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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Angie (del 27/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 902 volte)
Titolo originale
The Kids Are All Right
Produzione
USA 2010
Regia
Lisa Cholodenko
Interpreti
Annette Bening, Julianne Moore, Mark Ruffalo, Mia Wasikowska, Josh Hutcherson.
Durata
104 Minuti
Trailer

La pellicola diretta dalla regista e sceneggiatrice Lisa Cholodenko, “I ragazzi stanno bene” racconta la storia di Nic (Annette Bening) e Jules (Julianne Moore) , una perfetta e felice coppia lesbica di mezza età che, con il tempo hanno saputo costruire un sereno ambiente familiare assieme ai due figli adolescenti : Joni e Laser che, stanno bene, come dice il titolo del film.
Quando Joni compie 18 anni è il fratello Laser a farle pressione perché si rivolga alla banca del seme per scoprire l’entità del donatore segreto con cui condividono il patrimonio genetico. Scoperta l’entità del padre, alle madri non resta che introdurre l’uomo, Paul (Mark Ruffolo) all’interno del nucleo familiare. Paul si scopre attratto all’idea di proporsi come padre e crea così nella coppia lesbica una serie di incomprensioni (compresa una “scappatella etero”) che rischia di mandare in crisi l’armonia familiare. Il film ha ottenuto 4 candidature agli Oscar2011, miglior film, miglior sceneggiatura originale e agli attori Annette Bening come miglior attrice protagonista e Mark Ruffolo come miglior attore non protagonista. La regista Cholodenko, donna omosessuale, con questa commedia brillante e spiritosa tratta alcuni argomenti al giorno d’oggi molto discussi… come l’inseminazione artificiale, il matrimonio omosessuale, i nuclei familiari “diversi” dove emerge il particolare tratto sociologico dei figli di ciò, che crescono in una famiglia particolare lontana dagli stereotipi cattolici, e su cosa provano nel momento in cui scoprono l’entità del padre biologico. Non è un tipico film (come molti potrebbero pensare) che affronta il tema dell’omosessualità cadendo in stereotipi ormai tediosi. E una classica commedia semplice che racconta le vicende di una “famiglia non convenzionale” in maniera simpatica e, con un approfondimento leggero , ma non banale, di tale argomento sempre più attuale, creando così un prodotto intelligente e di qualità. Gli attori sono a dir poco azzeccati, dato che ognuno di loro svolge il suo ruolo con impeccabile bravura e credibilità.
Un piccolo appunto, (mi permetto di farlo) per Julianne Moore , che sebbene fosse l’interpretazione della Benning quella più forte, mi è piaciuta di più per la confusione che mostra il suo personaggio. La pellicola l’ho trovata carina e divertente, una storia originale con spunti interessanti che non annoiano, trattando il tema della coppia e dell’ omosessualità in maniera squisitamente apatica, dando vita ad un film capace di sorprendere, di far riflettere e sorridere allo stesso tempo, il quale mette i sentimenti al centro dell’attenzione, anche quando ad esprimerli è una famiglia “non convenzionale”.

Angie

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Di Namor (del 24/06/2011 @ 05:00:00, in libri, linkato 1417 volte)
Titolo originale
Florance and Giles
Autore
John Harding
Editore
Garzanti
Prima edizione
2010

New England 1891: nella fatiscente dimora di Blithe House, oltre alla servitù e alla signora Grouse in veste di tutrice, vivono la dodicenne Florance e suo fratellino Giles. Entrambi orfani, i due vengono allevati sotto la potestà di uno zio a loro sconosciuto, il quale ha proibito tassativamente l’istruzione della giovane Florence. Nonostante il severo divieto imposto dallo zio, la ragazza in gran segreto imparerà a leggere auto didatticamente, per poi recarsi di nascosto nella stanza della biblioteca per concentrarsi nella lettura dei vari e molteplici volumi che si trovano al suo interno. Ad interrompere l’abituale routine di Blithe House, sarà l’arrivo della signorina Whitaker, una istitutrice assunta per il piccolo Giles, che da li a poco perirà misteriosamente in un incidente nel corso di una gita sul lago. La venuta della ambigua signora Taylor, in sostituzione della precedente governante, stravolgerà la tranquilla quotidianità degli abitanti della casa, in particolar modo quella di Florence, poiché in una delle sue escursioni notturne per recarsi in biblioteca di soppiatto, scorge la misteriosa figura della nuova governante nella camera di Giles, che lo osserva mentre dorme e gli sussurra: “Ah, mio caro, ti mangerei!”.
Oltre a questa sinistra intenzione, la donna sembra dotata di strani poteri tra i quali, quelli di osservare gli abitanti della casa attraverso gli specchi disseminati al suo interno. Florence sente che la vita di suo fratello è in pericolo, per cui dovrà scoprire la vera identità della governante ed il vero motivo della sua presenza in quella casa prima che sia troppo tardi.
Scritto da John HardingLa biblioteca dei libri proibiti”è un libro dalle atmosfere affascinanti e ben descritte, dotato di una trama accattivante che invoglia di buon grado alla lettura. Questo per quanto riguarda la prima parte del libro, in seguito l’opera inizia a perdere fascino, così come la sua protagonista che nelle battute finali (per le scelte da lei adottate durante lo svolgimento della storia), diventa addirittura antipatica. Così come il finale di questo libro, che lascia molteplici punti interrogativi su più questioni.
Tranne una ..… quella di sconsigliarne la lettura!

Namor

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Di Miryam (del 22/06/2011 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1248 volte)
Titolo originale
Epitafios
Produzione
Argentina 2004
Episodi / Durata
13 / 45 Minuti

Un gruppo di studenti finiscono bruciati in un rogo per colpa di un insegnante, che li teneva prigionieri nella scuola. Cinque anni dopo, viene ritrovato il cadavere orrendamente mutilato del professore artefice della drammatica sorte degli studenti, non solo, vengono rinvenute anche delle bare vuote con inquietanti epitaffi, che saranno poi la firma dello spietato serial killer. Alle indagine della polizia, parteciperà anche l’ex poliziotto Renzo Marquez (Julio Chavez), dimissionario al tempo della strage degli alunni, per essersi sentito in qualche modo responsabile dell’insano gesto del professore. Alla caccia si unirà anche la psichiatra Laura Santini (Paola Krum), coinvolta anch’ella nella tragedia del Collegio, il quale si vede costretta a reincontrare mal volentieri Renzo e lavorare con lui fianco a fianco.
I due cercando di dimenticarsi del loro passato, iniziano a studiare i vari epitaffi che lascia il serial killer, il cui unico obiettivo è quello di preparare un’atroce vendetta e uccidere tutti i colpevoli, anche i più irrisori, che hanno in qualche modo partecipato alla morte prematura dei ragazzi, riservando loro una fine orribile con micidiali torture ben pianificate. Alla squadra che brancola nel buio, si unisce la detective Marina Segal (Cecilia Roth), che darà una svolta alle indagini, scoprendo quasi subito l’artefice della carneficina. Infatti dopo pochi episodi (in tutto sono 13), si viene a conoscenza del volto e del nome dell’ assassino, ma questo non è di rilievo per lo spettatore perché sarà sempre più preso dallo scoprire il movente per il quale il serial killer agisce.
Epitafios”, questo era il titolo iniziale della serie, poi cambiata in Requiem City, è un thriller poliziesco girato nel 2004 in Argentina, scritto dai fratelli Marcelo e Walter Slavich. E’ stata la prima fiction di produzione HBO Latin America, che ha riscosso un buon successo al di fuori del suo continente, devo aggiungere meritato, tanto che è stata trasmessa l’anno dopo negli Stati Uniti con i sottotitoli in inglese.
La ritengo un’ ottima serie, adatta ad un pubblico che ama il genere thriller con risvolti macabri, infatti le scene raccapriccianti, crude e violente non mancano, mi è capitato spesso di dover chiudere gli occhi durante le torture inflitte alle vittime… nonostante l’efferatezza mostrata, la mente diabolica di quell’uomo, riesce in qualche modo a coinvolgere lo spettatore…quindi vi consiglio di guardarla…

Miryam

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Di mimmotron (del 20/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1414 volte)
Titolo originale
Un turco napoletano
Produzione
Italia 1953
Regia
Mario Mattoli
Interpreti
Isa Barzizza, Carlo Campanini, Aldo Giuffré, Totò, Vinicio Sofia.
Durata
92 Minuti

Qualche giorno addietro ho incontrato Namor presso la Video Dreams, anche lui affitta i DVD presso lo stesso negozio e ci siamo messi a discettare su quale delle commedie di Edoardo Scarpetta trasposte in pellicole cinematografiche fosse la più divertente. Abbiamo subito messo al terzo gradino del podio Il medico dei pazzi poiché la comicità regredisce troppo nel grottesco. Impossibile è stato invece giungere al vincitore. Namor propendeva per Miseria e nobiltà io invece optavo per Un turco napoletano. Certo sono due pellicole sublimi in cui si ride dall'inizio alla fine, difficile quindi giungere ad un vincitore, ma la mia decisione è sicuramente influenzata da due aspetti. Il primo è che di Miseria e nobiltà ne ho vista una trasposizione cinematografica interpretata questa volta da Edoardo de Filippo, che per chi non lo sapesse era un figlio non riconosciuto di Edoardo Scarpetta, in cui la rappresentazione restituiva, a mio giudizio, maggiormente l'idea originale dell'autore quando scrisse la suddetta pochade. Secondo elemento che mi fa preferire la seconda pellicola è dovuta al fatto che si tratta di un film molto meno conosciuto forse anche per i temi piccanti trattati nella pellicola come annunciato nel preambolo. Queste tre pellicole sono state tutte dirette da Mario Mattoli. Felice Sciosciammocca, dotato di una forza erculea, viene imprigionato per essersi assunto la responsabilità dell'accidentale omicidio di uno strozzino che vessava le sue vittime.
Esilarante l'evasione che Toto' si rifiuta inizialmente di compiere durante la notte, su invito del suo compagno di cella, poiché non vuole che il giorno dopo li si additi come due “e-vasi di notte”, poi il timore della pena capitale lo induce a sorvolare questo particolare.
Appena fuori Faina, il compagno di cella, si mette al “lavoro” e trova per Felice un'occupazione come segretario nell'azienda di un facoltoso commerciante di Sorrento. Il posto era inizialmente riservato ad un turco che malauguratamente finisce per incappare nei due. Don Pasquale Catone, il padrone di casa, uomo assai geloso della propria giovane moglie accetta alle sue dipendenze Il turco poiché gli era stato presentato da un suo amico come un eunuco. In realtà Felice è un vero donnaiolo, da qui tutta una serie di malintesi e doppi sensi che daranno vita ad una pellicola che ci terra' col sorriso sulle labbra per 90 minuti. Ricco di battute maliziose, ma fatte con signorilità, questa è una di quelle pellicole che non mi stanco mai di riguardare e che quando voglio gustarmi qualcosa di leggero, ma allo stesso divertente vado a noleggiare.

mimmotron

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Di Angie (del 17/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1199 volte)
Titolo originale
La siciliana ribelle
Produzione
Italia 2008
Regia
Marco Amenta
Interpreti
Gérard Jugnot, Veronica D'Agostino, Marcello Mazzarella, Carmelo Galati, Lucia Sardo.
Durata
110 Minuti

Ha pochi anni e tanti sogni Rita, la bimba felice e spensierata, figlia del mafioso Don Vito Mancuso. E il giorno della sua prima comunione, quando assiste all’ uccisione di suo padre per mano di un boss mafioso rivale in affari. Disperata per la scomparsa del padre, la ragazza cresce nel rancore e nel desiderio di vendicare la sua morte . A distanza di alcuni anni, anche suo fratello viene ucciso.
Dopo questa ulteriore perdita, la bimba, ormai ragazza di 17 anni si presenta al Procuratore di Palermo, portando con se il suo diario, come prova dell’uccisione dei suoi cari, dove aveva annotato meticolosamente ogni movimento del “clan “ mafioso, per far arrestare gli assassini e vendicarsi della morte sia di suo padre che di suo fratello, entrambi mafiosi.
Per la prima volta una ragazzina di famiglia mafiosa decide di collaborare con la giustizia, mettendosi contro la mafia e l’intero paese nel quale ha vissuto la sua adolescenza. Il Procuratore antimafia che la sostiene nel suo percorso, diventa per lei una figura paterna il quale le farà capire la differenza tra vendetta (che lei voleva ottenere) e giustizia. Purtroppo gli eventi precipitano, anche il giudice viene ucciso e, mettono Rita (ancora una volta rimasta sola) di fronte all’assurdità della vita e alla dismisura della sua battaglia. Questa ragazzina che osò sfidare la mafia per non essere la successiva sulla lista , ancora una volta sceglie il suo destino.
Dopo “L’Ultimo Padrino” e “Il Fantasma di Corleone” un’altra pellicola sulla mafia per il regista Marco Amenta, che abbandona il documentario per dirigere un vero e proprio film: “La Siciliana Ribelle”, che racconta la vera storia di una ragazza di nome Rita Atria, che negli anni ’90, ebbe l’audacia di denunciare al giudice Borsellino, i sicari di suo padre e di suo fratello.
Amenta si affida a due ottimi attori per i ruoli protagonisti: il francese Gerard Jugnot (nel ruolo procuratore antimafia) e la giovane siciliana Veronica d’ Agostino (nel ruolo di Rita Mancuso), il quale l’ ho trovato molto brava nella sua interpretazione del personaggio.
In questo film il regista ha scelto attori quasi tutti siciliani, alcuni presi anche dalla strada, lasciando che si esprimessero nelle loro forme dialettali originali, per rendere più vera e autentica questa dura realtà di criminalità organizzata, che ancora oggi non si è riuscita a sconfiggere.
Una storia veramente toccante, il coraggio di Rita è indescrivibile: il suo esempio mostra che è possibile opporsi a un nemico che sembra invincibile e, con l’impegno attivo e collettivo si può riuscire a modificare la situazione anche se “ forse un mondo onesto non esisterà mai”.
Riflettiamo su una frase che Atria scrisse nel suo diario:”Prima di combattere la mafia , devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te , puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici , perché la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”.
“La Siciliana Ribelle” produzione italo-francese è stato giudicato il miglior film al Festival di Roma del 2008. Trovo che sia un bel film, con una buona tensione narrativa e con un ottimo coinvolgimento, che cattura l’attenzione del pubblico fino alla fine. Una pellicola che vale sicuramente la pena di visionare, dove non mostra solo la cruda realtà ma, aiuta a comprendere i tanti perché nascosti dietro il comportamento di chi è volente o nolente… accerchiato da questo ignobile sistema.

Angie

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Di Asterix451 (del 13/06/2011 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1463 volte)
Titolo originale
 
Produzione
Cina 2009
Episodi / Durata
30 / 40 Minuti

Attraverso i films, i videogiochi, gli articoli sulle riviste sportive ed il contributo che i cultori del Jeet Kune Do perpetuano, “Bruce Lee” è diventato sinonimo di “Kung Fu” per chiunque. Ma è stata la sua morte prematura, all’età di 32 anni, a consacrare al mito il suo carismatico personaggio; a proposito di essa si è teorizzato di tutto, dalle maledizioni alle vendette della mafia cinese, mentre altri sostengono che sia stata tutta una montatura (come dissero di Elvis, Jim Morrison e molti altri). La versione ufficiale, riconosciuta dai medici e dalla Famiglia Lee, chiarisce che sia stato stroncato dalla reazione allergica ad una banale farmaco, che ne ha causato il coma e poi la morte il 20 Luglio del 1973.
E’ questa la sintesi più nota alla maggior parte dei suoi ammiratori. Molti di meno ne hanno conosciuto lo spirito attraverso i suoi scritti, divulgati dalla moglie Linda Lee Cadwell, e dagli amici, che hanno promosso il Jeet Kune Do. Negli ultimi anni, grazie al loro affetto, la figura di Bruce si è arricchita del suo immenso potenziale umano, filosofico, marziale, ben oltre ciò che lo sfruttamento di un marchio rendeva possibile. Ogni epoca, ogni branca della vita umana, conosce un Genio.
Il Genio è qualche volta il più forte, “l’Imbattibile”, ma non basta questo a farne un esempio per tutti e non è necessario che lo sia. Più spesso sono la completezza, la qualità e l’onestà dell’essere che si esprime attraverso l’azione, a farli riconoscere al mondo come persone uniche, speciali. Shannon Lee, figlia di Bruce e sorella minore di Brandon, ha co-prodotto la serie Tv “The Legend of Bruce Lee”; un lavoro che ci accompagna nella vita di Bruce con la calma e la profondità necessaria per comprenderlo appieno, più di quanto fece “Dragon – La leggenda di Bruce Lee”, per ovvi motivi di durata. Diretta dal regista Cinese Li Wen Qi ed interpretata con efficacia da Kwok Kwan Chan (Shaolin Soccer, Kung Fusion), la serie inizia con un Bruce Lee adolescente e bisognoso di affermazione, arrivando poi a raccontare l’evoluzione del Jeet Kune Do, della sua carriera cinematografica, l’amore per Linda ed i suoi studi di filosofia.
Una imponente ricostruzione, ricca di dettagli sull’Attore e sugli amici di sempre, che vorrei promuovere a pieni voti, non fosse per alcuni appunti da fare. Anzitutto il ritmo altalenante: alcune puntate sono incredibilmente avvincenti, mentre altre sono prolisse di concetti filosofici e nozioni tecniche dell’arte marziale, che rischieranno di annoiare i non addetti ai lavori. Ripartite su trenta puntate, la sensazione è che le prime approfondiscano i fatti molto più delle ultime, come se verso la fine la storia iniziasse “a correre”. Suppongo dipenda anche dai tagli sulle puntate; ciò provoca anche la “sparizione” alcuni personaggi misteriosi.
Anche dal punto di vista biografico, a volte i fatti si sottomettono alla legge del cinema, esagerando od inventando addirittura alcuni episodi della vita di Lee. Molti di essi sono narrati dallo stesso Lee nei suoi scritti, o da sua moglie, come l’infortunio alla schiena, che dipese da un eccessivo carico con i pesi e non dalla scorrettezza in combattimento di un avversario (o addirittura due); la sua “miracolosa” ripresa, poi, sembra ri-arrangiata ad arte. Molti altri sono disponibili nella collana della Mondadori dedicata a Bruce (“La Perfezione del Corpo; “Lo Spirito del Dragone”; “Il Tao del Dragone”), e discordano con quanto portato sullo schermo. Naturalmente, questo è solo un lato della medaglia.

Asterix451

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Di Namor (del 10/06/2011 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1037 volte)
Titolo originale
Carlos
Produzione
Francia - Germania 2010
Episodi / Durata
3 / 110 Minuti

Ilich Ramírez Sánchez, meglio conosciuto con il suo leggendario nome di battaglia: Carlos lo sciacallo, fu per lungo tempo un pericoloso ed imprendibile terrorista che seminò terrore e distruzione nel mondo, per la causa della Palestina. La sua fama di inafferrabile sovversivo, fece crescere a dismisura la sua popolarità mediatica, tanto da essere considerato uno dei personaggi del globo più temuti dell’epoca.
La suddetta miniserie di 3 episodi da 110 minuti l’uno, diretta dal regista francese Olivier Assayas, ripercorre le vicende del famoso rivoluzionario venezuelano che, con la sua politica del terrore, seppe tenere in scacco nazioni intere a cavallo degli anni 70/80.
Non ho voluto addentrarmi nella complessiva trama di “Carlos”, per non anticipare gli avvenimenti storici e privati del protagonista a coloro che si appresteranno a seguire la serie. Chiunque abbia seguito le sue gesta in quel periodo tramite i vari telegiornali, potrà nuovamente rivivere quei momenti grazie alle varie immagini e interviste di repertorio presenti nella serie. Tale caratteristica, abbinata alla finzione recitativa degli attori, servirà a far capire meglio gli avvenimenti (non so quanto siano veritieri) del lungo periodo di azione e latitanza di Carlos e del suo gruppo terroristico. L’ottima recitazione degli attori in particolare quella del protagonista Édgar Ramírez nei panni di Carlos, e la buona messa in opera di questa serie vincitrice del Golden Globe 2011 come miglior miniserie, ne fanno un prodotto con riserva, assolutamente da seguire.
Poiché la serie durante il suo svolgimento alterna brevi momenti di azione, a lunghe durate di calma, la restrizione, per coloro che si apprestano a seguire la serie, è quella di non aspettarsi di vedere un Carlos in versione Rambo per tutta la sua durata… se il vostro desiderio è quello, optate per un altro titolo poiché in questi 330 minuti in cui dovreste stare davanti al video, correreste il rischio di addormentarvi più volte!

Namor

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Di mimmotron (del 08/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 864 volte)
Titolo originale
Det Sjunde Inseglet
Produzione
Svezia 1956
Regia
Ingmar Bergman
Interpreti
Max von Sydow, Gunnar Björnstrand, Gunnel Lindblom, Bengt Ekerot, Bibi Andersson.
Durata
96 Minuti

Quello che mi ha spinto a vedere Il settimo Sigillo è stato il rilevante numero di influenze cinematografiche e non solo, che ha avuto la scena della partita a scacchi tra il cavaliere e la Morte. Avevo infatti già visto qualche film di Ingmar Bergman (Il posto delle fragole, Il volto, Sussurri e grida) e non ne ero rimasto particolarmente colpito.
Quindi guardare una pellicola del '56 mi inquietava un po' nonostante abbia visto film ancora più vecchi, ma belli. Mai sensazione fu più sbagliata, il film è realmente un capolavoro, basato sulle problematiche esistenziali.
In Svezia dove imperversava la peste e lo sconforto che questa malattia suscitava, giunge un nobile cavaliere, Antonius Block, di ritorno da una crociata in Terra Santa con il suo scudiero Jons. Giunto presso una spiaggia trova la Morte ad aspettarlo, la quale aveva scelto proprio quel momento per portarlo via. Antonius sapendo della passione della Morte per il gioco degli scacchi la sfida ad una partita e quest'ultima accetta, ottenendo così ancora del tempo al compimento del suo destino. La partita si svolgerà durante il viaggio di ritorno verso casa del cavaliere. Durante questo viaggio Antonius incontrerà molte persone che ognuna a modo suo affronta l'ossessiva paura di essere contagiato dalla peste. Tra i tanti, nel suo cammino verso casa, Antonius si imbatte in una famiglia di saltimbanchi uniti da un amore reciproco che gli consente quasi di non vedere il dramma sanitario che li circonda. Saranno proprio loro con questo amorevole atteggiamento che porteranno Antonius a ritrovare la fede. Ritrovata questa unione con Dio, Antonius che stava giocando bene la sua partita decide di far vincere la Morte poiché essa necessitava di cogliere nuove vite e aveva posato i suoi malevoli occhi sulla coppia di saltimbanchi.
La trama di questa pellicola è semplice e lineare, ma di ben altro spessore sono i temi trattati. Il rapporto tra l'uomo e la religione, l'uomo e la morte. Il passaggio che mi ha colpito di più è uno dei tanti dialoghi che si svolgono tra il cavaliere e la Morte. 
-  Cavaliere: “Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, che mi sveli il suo volto, mi parli … Lo chiamo nelle tenebre, ma a volte è come se non esistesse.”
 -  La Morte: “Forse non esiste” 
 -  Il cavaliere risponde: “Allora la vita è un assurdo errore. Nessuno può vivere con la Morte davanti agli occhi sapendo che tutto è nulla.”

mimmotron

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Di Miryam (del 06/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 789 volte)
Titolo originale
The Rite
Produzione
USA 2011
Regia
Mikael Hafström
Interpreti
Anthony Hopkins, Colin O'Donoghue, Alice Braga, Toby Jones, Ciarán Hinds.
Durata
114 Minuti
Trailer

Il film narra la storia del giovane Michel Kovak (Colin O’ Donoghue), che vive e lavora con il padre (Rutger Hauer) nell’impresa di pompe funebri. Stanco di condurre quella vita sempre a contatto con i defunti, fin da quando era bambino e soprattutto non riuscendo a cancellare il ricordo della madre ormai senza vita nelle mani esperte di suo padre, decide che è giunto il momento di cambiare vita, quindi intraprende la difficile via del sacerdozio, nonostante la mancanza di una vera e propria vocazione per l’ordine .
Dopo quattro anni, ormai pronto a prendere i voti, Michel sente di non avere abbastanza fede e proprio mentre sta per inviare la lettera di dimissioni, che assiste ad un incidente stradale dove la giovane vittima prima di esalare l’ultimo respiro, chiede al giovane seminarista la sua benedizione. Incapace di negargliela, il seminarista gliela impartisce, tutto ciò provoca in lui uno scossone tanto devastante da accettare di partecipare ad un corso di esorcismo a Roma. Anche in questa occasione Michel è assai riluttante, in quanto lui riesce sempre a dare una spiegazione scientifica per ogni cosa, ritenendo che le persone possedute, altro non sono che individui disturbati mentalmente e che, quindi devono essere curati da psicologi e non da preti esorcisti.
A questo punto entra in merito Padre Xavier ( Ciaran Hinds), il prete che sta tenutario del corso, il quale indirizza il giovane Michel a conoscere Padre Lucas Trevant (Anthony Hopkins), e attraverso questo anziano ed eccentrico esorcista, che Michel comincia pian piano a ricredersi sulle sue teorie, assistendo al caso di una giovane donna incinta posseduta dal diavolo. Mikael Hafstrom, (già conosciuto nel film 1408), è il regista svedese che ha diretto “Il Rito” con un compito assai arduo, quello di evitare il paragone con il famoso “L’esorcista” di William Friedkin. Due film diversi anche se trattano lo stesso argomento, Il Rito infatti, non è da considerarsi un horror, ma più una riflessione sull’esistenza o meno del diavolo.
Sono sempre state tante le domande che assillano varie persone sulla possessione delle forze del male, l’esorcismo ha sempre suscitato un certo fascino e curiosità, anche perché tutto ciò non è mai stato dimostrabile
Certe scene del film sembrano che siano fatti realmente accadute e la trama de Il Rito, nasce proprio da una proposta letteraria avanzata da Matt Baglio, un reporter di Roma, che con grande stupore aveva appreso nel 2007, la notizia che il Vaticano voleva di nuovo istruire il Clero sul rito dell’ esorcismo.
Personalmente sono scettica su questo argomento, diciamo che il mio modo di pensare si avvicina molto a questo giovane seminarista che da spiegazione logica a tutto, penso che tutto ciò sia legato a credenze popolari, infatti il contenuto del film non mi è piaciuto più di tanto, ho trovato invece fantastiche le varie interpretazioni degli attori, sia per Colin o’ Donoghhue che qui debutta, e per la giovane indemoniata Marta Gastini… ma soprattutto i miei complimenti vanno alla presenza di Anthony Hopkins, che per me è stata la colonna portante del film.

Miryam

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Di Namor (del 03/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 913 volte)
Titolo originale
Thor
Produzione
USA 2011
Regia
Kenneth Branagh
Interpreti
Chris Hemsworth, Natalie Portman, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Colm Feore.
Durata
130 Minuti
Trailer

Un altro personaggio della Marvel, entra a far parte della grande schiera dei supereroi adattati per il cinema, l’illustre protagonista è il mitico Thor, il Dio del tuono, figlio dell’onnipotente Odino signore di Asgard.
La storia ha inizio sul pianeta Asgard, ove l’arrogante e indomabile principe Thor (Chris Hemsworth) erede disegnato del grande Odino (Anthony Hopkins), viene spogliato da suo padre di tutti i suoi poteri e mandato in esilio sulla Terra, per essere andato in battaglia senza il suo consenso, contro i demoni del ghiaccio, colpevoli di essersi intrufolati su Asgard, violando così la tregua con l’acerrimo nemico, stabilita tempo fa dallo stesso Odino.
L’espulsione dal regno d’orato del Dio del tuono, coincide con la salita al potere di suo fratello: il malvagio Loki (Tom Hiddleston), autore di un ordito piano di conquista al comando supremo. La caduta di Thor sulla Terra e la conseguente amicizia con un gruppo di scienziati, di cui capeggia il suo futuro amore Jane Foster (Natalie Portman), segneranno indelebilmente, in senso positivo, le arroganti caratteristiche caratteriali dell’impetuoso Principe Asgardiano. Dopo aver recuperato i suoi poteri ed il fedele Mjiolnir, egli dovrà combattere contro l’invincibile Distruttore, una sorte di colosso metallico inviato da Loki per sopprimere l’incomodo fratello. Dopo aver avuto la meglio sul gigante, insieme ai suoi inseparabili amici Volstagg, Fandral,Heimdall e Sif, il dio del tuono si recherà nuovamente sul suo pianeta d’origine per ristabilire la pace.
A dirigere “Thor” e il regista shakespeariano Kenneth Branagh, l’insolita scelta nasce dall’universo che ruota intorno a questo Dio Supereroe, fatto di faide familiari, gelosie fra padri e figli in eterna competizione per il potere. Positivo il compito di Branagh nel girare il suo primo blockbuster dalle tinte shakespeariane, in particolare gli eventi che si susseguono su Asgard la città arcobaleno. Al contrario invece, per le situazioni fin troppo comiche che Thor deve affrontare sul nostro pianeta, tali avvenimenti hanno solo la facoltà di cancellare quell’aurea di fascino che il mitico principe ben elargisce sul suo pianeta.
Per quanto riguarda il cast: Sir Hopkins nelle vesti di Odino non si discute, il suo talento carismatico per interpretare il Dio degli Dei è quanto di meglio si poteva avere. La scelta per il ruolo di Thor è caduta sull’attore australiano Chris Hemsworth (il giovane comandante Kirk dello Star Trek di J.J.Abrahms), il quale si presenta con un mirabolante fisico forgiato sicuramente da incredibili sessioni di ghisa e chimica. La Portman nella parte della bella Jane Foster, qui tramutata in scienziata anziché infermiera, adempie scolasticamente al suo compitino.
Gli effetti speciali sono di egregia realizzazione, così come la sala del trono di Asgard ed il mondo sotterraneo del ghiaccio. Scarso, quasi nullo il 3D, che ancora una volta delude enormemente… gli unici frame di vera tridimensione si notano solo nei vari trailer pubblicitari dei prossimi film 3D in uscita!

 Namor

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Di Andy (del 01/06/2011 @ 05:00:00, in musica, linkato 1449 volte)
Artista
Duran Duran
Titolo
All you need is now
Anno
2011
Label
 

Sono ancora alla traccia numero 5, Safe(in the hit of the moment), quella dove canta Anna Matronic degli Scissors Sisters, per intenderci, e devo dire che questo nuovo album dei Duran è veramente bello e fresco; sentitevi con che giro di basso inizia il pezzo John Taylor e che ritornello accattivante. Ma andiamo per ordine, partendo dal primo brano che è la title track che ha imperversato in radio fino a poco tempo fa: l’inizio di synth richiama inevitabilmente i mitici Depeche, ma poi la canzone si sviluppa sui canoni abituali a cui ci hanno abituato Simon Le Bon e soci; il cantante e front-man di questi ragazzi cinquantenni si dimostra in buona forma vocalmente e non sembrano passati venticinque anni da Rio, un disco i cui i richiami sono molto evidenti in questo All you need is now. Blame the machines mi riporta veramente indietro piacevolmente ai suoni anni 80, ma tutto è sapientemente orchestrato da Mark Ronson, uno dei migliori produttori pop in circolazione, quello di Amy Winehouse, per dirne una, che ha dichiarato di essere un grande fan del gruppo. Qui c’è il giusto dosaggio tra le imponenti tastiere di Nick Rhodes e la chitarra di Dom Brown, dal piglio tipico anni 80, tra il funk e gli arpeggi alla Edge, molto vicina allo stile di Andy Taylor; il ritmo della batteria è quasi da drum-machine, ma adatto per la canzone. Un rif di chitarra tra il western e James Bond apre Feing bollowed, che è uno dei pezzi migliori dell’album, che richiama molto i temi musicali dei film di 007 anche nel finale, mentre Leave a light on, calma il ritmo che è stato fino ad ora molto dance; una ballata alla Save a prayer, molto intensa e soffusa. Basso slappato e chitarra dalla ritmica funk serrata per Girl panic, il secondo singolo che sta girando in radio attualmente, molto divertente. Atmosfera alla Visage per The man who stole a leopard , tra il superbo lavoro sui synth di Nick e gli inserti di archi sopra una base di basso e batteria perfetta e dal sapore che noi frequentatori delle discoteche a metà anni 80 conosciamo molto bene; uno dei brani migliori del disco. Quando inizia il rif di chitarra di Mediterranea, sembra di aver messo la cassetta nel walkman ed essere tornati indietro di venticinque anni; le sonorità sono veramente perfette e nel finale Dom Brown tira fuori dei ricamini di chitarra in cui non nasconde la propria simpatia per The Edge. Grande voce per l’ inquietante Before the rain, in un interpretazione quasi teatrale: gli archi dell’orchestra sono tesi e tristi come il testo molto malinconico e duro: un’amore finito, promesse vane e parole buttate al vento prima della pioggia, davvero triste e bella.
I Duran Duran sono tornati insomma a fare quello che sanno fare meglio, cioè far ballare con quel piglio che si sono saputi inventare qualche anno fa; quello che stupisce in questo disco sono la freschezza della voce di Simon e di tutta la band, che sembrano aver bevuto alla fonte della giovinezza, rinnovando uno stile consolidato e producendo un bel disco assolutamente non “già sentito”, pieno di ritmo e idee, suonato con l’esperienza di un gruppo che sta sulle scene da un pezzo. Penso che riusciranno ad aumentare il loro già enorme numero di fans, pescando consensi anche in un pubblico più giovane, che si vuole muovere quando ascolta la musica e qui ce n’è da muoversi, eccome..Buon ascolto..

 

Andy

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Di Angie (del 30/05/2011 @ 05:00:00, in Serie Tv, linkato 1567 volte)
Titolo originale
David Copperfield
Produzione
Italia 1965
Episodi / Durata
8 / N.D

Dopo quasi quattro mesi di riprese, va in onda per la prima volta sul programma Rai a partire dal 26 dicembre 1965, lo sceneggiato David Copperfield, tratto dall’omonimo romanzo di Charles Dickiens. Ambientato nell’Inghilterra dell’800 è la commovente storia delle dure esperienze del piccolo David, da lui stesso raccontata.
Già senza padre, rimasto orfano della madre, il giovane infante diventerà vittima del sadico patrigno Murdstone, che lo rinchiude dapprima in un collegio, per poi obbligarlo a lavorare a Londra. David riesce a fuggire e a giungere a Dover, dove risiede Betsy, la sua unica zia burbera, ma dal cuore d’oro, che si prenderà cura di lui. Grazie al suo affetto, David riesce a costruire nel tempo una vita serena e dignitosa . Il matrimonio con la sua amata Dora, purtroppo durato poco a causa della morte di lei e, quindi il secondo matrimonio con Agnes che, finalmente gli dona tranquillità lo farà diventare uno scrittore di successo.
Il successo della fiction, allora si chiamava teleromanzo, fu strepitoso, fu visto da quindicimilioni di telespettatori e nei decenni a venire, venne replicato più volte riscuotendo sempre un buon consenso. Sceneggiato in otto puntate, diretto da Anton Giulio Maiano ,fu interpretato da un cast veramente d’eccezione a partire da Roberto Chevalier e Giancarlo Giannini, che interpretarono il personaggio di David. Il primo da ragazzo e il secondo da adulto, i due furono una vera rivelazione per il pubblico che li amò incondizionatamente. Affiancati da altri attori famosi come: Annamaria Guarnieri (in Agnes), Ubaldo Lay ( nel perfido Murdstone), Wanda Capodoglio (zia Betsy), e Laura Efrikian (Dora), hanno reso lo sceneggiato, uno dei pochi esempi di trasposizione televisiva davvero fedele e (riuscita) all’opera letteraria ispiratrice.
David Copperfield e una storia indimenticabile, in qualunque età la si sia letta o vista, infatti, ancora oggi la sua visione affascina e commuove, dove alla fine il bene trionfa sul male: finale che la maggior parte del pubblico spera. Penso che sia piacevole rivedere questa fiction assieme ai propri figli, per farli ancora sognare e trasmettere qualcosa di positivo ai nostri ragazzi. Oggi purtroppo la tv offre ben poco sul fattore morale da insegnare ai nostri figli.

Angie

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Di Namor (del 27/05/2011 @ 05:00:00, in libri, linkato 1153 volte)
Titolo originale
The Good German
Autore
Joseph Kanon
Editore
Oscar Mondadori
Prima edizione
2002

In una Berlino messa in ginocchio dai bombardamenti degli alleati, il reporter americano Jake Geismar, si appresta a seguire la conferenza di Postdam per il suo giornale. L’obbiettivo primario in realtà è quello di ritrovare Lena, la ragazza tedesca che lui segretamente amava prima della seconda guerra mondiale, ma con la capitale tedesca rasa al suolo, occupata e divisa in tre settori controllati dagli alleati sovietici, americani e inglesi, non sarà una cosa facile.
Durante il convegno a Postdam, avviene un fatto strano, il cadavere di un soldato americano viene rinvenuto nelle acque del fiume, una volta tratto a riva, si scopre che la causa della morte è legata ad un proiettile è non per annegamento. Ciò fa presupporre ad un omicidio causato dai russi, poiché il ritrovamento è avvenuto nella loro zona di dominio. Il recupero della vittima avviene con Jake presente, il quale nota che l’identità del cadavere non è sconosciuta. Ma il motivo che sconvolge e meraviglia nello stesso tempo il reporter americano, è stato il recupero di una borsa con una numerosa quantità di denaro, ancora in possesso del defunto soldato.
Cosa aveva spinto il suo giustiziere ad ucciderlo e gettarlo in tutta fretta nel fiume, senza sottrargli la sacca con la cospicua somma di denaro?
Jake per scoprire la verità, si lancerà in una pericolosa indagine che viaggerà in parallelo con la scomparsa di Emil, un famoso matematico tedesco, nonché marito della sua amante Lena, chiave di volta dell’intero mistero.
Scritto da Joseph Kanon, “Il Buon Patriota” è un libro dagli eventi altalenanti, la trama non dispiace, così come la sua ambientazione post bellica realmente accaduta nel lontano 1945. Vi sono informazioni interessanti sulle metodologie usate dai Greifer, i cacciatori di ebrei usati dalla Gestapo per scovare gli U-Boot, ovvero gli ebrei in perenne movimento per non farsi scovare dai loro cacciatori durante la guerra.
Gli ingredienti per essere un titolo intrigante ci sono tutti, peccato che l’autore non abbia saputo far rimanere impresso i personaggi del libro al lettore, questo per la mancanza di caratterizzazione dei protagonisti, infatti più volte son dovuto tornare indietro con le pagine, per capire chi fosse l’uno o l’altro dei personaggi presenti nel libro.
Se siete alla ricerca di un titolo del genere, posso anche consigliarvene la lettura, a patto che abbiate molto tempo da dedicargli per poter assimilarne in maniera meno stressante i suoi personaggi ed il suo finale eccessivamente prolungato!

Namor

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Di Miryam (del 25/05/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 815 volte)
Titolo originale
Vier Minuten
Produzione
Germania 2006
Regia
Chris Kraus
Interpreti
Monica Bleibtreu, Hannah Herzsprung, Sven Pippig, Richy Müller, Jasmin Tabatabai.
Durata
112 Minuti

Carcere femminile di Luckau, la detenuta Jenny Von Loebert (Hannah Herzsprung), assiste senza scomporsi al suicidio della sua compagna di cella. Una volta avvenuto il decesso, gli sfila le sigarette dal camice tranquillamente, così, come se niente fosse.
Parecchi anni prima, più precisamente nel 1945, in quella stessa prigione, la miglior pianista tedesca dell’anno Traude Kruger (Monica Bleibtreu), vi prestava servizio come paramedico, mansione che la costrinse ad assistere con gran dolore, all’esecuzione capitale di una giovane donna. Quell’evento le cambiò per sempre la vita, poiché la condannata a morte, era la ragazza che lei segretamente amava.
Sono trascorsi ormai tanti anni da quel triste giorno, ma l’anziana signora Kruger ritorna tutti i giorni in quel carcere, per cercare di insegnare i piaceri della musica alle giovani detenute, tramite lo studio del pianoforte.
Mentre il corso di musica sta rischiando di essere chiuso per i scarsi proficui, la donna, grazie ad un guardiano, anch’egli appassionato di musica, riesce a convincere il direttore nell’acquistare un pianoforte e prolungare ulteriormente le lezioni.
Purtroppo la scarsità musicale delle allieve, mette a serio rischio la continuità degli studi, questo fino a quando tra le detenute spicca inaspettatamente il talento di Jenny, una ex bambina prodigio. Inutile dire che su questa figura la signora Kruger, riverserà tutta la sua passione di insegnante, nonostante la ragazza si dimostri alquanto riluttante in merito. L’indomita allieva alza un muro nei confronti della sua insegnante, muro dettato da una vita fatta di abusi, di violenze subite dal padre e dalla morte di un figlio… fino alla condanna per omicidio. Tutto ciò porta Jenny ad avere un carattere ostile nei confronti delle detenute, delle guardie carcerarie e perfino nei confronti di se stessa a tal punto di mordersi le dita fino a farle sanguinare, mani che potrebbero diventare il suo talento.
Il rapporto tra le due donne inizia in maniera molto difficile, da una parte un’insegnante rigida nell’ordine e nel rigore, dall’altra una giovane donna che rifiuta qualsiasi regola e solo per fare dispetto, suona musica hip hop tanto odiata dalla Kruger, abituata al genere classico. Pian piano però tra le due donne, entrambe legate da un passato oscuro, inizia ad instaurarsi una rispettosa amicizia, a tal punto che si prepareranno per partecipare ad un concorso per pianisti emergenti. A pochi giorni dal debutto un ennesimo scatto di violenza di Jenny nei confronti di un secondino, gli vieta la partecipazione al concorso. La tenace professoressa Kruger non si arrende, l’unica soluzione per poter partecipare alla gara è evadere, ed è quello che faranno. Con la complicità di una guardia, le due donne riescono così ad uscire dal carcere e a recarsi all’ auditorium.
Al regista e sceneggiatore di “Quattro minuti”, il tedesco Chris Kraus, vanno tutti i miei complimenti, sia per le attrice scelte, che hanno recitato in maniera toccante tutte le scene più cruenti del film, sia per la scena finale dove si vede un rigido direttore del carcere che ritarda l’arresto di quattro minuti, per concedere a Jenny tutti gli applausi meritati dal pubblico e soprattutto l’obbiettivo raggiunto della Kruger che riceve anche un inchino di ringraziamento dalla sua allieva, nonostante questa abbia suonato un pezzo di hip hop e non un classico suggeritole dall’insegnante.
Bisogna dare anche merito alla colonna sonora di Annette Focks e alla fotografia di Judith Kaufmann, che nell’insieme valorizzano ancora di più le scene più forti del film. Personalmente trovo che sia un’ ottima pellicola da vedere e consigliare.

 Miryam

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Di mimmotron (del 23/05/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1235 volte)
Titolo originale
In nome del popolo italiano
Produzione
Italia 1971
Regia
Dino Risi
Interpreti
Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Yvonne Furneaux, Renato Baldini, Ely Galleani
Durata
103 Minuti

Nella sua lunga carriera Dino Risi ci ha regalato alcuni dei ritratti più sferzanti tra i tanti della nostra commedia all'italiana. Secondo taluni il regista si è spesso fatto allettare dal successo al botteghino, ma io preferisco guardare a quelle pellicole che ancora oggi continuano ad essere difficilmente uguagliabili. Ha dipinto dei meravigliosi affreschi delle anomalie italiane (e non solo) sapendo cogliere i vizi più nascosti e negativi. In questo è stato sicuramente aiutato da capaci scenografi (Age e Scarpelli, Maccari, ecc…) e dai migliori attori italiani (Sordi, Gassman, Tognazzi, ecc…) realizzando opere quali Il sorpasso (capostipite dei road movie) I mostri e In nome del popolo italiano solo per citarne alcuni tra i miei preferiti.
In nome del popolo italiano è stato realizzato nel 1971 e sembra essere passato un secolo, ma il tema trattato è di un'attualità sconvolgente, mantenendo immutato il suo interesse. La trama è incentrata sul confronto tra lo specchiato giudice Bonifazi e l'infido imprenditore Santenocito interpretati rispettivamente da Tognazzi e Gassman, due “mostri sacri” della commedia all'italiana. Non dovrebbe essere difficile scorgere nei due protagonisti aspetti comuni a personaggi ben noti dei giorni nostri. Questo ci pone subito una domanda, quanto è cambiato il nostro Paese da allora?
Difficile dare una risposta, molto dal punto di vista sociale, culturale e politico forse poco se si guarda al popolo italiano.
Nell'Italia degli anni settanta il pretore Bonifazi si adopera dando tutto se stesso per combattere chi al solo fine di arricchirsi non esita a compiere qualsiasi nefandezza. Tra questi l'imprenditore Santenocito che riesce sempre a farla franca e sfuggire così alla giustizia che tra l'altro l'aveva processato per corruzione e traffico d'armi. Ad un certo punto resta però coinvolto nella morte di una giovane ragazza che per vivere faceva la prostituta d'alto bordo. Questo fatto sembra dare al magistrato Bonifazi l'occasione giusta per far scontare al disonesto imprenditore tutte le responsabilità da cui era riuscito legalmente a sfuggire. Difficile capire a mio giudizio cosa sceglie il regista, ovvero se il giudice rinvierà a giudizio il Santenocito poiché il finale appare surreale. Camminando per una città deserta, a causa di una partita della nazionale italiana mentre legge il diario della vittima scopre come si svolsero realmente i fatti la notte della morte di quest'ultima. Al termine della partita che vede l'Italia vincitrice per le strade si riversa un fiume di gente che mettono in mostra gli aspetti più beceri degli italiani e ad ognuno dei protagonisti di tali gesti viene dato il volto di Gassman/Santenocito. Proprio questa dimostrazione del degrado morale ormai raggiunto porterà il magistrato a gettare il diario tra le fiamme di un'auto incendiata dai tifosi. Diario che avrebbe potuto scagionare il Santenocito dall'accusa di omicidio.
Molti sono i temi che si aprono su questo controverso finale, ma non è questa la sede appropriata per discuterne, vi lascio quindi con il consiglio di guardare questa splendida pellicola.

mimmotron

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