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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Andy (del 03/12/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1367 volte)
Artista
David Gilmour
Titolo
Live in Gdansk
Anno
2008
Label
EMI

Questo Live at Gandsk di David Gilmour, disponibile in versione doppio cd più doppio dvd, ha un sapore particolare per vari motivi. Il più importante probabilmente è che il 26 agosto del 2006 ricorreva in Polonia il ventiseiesimo anniversario della liberazione di Danzica, Gdansk appunto, dal regime comunista di Jaruzelski. Una celebrazione obbligata per ricordare le vittime di quelle lotte sindacali, capitanate da Solidarnosc, che partirono proprio dai cantieri navali in cui è stato allestito questo concerto. Chi di voi comprerà la versione corredata di DVD, troverà negli extra le riprese dell’incontro di Gilmour con Lech Walesa e varie “spiate” dietro le quinte. Altro motivo era la possibilità dell’ex Floyd di suonare per la prima volta in Polonia e non ultimo, il piacere personale di eseguire le sue composizioni con l’ausilio della Baltic Philarmonic Orchestra, diretta da Zbigniew Preisner, che aveva già curato gli arrangiamenti orchestrali di On an island, ultimo disco in studio di Gilmour e di cui troviamo parecchie canzoni , vicino ai gloriosi brani più antichi della band britannica.
Il primo cd si apre con i classici obbligati come Speak to me, Breathe, Time eseguiti come sempre impeccabilmente dal nuovo gruppo di David guidato dai fedeli Phil Manzanera, chitarrista che molti ricorderanno nei Roxy Music di Brian Ferry e che qui e è anche co-produttore e arrangiatore e soprattutto dal grande Richard Wright, mitico tastierista e amico di Gilmour fin dai primi Pink Floyd, scomparso quest’anno a causa di un male incurabile; un pezzo di storia musicale che se n’è andato in silenzio così come ha vissuto. Questa è la sua ultima apparizione in video ed è come al solito fondamentale per sound e parti vocali.
Nel secondo disco però, secondo me, ci aspetta il meglio. A great day for freedom, quanto mai adatta per l’occasione, gli arrangiamenti dolci, armonici e discreti dell’orchestra e con un solo finale di David che si dimostra un maestro di feeling, se ce n’era bisogno, una cascata di note lunghe, calde e tirate come solo lui sa fare. Poi la stupenda High Hopes, una suite di dieci minuti struggente, perfetta nell’esecuzione di ogni musicista, quella campana inquietante che sembra scandire il tempo che passa incessantemente. Più terrena la bellissima Confortable numb, celebre ballata da The Wall, anche qui suonata con una verve particolare da Gilmour e soci; poi Shine on your crazy diamonds, che qui è presentata in un inusuale versione chitarra-voce e qualche piccola variazione rispetto alle solite esecuzioni e di cui non resta che dire che Gilmour è Gilmour. Il non plus-ultra però si raggiunge con la favolosa Echoes, che molti ricorderanno in Live at Pompei, quelle note di piano di Richard con quel suono “cosmico” che ti trasportano nello spazio infinito, intrecciate con la Stratocaster blues caldissima di David, che in questo pezzo prima sussurra e poi grida come non mai, ma qui è tutto da brividi, i botta e risposta tra l’organo graffiante e caldo di Wright e le incursioni acide di Gilmour, un capolavoro senza età in cui il tempo sembra non essere passato per i due amici e musicisti; cinquantamila persone che ascoltano in religioso silenzio quasi mezz’ora di musica superba.
Che altro dire? Un super concerto, eseguito in una grande occasione e in un bellissimo scenario, sei mega –schermi montati, anzi, appesi sopra il palco, su cui seguire individualmente ogni musicista presente sul palco, l’apporto di un’ottima orchestra, discreta e non invadente e nessun effetto sofisticato a parte un ottimo impianto luci, per cui è consigliabile l’acquisto della versione cd+dvd per godersi in pieno quasi tre ore di ottima musica e vedere all’opera, oltre che Gilmour, un grande tastierista e compositore come Rick Wright che se n’è andato troppo presto..Buon ascolto..e visione!

Andy

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Di nilcoxp (del 01/12/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1339 volte)
Titolo originale
Persepolis
Produzione
Francia, USA 2007
Regia
Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud
Interpreti
 
Durata
95 minuti
Trailer

Ci sono momenti in cui ci si sente soffocare, situazioni che vi opprimono, vi angosciano. Attimi in cui vorreste urlare a squarciagola la vostra sofferenza. Luoghi dove non vorreste essere, vite diverse dalla vostra che vorreste vivere. Poi il momento passa, le condizioni si modificano o perlomeno scorrono e si continua la propria esistenza. Pensate se invece il periodo non passasse, se l’intera vostra esistenza o la sua prospettiva futura non prevedesse nessun cambiamento, nessun miglioramento, anzi al limite un peggioramento. Cosa fareste? Con questa comprensione, della sua sofferenza, del suo stato di impotenza, della sua gioventù rovinata, che ho capito (o almeno credo) il messaggio di questo film. La protagonista Marjane che noi seguiamo dall’età di otto anni all’adolescenza e alla maturità, vive una realtà dura, senza vie di scampo. Il suo percorso è umano prim’ancora che storico: la Rivoluzione a Teheran, la caduta dello Scià, l’instaurazione della Repubblica islamica e il periodo dei “pasdaran”; la guerra contro l’Iraq e la repressione interna sempre maggiore. Una prima trasferta a Vienna per studi, esperienze e fallimenti nuovi, e la conoscenza della solitudine e della diversità. Un rientro a casa, nuovi problemi di integrazione, e forse l’unica strada possibile, l’ennesima trasferta all’estero. Ma quanto dolore c’è nell’abbandonare la propria famiglia? La propria casa? I propri affetti? Apprezzabile l’immagine della famiglia della protagonista, moderna e anticonformista, ben fuori dagli stereotipi che troppo spesso si hanno su un popolo e sulle sue tradizioni. Su tutti ho trovato stupenda la figura della nonna, mi auguro esista (o sia esistita) veramente. Lungometraggio da vedere e da far vedere per la rara bellezza con cui il regista e la scrittrice sono riusciti a condensare i quattro volumi di fumetti. Termino con una frase che Marjane dice durante la narrazione della propria giovinezza: “…cercavamo talmente la felicità che finimmo per dimenticare che non eravamo liberi…”.

nilcoxp, the rust!

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Di Namor (del 28/11/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1104 volte)
Titolo originale
Ils
Produzione
Francia 2006
Regia
David Moreau, Xavier Palud.
Interpreti
Olivia Bonamy, Michaël Cohen
Durata
78 Minuti
Trailer

La misteriosa sparizione di una madre con la figlia dopo un incidente d’auto, è il prologo di quello che attende una giovane coppia, che abita in una enorme ed isolata casa della periferia di Bucarest. Rimasti al buio Lucas (Michaël Cohen) e Clementine (Olivia Bonamy), si accorgono di essere spiati, strane luci in movimento proiettate da fugaci e minacciose ombre, prendono possesso della loro casa, quello che doveva essere un posto sicuro, il luogo in cui vivono, si tramuta in una pericolosa ed insidiosa trappola da cui uscirne vivi.
Them” diretto dai registi David Moreau e Xavier Palud, prende ispirazione da un fatto di cronaca realmente accaduto in Romania nel 2002. In patria è stato il caso cinematografico dell’anno, seppur privo di effetti speciali e truculente scene splatter, la pellicola, che si può definire un Thriller- Horror, entra di pieno diritto nei titoli da visionare e consigliare.
Era da tempo che non provavo angoscia e tensione per le vicissitudini dei protagonisti di una pellicola, finalmente grazie ad un perfetto amalgama di inquietudine e paura creato dai due registi, sono riuscito a riprovare una sensazione che ormai non credevo si potesse verificare, visti gli ultimi film del genere.
Evidentemente non tutti sono capaci a creare una situazione simile, e considerato il risultato ottenuto tenendo anche conto dei pochi mezzi a disposizione, bisogna davvero fare i complimenti agli autori di questo film.

Namor

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Di Darth (del 26/11/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2171 volte)
Titolo originale
Tropa de Elite
Produzione
Brasile, 2007
Regia
José Padilha
Interpreti
Wagner Moura, Caio Junqueira, André Ramiro, Milhem Cortaz, Fernanda Machado, Fábio Lago, Luiz Gonzaga de Almeida, Fernanda de Freitas, Bruno Delia, Marcelo Escorel
Durata
115 minuti
Trailer

Dopo un periodo oscuro, dove ho visto solo o film già recensiti od opere che non meritano neppure di essere citate, finalmente ho visto un dvd su cui merita spendere due parole.
Tropa de Elite – Gli squadroni della morte”, è un film brasiliano, vincitore dell’orso d’oro a Berlino, che racconta del BOPE: il reparto militare della polizia di Rio de Janeiro, istituito per far fronte allo strapotere dei narcotrafficanti nelle favelas. Inizialmente pensato come un documentario sul famoso/famigerato reparto di polizia, “Tropa de Elite” è ispirato dall’omonimo romanzo scritto in collaborazione con due esponenti del BOPE stesso, e, in particolar modo, concentra la narrazione nel periodo dell’imminente visita del Papa Giovanni Paolo II alla megalopoli brasiliana. Infatti, il desiderio del papa di alloggiare nel vescovato vicino ad una delle favelas più pericolose, ha obbligato i componenti del BOPE a continui raid con lo scopo di limitare il più possibile la criminalità nell’area d’interesse.
Il film però, non idolatra minimamente i componenti del BOPE (come accaduto in tante opere analoghe che narrano le imprese dei marines americani), ma, oltre ai pregi del gruppo, mostra la fragilità degli uomini che lo compongono (nonostante che, per entrarvi, i volontari debbano passare delle selezioni disumane), la possibilità che vengano corrotti (come lo sono la maggior parte dei poliziotti ‘normali’), e i problemi psicologici a cui vanno facilmente incontro.
Il regista José Padilha, approfitta della pellicola anche per puntare il dito sul sistema: la polizia corrotta ad ogni livello ha creato un organo malato, dove per avere la protezione degli agenti i commercianti devono pagare il pizzo, con la città divisa in zone (come bande criminali che si spartiscono la città), e perfino i poliziotti stessi, per avere ciò di cui hanno diritto (come le ferie), devono pagare i propri superiori.
Oltre a tutto questo, il regista ha cercato di sensibilizzare soprattutto i consumatori abituali di droghe, additandoli in tutta l’opera come gli unici responsabili del potere che hanno i narcotrafficanti nella loro città, ridicolizzando gli impegni sociali dei “ricchi figli di papà” che cercano di migliorare Rio mentre fumano canne acquistate dagli spacciatori del luogo.
Film eccellente, realizzato quasi interamente con telecamera a spalle, con ottimi attori ed una trama interessantissima. Da vedere e far vedere.

Darth

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Di nilcoxp (del 24/11/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1502 volte)
Titolo originale
Be Kind rewins
Produzione
USA 2007
Regia
Michel Gondry
Interpreti
Jack Black, Mos Def, Danny Glover, Mia Farrow, Melonie Diaz, Irv Gooch, Chandler Parker
Durata
98 minuti
Trailer

Era un po’ che non mi divertivo così, mi ha fatto proprio piacere vedere questo film! Vi dico subito la trama: Jerry e Mike sono due grandi amici, il primo lavora come meccanico, il secondo in un negozio che noleggia videocassette. Durante l’assenza del titolare del videonoleggio, Jerry nel tentativo di sabotare una centrale elettrica che secondo lui emana radiazioni pericolose rimane caricato di energia magnetica. Facendo visita al negozio del suo amico smagnetizzerà tutte le cassette. Per rimediare all’inconveniente gireranno una loro versione di un film richiesto da una cliente. Si innescherà una reazione a catena che porterà i nostri protagonisti ad avere sempre più richieste di questi remake che nella traduzione italiana verranno chiamati “marocati”. Questo progetto porterà ad allargare non soltanto la clientela ma anche le collaborazioni in fase di ripresa. Omaggio divertente e tenero diretto alle piccole videoteche spazzate via dalle grandi catene di distribuzione (problema di parecchi settori merceologici), ma anche una visione che definirei romantica del cinema: tutti possono fare cinema e divertirsi nel farlo. Essere protagonisti di un’avventura, anche se mediocre, in un filmato proprio, vuol dire evadere comunque da una realtà troppo spesso piatta e ripetitiva. Mi ha fatto proprio ridere di gusto la soluzione che i due adotteranno per poter girare una scena in negativo facendo però risultare le facce in positivo…ahahah uno spasso…ahahah.

nilcoxp, the rust!

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Di Namor (del 20/11/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1682 volte)
Titolo originale
Bunhongsin
Produzione
Corea del Sud, 2005
Regia
Kim Yong-gyun
Interpreti
Kim Hye-su, Kim Seong-su, Go Su-hee, Lee Eol
Durata
103 minuti

Un paio di scarpe rosse, è l’oggetto di contesa tra due amiche all’interno di una metropolitana di Seul, ma nonostante la disputa si sia risolta a favore di una di loro, le calzature non usciranno dalla stazione fino a quando, non saranno trovate da Sun-jae, che guarda caso, ha come hobby preferito proprio quello di collezionare scarpe! Una volta rientrata a casa insieme all’articolo inaspettato, anche la figlia di sei anni aspirante ballerina, viene morbosamente attratta dalle scarpe rosse, a tal punto da litigare ferocemente con la madre pur di calzarle. Si scoprirà più avanti che tanto accanimento per possederle, è il risultato di una maledizione da parte di un vendicativo fantasma… la sua prima proprietaria!
Dopo aver visto titoli come “The Eye” e “The Ring”, a mio parere i migliori apripista del genere horror Orientale, sembra davvero improbabile che “The red shoes”, possa essere ricordato per la sua originalità. Anche perché non ne è provvisto, anzi diciamo pure che attinge a piene mani dai suoi più illustri predecessori, includendoci una sequela di scene gia viste e riviste, a partire dalla metropolitana che improvvisamente ed inspiegabilmente rimane deserta, ai neon che ad intermittenza si accendo e si spengono preparando l’entrata in scena del fantasma di turno, fino al classico e stravisto spettro incazzato dai lunghi capelli corvini, in cerca di vendetta!
Ora io mi chiedo, ma davvero sto continuo e onnipresente déjà vu nel genere horror Asiatico, spaventa ancora qualcuno?
Scusate ma faccio fatica a crederci, secondo me una volta evaporato l’effetto sorpresa della loro prima visione presente nei titoli che ho citato poc’anzi, questo può terrorizzare solamente un pubblico in fasce, che si appresta a passare dalla visione dei cartoni animati a quella dei film!

Namor

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Di nilcoxp (del 17/11/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1094 volte)
Titolo originale
Wall-e
Produzione
USA 2008
Regia
Andrew Stanton
Interpreti
 
Durata
97 minuti
Trailer

Wall-e è l’ultimo abitante rimasto sulla terra, ed è un robot. Continua imperterrito il suo ruolo di compattatore di spazzatura, alzando veri e propri palazzi di rumenta. La sua routine verrà interrotta dall’arrivo di un altro automa, di cui il nostro protagonista si innamorerà. Come può una macchina provare sentimenti? Non ho la risposta a questa domanda, e sinceramente la cosa non mi interessa nemmeno. Comunque vedremo l’avventura proseguire su una enorme astronave nello spazio dove oramai da 700 anni vive il genere umano ridotto in totale immobilità dalle comodità acquisite. Avevo letto recensioni molto positive su questa pellicola, e devo ammettere che è stata questa la causa principale che mi ha spinto ad andare a vederlo al cinema. Giudizio finale: mi sono fatto due coglioni così!!! Nei primi trenta minuti volevo andarmene, dopo avrei voluto non essere mai stato lì!!! Rottura planetaria e interplanetaria….

nilcoxp, the rust!

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Di Namor (del 13/11/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2208 volte)
Titolo originale
Quantum of Solace
Produzione
Usa - Gran Bretagna 2008
Regia
Marc Forster
Interpreti
Daniel Craig, Olga Kurylenko, Mathieu Amalric, Judi Dench, Giancarlo Giannini.
Durata
106 Minuti
Trailer

Il ventiduesimo 007 si apre con la visione di uno spettacolare inseguimento d’auto, che vede protagoniste l’Aston Martin di James Bond, inseguita da alcune Alfa Romeo guidate da agguerrite spie di una pericolosa organizzazione segreta con l’intento di eliminarlo.
Come inizio non è male.... dopo l’adrenalinica corsa nelle trafficate strade italiane, c’é giusto il tempo per un breve momento verbale, prima che Bond esegua un altro scenografico inseguimento, questa volta però con le proprie gambe, nientemeno che sui tetti di Siena e durante lo svolgimento del Palio. Una partenza al fulmicotone, se si pensa che tutto questo succede in neanche 15 minuti di film.
007 Quantum of Solace”, è sicuramente l’avventura con il più alto tasso di azione dell’intera saga. La ferocia con cui Bond affronta questa nuova missione non é dettata dal suo impeccabile dovere di spia, ma dalla sua voglia di verità e di vendetta nei confronti dei responsabili della morte dell’amata Vesper. Per riuscire in tale intento, Bond dovrà destreggiarsi in un vortice di pericolosi intrighi e tradimenti internazionali, che vedono coinvolti la CIA e lo stesso governo Britannico, adoperarsi di comune accordo nello spalleggiare le attività lucrose di una misteriosa e potente organizzazione criminale capitanata dal cattivo di turno, il geologo senza scrupoli Dominic Greene (Mathieu Amalric).
Sorretto da una buona sceneggiatura e da un’ottima squadra di stuntman, anche questa volta Daniel Graig non sfigura affatto nel ruolo dell’agente segreto, anzi se togliamo il mitico Sean Connery, oserei dire che fin qui è il miglior 007 visto all’opera. Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, l’unico e vero handicap che lo penalizza, sono i suoi tratti somatici, più che una spia Britannica sembra un’agente del famigerato KGB, per il resto niente da dire, se gli ultimi due film sul personaggio di Ian Flemming hanno incassato cifre astronomiche rilanciandolo alla grande, il merito un po’ è anche suo, grazie alla sua fisicità é riuscito a dare una nuova impronta ad uno 007 in fase ormai calante.
Se vi è piaciuto “007 Casino Royale”, non perdetevi questo primo ed entusiasmante sequel dell’intera filmografia di 007.

Namor

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Di nilcoxp (del 10/11/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4392 volte)
Titolo originale
•r¤ò¤«¤±¤ëÉÙÅ® Toki Wo Kakeru Sh¨­jo
Produzione
Giappone 2006
Regia
Mamoru Hosoda
Interpreti
 
Durata
98 minuti

“…dovevo partire prima, poi è arrivata la primavera…i suoi fiori…le partite di baseball…voi due…”. Questa la frase che raccoglie l’essenza della pellicola, perché mentre da una parte assistiamo alla storia (Makoto scopre di poter saltare nel passato a suo piacimento, e usa questo suo potere in maniera molto infantile per risolvere semplici liti o problemi di cuore che la affliggono) per niente originale, ma con un finale non così scontato, dall’altra è il contesto a farla da padrona. E’ la primavera, la primavera della vita in tutte le sue sfaccettature: dello sbocciare dei sentimenti, della scuola, dei compagni, degli errori. Questo è quello che io ho sentito di più visto il mio giungere oramai alla fine della stagione estiva della mia vita (non oso pensare a Namor che si trova già in pieno autunno!!!). La nostra protagonista crederà di poter risolvere tutto con dei salti nel tempo a ritroso, ma non sarà così facile!  “…se tu trarrai vantaggio dal modificare gli eventi, ricorda che qualcun altro ne avrà svantaggio…”.  Il tratto è semplice, pulito, ma soddisfacente. Basato sul racconto di Yasutaka Tsutsui, il film risulta essere proprio gradevole.

nilcoxp, the rust.

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Di Namor (del 06/11/2008 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 2682 volte)
Titolo originale
Uchu kaizoku Capiutan Harokku
Produzione
Giappone 1978
Episodi / Durata
42 / 24 Minuti

Troppo lenta e poco coinvolgente. Queste sono le motivazioni che mi hanno sempre fatto storcere il naso, riguardo a questa serie. Naturalmente stiamo parlando del periodo in cui fu trasmessa sulle nostre emittenti, nel lontano 1979. All’epoca prediligevo cartoni con protagonisti i vari robottoni, nei quali vi era una percentuale maggiore di azione e distruzione, mi ripeto nel dire che per me Harlock era troppo soporifero, poco interessante per seguirne le gesta, ho anche provato a guardare più di un episodio, ma niente da fare, il cosidetto feeling tra me ed il capitano purtroppo non è mai scattato. A distanza di parecchi anni finalmente, sono riuscito a vedermi in dvd tutta la serie composta da 42 episodi, non censurati.
Col senno di poi devo dire che il buon “Capitan Harlock”, non è poi così male come lo avevo giudicato da infante, anzi devo dire che l’ombroso personaggio gode di un buon carisma che ben si amalgama con il suo lato tenebroso, facendone non solo il leader indiscusso dell’Alcadia, ma anche di chi si appresta a vedere le sue eroiche imprese. Per quanto riguarda i suoi comprimari formati dai quaranta pirati che compongono l’equipaggio dell’astronave corsara, a spiccare su tutti sono questi sei personaggi: il medico di bordo dottor Zero, il capomacchinista Maji, il giovane e vendicativo Tadashi Dayo, il piccolo Yattaran un vero genio appassionato di modellini spaziali, Meeme l’aliena bevitrice di alcol devotissima ad Harlock, ed infine la bionda ed attraente ufficiale di bordo Yuki Key. Nel corso della serie, avremo modo di affezionarci in modo particolare ad ognuno di loro, sia per le loro disavventure private, che per l’ambita e motivata vendetta verso il popolo Mazone guidato verso la conquista della Terra, dalla temibile Regina Raflesia.
Il fatto che i Mazoniani fossero delle donne é stata una vera sorpresa per me, non lo sapevo che l’ideatore di questa serie aveva concepito dei nemici esclusivamente femminili, ed il più delle volte addirittura senza veli per il buon Harlock. Comunque non preoccupatevi, anche se sono donne daranno del filo da torcere ai nostri eroi, non sarà facile avere la meglio su di loro. Per concludere, volevo elogiare la spettacolare realizzazione dell’astronave Alcadia, in particolar modo l’area di poppa, che riprende perfettamente lo stile dei vecchi galeoni, zona relax nella quale Harlock soggiorna nei suoi momenti di pausa e bevendo guarda l’universo dall’immensa vetrata, ascoltando Meeme suonare l’arpa per lui.
Un’altra cosa che mi rimarrà sicuramente impressa, è il duello finale tra Harlock e la Regina Raflesia, molto bello e significativo, sia per motivi visuali che verbali, e che per ovvie ragioni non posso riportare.

Namor

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Di smarty (del 03/11/2008 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 2489 volte)
Titolo originale
Vicky Cristina Barcelona
Produzione
Usa, Spagna 2008
Regia
Woody Allen
Interpreti
Scarlett Johansson, Penélope Cruz, Patricia Clarkson, Rebecca Hall, Javier Ángel Encinas Bardem
Durata
96 minuti
Trailer

Woody Allen torna a far riflettere sulla natura umana davanti ad un sentimento così importante nella vita di ogni uomo come l’amore. Per la quarta volta il regista sceglie un’ambientazione fuori dagli Stati Uniti ossia Barcellona che dà davvero il senso dell’Europa, antica, calda, floreale, seducente, artistica, cosmopolita ed anche un po’ rurale. Per uniformarsi all’abbondanza della scelta ci sono altrettanti meravigliosi e bravissimi attori Rebecca Hall, Scarlett Johansson, Penelope Cruz e Javier Bardem. La voce narrante all’inizio del film introduce i personaggi delle due amiche americane Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson) che decidono di trascorrere l’estate a Barcellona su invito di amici di famiglia, la prima per poter approfondire la conoscenza della cultura catalana sulla quale sta lavorando per un master prima delle sue imminenti nozze, la seconda forse per superare il trauma di una storia finita di recente. Vicky precisa, schematica, razionale difficilmente si lascia andare alle emozioni e vorrebbe una vita perfetta, programmata nei dettagli. Cristina esuberante, passionale, ribelle, artista e curiosa nello scoprire e nel vivere nuove emozioni ed esperienze. Una sera in una galleria d’arte Cristina si sente attratta fortemente per un artista di nome Juan Antonio (Javier Bardem) di recente coinvolto in un furibondo litigio con la moglie Maria Elena (Penelope Cruz) nel corso del quale uno dei due ha cercato di accoltellare l’altro. Le due amiche finiranno per incontrare l’uomo durante la cena che le proporrà senza nessun giro di parole di trascorrere con lui il week end ad Ovvero e fare l’amore con lui. La proposta comincia ad innescare nell’animo delle ragazze un domino di emozioni contrastanti che le porterà a vivere situazioni al di fuori degli standard conformistici. La prima parte del film è centrata sul rapporto Vicky, Cristina, Juan Antonio, ma è solo nella seconda parte e con l’entrata di Maria Elena che il film entra nel vivo. La donna, anch’essa pittrice, è estrema in tutte le sue manifestazioni e continua ad avere nei confronti dell’ex marito un rapporto di dipendenza ossessiva che le impedisce di esprimersi artisticamente. Ma a volte un amore non basta, in certi casi la cura all’ “infelicità coniugale” è un altro amore, nel film di Allen il numero perfetto è tre. Per Juan Antonio la sessualità non è lo scopo, ma è solo l’inizio per qualcosa di più importante dove i principi morali sono molto diversi da quelli che alcuni potrebbero aspettarsi, e questo è uno degli aspetti chiave della storia. Non è un dongiovanni classico, è generoso, passionale sincero. L’unico mezzo che Allen ha utilizzato per esplorare il campo dei successi e dei fallimenti delle relazioni amorose è stata la psicologia dei protagonisti e questo mi è piaciuto moltissimo. La totale assenza di giudizio fa sì che ogni spettatore possa trarre le proprie conclusioni ed aprire nuovi scenari. Anche in questo film non c’è il ruolo adatto a Woody, già all’opera al suo prossimo progetto Whatever Works, che segnerà il suo ritorno a New York, ma potrà essere soddisfatto che il suo film abbia contribuito a dare nuovo fuoco a un vecchio flirt tra la Cruz e Bardem. Il film è anche una cartolina virtuale di Barcellona: le architetture di Gaudí (Sagrada Familía, il Parc Güell, La Pedrera), il Parco dei Divertimenti del Tibidabo, il Museu Nacional d'Art Catalunya, la Fondazione Joan Míro e La Rambla. A scandire l’intera pellicola, l’orecchiabile canzone di Giulia y Los Tellarini, "Barcelona".

smarty

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Di Andy (del 01/11/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1089 volte)
Artista
Queen + Paul Rodgers
Titolo
The Cosmos Rocks
Anno
2008
Label
Parlophone

Questo è uno di quei dischi che, per varie ragioni, bisogna ascoltare varie e varie volte. La causa principale, ovviamente, è il confronto, anche se si cerca di mettersi in testa di evitarlo assolutamente, col mito dell’immenso Freddie Mercury, ma non tanto per la voce sublime di cui era dotato, quanto per la vena pop, glam, neo-barocca che diventava il fattore determinante per il suono unico dei Queen.
Ecco, dimentichiamoci tutto questo e ascoltiamo questo “The cosmos rocks” come un qualsiasi nuovo album di una qualsiasi altra rock-band, e dico rock perché come dice già il titolo il pianeta originario di questo album è proprio il rock’nroll, senza troppe pretese di stupire, forse, ma di suonare bene e potente, a cominciare dal primo singolo C-lebrity, rif granitico di chitarra su altrettanto massiccia base di basso e batteria e testo irriverente contro personaggi del video business che vogliono apparire ad ogni costo in televisione, voce tosta e potente di Paul Rodgers, che non tenta nemmeno lontanamente di imitare Mercury, cantando come è abituato a fare dagli anni 70, dai tempi dei mitici Free e più avanti dei Bad Company, di cui era cantante e leader.
Brian May, che sta nell’olimpo dei tre quattro chitarristi migliori al mondo, almeno per me, sembra tornato a prediligere il modo di suonare senza troppi overdubs, sanguigno e potente, come ai tempi di Now I’m here, tanto per fare un esempio dei singoli più vecchi e “hard” dei Queen prima maniera. Questo è dovuto principalmente alla carica rock-blues che gli trasmette questo grande singer e vi consiglio di ascoltarlo attentamente, senza pregiudizi, in tracce come Time to shine, un intro bellissimo di piano e chitarra con delay alla U2, e che prosegue con una cavalcata di batteria su cui a metà pezzo Brian sfodera una svisa piena di feedback con sotto addirittura un leggero accompagnamento di sitar(!)che non si può raccontare, grande maestria!
The cosmos rockin’ è un rock’n’roll un po’ scontato, che vuole appunto rimarcare un certo ritorno alle origini ma che non appaga più di tanto, diciamocelo, mentre invece va molto meglio con Still burnin’, potente rock-blues molto zeppeliniano con un bridge centrale che rievoca molto We were rock you, una frase su tutte del testo:“rock’nroll never die” e questo è il messaggio dei due quarti dei Queen, May e Taylor, che potrebbero campare di rendita fino al 3000 e invece calcano ancora i palchi mondiali, ma torniamo al disco.
Warboys, sound ruvido e pesante come il testo anti-militarista, Surf’s up…school out, ecco qualcosa che rimanda alle canzoni fatte con Freddie, piena di effetti, cori, e tutte le cose che ben conosciamo e che amiamo dei Queen più pomposi e eclettici e che comunque non dispiace risentire, ma che mette un po’ di tristezza pur essendo molto ritmata, o sarà una mia idea? Non manca il posto per le ballate, We believe, lo so, molto anni ’80, ma.. che dolcezza, ci vuole ogni tanto, cavolo e che voce Rodgers, emozionante davvero e poi Say it’s not true, testo sull’Aids, cantata in sequenza da Taylor, May, Rodgers, e con un assolo di chitarra da brividi sulla schiena e ancora Trough the night, lentaccio d’effetto scritto da Rodgers.
Voodoo è il frutto di una jam in studio dalla quale è venuto fuori un blues dal ritmo abbastanza latineggiante molto carino dove Paul e May sfoderano davvero gran belle cose, soprattutto Brian che per l’occasione rispolvera la Stratocaster e ci tira fuori la svisa migliore del disco.
Questo lavoro ha fatto discutere molto, in primis per la scelta di mantenere il nome originale aggiungendo quello di Paul Rodgers, che può essere discutibile, però d’altra parte i Queen per due quarti continuano ad esistere e comunque a suonare in tour anche tutte le canzoni scritte insieme a Mercury e offrendo ancora uno spettacolo live di grande energia , quindi.. perché no, in fin dei conti possiamo ritenerci fortunati; poi il disco è stato giudicato scialbo e privo di idee; di questo io dico che adesso come adesso ce ne fosse di album di rock così, che siano Queen o no e penso che dobbiamo essere meno prevenuti solo per il gusto di criticare; ovviamente ci sono pezzi più e meno belli e, cosa da non sottovalutare, mancano le linee di basso melodiche e pop di John Deacon (un altro grande!), che non vuole più suonare, però trovo che ci sia l’apporto della voce solida di Rodgers a dare nuove direzioni al sound sempre di ottimo livello che scaturisce dalla batteria di Taylor e dalla chitarra di May.
Ora sta a voi giudicare…buon ascolto.

Andy

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Di Namor (del 30/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5406 volte)
Titolo originale
88 Minutes
Produzione
USA - Germania 2007
Regia
Jon Avnet
Interpreti
Al Pacino, Alicia Witt, Amy Brenneman, Leelee Sobieski, Benjamin McKenzie, Deborah Kara Unger, William Forsythe.
Durata
95 Minuti
Trailer

Un pericoloso e sadico serial killer, viene catturato e condannato alla pena capitale grazie al prezioso apporto giudiziario del famoso professore, e psichiatra forense Jack Gramm (Al Pacino). A distanza di nove anni, una ragazza viene uccisa con lo stesso modus operandi di Forster (Neal McDonough), il serial killer rinchiuso nel braccio della morte. La nuova vittima è una studentessa dello stesso professor Gramm, che immediatamente viene contattato telefonicamente dall’assassino il quale gli annuncia la sua imminente morte.
88 minuti” di vita, questo è il tempo concessogli dal suo nuovo nemico, è questo sarà anche il tempo massimo per venire a capo dell’intricato caso, che lo vede coinvolto in prima persona nella inedita doppia parte, quella del presunto assassino e della vittima predestinata. In questi brevi ed intensi minuti, Gramm dovrà dimostrare la sua innocenza e ribadire la colpevolezza di Forster, in quanto ritenuto coinvolto anche in questo nuovo caso di omicidi.
Il film stranamente, è uscito in Italia solamente in dvd, nonostante la presenza di Al Pacino, la cosa sembra alquanto strana. Certo non basta la partecipazione di un attore del suo calibro per trasformare un film in un successo, ma vedere un buon Pacino in un thriller per quanto sia scontato, di spettatori al botteghino ne avrebbe convogliati sicuramente. Ad ogni modo anche se in dvd, la prova di Al l’abbiamo gustata lo stesso. Per quanto riguarda la qualità del film, inizialmente la premessa non è male, peccato che con l’andare del tempo l’interesse scema per la mancanza di idee e suspance, comunque il noleggio vale la pena di assicurarselo, specialmente se siete (come me) degli estimatori del grande Al Pacino.

Namor

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Di Namor (del 24/10/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1949 volte)
Titolo originale
See Jane die
Autore
Erica Spindler
Traduzione
Marina Boagno
Editore
Harlequin Mondadori
Prima edizione
2005

La giovane Jane dopo aver marinato la scuola per andare al lago insieme alla sorella maggiore ed alcuni amici, viene sfidata a fare una nuotata nelle sue gelide acque. Accettata la sfida e vinta, Jane si ritrova a largo vicino alla boa che segna il confine fra i bagnanti e le imbarcazioni, improvvisamente appare un motoscafo che incurante del suo sbracciare la investe in pieno sfigurandole il viso e portandola ad un passo dalla morte. Grazie ad una lunga e dolorosa serie di interventi di chirurgia ricostruttiva, Jane, adesso, è una bellissima e valente artista, felicemente sposata con Ian affermato chirurgo plastico. Per sedici anni tutto sembra andare per il meglio nella vita di Jane, fino a quando il marito viene ritenuto colpevole di una serie di omicidi. E toccherà proprio alla sorella maggiore Stacy, che nel frattempo é diventata detective, indagare sul caso. Nel corso delle indagini emergono prove schiaccianti nei confronti di Ian, tutto fa supporre che sia proprio lui il vero colpevole, se non fosse che all’improvviso il misterioso uomo alla guida del motoscafo pirata riemerge dal passato minacciando nuovamente l’incolumità di Jane, aprendo così nuovi ed inaspettati scenari sull’inchiesta in corso.
Quello che rende apprezzabile “Jane deve morire”, è sicuramente la costruzione della storia, basata su bugie e antichi rancori dei loro protagonisti. Grazie a questo continuo intreccio di incomprensioni il lettore scorrendo le pagine del libro, non ha modo di soffermarsi su un solo ed unico indiziato, ognuno dei personaggi ha le sue buone o cattive motivazioni per essere il presunto assassino. Un trhiller godibile, dove si nota la scrittura marcatamente femminile della sua autrice Erica Spindler, considerato che all’interno dell’opera, per la gioia delle lettrici, non manca la classica e sofferta parentesi d’amore.
A me non è dispiaciuto il risultato finale, se avete modo di averlo tra le mani dategli un’occhiata potrebbe piacere anche a voi.

Namor

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Di Darth (del 22/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2451 volte)
Titolo originale
Die höhle des gelben hundes
Produzione
Germania, 2005
Regia
Byambasuren Davaa
Interpreti
Babbayar Batchuluun, Nansal Batchuluun, Nansalmaa Batchuluun, Buyandulam Daramdadi, Batchuluun Urjindorj
Durata
93 minuti
Trailer

Estate. Le sconfinate praterie della Mongolia sono completamente ricoperte da un’erbetta fresca che pare sentirne il profumo. In mezzo a questo paradisiaco scenario, una capanna ed un gregge di pecore. Ad abitarla è la famiglia Barchuuluun, una tra le poche rimaste a praticare la pastorizia nomade.
La regista mongola Byambasuren Davaa, già autrice del particolarissimo documentario “La storia del cammello che piange”, ci riprova con “Il cane giallo della Mongolia”, un film a metà tra il documentario ed il biografico, dove realtà e finzione sono dosate accuratamente. Il cast è composto esclusivamente dalla (vera) famiglia di pastori nomadi, composta da marito, moglie e tre figli piccoli, spiati nel loro quotidiano dalla troupe tedesca della Davaa. Il loro semplice modo di vivere, le loro abitudini, i riti tribali per ingraziasi la terra… sono affascinanti ed incredibilmente fuori dal tempo. Le ore, i giorni, i mesi scorrono guidati dal sole o dalla pioggia, dal vento, dal giorno e dalla notte. Null’altro li comanda, null’altro li disturba. In questo ancestrale modo di vivere, la regista evidenzia i cambiamenti che, anche chi non li subisce da vicino, la tecnologia porta: da un mestolo di plastica che alla prima distrazione si fonde; ad un cane di peluche a batterie per far giocare i bambini; a discorsi su come un tempo c’erano molte più famiglie come la loro, mentre ora si sono quasi tutte trasferite nelle città. E’ molto suggestivo passare questi 90 minuti assieme ai Barchuuluun, vedere come vivono, come fanno latte e burro, come governano le pecore e come, già all’età di sei anni, si viene responsabilizzati… il tutto con un’inebriante armonia. Davvero incantevole anche il momento dello spostamento del campo: quando smontano una casa che sembra inamovibile, ma si scopre che non è altro che un insieme di pali sottili ricoperti da spesse coperte; e i successivi riti di ringraziamento per la terra che li ha ospitati.
A questa ‘realtà’ è stato aggiunta una (evitabilissima) leggera fiction: la figlia maggiore (6 anni) trova un cane sperduto, il padre non lo vuole e lo abbandona al momento della transumanza, ma l’animale salverà il figlio minore da uno stormo di avvoltoi giganti (stupendi, grandi come uomini) e questo convincerà il capofamiglia dell’utilità di “Macchia”.
Questo lungometraggio mi è piaciuto molto, ben realizzato e davvero piacevole… probabilmente l’ho visto anche nel “momento giusto”, perché, obiettivamente, è davvero molto lento, e la trama se non c’era era meglio! Però, a chi piace questo genere di film, lo consiglio senza riserve.

Darth

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