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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Miryam (del 13/10/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 872 volte)
Titolo originale
The Uninvited
Produzione
USA 2009
Regia
Charles Guard, Thomas Guard.
Interpreti
Emily Browning, Arielle Kebbel, David Strathairn, Elizabeth Banks, Maya Massar.
Durata
87 Minuti
Trailer

La giovane Anna (Emily Browning), dopo un tentativo fallito di suicidio, perché aveva assistito alla morte della madre gravemente malata (bruciata viva in un incendio), viene internata in un ospedale psichiatrico per cercare di cancellare o di ricordare esattamente, quello che successe in quella drammatica notte.
Dopo dieci mesi di ricovero, Anna viene giudicata guarita, pronta a far ritorno a casa per condurre una vita serena con il padre Steven (David Strathairn) e la sorella Alex (Arielle Kebbel). Una volta tornata all’ovile, Anna, scopre un’amara verità, l’ infermiera Rachel (Elisabeth Banks), che teneva in cura la mamma malata, nel frattempo è diventata la nuova compagna di suo padre. Inutile dire che tale relazione, creerà tra le due donne un forte astio, visto che Anna è convinta che sia stata proprio Rachel ad appiccare il fuoco quella notte è che ora voglia eliminare anche lei e sua sorella, per avere il padre tutto per sé. Convinta di ciò, comincia ad indagare trascinando nelle sue ricerche anche la sorella maggiore.
Tutte queste sue convinzioni sull’ambiguo atteggiamento di Rachel, le vengono dettate dal fantasma della mamma che le appare durante il sonno, inoltre come se non bastasse, ad incrementare tutto ciò, si aggiungono delle visioni diurne o meglio incubi dove appaiono dei bambini che cercano di metterla in guardia sui malefici di Rachel.
Il film “ The Uninvited” è stato diretto dai fratelli Charles e Thomas Guard, registi al loro primo esordio come lungometraggio, in quanto si erano sempre dedicati a corti e spot pubblicitari. La pellicola è stata catalogata come horror, non sono molto d’accordo con questo perché (almeno da parte mia), non ho trovato scene spaventose da far saltar sulla sedia lo spettatore, più che altro ci sono immagini angosciose durante i vari incubi visivi della protagonista, attimi in cui non si riesce a distinguere la realtà dall’immaginazione, infatti anche il finale mi ha lasciato molto perplessa e confusa.
Tutto sommato per gli amanti di questo genere è un film piacevole, soprattutto perché non è il classico “horror” con spargimenti di sangue inutili, qui bisogna invece lavorare con la mente per cercare non tanto il colpevole… ma il movente.

Miryam

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Di Velia (del 11/10/2010 @ 05:00:00, in libri, linkato 1595 volte)
Titolo originale
Gentlemen and Players
Autore
Joanne Harris
Traduzione
Laura Grandi
Editore
Garzanti
Prima edizione
Agosto 2006

<< Dall’autrice di “Chocolat”>> s’inizia sempre così quando si scrive di Joanne Harris, come un marchio a fuoco, una condanna da scontare. Eppure di acqua sotto i ponti ne è passata da quella sua prima opera letteraria, un’acqua che da semplice torrentello è diventata un fiume di parole, racconti suggestioni che sfociano in questo romanzo “La Scuola dei Desideri”.
Abbandonate atmosfere soavi ed evocative e preparatevi ad assaporare questa prelibatezza letteraria che non ha nulla a che vedere con la sua famosissima e fin troppo sdoganata prima opera se non per la chiarezza dello stile, la fluidità dell’espressione e l’immancabile alternanza di prospettive narrative; quello che proverò a descrivere senza svelare troppo, è un romanzo giallo che si snoda lungo i corridoi di un collegio inglese per soli maschi nell’era di Internet.
Avete mai avuto un desiderio talmente grande che non riuscivate a pensare ad altro, e più passava il tempo più diventava così fortemente radicato dentro di voi da diventare una ragione di vita, “la ragione di vita”? E’ quello che succede in questa storia, dove l’idea fissa del protagonista per una scuola diventa talmente pregnante nel suo animo da sovrapporsi alla sua vita, un tarlo, una sfida verso un destino negato, che porta il nostro eroe a diventare un eroe romantico degno dei più classici romanzi di appendice.
Quell’aura d’inviolabilità, di maestosa supremazia, di luogo depositario della cultura e nersery della futura classe dirigente maschile, con il suo irritante cartello che impedisce l’ingresso con la dicitura 
                                                     “DIVIETO DI ACCESSO 
                                         PROIBITO SUPERARE QUESTO PUNTO
                                                  SENZA AUTORIZZAZIONE 
                                                E’ UN ORDINE TASSATIVO”
trasforma il collegio/fortezza in un maniero da conquistare per il gusto di violare quelle mura. L’ossessione si scatena in una mente geniale fino a trasformarla in una macchina perfetta in grado di escogitare un meccanismo tecnicamente raffinato per fare crollare la roccaforte dimostrandone la debolezza, sostituendo idealmente al collegio l’immagine di una fortezza da espugnare come antichi guerrieri all’assalto d’imponenti castelli armati non di spade, ma di parole ben più letali delle lame affilate dai mastri fabbri e protetti non da scudi ma dai mantelli dell’anonimato, dalla sottile arte del passare inosservati grazie alla quale riesce, come un fantasma, a muoversi tra le pareti di quelle aule ricche di conoscenza, gustando giorno dopo giorno cultura e sapore della vittoria per quella prima breccia scagliata contro “la fortezza”.
Ma la sete di conquista è un’esigenza destinata a non placarsi e così, utilizzando il tempo come alleato, si arriva alla seconda e ben più letale mossa: essere parte della scuola, agire dall’interno come una cellula impazzita fare implodere il maniero ingaggiando una sfida a colpi di scacchi dove allievi, insegnanti, bidelli diventano pedoni, alfieri, cavalli, torri, re e regine. La sfida personale che diventa sempre più importante, si allarga a macchia d’olio e risucchia tutto come un buco nero, diventa necessario, fondamentale avere sempre di più: andare avanti, sconfiggere il nemico designato da una sorte inesorabile, usare il destino ed essere patetica nemesi di un crimine scoperto per caso.
E come in ogni scacchiera il bianco delimita il nero, così in questo gioco il chiaro si contrappone allo scuro; sarebbe più semplice parlare di buoni e cattivi ma in questo romanzo non esiste un “cattivo” nel senso comune del termine: cattivo è colui che fa del male senza ragione, che vuole vedere la sofferenza negli altri, che infastidisce, rovina e distrugge solo per il piacere di farlo. Qui invece la cattiveria ha un senso, c’è una ragione profonda e per certi versi, inevitabile nel perverso gioco dell’intelligenza.

 Velia

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Di mimmotron (del 06/10/2010 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1234 volte)
Titolo originale
The lost room
Produzione
USA 2006
Episodi / Durata
6 / 45 Minuti

Se vi piacciono le serie tv, ma non volete impegnarvi nella visione di qualche centinaio di puntate prima di ottenere la soluzione di un qualsivoglia mistero vi consiglio The Lost Room. Mini serie di sole sei puntate della durata di 45' l'una, di genere fantascientifico, vede protagonista l'agente Joe Miller impegnato nel ritrovamento di sua figlia misteriosamente scomparsa. La bambina è sparita poiché il padre è entrato in possesso di una chiave che permettendo l'apertura di qualsiasi porta, introduce all'interno di una stanza di motel.
Successivamente, uscendo da questa stanza, si può invece accedere a qualsiasi luogo nel mondo che sia provvisto di una porta d'ingresso, fondamentale è che la destinazione sia ben definita nella mente di colui che vuole giungervi. Non è importante l'esserci mai stati, basta una fotografia che vi permetta quindi di visualizzare il luogo nella vostra mente. Altra caratteristica, come accade con la piccola Anna, se si apre e chiude la porta si ripristina lo stato delle cose all'interno della stanza. Lo so, sono stato un pò farraginoso nella mia descrizione, ma il bello della storia sta proprio qui.
Miller entra casualmente in possesso della chiave (l'oggetto più importante) e solo così scopre che esistono diversi gruppi di persone a conoscenza di questo segreto e che si combattono per entrare in possesso, oltre che della chiave, di tutti gli oggetti che erano presenti nella stanza, ora sparsi per il mondo. Gli oggetti sono di diverso tipo, talvolta fini a se stessi come l'orologio che cuoce le uova rendendole sode, al pettine che usato permette di fermare il tempo per pochi secondi o gli occhiali che impediscono la combustione di ciò che si sta guardando una volta indossati.
Nel tentativo di ritrovare sua figlia l'agente Miller trova la collaborazione più o meno disinteressata di molte delle persone che sono in possesso dei vari oggetti. Fondamentale sarà l'aiuto offertogli da Jennifer Bloom che lo guida alla scoperta di molti dei segreti della stanza, mentre ambiguo si rivelerà l'aiuto offerto da Karl Kreutzfeld.
Ma non posso ora dirvi altro...
Come in tutte le mie recensioni cerco di offrire un suggerimento alla visione di ciò che mi è piaciuto e diverse sono ogni volta le ragioni. In questo caso ritengo sia la giusta durata tra scoperta, sviluppo delle indagini e soluzione del mistero.

mimmotron

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Di Angie (del 04/10/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1238 volte)
Titolo originale
Gran Torino
Produzione
USA 2008
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Austin Douglas Smith.
Durata
116 Minuti

Clint Estwood è il regista e protagonista del film “Gran Torino”, che segna il suo ritorno come attore dopo “Million Dollar Baby”, Oscar come miglior film nel 2005.
Estwood interpreta il ruolo di Walt Kowaski, un reduce della guerra di Corea, ora ex operaio della Ford rimasto vedovo, che vive in un sobborgo di Detroit. Di carattere burbero e solitario, il grande vecchio con i suoi pantaloni ascellari e lo sputo facile, se ne sta seduto all’ombra della sua veranda con lo sguardo perso nell’orizzonte, pieno di risentimento per tutto quello che vede intorno a sé. Kowaski ha un pessimo rapporto sia con i figli che con i nipoti, che li considera avidi e comunisti ma, ciò che lo rende ancora più nervoso e suscettibile, sono i suoi vicini di casa, che hanno invaso il suo territorio: una famiglia di asiatici di etnia Hmong da lui chiamati con disprezzo i “Musi gialli”. Le sue uniche passioni oltre alla birra, sono il suo cane Daisy e un auto modello Ford Gran Torino del 1972, gelosamente custodita come una rara reliquia nel suo garage. La vita di Walt cambia il giorno in cui qualcuno cerca di rubargli la sua amata auto. Ancora splendente come il primo giorno, la Gran Torino mette a rischio la vita del suo vicino, il piccolo e timido Thao (Bee Vang), questo, quando la banda di teppisti asiatici costringerà il ragazzo a cercare di rubarla.
L’anziano pensionato capito le motivazioni di tale gesto, si ritroverà a difendere il ragazzo dai soprusi della gang, diventando suo malgrado l’eroe del quartiere, un atto che lo porterà a conquistare la gratitudine della famiglia, dando il via ad una amicizia che cambierà per sempre la sua vita. È qui che Walt, il lupo solitario, rivela il nuovo aspetto del suo animo: da patriota rinchiuso da pregiudizi radicali di razzista ottuso è diventato umano, solidale e persino felice. Si accorge di avere più tratti in comune con Thao, (il piccolo muso giallo), che con i suoi nipoti, scoprendo veramente chi gli vuole bene.
Questo è un film riflessivo, che ci fa capire come i popoli apparentemente così distanti con usi e tradizioni diversi, possano essere più vicini di quanto noi non pensiamo, anche più della stessa famiglia e di come una amicizia a volte, possa sconfiggere il razzismo. In “Gran Torino” ritornano quei temi delicati come il razzismo e i difficili rapporti tra genitori e figli, che fanno diventare il film uno dei maggior successi, tra quelli diretti dal grande Clint. E proprio vero che Clint Estwood, non smette mai di stupirci.
Il mito dell’America di frontiera, vincitore di 4 Oscar, il rude cow boy, il cinico Callaghan che comunica solo attraverso la sua 44 Magnum, lo vediamo in “Gran Torino” nella sua stupenda immagine come un guerriero a riposo che sceglie la pace, dove anche qui (come in Million Dollar Baby), mostra il carisma del padre che sa ancora educare.
Una visone direi da non perdere, non solo perché Clint annuncia che potrebbe essere la sua ultima interpretazione ma, contiene un magnifico epilogo di una riflessione sulla violenza e la vendetta, e di come abbia educato il giovane discepolo all’onesto sudore delle mani. Mani, che non impugnano armi, rinunciando lui stesso a ogni aggressività, sacrificandosi in nome dei valori di una convivenza pacifica, togliendo il disturbo come un seguace di Gandhi.

Angie

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Di Namor (del 01/10/2010 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1296 volte)
Titolo originale
The Forgotten
Produzione
USA 2009
Episodi / Durata
17 / 45 Minuti

Sogni, speranze e rammarichi, sono dettati da una voce fuori campo. L’oratore in questione é una vittima di cui s’ignora completamente l’identità, tant’è vero che la polizia dopo svariate e prolungate indagini, non riuscendo a stabilire chi essa sia e da dove venga, accantona il caso archiviandolo definitivamente.
Ed é in questo momento che entra in scena il gruppo di volontari denominato “The Forgotten network”, ovvero: la rete dei dimenticati.
La squadra composta da cinque persone è coordinata dal loro leader Alex Donovan (Christian Slater), un ex poliziotto a cui è stata rapita la figlia, causa scatenante del suo abbandono dal corpo di polizia con conseguente integrazione nel Forgotten network. La serie si svolge in 17 episodi non collegati tra loro, ognuno di essi ha un suo inizio ed una fine, i volontari iniziano e concludono le loro indagini riuscendo sempre a dare un nome (a seconda del loro sesso) al loro John o Jane Doe, (questo appellativo negli Stati Uniti, viene dato ai defunti senza identità). “The Forgotten” è prodotta dal navigato realizzatore di blockbuster Jerry Bruckheimer.
La punta di diamante del cast è la star cinematografica Christian Slater, attore relegato sempre di più a ruoli marginali nel cinema che conta, per i suoi burrascosi guai con la giustizia, dovuti ai continui eccessi d’alcol e droga.
Ad ogni modo, il telefilm, beneficia della sua presenza, visto che nel resto del cast non vi è una figura carismatica che lo possa contrastare sul piano del carisma, difatti i suoi comprimari appaiono un po’ moscetti nel corso della serie. Questo anche a causa della mancanza d’azione durante lo svolgimento delle indagini, visto che esse sono portate avanti col metodo della ricerca e del ragionamento, sui piccolissimi ma importanti indizi che man mano affiorano.
La bonarietà di come il tutto si evolve, unita ad alcune prassi un po’ troppo ripetitive, rendono “The Forgotten”, una delle tante serie di medio valore che si aggiunge al nostro smisurato panorama televisivo.

Namor

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Di Andy (del 29/09/2010 @ 05:00:00, in musica, linkato 1536 volte)
Artista
Dire Straits
Titolo
Alchemy Live
Anno
2010
Label
Universal music

Eccomi qui di nuovo a parlare di un disco live che ha la bellezza di ventisette anni, ma purtroppo, salvo qualche rara eccezione, non riesco a trovare nel panorama rock attuale, un cd che mi appassioni davvero per più di dieci minuti. Il modo di fare musica è molto cambiato negli ultimi, diciamo, dieci-quindici anni e si tende a confezionare pacchettini perfetti, pieni di canzoni anche carine, ma prive di ogni minimo respiro strumentale; insomma, la hit con strofa e ritornello, tre minuti da sparare in radio, quattro per scaricarla da internet e fine della storia.
Io sono abituato a passare pomeriggi interi a consumare ellepi che presentavano brani a volte della durata di dieci minuti, ma pieni di energia, assoli, cambi di tempo, e ad ogni ascolto trovavi qualche sfumatura che non avevi notato precedentemente. Questo Alchemy dei Dire Straits, era uno di quelli.
Per Mark Knopfler, cantante, leader e soprattutto grande chitarrista, era un momento magico, visto che da Tunnel of love in poi, il successo era stato travolgente e mondiale, malgrado vari reimpasti nella formazione che lo accompagnava nel suo percorso musicale. Praticamente, del gruppo originale, qui troviamo al suo fianco solo il bassista John Illsley, ma i nuovi membri dei Dire, se ascolterete, o vedrete, visto che si trova anche in dvd, questo live, non faranno rimpiangere quelli precedenti.
Siamo al celebre teatro Hammersmith di Londra, nel lontano 1983, e il concerto inizia con un intro di tastiera flautato, che sembra portarti nell’atmosfera serale di una cittadina del Far West; è infatti l’apertura di Once upon a time in the west, introdotta dal suono cristallino della strato di Mark e il martellare dello splendido basso reggae di Illsley, una versione questa molto più scorrevole dell’originale traccia presente in Communiquè; il finale strumentale è bellissimo, con la chitarra che esegue dei continui ricami sull’incedere rock reggae del resto della band. Premetto che bisogna davvero aver voglia di ascoltare musica tranquillamente, perché questo disco è costellato da tante parti strumentali, tutte meravigliose, come l’intro di Telegraph road, da Love over gold, che era il lavoro in studio uscito l’anno prima; il piano classico di Alan Clark è perfetto per l’atmosfera di questa canzone stupenda, con un bellissimo testo, il racconto di un uomo che ha visto cambiare la sua terra selvaggia, i paesi diventare città e un autostrada a sei corsie prendere il posto di una vecchia strada polverosa del west su cui correva il segnale del telegrafo; e su questa strada cavalca la musica dei Dire straits, in un finale splendido ed epico.
Stupenda l’atmosfera inquietante e fumosa, molto fumosa se vedrete il dvd, di Private investigations; Mark è divino anche quando imbraccia la chitarra classica e porta avanti tutta la canzone, supportato da uno splendido piano, fino al finale da thriller, impreziosito dalle sferzate acide della chitarra elettrica di Hal Lindes e dalle percussioni e marimba di Joop de Korte.
Il super classico Sultans of swing, dal primo disco omonimo del ’78, è molto più rock della versione originale, grazie soprattutto al granitico drumming del batterista Terry Williams, e se l’assolo del disco vi sembrava bello, vi consiglio di ascoltare cosa combina qui uno dei chitarristi migliori del mondo, complice una band che sembra andare a fuoco in un crescendo da brividi: spettacolo davvero!
Nella scaletta si susseguono la splendida Romeo and Juliet , in un atmosfera da sciogliere il cuore e la dolcissima Love over gold . Poi ci sono i momenti più tosti come Espresso love e Solid rock . Ma i brividi continuano a salire per la schiena con l’intro di Tunnel of love , tra il sax del mitico Mel Collins e il sottofondo di Clark ; decisamente , in questo live , più musica che voce , ma vi assicuro che è una delizia per le orecchie ascoltare degli arrangiamenti perfetti e sorprendenti , che lasciano spazio all’improvvisazione di questi ottimi musicisti , che si vedono veramente divertiti sul palco ; superfluo ormai aggiungere che anche qui la parte finale è superba e Mark , con tre note riesce a puntare dritto al cuore , il suo tocco qui è veramente fatato e vi voglio svelare che è l’uomo che più di tutti , mi ha invogliato a suonare la chitarra ; e poi questo disco ha un sapore particolare per me e mia moglie Monica , proprio perché denso di un atmosfera particolare e magica .
La chiusura è affidata alla bellissima Going home , un brano strumentale che l’ex professore di lettere inglese , aveva scritto per la colonna sonora del film Local hero : l’arpeggio iniziale è quasi struggente e l’intreccio tra il sax di Collins e l’organo di Clark è magistrale : la melodia di questo pezzo è una delle più belle scritte da Knopfler ed è quella giusta per chiudere un grande , grandissimo concerto . Se avete un po’ di nostalgia e voglia a disposizione , vi consiglio veramente l’ascolto di questa musica , secondo me senza tempo e etichette . Un grazie particolare anche a Namor per avermi procurato appunto il dvd di questo stupendo live , di cui io posseggo ancora gelosamente il doppio ellepi..bei tempi!..Buon ascolto..

Andy

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Di mimmotron (del 27/09/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 913 volte)
Titolo originale
El topo
Produzione
Messico 1970
Regia
Alejandro Jodorowsky
Interpreti
Alejandro Jodorowsky, Jacqueline Luis, Mara Lorenzio
Durata
123 Minuti

El Topo di Alejandro Jodorowsky rappresenta una pellicola solitamente iscritta nel genere cinematografico come western, ma in realtà si tratta di una miscela di surrealismo, misticismo e violenza. Personalmente ritengo che a parte l'abbigliamento e le scenografie in cui si muovono i personaggi nient'altro lo possa ricondurre al genere sopra citato. Con questo non voglio dire che non sia un bel film, anzi, si tratta di un cult movie che uscito nel 1970 ha avuto tra i suoi ammiratori personaggi come John Lennon, David Lynch, Marilyn Manson e Franco Battiato. Il regista, autore oltre che di cinema anche di teatro e di fumetti è un personaggio incredibile di cui sono anch'io un grande estimatore e proprio per questo mi sono deciso a scrivere la recensione di questa sua opera. Il film si può dividere in due parti dove nella prima El Topo è un pistolero che durante il suo pellegrinare incontra una donna di cui si innamora e che lo convince a battersi contro quattro maestri pistoleri che con l'astuzia e una dose di fortuna riesce a sconfiggere.
Ritornato dopo questa missione dalla sua compagna cade egli stesso vittima della donna. Rimasto ferito viene salvato da un gruppo di uomini deformi che lo portano con loro a vivere all'interno di una montagna. Qui inizia la seconda parte dove dopo un lungo periodo di guarigione anche spirituale il nostro protagonista decide di aiutare questa comunità di emarginati ad uscire allo scoperto. Il cambiamento del protagonista ci viene rappresentato simbolicamente attraverso l'abbigliamento, dove inizialmente con abiti classici da cowboy completamente di nero e con la barba, appare ora con indumenti che ricordano molto un monaco buddista, oltre ad essere completamente rasato come essi.
Vicino alla caverna dove vivevano i deformi vi è un villaggio popolato da una setta di fanatici ed in questa comunità presta servizio come parroco il figlio di El Topo.
Quando dopo un lungo periodo di lavoro i deformi riescono ad aprirsi una via di fuga dal ventre della montagna vengono accolti dagli abitanti del villaggio armi in mano e massacrati. Questo produce una reazione da parte di El Topo che a sua volta uccide tutti gli abitanti e conseguentemente si immola dandosi fuoco come molte volte hanno fatto i monaci buddisti.
Questa è una pellicola molto difficile e solo se si è dei veri appassionati della settima arte, proprio per l'importanza che essa riveste nella sua evoluzione, ne consiglio la visione. L'utilizzo poi di persone mutilate è stato per me shoccante. Vi voglio solo descrivere una di queste creature, anzi due, quella forse più suggestiva. In pratica si trattava di un uomo che privo delle braccia portava sulle sue spalle un nano privo a sua volta delle gambe. In pratica due uomini che solo unita tra loro hanno due gambe e due braccia!

mimmotron

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Di Namor (del 23/09/2010 @ 05:00:00, in libri, linkato 907 volte)
Titolo originale
Marina
Autore
Carlos Ruiz Zafòn
Traduzione
Bruno Arpaia
Editore
Mondadori
Prima edizione
2009

In una delle sue frequenti passeggiate che l’allontano dal noioso e malinconico convitto di cui è ospite, il giovane alunno Oscar Drai, passando davanti ad una villa semicadente, viene attratto da una voce celestiale accompagnata da un pianoforte. Introdottosi dentro l’abitazione, l’affascinato studente scorge su un tavolo la fonte di quella soave melodia, altri non è che un vecchio grammofono illuminato dalla luce di centinaia di candele. Al suo fianco un oggetto risplende catturando la sua attenzione, si tratta di un vecchio e scheggiato orologio da taschino con una dedica sul retro che dice:
                                                “Per Germàn, in cui parla la luce.”
                                                               K.A. 19-1-1964
nel momento in cui esamina l’antico manufatto, un’alta sagoma dai capelli bianchi con lunghe e pallide mani si protrae verso di lui, il quale, spaventato, scappa via con il prezioso cimelio.
Il giorno seguente preso dai rimorsi, Oscar ritorna alla vecchia villa per restituire il maltolto al suo legittimo padrone. Varcato il cancello, nota una fanciulla vestita di bianco che sta pedalando su una bicicletta, la quale subito lo identifica come il ladro dell’orologio. Restituito l’indebito oggetto prezioso con le dovute scuse al suo proprietario, Oscar guadagna la fiducia dei due padroni di casa, il signor Germàn e la sua incantevole figlia Marina. Da questo momento in poi, le visite del giovane studente alla villa, diventeranno sempre più frequenti tanto da guadagnarsi l’incondizionata stima dei suoi abitanti.
Marina, saputo da Oscar che gli piacciono i misteri, si fa accompagnare al cimitero per mostrargli a sua insaputa, uno strano rituale messo in atto da una misteriosa donna vestita di nero ornata dal classico velo sul viso e accompagnata da una scura carrozza con tanto di cavalli. Prima di scomparire così com’era apparsa, la dama in nero, porge una rosa rossa su una lapide senza intestazione, con sopra l’icona di una farfalla nera con le ali spiegate.
Le successive indagini dei due ragazzi, per scoprire l’identità della tenebrosa signora ed il misterioso intestatario dell’anonima tomba, faranno emergere antichi e pericolosi misteri, sepolti da un devastante incendio avvenuto molti anni addietro all’interno di un grandioso teatro ancora da inaugurare.
Per Carlos Ruiz Zafon, “Marina” è il prediletto tra i romanzi scritti fino ad oggi, ma è stato anche quello che gli ha causato più dispiaceri nella sua travagliata pubblicazione. Letto il romanzo, posso affermare che la qualità dell’opera meritava maggior fortuna nella sua uscita, per ciò posso capire e condividere la delusione del suo autore, per lo scarno riscontro editoriale avuto.
Dopo il bellissimo è consigliatissimo L’ombra del vento”, Zafon ha avuto la giusta e meritata soddisfazione, quella di vedersi pubblicare dopo dieci anni, la sua più intima e personale creatura letteraria.
Questo titolo non ha la stesa potenza strutturale dell’Ombra del vento, ma vi posso assicurare che la trama anch’essa ambientata a Barcellona, non demerita affatto. Io stesso l’ho divorato in meno di una settimana, emozionandomi e commuovendomi per il suo toccante epilogo.
Da leggere o da annotare, per un eventuale e gradito regalo!

 Namor

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Di Asterix451 (del 20/09/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1093 volte)
Titolo originale
Killshot
Produzione
USA 2009
Regia
John Madden
Interpreti
Diane Lane, Mickey Rourke, Thomas Jane, Rosario Dawson, Joseph Gordon-Levitt.
Durata
84 Minuti

Nella penombra di una camera a pagamento, il trillo incessante del telefono risveglia un uomo dal suo incubo: si tratta del Falco (Mickey Rourke), un sicario mezzosangue al soldo della criminalità organizzata; all’altro capo dell’apparecchio c’è chi lo ingaggia per un nuovo lavoro, l’esecuzione di un anziano boss che non ha più l’appoggio dei suoi.
Come previsto dal suo protocollo d’azione, che prevede ordine e cancellazione di tracce e testimoni, il Falco elimina il bersaglio e la donna che si trova con lui… questa volta, però, la sua perizia gli si ritorce contro, perchè lei è anche l’amante del mandante dell’omicidio, che ora cerca vendetta.
Mentre il killer fa perdere le sue tracce nella comunità indiana in cui è cresciuto, si imbatte in un giovane sbandato che tenta di rapinarlo, Richie Nix (Joseph Gordon-Levitt), in cui rivede il temperamento del fratello minore finito in carcere.
Tra i due si instaura una sorta di amicizia, consolidata dagli intenti criminali: il Falco decide infatti di affiancare Richie in una estorsione ad un imprenditore immobiliare, proponendosi come “tutor”, m l’inizio dell’apprendistato si rivela un buco nell’acqua. Al posto dell’imprenditore, i due si scontrano con Wayne Colson (Thomas Jane), un operaio verace che si trova in quell’ufficio per caso, dove lavora anche sua moglie Carmen (Diane Lane). Lui li prende a sprangate e lei incrocia lo sguardo del Falco, diventando così una testimone scomoda. Per l’FBI non è difficile capire di chi si tratti, pertanto i coniugi vengono trasferiti ed inclusi nel programma di protezione testimoni. Vivendo sotto falsa identità, Wayne e Carmen affrontano sia i pericoli che le problematiche del loro divorzio. Sulle loro tracce ci sono il Falco e Richie, ma il loro sodalizio è minato da torbide incongruenze, anche a causa della donna che il ragazzo frequenta (Rosario Dawson).
Pistolettate, lunghi silenzi ed una colonna sonora da duello sono il contorno della trasposizione cinematografica di un romanzo noir di Elmore Leonard, di cui è anche produttore. Nell’era della chirurgia “anti-estetica” tornano in voga le maschere, come nei teatri dell’antica Grecia: così Mickey Rourke propone un personaggio inespressivo e silenzioso, appiattito dalla sua fisionomia immobile, una barriera che impedisce alla personalità complessa e travagliata del Falco di emergere.
John Madden (“Shakespear in Love”) realizza un film poco attuale, con una scena iniziale che ricorda “C’era una volta in America”; troppo lento per essere un film d’azione, è privo anche dello spessore di un thriller (come “Ore Disperate”, di Cimino ma sempre con Mickey Rourke). L’unica scena che scaccia il torpore (per il botto, non per la sorpresa), è quella del chewingum calibro 45. Thomas Jane (ex Punitore) è appesantito dai chili, ma tiene testa ad un sicario professionista come fosse ancora… il Punitore. Gordon-Levitt (il giovane prostituto di “Mysterious Skin”) fa il duro senza averne lo spessore, mentre a Diane Lane tocca un ruolo riscaldato al vapore, con qualche scena in slip e canotta. Battute infantili per Rosario Dawson, svampita ragazza dei quartieri malfamati con una passione sfrenata per Elvis The Pelvis. C’è solo una domanda che tiene incollati allo schermo fino alla fine: Wayne e Carmen torneranno insieme?
John Madden preferisco ricordarlo per “Shakespeare in Love”, e Mickey Rourke per film come “Angel Heart” o “Johnny il Bello”, “L’Anno del Dragone” e “Nove Settimane e ½”, oltre al recente “The Wrestler”. “Killshot” è un film che si lascia guardare quando non c’è altro da vedere e nulla di meglio da fare (come usava quando la TV non c’era).

Asterix451

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Di Namor (del 17/09/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1442 volte)
Titolo originale
The Expendables
Produzione
USA 2010
Regia
Sylvester Stallone
Interpreti
Sylvester Stallone, Jason Statham, Jet Li, Dolph Lundgren, Eric Roberts.
Durata
103 Minuti
Trailer

La CIA sotto la direzione del misterioso Curch (Bruce Willis), ingaggia un valoroso gruppo di mercenari capitanato dal datato Barney Ross (Silvester Stallone). La loro missione è quella di detronizzare il violento dittatore dell’isola di Vilena, il generale Gaza (David Zayas) reo d’essere in combutta con un l’ex funzionario della CIA Monroe (Eric Roberts).
I due sono soci in affari, il loro business celato sotto il più autorevole regime militare é dedito alla coltivazione di stupefacenti con largo smercio su scala mondiale. A porre termine al losco traffico senza mezze misure, ci penserà Barney ed il suo manipolo di efficienti eroi. Ispiratosi ad “I mastini della guerra”, Stallone scrive dirige ed interpreta il suo nuovo ed ultimo film “I Mercenari - The Expendables ”.
Per formare il gruppo dei Mercenari, Sly arruola le icone degli ultimi action movie come: Jason Statham e l’orientale Jet Li. A completare il gruppo vengono assoldati il campione di arti marziali miste Randy Couture, l’attore televisivo ex asso del football Terry Crews ed il suo amico di lunga data l’attore svedese Dolph Lundgren, ovvero l’Ivan Drago di “Rocky 4”.
La pellicola si arricchisce della presenza sedentaria di Mickey Rourke, più i camei gratuiti di Shwarzenegger e Willis, che hanno devoluto l’intero cachet in beneficenza. Discorso diverso per Eric Roberts, a lui è toccato recitare per tutto il film, visto che ricopre il ruolo del cattivo. Parlando sempre di cattivi, è presente anche l’ex campione di wrestling Steve Austin.
Inizialmente Stallone aveva pensato a reclutare attori come: Ben Kingsley, Forrest Whitaker ed il rapper 50 Cent. Ma poi, non ritenendoli consoni a questo genere di pellicola ha cambiato direzione.
Il Film negli Stati Uniti é andato alla grande ai botteghini, classificandosi al primo posto nel primo weekend con 40 milioni di dollari, relegando la nuova pellicola di Julia Roberts al secondo posto con 23 milioni. Visto il buon risultato, Sly si é munito di carta e penna (Stallone scrive senza l’ausilio del pc) per iniziare la sceneggiatura del prossimo episodio.
Permettetemi di elargire un consiglio, fossi in lui nel sequel, ridurrei le sue perfomance, offrendo allo spettatore un ruolo secondario e darei più spazio a livello di azione ai più quotati e anagraficamente validi Statham e Li.
A coloro i quali, come me, sono cresciuti a pane e Stallone, la pellicola non dispiacerà di certo, visto anche la nutrita presenza di altri pregevoli action hero.
Certo che vedere il mio idolo di gioventù a 64 anni cimentarsi ancora in certi ruoli, mi invoglia a far parte del suo gruppo di mercenari e sostenerlo con tutto il mio affetto.
Se dovessi proprio rivolgergli un rimprovero, lo farei indirizzandolo alle scene di combattimento, risultano troppo concitate per godere delle meravigliose tecniche portate da attori marzialisti come Statham e Li.

Namor

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Di Miryam (del 15/09/2010 @ 05:00:00, in libri, linkato 1674 volte)
Titolo originale
The Girl Who Loved Tom Gordon
Autore
Stephen King
Editore
Sperling & Kupfer
Prima edizione
1999

Sembrava una gita come tante quella che stava per fare Trisha Mc Farland assieme alla mamma e a suo fratello Pete, invece quella bimba di appena nove anni, ancora non sapeva che avrebbe trascorso il periodo più terribile di tutta la sua vita.
Tutto ebbe inizio durante il tragitto in auto; Trisha era stanca di sentir litigare la mamma con suo fratello per cose per giunta futili, inoltre era già abbastanza angosciata per l' imminente divorzio dei suoi genitori. Così, con la scusa che le scappava la pipì, la bimba si inoltrò nel bosco per cercare un posticino appartato convinta di non perdere d'occhio il sentiero, purtroppo la fitta vegetazione le fece smarrire la strada e quando Trisha si accorse di aver perso il sentiero, era ormai troppo tardi.
Nonostante la sua giovane età, la ragazzina si rese ben presto conto che doveva risparmiare cibo e acqua che teneva nello zaino e decise così di incamminarsi nel bosco seguendo il torrente sicura che questo l'avrebbe condotta a qualche abitazione.
Durante il suo tragitto, riuscì a farsi forza pensando alla sua squadra di baseball preferita: i Red Sox e specialmente al numero 38, il famoso Tom Gordon, del quale portava fiera la maglietta e il berretto autografato. Inoltre, Trisha aveva con sè il suo walkman attraverso il quale, oltre ad ascoltare se qualche radio locale trasmetteva la sua scomparsa, seguiva la partita del suo beniamino e con un po' di fantasia si rivolgeva a Tom Gordon come se lui fosse li con lei, cercando così di trovare il giusto stimolo per andare avanti.
Dopo cinque giorni di dura sopravvivenza, divorata dalla fame, dagli insetti, dalla paura di morire in quanto era convinta che un animale la seguisse, la bimba venne salvata da dei soccorritori.
Questo romanzo "La bambina che amava Tom Gordon", di per se non è male, la sua lettura e scorrevole, questo nonostante sia priva di grandi colpi di scena. Un testo questo, che lo si potrebbe tranquillamente catalogare come un opera dal discreto valore, se non fosse stata firmata dal maestro del brivido... Stephen King.
Perciò visto da chi è concepita l’opera, il mio giudizio cambia radicalmente e così pure gli aggettivi... il libro diventa lento, noioso, viene addirittura voglia di saltare qualche pagina e, credetemi facendolo non perdereste nulla, per giungere poi ad un finale scontato.... insomma questo di certo non è uno dei migliori titoli scritti dall’ex maestro del brivido!

Miryam

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Di Angie (del 13/09/2010 @ 05:00:00, in libri, linkato 1727 volte)
Titolo originale
La solitudine dei numeri primi
Autore
Paolo Giordano
Editore
Mondadori
Prima edizione
2008

Il prestigioso premio letterario Strega 2008 è stato assegnato all’esordiente Paolo Giordano, che ha trionfato in concorso con la sua opera prima “ La solitudine dei numeri primi” , edito da Mondatori.
Classe del 1982, nato a Torino, Paolo è laureato in fisica teorica a tutt’ora lavora presso l’università con una borsa di dottorato.
Con questa prestigiosa vittoria a sua vittoria, ha scalzato nomi illustri della letteratura italiana in gara come Ermanno Rea e Lidia Ravera.
Le sofferenze e le pene violente dell’infanzia lasciano spesso impronte dolorose e incancellabili che limitano e condizionano l’esistenza di ciascuno di noi in ogni suo aspetto, in particolar modo nei rapporti con gli altri e con il mondo. E ciò che accade ad Alice e Mattia , i due protagonisti del romanzo d’esordio del giovane fisico torinese, che ho appena finito di leggere con molto interesse. Già nelle prime pagine del romanzo si nota quella sofferenza che porteranno dentro di loro per tutta la vita , prima da adolescenti e poi da adulti.
Siamo nel 1983, Alice ha sette anni e suo padre la costringe ad allenarsi sugli sci: impegno e disciplina è il suo motto. Lei, invece detesta sciare e un giorno durante un allenamento, cade e si fa molto male. L’infortunio patito la porterà a zoppicare per tutta la vita .
Alice odia la sua vita, il suo corpo e odia relazionarsi con gli altri.
Mattia invece è un bambino timido, molto intelligente, ha una sorella gemella, Michela, della quale si vergogna della sua condizione di ritardata.
Un giorno Mattia la lascia in un parco per andare a una festa e Michela sparisce senza averne più notizia. Da quel momento in poi per Mattia, la vita non sarà più la stessa, il senso di colpa di ciò che ha fatto non lo abbandonerà mai, il rimorso lo costringe inesorabilmente ad estraniarsi dal mondo in una perenne fuga dalla realtà.
Le loro strade e la loro solitudine ben presto si incroceranno lungo i rumorosi corridoi di un liceo: lei ragazza anoressica, zoppa e sovrastata dalla figura del padre; lui solitario e autolesionista genio della matematica che sopporta il peso di un segreto terribile. Due storie difficili quelle di Alice e Mattia, due mondi chiusi in se stessi che non comunicano, e ciò che li accomuna è proprio questa introversione, l’essere soli ed emarginati. E per questo che ad un certo punto della loro esistenza Alice e Mattia si riconosceranno e si scopriranno nelle loro solitudini, strettamente uniti eppure invincibilmente divisi, proprio come quei numeri speciali che i matematici chiamano “primi gemelli”, due numeri primi separati da un solo numero pari, vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero.
Attraverso parole commoventi ma a volte molto dure, Paolo Giordano paragona la solitudine dei due protagonisti alla solitudine di questi numeri cosi speciali, solitari che vengono richiamati in modo geniale anche nel titolo stesso del libro.
Infatti la prima cosa che colpisce chi affronta la lettura di questo romanzo è proprio il titolo che in un primo momento può sembrare anche senza senso, ma che invece è appropriato e affascinante allo stesso tempo, e che trova una valida spiegazione nel corso della narrazione. Un epilogo, possiamo dire , amaro quello della solitudine dei numeri primi, ma è l’unico finale possibile, un lieto fine non sarebbe stato certamente appropriato. Del resto Alice e Mattia sono così, due persone speciali che percorrono la stessa strada, vicini, ma mai abbastanza per potersi toccare.
Un finale che riconferma così la strana teoria dei “primi gemelli”, così chiamata dai matematici. Questo libro mi è stato prestato e consigliata la sua lettura, inizialmente devo dire di essere stata abbastanza scettica ma, poi leggendolo l’ho trovato bello, una lettura piacevole. Anche se non è stato il massimo delle mie aspettative, non mi sento di sconsigliarlo, perché credo che dopotutto ogni libro valga la pena di essere letto e anche perché questo titolo, esce dai soliti schemi ( tipo bestseller) con finali a sorpresa.
Per chi gradisce è appena uscito nelle sale il film, diretto da Saverio Costanzo, curatore della scenografia assieme allo stesso Giordano, l’autore del libro: storia che ha conquistato milioni di lettori.

Angie

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Di Namor (del 09/09/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1118 volte)
Titolo originale
Law Abiding Citizen
Produzione
USA 2009
Regia
F. Gary Gray
Interpreti
Jamie Foxx, Gerard Butler, Leslie Bibb, Bruce McGill, Colm Meaney.
Durata
108 Minuti
Trailer

L’improvvisa intrusione di due malviventi con lo scopo di rapinare l’interno di un’abitazione, si rivelerà un’immane tragedia per il pacifico Clyde Shelton (Gerald Buttler). L’efferatezza messa in atto da uno dei due rapinatori, porterà alla morte sia la moglie che la piccola figlia, il tutto sotto gli occhi dell’inerme capofamiglia.
La cattura ed il conseguente processo con la condanna dei due delinquenti, non appaga le giuste aspettative di giustizia a cui Shelton aspirava. Scoprirà in seguito che la mite pena ricevuta dall’autore dei delitti è frutto di un’ indegno accordo con l’ambizioso magistrato Nick Rice (Jamie Foxx).
A dieci anni di distanza quando tutto sembrava dimenticato, ecco che arriva come un flagello biblico la giusta sanzione per i responsabili della morte dei suoi cari. A pagare a caro prezzo, non saranno solo gli autori materiali di quel tremendo crimine ma anche, e soprattutto, l’intero sistema giudiziario reo, di non avere assolto in pieno al suo dovere.
Vendetta e giustizia corrono di pari passo nel coinvolgente “Giustizia Privata”, una tematica questa che è da sempre il fulcro di molti action movie, valevoli o meno sotto il profilo della qualità del prodotto. Una buona parte di questa essenziale caratteristica è egregiamente presente in questo film, grazie alla spettacolarità adottata dal protagonista per ottenere la sua legittima vendetta.
Buttler da una parte e Foxx dall’altra si fronteggiano con coinvolgente credibilità, appassionando lo spettatore fino alla fine della pellicola e portandolo a schierarsi al fianco di Buttler, in questa giusta crociata verso il mal operato delle istituzioni giuridiche.
Se avete voglia d’azione con una buona sceneggiatura e due buoni attori, questo è il film che fa per voi.

Namor

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Di Angie (del 06/09/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1458 volte)
Titolo originale
Awake
Produzione
USA 2007
Regia
Joby Harold
Interpreti
Hayden Christensen, Jessica Alba, Terrence Howard, Lena Olin, Christopher McDonald.
Durata
84 Minuti

Vi è mai capitato di trovarvi in una sala operatoria e per un attimo essere preoccupati per la paura che l’anestetico non funzioni?
A me è successo. Il mio primo pensiero è stato: speriamo che aumentino la dose e che non senta nulla!
Voi cosa fareste se vi trovaste vigili ma, incapaci di muovervi e di esprimervi in qualsiasi modo durante l’operazione? Sapreste usare l’unica arma che vi resta per sopravvivere: “La vostra mente”? Questa è l’improbabile esperienza di un giovane manager, affetto da problemi cardiaci in procinto di operarsi.
Clayton Beresford Jr. ( Hayden Christensen,) è un ragazzo che sembra avere tutto dalla vita: una bellissima fidanzata Samantha Lockwood (Jessica Alba), una madre Lilith (Lena Olin) che lo adora è una florida attività che gli consente di avere tutto il danaro, che un giovane uomo potrebbe mai desiderare.
Invece, la vita di Clay è molto lontana dalla felicità, in quanto per problemi cardiaci dovrà sottoporsi ad un delicato trapianto di cuore. Sarà proprio il suo più caro amico, il cardiologo Jack Harper ( Terrene Howard), ad occuparsi della sua operazione, nonostante il parere contrario di sua madre Lilith, che ad operare il figlio vuole che sia il Dot. Neyer, uno dei massimi cardiologi del paese.
Clay, incurante delle pressioni di sua madre, decide che sia proprio il suo fidato amico Jack a trapiantargli il nuovo cuore.
Durante l’operazione accade un fatto molto strano: Clay, nonostante sia sotto anestesia, prova tutte le sensazioni fisiche dell’intervento in corso, aprendogli le porte di un terribile incubo da vivere, poiché oltre a provare dolore fisico, lui è in grado di ascoltare le voci dell’equipe medica, cosa che gli farà conoscere una inaspettata e amara verità sulle persone a lui care.
Improvvisamente la fiducia e l’amore crolla inesorabile… l’unica cosa di vero che gli resta al mondo è l’amore incondizionato di sua madre.
Non aggiungo altro (forse ho già detto troppo) per non svelare ( per chi non avesse ancora visto la pellicola), la curiosità di dare uno sguardo a “Awake”.
La trama mi è piaciuta, sia per il complotto che si sta tramando alle spalle del giovane, sia per l’esperienza extrasensoriale vissuta dal ragazzo che, come il titolo aveva già anticipato, si ritroverà a vivere un’anestesia cosciente. Nella prima parte del film, vi sono momenti di vera tensione e anche colpi di scena non indifferenti (come ogni vero thriller che si rispetti dovrebbe fare), mantenendo acceso l’interesse dello spettatore. Il finale a mio parere è un po’ scontato e frettoloso, qui il regista cerca in tutti i modi di emozionare il pubblico con la lacrima facile, nel consueto rapporto madre-figlio.
Ad ogni modo lo reputo un buon film da visionare, augurandosi di non trovarsi mai nella stessa situazione di Clayton.
Una piccola raccomandazione per chi avesse in previsione (mi auguro nessuno) un intervento, ed è preoccupato di ciò, non consiglio la visione di “Awake – Anestesia Cosciente”, poiché in vista dell’operazione potrebbe provocarvi uno stato di maggior tensione .

 Angie

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Di Namor (del 03/09/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1673 volte)
Titolo originale
Pandorum
Produzione
USA - Germania 2009
Regia
Christian Alvart
Interpreti
Dennis Quaid, Ben Foster, Cam Gigandet, Cung Le, Antje Traue.
Durata
108 Minuti
Trailer

Il caporale Bower (Ben Foster) insieme al tenente Payton (Dennis Quaide), sono rinchiusi in una camera ipersonno a bordo dell’astronave Elyseum. Al loro risveglio i due, come prevede il regolamento, dovrebbero dare il cambio all’equipaggio in loco, che si sta occupando di portare l’astronave sulla nuova terra promessa, ovvero il pianeta Tetys. Riprese con non poca fatica, le loro facoltà, i due si rendono subito conto che sulla nave spaziale inaspettatamente buia e priva di personale, c’è qualcosa che non va.
Con la memoria che ancora tarda a rinvenire del tutto, Bower decide di andare all’avanscoperta per vedere e capire la strana anomalia che regna sull’Elyseum.
Con l’ausilio radio del tenente Payton, il caporale Bower, si avventura lungo le condutture di ventilazione per far ripartire il reattore, in modo d’avere l’energia occorrente per ripristinare i comandi di bordo. Una volta fuori dall’abitacolo del loro risveglio, il caporale non tarderà a scoprire l’agghiacciante causa dell’assenza degli occupanti all’interno di una navicella capace di contenere 60.000 passeggeri.
Durante il tragitto che lo separa dal generatore, Bower avrà modo di incontrare gli autori del claustrofobico scenario in cui si trova. Gli Hunters, una spietata razza predatrice che ha fatto dell’Elyseum, il suo naturale habitat dove vivere e proliferare cibandosi dei suoi sfortunati ed ignari viaggiatori.
Bower, con l’ausilio degli unici due sopravvissuti a bordo, il guerriero Manh, impersonato dal Vietnamita quattro volte campione del mondo di Karate Cung Le e la letale biologa di bordo Nadia, interpretata dall’attrice Tedesca Antje Traue, dovranno affrontare più d’una insidia per arrivare ad attivare il generatore ed uscire vivi da questo angoscioso incubo.
Un’uscita estiva nelle nostre sale abbastanza gradita, questo “Pandorum” diretto dal regista Christian Alvart, il quale si avvale delle prestazioni di Dennis Quaide e Ben Foster, nei ruoli dei due astronauti protagonisti. Più che discrete le ambientazioni claustrofobiche, ottenute in una centrale elettrica abbandonata di Berlino, così come la realizzazione è le movenze nei combattimenti degli Hunters.
Film godibile se non si alzano le pretese, vi ricordo che è un titolo che fa da apripista alla prossima stagione cinematografica… quindi prendetelo per quello che è!

Namor

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