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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Namor (del 05/03/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1116 volte)
Titolo originale
Eagle eye
Produzione
USA - Germania 2008
Regia
D.J. Caruso
Interpreti
Shia LaBeouf, Michelle Monaghan, Rosario Dawson, Billy Bob Thornton, Ethan Embry.
Durata
118 Minuti
Trailer

Dopo aver presenziato al funerale del fratello Ethan, il commesso Jerry Shaw (Shia LaBeouf) rientrando a casa si ritrova, con immensa sorpresa, l’alloggio pieno zeppo di sofisticatissime armi e numerosi componenti per la costruzione di ordigni esplosivi. Neanche il tempo di realizzare il tutto, che una voce di donna lo chiama al cellulare intimandogli di scappare all’istante per non essere arrestato dall’FBI ed incriminato come terrorista! Nel contempo, Rachel Holloman (Michelle Monaghan) saluta il figlio di 8 anni, in procinto di partire, destinazione Washington D.C., per esibirsi innanzi al presidente degli Stai Uniti con tutta la banda musicale della sua scuola. Ma durante una serata con le amiche anche il cellulare di Rachel squilla, la voce dell’interlocutrice è la stessa che in precedenza aveva suggerito a Jerry di scappare e stavolta la misteriosa donna ordina alla giovane madre, (mentre gli mostra il figlio su un video) di eseguire alla lettera le sue istruzioni e non farne parola con nessuno se vuole rivedere il suo Sam ancora vivo! Dopo una rocambolesca fuga dagli uffici dell’FBI, i due coadiuvati dalla onnipresente voce, dovranno svolgere determinate azioni che porteranno ad avere come scopo finale nientemeno che l’eliminazione del presidente degli USA e di tutto il suo entourage. Col trascorrere del tempo, insieme all’identità dell’enigmatico nemico, verranno a galla anche le deliranti motivazioni della programmata soppressione del presidente ed il suo staff.
Dopo la soddisfacente parentesi con “Disturbia”, si riforma il trio La Beouf-D.J.Caruso-Spielberg , per realizzare “Eagle Eye”, un action-movie senza infamia ne lode, nel quale il tema principale è l’affidabilità o meno, dei nuovi e onnipresenti sistemi di tecnologia avanzata. Inizialmente la suddetta pellicola doveva essere diretta dallo stesso Spielberg, ma per motivi di lavoro che lo vedevano alle prese con il nuovo capitolo di Indiana Jones, ha lasciato che fosse D.J.Caruso a dirigere il tutto.
Il film per quanto mi riguarda é godibile, a patto che non vi aspettiate troppo, certo se lo avesse diretto Spielberg, il mio metro di giudizio sarebbe ben più severo, ma visto che così non è, accontentiamoci di passare un paio di ore all’insegna della buona e sana action targata USA!

Namor

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Di slovo (del 02/03/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1340 volte)
Titolo originale
The Day the Earth Stood Still
Produzione
USA 2008
Regia
Scott Derrickson
Interpreti
Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Kathy Bates, Jaden Smith, John Cleese, Jon Hamm
Durata
103 minuti

Il ritorno di Keanu Reeves alla fantascienza, per di più protagonista nel remake di uno stra-classico come “When the earth stood still” di Robert Wise è stato foriero, al netto dei legittimi sospetti che l’osservatore oculato dovrebbe nutrire, di qualche bella aspettativa.
Rivista oggi, pur presentando alcune ingenuità tipiche della fantascienza dell’epoca, la pellicola del ’51 è ancora solida e godibile: non sarebbe stato troppo difficile adattarla per renderla proponibile al giorno d’oggi.
Eppure il confronto con questa nuova versione è schiacciante.
La trama di ‘ultimatum 2008’, quando non ricalca l’originale, è risibilmente forzata o tediosamente appiattita sugli odierni clichè del cinema catastrofico e i segni di una scrittura poco più che dilettantistica sono più che evidenti. Non meno infelice la prova del regista Scott Derrickson, in realtà ancora in corsa per ottenere qualcosa di notabile dal suo lavoro, che marchia la pellicola con un fastidioso chè di semi-professionale.
Fallita una rappresentazione credibile dell’ottusa belligeranza umana e che raggiunge l’acme del peggio con il personaggio del segretario alla difesa: più simile ad una grottesca matrigna che ad una pedina dello stato maggiore (una Katy Bates mai così fuori luogo).
Il rapporto disegnato tra la bella ricercatrice (Jennifer Connely) e l’arrogante figliastro Jacob, poi, è così banale da ricordare alcune depressioni da film per la tv, per non parlare del climax di sentimentalismo nel mieloso finale.
Il dramma è che stiamo parlando dei cardini della storia. Keanu Reeves ha costruito la sua carriera su una recitazione ‘alienata’, il ruolo quindi avrebbe dovuto essergli congeniale ma per qualche motivo non funziona nemmeno lui: il contesto frana sotto il peso di personaggi dai profili troppo estremizzati e Reeves, detto con franchezza, non ha le spalle abbastanza larghe per sorreggerlo da solo.
Gli effetti speciali regalano qualche momento visivamente gratificante, e ciò fa dell’automa gigante GORT la cosa migliore del film. Il trionfo della Computer Graphic: se può bastare a dirla tutta....

slovo

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Di Namor (del 27/02/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1378 volte)
Titolo originale
Changeling
Produzione
USA 2008
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan, Colm Feore, Jason Butler Harner.
Durata
140 Minuti
Trailer

Christine Collins (Angelina Jolie) rientrando a casa dopo una estenuante giornata di lavoro come tante, nota subito l’assenza del figlio Walter. Iniziata un’angosciante ricerca in tutto il vicinato, senza risultati, non vi è nessuna traccia del figlio, chiama immediatamente la polizia per denunciare la sua anomala scomparsa. Dopo cinque mesi di infruttuose ricerche, viene ritrovato un ragazzino che afferma di essere lo scomparso Walter Collins.
Tale evento viene prontamente sfruttato dal corrotto dipartimento di polizia di Los Angeles, che prendendosene il merito, organizza con tanto di giornalisti al seguito il ricongiungimento della madre con il figlio, tale operazione è mirata far si che l’opinione pubblica allenti la sua morsa sul dipartimento. Durante lo svolgimento dell’agognato incontro, Christine si accorge immediatamente che quel ragazzino che ha di fronte non è suo figlio. La polizia in presenza dei fotografi, convince la madre a posare per la foto di rito e portare ugualmente a casa il ragazzo per un paio di giorni, archiviando il rifiuto della madre come un momento di confusione mentale dovuto alla separazione forzata di questi mesi. Tale decisione purtroppo trascina la madre single, verso una vortice di continui soprusi da parte della polizia, la quale, non potendosi permettere altra pubblicità negativa farà di tutto pur di mettere a tacere la disperata madre, bollandola addirittura come una pazza paranoica e facendola internare in un manicomio senza alcuna visita specialistica! Nel mentre, un poliziotto che indaga su alcuni casi di sparizioni di minori, fa una raccapricciante scoperta. Dopo avere fermato un ragazzino quindicenne, questo, sopraffatto dal rimorso, gli confessa di aver rapito è ucciso in una fattoria una ventina di innocenti bambini, insieme allo psicopatico zio. Grazie a questo nuovo scenario, ed al prezioso apporto del reverendo presbiteriano Gustav Briegleb (John Malkovic), da sempre una spina nel fianco di tutto il dipartimento, si cominceranno a delineare le possibili probabilità di ritrovare, o almeno sapere che fine abbia fatto, il giovane Walter Collins!
Per chi non lo sapesse ancora, le incredibili vicissitudini vissute da Christine Collins in “Chancheling”, sono realmente accadute a Los Angeles nel lontano 1928. Grazie ad un amico in municipio, lo sceneggiatore ed ex giornalista J. Michael Straczynski ha potuto visionare, prima che finisse nell’inceneritore, il lungo dossier riguardante la Collins, il quale fu conservato per più di 80 anni, nei polverosi sotterranei del palazzo del comune. Dopo averlo studiato attentamente per più di un anno, ne tirò fuori la versione cinematografica che fu offerta e prontamente accettata per la direzione, dal bravissimo Clint Eastwood. Ed ancora una volta, se c’è ne fosse bisogno, il grande Clint con questo film da nuovamente la conferma di essere un eccellente regista. Personalmente, in questa seconda veste, trovo che sia molto più bravo di quando recitava, non dico che era scarso come attore, ci mancherebbe, ma il Clint direttore lo preferisco di più.
Per quanto riguarda il cast, la candidatura agli Oscar come miglior attrice protagonista della Angelina Jolie, è pienamente meritata, grazie a questa pregevole sceneggiatura e la sua forte indole di madre, é riuscita a sfornare una performance degna di essere ricordata.
Una raccomandazione per chi si appresta a vederlo, non fatevi spaventare dalla sua durata vedrete che i 140 minuti passati per vederlo, saranno ben spesi!

Namor

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Di Andy (del 25/02/2009 @ 05:00:00, in live report, linkato 1322 volte)
Evento
The dark side of the moon
Artista/i
Roger Waters
Location
Buenos Aires
Data
18 Marzo 2007

Qualche mese fa ho recensito Live in Gdansk, il dvd che David Gilmour ha tratto dal concerto tenuto nell’agosto del 2006 a Danzica, ma adesso è il momento di parlare dell’altra metà degli ormai, purtroppo, estinti mitici Pink Floyd, e cioè di Roger Waters, con questo live al River Plate di Buenos Aires, registrato il 18 marzo del 2007. Voglio dire subito che qualitativamente, come suono e immagine, questo è un prodotto inferiore a quello di Gilmour e soci, però ha dalla sua la riproposizione di grandi pezzi, tratti perlopiù da dischi-capolavori come The dark side of the moon, Shine on your crazy diamond e The Wall e devo dire molto fedelmente alle versioni originali; doverosamente bisogna spendere un paio di parole a proposito di Waters e del suo indiscusso genio, proveniente da un ego smisurato che lo aveva portato, nel corso degli anni dei Floyd, come ammesso da lui stesso, a diventare una sorta di despota nell’ambito del gruppo. Oltre a questa sua supremazia, subentrò una cattiva sopportazione del pubblico, che ovviamente cresceva ad ogni esibizione e che, sempre secondo lui, era reo di fare troppo casino ai concerti; arrivò addirittura a sputare in faccia a un ragazzo che sotto il palco si divertiva molto. Tutto questo lo portò ad una sorta di alienazione, alla costruzione di un muro intorno a se stesso che lo rinchiuse insieme alle sue paure, in primis quella della guerra, e le sue fobie nei confronti della società . Come vedete, ecco tutti i temi ricorrenti delle canzoni dei Pink Floyd e che sfociarono nel progetto The Wall, che tutti conosciamo e dopo il quale ci fu la rottura con gli altri membri del gruppo e un sincero odio che li portò tutti in tribunale per decidere chi dovesse tenere il marchio Pink Floyd e che vide vincitori Gilmour , Wright e Mason.
Gli anni passano e ci si calma, quindi Waters, come Gilmour del resto, è impegnato in vari campi del sociale e la musica degli anni migliori dei Floyd è sempre amatissima e adatta ancora oggi per ogni tipo di messaggio. Quindi la scaletta del concerto comincia con In the flesh, potente pezzo rock che apre anche The Wall; l’impatto non è quello dei Pink originali, però ovviamente non c’è David Gilmour; a questo punto voglio aprire una parentesi perché nella musica del più grande gruppo inglese, dopo i Beatles, la chitarra è fondamentale: in questo concerto figurano due buoni chitarristi che sono Dave Kilminster e Snowy White e soprattutto il primo è veramente fedele e riporta gli assoli di David alla perfezione, anche troppo, ma le note non hanno lo stesso peso, anche se tecnicamente è pure più bravo. Stesso dicasi per le parti di tastiera e piano che erano del rimpianto Rick Wright, perfette ma con meno feeling.
Parentesi chiusa, Waters in questo concerto canta benissimo e quella voce roca e strana, inquietante come sempre, non si è conservata bene come quella del rivale David ma è proprio questo che la rende più emozionante, in ogni pezzo e anche al basso è sempre ottimo, molto vintage e sciolto. La scaletta è bellissima, si susseguono Shine on your crazy diamond, Money, Us and them, Have a cigar on me e le esecuzioni sono più fedeli e psichedeliche, meno edulcorate delle versioni Gilmour. Stupenda Set the contol for the heart of the sun, un pezzo che ha quarant’anni di storia all’interno della sua psichedelia ed eseguito magistralmente. Molto bella e quanto mai adatta Bring the boys back home, chiaramente riferita alla necessità del ritiro delle truppe dall’Iraq, insieme a Leaving Beirut, pezzo solista di Waters, parecchio emozionante nella parte cantata dalla corista solista. Vera, ancora da The Wall e l’immancabile Another brick in the Wall, con il coro eseguito dai ragazzi dell’Instituto River Plate. Giusta chiusura con Confortable Numb che però, scusate se mi ripeto, manca tantissimo della chitarra di Gilmour e nell’assolo finale non trasporta come dovrebbe.
In definitiva, nei Pink Floyd di Waters manca David e viceversa anche se Gilmour vive più ormai di luce propria, grazie ai Floyd post Waters e il suo ultimo album solista. Roger ha comunque finalmente accettato il ruolo di rockstar ed è anche coinvolgente ma potrebbe secondo me, puntare anche lui sulle sue ottime produzioni solistiche, oltre comunque a immancabili must degli anni d’oro.
In definitiva, tanto di cappello a un grande musicista, geniale e fuori dagli schemi.
Buona visione..e ascolto..

Andy

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Di xanteferranti (del 23/02/2009 @ 05:00:00, in libri, linkato 2218 volte)
Titolo originale
L’arte nell’“Avanti della Dome­ni­ca” 1903-1907
Autore
Paolo Bolpagni
Editore
Mazzotta
Prima edizione
2008

Come scrive Luciano Caramel nella prefazione, “molti, su molti registri, culturali, artistici ma anche sociali, ideologici e politici, sono i motivi di interesse e i meriti di questo libro”. Che ripercorre le vicende di uno dei settimanali illustrati più rilevanti del primo decennio del Novecento, l’“Avanti della Domenica”, uscito tra il gennaio del 1903 e il marzo del 1907 e nato come supplemento culturale del quotidiano del Partito socialista italiano.
Basta scorrere i nomi dei giornalisti e letterati come vi pubblicavano i loro articoli (Anna Franchi, Margherita Grassini Sarfatti, Giacinto Stiavelli, Tomaso Monicelli, Camille Mauclair, Guelfo Civinini, Giovanni Cena, Diego Angeli...) e degli artisti che realizzavano i disegni per le copertine (Libero Andreotti, Gabriele Galantara, Gino Severini, Umberto Boccioni, Mario Sironi, Leonardo Dudreville, Duilio Cambellotti, Domenico Baccarini, Augusto Majani...) per rendersi conto della qualità e importanza della rivista. Alla quale, incredibilmente, non era mai stato dedicato finora alcuno studio specifico, sicché l’autore può concludere che davvero essa sia “una delle più citate ma delle meno conosciute del periodo” (oltre che fra le più rare sul mercato antiquario).
Questo libro, quindi, colma una lacuna, riempie un vuoto, e ha il pregio di saper unire il fascino dell’apparato illustrativo all’estrema serietà dell’indagine storica. La cospicua messe di materiali iconografici e documentari inediti raccolti nel volume testimonia, già di per sé, il rigore e la vastità del lavoro preparatorio che l’ha preceduto, ma non esaurisce certo l’interesse dell’opera, che si sostanzia pure della sottile e profonda analisi critico-interpretativa che illumina i risultati dei lunghi e pazienti spogli in archivi e biblioteche.
Quindi, da una parte abbiamo il ricco corredo delle 86 illustrazioni a colori e 178 in bianco e nero, cioè le riproduzioni di tutte le copertine e delle più significative immagini comparse nelle pagine interne del settimanale nei suoi oltre quattro anni di esistenza, ovvero nei 216 numeri pubblicati dal 1903 al 1907. Dall’altra, il minuzioso regesto suddiviso per annate, che prende in considerazione ogni elemento abbia a che fare con l’arte, oltre che con le vicende editoriali e tecnico-gestionali della rivista: avvisi, articoli critici, storici e informativi, recensioni di mostre, disegni, incisioni, fotografie... E inoltre il prezioso indice degli artisti, che consiste in un accurato elenco di tutti gli autori (con i relativi dati anagrafici e bibliografici) di cui apparvero sul periodico tavole originali o riproduzioni di opere.
L’aspetto documentario, insomma, occupa una parte fondamentale del libro, ma è accompagnato da un acuto studio storico-critico intorno all’“Avanti della Domenica” e al suo contesto ideale, poetico e artistico: i due capitoli iniziali, di inquadramento generale, introducono brevemente e per sommi capi l’argomento, trattando, nell’ordine, delle origini e sviluppi della stampa periodica illustrata italiana negli ultimi decenni dell’Ottocento, e della nascita e prima fase d’attività dell’“Avanti!”, il quotidiano da cui sarebbe scaturito l’inserto culturale che è oggetto specifico del volume. Il capitolo terzo, appunto, ripercorre dettagliatamente, nella sua totalità, la complessa e travagliata storia editoriale della rivista: dalla fondazione a Firenze sotto la guida di Alfredo Angiolini all’avvento alla direzione di Vittorio Piva e Savino Varazzani (che coincide con il trasferimento di sede a Roma), fino alla drammatica chiusura del settimanale. Mentre il quarto capitolo considera particolareggiatamente, dal punto di vista iconografico e stilistico, l’evoluzione dell’apparato illustrativo dell’“Avanti della Domenica” nell’arco dei suoi oltre quattro anni di vita, e analizza gli orientamenti, le posizioni e predilezioni in materia d’arte ricavabili dall’esame degli innumerevoli articoli di taglio storico, critico e informativo dedicati alla pittura, alla grafica, alla scultura e all’architettura tra il 1903 e il 1907.

xanteferranti

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Di Namor (del 20/02/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 1402 volte)
Artista
Alunni del sole
Titolo
I successi
Anno
1998
Label
BMG-Ricordi

Ricordo che era l’estate del 1978, in tutti i bar che disponevano di un juke-box imperversava una bellissima canzone dedicata ad una ragazza, il brano in questione era Liù e ad eseguirlo era un gruppo melodico pop, i valenti Alunni del Sole. La formazione partenopea era formata dai fratelli Morelli, l’indiscusso leader Paolo voce-pianoforte e Bruno alle chitarre, a completare il gruppo la batteria di Giulio Leofrigio ed il basso di Giampaolo Borra.
Il loro esordio nel panorama musicale italiano avvenne nel 1968 con il 45 giri L’aquilone, negli anni seguenti riscontrarono nuovamente il favore del pubblico con i singoli Concerto, Isa…Isabella e Fantasia.
Il buon esito dei suddetti brani diede la meritata chance al gruppo di incidere nel 1972 il primo dei loro tredici album, “Dove era lei a quell’ora”, il lato A era interamente dedicato ad una storia a tema, protagonista un uomo accusato di omicidio, mentre il lato B, comprendeva una serie di brani che facevano risaltare la loro pregevole vena cantautorale. Dal 1976 al 1978 gli Alunni, con gli album “Le Maschere Infocuate”, “ A Canzuncella” e “Liù”, toccarono l’apice del loro successo, basti pensare che in una classifica dominata per buona parte dalla discomusic e dal rock oltremanica, il gruppo era presente nelle prime posizioni con una canzone in dialetto napoletano, la bellissima “A Canzuncella”, evento molto anomalo per quei tempi. Con “Liù” (in assoluto la mia preferita) gli Alunni furono il primo ed unico gruppo ad aver vinto il Festivalbar, primato che ad oggi ancora detiene e di cui può vantarsi. Ad ogni modo egli sono stati è rimangono tutt’oggi uno dei migliori complessi musicali che abbiano mai calcato il palcoscenico italiano negli anni 70, il loro livello musicale a partire dai testi, era di gran lunga superiore rispetto agli altri gruppi in voga quel periodo. Se dovessi fare una mia personale classifica di gradimento, per quanto riguarda i complessi melodici di quel tempo, gli Alunni del Sole li collocherei al secondo posto subito dopo la più longeva e storica band italiana di sempre…i Pooh!
Se avete voglia di riascoltare la stupenda voce di Paolo Morelli e viaggiare con la memoria a ritroso nel tempo per riassaporare le irripetibili atmosfere dettate dai valori e dalla semplicità dei favolosi anni 70, non vi resta altro che inserire il cd nel vostro impianto stereo ed ascoltare questa pregevole raccolta di successi, ove vi sono presenti 16 delle migliori hit di questa fantastica ed indimenticabile band!

Namor

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Di Louise-Elle (del 18/02/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2466 volte)
Titolo originale
Valkyrie
Produzione
USA-Germania 2008
Regia
Bryan Singer
Interpreti
Tom Cruise, Kenneth Branagh, Bill Nighy, Tom Wilkinson, Carice van Houten.
Durata
120 Minuti
Trailer

“” Hitler non è solo il peggior nemico del mondo intero, ma il peggior nemico della Germania. E’ necessario un cambiamento.””
L’intento del Colonnello Claus von Stauffenberg è riassunto in queste poche righe. Von Stauffeberg, impersonato da uno strepitoso Tom Cruiser, è un ufficiale che ama il proprio Paese ed è stanco e disgustato di vederne la progressiva distruzione sotto il regime e la follia di Hitler. Dopo aver perduto in Nord Africa un occhio, la mano destra e due dita della mano sinistra viene richiamato a Berlino con l’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito territoriale. Viene contattato dai membri più potenti della Resistenza tedesca, alti gradi dell’esercito e funzionari importanti che lottavano già da tempo contro Hitler all’interno del sistema. Riesce a convincerli ad attuare una strategia complessa, delicata ed ingegnosa per attentare sia alla vita del Furher, sia per decretare la fine del regime nazista. L’operazione prevede di usare contro il regime stesso il piano di emergenza di Hitler per garantirne e consolidare il Paese nell’eventualità della sua morte, chiamata “ Operazione Valchiria “.
Le azioni, i personaggi e la ricostruzione dei fatti che portarono il Colonnello Von Stauffenberg unico artefice dell’attentanto a Hitler il 20 luglio del 1944 nella Tana del Lupo, il quartier generale di Rastenburg nella Prussia Orientale vicino al confine sovietico, sono egregiamente e minuziosamente ricostruiti dal regista Bryan Singer.
Purtroppo la non riuscita di questa cospirazione è nota a tutti, ma nonostante tutto durante la proiezione di questo lungometraggio sembra sia possibile ricostruire la storia e deciderne diversamente l’epilogo. Le due ore di proiezione non risultano per nulla noiose: i dialoghi catturano l’attenzione, i fatti fanno riflettere ed emozionare, i momenti salienti dell’attentato sottolineati da una colonna sonora adatta e coinvolgente scritta da John Ottman, traboccano di suspence, scene con poca azione ma molta tensione. L’interpretazione superba di Tom Cruiser sostenuta e affiancata da altrettanti validi ed autentici professionisti come Kenneth Branagh (Henning von Treskow) e Tom Wilkinson (Friedrich Fromm) è degna di ammirazione. Una volta tanto vediamo Tom Cruiser in un ruolo dove si recita davvero, dove sono i gesti, gli sguardi, l’inevitabile agitazione nascosta da un’imperturbabile freddezza nei momenti più delicati a promuoverlo a vero “attore”; non esistono qui, infatti, le classiche scene d’azione cariche di effetti speciali in cui siamo abituati a vederlo e che avrebbero sminuito il tutto e distolto lo spettatore da quello che veramente il film vuole rappresentare: una straordinaria ricostruzione dei fatti di una storia vera a testimonianza che nella Germania della Seconda Guerra Mondiale non tutti i tedeschi erano seguaci fedeli al Furher. Svariati furono gli attentati miseramente falliti contro Hitler, questo fu quello più eclatante.
Un plauso particolare alla costumista Joanna Johnston in un film dove le divise sono, oserei dire, le protagoniste principali ed assolute presenti in ogni scena, altamente carismatiche ed affascinanti. Un buon film da non perdere, di quelli che non si vedevano da molto tempo sul grande schermo e che ha fatto conoscere ed ha eletto Claus Von Stauffenberg un autentico eroe che il mondo non dimenticherà facilmente.
Un voto finale in pagella : OTTO e mezzo.

Louise-Elle

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Di kiriku (del 16/02/2009 @ 05:00:00, in Musica, linkato 892 volte)
Artista
Ascanio Celestini
Titolo
Parole Sante
Anno
2007
Label
Radiofandango/ Edel

Il mondo della canzone è talmente standardizzato nella forma e nei contenuti mediocri che quando ci si trova davanti a qualcosa che stravolge le regole non ci si crede subito, dallo stupore ci si stropiccia occhi e orecchie per vedere e sentire meglio. Ascanio Celestini per quei pochi che non lo conoscono è un autore, attore e scrittore attivo ormai da anni, che ha fatto della qualità il suo marchio di fabbrica. Con "Parole Sante" esordisce nel mondo della musica e lo fa con un lavoro che si colloca senza ombra di dubbio nel miglior cantautorato italiano, ispirandosi coscientemente o forse incoscientemente a Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè, senza però venir meno ad uno stile del tutto personale. La sua forma espressiva è apparentemente semplice è capace di esplorare gli avvenimenti della nostra quotidianità e l’emotività umana in modo intelligentemente ironico,tagliente ed acuto: “…Per esempio io c'ho un figlio, si chiama Robertino Casoria, è il peggiore della classe. Mi ha detto "papà cosa sono i terroristi?" Io gli ho voluto dire la verità, gli ho detto: "Ti ricordi quando eri bambino? A Natale ti ho detto che sarebbe arrivato Babbo Natale. Tu eri un bambino intelligente o non ci hai creduto. Ma poi la notte io sono andato a mettere i regali sotto l'albero e la mattina appresso quando li hai visti hai incominciato a credere che li aveva portati Babbo Natale. Hai pensato che se c'è il regalo significava che c'è anche il barbone che lo porta con le slitte, con le renne. E invece ero sempre io. E i terroristi sono la stessa cosa. Qualcuno ti dice che ci sono i terroristi e tu non ci credi. Poi scoppia 'na bomba, crollano un paio di grattacieli e tutti pensano che se c'è l'attentato significa che ci stanno anche i terroristi che l'hanno fatto... ma è tutta una bugia, è sempre papà che zitto zitto di notte fa scoppiare le bombe e poi da' la colpa ai terroristi" . …”  In totale sono quindici tracce, quindici fotografie di una società inetta che ha paura di tutto quello che è diverso, un popolo che ha dimenticato le proprie origini e che fonda le proprie sicurezze sulla realtà distorta prodotta dalle televisioni che popolano i nostri salotti e che contribuiscono a formare una coscienza e una cultura collettiva che non lascia spazio alle voci fuori dal coro, alla pecora nera che esce dal gregge o a chiunque si riappropria dei propri neuroni e decide di usarli. Ascanio Celestini ha usato cuore, pancia e cervello mescolati in un neorealismo dal profumo popolare e dal sapore documentaristico, sentimenti e situazioni che ci arrivano grazie all’arte della parola di cui l’artista romano ne è padrone. Da avere assolutamente!

Kiriku

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Di Namor (del 12/02/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1557 volte)
Titolo originale
Appaloosa
Produzione
USA 2008
Regia
Ed Harris
Interpreti
Viggo Mortensen, Renée Zellweger, Jeremy Irons, Ed Harris, Lance Henriksen
Durata
116 Minuti
Trailer

L’omicidio dello sceriffo e dei suoi due collaboratori da parte dello spietato e potente ranchero Randal Brag (Jeremy Irons), mette in apprensione il comitato della cittadina di Appaloosa. Per ovviare a questo continuo spadroneggiare in città da parte degli uomini di Randal, vengono assoldati con l’incarico di far osservare la legge nella piccola cittadina mineraria, due autentici pistoleri pacificatori, Virgin Cole (Ed Harris) ed il suo compagno Everett Hitch (Viggo Mortensen). Mentre i due cercano di imporre la loro autorità e far rispettare la legge, in città arriva Allison French (Renèe Zellweger) una giovane vedova con una forte attitudine verso il maschio dominante. La sua comparsa non porterà niente di buono, anzi sarà una nuova minaccia da affrontare per i due partner, poiché dopo aver ammaliato e sedotto lo sceriffo Cole, l’affascinante Allison farà di tutto per mettere a dura prova il rapporto di amicizia e lealtà tra Cole e il suo vice Hitch.
Scritto, prodotto, diretto e interpretato da Ed Harris, “Appaloosa” si rivela un buon Western dai toni marcatamente virili, ove la lealtà ed il rispetto verso l’amicizia hanno ancora un valore incomparabile.
Ad Harris, l’idea del progetto Appaloosa venne nel 2005, quando portò con se l’omonimo romanzo di Robert B. Parker, durante un viaggio a cavallo con la sua famiglia.
Una volta adattato il copione per la versione cinematografica, Harris al momento di scegliere il cast aveva immediatamente pensato a Viggo Mortensen, come co-protagonista del film, e posso dirvi che tale scelta si è rivelata più che azzeccata, Mortensen in questo film è veramente strepitoso, la sua performance unita a quella di Harris, fa passare in secondo piano le prove del malvagio Irons e della smaliziata Zellweger.
Il riscontro al botteghino non è stato dei migliori e di questo me ne rammarico, poiché la pellicola meritava maggior considerazione da parte di tutti, e quando dico tutti, mi riferisco anche e soprattutto alle categorie degli esercenti, che hanno snobbato e limitato la sua uscita nelle sale, influenzandone pesantemente i suoi meritati introiti.
Chi come me lo avrà visto, difficilmente può far a meno di consigliarlo, quindi se è ancora in programmazione nelle vostre sale, andate a vederlo tranquillamente, i vostri soldi una volta tanto al cinema saranno ben spesi!

Namor

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Di slovo (del 09/02/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 1561 volte)
Artista
Guns N'Roses
Titolo
Chinese Democracy
Anno
2008
Label
Geffen

Ero tra quelli convinti che “chinese democracy”, inteso come progetto volto alla realizzazione di un disco, esistesse solo nel delirio di Axl Rose e che lì sarebbe rimasto per sempre. Ammetto anche di essere stato estremamente curioso di ascoltarlo – sebbene le sporadiche anticipazioni emerse negli ultimi anni non mi avessero mai impressionato particolarmente.
Vorrei esprimere un parere ragionato senza indugiare su tutto ciò che ha accompagnato una gestazione insolitamente lunga poiché in teoria è un approccio sbagliato. Ma è possibile giudicare questo disco schermandolo dalla sua storia, solo ed unicamente per come si presenta oggi? Probabilmente no: come un albero longevo, la sua storia è inscritta tra i cerchi del suo tronco.
Accanimento ergo sovrapproduzione. Dopo 15 anni di lavorazione sembra di scrivere una colossale ovvietà. Ho provato ad immaginare Axl durante le innumerevoli scritture, correzioni e riscritture di quei brani nell’ossessiva ricerca della perfezione: molti maestri potrebbero insegnare di grandi canzoni scritte nell’arco di una notte ispirata (o perfino meno) ed è impossibile non notare le stratificazioni, le tracce sonore lasciate da ogni ripetuta revisione. Il dubbio che il ‘di più’ non è sempre sinonimo di ‘meglio’ non deve aver colto il signor Rose e a forza di aggiungere intro, outro, assoli e contro assoli, orchestrazioni e vocalizzi le canzoni hanno guadagnato solo in attrito perdendo via via quella scioltezza fondamentale alla musica pop-rock.
Eppure “chinese democracy” non può dirsi un totale fiasco: è infatti innegabile che, talvolta offuscate da una forma esasperata, ci si trovi di fronte a buone idee musicali, forse non eleggibili a capolavori, ma nel complesso pregevoli. Un disco orientato sul maestoso sinfonismo delle rock ballad epiche (“Street of Dreams”, “Catcher in the Rye”, “Madagascar”) e su brani hard-rock molto energici (“Chinese Democracy”, “Riad n’ the bedouins”, “I.R.S.”). Dubito che potrà soddisfare i fan della prima ora ma chi venne convinto dalla ricetta di “Use Your Illusion” (1991) non faticherà ad apprezzare anche questo.
Volendo tornare al confronto con la sua storia, questa volta con quella futura, possiamo vedere in “chinese democracy” un accettabile punto di partenza per un ipotetico nuovo corso della band – decisamente meno esaltante se si rivelerà un epilogo.

slovo

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Di Namor (del 05/02/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2737 volte)
Titolo originale
Kill Swtich
Produzione
USA 2008
Regia
Jeff King
Interpreti
Steven Seagal, Holly Dignard, Karyn Michelle Baltzer, Philip Granger, Jerry Rector.
Durata
96 Minuti
Trailer

Il detective Jacob (Steven Seagal), è sulle tracce di due pericolosi serial killer dal modus operandi completamente diverso tra loro, l’unica cosa che accomuna questi due assassini psicopatici, é la vittima designata, trattasi sempre di giovani e belle ragazze. Tra le prescelte figurerà anche la donna di Jacob, il quale, in seguito allo sgarbo subito, non tarderà ad ottenere la sua giusta vendetta.
Trattandosi del 32° film di Steven Seagal, trovo che sia inutile dilungarmi sulla trama, tanto le sue pellicole hanno sempre la stessa tematica, scovare i cattivi di turno e consegnarli alla giustizia… questo però, avviene solo nel caso in cui sopravvivano alle sue mortali tecniche di Aikido!
Dopo aver visto “Killing Point”, posso affermare che il buon Seagal è decisamente arrivato alla frutta!
Che le qualità artistiche dei suoi film non siano un gran che, si sapeva già da tempo, ma per produrre una chiavica del genere occorre davvero coraggio, io mi domando e dico, ma come riesce a trovare ancora gente che gli finanzi film (se così li vogliamo chiamare), del genere?
L’unica cosa interessante dei suoi titoli, erano le tecniche di Aikido che metteva in atto negli scontri con i malviventi, se togliamo questa sua unica peculiarità, non rimane nient’altro per cui valga la pena vedere un suo film.
Questa mia affermazione deriva dal fatto che in questa pellicola l’esecuzione delle sue tecniche vengono ripetute all’infinito, è da più angolazioni, ciò per far credere allo spettatore che si è appena concluso un estenuante corpo a corpo tra i due sfidanti. Invece questo penoso espediente, serve solo a mascherare un accelerato ed inesorabile declino fisico dell’attore. Chi avrà modo e coraggio di guardare questo film, noterà che Seagal, nelle scene di combattimento (che sono veramente ridicole) ha fatto anche un largo uso di controfigura, nelle riprese di spalle difatti non é lui, ma il suo attore sostituto e di queste scene ce ne sono davvero tante, credetemi.
Allora dico io, per stare lì a rantolare, non sarebbe il caso di chiudere con la carriera di attore e fare altro, evitando di sopprimere quel poco di buono che ha fatto da interprete?
Evidentemente deve avere ancora un gran numero di spettatori, altrimenti non si spiegherebbe tutto ciò!

Namor

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Di Darth (del 02/02/2009 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 2621 volte)
Titolo originale
Stargate SG-1
Produzione
USA 1997/2007
Episodi / Durata
214 / 41 minuti ca.

Stargate SG-1 è il telefilm di fantascienza più longevo dopo l’ineguagliabile Star Trek.
Terminato l’anno appena trascorso, dopo la bellezza di 10 serie (214 episodi) e 2 lungometraggi conclusivi, SG-1 nasce dalla sceneggiatura del film “Stargate” del 1994 e debutta negli USA con l’episodio pilota ne 1997.
Nel film, la trama inizia con il ritrovamento in uno scavo egizio di un anello di pietra gigante con geroglifici tutto intorno. Messo in funzione dal geniale archeologo/linguista Daniel Jackson, lo stargate conduce istantaneamente la squadra capitanata dal colonnello Jack O’Neill sul pianeta Abydos, dove affronterà e sconfiggerà Ra (il dio del sole egizio; che altri non è che un Goa’uld: un alieno che impersona una divinità grazie alla propria superiorità tecnologica allo scopo di schiavizzare gli abitanti del pianeta), liberando il popolo dall’oppressione del falso Dio.
Il telefilm riprende esattamente dove si conclude il lungometraggio, cambiando solo gli attori e mantenendo i personaggi. Il dott. Jackson scopre che lo stargate non conduce solo ad Abydos ma, cambiando la sequenza dei geroglifici, può condurre in altre centinaia di pianeti; contestualmente arriva il nuovo nemico: Apophis, un altro Goa’uld che, questa volta, intende schiavizzare la terra. Vista la minaccia, gli USA decidono di creare il “Programma Stargate” in una base segreta situata sotto il Cheyenne Mountain (che spesso interagirà con la famosa base posta nell’ Area 51), dove squadre di soldati e/o esperti vanno ad esplorare l’infinità di nuovi mondi raggiungibili, con lo scopo finale di accaparrarsi della tecnologia in grado di difendere la terra da un probabile attacco alieno. Le squadre SG, vengono identificate da un numero, e la più importante nonché protagonista del tutto, è ovviamente la SG-1 composta da il colonnello Jack O’Neill, il tenente Samantha Carter (esperta di astrofisica), il dott. Daniel Jackson e, Teal’c: un jaffa “primo guerriero” di Apophis che già nell’episodio pilota salva i componenti della SG-1 e si unisce a loro per liberare i jaffa da un’esistenza di schiavitù dei Goa’uld.
Su queste premesse, l’evoluzione della storia è spesso geniale; c’è da dire però che l’idea di uno Stargate che ti trasporta istantaneamente su pianeti distanti migliaia di anni luce, apre a possibilità di trame praticamente infinite.
Nelle prime serie la trama si svolge tutt’attorno alle esplorazioni dei nuovi mondi e alla conoscenza di nuovi popoli, alcuni infinitamente più avanzati della terra, altri ancora fermi al medioevo. Tra i più importanti vi sono certamente i Tok’ra (identici ai Goa’uld ma "buoni" e in via d’estinzione) e gli Asgard (il classico alieno grigio tipo “Roswell”), questi ultimi di tecnologia molto avanzata ma impossibilitati ad aiutare i terrestri poiché in guerra contro i Replicatori: degli alieni-macchina tipo insetti che si riproducono all’infinito cannibalizzando e governando astronavi e pianeti Asgard. Saranno invece proprio i membri dell’SG-1 ad aiutare Thor e compagni (gli Asgard) a sconfiggere i replicatori. La sesta serie si distingue per l’assenza di Daniel Jackson, investito da radiazioni mortali, viene fatto ascendere ad un livello superiore di esistenza da Oma Desala, un antico, la razza creatrice degli Stargate. Al suo posto, un altro extraterrestre, il kelowniano Jonas Quinn… ma è stata una scelta infelice, dopo soli due episodi aveva le stesse capacità comunicative e traduttive del predecessore… veramente assurdo. Dalla settima, fortunatamente, il kelowniano torna al suo paese e ritorna Jackson: nuovamente in forma umana e senza ricordi del suo passato da asceso… pronto per riprendere la battaglia contro i signori del sistema comandati ora da Anubis, nonché il ritorno dei replicatori.
Diciamo che lo Stargate “originario” termina con l’ottava stagione, dove vengono sconfitti quasi definitivamente i Goa’uld (sopravvive solo Ba'al, ma senza eserciti jaffa al seguito) e i replicatori. La nona e la decima hanno alcune novità: la più importante è l’assenza del colonnello (poi generale) O’Neill, sostituito dal colonnello Cameron Mitchell (un po’ giovane per essere colonnello, ma sicuramente un cambio più azzeccato di quello precedente, anche perché le doti di comando di un colonnello sono più “sostituibili” di studi decennali di storia antica e lingue morte); poi l’arrivo in di un nuovo elemento, Vala Mal Doran, una “ladra spaziale” molto simpatica ed esuberante, ed infine i nuovi nemici: gli Ori (si pronuncia orai), degli esseri ascesi che aumentano esponenzialmente il loro potere in base alla quantità di persone che li venera come dei. A tale scopo gli Ori, padroni di conoscenze ataviche, tramutano delle persone in priori (dei sacerdoti dotati di poteri telecinetici) con lo scopo di convertire ogni pianeta al “libro delle origini” (una specie di bibbia Ori). Ovviamente, i popoli che non accettano di seguire il sentiero degli Ori, vengono sterminati in questa "crociata spaziale". Per combattere contro un’avversario così potente, la SG-1 dovrà avvalersi delle conoscenze degli antichi e qui saltano fuori personaggi come Mago Merlino e la fata Morgana e, per gli sceneggiatori di Stargate, il Santo Graal altro non era che un’arma per distruggere gli esseri ascesi. Come avrete intuito, le ultime due serie sono da evitare accuratamente!
Al termine della decima stagione, troppe cose sono ancora in sospeso, così escono i due lungometraggi conclusivi: “L’arca della verità” dove vengono definitivamente sconfitti tutti i seguaci degli Ori, e “Continuum” dove l’ultimo clone di Ba’al prova a cambiare la storia impedendo il ritrovamento dello Stargate sulla terra nel 1939.
Una serie di enorme successo (soprattutto negli USA) tale da creare un filone alternativo, chiamato “Stargate Atlantis”, terminato anch’esso nel 2008 con la quinta stagione… ma questa è un’altra storia.

Darth

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Di Namor (del 29/01/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1041 volte)
Titolo originale
Journey to the Center of the Earth
Produzione
USA 2008
Regia
Eric Brevig
Interpreti
Brendan Fraser, Josh Hutcherson, Anita Briem, Seth Meyers, Jean Michel Paré.
Durata
92 Minuti
Trailer

Il professor Trevor Anderson (Brendan Fraser) dopo aver rivelato il funzionamento di una sonda termica da lui installata tempo addietro in Islanda, parte insieme al nipote Sean (Josh Hutcherson) per recuperarne i preziosissimi dati. Una volta arrivati a destinazione ed avere fatto la conoscenza della guida locale Hannah (Anita Briem), i tre partiranno alla volta della montagna dove è collocata la sonda. Mentre l’operazione recupero si svolge, il gruppo viene sorpreso da un’inaspettato e violento temporale con tanto di pericolosi fulmini che si scagliano verso il suolo. Per non soccombere alla improvvisa furia degli elementi, la comitiva troverà riparo in una grotta, ma quello che in apparenza doveva essere un rifugio sicuro per i tre, ben presto si rivelerà una trappola da cui uscirne al più presto. Sarà proprio la ricerca di una via d’uscita, che porterà gli increduli viaggiatori a scoprire un altro meraviglioso mondo, situato al centro della terra!
Viaggio al centro della Terra 3D”, è ispirato dal famoso ed omonimo romanzo del grande scrittore di fantascienza moderna Jules Verne.
Dopo una settimana di titubanze e spinto dal desiderio di vedere i nuovi progressi del 3D, ho preso coraggio e sono andato a vederlo.
La prima cosa che ho notato è stata la differenza di prezzo, 9 euro contro i soliti 7 …
Seconda cosa, gli occhiali per vedere il film in 3D ovviamente non sono più fatti di carta come quelli usati parecchi anni fa, adesso hanno una grossa montatura in plastica ed un peso abbastanza notevole.
Comunque a conti fatti non c’é paragone col vecchio sistema 3D, questo è sicuramente di gran lunga superiore al precedente apparato, trovo che sia molto più coinvolgente e credibile. Nel vecchio 3D, le scene tridimensionali erano sporadiche e abbastanza scarne per suscitare le giuste e dovute emozioni, mentre il nuovo 3D è molto più frequente e spettacolarizzato. Ad ogni modo c’é ancora da lavorare per perfezionarlo, non basta vincere il confronto con il precedente sistema, si sapeva che era una sfida vinta e poi ci mancherebbe che non fosse così, dopo tutti questi anni e la nuova tecnologia, fare di meglio era il minimo!
Ritornando al film in questione, la trama è abbastanza ordinaria, un giusto pretesto per valorizzare il nuovo 3D, quindi se avete intenzione di vedere questo titolo, vi consiglio di farlo al cinema e non in dvd, poiché senza l’uso del 3D, viene a mancare la sua caratteristica principale, il divertimento!

Namor

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Di Andy (del 26/01/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 1252 volte)
Artista
AC-DC
Titolo
Black Ice
Anno
2008
Label
Columbia Records

Gli AC DC mancavano da otto anni dal mercato discografico e praticamente dalla scena musicale, salvo qualche rara apparizione dei fratelli Young in qualche trasmissione musicale. Ben quattro anni fa annunciarono l’imminente uscita di un nuovo disco in studio e, insomma, pare che se la siano presa comoda, anche perché credo che quasi tutti sappiano che il loro leggendario Back in black è stato uno degli album più venduti al mondo, parlando di rock-band, e quindi ne hanno di che stare tranquilli. Questo famosissimo gruppo australiano di origini britanniche, ha continuato incessantemente a registrare sold-out ai propri concerti, senza nessun bisogno di incidere nuovi dischi da promuovere, però credo che sia necessario, per una band, rivitalizzarsi entrando in sala di registrazione per comporre nuove canzoni e questo Black ice, uscito lo scorso autunno ne è la prova. Premettendo che sono fin dai tempi di Let there be rock un buon fan degli AC DC, dico che in questo lavoro, va tutto bene, suoni, registrazione, voce, discreta energia, anche i pezzi, non tutti, non sono male, però a me qualcosa non torna, ci rifletto bene ed ecco cosa manca: dove sono gli assoli di uno dei più grandi chitarristi hard-rock viventi e non, sulla scena mondiale? Ascolti il brano, fatto bene coi riff soliti (un po’ troppo soliti, forse), ma va bene, sono gli AC DC, non gli Yes, ma quando arriva il momento che basso, batteria e chitarra ritmica fanno il classico slargo controtempato con il crescendo sull’accordo di Malcom Young per lanciare la svisa , Angus fa tre note , sì , col suo spettacolare bending vibrato , però Brian Johnson non smette di cantare e il pezzo va via troppo piatto.
Premesso questo va detto che invece il cantante mi sembra, almeno in studio, in ottima forma e trovo la sua voce di solito molto stridula, più modulata e colorata: in parecchi brani va bassa e profonda come non era mai successo e trovo che questa sia la vera novità, nell’insieme. Non fraintendetemi, Black ice è un buon album, assolutamente superiore a quello precedente e anche a tanti altri tra quelli che segnano la loro trentennale carriera; c’è la giusta miscela tra l’hard e il blues come solo loro sanno fare e non manca dei soliti tre o quattro hit che lo faranno decollare, tra cui vedo già Wheels, che rimarca parecchio certe vecchie conoscenze come Given the dog a bone e che farà saltare stadi interi, oppure lo stesso singolo già uscito, Rock’n roll train: riff accattivante e martellante e tanto di ritornello con coro da stadio già pronto e con un primo assaggio del fraseggio unico di Angus , la classica entrata strisciata , acida e graffiante , un bending spaccacorde e un vibrato degno di B.B. King, con la batteria di Phil Rudd che è semplicemente potenza allo stato puro, il basso di Cliff Williams sembra un motore e quella di Malcom è la chitarra ritmica che ogni gruppo sognerebbe di avere; la gran voce solida e graffiante di Brian Johnson completa l’opera ottimamente. Molto bella War machine, dove riecheggia molto la potenza dell’hard blues sporco di Let there be rock e il suono generale è proprio quello lì, e la stessa title-track Black ice, contiene un riff veramente mitico e che riporta i nostri “ragazzi” ai vecchi fasti. Stesso discorso per Big Jack, mid-rock tirato divertente da ascoltare e sicuramente anche da suonare; probabilmente sarà il pezzo portabandiera per i prossimi tour mondiali. Smash n grab sembra un inedito recuperato da Back in black o Blow up your video, e qui sì che c’è un grande assolo, il migliore del disco, Gibson SG Diavoletto, reverbero lontano alla Page e mano da paura, da brividi.
Beh, insomma, alla fine posso dire che non è niente male nell’insieme, suonato con sana e sincera energia, gli intrecci delle chitarre sono praticamente perfetti, il drumming di Rudd non ha rivali nel contesto e il suono del basso di Cliff Williams è molto più nitido e portante del solito. Che altro dire degli AC DC , imitati ma inimitabili, un muro di suono potente ma rotondo, testi scanzonati e inneggianti a nottate di donne e localacci fumosi, e soprattutto, ancora divertenti da ascoltare..un po più di assoli però…buon ascolto!

Andy

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Di Namor (del 22/01/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1680 volte)
Titolo originale
Babylon A.D.
Produzione
USA - Francia 2008
Regia
Mathieu Kassovitz
Interpreti
Vin Diesel, Melanie Thierry, Michelle Yeoh, Lambert Wilson, Mark Strong.
Durata
90 Minuti
Trailer

Aurora (Mélanie Thierry) ha trascorso i suoi 18 anni chiusa in un monastero in Mongolia, dotata inspiegabilmente di alcuni straordinari poteri, la ragazza dovrà intraprendere un lungo e pericoloso viaggio di sei giorni, con destinazione New York. Per scortare la giovane donna, viene ingaggiato il migliore dei mercenari sulla piazza, l’ex soldato Toorop (Vin Diesel). Immediatamente si capisce che il suo non sarà un compito facile, poiché gli ostacoli da superare durante il viaggio saranno predisposti da due opposte fazioni, entrambe con lo stesso obbiettivo quello di catturare Aurora prima che arrivi a destinazione. Da una parte vi sarà il padre della ragazza e dall’altra la Sacerdotessa, leader di una potente setta che governa gli Stati Uniti. Le motivazioni che spingono i due ad ostacolarsi per avere la ragazza, saranno rivelate durante il tragitto verso la meta finale, all’arrivo della quale sarà Toorop che dovrà faticosamente decidere a chi consegnare la ragazza e dalla sua scelta dipenderà anche il futuro del pianeta!
Se “Babylon A.D.”, doveva essere il rilancio di Vin Diesel, considerando l’action movie come l’unico genere che gli è più congeniale, ha sbagliato nuovamente la scelta, come del resto tutta la sua ultima filmografia. Se togliamo “Pitch Black” e “Fast and Furius”, faccio veramente fatica a trovare un titolo che mi ricordi una performance degna di essere rammentata.
Tenendo conto che già come attore non è che abbia delle gran qualità recitative, se poi canna anche i film, la cosa non procura gran benefici alla sua carriera. Diesel, è apprezzato solo ed esclusivamente per la sua fisicità, quindi é un bene che si dedichi al genere d’azione, ma sarebbe meglio che le sue scelte fossero più ponderate, è quella di interpretare questo film, non lo è stata affatto. Nonostante la pellicola sia stata ben accolta al botteghino italiano, la critica giustamente l'ha bocciata senza remore, affibbiandogli una sola stellina come voto.
Non vi nascondo che inizialmente sono rimasto un po’ stupito dal voto della critica, essendo presente Kassovitz come regista ed un cast formato da attori dal calibro di Diesel, Rampling, Depardieu e la Yeoh, faticavo a credere che fosse così scadente, ed invece una volta visto, deve dire che più due stelle a questo titolo, non si possono proprio dare.
Non ci credete? Provate a vederlo e poi mi direte!

Namor

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