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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di smarty (del 03/11/2008 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 2448 volte)
Titolo originale
Vicky Cristina Barcelona
Produzione
Usa, Spagna 2008
Regia
Woody Allen
Interpreti
Scarlett Johansson, Penélope Cruz, Patricia Clarkson, Rebecca Hall, Javier Ángel Encinas Bardem
Durata
96 minuti
Trailer

Woody Allen torna a far riflettere sulla natura umana davanti ad un sentimento così importante nella vita di ogni uomo come l’amore. Per la quarta volta il regista sceglie un’ambientazione fuori dagli Stati Uniti ossia Barcellona che dà davvero il senso dell’Europa, antica, calda, floreale, seducente, artistica, cosmopolita ed anche un po’ rurale. Per uniformarsi all’abbondanza della scelta ci sono altrettanti meravigliosi e bravissimi attori Rebecca Hall, Scarlett Johansson, Penelope Cruz e Javier Bardem. La voce narrante all’inizio del film introduce i personaggi delle due amiche americane Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson) che decidono di trascorrere l’estate a Barcellona su invito di amici di famiglia, la prima per poter approfondire la conoscenza della cultura catalana sulla quale sta lavorando per un master prima delle sue imminenti nozze, la seconda forse per superare il trauma di una storia finita di recente. Vicky precisa, schematica, razionale difficilmente si lascia andare alle emozioni e vorrebbe una vita perfetta, programmata nei dettagli. Cristina esuberante, passionale, ribelle, artista e curiosa nello scoprire e nel vivere nuove emozioni ed esperienze. Una sera in una galleria d’arte Cristina si sente attratta fortemente per un artista di nome Juan Antonio (Javier Bardem) di recente coinvolto in un furibondo litigio con la moglie Maria Elena (Penelope Cruz) nel corso del quale uno dei due ha cercato di accoltellare l’altro. Le due amiche finiranno per incontrare l’uomo durante la cena che le proporrà senza nessun giro di parole di trascorrere con lui il week end ad Ovvero e fare l’amore con lui. La proposta comincia ad innescare nell’animo delle ragazze un domino di emozioni contrastanti che le porterà a vivere situazioni al di fuori degli standard conformistici. La prima parte del film è centrata sul rapporto Vicky, Cristina, Juan Antonio, ma è solo nella seconda parte e con l’entrata di Maria Elena che il film entra nel vivo. La donna, anch’essa pittrice, è estrema in tutte le sue manifestazioni e continua ad avere nei confronti dell’ex marito un rapporto di dipendenza ossessiva che le impedisce di esprimersi artisticamente. Ma a volte un amore non basta, in certi casi la cura all’ “infelicità coniugale” è un altro amore, nel film di Allen il numero perfetto è tre. Per Juan Antonio la sessualità non è lo scopo, ma è solo l’inizio per qualcosa di più importante dove i principi morali sono molto diversi da quelli che alcuni potrebbero aspettarsi, e questo è uno degli aspetti chiave della storia. Non è un dongiovanni classico, è generoso, passionale sincero. L’unico mezzo che Allen ha utilizzato per esplorare il campo dei successi e dei fallimenti delle relazioni amorose è stata la psicologia dei protagonisti e questo mi è piaciuto moltissimo. La totale assenza di giudizio fa sì che ogni spettatore possa trarre le proprie conclusioni ed aprire nuovi scenari. Anche in questo film non c’è il ruolo adatto a Woody, già all’opera al suo prossimo progetto Whatever Works, che segnerà il suo ritorno a New York, ma potrà essere soddisfatto che il suo film abbia contribuito a dare nuovo fuoco a un vecchio flirt tra la Cruz e Bardem. Il film è anche una cartolina virtuale di Barcellona: le architetture di Gaudí (Sagrada Familía, il Parc Güell, La Pedrera), il Parco dei Divertimenti del Tibidabo, il Museu Nacional d'Art Catalunya, la Fondazione Joan Míro e La Rambla. A scandire l’intera pellicola, l’orecchiabile canzone di Giulia y Los Tellarini, "Barcelona".

smarty

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Di Andy (del 01/11/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1076 volte)
Artista
Queen + Paul Rodgers
Titolo
The Cosmos Rocks
Anno
2008
Label
Parlophone

Questo è uno di quei dischi che, per varie ragioni, bisogna ascoltare varie e varie volte. La causa principale, ovviamente, è il confronto, anche se si cerca di mettersi in testa di evitarlo assolutamente, col mito dell’immenso Freddie Mercury, ma non tanto per la voce sublime di cui era dotato, quanto per la vena pop, glam, neo-barocca che diventava il fattore determinante per il suono unico dei Queen.
Ecco, dimentichiamoci tutto questo e ascoltiamo questo “The cosmos rocks” come un qualsiasi nuovo album di una qualsiasi altra rock-band, e dico rock perché come dice già il titolo il pianeta originario di questo album è proprio il rock’nroll, senza troppe pretese di stupire, forse, ma di suonare bene e potente, a cominciare dal primo singolo C-lebrity, rif granitico di chitarra su altrettanto massiccia base di basso e batteria e testo irriverente contro personaggi del video business che vogliono apparire ad ogni costo in televisione, voce tosta e potente di Paul Rodgers, che non tenta nemmeno lontanamente di imitare Mercury, cantando come è abituato a fare dagli anni 70, dai tempi dei mitici Free e più avanti dei Bad Company, di cui era cantante e leader.
Brian May, che sta nell’olimpo dei tre quattro chitarristi migliori al mondo, almeno per me, sembra tornato a prediligere il modo di suonare senza troppi overdubs, sanguigno e potente, come ai tempi di Now I’m here, tanto per fare un esempio dei singoli più vecchi e “hard” dei Queen prima maniera. Questo è dovuto principalmente alla carica rock-blues che gli trasmette questo grande singer e vi consiglio di ascoltarlo attentamente, senza pregiudizi, in tracce come Time to shine, un intro bellissimo di piano e chitarra con delay alla U2, e che prosegue con una cavalcata di batteria su cui a metà pezzo Brian sfodera una svisa piena di feedback con sotto addirittura un leggero accompagnamento di sitar(!)che non si può raccontare, grande maestria!
The cosmos rockin’ è un rock’n’roll un po’ scontato, che vuole appunto rimarcare un certo ritorno alle origini ma che non appaga più di tanto, diciamocelo, mentre invece va molto meglio con Still burnin’, potente rock-blues molto zeppeliniano con un bridge centrale che rievoca molto We were rock you, una frase su tutte del testo:“rock’nroll never die” e questo è il messaggio dei due quarti dei Queen, May e Taylor, che potrebbero campare di rendita fino al 3000 e invece calcano ancora i palchi mondiali, ma torniamo al disco.
Warboys, sound ruvido e pesante come il testo anti-militarista, Surf’s up…school out, ecco qualcosa che rimanda alle canzoni fatte con Freddie, piena di effetti, cori, e tutte le cose che ben conosciamo e che amiamo dei Queen più pomposi e eclettici e che comunque non dispiace risentire, ma che mette un po’ di tristezza pur essendo molto ritmata, o sarà una mia idea? Non manca il posto per le ballate, We believe, lo so, molto anni ’80, ma.. che dolcezza, ci vuole ogni tanto, cavolo e che voce Rodgers, emozionante davvero e poi Say it’s not true, testo sull’Aids, cantata in sequenza da Taylor, May, Rodgers, e con un assolo di chitarra da brividi sulla schiena e ancora Trough the night, lentaccio d’effetto scritto da Rodgers.
Voodoo è il frutto di una jam in studio dalla quale è venuto fuori un blues dal ritmo abbastanza latineggiante molto carino dove Paul e May sfoderano davvero gran belle cose, soprattutto Brian che per l’occasione rispolvera la Stratocaster e ci tira fuori la svisa migliore del disco.
Questo lavoro ha fatto discutere molto, in primis per la scelta di mantenere il nome originale aggiungendo quello di Paul Rodgers, che può essere discutibile, però d’altra parte i Queen per due quarti continuano ad esistere e comunque a suonare in tour anche tutte le canzoni scritte insieme a Mercury e offrendo ancora uno spettacolo live di grande energia , quindi.. perché no, in fin dei conti possiamo ritenerci fortunati; poi il disco è stato giudicato scialbo e privo di idee; di questo io dico che adesso come adesso ce ne fosse di album di rock così, che siano Queen o no e penso che dobbiamo essere meno prevenuti solo per il gusto di criticare; ovviamente ci sono pezzi più e meno belli e, cosa da non sottovalutare, mancano le linee di basso melodiche e pop di John Deacon (un altro grande!), che non vuole più suonare, però trovo che ci sia l’apporto della voce solida di Rodgers a dare nuove direzioni al sound sempre di ottimo livello che scaturisce dalla batteria di Taylor e dalla chitarra di May.
Ora sta a voi giudicare…buon ascolto.

Andy

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Di Namor (del 30/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5357 volte)
Titolo originale
88 Minutes
Produzione
USA - Germania 2007
Regia
Jon Avnet
Interpreti
Al Pacino, Alicia Witt, Amy Brenneman, Leelee Sobieski, Benjamin McKenzie, Deborah Kara Unger, William Forsythe.
Durata
95 Minuti
Trailer

Un pericoloso e sadico serial killer, viene catturato e condannato alla pena capitale grazie al prezioso apporto giudiziario del famoso professore, e psichiatra forense Jack Gramm (Al Pacino). A distanza di nove anni, una ragazza viene uccisa con lo stesso modus operandi di Forster (Neal McDonough), il serial killer rinchiuso nel braccio della morte. La nuova vittima è una studentessa dello stesso professor Gramm, che immediatamente viene contattato telefonicamente dall’assassino il quale gli annuncia la sua imminente morte.
88 minuti” di vita, questo è il tempo concessogli dal suo nuovo nemico, è questo sarà anche il tempo massimo per venire a capo dell’intricato caso, che lo vede coinvolto in prima persona nella inedita doppia parte, quella del presunto assassino e della vittima predestinata. In questi brevi ed intensi minuti, Gramm dovrà dimostrare la sua innocenza e ribadire la colpevolezza di Forster, in quanto ritenuto coinvolto anche in questo nuovo caso di omicidi.
Il film stranamente, è uscito in Italia solamente in dvd, nonostante la presenza di Al Pacino, la cosa sembra alquanto strana. Certo non basta la partecipazione di un attore del suo calibro per trasformare un film in un successo, ma vedere un buon Pacino in un thriller per quanto sia scontato, di spettatori al botteghino ne avrebbe convogliati sicuramente. Ad ogni modo anche se in dvd, la prova di Al l’abbiamo gustata lo stesso. Per quanto riguarda la qualità del film, inizialmente la premessa non è male, peccato che con l’andare del tempo l’interesse scema per la mancanza di idee e suspance, comunque il noleggio vale la pena di assicurarselo, specialmente se siete (come me) degli estimatori del grande Al Pacino.

Namor

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Di Namor (del 24/10/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1908 volte)
Titolo originale
See Jane die
Autore
Erica Spindler
Traduzione
Marina Boagno
Editore
Harlequin Mondadori
Prima edizione
2005

La giovane Jane dopo aver marinato la scuola per andare al lago insieme alla sorella maggiore ed alcuni amici, viene sfidata a fare una nuotata nelle sue gelide acque. Accettata la sfida e vinta, Jane si ritrova a largo vicino alla boa che segna il confine fra i bagnanti e le imbarcazioni, improvvisamente appare un motoscafo che incurante del suo sbracciare la investe in pieno sfigurandole il viso e portandola ad un passo dalla morte. Grazie ad una lunga e dolorosa serie di interventi di chirurgia ricostruttiva, Jane, adesso, è una bellissima e valente artista, felicemente sposata con Ian affermato chirurgo plastico. Per sedici anni tutto sembra andare per il meglio nella vita di Jane, fino a quando il marito viene ritenuto colpevole di una serie di omicidi. E toccherà proprio alla sorella maggiore Stacy, che nel frattempo é diventata detective, indagare sul caso. Nel corso delle indagini emergono prove schiaccianti nei confronti di Ian, tutto fa supporre che sia proprio lui il vero colpevole, se non fosse che all’improvviso il misterioso uomo alla guida del motoscafo pirata riemerge dal passato minacciando nuovamente l’incolumità di Jane, aprendo così nuovi ed inaspettati scenari sull’inchiesta in corso.
Quello che rende apprezzabile “Jane deve morire”, è sicuramente la costruzione della storia, basata su bugie e antichi rancori dei loro protagonisti. Grazie a questo continuo intreccio di incomprensioni il lettore scorrendo le pagine del libro, non ha modo di soffermarsi su un solo ed unico indiziato, ognuno dei personaggi ha le sue buone o cattive motivazioni per essere il presunto assassino. Un trhiller godibile, dove si nota la scrittura marcatamente femminile della sua autrice Erica Spindler, considerato che all’interno dell’opera, per la gioia delle lettrici, non manca la classica e sofferta parentesi d’amore.
A me non è dispiaciuto il risultato finale, se avete modo di averlo tra le mani dategli un’occhiata potrebbe piacere anche a voi.

Namor

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Di Darth (del 22/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2431 volte)
Titolo originale
Die höhle des gelben hundes
Produzione
Germania, 2005
Regia
Byambasuren Davaa
Interpreti
Babbayar Batchuluun, Nansal Batchuluun, Nansalmaa Batchuluun, Buyandulam Daramdadi, Batchuluun Urjindorj
Durata
93 minuti
Trailer

Estate. Le sconfinate praterie della Mongolia sono completamente ricoperte da un’erbetta fresca che pare sentirne il profumo. In mezzo a questo paradisiaco scenario, una capanna ed un gregge di pecore. Ad abitarla è la famiglia Barchuuluun, una tra le poche rimaste a praticare la pastorizia nomade.
La regista mongola Byambasuren Davaa, già autrice del particolarissimo documentario “La storia del cammello che piange”, ci riprova con “Il cane giallo della Mongolia”, un film a metà tra il documentario ed il biografico, dove realtà e finzione sono dosate accuratamente. Il cast è composto esclusivamente dalla (vera) famiglia di pastori nomadi, composta da marito, moglie e tre figli piccoli, spiati nel loro quotidiano dalla troupe tedesca della Davaa. Il loro semplice modo di vivere, le loro abitudini, i riti tribali per ingraziasi la terra… sono affascinanti ed incredibilmente fuori dal tempo. Le ore, i giorni, i mesi scorrono guidati dal sole o dalla pioggia, dal vento, dal giorno e dalla notte. Null’altro li comanda, null’altro li disturba. In questo ancestrale modo di vivere, la regista evidenzia i cambiamenti che, anche chi non li subisce da vicino, la tecnologia porta: da un mestolo di plastica che alla prima distrazione si fonde; ad un cane di peluche a batterie per far giocare i bambini; a discorsi su come un tempo c’erano molte più famiglie come la loro, mentre ora si sono quasi tutte trasferite nelle città. E’ molto suggestivo passare questi 90 minuti assieme ai Barchuuluun, vedere come vivono, come fanno latte e burro, come governano le pecore e come, già all’età di sei anni, si viene responsabilizzati… il tutto con un’inebriante armonia. Davvero incantevole anche il momento dello spostamento del campo: quando smontano una casa che sembra inamovibile, ma si scopre che non è altro che un insieme di pali sottili ricoperti da spesse coperte; e i successivi riti di ringraziamento per la terra che li ha ospitati.
A questa ‘realtà’ è stato aggiunta una (evitabilissima) leggera fiction: la figlia maggiore (6 anni) trova un cane sperduto, il padre non lo vuole e lo abbandona al momento della transumanza, ma l’animale salverà il figlio minore da uno stormo di avvoltoi giganti (stupendi, grandi come uomini) e questo convincerà il capofamiglia dell’utilità di “Macchia”.
Questo lungometraggio mi è piaciuto molto, ben realizzato e davvero piacevole… probabilmente l’ho visto anche nel “momento giusto”, perché, obiettivamente, è davvero molto lento, e la trama se non c’era era meglio! Però, a chi piace questo genere di film, lo consiglio senza riserve.

Darth

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Di nilcoxp (del 20/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1051 volte)
Titolo originale
Fahrenheit 451
Produzione
Francia, Gran Bretagna 1966
Regia
François Truffaut
Interpreti
Cyril Cusack, Julie Christie, Anton Diffring, Oskar Werner, Alex Scott, Bee Duffel, Jeremy Spenser, Anne Bell.
Durata
112 minuti

Probabilmente non servirà a niente, ma è il mio piccolo contributo dato a tutti gli insegnanti che stanno combattendo per qualcosa che non riguarderà solo loro, ma tutta la società italiana e il futuro dei nostri figli. La scelta di questo titolo sembrerà anche troppo ovvia a chi conosce il film, per gli altri questo sarà un invito alla visione. Tempi duri in arrivo…

Baci scritti, letti e studiati per tutti.

nilcoxp

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Di Namor (del 16/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4759 volte)
Titolo originale
Avere vent'anni
Produzione
Italia 1978
Regia
Fernando Di Leo
Interpreti
Vittorio Caprioli, Gloria Guida, Lilli Carati, Ray Lovelock, Leopoldo Mastelloni, Fernando Cerulli, Daniele Vargas, Vincenzo Crocitti, Licinia Lentini, Giorgio Bracardi, Serena Bennato, Daniela Doria.
Durata
97 Minuti
Trailer

Siamo giovani, belle e incazzate

Con questo slogan, Tina (Lilli Carati) e Lia (Gloria Guida) due giovani e belle ragazze conosciutesi in spiaggia, non sapendo dove andare e cosa fare, decidono di unirsi per intraprendere insieme un viaggio in autostop alla volta di Roma. Arrivate alla meta però, non avendo denaro per il sostentamento, decidono di soggiornare in una comunità gestita da un abile intrallazzatore chiamato il Nazariota (Vittorio Caprioli). Nello stabile dove dimorano i più disparati personaggi, le ragazze avranno modo di sperimentare e manifestare la loro vocazione per la libertà e l’emancipazione giovanile. Una retata della polizia al centro di accoglienza però, metterà fine alla loro avventura. Tina e Lia dopo aver firmato il foglio di via, dovranno far ritorno alle loro città per non andare in galera, ma nel corso del viaggio, si imbattono, durante un’incauta sosta ad un bar-ristorante, in uno spietato branco, che porrà fine per sempre ed in maniera truce ai loro ideali sociali, ed alle loro giovani e spensierate vite.
Avere vent’anni” di Fernando di Leo, secondo me è stato erroneamente catalogato nel genere erotico. Questo film merita una considerazione maggiore da parte della critica, il fatto che la Carati e la Guida compaiono più volte senza veli, non vuol dire che la pellicola non abbia un suo valore sociale, tutt’altro, ne ha… eccome se ne ha…
Uno fra tutti, l’orrendo finale che vede il feroce branco porre indegnamente fine agli ideali di libertà delle due giovani ragazze, una conclusione che ancora adesso lascia atterrito lo spettatore, figurarsi nel 1978. Quando uscì per la prima volta nelle nostre sale cinematografiche, il film fu ritirato ed ampiamente censurato con vari tagli, decidendo addirittura di cambiare il tragico finale con un felice “happy end”, tale pratica fece perdere completamento senso al film, condizionandone pesantemente in negativo il bilancio degli introiti al botteghino.
Nel 2004 “Avere vent’anni” venne distribuito in dvd nella versione integrale, proprio come voleva il regista. Oggi questo film è ritenuto una piccolo cult dagli amanti del filone italiano anni 70. Le protagoniste sono nel fior fiore della loro giovinezza, vedere insieme la Carati e la Guida di quei tempi è un vero spettacolo per gli occhi, già ammirarle protagoniste in altri film era uno sbavamento continuo, figurarsi vederle contemporaneamente!
All’epoca consideravo Gloria Guida una venere inarrivabile, ma dopo aver visto questo film che la mette di fronte alla straordinaria bellezza di Lilli Carati mi sono dovuto ricredere, devo ammettere che Lilli era effettivamente di una bellezza stupefacente, ed é un vero peccato vero che si sia persa a causa dell’eroina. L’ho rivista a Luglio (dopo un lungo esilio dovuto alla sua disintossicazione) ospite su un programma della RAI e vi posso assicurare che nonostante il suo lungo passato da tossicodipendente, è ancora una bella donna, nonostante i suoi travagliati 52 anni.
Mi auguro di avervi invogliato a visionare questo titolo e che ottenga il giusto riconoscimento da parte del pubblico, che ingiustamente non ebbe allora.

Namor

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Di nilcoxp (del 13/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2436 volte)
Titolo originale
Dirty Rotten Scoundrels
Produzione
USA 1988
Regia
Frank Oz
Interpreti
Michael Caine, Steve Martin, Barbara Harris, Frances Conroy
Durata
110 minuti

Erano mesi che non decidevo di sacrificarmi a guardare la televisione, ma sabato sera, stanco e deluso, mi arresi alla grande scatola parlante (augh!). La storia vede due imbroglioni, uno di classe e uno più scapestrato, alle prese con truffe di vario genere a danno di ignare milionarie. Il film non comincia bene, anzi a stento ho superato i primi venti minuti, tanto da convincermi a cambiare canale. Il caso volle però che, disfatto sul mio divano, io non raggiungessi con la mano il telecomando. Così una volta che la trama volge alla parte centrale, ovvero quando i due protagonisti si sfidano su chi di loro trufferà per primo una malcapitata, la pellicola sale di livello e le situazioni cominciano a diventare esilaranti. La gara è il momento più bello del film, a cui va aggiunto un finale che regge bene. Vi devo dire però che ho visto un pessimo Steve Martin enfatizzare a dismisura tutte le situazioni del film, e ne sono rimasto deluso, avendone ricordi migliori. In conclusione, superata la prima mezz’ora, la pellicola merita per una serata in cui si volesse stare leggeri (questo è un discorso che vi avevo già fatto in altre recensioni) e/o si è talmente distrutti da non riuscire a cambiare canale. Baci falsi a tutti.

nilcoxp

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Di Louise-Elle (del 11/10/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 3359 volte)
Titolo originale
Ines del alma mia
Autore
Isabel Allende
Traduzione
Liverani Elena
Editore
Feltrinelli
Prima edizione
2006

Donne che raccontano altre donne. Questa volta Isabel Allende a differenza delle numerose protagoniste di fantasia dei suoi precedenti romanzi, narra le vicende di una figura storica femminile realmente esistita: Inés Suarez. L’autrice scrive questo libro in prima persona, calandosi nel personaggio di Inés anziana che affida le sue memorie a carta e calamaio per lasciarle in custodia a sua figlia adottiva Isabel e alla storia.
La bravura della scrittrice è davvero encomiabile in questo libro. Lei stessa afferma di aver impiegato quattro anni di avide letture di libri di storia, di leggende e di articoli per documentarsi e per elaborarne la narrazione leggermente romanzata. Le avventure, gli amori, le conquiste, le azioni di guerra, le perplessità, i pensieri, la disperazione di Inés, donna guerriera, ma anche molto femminile e sensuale, sono abilmente narrate in queste pagine e la fantasia del lettore può facilmente immaginarne l’ambientazione. La minuziosa descrizione e la semplicità dell’esposizione delle eroiche battaglie, delle lotte di potere, dei personaggi e dell’ambiente, appaiono agli occhi di chi legge quasi reali che sembra di assistere alla proiezione di un film.
Ines è di umili origini e nasce all’inizio del Cinquecento in Spagna in un piccolo paese dell’Estremadura.
E’ una donna forte, intraprendente e ribelle alla condizione femminile di allora che destinava la donna all’autorità del maschio e del Clero. Inés sposa giovanissima Juan de Malaga, un perfetto amante che la istruisce facendole conoscere le gioie del sesso e che presto l’abbandona per cercare fortuna nel Nuovo Mondo.
In cerca del marito s’imbarca per il Perù dove, dopo molte peripezie, incontra l’uomo di cui si innamora perdutamente Pedro de Valdivia, un seducente avventuriero spagnolo (un’ hidalgo) fuggito da un matrimonio frustrante e inappagante. Felicemente ricambiata parte con lui alla conquista del Cile. Insieme, con l’ausilio di un piccolissimo esercito e di indios peruviani, dopo aver superato molti ostacoli, foreste, deserti, le avversità di una terra sconosciuta ed inospitale, le ostilità e le battaglie contro le popolazioni indigene, la siccità, la carestia, fondano la città di Santiago. Inés è una donna moderna ed equilibrata che riconosce i pregi e i difetti, le ragioni e i torti della Spagna e degli Indios del Nuovo Mondo. Diventa Governatrice di Santiago al fianco di Pedro e si occupa dello sviluppo della città; la difende combattendo attivamente contro gli attacchi cruenti e feroci delle popolazioni native incattivite dal potere dei conquistadores spagnoli che uccidono, conquistano, violentano, schiavizzano, seviziano, torturano, derubano per sottometterli al potere della Corona spagnola e al loro Dio.
Inés trasmette i suoi ricordi più intimi di amante passionale ed esperta alla figlia Isabel. Consigli preziosi, necessari e fondamentali per un’intesa in una relazione amorosa che sfidano e condannano le imposizioni e le ristrettezze sull’argomento imposte dall’etica e dalla religione dell’epoca.
In seguito a giochi di potere e politici Pedro l’abbandonerà. Dopo un periodo di disperazione per l’incomprensibile perdita del suo amato ritroverà nuova felicità ed affetto a fianco di Rodrigo de Quiroga. Nonostante la separazione Inés, tramite altre persone, è informata delle vicissitudini di Pedro De Valdivia in qualità di Governatore, di militare e di uomo, percependolo ed immaginandolo, sia pur a distanza, anche nei momenti più tristi e tragici, a testimonianza dell’ amore profondo che li univa.
Quando inizio a leggere un libro, leggo la prima frase del primo capitolo e l’ultima frase dell’ultimo capitolo. E’un vizietto che solitamente è di buon auspicio per una piacevole lettura. Questa volta vi rendo partecipi di questa mia abitudine riproponendo solo la prima frase: “Sono Ines Suarez, suddita della leale città di Santiago della Nuova Estremadura, Regno del Cile, anno 1580 di Nostro Signore.”, non svelandovi l’ultima poiché significherebbe svelarvi in parte il finale. Concludo regalandovi un mio pensiero: vi auguro che la persona che amate si rivolga a voi teneramente e romanticamente come Pedro si rivolgeva a Inés definendola sempre e comunque: “Ines dell’anima mia”.
Buona lettura, anzi no, buona visione, poiché quando terminerete di leggere questo libro, vi sembrerà come leggere sullo schermo di una sala cinematografica al termine della proiezione di un film, la parola FINE.

Louise-Elle

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Di Namor (del 09/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1609 volte)
Titolo originale
Righteous Kill
Produzione
Usa 2008
Regia
Jon Avnet.
Interpreti
Al Pacino, Robert De Niro, 50 Cent, Carla Gugino, John Leguizamo, Donnie Wahlberg, Brian Dennehy, Dan Futterman, Trilby Glover, Rob Dyrdek.
Durata
100 Minuti
Trailer

Una lunga serie di omicidi, viene attribuita ad un serial killer giustizialista definito il poeta, in virtù delle poesie in rima che lascia accanto ai cadaveri per motivare il proprio gesto. Ad indagare sul risoluto giustiziere, vengono chiamati in causa i detective Turk ( Robert de Niro) e Rooster (Al Pacino). I due poliziotti prossimi alla pensione, vogliono far luce sul caso per poter chiudere in bellezza la loro trentennale carriera, ma non saranno i soli, nel contempo, un’altra coppia di detective decisamente più giovane indaga sugli omicidi. In un animato confronto di idee tra i quattro, spunta una ipotesi alquanto strana ma possibile, e se il colpevole fosse un poliziotto ? Col tempo l’intuizione diventa la pista più accreditata da seguire, gli indizi e le prove raccolte portano ad un solo nome, l’ambiguo ed irascibile detective Turk. Solo alla fine delle indagini sarà dato sapere se il killer seriale, è veramente lui, o se è stato incastrato da un insospettabile e scaltro collega.
Il regista Jon Avnet, recatosi da de Niro per proporgli il copione, una volta accettato, gli chiese quale attore volesse come partner, la risposta di Bob fu: Al. Dal canto suo Al Pacino vista la presenza di de Niro, non ha fatto certo fatica ad accettare, considerato che desiderava da tempo lavorare con lui. “Sfida senza regole” é il primo film in cui i due attori recitano insieme dall’inizio fino alla fine delle riprese.
Non conosco le reali motivazioni, ma sono sicuro di non essere il solo a pensare che è un vero peccato che questi due grandissimi attori, in passato non abbiano girato film insieme. Di certo, con una buona sceneggiatura avrebbero dato al cinema performance indimenticabili. Assemblare una coppia del genere dopo trent’anni di recitazione, non appaga di certo gli amanti del cinema, anzi diciamo pure che lascia l’amaro in bocca ai loro fans, soprattutto dopo averli visti recitare in questo film. Vedere insieme un Robert de Niro imbolsito ed un Al Pacino incartapecorito, mi fa veramente rabbia, ad ogni modo, se il film merita di essere visto è proprio grazie alla loro presenza. Ciò non toglie che ripeto, a me, che sono un loro grande estimatore, mi ha fatto veramente incazzare tutto sto spreco di tempo.

Namor

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Di slovo (del 06/10/2008 @ 05:00:00, in redazione, linkato 1090 volte)
image by slovo

"La vita appartiene ai viventi, e chi vive deve essere preparato ai cambiamenti".
Wolfgang Goethe

Sinceramente, vorremmo evitare di parafrasare lo slogan maccheronizzato da una sciacquetta qualche anno fa e tristemente entrato nel corredo culturale di migliaia di italioti. Meglio… citare i grandi pensatori del passato che, con intenti ben diversi dal promuovere un’azienda piuttosto che un’altra, incoraggiavano il cambiamento come strada da seguire a prescindere dal raggiungimento di un punto di arrivo, il rischio da correre per aspirare ad un evoluzione, ciò che inevitabilmente si arriva al punto di dover fare, per il semplice fatto di esistere in un universo che aborrisce la stasi.
L’esperienza del collettivo blogbuster sino ad oggi è stata gratificante e non parca di riscontri, nientemeno sta divenendo ormai impellente rispondere all’esigenza di tentare nuove forme di esistenza nella rete e sfuggire all’inevitabile circolo vizioso a cui il blog di recensioni quotidiane ci sta costringendo.
Abbiamo quindi attivato un forum, senza tradire le passioni che ci muovono da sempre gli argomenti saranno sempre il cinema, la musica, i libri… o per racchiudere tutto in un unico termine: cultura.
Il blog non sparirà, naturalmente, e verrà aggiornato con nuovi articoli anche se non potremmo più garantire la fitta cadenza di prima dal momento che l’attività principale si sposterà sul forum, che auspichiamo divenga un luogo di confronto e condivisione altrettanto seguito e frequentato.
Difettando, ebbene sì, di doti precognitive, non possiamo dire se l’idea funzionerà o meno… ci confortano le parole di Charles Darwin: “Non è la specie più forte a sopravvivere, nè la più intelligente, ma quella più pronta al cambiamento.”, il grande naturalista era convinto che i tentativi di diversificazione fossero l’unica strategia perseguibile per evolvere e questa è, pur nel nostro piccolo, la nostra velleità.
Invitiamo pertanto tutti coloro che già seguivano blogbuster a prendere visione del nuovo forum ed eventualmente a iscriversi e partecipare attivamente alle discussioni.
Vi aspettiamo!
A presto

collettivo blogbuster

"L'evoluzione è molto più importante che il vivere."
Ernst Jünger

“change Getter !!”
Ryo Nagare

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Di slovo (del 04/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1369 volte)
Titolo originale
Hard Candy
Produzione
USA 2005
Regia
David Slade
Interpreti
Patrick Wilson, Ellen Page, Sandra Oh, Jennifer Holmes
Durata
103 minuti

Una sessione di chat alle battute finali poi l’incontro in un locale. Lui è un trentenne cordiale e istruito, lei un’adolescente dall’aria fin troppo innocente per l’intraprendenza che talvolta lascia trasparire…
La caratteristica che domina il film è l’immobilità che circonda i due protagonisti. Come lo sfondo di una fotografia deliberatamente lasciato fuori fuoco per evidenziare i soggetti, per meglio cogliere i dettagli e il progressivo mutamento dei ruoli. Rimanendo oltre le parti il film non prende posizioni, piuttosto le estremizza, esaspera la situazione.
Non c’è solo la riscossa, è un ribaltamento più travolgente: Il bruto diventa vittima impotente, schiacciato dalla glaciale e folle risolutezza della sua ‘preda’.
L’intenzione era chiaramente quella di confondere, di mescolare le posizioni, non solo quelle di Jeff e Hayley ma soprattutto il modo in cui lo spettatore si relazionerà ad essi: il mostro e l’angioletto vendicatore. Il regista gioca, creando questa situazione paradossale, a far rimbalzare le prospettive da una parte all’altra. Lui messo nel sacco, umiliato e annichilito sotto ogni aspetto: è giustizia, è rivalsa nei confronti del peggior tipo di criminale, no? eppure ci sono momenti in cui vorremmo vedere Jeff sciogliere le corde e far attraversare una finestra a quella testolina…
“ragazzina? si... scherzo? no!” in questa connivenza di opposti la natura terrificante di Hayley, una quattordicenne di cui scorgiamo solo la selettiva follia, che occulta il suo passato e le motivazioni che la muovono (ex-vittima o autoproclamata paladina della causa?) e che di contro, passa Jeff letteralmente al setaccio mettendo a nudo ogni suo più sordido segreto.
E tutto finisce senza morale e senza risposte. Jeff ha avuto solo ciò che si meritava? Ma nel perseguimento della sua missione Hayley non è forse divenuta un mostro ancor più terribile? Il messaggio, forse, è che la soluzione estrema e sommaria non è una soluzione.
Disturbante... ma arriverete ai titoli di coda... svuotati.

slovo

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Di Sansimone (del 03/10/2008 @ 07:00:00, in cinema, linkato 985 volte)
Titolo originale
The Agronomist
Produzione
USA 2003
Regia
Jonathan Demme
Interpreti
 
Durata
90 minuti

Questo documentario di Jonathan Demme tratta la storia di Jean Dominique, agronomo haitiano proprietario di una radio che diventa egli stesso giornalista. In breve Radio Haiti diventa la voce della protesta del popolo, è l’unica radio dell’isola a trasmettere in creolo, per questo viene osteggiata dal regime di “papà Doc” prima e del figlio dopo.
Durante gli anni 70 con Carter alla presidenza USA tuttavia Jean Dominique e il suo staff riescono a rimanere aperti e continuare il proprio lavoro d’informazione ma, subito dopo l’elezione del repubblicano Regan e il conseguente allentamento della pressione USA sul regime per i diritti umani, la radio viene chiusa e Jean Dominique e su moglie fuggono a New York. Al ritorno in patria li attendono 60.000 persone per incitarlo ancora nella propria battaglia.
Jean Dominique, dovrà fuggire e riaprire la sua radio diverse volte fino all’aprile del 2000 quando fu assassinato davanti alla sua radio diventando un simbolo per il popolo di Haiti.
Avevo visto questo documentario un paio di anni fa al cineforum, l’ho rivisto in dvd e nel rivederlo l’ho ritrovato ancora pieno di emozioni.
Costruito con interviste intervallate da filmati originali il documentario si basa per intero sulla capacità di Jean Dominique di tenerti attaccato allo schermo nel vero senso della parola, con le sue mimiche facciali la sua gestualità a reggere tutto il lavoro del regista.
Lo consiglio vivamente a tutti di vederlo anche perché si può intravedere come si può trasformare una democrazia in un regime quando al popolo viene cancellata la libertà, sia essa fisica o solo intellettuale.


    SanSimone

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Di Namor (del 02/10/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1629 volte)
Titolo originale
The Last Assasin
Autore
Barry Eisler
Traduzione
Gianni Pannofino
Editore
Garzanti
Prima edizione
2008

A volte, la distanza tra il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle e la certezza che ciò si relizzi e irraggiungibile, soprattutto se la professione di chi ambisce a questo forte desiderio, è quella di uno dei più bravi e letali killer esistenti al mondo. E questo, John Rain il professionista in questione, lo sa bene, o meglio lo sapeva fino a quel fatidico momento in cui scoprì di essere padre. Una presunta verità che metterà in forte discussione il suo futuro e alimenterà l’incertezza sul proseguo della sua vita, ormai mutata per sempre. Dopo aver rintracciato la sua ex fidanzata Midori e accertata la sua paternità, in Rain si fa largo un forte sentimento paterno che lo invoglierà ad abbandonare la sua pericolosa professione, per dedicarsi anima e corpo al piccolo nascituro. Ma ad ostacolare le sue nobili intenzioni, c’é una lunga lista di nemici che lo vogliono morto, in primis il potente capo della Yakuza, Yamaoto, il quale per riuscire nel suo intento, ha addirittura stretto un patto di alleanza con le pericolosi Triadi Cinesi. Ma un altro nemico, si cela nell’anima di John, un rivale duro da sconfiggere e di gran lunga il più arduo di tutti da abbattere, poiché non si tratta di un nemico fisico, ma del risentimento mai sopito di Midori verso di lui, verso quell’uomo che è il padre di suo figlio, verso quell’uomo con cui ebbe un tormentato rapporto di amore ed odio, verso quell’uomo che un giorno .... uccise suo padre!
Barry Eisler l’autore del romanzo “La Furia del Samurai”, è un avvocato esperto sia di arti marziali che di cultura Giapponese, nel suo curriculum vengono evidenziati anche tre anni di servizio nella CIA. La sua esperienza lavorativa nell’agenzia e la sua totale passione per il sol levante, fanno da solidi cardini per la trama e le ambientazioni di questa avvincente avventura.
Premetto che il libro non è certo un capolavoro, ma non opterei neanche per il contrario, mi ha fatto comunque piacere leggerlo, quindi non posso fare altro che consigliarvelo, ed augurarvi una buona lettura.
Quest’opera mi è stata regalata da una persona, che voglio pubblicamente ringraziare, non solo per l’omaggio gradito, ma anche è soprattutto, per il suo fondamentale e paziente apporto alle mie modeste recensioni.

La mia compagna di vita Simona…

Namor

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Di Darth (del 01/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3989 volte)
Titolo originale
Stara Basn Kiedy slonce bylo bogiem
Produzione
Polonia, 2003
Regia
Jerzy Hoffman
Interpreti
Michal Zebrowski, Malgorzata Foremniak, Daniel Olbrychski, Bogdan Stupka, Marina Aleksandrova
Durata
103 minuti
Trailer

Stara Basn è un film a metà tra lo storico e il mitologico: la trama si svolge nel IX secolo quando in Polonia erano ancora pagani, adoravano il sole ed il popolo era diviso in tante tribù. Il principe reggente Popiel era lo stereotipo del pessimo sovrano: egoista, spietato e sanguinario, fino al punto di, per prolungare il suo insediamento, uccidere i due nipoti (eredi al trono al loro imminente compimento dei diciott’anni) e tutti i consiglieri di palazzo. Quando la notizia della barbarie commessa da Popiel arrivò ai contadini, i capi-tribù si riunirono in assemblea e decisero di ribellarsi al proprio monarca ma, il sovrano, saputo le mosse dei plebei, chiamò in aiuto i vicini Vichinghi…
Jerzy Hoffman, il più quotato regista polacco, dirige questa produzione record (da oltre 10 milioni di dollari), con i migliori attori su piazza e con alle spalle il clamoroso successo del film “Ogniem i mieczem” (1999), che narrava la guerra tra Polonia e Ucraina del XVII secolo.
“Stara Basn” ha parecchi lati positivi: curata ed interessante l’ambientazione storico/religiosa con i polacchi che inneggiano al Dio Sole e i Vichinghi al loro Odino ed i loro rispettivi rituali pagani; belli i costumi; piacevole la trama alla “Braveheart”; e particolare il maggior quantitativo di splatter delle ‘regole’ hollywoodiane in questa tipologia di film (qui il sangue schizza e le teste vengono tagliate senza stacchi di camera). Meno positivi gli attori, davvero scarsi, soprattutto l’eroe Michal Zebrowski, sembra il classico “Raul Bova”: tutto aspetto e poco talento; pessima la regia: dannatamente televisiva; bocciate anche le cadute nel fantastico come il crollo del castello voluto dal Dio Sole.
Tutto sommato, Stara Basn è un film sufficiente, consigliato agli appassionati di film epici; peccato però, perchè probabilmente, se lo realizzavano con meno ricerca del kolossal e con più cura per gli attori, poteva uscire davvero un gioiellino dalla (cinematograficamente) sconosciuta Polonia.

Darth

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