcapitati, dato che prima erano tre professionisti in gamba. Purtroppo però ora devono sbarcare il lunario come possono, infatti Ulisse, ex discografico di successo, vive nel retro bottega del suo negozio di vinili e cerca di arrotondare vendendo “pezzi illustri” di vari cantautori di fama su e-bay, ha una figlia adolescente, Agnese, che vive a Parigi con la madre. Fulvio, ex critico cinematografico, scrive gossip e vive in un istituto religioso, anche lui ha una figlia di tre anni che non vede spesso in quanto la moglie lo ha lasciato, perché convinta che lui avesse una storia con la moglie del suo capo. Infine, Domenico, oggi agente immobiliare, una volta ricco imprenditore, questi vive sulla barca del suo amico, ma ancora per poco. Dato che si trova a mantenere due famiglie, fa il gigolò con signore di tarda età, ha due figli e la moglie con i quali non va molto d’accordo ed una bimba piccola avuta dall’amante Marisa.
Questi poveri “tapini” non si conoscono tra loro, in comune hanno solo il fatto di essere divorziati e senza il becco di un quattrino. Un pomeriggio, Domenico si trova a far vedere un appartamento a Fulvio e Ulisse quando gli viene in mente un’idea… Dato che nessuno dei tre si può permettere di pagare un affitto, propone agli altri due una convivenza di convenienza per vivere tutti e tre insieme e dividere le spese. Dopo un po’ di incertezze, i tre “amici” decidono per questa scelta, quindi iniziano questa vita a tre in un fatiscente appartamento. Nonostante i diversi caratteri e abitudini, i tre pian piano riescono anche a condividere un’amicizia che diventa poi sempre più stretta e complice, soprattutto quando una sera Domenico, al ritorno da uno dei suoi incontri galanti, si sente male per aver preso troppo viagra. Ulisse e Fulvio si vedono costretti a chiamare il pronto intervento ed ecco che sopraggiunge un’ avvenente cardiologa, Gloria (Micaela Ramazzotti), molto affranta in quanto appena lasciata dal fidanzato. Inutile dire che tra Ulisse e Gloria, consolandosi a vicenda, nasce un’intesa, scocca la scintilla, non solo, il giovane medico riesce a far ricucire il rapporto con la figlia Agnese la quale gli aveva comunicato pure di essere incinta. Insomma, dopo una serie di avventure tragicomiche, anche per Fulvio e Domenico, vengono in aiuto i rispettivi figli che in qualche modo riescono a far prendere in mano la vita ai loro padri, e far trovare loro la giusta strada per il Paradiso.
Posti in piedi in paradiso” è un film diretto da Carlo Verdone, divertente e malinconico nello stesso tempo, pellicola che rispecchia un po’ la vita di tutti i giorni, come sbarcare il lunario, il lavoro che non si trova, qualche avventura extraconiugale e varie incomprensioni tra genitori e figli.
Praticamente, il film anche se in maniera ironica tratta la verità dei nostri giorni, tutto sommato è un film carino, da vedere, tanto per farsi qualche sana risata…

Miryam

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Di Louise-Elle (del 04/03/2013 @ 05:00:00, in libri, linkato 1226 volte)
Titolo originale
Venti racconti allegri e uno triste
Autore
Marco Corona
Editore
Mondadori
Prima edizione
2012

Mauro Corona, il celebre scrittore, scultore e alpinista, ci ha dato l’opportunità attraverso questa antologia di ventuno racconti, di renderci partecipe di ciò che accade lassù fra i boschi e fra la gente semplice che popola i paesi e le montagne della sua terra: la Valle del Vajont che in molti non vogliono volutamente menzionare per non ricordare lo scempio di una tragedia annunciata e di una vergogna tutta italiana di circa cinquanta anni fa. Un mondo completamente diverso per chi, come me, vive nella frenetica vita di città, immersi nella tecnologia fino alla gola e neppure immagina che possano esistere ancora personaggi così veri e semplicemente autentici e modesti.
Per molti possono apparire racconti bucolici, ma non si può rimanere indifferenti alla semplicità che traspare da queste pagine. Episodi rocamboleschi di vite solitarie e malinconiche, situazioni che spaziano dal grottesco all’incredibile, dall’ironia alla tristezza. Davvero encomiabile il modo con cui Corona scrive. Attraverso le sue descrizioni si riesce quasi ad annusare il profumo di un bosco, ascoltare il fruscio degli alberi e il rumore di un rivolo d’acqua; sembra quasi di passeggiarvi dentro e quasi si prova una sorta di sana invidia per non poter essere lì a respirare quella splendida natura. In quasi ogni racconto non mancano frasi come queste, da autentico poeta: ““Vi sono persone speciali che hanno accompagnato la nostra infanzia e dopo sono morte. E ora che siamo vecchi anche noi tornano a sfiorarci come colpi di vento. Sollevano foglie, scoprono radici di dolcezze dimenticate. Figure lontane, sepolte nella polvere del tempo. Anime che non si possono toccare se non con la mano del ricordo. Al loro posto verranno altri, forse quegli altri siamo noi stessi. E’ la rotazione inarrestabile della vita, sempre pronta a togliere e sostituire. Ma alcuni amici è difficile rimpiazzarli. Essi rimangono appesi al soffitto della memoria, ragnatele tenaci e polverose che solo il soffio della morte potrà tirar via.””.
Episodi divertenti e leggeri: come la narrazione di Icio che vive di espedienti. Non è né cialtrone, né imbroglione ma per campare imbroglia bonariamente e con astuzia perfino gli amici che anche se raggirati non possono non volergli bene; oppure il racconto di una coppia di bracconieri poveri in canna che riescono a evitare la galera e il non pagare una multa salata agli Ufficiali Giudiziari semplicemente con giochi di parole e offrendo loro un paio di salami. Il racconto che però mi ha davvero stupito e ha arricchito la mia conoscenza sul mondo della montagna è il diciannovesimo, dove si narra di un sport estremo in voga negli anni ’80 di origine francese che non conoscevo: scalare cascate ghiacciate. Corona lo descrive così: “”Per chi non lo sa e saranno molti, consiste nell’arrampicare le colate di ghiaccio usando come appigli piccozze affilatissime, curve e dentate, si piantano nel ghiaccio e ci si tira su. Vale la regola della scalata su roccia: tre punti fermi, uno in movimento. Per avere un minimo di sicurezza, si avvitano alla cascata lunghi chiodi tubolari filettati, oggi in titanio, leggerissimi, sicuri ma di prezzo spaventoso.””
Ventuno racconti divertenti e uno triste, tenuto per ultimo, che lascia l’amaro in bocca e una tristezza nel cuore, forse proprio perché è l’unico racconto che parla di animali e non di uomini. Una storia commovente e tenera che Corona invece interpreta come la più allegra e ci regala il suo insegnamento filosofico e irrazionale in proposito: “…forse perché la vera allegria è prendere l’esistenza al contrario. Ridere a crepapelle là dove si dovrebbe piangere. Ma questa la chiamano follia.” A pensarci bene ha ragione. Il difficile è come sempre mettere in pratica certi pensieri e insegnamenti. Un libro comunque da non perdere, se desiderate una lettura non estremamente impegnativa ma ricca di poesia, di bellezza e di umanità.

Louise-Elle

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Di Angie (del 28/02/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 941 volte)
Titolo originale
Hotel Meina
Produzione
Italia 2007
Regia
Carlo Lizzani
Interpreti
Benjamin Sadler, Ursula Buschhorn, Danilo Nigrelli, Marta Bifano, Federico Costantini.
Durata
110 Minuti

A Meina, un grazioso paese sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, vi era situato un bellissimo albergo, oggi teatro di tristi ricordi. Tra il 15 e 23 settembre 1943, l’albergo che si chiamava “Hotel Meina”, di proprietà di Alberto Behar, cittadino turco di origine ebraica, fu teatro di una delle prime stragi di ebrei italiani provenienti dalla Grecia, compiute dalle SS naziste.
Noa (Ivana Lotito), la protagonista del film, racconta e ricorda a distanza di anni quando all’hotel Meina, di proprietà del padre, la vita della sua famiglia e di tutti gli ospiti ebrei dell’albergo venne sconvolta dall’ arrivo di un plotone di SS naziste all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943. L’arcigno e risoluto comandante Krassler (Benjamin Sadler), (nella realtà il capitano Hans Koehwer), occupando l’albergo, ordina alle sue SS di separare gli ospiti ebrei da quelli non ebrei. Uomo tutto di un pezzo Krassler, un tenace sostenitore della superiorità della razza ariana, egli appunta la sua attenzione in modo particolare su due giovani: Noa, figlia del proprietario dell’hotel e Julien Fendez, che vedranno i loro destini dividersi improvvisamente e drammaticamente. Noa (in realtà è Becky Behar), ebrea di origine turca figlia del gestore dell’hotel, fu l’ultima sopravvissuta alla strage nazista. Infatti riuscì a fuggire con la sua famiglia ma, purtroppo, vide morire 16 suoi connazionali, che furono uccisi dalle SS e poi gettati nel lago con una pietra al collo, tra questi vi era anche il suo ragazzo Fendez. Si venne a sapere che la Becky, confidò ad un suo amico, che dal quel famoso giorno non riuscì più ad immergersi in quelle acque del lago Maggiore.
Questo film non era fra i progetti di Carlo Lizzani, doveva essere diretto da Pasquale Squitieri, ma per una diversità di vedute con la produttrice Ida Di Benedetto, venne così diretto da Carlo Lizzani. Dopo 11 anni di lontananza dal set cinematografico, il regista Lizzani ritorna con “Hotel Meina”, una pellicola emozionante, tratto dall’omonimo libro di Marco Nozza, ove si narra un’altra storia italiana sulle barbariche malefatte dei nazisti sugli ebrei ai tempi della seconda guerra mondiale. Ho visto molti film su questi temi storici e civili e devo dire che sono tutte storie toccanti da ricordare e, ogni qualvolta che si rivedono fanno sempre riflettere, anche se oggi, purtroppo, siamo immersi da tanti altri problemi che ci allontanano un po’ da questi fatti, dimenticando quante persone hanno sofferto e sono morti con un destino che non si meritavano. Io che ho sempre odiato i tedeschi per questo loro comportamento ingiusto, mi ha colpito nel vedere in questa pellicola come il regista Lizzani, abbia inserito il personaggio di Erica Bern (Ursula Buschhorn), una tedesca antinazista che aiuta gli ebrei a scappare in Svizzera. Mi viene molto difficile pensare che a quei tempi esistessero tedeschi buoni e forse Lizzani ha voluto proprio farcelo notare con questa drammatica storia! E stata una bella proiezione, con un finale molto intenso e coinvolgente sotto l’aspetto emotivo.
Affascinante l’ultima scena del film che lascia spazio solo al ricordo: quel bagno nel lago di Noa accanto ai quei corpi trucidati. E per lei l’immersione in un dolore impossibile da dimenticare. Il regista (secondo il mio giudizio) partendo da un episodio isolato, forse anche un po’ dimenticato, è riuscito a proiettare una storia con una splendida sequenza sul valore della memoria e dei sentimenti che uniscono e fanno sopravvivere le persone. Reputo che sia una pellicola da visionare per conoscere un’altra delle numerose tragiche pagine della nostra storia e ritengo in fondo che sia anche doveroso conservarne la sua memoria.

 Angie

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Di Namor (del 25/02/2013 @ 05:00:00, in libri, linkato 1092 volte)
Titolo originale
Il mercante di libri maledetti
Autore
Marcello Simoni
Editore
Newton Compton Editori
Prima edizione
2011

Padre Vivien de Narbonne è in fuga da un gruppo di uomini mascherati facenti parte della Saint-Vehme, un’oscura setta segreta meglio conosciuta come i Veggenti. La motivazione della caccia all’uomo è da attribuire al preziosissimo Uter Ventorum, un libro contenente antichi precetti della cultura talismanica orientale, capace di invocare gli Angeli e la loro divina sapienza. Durante la disperata fuga dai suoi aguzzini, il monaco muore, cadendo in un dirupo. Del ricercato testo non si hanno tracce, finche un giorno, un nobile veneziano commissiona al mercante di libri Ignazio da Toledo, il ritrovamento dell’Uter Ventorum, custodito in passato dal sua grande amico Vivien de Narbonne. Il rinvenimento dell’ambito volume non sarà una cosa facile per il mercante Ispanico, oltre alla pericolosa setta vi sono uomini potenti e senza scrupoli, disposti a tutto pur di entrare in possesso dell’Uter Ventorum. La commissione assegnata al mercante di scritti, sarà disseminata da inesplicabili enigmi da decifrare, agguati mortali e ignominie di ogni genere, partorite dalla bramosia di potere di più persone.
Il Mercante di libri maledetti” è il trhiller storico d’esordio dell’ex archeologo Marcello Simoni.
L’opera prima di Simoni, si fa apprezzare per quanto riguarda il soggetto, anche se la trama in certi punti cala di mordente. Pollice alto invece per la realizzazione dei personaggi, che rimangono ben impressi fino alla fine della lettura del volume. Li ho trovati ben variegati e ottimamente caratterizzati .
Debutto sufficientemente interessante, che ipoteca la presa in considerazione del prossimo titolo del neo scrittore di Comacchio.

 Namor

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Di Miryam (del 22/02/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 863 volte)
Titolo originale
The Grey
Produzione
USA 2012
Regia
Joe Carnahan
Interpreti
Liam Neeson, Frank Grillo, Dermot Mulroney, Dallas Roberts, Joe Anderson.
Durata
117 Minuti
Trailer

John Ottway (Liam Neeson), lavora presso una ditta petrolifera in una base situata in Alaska, con il compito di difendere alcuni suoi colleghi da vari lupi che sono presenti nell’area circostante. Spesso durante la giornata di lavoro, il suo pensiero è rivolto a sua moglie Ana (Anne Openshaw), la quale nei vari flashback lo sprona a non mollare mai, nemmeno quando in uno dei tanti momenti di crisi, John, è pronto a spararsi un colpo in bocca, visto che viene “salvato” da un lungo ululato, dimenticando così l’insano gesto che stava per fare. Arriva l’ultimo giorno di lavoro, l’intero gruppo si appresta a fare rientro a casa, purtroppo però l’intera comitiva è vittima di un incidente aereo in una zona sperduta dell’Alaska. I sette sopravvissuti si trovano così a lottare non solo contro il freddo, la fame e un ambiente a loro sconosciuto, ma anche contro un branco di lupi affamati. Ad un certo punto Ottaway si rende conto che è meglio cercare una via di fuga, non solo perché le risorse alimentari stanno per finire, ma bisogna allontanarsi dai lupi in quanto questi sarebbero senz’altro ritornati più famelici di prima. Ha inizio così il viaggio dei nostri malcapitati, rimasti purtroppo in cinque tra neve e ghiaccio, ignari che sarebbero finiti invece proprio nella tana di quei terribili animali.
Dopo il film commedia “A Team”, il regista Joe Carnahan ritorna dietro la macchina da presa con un film su toni drammatici, infatti “The Grey” è proprio una lotta per la sopravvivenza, ispirata da un racconto dello scrittore Jan Mackenzie Jeffren, che è anche co-autore della sceneggiatura del film. Carnahan inoltre si riavvale con gli stessi produttori dei film antecedenti cioè Tony e Ridley Scott e dell’attore Liam Neason.
Il contenuto della pellicola non è male se non fosse, a parer mio, un po’ lento e monotono, scene girate sempre al buio o al massimo ovattate nella nebbia e nel candore della neve. Del resto, la trama lo richiedeva, anzi bisogna dire che il regista per rendere tutto più vero ha voluto girare in condizioni estreme, infatti anche se il film parla dell’Alaska, ci troviamo invece sulle montagne canadesi con temperature al di sotto dei venti gradi e il freddo che sentono i nostri protagonisti è reale! Inoltre per creare il realismo sui lupi affamati, Carnahan ha scelto oltre gli effetti in CGI per creare i lupi in animatronic, anche dei lupi ammaestrati, alcuni di loro raggiungevano addirittura il peso di circa cento chili!
Nonostante la lentezza e la monotonia come ho già detto, lo ritengo in fondo un film da visionare, un po’ noioso il finale, alquanto scontato, ma del resto così doveva finire… però voglio aggiungere che il paesaggio è davvero suggestivo e a dir poco ansioso.

Miryam

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Di Angie (del 18/02/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 799 volte)
Titolo originale
Life of Pi
Produzione
Cina, USA 2012
Regia
Ang Lee
Interpreti
Suraj Sharma, Irrfan Khan, Tabu, Rafe Spall, Gérard Depardieu.
Durata
127 Minuti
Trailer

La storia inizia quando “Pi”, abbreviazione del suo nome di battesimo Piscine Molitor Patel, (interpretato da Suraj Sharma) ancora bambino, vive in India con la sua famiglia che possiede uno zoo. Qui cresce imparando a conoscere e ad amare gli animali, il tutto circondato da una meravigliosa natura. All’inizio del film il protagonista, ora adulto, ci spiega anche il perché si chiama “Pi”: è un diminutivo matematico datosi da egli stesso, in quanto veniva deriso dai suoi coetanei per il suo buffo nome “Piscine”. Pi e un ragazzo molto sensibile e sviluppa anche delle sue teorie riguardo alla fede il quale è appassionato di tutte le religioni indistintamente. Quando il padre decide di vendere lo zoo per difficoltà economiche, Pi 17enne, emigra in Canada con la sua famiglia alla ricerca di una vita migliore. Ma durante il viaggio, la nave sulla quale viaggiavano insieme ad alcuni animali dello zoo (in attesa di essere venduti), a causa di una gigantesca tempesta affonda.
Pi è l’unico sopravvissuto insieme alla imponente e feroce tigre del bengala Richard Parker, che faceva parte dello zoo e, nonostante la sua ferocia era molto amata dal ragazzo. Per più di duecento giorni il giovane e la tigre si trovano così a vivere su una zattera e a combattere per la loro sopravvivenza. Con il passare dei giorni i due esseri, imparano che la coesistenza è l’unica speranza di salvezza per entrambi. L’intera storia è raccontata dal punto di vista di Pi da adulto (interpretato da Irrfan Khan, attore ricordato per il Milionaire), ormai sposato con due bambini, il quale parla rivolto allo scrittore Yann Martel (Rof Spall), interessato a trarre dalla sua vicenda un libro.
Vita di Pi” nominato a 11 premi Oscar, ha vinto il premio come migliore colonna sonora ai Golden Globes 2013, dove vantava altre due nomination: miglior film drammatico e miglior regia. E un film di genere avventuroso, drammatico e fantastico diretto da Ang Lee, basato sull’omonimo romanzo di Yann Martel (vincitore del prestigioso Booker Prize del 2012), un best seller da sempre considerato “impossibile da portare sullo schermo a causa di tanti significativi simbolici”.
L’inizio della trama mi sembrava banale, mi sono detta : il solito racconto di un uomo vittima di un naufragio. Invece al contrario di quanto possa sembrare “Vita di Pi” è una vera e propria lezione di vita. Il rapporto umano con Dio, l’elemento portante del film, viene messo in risalto da un personaggio fedele a tre religioni diverse: islamismo, cristianesimo e buddismo e, anche quando la morte sembra giungere da un momento all’altro, con a fianco una feroce tigre pronta a sbranarlo, Pi continuava sempre a confidare in Dio. La fine del racconto (a mio parere) è stata a dir poco emozionante: vedere questi due esseri, ormai diventati amici, che pur sopravvissuti alla natura, si lasciano proprio per volere di essa.
E un film molto riflessivo, con una trama semplice, potrebbe forse apparire anche un po’ noiosa ma, penso che la bravura del regista Lee sia stata proprio nel riuscire a rendere questa magica e commovente avventura , una pellicola coinvolgente ed interessante. Molto bravo il giovane Suraj Sharma, con il suo sguardo innocente nel suo ruolo da protagonista . La fotografia, i colori e gli animali sono davvero belli , come magnifica e l’ultima scena della tigre che fa rientro nella giungla. In conclusione secondo me (per quanto me ne possa intendere) è una pellicola che merita di essere vista .

 Angie

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Di Namor (del 14/02/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 792 volte)
Titolo originale
Flight
Produzione
USA 2012
Regia
Robert Zemeckis
Interpreti
Denzel Washington, Don Cheadle, Kelly Reilly, John Goodman, Bruce Greenwood.
Durata
138 Minuti
Trailer

Durante una delle sue tante tratte aeree, il SouthJet 227 partito da Orlando per un volo di 50 minuti, si imbatte in una forte turbolenza che lo farà sussultare oltre modo, angosciando i suoi 96 passeggeri. il navigato comandante Whip Whitaker (Denzel Washingthon), con una manovra non prestabilita porta con successo l’aereo fuori dalla turbolenza. Quando tutto sembra acquetarsi con i soddisfatti applausi dei passeggeri, inaspettatamente una serie d' improvvisi guasti meccanici, fanno perdere quota al velivolo facendolo precipitare. Con un’altra serie di operazioni non convenzionali, il comandante Whip porta il jet in posizione capovolta per poi planare su un grande spiazzo vicino ad una chiesa. L’atterraggio di fortuna viene magistralmente eseguito e le perdite di vite umane risulteranno solo sei. Come in ogni catastrofe aerea è d’obbligo l’indagine di rito per accertare le cause dell’incidente, questo nonostante Whip venga celebrato dai media come un eroe per il suo prodigioso atterraggio. Whip, si sente con la coscienza a posto, lui sa, che con la sua manovra ha salvato molte vite e chiunque fosse stato al suo posto non sarebbe riuscito a fare altrettanto bene.
Ma le indagini evidenziano alcuni aspetti poco chiari durante il volo, che purtroppo, vedranno il suo coinvolgimento, evidenziando il suo lato oscuro, lo smoderato consumo di alcol e droga. Al comandante Whip non rimane che svolgere un’altra delle sue spericolate e miracolose manovre, forse l’ultima e la più importante… quella di disintossicarsi e dare un senso alla sua vita.
Dopo una ricerca approfondita con gli addetti ai lavori durata dodici anni, lo sceneggiatore John Gatins elabora lo script di “Flight”, prontamente opzionato e realizzato da Robert Zemeckis per il grande schermo. Presentato come un thriller drammatico, il film in verità è un dramma in cui il personaggio ben interpretato da Washingthon deve redimersi, abbandonando per sempre i suoi eccessi di alcolista e drogato. La spettacolare tragedia aerea che viene messa in risalto dai trailer, funge solo da innesco per evidenziare i pericolosi vizi di una mansione con tali responsabilità, quindi di thriller ha ben poco, visto che la sua enorme durata è incentrata solo sulle difficoltà personali del pilota.
Se mettiamo da parte la lunghezza del film e la sua conseguente lentezza, il risultato è abbastanza apprezzabile per essere visionato, anche se a me non ha entusiasmato più di tanto.
Una sola raccomandazione, non arrivate a spettacolo iniziato, potreste perdervi una delle cose più meritevoli del film!

Namor

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Di Miryam (del 11/02/2013 @ 05:00:00, in libri, linkato 1429 volte)
Titolo originale
 
Autore
Morgan Sophie
Editore
Bompiani
Prima edizione
2012

Trentenne indipendente, una giornalista brillante e intelligente, a prima vista potrebbe sembrare la classica ragazza seria, di buona famiglia che tutti possiamo incontrare al supermercato o al bar, invece Sophie Morgan, così si chiama la protagonista del libro, nonché autrice, è una donna che in camera da letto ama avere molta fantasia, anzi diciamo che da una semplice sculacciata, si trova senza nemmeno accorgersene a diventare quello che si dice…una sottomessa.
Dopo un paio di tormentate storie di sesso estremo con un certo Ryan e poi con Thomas, incontra James con il quale si spinge sempre di più oltre dei limiti, fino a quando la stessa Sophie incomincia a chiedersi se questo potrebbe essere l’uomo della sua vita e soprattutto se riuscirà a unire la quotidianità con una persona che a letto oltrepassa ogni tipo di crudeltà. Questo libro non ha niente a che vedere con “Cinquanta sfumature di grigio” che è stato un libro erotico ma molto soft, divertente e piacevole da leggere.
Diario di una sottomessa”, invece mi ha dato molto da pensare in quanto dubito possa essere una storia vera, troppo esagerata, più che risveglio sessuale, sembrano torture. Senz’altro situazioni descritte nel libro può essere che esistano, sinceramente non riesco ad accettare il fatto che una donna possa essere contenta e appagata se viene umiliata e mortificata da un uomo oltre che sopportare “punizioni”, così vengono chiamate, che lasciano evidenti segni permanenti sul corpo. La prima domanda che viene da porsi una volta letto il libro è come può un uomo compiere certe torture su una donna, poi invece bisogna cercare di accettare il fatto che è la donna che lo permette, che comanda il gioco, infatti senza il suo consenso, l’uomo non potrebbe mai permettersi di fare quello che vuole.
Comunque il libro non mi è piaciuto per niente, non tanto per la trama, ma quanto il suo scorrere, l’ho trovato lento, noioso, ripetitivo e anche volgare. Voglio precisare che non sono una moralista e nemmeno una puritana, però questa Sophie Morgan che dice che è tutta autobiografia si firma con un nome falso per paura delle opinioni dei parenti, amici, colleghi di lavoro, perciò alla fine ne deduco che è una persona ipocrita, non solo, nel libro sottolinea di non essere una pervertita più di quanto non lo siano tutte le donne, ok!! Nessuna donna è “santa”, ma ritenersi uguale a tutto il genere femminile…beh mi sembra un po’ eccessivo ed offensivo.
Leggetelo… così mi darete il vostro parere.

Miryam

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Di Asterix451 (del 08/02/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4348 volte)
Titolo originale
Contraband
Produzione
USA 2012
Regia
Baltasar Kormákur
Interpreti
Mark Wahlberg, Kate Beckinsale, Ben Foster, Giovanni Ribisi, Lukas Haas.
Durata
110 Minuti

Come si fa ad importare clandestinamente una Ferrari negli Stati Uniti, trasportandola in un container di una nave cargo? Chris Farraday (Mark Wahlberg) lo svela ad un amico durante una bevuta in un bar, ricordando il suo passato di contrabbandiere; oggi, infatti, ha un’attività onesta e cresce la sua famiglia insieme alla bella Kate, sua moglie (Kate Beckinsale). Non è facile per lui, con un padre in galera per lo stesso crimine, mantenersi con un’azienda che installa impianti d’allarme nelle abitazioni; dei vecchi tempi ha conservato solo un amico, Sebastian (Ben Foster), anche lui “convertito” alla legalità.
Purtroppo, però, è difficile ripulire gli armadi da certi scheletri, soprattutto quando a mettersi nei guai è un familiare molto stretto: infatti Andy (Caleb Jones), il fratello di Kate, sta dormendo in una cabina di una porta-container con un carico di cocaina pronto da consegnare; poco prima dell’ingresso in porto, però, i lampeggianti delle autorità gli danno una brusca sveglia. Mentre circondano la nave, Andy fa appena in tempo ad accorgersi dell’irruzione a bordo e fuggire in coperta, per gettare il carico fuori bordo: in questo modo, almeno di fronte alla legge, se l’è scampata; purtroppo dovrà risponderne anche al suo mandante, Tim (Giovanni Ribisi).
Lo incontra in piena notte, in un piazzale. Andy gli spiega che avrebbero comunque confiscato la cocaina prima di metterlo in galera; gettarla in acqua è sembrata l’unica soluzione, ma Tim non è d’accordo. A questo punto sarà Andy a dover pagare il controvalore della droga entro pochi giorni, minacciato di morte insieme al resto della famiglia. Ma come è possibile trovare quella montagna di quattrini in così poco tempo? Forse, Chris può dargli una mano: ha contatti con la malavita, è stato un ottimo contrabbandiere ed ora è il marito di sua sorella; Tim decide che saranno loro ad ereditare il debito, se Andy non paga.
Il nostro Mark Wahlberg sembra non aver scelta: rischia di perdere ciò che più gli sta a cuore per un reato che non ha commesso; è infuriato, ma garantisce il pagamento del debito purchè la sua famiglia ne resti fuori. Deve tornare in pista con un carico di contrabbando, sulla stessa nave, come ai vecchi tempi: ha i contatti per farlo, la capacità e la motivazione. Solo, non sarà droga… infatti è convinto che per fare soldi ci vogliono i soldi. Soldi falsi, tanti quanti un container può contenere. E’ questo l’incipit di un film ricco di colpi di scena, diretto dall’islandese Baltazar Kormakur, per la prima volta in una produzione internazionale finanziata dallo stesso Wahlberg; ha un cast di prim’ordine ed una sceneggiatura che poteva essere molto interessante, per le ambientazioni e lo svolgimento della trama. Il risultato, però, non convince del tutto: la storia si ingarbuglia e il ritmo è discontinuo; sembra si vogliano riprodurre le atmosfere di “Italian Job”, sfruttando “il solito” Wahlberg nel ruolo del buon cattivo, stimato e rispettato per competenza e moralità. Giovanni Ribisi è sempre bravo, seppur confuso da un ruolo che lo vede cattivo per conto terzi; lo stesso accade a Ben Foster, nel ruolo del buono. Kate Beckinsale, moderna mamma-coraggio, è un po’ incolore.
Regia competente con un ritmo incalzante, adatto al genere del film: in molti casi ricorda l’iperrealismo di Michael Mann, ma qui scade spesso nell’inverosimile; le sequenze navali sfiorano il surreale, con una “papera” colossale nella descrizione del guasto all’elica (che è solo per gli addetti ai lavori). Kormakur confeziona un film al di sotto delle possibilità nonostante le buone intenzioni, piacevole da vedere ma inferiore ai vari “Ocean’s & Co”. Finale da favoletta del crimine.

Asterix451

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Di Namor (del 04/02/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 853 volte)
Titolo originale
Brave
Produzione
USA 2012
Regia
Mark Andrews
Interpreti
Reese Witherspoon, Emma Thompson, Billy Connolly, Julie Walters, Kevin McKidd
Durata
93 Minuti
Trailer

Come per tutte le principesse che hanno compiuto una certa età, anche per Merida è giunto il momento di andare in sposa ad un principe, per dare continuità al proprio regno. I pretendenti alla sua mano sono i primogeniti di tre clan rivali, essi, come vuole la tradizione, si sfideranno ad un gara con l’arco, per decidere chi sarà il promesso sposo dell’ambita Merida. Ma la giovane principessa, che è di carattere alquanto ribelle, non si sente ancora pronta per convogliare a nozze.
Ella giustamente, fa presente alla madre (che preme in tutti i modi per darla in sposa), di essere troppo giovane per maritarsi e per di più con uno sconosciuto che non ama. Ma oramai è tardi la decisione della Regina è presa, il vincitore della sfida avrà la sua mano. Con la motivazione di essere anche lei la primogenita, l’indomita Merida prende parte alla competizione sbaragliando i suoi concorrenti e facendo andare su tutte le furie la madre. Dopo un acceso diverbio tra le due, Merida scappa nel bosco imbattendosi in misteriosi fuochi fatui, i quali la condurranno da una strega con la passione d’ intagliare il legno. Dopo averla convinta a crearle un sortilegio che faccia cambiare sua madre, egli ritorna al castello per somministrarle il siero, ma il cambiamento auspicato non sarà mentale, ma bensì fisico, visto che la Regina si trasformerà in un enorme orso. Da qui, inizia la disperata corsa contro il tempo di Merida per far tornare tutto com’era prima, considerato che ha un solo giorno di tempo, prima che il sortilegio rimanga permanente.
I lungometraggi della Pixar sono stati sempre all’altezza della sua indiscussa fama, conquistata con grande merito, di miglior produttori di film animati. Tecnicamente “Ribelle – The Brave”, non ha nulla da invidiare ai precedenti titoli della major Statunitense, ma per quanto riguarda la trama, non credo che questo sia il loro miglior prodotto. La pellicola, complice di una sceneggiatura eccessivamente fiabesca, secondo me risulta essere mirata ad una fascia di spettatori under 14, che ad un pubblico più eterogeneo. Con questo, non voglio affermare che il film non merita di essere visto dagli over 14… ci mancherebbe altro, ma di sicuro non lascerà ricordi indelebili.

Namor

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Di Louise-Elle (del 31/01/2013 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1218 volte)
Titolo originale
Django Unchained
Produzione
USA 2013
Regia
Quentin Tarantino
Interpreti
Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington.
Durata
165 Minuti
Trailer

Siamo nell’era tecnologica e tutto quello che è Hi Tech affascina. Per me però, ancor ora, uno dei momenti più emozionanti è attendere l’inizio della proiezione di un film in una sala cinematografica sul grande schermo. Si abbassano le luci…le prime immagini…
Ancor più emozionante è assistere all’inizio di “Django unchained” accompagnato da un’entusiasmante colonna sonora che fin da subito con il brano Django (title track del film di Corbucci del 1966) cantato da Rocky Roberts e composta da un mix di brani di vari autori compreso Ennio Morricone, valorizza ancor di più questo western abilmente diretto da un eccentrico e geniale Quentin Tarantino che lo rende quasi spudorato e irriverente. Infatti argomenti di grande profondità in esso contenuti: la lotta alla discriminazione razziale e la schiavitù vengono sorprendentemente trattati con ironia e con un britannico sense of humor che non abbandona quasi mai i 165 minuti di proiezione assolutamente piacevoli e godibilissimi. Sottolineo in proposito la scena della malriuscita scorreria notturna da parte di goffi e inesperti membri del Klu Klux Klan che sdrammatizza e ironizza per l’appunto su un tema così importante.
Una trama molto semplice: Django (un’ottimo Jamie Foxx) è uno schiavo nero a cui viene restituita la libertà dal Dr. King Schultz (Cristopher Waltz) cacciatore di taglie, mellifluo e divertente personaggio che lo riscatta in cambio del suo aiuto per catturare i famigerati fratelli Brittle. Durante il viaggio i due si conoscono meglio e fra loro si instaura non solo un buon rapporto di affari ma una stima reciproca che rasenta l’amicizia. Gli insegnerà a perfezionare le doti di pistolero e gli chiederà la collaborazione per tutto l’inverno come socio e in cambio lo aiuterà a trovare sua moglie Broomhilda, da cui è stato separato alla piantagione dove entrambi lavoravano. Per far ciò elaborano una strategia e si spacciano per esperti in combattimenti fra Mandinghi neri poiché Broomhilda è ora di proprietà di Calvin Candie (Leonardo Di Caprio, sempre più maturo e professionale, capace di far trasparire la pazzia umana attraverso un semplice sorriso inquietante) potente e spietato proprietario negriero appassionato di questa umiliante e violenta disciplina sportiva. Colpi di scena, astuzie e intrighi non si risparmiamo fino all’ultimo, sia pur con un finale un po’ troppo banale del tipo “…e tutti vissero felici e contenti”.
Solamente Quentin Tarantino poteva osare così tanto. La sua originalità rende questo film davvero unico nel suo genere: non propriamente un western, non propriamente un film testimonianza del dramma della schiavitù dei neri d’America ma uno spettacolo leggero nonostante alcune scene che per alcuni possono essere cruente. Infatti la regia non risparmia la visione di massacri inevitabili in un periodo della storia americana dove erano le pistole e i fucili a gestire i rapporti d’affari e gli uomini. Molti primi piani focalizzano lo scempio generato dai proiettili su corpi ripetutamente crivellati dalle armi da fuoco. Un film comunque da non perdere: belle immagini della natura selvaggia e incontaminata americana, interpretazioni di ottimi attori, compresa la piacevole e breve recitazione di Franco Nero (celebre protagonista del Django di Corbucci) e di quella del regista stesso che eguaglia così facendo lo stile di Alfred Hitchcok che amava apparire sia pur brevemente in ogni sua pellicola e che con tutta probabilità ha ispirato anche la narrazione di questo film che molto assomiglia ad un qualcosa di profondamente britannico, in Inghilterra chiamato understatement: il modo di affrontare argomenti o avvenimenti molto drammatici con tono leggero, come era solito fare proprio il grande Hitchcock.
La critica e il pubblico, non solo USA, ha già decretato il successo di Django Unchained proponendolo per varie nominations sia per il Premio Oscar, sia per il Golden Globe e per il BAFTA Award, ma diciamo la verità, se vincerà anche solo alcuni di questi prestigiosi riconoscimenti, saranno sicuramente meritati.

Louise-Elle

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