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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di smarty (del 08/03/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 967 volte)
Titolo originale
The Proposal
Produzione
USA 2009
Regia
Anne Fletcher
Interpreti
Sandra Bullock, Ryan Reynolds, Betty White, Craig T. Nelson, Malin Akerman.
Durata
107 Minuti
Trailer

La Walt Disney rilancia Sandra Bullock in versione comica proponendo una classica commedia con sottofondo sentimentale ricco di gag. Tutto ha inizio quando la potentissima ed odiatissima Margaret Tate (Sandra Bullock), dirigente della casa editrice Ruick & Hunt publishing, rischia di essere rimpatriata in Canada dall’immigrazione per un disguido sul visto. Per non perdere il lavoro, unica ragione della sua vita, Margaret si inventa sul momento una falsa proposta di matrimonio da parte del suo assistente-factotum Andrew (Ryan Reynolds), che ovviamente è all’oscuro di tutto. La posta in gioco è alta ed Andrew capovolge la situazione a suo vantaggio accettando l’imbroglio e ponendo delle condizioni come se fosse un accordo “commerciale” rivalendosi sul capo dopo anni di tormenti. La parte centrale del film è la più divertente e dinamica, si svolge in Alaska, terra natale di Andrew, dove i due si recano per incontrare la famiglia di lui ed annunciare il fidanzamento. La coppia male assortita deve dimostrare a famiglia, amici e parenti di amarsi teneramente, ma Margaret oltre ad essere allergica ai pinoli è anche allergica ai contatti umani e si ritrova a vivere tante buffe situazioni che danno energia a questa commedia comico-sentimentale. Convincere anche l’ufficiale del servizio immigrazione, l’unico a intuire che è una frode, è abbastanza difficile ma i protagonisti rimarranno fedeli al piano nonostante le conseguenze imprevedibili che potrebbe avere con qualche “sorpresa” un po’ scontata sul finale.

Smarty

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Di Namor (del 05/03/2010 @ 05:00:00, in libri, linkato 943 volte)
Titolo originale
Miserere
Autore
Grangé Jean-Christophe
Traduzione
Comerlati D.; Lupieri G.
Editore
Garzanti
Prima edizione
2009

Nella chiesa armena di Saint Jean Baptiste, il corpo inerme di un uomo, viene ritrovato in una pozza di sangue. Dopo le dovute analisi di laboratorio, si scopre che la causa del decesso è dovuta alla perforazione di entrambi i timpani e si ipotizza che a traforare gli organi auditivi dell’organista e direttore di voci bianche della chiesa, sia stato un sottile oggetto appuntito, finalizzato a produrre il mortale danno all’apparato uditivo.
Ad indagare sulla vicenda è l’ex poliziotto ora in pensione Lionel Kasdan, al quale nel corso delle indagini, si affiancherà il disagiato agente della squadra protezioni minori, Cédreric Volokine. I due, per fermare il colpevole, si dovranno calare in uno scenario dai contorni alquanto misteriosi e bizzarri, che comprenderanno sadici torturatori nazisti, arruolati sotto il vecchio regime di Pinochet, in Cile, fino agli odierni ambienti sadomaso sparsi per Parigi, per arrivare successivamente, ad una misteriosa ed impenetrabile comunità, chiamata Assuncion.
Mentre l’agghiacciante verità riaffiora dal passato cupa e sinistra, si scoprirà che nessuno, compresi i due singolari investigatori è immune dall’avere un passato privo di colpe.
Dopo aver gradito la lettura del “Il giuramento” di Jean Christophe Grangé, ho unito come si vuol dire l’utile al dilettevole e ho regalato a mio fratello l’opera successiva di questo bravissimo scrittore, per poi usufruire anch’io della sua lettura.
Devo dire che il libro in questione, non mi ha entusiasmato come il precedente titolo, Grangé è molto bravo, questo non è in discussione, ma questa volta ho faticato ad andare avanti nella lettura del romanzo, c’erano giorni in cui non ero per niente invogliato a farlo.
Il libro è suddiviso in tre capitoli: il primo “L’assassinio”, nonostante faccia da apripista alle indagini, non ha il potere di catturare l’attenzione del lettore, cosa accaduta invece col precedente; il secondo “I boia”, fa riferimento alla storia del Cile e dei suoi torturatori, alterna momenti interessanti e seducenti a quelli statici e barbosi; mentre nell’ultimo capitolo, “La colonia”, Grangé spinge in maniera fin troppa eccessiva il resoconto, sulle depravanti pratiche dei vari sadomasochisti. Altro difetto del libro è sicuramente il frettoloso e ed evanescente finale, che non soddisfa appieno il lettore.
Ad ogni modo, per coloro i quali fossero interessati a comperare o a leggere “Miserere”, fatelo tranquillamente, la mia non vuole essere una vera e propria bocciatura, ma solo una semplice constatazione personale verso l’autore, che poteva rendere migliore il prodotto…visto che si tratta di un certo J.C.Grangé!

Namor

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Di slovo (del 03/03/2010 @ 05:00:00, in musica, linkato 877 volte)
Artista
Kasabian
Titolo
West Ryder Pauper Lunatic Asylum
Anno
2009
Label
Sony Music

Non conosco nè il precedente album “Empire” (2006) nè il debutto omonimo (2004) che generò, mi si dice, qualche entusiasmo… meglio così, valuterò senza essere condizionato dallo sviluppo della musica del gruppo concentrandomi su influenze e intenti, ovvero far convivere sonorità rock psichedeliche anni ’60 e ‘70 con elettronica danzereccia odierna.
L’operazione, intesa (anche) nel suo risvolto sociologico di ricollegare il vibe che muoveva e che muove le masse giovanili potrebbe essere uno spunto interessante, se non altro a livello progettuale. E in effetti “West Ryder Pauper Lunatic Asylum” suona piuttosto bene, pur destando qualche sospetto: “underdog” ha dei bei riff e non si può negare che in pezzi come “where did all the love go?”, “vlad the impaled” o “fire” i Kasabian sappiano mettere ritmiche dance al servizio di un sano coinvolgimento… “swarfiga” e “secret alphabet” (la psichedelia ha ancora degli argomenti!) sono gli episodi che mi hanno convinto di più e anzi avrei gradito maggiore sviluppo in questa direzione ma per il resto temo che la compenetrazione di vecchio e nuovo di cui parlavamo, a conti fatti, abbia finalizzato più fiaschi che successi. Spesso le citazioni del passato rimangono mero manierismo retrò (“fast fuse”, “thick as thieves”, “west ryder silver bullet”) e gli innesti elettronici si manifestano come semplici camei poco o per nulla diluiti nei brani.
In realtà ciò che si dovrebbe far finta di ignorare in questo disco è lo sfiaccante continuo richiamo ai Blur – colpa di un impostazione vocale di Sergio Pizzorno (di origini italiane!) così simile a Damon Albarn da risultare imbarazzante – o ad altri clichè brit-pop della scorsa decade. Accostando la disarmante constatazione che siamo (inteso come epoca) musicalmente alla frutta, costretti a raschiare dal barile dei padri fondatori e dei surrogati, il lavoro dei Kasabian può risultare anche piacevole, almeno da una certa distanza, se non si hanno troppe pretese.

slovo

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Di Louise-Elle (del 01/03/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2107 volte)
Titolo originale
Spy Game
Produzione
USA 2001
Regia
Tony Scott
Interpreti
Robert Redford, Brad Pitt, Catherine McCormack, David Hemmings, Stephen Dillane.
Durata
126 Minuti
Trailer

Sarà il carisma di Robert Redford o la bellezza quasi perfetta di Brad Pitt, sarà l’intramontabile fascino di una vecchia Porsche 911 degli anni ‘70 che sfreccia in alcune scene del film, o sarà la trama che unisce azione, l’intrigo, l’amore e i valori dell’amicizia, ma questo film riesce sempre e comunque, sia pur anche dopo quasi dieci anni, a farmi rimanere seduta in poltrona fino alla fine e riesce a sorprendermi come fosse una prima visione quando rivedo alcune scene o ascolto dialoghi ormai dimenticati .
E’ l’ultimo giorno di lavoro prima della meritata pensione di Nathan Muir (R.Redford) agente della CIA. Durante una riunione convocata appositamente a Langley, sede della CIA, Muir racconta i fatti che lo hanno visto reclutatore e maestro di Tom Bishop (Brad Pitt), suo allievo prediletto, ottimo agente e compagno affidabile di numerose azioni in tutto il mondo, dal Vietnam alla Germania dell’Est, al Medioriente. Lo scopo della riunione è riuscire a capire chi Tom voleva far evadere dalla prigione di Stato cinese con uno stratagemma. Tom è arrestato. La CIA, completamente estranea all’azione, non vuole creare un incidente diplomatico con il Governo cinese che si appresta ad intavolare negoziati commerciali con gli Stati Uniti.
Man mano che Muir racconta le singole operazioni di spionaggio in cui lui e Tom erano entrambi ben affiatati, uniti e solidali, si rende conto che solo lui potrà riuscire a salvarlo, in quanto la CIA non è disposta a difendere e a trattare la liberazione di un suo agente che svolgeva un’azione in piena autonomia e senza nessuna autorizzazione. Il film si svolge tra il presente e il passato raccontato da numerosi flash back, il tutto scandito da un’impietoso countdown che segna il poco tempo a disposizione per salvare Tom: solo 24 ore.
In nome dell’amicizia che li legava, Muir usa la propria esperienza, la determinazione, l’astuzia, l’intelligenza, i propri risparmi e il potere di certi personaggi conosciuti durante la sua lunga carriera. Elabora un piano sofisticato ed ingegnoso che salva la vita a Tom e gli restituisce ciò che anni prima, peccando di presunzione, gli aveva indebitamente tolto: la possibilità di vivere fino in fondo una storia d’amore con la donna di cui si era innamorato (Catherine Mccormack).
Un lieto epilogo conclude questa vicenda ambientata nel mondo dello spionaggio che da sempre affascina. Una professione dove tutti usano tutti e tutto, dove le regole vanno rispettate, dove non c’è spazio per una famiglia o per l’amore, dove è d’obbligo essere spietati e senza scrupoli e dove la sincerità è un’utopia. Nonostante tutto questo, per i protagonisti di questo film lo spionaggio è solamente un gioco, anzi “SPYGAME”, sia pur “tremendamente serio e pericoloso dove nessuno vuole perdere” e del quale noi, semplici spettatori, ne rimaniamo incantati.

 Louise-Elle

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Di Andy (del 26/02/2010 @ 05:00:00, in musica, linkato 1559 volte)
Artista
Fabrizio Moro
Titolo
Ancora Barabba
Anno
2010
Label
Atlantic

Pur avendo vinto il Festival di Sanremo 2005, categoria Giovani, con la bellissima “Pensa”, canzone che comunque rivelava già lo spirito anticonformista e libero di questo cantautore trentaquattrenne, Fabrizio Moro non ha avuto, forse perché poco incline alle apparizioni televisive e mediatiche, il successo che merita realmente. A mio giudizio, però, forse proprio questo restare un personaggio un pò di “nicchia” se vogliamo, gli ha permesso di continuare a cantare e scrivere quello che lui vuole veramente; cosa rara da trovare nel cantautorato italiano attuale, che deve sottostare alle richieste delle major discografiche, seguendo certi stereotipi sicuri ma sterili di idee. Questo “Ancora Barabba”è il quinto album di Moro e rispetto ai precedenti denota una certa maturità, che traspare dai testi più riflessivi e meno ribelli del solito. Non troppo, perché il brano stesso presentato quest’anno al Festival, Non è una canzone, parla comunque di un uomo che subisce a fatica le regole del sistema, ma che crede che con la sincerità e la comunicazione si possa sperare in un mondo migliore; la musica mi è piaciuta fin dal primo ascolto, un reggae alla Manu Chao, che sfocia in un finale altamente grunge rock. La canzone che apre il disco si chiama Un pezzettino, un giro di basso synt su una batteria disco, sotto un testo che mi ricorda molto il grande Rino Gaetano (succede più volte in tutto l’album); la tematica è la difficoltà quotidiana nel tirare avanti, tra precarietà e insicurezza, ma malgrado ciò emergono la voglia e il bisogno di un grande amore sopra tutto e pieno di speranza, bel pezzo veramente. Segue Sangue nelle vene, un testo da brividi, che non se ne sentivano da anni, non lo dico per dire, meraviglioso nella sua semplicità, come la musica dolce che lo accompagna, una ballad italiana stupenda. Sei andata via, ballata acustica dalle influenze sud americane, sembra la colonna sonora della fine di una storia d’amore, testo e musica davvero toccanti; il finale, giocato tra tromba e chitarra classica, su una tessitura di archi suadenti, è semplicemente da sciogliersi. Barabba è una canzone proprio alla Gaetano, in cui Moro nomina esplicitamente il presidente del consiglio, al quale è permesso praticamente fare tutto, anche quello che non si può, ironica e simpatica. Il senso di ogni cosa è una bellissima canzone d’amore, cantata da un sognatore che non si vergogna di dedicarla alla donna amata, la quale rimane il sogno più bello e vero . Desiderare , cruda e dura , il desiderio spregiudicato di una vita senza regole e restrizioni di nessun tipo , la musica che inizia con un classico giro minore di chitarra acustica e diventa nell’avanzare della canzone molto rock . Ci sono altri brani che lascio scoprire , legati comunque da un comune denominatore che è la consapevolezza di trovarsi a vivere in un mondo difficile, troppo corrotto e in cui comunque ognuno sta a galla come può, accontentandosi di una pizza al mese e la partita alla domenica; non mancano le accuse ai politici, ma neanche una grande voglia di provare ancora sentimenti per le cose più semplici, ma così importanti per la sopravvivenza. Insomma, per me una bella scoperta questo Moro, giovane ma con le idee molto chiare, assolutamente degno di un posto in mezzo ai nostri grandi cantautori per modo di scrivere e cantare, semplice e diretto. Il disco oltretutto è scorrevole musicalmente, quindi che altro dire..molto consigliato.
E come sempre, buon ascolto !

 Andy

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Di Namor (del 24/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1164 volte)
Titolo originale
The Informant!
Produzione
USA 2009
Regia
Steven Soderbergh
Interpreti
Matt Damon, Scott Bakula, Joel McHale, Melanie Lynskey, Frank Welker.
Durata
108 Minuti
Trailer

Mark Whitacre (Mat Damon) è un rampante manager del colosso agro-industriale ADM, nonostante la sua ottima retribuzione e la posizione lavorativa di alto livello che occupa all’interno dell’azienda, decide di andare contro i suoi stessi interessi per rivelare all’FBI, le attività illegali della sua compagnia, ai danni dei consumatori. L’eccitato dirigente, sentendosi come un novello 007, collaborerà con l’FBI diventandone il suo informatore dal 1992 al 1996. Whitacre è convinto che alla fine del processo, egli diventi un eroe agli occhi dell’opinione pubblica e quindi meritevole di una giusta ed adeguata ricompensa, ..… quella di dirigere l’ADM!
Durante la lunga indagine, oltre alle malefatte della ditta, emergeranno anche alcune incongruenze sullo stesso Whitacre, com’è possibile che un manager seppur ben retribuito, si possa permettere una mega casa con un parco macchine di otto autovetture, comprendenti una Porsche e una Ferrari? Le bugie e le verità elargite dalla mente di Whitacre, viaggeranno parallele fino all’imbarazzante ed inevitabile riscontro finale.
“The Informant!” diretto da Steven Soderbergh è una commedia dark sullo spionaggio industriale, tratta dall’omonimo libro di Kurt Eichenwald, il quale racconta la vera storia dell’informatore situato al più alto livello dell’industria americana. Sia il film che il suo attore principale Mat Damon, hanno avuto giudizi lusinghieri da parte della critica, decretando”The Informant” un titolo meritevole nientemeno che delle ambite 4 stelle, valutazione che non mi trova assolutamente d’accordo.
La pellicola (in stile Coen) per quanto sia egregiamente realizzata, l’ho trovata noiosa e poco interessante, al pari del suo irritante personaggio principale, interpretato con gran merito da Mat Damon.
A confermare questa mia disapprovazione verso l’ultimo lavoro di Soderbergh è anche l’assenza di candidature per “The Informant!” in vista degli Oscar, se non ve ne sono state un motivo ci sarà…

Namor

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Di Miryam (del 22/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1097 volte)
Titolo originale
Hachiko: A Dog's Story
Produzione
USa 2008
Regia
Lasse Hallström
Interpreti
Richard Gere, Joan Allen, Cary-Hiroyuki Tagawa, Sarah Roemer, Jason Alexander.
Durata
93 Minuti
Trailer

Sul marciapiede della stazione di Bedrigde, in Scozia, un cagnolino sta girando senza meta fino a quando non incontra il professor Parker Wilson (Richard Gere), questi, pensando che qualcuno l’avesse perso, chiede al capostazione di occuparsene, ma al suo rifiuto, non sentendosi di abbandonarlo in un canile. Quindi infrange la regola di casa e cioè che nessun cane poteva entrare dopo la trista perdita del cagnolino Luke, ma non curante di ciò, Parker lo porta con sé, cercando nel frattempo una buona scusa da raccontare alla moglie per convincerla a tenere il piccolo trovatello.
Inutile dire che nel giro di breve tempo, quel batuffolo diventò parte della famiglia, nel frattempo, Parker scopre che quel cucciolo è un esemplare di Akita, una rara razza giapponese, addestrata per il combattimento e la caccia, caratterizzata da un temperamento indipendente, ma molto fedele all’uomo.
Così tra corse nel giardino, partite davanti alla televisione mangiando pop corn, tra Parker e Hachi, questo è il nome dato al cucciolo, si instaura un rapporto di amicizia e amore talmente forte che tutte le mattine accompagna il suo padrone alla stazione, essendo Parker un pendolare, per poi aspettarlo alle cinque nell’aiuola davanti l’uscita dei treni. Hachi, percorrendo tutti i giorni lo stesso tragitto, diventa ben presto il beniamino di tutti i commercianti della zona, ricevendo coccole e bocconcini prelibati.
Un giorno durante una sua lezione, Parker viene colpito da ictus e muore davanti ai suoi alunni, nonostante la moglie e la figlia cercano di non far mancare l’amore e le giuste attenzioni ad Hachi, questi non si rassegna di aver perso il suo adorato padrone, tanto da tornare ogni giorno alle cinque in quell’aiuola, sperando di rivedere il suo amato amico. Per nove lunghi anni scanditi dalla neve il sole e la pioggia, lo speranzoso Hachi, tornerà sempre nello stesso posto, fino a quando anche lui, non si addormenterà per sempre, sognando i momenti felici trascorsi con Parker.
Il regista del film “Hachiko” è lo svedese Lasse Hallstrom, che racconta questa bellissima storia, realmente accaduta a Shibuya, in Giappone, dove, proprio in ricordo di Hachiko, fu eretta una statua di bronzo nel luogo dove il cane aspettava invano il ritorno del suo padrone.
Il film, inutile dirlo mi è piaciuto tantissimo, belle le scene in bianco e nero viste dagli occhi del cane, un bellissimo Akita dal volto espressivo, uno sguardo austero e in certi momenti dolce e triste, un vero attore, del resto è proprio lui il vero protagonista del film.
Una pellicola commovente, che oltre ad insegnarci che bisogna avere rispetto per gli animali, in quanto solo loro sono in grado di dare all’uomo una fiducia così grande. Di sicuro sarà riuscito a strappare delle lacrime a chi lo ha visto e a chi senz’altro lo vedrà, personalmente non ho smesso di piangere nell’ultima mezz’ora di film perciò… preparate i fazzoletti..

 Miryam

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Di Darth (del 19/02/2010 @ 05:00:00, in libri, linkato 1173 volte)
Titolo originale
Il suggeritore
Autore
Donato Carrisi
Editore
Longanesi
Prima edizione
Gennaio 2009

Se c’è una cosa che odio, sono le fiction italiane. Le ho sempre trovate ridicole tecnicamente, con attori penosi e trame noiose perfino quando raccontano fatti realmente accaduti. A parere mio, le fiction stanno la cinema come Topolino sta alla letteratura, e vengono apprezzate dal medesimo pubblico che resta incollato alla tv guardando "Il grande fratello”.
Per questo, quando ho ricevuto in dono (sempre da Namor che ringrazio) il romanzo di Donato Carrisi e, non conoscendo l’autore, ho visto che i suoi unici lavori precedenti erano sceneggiature di capolavori come “Casa famiglia”, “Casa famiglia 2” e, attenzione attenzione, “Moana”, ho immediatamente pensato che “Il suggeritore” sarebbe presto finito come carta da imballaggio, preferendo mettere in libreria La gazzetta dello sport piuttosto che un’opera dello sceneggiatore di Moana!
Ma, amici lettori, quanto mi sbagliavo!
Il suggeritore” è un romanzo superbo, che (a mio giudizio) supera persino “Io uccido” di Faletti come miglior (serial)thriller italiano.
Molto meno descrittivo di Faletti, Carrisi sfoggia il suo talento con una scrittura scorrevole, senza soffermarsi troppo sui dettagli, ma dando comunque modo al lettore di comprendere bene scena e le peculiarità dei protagonisti; ma, la vera forza del romanzo in questione, è senza dubbio la trama. Pur narrando del solito serial-killer, un’argomentazione ormai saturata da centinaia di romanzi più o meno famosi, quasi mai, ne “Il suggeritore”, riesci ad anticiparne la storia, ed i colpi di scena si susseguono con una frequenza impressionante. Perfino nel finale: pensi di aver scoperto tutto, e invece, fino all’ultima pagina (letteralmente) esce sempre qualcosa di nuovo.
Una peculiarità descrittiva di Carrisi degna di nota, è anche l’estrema attenzione ad evitare qualsiasi forma di pubblicità nel suo romanzo: così leggeremo di “resti di una cena acquistata in un noto fast-food”, oppure di un “vestito di un noto stilista”... In un mondo dove la pubblicità è davvero ovunque, mi ha fatto davvero piacere questo modo di porsi al pubblico.
La trama l’ho volontariamente epurata dalla mia recensione, in quanto non ho considerato importante comunicarvi cosa scrive, ma bensì come scrive il nuovo romanziere italiano.
Non potendo esimermi dal consigliarvi calorosamente l’acquisto di questo libro, vi lascio… devo andare a posizionare il romanzo di uno (spero ex) sceneggiatore di fiction, nella parte più in vista della mia libreria.

Darth

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Di Namor (del 17/02/2010 @ 05:00:00, in serie tv, linkato 1762 volte)
Titolo originale
Sanctuary
Produzione
Canada 2007
Episodi / Durata
13 / 42 Minuti

Il santuario è una sorta di rifugio laboratorio per esseri eccezionali, da sempre considerati leggende popolari, come le sirene uomini-lucertola, le ninfe e tanti altri generi di ibridi tra uomo e animale dotati di straordinari poteri. A proteggere e a condurre le ricerche su questi strani esseri è la dottoressa Helen Magnus (Amanda Tapping), coadiuvata dalla sua variegata squadra di assistenti, composta dalla figlia Ashley (Emilye Ullerup) cacciatrice di mostri, il dott. Zimmerman (Robin Dunne) giovane e brillante psichiatra forense, il tecnologico esperto di informatica Henry Foss (Robbins Ryan) ed infine il forzuto e silenzioso Bigfoot (Crhistopher Heyerdahl).
Ad intralciare i buoni propositi della dottoressa e del suo team, vi è una organizzazione guidata da umani senza scrupoli denominata La Setta. Il loro scopo è quello di catturare e studiare gli anormali, dominarli per trarne benefici personali o eliminarli se ritenuti scomodi.
Sanctuary”, come avrete capito è una serie Fantasy, articolata in 13 episodi dalla durata di 42 minuti ciascuno.
Avendo letto la trama su cui poggiavano le basi di questa stuzzichevole serie, non ho potuto fare a meno di seguirne gli eventi, addentrandomi con grande curiosità in questa realtà alternativa ed affascinante della Dott. Magnus, popolata da un mix di personaggi famosi che ha avuto modo di incontrare e con i quali confrontarsi nel corso della sua lunga vita.
Non voglio dirvi altro per non togliervi il gusto di scoprire, puntata per puntata, le avvincenti gesta della ultracentenaria Dottoressa e della sua equipe!
Il mio giudizio sulla serie è positivo, nonostante abbia bisogno di alcuni miglioramenti sotto il profilo della sceneggiatura, ritocco che la renderebbe sicuramente più accattivante… considerato che il materiale non manca di certo.
Staremo a vedere, se nella seconda serie tale lacuna sarà azzerata da chi ne compete.

 Namor

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Di Asterix451 (del 15/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2510 volte)
Titolo originale
Taken
Produzione
Francia 2008
Regia
Pierre Morel
Interpreti
Liam Neeson, Maggie Grace, Famke Janssen, Xander Berkeley, Katie Cassidy.
Durata
93 Minuti
Trailer

Los Angeles.
Bryan (Liam Neeson) è un ex Agente dei Servizi Segreti, attualmente impegnato a recuperare i suoi rapporti familiari dopo la separazione, causata dallo stress imposto dal lavoro. Se con la moglie riesce ad avere un rapporto cordiale, con la figlia Kim (Maggie Grace) tutto sembra complicarsi ogni volta; la relazione tra i due è compromessa dall’eccessiva “formalità” di Bryan, protettivo al limite della paranoia, oltre che dal confronto con il nuovo compagno della moglie.
Una situazione limite, che rischia di compromettersi ulteriormente quando Kim domanda a suo padre il permesso di poter andare in vacanza a Parigi, con l’amica Amanda (Katie Cassidy). Inizialmente contrario, Bryan cambierà idea a patto che la ragazza rispetti una serie di condizioni / precauzioni che lui le imporrà.
Tutti d’accordo, le due ragazze giungono a Parigi ed immediatamente vengono trascinate nella spensieratezza della vacanza e del divertimento. A nulla sono servite le raccomandazioni di Bryan, perché le due giovani americane si fidano immediatamente di uno sconosciuto cordiale, apparentemente onesto, che invece le venderà ad una cosca albanese di trafficanti di donne. Solo la fortuna (e la sceneggiatura) aiuteranno Kim, in estremis, ad inviare una richiesta di aiuto a suo padre un istante prima che i suoi rapitori facciano irruzione nella stanza in cui si nasconde, e la portino via.
“Io vi troverò…” è la promessa che Bryan sussurra ad uno dei rapitori, al telefono, ed è l’inizio di una caccia all’uomo in solitaria, sfruttando l’esperienza e le amicizie maturate in una vita di lavoro che, se prima lo hanno allontanato dagli affetti, oggi sono l’unica speranza a cui aggrapparsi per ritrovare Kim.
Se gli Americani hanno ormai abbandonato il clichè dell’uomo solo contro tutti, optando per team eterogenei capitanati da sexy eroine, ci hanno pensato i Francesi a riesumarlo per il loro cinema d’azione. Sulla scìa di Luc Besson e della sua Nikita, ormai un secolo fa, le pellicole d’oltralpe si sono definitivamente scrollate di dosso il torpore degli anni ’80, sfornando titoli avvincenti che centrano il bersaglio “100% Azione” (vedi Dobermann, Fiumi di Porpora, Nido di Vespe, Impero dei Lupi, Transporter). Ed è proprio dalla coppia Besson – Morel che nasce “Io vi troverò”, al quale hanno collaborato rispettivamente come Sceneggiatore e Regista; già in passato avevano realizzato “Banlieu 13”, esordio di Morel alla regìa.
Il film è piacevole, avvincente. Personalmente mi piace come iperrealtà e paradosso si fondano, apparendo verosimili fino alla comparsa dei titoli di coda. Liam Neeson è tormentato e coraggiosamente vendicativo, in tempi in cui dilaga un certo buonismo (è coerente la scena della tortura, per esempio); temevo si rivelasse fiacco, non avendo un vero physique du role, invece confeziona un personaggio un po’ atipico per questo genere, ma credibile. Non teme (come capita certe volte agli attori impegnati) di andare fino in fondo in un copione che di certo non gli varrà l’Oscar.
Trama avvincente, cattivi gli Albanesi, carine le ragazzine. Sparatorie ben girate, scazzotate un po’ confuse ma, ormai, è questa la tendenza lanciata da Bourne Identity. Insomma: un buon film d’azione, che non delude.

Asterix451

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Di Namor (del 11/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2373 volte)
Titolo originale
The Forbidden Kingdoom
Produzione
USA 2008.
Regia
Rob Minkoff
Interpreti
Jet Li, Michael Angarano, Jackie Chan, Morgan Benoit
Durata
113 Minuti

Il film trae ispirazione da un’antica leggenda cinese, ove l’immortale guerriero Monkey King, viene sfidato in un duello, sulla montagna dei cinque elementi e poi battuto con l’inganno, dall’ambiguo Capitano di Giada. Trasformato quindi il rivale in una statua di pietra ed allontanato per 500 anni a meditare insieme all’Imperatore di Giada, il maligno capitano assume il pieno potere su tutta l’antica Cina, facendola sprofondare in un lungo periodo di ingiustizie e terrore, con la sola speranza che arrivi quel momento tanto atteso, il risveglio del Re guerriero Monkey King. Tale reviviscenza è legata al suo magico bastone, occultato da lui stesso, prima di soccombere nel fatidico combattimento con l’ingannevole Capitano. Sarà colui, che prescelto per custodire l’arma, riporterà al suo legittimo proprietario la possente asta, liberandolo per sempre dal malefico incantesimo.
 Siamo ai giorni nostri, Jason (Michael Angarano) è un giovane ragazzo americano con la passione dei film di kung fu e per alimentare questa sua predilezione, frequenta un vecchio negozio di Chinatown, gestito da un simpatico vecchietto orientale. Tra i tanti cimeli presenti nella bottega, vi è uno strano bastone d’orato, che, a detta del proprietario dell’esercizio, sta aspettando la persona che verrà a prenderlo per portarlo al legittimo padrone.
Quell’uomo per ironia della sorte è proprio Jason, che in veste di custode dell’arma, verrà proiettato nell’antica Cina per espletare il suo inatteso incarico, deciso per lui 500 anni prima. Durante l’avventuroso viaggio, incontrerà Lu Yian (Jackie Chan) uno strampalato maestro di arti marziali, una ragazza (Liu  Yi Fei) che cova vendetta contro il malvagio Capitano, reo di avergli massacrato la famiglia ed il taciturno monaco Silent (Jet Li). Questo sarà il gruppo che dovrà sopperire a più di un’insidia, per poter risvegliare Monkey King è porre fine al caotico regno dell’usurpatore.
Da noi la pellicola è uscita solo in dvd, con il titolo “L’Impero proibito”, mentre negli Stati Uniti è stata proiettata (con poco successo) nelle sale cinematografiche con il suo vero titolo “ The Forbidden Kingdoom”.
Dovendo dare un giudizio in merito, posso dire che il film è adatto agli estimatori dei due grandi attori marzialisti Jet Li e Jackie Chan, i quali, con estrema abilità, danno libero sfoggio della loro arte. I combattimenti difatti, sono ben coreografati ed eseguiti con grande fluidità, per quanto riguarda la trama invece non bisogna aspettarsi troppo, si tratta di un degiavù, una sorta di “Karate Kid “ in versione Fantasy, dal finale ultrascontato.
Quindi, se lo si guarda senza pretese e siete dei fan delle pellicole di arti marziali, un paio d’ore passate insieme a Jackie e Jet possono risultare anche piacevoli…ma solo se vi piace il genere.

 Namor

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Di Angie (del 08/02/2010 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 3600 volte)
Titolo originale
La Freccia Nera
Produzione
Italia 1968
Episodi / Durata
7 / 60 Minuti

C’è solo un modo per iniziare a parlare della “Freccia Nera”: ricordate il coro che cantava:”La freccia nera fischiettando si scaglia e la sporca canaglia una saluto ti dà”. Sono le parole della sigla televisiva più amata e cantata di tutti i tempi. Io difatti conoscevo tutta la canzone da cima a fondo, inclusi i fischi e l’epico”la,la,la” del coro dei briganti della foresta.
Era una serie TV, in bianco e nero, in 7 episodi, andata in onda sul primo canale della RAI dal 22 dicembre 1968 al 2 febbraio 1969.
Ricordo che alla domenica sera dopo il mitico carosello, mi piazzavo davanti al televisore pronta a vedere finalmente il mio sceneggiato preferito, come faceva d’altronde la stragrande maggioranza della popolazione italiana, per lo meno quelli che avevano il televisore, perché a quel tempo non tutti lo possedevano ancora.
Allora ero una ragazzina, e come tutte a quella età si sognava, si fantasticava e ci si immedesimava nelle avventure che si leggeva o si guardava. Come non potevo immedesimarmi così in questa storia ambientata nell’Inghilterra del 400, durante la guerra delle due rose, che metteva una contro l’altra le fazioni dei York e dei Lancaster. Nei panni della bella protagonista Joanna Sedley (Loretta Goggi), con il suo amato Dick Skelton (Aldo Reggiani), che nonostante le mille peripezie e battaglie che si ritrovano ad affrontare, riescono a realizzare il loro sogno, e tu sognavi insieme ad essi, adesso che son passati tutti questi anni, tale trasporto appare un po’ ridicolo, ma vi assicuro che allora era molto sentito.
Dopo questa mia piccola divagazione torniamo allo sceneggiato, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson e premiato dallo strepitoso ascolto di sedici milioni e mezzo di telespettatori. Non posso fare a meno di segnalare la regia in bianco e nero del mitico Anton Giulio Maiano, autore di opere mai dimenticate come “La Cittadella” o “Delitto e Castigo”.
 Riguardo al cast, un bravo al grande protagonista Aldo Reggiani, allora agli inizi della carriera, poi dedicata principalmente al teatro. Il grande Arnoldo Foà nella parte del cattivo, una interpretazione così coinvolgente che, se devo dire la verità l’ho letteralmente odiato per tutte le puntate. La brava Loretta Goggi (che aveva già iniziato a cantare), qui alle sue prime armi come attrice, proseguì poi la sua carriera come cantante. Infine non possiamo dimenticare la bellissima sigla rimasta sicuramente nella mente degli ultra quarantenni di oggi.
Recentemente hanno trasmesso in TV una fiction con Martina Stella e Riccardo Scamarcio, chiamata, chissà perché “Freccia Nera”, che non ho terminato la visione perchè non c’era quasi niente del romanzo di Stevenson. Molto meglio indubbiamente la serie del 1968, con i mitici Reggiani, Goggi, meno male che quando l’hanno replicata anni fa l’avevo registrata.
Sono contenta di averlo fatto, perché ora rimane come un bel ricordo, da rivedere ogni qual volta lo voglia.. Se vi capita sottomano e vi piacciono le battaglie con eroismi, intrighi amorosi, passaggi segreti e briganti della foresta fautori della lotta alla tirannia, guardate questa affascinante serie, merita veramente.

Angie

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Di slovo (del 04/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 977 volte)
Titolo originale
Welcome
Produzione
Francia 2009
Regia
Philippe Lioret
Interpreti
Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard.
Durata
110 minuti

Bilal è un giovane clandestino curdo iracheno che sta cercando disperatamente di raggiungere l’Inghilterra, dove vive la fidanzata. Arrivato dopo mille accidenti, a piedi, nel nord della Francia (sulla costa di Calais) il ragazzo fallisce nel tentativo di infiltrarsi a bordo del camion di un trafficante, viene così preso dalla folle idea di attraversare a nuoto il canale della manica. Decide di prendere lezioni di nuoto presso la piscina locale.
L’istruttore è Simon, un uomo di mezza età con la vita allo sbando a causa del doloroso (per lui) divorzio che stà affrontando.
La determinazione di Bilal sarà un balsamo per il cuore spezzato di Simon, diviso tra il desiderio di aiutare lo sfortunato ragazzo ed uno spontaneo istinto di protezione diretto a farlo desistere dall’impresa suicida, troverà ispirazione e insegnamento dalla sua grande forza d’animo.
Il bel film di Lioret, premiato al Festival di Berlino, è una storia romantica e toccante ma scevra da facili buonismi e ipocrisie: le vicende e i personaggi rispecchiano episodi di quotidiana drammaticità, la misura e la neutralità con cui il regista li inserisce nel contesto attuale sono una dimostrazione di equilibrio e realismo: non tutti i migranti sono santi perseguitati e non tutti gli autoctoni sono irrimediabilmente stronzi. L’umanità è complessa così come lo è il problema dell’immigrazione, talmente complessa da essere oggettivamente fuori dalla portata di certi piccoli politici, sostenitori di certe “soluzioni” superficiali e momentanee (è vero, sig. Sarkozy??) utili solo a legittimare le manifestazioni più grette ed incivili degli uomini, finendo spesso per essere prive di risultati.
Bravissimi gli interpreti, tra cui un grande Vincent Lindon e un convincente Firat Ayverdi, valorizzano una pellicola da applaudire e da tenere a mente come base per personali riflessioni.

slovo

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Di mimmotron (del 01/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2172 volte)
Titolo originale
Z
Produzione
Francia 1969
Regia
Constantin Costa Gavras
Interpreti
Irene Papas, Jean-Louis Trintignant, Charles Denner, Yves Montand, Pierre Dux.
Durata
127 Minuti

Sicuramente il film del regista Costa-Gravas da me preferito, in cui si narra di un pacifico deputato di sinistra che cade vittima di un attentato organizzato dai vertici della polizia con quelli dell'esercito e messo in atto da estremisti di destra. Un giovane giudice riesce nonostante le molte difficoltà, tra cui testimoni intimiditi e depistaggi, ad istruire il processo che conduce all'incriminazione dei mandanti, ma non alla loro successiva condanna a causa di un colpo di Stato che porterà ai vertici delle istituzioni proprio i militari.
La pellicola si basa sull'omonimo romanzo di Vassili Vassilikos e fa riferimento all'assassinio, avvenuto a Salonicco in Grecia il 22 maggio 1963, del deputato pacifista Gregorios Lambrakis e alle successive indagini del giudice istruttore Sartzètakis (futuro presidente della Grecia).
Film che denuncia come in Grecia si arrivò alla Dittatura dei colonnelli e alla successiva scomparsa delle libertà democratiche.
Nonostante il forte impegno civile il film non perde efficacia mantenendo una considerevole intensità durante tutta la visione, merito ovviamente delle capacità del regista. Proprio per questa abilità dell'autore il film mantiene un'andamento, che a dispetto degli anni, lo rende ancora assai interessante.
Il film si chiude con una voce fuori campo che descrive tutte le cose che sono proibite in quel paese ora antidemocratico “...contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoi, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotsky, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l'ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l'enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostojevskij, Cechov, Gorki e tutti i russi, il "chi è?", la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera "Z" che vuol dire "È vivo" in greco antico.
Una curiosità, questo film viene citato, come avviene per molti altri, in Pulp Fiction parafrasando l'ultima frase quando Butch si reca a prendere Fabienne con il chopper di Zed (come in inglese si pronuncia la lettera zeta) e lei chiedendogli chi fosse le risponde “Z è morto”

Mimmotron

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Di Namor (del 29/01/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1368 volte)
Titolo originale
Surrogates
Produzione
USA 2009
Regia
Jonathan Mostow
Interpreti
Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike, James Francis Ginty, Boris Kodjoe.
Durata
95 Minuti
Trailer

L’omicidio di due giovani ragazzi all’uscita di una discoteca, mette in pericolo l’esistenza di una nuova realtà tecnologica, adibita alla sicurezza del genere umano. Tale sistema ha la capacità di produrre un duplicato dell’uomo, attraverso il quale, guidato da impulsi cerebrali, è possibile rimanere comodamente seduti in poltrona mentre la copia sostituisce l’essere umano nella svolgimento delle mansioni quotidiane. Questo innovativo apparato viene usato da oltre il 90% dell’umanità, mentre l’altro 10%, recluso e confinato in un’area adibita alla loro sopravvivenza, rifiuta categoricamente l’opportunità di avere una copia meccanica, creando così un movimento di protesta contro i replicanti.
In questo fantascientifico scenario, gli agenti dell’F.B.I. Thomas Greer (Bruce Willis) e Jennifer Peters (Radha Mitchell), dovranno scoprire chi minaccia la pace nel mondo e quale terribile arma ha potuto annientare con estrema facilità ed, in un colpo solo, l’uomo guida e la sua indistruttibile copia di metallo.
Nel corso delle indagini, non tarderanno ad arrivare le motivazioni che hanno dato inizio alle insurrezioni contro il debellamento dei surrogati, a favore dell’uomo.
Dovendo dare un giudizio su questo Fanta-trhiller, direi che la pellicola non mi ha entusiasmato più di tanto, il modo in cui è stato completato il tutto, ricorda un po’ troppo da vicino, alcuni capostipiti del genere come: “Matrix, Terminator ed il meno meritevole, Io robot”.
Ad ogni modo il film, sotto il profilo tecnico risulta abbastanza valido, le scene dei combattimenti e gli effetti speciali adempiono in modo egregio al loro dovere, la mia critica non vuole essere una bocciatura alla pellicola, ma una semplice ammonizione, in modo da incentivare la creazione di qualcosa di diverso sotto il profilo dell’innovazione, assorbendo un po’ meno dai vari cult del genere.
Giudizio favorevole invece per il messaggio etico del “Il mondo dei replicanti”, sulla possibile realizzazione di questo assurdo progetto dei surrogati, utopia che io boccio fin da adesso, sono assolutamente contrario al solo pensiero che in un futuro si possa sostituire l’uomo, con, e a favore della tecnologia meccanica.

Namor

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