BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Miryam (del 15/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1331 volte)
Titolo originale
Shutter
Produzione
USA 2008
Regia
Masayuki Ochiai
Interpreti
Joshua Jackson, Rachael Taylor, Megumi Okina, John Hensley, David Denman.
Durata
85 Minuti
Trailer

Una coppia di giovani sposi, Ben (Joshua Jackson, l’ex Pacey Witter di “Dawson Creek), e Jane (Rachel Taylor), partono per la luna di miele in Giappone, unendo così al piacere anche l’opportunità di lavoro che viene offerta a lui essendo un valente fotografo, infatti a Tokyo si sta organizzando una importante sfilata di moda.
Mentre percorrono una strada di montagna per giungere nella capitale, Jane, che in quel momento si trovava alla guida, convinta di essersi persa, si distrae un secondo, quando ecco che all’improvviso nel buio, una ragazza attraversa e viene inevitabilmente travolta dalla loro auto.
I due ragazzi finiscono fuori strada, ma ripreso conoscenza, si mettono alla ricerca della donna senza però ottenere risultati, poiché sembra scomparsa nel nulla. Giunti a Tokyo, Ben è talmente concentrato sul suo nuovo lavoro che insieme a Jane, si dimentica totalmente dell’accaduto, questo, fino a quando non accade un fatto alquanto strano: in tutte le foto scattate dai novelli sposi, appare una forma indefinita con un alone bianco somigliante ad una sagoma umana, tant’è vero che Jane crede che la misteriosa silhouette visibile nelle foto, appartenga addirittura alla ragazza da lei investita.
Jane, subito non viene creduta dal scettico marito, quando però lo spirito si materializza fantasma, ecco che anche lui si ricrede, quello che inizialmente sembrava una supposizione, diventerà per entrambi una angosciante ossessione, non sapendo che dietro tutto ciò, si cala un terribile segreto che come dice il titolo del film, è un’oscura ombra del passato. Tutto sommato ho trovato questo film abbastanza piacevole, anche se devo dire che non lo considero un film horror, visto il suo collocamento a tale genere, di clamorose scene che facciano sussultare lo spettatore non ve ne sono, tanto è vero che nemmeno gli attori sembrano spaventati dalla presenza del fantasma. Perciò credo che averlo vietato ai minori di quattordici anni, sia stato alquanto esagerato.
Il regista e sceneggiatore di “Ombre dal Passato” è il giapponese Masayuky Ochiai, che con questo film ha tentato il remake del film “Shutter” diretto dai due registi tailandesi Pisanthanakum e Wongpoom.
Ho voluto vedere anche quest’ultimo per notare se vi fossero molte differenze, non ce ne sono state di rilevanti, l’unica cosa che secondo il mio punto di vista era migliore in “Shutter”, era l’interpretazione dei due attori protagonisti.

Miryam

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Di slovo (del 13/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 710 volte)
Titolo originale
Insomnia
Produzione
USA 2002
Regia
Christopher Nolan
Interpreti
Al Pacino, Robin Williams, Hilary Swank, Nicky Katt, Maura Tierney
Durata
118 minuti

Mentre su di loro è in corso un’inchiesta degli Affari Interni di Los Angeles, ai detective Dormer e Duggar viene affidato un caso di omicidio avvenuto in uno sperduto paesino dell’Alaska.
Un intrigo dalla trama assai semplice, volutamente lasciato sullo sfondo per meglio evidenziare la complessa personalità dei protagonisti: l’agente Dormer (Pacino) non è l’usuale poliziotto-eroe buono ed integerrimo, piuttosto un uomo con molte ombre: brillante nel suo lavoro ma dalla dubbia moralità, il genere di personaggio per cui il fine giustifica i mezzi e in forte oscillazione sulle parti. Per certi versi simile all’assassino su cui indaga: un uomo scaltro, intelligente ma instabile. Anche lui distante dall’archetipo del mostro, qualcuno che “ha oltrepassato il limite, senza battere ciglio” incapace di controllare la sua precarietà mentale ma perfettamente in grado di razionalizzare ciò che ha commesso. Questo gli permetterà di acquisire un netto vantaggio e di giocare al burattinaio con Dormer, a cui l’insonnia (causata dal fenomeno del sole di mezzanotte) sta lentamente sfibrando la lucidità.
La stasi surreale del paesaggio di Nightmute rafforza i connotati onirici della situazione, la catena di eventi sfortunati in cui verrà imprigionato Dormer eserciteranno una pressione sempre più gravosa su di lui, mentre si barcamena come un topo in un labirinto verso l’epilogo, l’unico sostegno a cui reggersi sarà, paradossalmente, lo strano rapporto con l’assassino.
Un thriller psicologico molto ben realizzato, con particolare menzione per la regia di Nolan - tesa e misurata - e per l’ottima prova di Al Pacino e Robin Williams.
Non un capolavoro ma un film più che soddisfacente, anche per chi non stravede per i thriller.

slovo

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Di Namor (del 10/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1055 volte)
Titolo originale
Transformers: Revenge of the Fallen
Produzione
USA 2009
Regia
Michael Bay
Interpreti
Megan Fox, Shia LaBeouf, Hugo Weaving, Rainn Wilson, Josh Duhamel.
Durata
147 Minuti
Trailer

Squadra che vince non si cambia, dopo lo strepitoso successo di “Transformers”, era inevitabile che nel riprodurre l’immediato sequel degli autorobottoni, fosse riconfermata in blocco la stessa equipe del precedente titolo.
La trama, vede nuovamente la terra minacciata dai temibili Decepticon, che vogliono a tutti i costi impossessarsi del nostro pianeta difeso dal saggio Optimus e i suoi fidi Autobot. A guidare nuovamente l’assalto dei robot invasori è il loro leader, l’onnipresente Megatron, risorto grazie al ritrovamento di una scheggia dell’Allspark (il cubo della vita robotica).
Trovo superfluo spiegare l’evolversi della trama, poiché essa è facilmente intuibile considerato che non è altro che un pretesto per mettere in bella mostra gli spettacolari effetti speciali di cui dispone il film. Niente da dire, “Transformers - La vendetta del caduto”, tecnicamente è di gran lunga superiore al primo, la fluidità degli auto robot è davvero stupefacente, anche la varietà e la quantità delle nuove macchine aggiunte supera ogni più rosea aspettativa.
Ma è altrettanto vero che il troppo stroppia…tutto questo sfavillare di effetti speciali è un’arma a doppio taglio che danneggia il giudizio complessivo nei confronti della pellicola.
Una durata minore ed un giusto dosaggio nell’inserimento dei nuovi personaggi, personalmente trovo che avrebbe giovato al film, dando più interesse all’uscita del prossimo episodio, anche se sarà dura superare sotto il profilo tecnico questo titolo. Ad ogni modo, bisogna dare atto a Micheal Bay, che il prodotto così come lo ha confezionato lui funziona, visto i stratosferici incassi che sta ottenendo ai botteghini.
Quindi non ci resta che aspettare il prossimo Transformer e magari chissà che quell’esagerato di Bay, non c’è lo proponga in 3D…questa si, che sarebbe una bella storia!

Namor

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Di Angie (del 08/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1165 volte)
Titolo originale
The Duchess
Produzione
Gran Bretagna, Francia, Italia 2008
Regia
Saul Dibb
Interpreti
Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominic Cooper, Hayley Atwell.
Durata
110 Minuti
Trailer

La proiezione di questo film ci porta in Inghilterra fine 1700, quando nobiltà e aristocrazia regnavano su intere nazioni e unirsi in matrimonio il più delle volte, significava mettere al mondo un figlio maschio per non interrompere il futuro della dinastia.
La duchessa” è la vera storia di Lady Georgiana Spencer, famosa per la sua bellezza e il suo fascino che andò in sposa ancora giovanissima (soli 17 anni) al freddo Duca del Devonshire. Il Duca del Devonshire (Ralph Fiennes)insensibile al fascino e alla bellezza della moglie Lady Georgiana (Keyra Kniglitley), preferisce la sua miglior amica Lady Elizabeth Foster (Hayley Atwell), dopo che egli era stata invitata dalla stessa Duchessa a soggiornare nella loro tenuta, cederà alle pressanti lusinghe del Duca, insinuandosi addirittura in pianta stabile nel suo letto. Georgiana prima illusa e poi delusa, da un marito costretto dalla sua educazione a considerare moglie vera, soltanto quella in grado di dargli un figlio maschio per la successione, la quale non seppe dargli, prende coscienza di se. Fu allora che decise di gettarsi in un ‘ appassionante relazione con Charles Grey (Domenic Cooper) suo amante, quando resterà incinta di lui, viene mandata in esilio dal Duca.
Al ritorno, Georgiana per non perdere le figlie, si rassegnerà a vivere per molti anni con il Duca, in un tormentato menage a trois con l’amica Bess Foster.
“La Duchessa” è tratto dal libro di Amanda Foreman “Georgiana” vita e passioni di una Duchessa nell’Inghilterra del 1700, che ha vinto il premio Whitbread per la miglior biografia nel 1977, rimanendo per mesi nella classifica dei best seller.
Il regista Soul Dibb trae spunto proprio dal libro della Foster, per raccontare la tormentata storia di Lady Georgiana, e la sua fama di essere considerata una delle più apprezzate aristocratiche dell’alta società, dai risvolti privati pieni di sofferenza dettati dal suo infelice matrimonio. Per la location bisogna fare un applauso al regista, che ha voluto ricreare nonostante non esistesse più (cosa assai difficile, ma ben riuscita) Devonshire House, la residenza londinese dei Duchi. Essendo una casa molto grande, una specie di fortezza, sono riusciti a ricrearla utilizzando diverse case, mettendo su così questa austera ma bellissima garconnière del Duca.
Ritornando al personaggio di Georgiana, per molti aspetti viene paragonato a Lady Diana, entrambe donne intelligenti e potenti che hanno lottato contro il severo giudizio della gente e l’inseguimento dei paparazzi dell’epoca, per diventare le donne che volevano essere: indipendenti e paritarie all’uomo. Georgiana a quell’epoca è stata probabilmente la prima “celebrità” come possiamo intenderla oggi. Fu un’icona della eleganza e della moda, ma fu anche una madre devota ed abile nel campo politico, tutte doti cha balzano all’attenzione del pubblico e per questo motivo che fu ammirata ed amata dalla gente, proprio come Lady Diana.
Per chi ha visto il film come me, avrà sicuramente notato che nonostante la vicenda sia ambientata nel 700, quella di Georgiana è una storia si può dire senza tempo,valeva oggi come allora. Ciò fa riflettere e ti rendi conto che la gente, anche se in epoche diverse hanno sempre avuto gli stessi problemi.
È incredibile…ma vero!
“La Duchessa” è un bel film da non perdere la sua visione, sia per la scenografia che per i suoi costumi che ritengo splendidi, da esaltare la bravura degli attori, che hanno saputo dare ai personaggi di Georgiana e del Duca, quella passione e l’entusiasmo necessari nel coinvolgere e rendere partecipi lo spettatore.
Un film che piacerà sicuramente al pubblico di oggi, ma in modo particolare a quello femminile.

Angie

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Di Darth (del 06/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2447 volte)
Titolo originale
Never Back Down
Produzione
USA, 2008
Regia
Jeff Wadlow
Interpreti
Sean Faris, Amber Heard, Cam Gigandet, Evan Peters, Leslie Hope
Durata
110 minuti
Trailer

Un quiz per chiunque abbia almeno 30 anni…
Ma se vi dicessi: “ho visto un film dove un liceale, durante una festa, viene picchiato da un suo coetaneo, professionista di arti marziali, e umiliato davanti alla ragazza che gli piace. Per riscattarsi, il ragazzo, si fa erudire sulle tecniche di combattimento da un allenatore proveniente da un altro paese, il quale, oltre ad insegnargli l’arte del combattere, lo modella psicologicamente rendendolo più maturo e sicuro di se, proibendogli altresì di utilizzare quello che sta imparando al di fuori della palestra. Il liceale ed il suo antagonista, alla fine, si sfideranno durante un torneo di arti marziali; si ritroveranno all’incontro finale, e il protagonista dovrà affrontarlo nonostante una ferita riportata durante uno degli incontri precedenti. Che film è?
Risposta sbagliata! Non è “Karate Kid – Per vincere domani”, la risposta giusta è “Never Back Down – Mai arrendersi”! Si lo so che state pensando “ma la trama è la stessa!”… ma non preoccupatevi, solo la trama lo è… tutto il resto è “moderno”.
Scusandomi per questa intro auto disquisita, proseguo spiegandovi perché (a mio giudizio) NBD non vale 10 minuti di KK.
Partendo dal presupposto che Karate Kid quando uscì 1984 già non era un campione di originalità, essendo la versione riveduta della (allora) trilogia di “Rocky”, aveva almeno il pregio di essere il precursore della favola americana dell’autodifesa. Dopodiché ci sono stati tre sequel di Karate Kid, nonché l’esalogia de “Il ragazzo dal kimono d’oro”. Ora, dopo dieci film praticamente identici l’uno all’altro (a livello narrativo)… era davvero necessario fare l’undicesimo remake?
Tralasciando questo punto, parliamo degli attori. A livello recitativo, tra il giovane Ralph Macchio e Sean Faris non vi è una grande differenza, come per l’accoppiata Elisabeth Shue/Amber Heard… mentre non vi è minimamente confronto tra il carismatico filosofo Pat Morita (candidato all’oscar) e Djimon Hounsou, bravissimo interprete… in altri film! (Blood Diamond – In America).
Ma veniamo al dunque: quello che più mi ha colpito negativamente di Never Back Down non è dovuto a pecche registiche, recitative o di sceneggiatura, ma è stata l’ennesima presa di coscienza dell’evoluzione della nostra società. Trasformandolo in una semplice equazione “KK sta al 1984 come NBD sta al 2008”. Le differenze sono molteplici, nell'84 l’eroe era un ragazzino normale ora il protagonista è un palestrato stereotipo del bello contemporaneo; Elisabeth Shue era carina, ma era carina come alcune ragazze che conoscevi la sera in spiaggia… ora ditemi invece dove si possono trovare delle Amber Heard, perché io dal vivo non ne ho mai viste. I combattimenti erano reali, Ralph Macchio vince con la “mossa della gru” che (io credo) anche una cintura gialla potrebbe farla, mentre Sean Faris impara a tempo di record tecniche di arti marziali differenti nonché prese da Wrestling... Soprattutto, però, sono le sensazioni che trasmettono i due film: Karate Kid a me trasmise realmente la voglia di "pace", il sapersi difendere che non significa abusare della propria forza; Never Back Down, nonostante i tentativi del maestro di colore, mi ha trasmesso solo voglia di saper combattere per essere il migliore.
In conclusione non posso dire che il film sia brutto, è solo figlio di una società in cui non mi ritrovo, e di cui sono orgoglioso di non ritrovarmici.
Ora vi saluto, indosso le mie Timberland e vado a lucidare la macchina, ascoltando “One shot ‘80”… Dai la cera, togli la cera, dai la cera, togli la cera……..

Darth

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Di Namor (del 03/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 999 volte)
Titolo originale
Imago mortis
Produzione
Italia - Spagna - Irlanda 2008
Regia
Stefano Bessoni
Interpreti
Alberto Amarilla, Oona Chaplin, Leticia Dolera, Geraldine Chaplin, Alex Angulo.
Durata
109 Minuti
Trailer

Si narra che nel tardo 1600, molto tempo prima dell’invenzione della fotografia, uno scienziato di nome Fumagalli fosse ossessionato dall’idea di riprodurre le immagini. Nel corso dei suoi esperimenti scoprì la “Thanatografia”: uccidendo una persona e rimuovendone successivamente i bulbi oculari con un apposito macchinario, era possibile riprodurre su un apposito supporto sensibile, l’ultima immagine fissata nella retina della sfortunata vittima. Le sue sperimentazioni diedero il via a molti efferati crimini ma, una volta scoperto, Fumagalli venne condannato a morte e giustiziato.
Dopo oltre quattro secoli, viene ritrovato il mortale macchinario usato in precedenza dal folle scienziato, ora, quello stesso raccapricciante scenario avvenuto anni addietro, sta per ripetersi all’interno di una scuola di recitazione.
L’interessante soggetto di “Imago Mortis”, poteva essere quella novità molto attesa, che avrebbe dato una ventata di freschezza al genere horror, mettendo una volta tanto da parte le solite sceneggiature già viste e riviste. Ma purtroppo le basi del film, non sono all’altezza di poter elevare questo titolo al di sopra della solita sedante monotonia che ultimamente avvinghia questo filone.
Anche il cast è inconcludente, nonostante la presenza della Chaplin con la figlia Oona, nessuno degli attori presenti, è riuscito a dare una prova convincente, a partire dal trasandato protagonista Alberto Amarilla, che in certi momenti sembra un benemerito ebete!
In poche parole se avete segnato questo titolo nella vostra lista dei film da vedere, lo potete tranquillamente depennare, per lasciare spazio ad un titolo più meritevole.

Namor

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Di Miryam (del 01/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1282 volte)
Titolo originale
Where the Thuth Lies
Produzione
Canada 2005
Regia
Atom Egoyan
Interpreti
Kevin Bacon, Colin Firth, Alison Lohman, Rachel Blanchard.
Durata
107 Minuti
Trailer

Siamo alla fine degli anni 50, Vince Collins (Colin Firth) e Lanny Morris (Kevin Bacon) sono la coppia americana attualmente più in voga nel mondo dello spettacolo, si esibiscono come intrattenitori in vari night, poco prima di condurre una maratona TELETHON a favore dei malati poliomielite, succede un fatto che sconvolgerà le loro vite tanto da porre fine a questa indissolubile amicizia che durava da tantissimi anni.
 Una giovane e bella ragazza, che voleva un’intervista ai suoi due idoli, dopo essere stata coinvolta in una festa di sesso e droga, come era solito fare dai due, viene trovata morta nel bagno della suite dove alloggiavano i due attori.
Naturalmente, scoppiò uno scandalo, ma grazie ai favori di un boss della mafia, i due attori vengono prosciolti dall’accusa perché forniti da un alibi di ferro.
Quindici anni dopo, dato che nessuno aveva smesso di interrogarsi sul perché della rottura della coppia, una giovane giornalista Karen O’Connor (Alison Lohman), che anni prima era stata “miracolata”dalla raccolta fondi di quel TELETHON in quanto guarita dalla polio, vuole scoprire quale segreto lega questi due attori. Convince così un editore a offrire un milione di dollari a Vince, affinché lui sveli tutti i retroscena della storia e ricavarne uno scoop.
L’ambiguità della vita delle persone, scoprire delle verità nascoste di se stessi, sono i temi preferiti e ricorrenti sia in questo film che in altri del regista : Atom Egoyan, un egiziano nato a Il Cairo, ma trasferitosi con i genitori all’età di tre anni in Canada. Appartiene a lui la regia di alcuni episodi di “Ai confini della realtà” e di “Alfred Hitchock presenta”, tanto da non uscire dall’ambito del mistero e di quel non sapere. Si è inoltre aggiudicato il premio internazionale della critica al festival di Cannes nel 1994, per il film “Exotica” e nel 1997sempre a Cannes, il premio della giuria per “Il dolce domani”.
Secondo me questo film rispecchia un po’ il vero, infatti sesso, droga, vizi e corruzione si trovano, in quello che chiamiamo oggi “l’affascinante mondo dello spettacolo”ma spesso, vengono superati certi limiti e purtroppo andando oltre, ci si può trovare in situazioni molto scomode da dove non sempre si riesce ad uscirne “illesi”.
Non voglio passare per una persona che esprime giudizi, però…il mio parere? Credo che fama, successo e soprattutto denaro in quantità, non sempre portano a qualcosa di buono!

Miryam

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Di Andy (del 29/06/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 884 volte)
Artista
Prince
Titolo
LotusFlow3R
Anno
2009
Label
Self-released

Il fatto che il nuovo disco di Prince sia un cofanetto composto da tre album non è poi così strano, sia perché conosciamo già la sua copiosa vena compositiva e sia perché non è nuovo a progetti del genere. Quello che risulta quantomeno inusuale è che questo triplo si potesse inizialmente trovare solo nei grandi magazzini della catena americana Target; ora ho visto che è disponibile anche in internet e nelle librerie Mondadori..forse tra poco lo troveremo allegato, che so, a La Stampa del sabato, comunque dappertutto tranne che nei negozi di dischi. Ciò è dovuto al fatto che lo sregolato genietto non è attualmente legato a nessuna casa discografica, anche perché probabilmente è difficile sottostare alle sue bizze musicali e non.
Comunque gli innumerevoli fans sapranno come cavarsela. Allora, il progetto si compone in questo modo: disco 1 LotusFlow3, album molto rock, disco 2 Mplsound, che come dice il titolo è proprio puro black pop targato Minneapolis, disco 3 Elixer di Bria Valente, album di esordio per questa pupilla del folletto.
Comincerei proprio da quest’ultimo perché sinceramente non c’è molto da dire, nel senso che si sentono la supervisione e la collaborazione di Prince, le assonanze vocali con la grande Sade, però il materiale, tolta una discreta Here I come, è abbastanza noioso e nella media delle produzioni similari; trovo discreto ma non esaltante Mplsound: ce un richiamo alle ottime performance degli anni 80/90, soprattutto in Ol’school company e Chocolate box, ma il funk ha lasciato troppo spazio all’r’n’b e i pezzi mancano della giusta energia. Cosa che non succede in LotusFlow3, dove il nostro eroe ritrova le sue radici hendrixiane, ricordandoci di essere un maestro della sei corde, oltre che un poliedrico strumentista. L’album si apre con From the Lotus.., psichedelico strumentale in stile Santana o McLaughlin anni 70, guidato principalmente da batteria e chitarra e in cui si capisce subito lo spazio che avrà quest’ultima nell’album. Si prosegue con Boom, un funk-rock controtempato dove una Fender distorta e effettata spadroneggia per tutto il pezzo. The morning after è in perfetto stile Just another maniac Monday , breve, ritmata e simpatica; 4ever sembra uscita dal bellissimo The gold experience, album anni 90, cori , piano e orchestra davvero in pieno stile Prince dei migliori, molto bella come lo è altrettanto Colonized man, blues lento e ispirato un po’a Ben Harper, cantato e suonato da dio, un suono di Stratocaster di quelli maiuscoli, soliste e ritmiche che si sovrappongono e una voce da brividi, fantastica canzone. Io sarei già contento ma il sound qui non molla e si presenta Feel good , Feel better , Feel wonderful , alla James Brown, ottimo funk con grandi fiati e cori, voce veramente black, da saltare su dalla sedia. Love like jazz è appunto un latin jazz cosi così di cui non si sarebbe sentita la mancanza e lo stesso dicasi per 77 Beverly Park, uno struggente strumentale mediterraneo mandolinato, che sa di già sentito, ma l’intro di batteria di Wall of Berlin ci riporta sui giusti toni e il rif di chitarra è più o meno quello di Crossdown traffic di Hendrix, la cui prepotente influenza torna in Dreamer, granitico rock –blues psichedelico dove il folletto di Minneapolis si scatena veramente in uno show chitarristico di spettacolare livello in cui l’anima di Jimi sembra essersi impossessata di lui, fuori la Strato, wha-wha sotto il piede e bending lancinanti, leva maltrattata al limite e saturazione acida, il gusto ritrovato di suonare divertendosi e divertendo..una bomba! Il giusto finale è.. Back 2 the Lotus, che si ricollega al pezzo di apertura, al cento per cento zappiana e con finale “alieno”.
Riassumendo, la forza di questo triplo è sicuramente in LotusFlow3, un album che mi è piaciuto subito, energico e solare, mai noioso e anche estivo direi, registrato e mixato ottimamente, molto adatto per essere gustato live e a proposito di questo, conoscendo la forza di Prince sul palco, ci auguriamo in parecchi che torni in tour dalle nostre parti. Uno dei più grandi e geniali artisti dagli anni 80 in qua, merita di essere visto dal vivo e quindi speriamo che si accordi con una major discografica e che torni ad organizzare i mitici spettacoli live che ci avevano affascinato negli anni passati: capricci da star permettendo…Buon ascolto.

Andy

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Di Namor (del 25/06/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1187 volte)
Titolo originale
Questo piccolo grande amore
Produzione
Italia 2009
Regia
Riccardo Donna
Interpreti
Emanuele Bosi, Mary Petruolo, Mariella Valentini, Daniela Giordano (II),
Durata
110 Minuti
Trailer

A dare il titolo al film in questione, è una delle canzoni simbolo di Claudio Baglioni, “Questo Piccolo Grande Amore” estratta dall’omonimo concept-album, inciso nel lontano 1972.
Chi conosce bene l’album, di certo non farà fatica ad immaginare la trama del film, poiché essa non è altro che la trasposizione in immagini, dei testi del grande cantautore romano.
La storia è ambientata nel 1972 (non poteva essere altrimenti), dopo essersi rifugiato in un bar per sottrarsi ad una carica della polizia al fine di disperdere un folto gruppo di manifestanti, l’universitario Andrea, fa amicizia con la timida liceale Giulia. Il reciproco innamoramento è inevitabile (sfido io, con un titolo del genere cos’altro poteva accadere?), come lo saranno le gioie e i dolori, conseguenze di tutti coloro i quali stanno vivendo la loro prima ed importante storia d’amore, hanno vissuto o dovranno ancora viverla.
A dirigere il progetto QPGA è il regista televisivo Riccardo Donna, i volti prestati ai due protagonisti sono quelli di Emanuele Bosi in un look estremamente Baglionizzato e la bellissima ed acerba Mary Petruolo . Se togliamo qualche attore da fiction televisiva, nel cast non è presente nessun interprete di richiamo che possa elevare la pellicola ad una recitazione superiore alla media. Anche i due protagonisti non eccellono di certo in fatto di recitazione, Bosi deve ancora studiare parecchio per essere un attore che possa affrontare un ruolo da protagonista, mentre la Petruolo, ha certamente un viso che buca il video, nessun dubbio in proposito, ma bisogna vedere come se la cava con un copione più impegnativo, se passa questo esame secondo me, potrebbe anche rivelarsi una buona attrice.
Concludendo, la pellicola ha i connotati di un sentimental-adolescianziale, che piacerà sicuramente ad un pubblico molto in erba, ma non appagherà di certo i molteplici fans di Baglioni che si appresteranno a vederlo.
Se volete un consiglio, lasciate stare, una cosa é sentire le canzoni di Claudio, un’altra é vedere come le hanno banalizzate in questo film.

Namor

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Di Angie (del 22/06/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1230 volte)
Titolo originale
Les Temoines
Produzione
Francia 2007
Regia
André Téchiné
Interpreti
Michel Blanc, Emmanuelle Béart, Sami Bouajila, Julie Depardieu, Johan Libéreau.
Durata
112 Minuti

E l’estate del 1984 quando il giovane Manù (Johan Libéreau) poco più che ventenne, giunge dal suo piccolo paesino di montagna nella bellissima capitale francese per trascorrervi una vacanza, ad ospitarlo in una piccola e grigia camera d’albergo è sua sorella Julie (Julie Depardieu), da tempo stabilitasi a Parigi.
Manù, come tutti i ragazzi provinciali è pieno di vita, l’entusiasmo della sua giovinezza e la voglia di nuove avventure associata alla sua omosessualità, lo porteranno a frequentare luoghi ove si consumano fugaci incontri tra persone dello stesso sesso. Tale passione lo porterà a vivere una vita fatta di eccessi, dedita ai nuovi piaceri mondani, che la moderna capitale generosamente propone. I giorni felici che Manù trascorre a Parigi con i suoi nuovi amici, vengono brutalmente interrotti a causa di un virus che colpisce il ragazzo. Questo nuovo e sconosciuto virus, per il timore e la paura che incute, viene prontamente definito come un demone pronto a colpire indifferentemente uomini e donne. I medici stessi, intenti nella ricerca per individuarne la sua provenienza per poter meglio combattere questa nuova e sconosciuta malattia, gli dettero una sigla che ancora adesso incute terrore: AIDS.
La storia si divide in tre parti, tale suddivisione a mio giudizio è stata ben fatta, in quanto rende ugualmente fluido lo scorrere della sua trama.
Ritengo che“I testimoni” sia un bel film, da visionare con attenzione in quanto il regista francese André Téchiné, espone ed affronta un tema al quanto difficile e molto discusso nell’epoca degli anni 80, raccontando la storia di un giovane sieropositivo con tutti i suoi intrecci esistenziali della borghesia parigina.
Il problema purtroppo esiste ancora oggi, nonostante le varie informazioni, associazioni e prevenzioni dispensate in merito, non bisogna abbassare il livello di guardia, anche se ora è un argomento meno trattato dai media, non dimentichiamoci che fa ancora parte della nostra realtà.
Ritornando alla pellicola, trovo ottima anche la recitazione di tutto il cast, i personaggi a loro affidati, rendono il film molto valido e convincente per una testimonianza storica, che potrebbe essere costruttiva per le generazioni future, facendogli porre sempre una certa attenzione in riguardo al merito…il che, non guasta mai!

Angie

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Di Namor (del 19/06/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1074 volte)
Titolo originale
Terminator Salvation
Produzione
USA - Germania - Gran Bretagna 2009
Regia
McG
Interpreti
Christian Bale, Sam Worthington, Moon Bloodgood, Common, Bryce Dallas Howard.
Durata
115 Minuti
Trailer

Questa è l’ennesima dimostrazione che se una saga cinematografica funziona, è davvero dura accantonarla definitivamente, specialmente quando le grandi major cinematografiche hanno urgente bisogno di far cassa!
Sono passati 25 anni dal primo ed ineguagliabile “Terminator”di J.Cameron, e su grande schermo viene ancora proiettato con gran successo. Nel frattempo sono cambiati i nomi dei protagonisti che si cimentano davanti e dietro la macchina da presa, ma il temuto cyborg cacciatore di uomini T-800, é ancora presente, forte del suo intramontabile fascino di supercattivo .
Ovviamente sto parlando del suo quarto capitolo, “Terminator Salvation” diretto dal polivalente regista americano McG. La trama del quarto Terminator, vede finalmente in azione il capo della resistenza John Connor (Cristian Bale) in versione adulta, l’anno questa volta è il 2018. Lo scenario post apocalittico è dettato dalle esplosioni di testate nucleari, dopo che Skynet (un network di intelligenza artificiale) ha decretato il Giorno del Giudizio, ovvero la cancellazione della razza umana in funzione della loro supremazia sulla terra. A fare da ago della bilancia in questa terrificante battaglia tra le macchine e gli umani, sarà Marcus Wright (Sam Worthington), un pregiudicato condannato alla pena capitale nel 2006, è risvegliatosi senza sapere esattamente cosa gli sia accaduto, 12 anni dopo.
Seguendo l’evolversi della trama, vi accorgerete che il personaggio di Marcus, più di una volta mette in ombra quello del protagonista Connor, tale sgarro ai fans della saga magari non sarà piaciuto ma, al sottoscritto si, anzi vi dirò che il suo personaggio, l’ho trovato molto più interessante del capo della resistenza.
Non vi è alcun dubbio che il merito è da attribuire ad una sceneggiatura, che vede il suo largo impiego come punto d'appoggio, ma è altrettanto certo che l’attore scelto per interpretarlo, Sam Worthington, ha colpito nel segno con la sua bravura. Se io fossi un regista di action movie, punterei ad occhi chiusi su di lui.
Dopo questo breve spot a favore di Worthington, è facile capire che personalmente ho apprezzato questo quarto capitolo, se togliamo qualche scena dalla piega fin troppo stucchevole, il resto è stato sicuramente superiore al precedente “Le Macchine Ribelli”… Anche se non ci voleva molto!

Namor

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Di Asterix451 (del 17/06/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1012 volte)
Titolo originale
The Hurt Locker
Produzione
USA 2008
Regia
Kathryn Bigelow
Interpreti
Jeremy Renner, Anthony Mackie, Guy Pearce, Ralph Fiennes, Brian Geraghty.
Durata
131 Minuti
Trailer

Baghdad, Iraq.
Gli artificieri della Compagnia Bravo dello US Marine Corp sono impegnati quotidianamente nella bonifica di ordini esplosivi artigianali, trappole mascherate piazzate nelle vie della città, per impedire che mietano vittime tanto tra la popolazione locale, tanto tra i Militari. Un compito che richiede disciplina e attenzione, affinché i ristretti margini di sicurezza non si assottiglino ulteriormente.
Il team costituito dai Sergenti Thomson e Sanborn, assistiti dallo Specialista Eldridge, opera con perizia e attenzione… eppure ciò non impedisce che, durante una missione, un ordigno esploda uccidendo proprio Thomson. Il suo rimpiazzo, a soli 38 giorni dal termine del periodo di servizio in Iraq, è il Sergente Artificiere Will James, capace e avventato in egual misura; rischia, costantemente, mettendo a repentaglio la sua vita e quella dei suoi compagni di squadra. La sua condotta incosciente gli provoca, da una parte, attrito con gli altri due membri del team, ma i suoi indiscutibili successi alla lunga prevalgono, fino a fargli guadagnare fiducia e rispetto. Will James è un uomo in lotta con le sue contraddizioni: vorrebbe amare una famiglia che non soddisfa il suo bisogno di adrenalina, a cui pensa con nostalgia, eppure è incapace di conviverci; è leale con i suoi compagni, nel pericolo, eppure li espone lui stesso a rischi inutili con la sua condotta indisciplinata; stringe amicizia con un ragazzino irakeno, “Beckam”, che vende dvd e gioca bene a calcio. La realtà della guerra non risolve i suoi conflitti, bruciando lentamente la sua umanità, ma è sufficiente a provocargli quello “sballo adrenalinico” che lo faccia sentire ancora vivo. Nei giorni trascorsi con la Compagnia Bravo affronterà situazioni limite in cui, oltre al suo instabile equilibrio personale, verranno stravolte le vite di tutti.
Il film di Kathryn Bigelow è stato presentato al Festival di Venezia nel 2008, attesissimo War Movie di serie A, ridondante di grandi nomi come Ralph Fiennes e Guy Pierce, oltre alla seducente Evangeline Lilly (la bella Kate di “Lost”) e David Morse (“Il Miglio Verde”, “Il Negoziatore” e molti altri). Abituati al successo di alcuni precedenti film della regista statunitense e al suo indiscutibile talento dietro la macchina da presa, il film sembrava possedere tutte le carte in regola per centrare il bersaglio di critica e pubblico.
Probabilmente stiamo ancora aspettando un nuovo “Black Hawk Down”, tuttavia non credo di aver esagerato pretendendo da questo film una soddisfazione che non è arrivata. Fermo restando il talento registico della ex moglie di James Cameron (che le ha prodotto “Point Break” e scritto lo psichedelico “Strange Days”) , “The Hurt Locker” pecca solamente di presunzione: alcuni film già datati sul tema del disinnesco, come “Blown Away” e “Speed”, risultano più avvincenti dal punto di vista dell’azione; gli spunti di riflessione non mancherebbero, per l’introspezione dei personaggi, ma non vengono mai sviluppati a fondo, sempre accennati e sviliti da un linguaggio banale che neppure si spiega, nonostante la semplicità.
Molte sequenza degradano ad un livello documentaristico, sia per lo scarso significato delle scene (in termini di trama), sia per l’uso esagerato della Steady Cam, con immagini traballanti, così efficaci da far trasformarlo quasi in un reportage. Il montaggio è perfetto, l’inserimento di alcuni dettagli al rallenti sarebbe efficace se esprimesse qualcosa in più, anziché essere fotogrammi a sé stanti; è assurdo indugiare sulla ruggine che si distacca dalla carrozzeria di un’auto investita dall’onda d’urto di una bomba, e poi sorpassare velocemente (con un cambio di scena) la morte di un personaggio magari importante, come fosse un dettaglio marginale.
Vengono sprecati tre grossi nomi del cinema (Ralph Fiennes, Guy Pierce, David Morse) relegati a ruoli cammeo, che si esauriscono immediatamente. Se per un verso può essere considerata una scelta anticonformista, come generalmente le pellicole della Bigelow si propongono, dall’altra deludono l’aspettativa dello spettatore che li vorrebbe protagonisti, anziché comprimari che scompaiono dal film dopo pochi minuti solamente, dopo aver recitato nascosti dal costume di scena o dall’inquadratura (la comparsa di Fiennes quasi non ha collegamenti di trama).
Il film è lungo, e non decolla mai. Si basa su tre sequenze di disinnesco e una sparatoria nel deserto: sono efficaci, ma non bastano a giustificare 131 minuti di pellicola di tale potenziale; più volte si ha la sensazione che stia per accadere qualcosa che ribalterà ogni aspettativa, ma non bisogna illudersi, perché non accade. L’iper realtà di alcune scene si contrappone alla inverosimilità di altre, per procedure militari possibili solo al cinema. Troppo fumo per un film superficiale, che non riesce a sviluppare nessuno dei temi importanti che propone. Non è certamente stupido, ma si percepisce la mancanza di decisione di condurre la storia da qualche altra parte che non sia la solita auto farcita di dinamite.

Asterix451

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Di Miryam (del 15/06/2009 @ 05:00:00, in libri, linkato 1250 volte)
Titolo originale
Angels & Demons
Autore
Dan Brown
Traduzione
Biavasco A. - Guani V.
Editore
Mondadori
Prima edizione
2004

Avendo ritenuto il “Codice da Vinci” un buon libro e soprattutto un genere a me interessante, mi sono avventurata nella lettura del precedente libro di Dan Brown, “Angeli e Demoni”, trovando quest’ultimo molto più avvincente già dalle sue prime pagine, rispetto al ben più noto Codice da Vinci.
Ci troviamo a Ginevra nel CERN, il rinomato laboratorio di fisica, dove lo scienziato, il dottor Leonardo Vetra assistito dalla figlia Vittoria, aveva fatto una nuova e grande scoperta che da lì a poco, avrebbe reso noto a tutto il mondo, ma prima che tale annuncio veniva divulgato, lo scienziato non solo veniva brutalmente ucciso, ma anche marchiato a fuoco con un misterioso ambigramma con su scritto: ILLUMINATI.
Per chi non lo sapesse, gli illuminati erano una setta di scienziati perseguitati dalla chiesa cattolica verso la metà del 1700, ed erano soliti marchiare a fuoco le loro vittime per poi esporle nelle strade di Roma.
Per fare luce su questa tragedia, il direttore del CERN, interpella Robert Langdom, lo specialista di iconologia, già conosciuto nel Codice da Vinci. Langdom, viene buttato giù dal letto in piena notte, in quanto residente a Boston e condotto con un aereo privato a Ginevra. Arrivato sul posto e raggiunto poi in un secondo momento dalla figlia di Vetra, si trova oltre che alla raccapricciante scena del delitto, a scoprire che una micidiale arma sperimentale era stata rubata.
Facendo un piccolo passo indietro, Leonardo Vetra era riuscito con l’aiuto della figlia, a ricreare il fenomeno del Big Bang, logicamente in maniera più ridotta, cioè aveva messo un minuscolo campione di antimateria in un piccolo cilindro di plastica funzionante a batterie, che dovevano essere ricaricate ogni sei ore, altrimenti sarebbe esploso. Una scoperta così micidiale, sarebbe stata una seria minaccia se fosse capitata nelle mani sbagliate.
Una telefonata avverte il direttore del CERN, che il pericoloso ordigno è stato sottratto e nascosto nella Città del Vaticano e che sarebbe esploso a mezzanotte in punto. Per sventare l’imminente catastrofe sia Langdom che Vittoria partono subito per Roma, città che era in fervore per i preparativi per eleggere il nuovo Papa, in quanto il precedente era morto da quindici giorni. Giunti nella capitale, vengono a conoscenza che i quattro cardinali preferiti in lista per l’elezione al Sommo Pontefice erano misteriosamente spariti e che sarebbero stati uccisi ad intervalli di un’ora l’uno dall’altro; inizia così una serrata caccia all’assassino, cercando di scoprire le sue future mosse attraverso gli scritti di Galilei e i monumenti di Roma costruiti dal Bernini, fino ad arrivare ai Quattro altari della Scienza dove si sarebbe compiuto il sacrificio dei Cardinali.
Come per Il codice da Vinci, anche qui in Angeli e Demoni, lo scrittore americano Dan Brown, si è messo in discussione con la Chiesa, suscitando però tanta curiosità ai milioni di lettori che come me amano questo genere di romanzi. Infatti il fascino e i misteri che esalano da questo libro sono molti, cosa custodisce il Vaticano nelle sue segrete stanze? Perché la Chiesa cerca di nascondere delle verità?
Forse per paura che si vengono a scoprire dei lati oscuri a noi ignoti e di conseguenza, non essere più credibili agli occhi dei fedeli? Il codice da Vinci ha sciolto qualche nostro dubbio, lasciando però delle perplessità, Angeli e Demoni, ha un contenuto per me più inquietante, mette in risalto lo strano rapporto che c’è tra religione e scienza, solo che mentre quest’ultima accetta con riserva anche le idee della Chiesa, la Chiesa ha sempre perseguitato chi ostacolava le sue teorie, tanto da condannare a morte scienziati che non le condividevano, anche se queste venivano scientificamente provate sulla carta.
Concludendo, non posso che consigliarvi (se ancora non lo avete fatto) l’acquisto di questo libro, vedrete che i vostri soldi saranno ben spesi, credetemi, basti pensare che le sue avvincenti 560 pagine, le ho divorato in meno di una settimana!

Miryam

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Di Namor (del 12/06/2009 @ 05:00:00, in libri, linkato 1445 volte)
Titolo originale
Recoil
Autore
Andy McNab
Traduzione
I.Ragazzi S.Tettamanti
Editore
Longanesi
Prima edizione
2008

Dopo un missione andata non troppo bene, Nick Stone agente del SAS britannico si ritira in Svizzera per condurre una vita all’insegna della tranquillità, lontana dagli orrori e le atrocità della guerra. Tant’è vero, che sta pensando seriamente di stabilirvisi, per metter su famiglia con Silky, la figlia di un ricco ed egocentrico uomo d’affari, che non vede di buon occhio un’eventuale unione della donna con Nick. Ad interrompere i buoni propositi dell’ex agente, sarà l’improvvisa sparizione della ragazza.
Dopo aver effettuato le giuste ricerche Stone, scopre che la sua amata è partita con un convoglio umanitario alla volta del pericoloso Congo, ove in nome del dio denaro si combattono terribili e sanguinose battaglie, reclutando bambini come soldati, per spazzare via intere ed inermi popolazioni. Nick sa che non c’è tempo da perdere, dovrà recarsi sul posto ed imbracciare nuovamente il suo GPMG se vuole avere qualche speranza di rivedere viva Silky e riportarla casa.
Dopo averne terminato la lettura, sono andato in cerca di qualche commento in merito, su alcuni siti specializzati per libri, devo dire che il mio giudizio su quest’opera di Andy McNab, poco si allinea a quelli favorevoli da me riscontrati.. Ebbene si, ho finito di leggerlo senza alcuna voglia di terminarlo, se non per riporlo insieme a quelli già letti e iniziarne uno nuovo.
Di “Contraccolpo” non salvo quasi niente, leggendo la trama e immaginandone l’ambientazione, è difficile pensare che questo titolo non sia sufficientemente coinvolgente, eppure è così. Tengo a precisare che a me non piacciono i libri sdolcinati in stile “Harmony”, ma va anche detto che se il protagonista va a sfidare feroci guerriglieri nel loro paese, per trarre in salvo la sua ragazza, ci dev’essere una forte motivazione come l’amore, a guidarlo in questo nobile gesto. Invece niente, di questo forte amore nel libro non vi è quasi traccia.
Quello che non manca di certo è l’azione, anche se lo valutata negativamente, cosi come la sua traduzione in italiano, che ripete più volte la spiegazione di alcuni termini, durante lo svolgimento della trama.
Date retta a me, orientatevi su qualche altro titolo, in libreria c’è sicuramente di meglio!

Namor

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Di slovo (del 10/06/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2073 volte)
Titolo originale
Star Trek: The Future Begins
Produzione
USA 2009
Regia
J.J. Abrams
Interpreti
Chris Pine, Zachary Quinto, Eric Bana, Simon Pegg, Zoe Saldana
Durata
127 minuti

Tutte le mie aspettative circa un rilancio in grande stile dell’enterprise a piena curvatura verso il terzo millennio sono state placcate da un disorientante senso di delusione all’uscita dalla sala. Ne ero convinto: se c'era qualcuno in grado di ridestare l’hype attorno al marchio Star Trek – considerato dall’industria un filone ormai esaurito – quello era il re Mida del piccolo (e grande) schermo J.J.Abrams. E se rileggiamo a posteriori i suoi annunci: “Star Trek non sarà un film per i fan, ma per conquistare una nuova generazione di appassionati” bisogna dargli atto che ha svolto bene il compito: gli incassi ci sono stati, le recensioni convergono su una plebiscitaria approvazione e nuovi proseliti, presumibilmente, saranno stati iniziati alle gioie trekkiane.
La mia è quindi una voce fuori dal coro, da trekker d’annata deluso, ma non perché scandalizzato dalle 'blasfemie' introdotte da Abrams… del resto era stato chiaramente preannunciato come una rilettura e l’espediente dell’effetto-farfalla che segue ogni cambiamento nella linea temporale (già, viaggi nel tempo anche stavolta) è stato usato intelligentemente per legittimare ogni deviazione dalla continuity consolidata.
Troviamo però una trama che non tenta nemmeno di rispettare gli standard di coerenza a cui i fan di Star Trek erano abituati almeno dagli anni ’80 (dalla serie “the Next Generation” in poi): un’imprevedibile supernova che coglie di sorpresa il quadrante alfa? una one-man-mission dell’ambasciatore Spock in persona? e da quanto tempo la narrativa fantascientifica ha accettato il fatto che non si “passa attraverso” un buco nero, tanto meno per viaggiare nel tempo?
Il cattivo di turno è appena abbozzato e privo di spessore, intere scene sono sorrette da pretesti paradossali (la missione in caduta libera con combattimento finale a cazzotti e filo di katana o l’espulsione forzata di Kirk su un pianeta pullulante di vita ostile dove, manco a dirlo, incontrerà “casualmente”...) e se aggiungiamo che perfino la scelta degli innesti umoristici cade spesso su un registro comico/demenziale francamente fuori luogo, soprattutto se paragonata allo humor arguto e sottile che ha da sempre caratterizzato l’universo Star Trek, proprio non riesco a capire cosa piaccia così tanto in questo film che non sia già stato sviluppato, meglio, in altri titoli della serie.
Cosa ci dimostra, quindi, il suo successo? Che per sdoganare Star Trek e renderlo appetibile al grande pubblico occorre banalizzarlo, infarcirlo di azione, sacrificarne gli aspetti troppo raffinati o complicati e operare un tragico livellamento sui pallosi stilemi dello Star Wars per famiglie.
No grazie, preferisco la nicchia.

slovo

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