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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Andy (del 26/02/2010 @ 05:00:00, in musica, linkato 1785 volte)
Artista
Fabrizio Moro
Titolo
Ancora Barabba
Anno
2010
Label
Atlantic

Pur avendo vinto il Festival di Sanremo 2005, categoria Giovani, con la bellissima “Pensa”, canzone che comunque rivelava già lo spirito anticonformista e libero di questo cantautore trentaquattrenne, Fabrizio Moro non ha avuto, forse perché poco incline alle apparizioni televisive e mediatiche, il successo che merita realmente. A mio giudizio, però, forse proprio questo restare un personaggio un pò di “nicchia” se vogliamo, gli ha permesso di continuare a cantare e scrivere quello che lui vuole veramente; cosa rara da trovare nel cantautorato italiano attuale, che deve sottostare alle richieste delle major discografiche, seguendo certi stereotipi sicuri ma sterili di idee. Questo “Ancora Barabba”è il quinto album di Moro e rispetto ai precedenti denota una certa maturità, che traspare dai testi più riflessivi e meno ribelli del solito. Non troppo, perché il brano stesso presentato quest’anno al Festival, Non è una canzone, parla comunque di un uomo che subisce a fatica le regole del sistema, ma che crede che con la sincerità e la comunicazione si possa sperare in un mondo migliore; la musica mi è piaciuta fin dal primo ascolto, un reggae alla Manu Chao, che sfocia in un finale altamente grunge rock. La canzone che apre il disco si chiama Un pezzettino, un giro di basso synt su una batteria disco, sotto un testo che mi ricorda molto il grande Rino Gaetano (succede più volte in tutto l’album); la tematica è la difficoltà quotidiana nel tirare avanti, tra precarietà e insicurezza, ma malgrado ciò emergono la voglia e il bisogno di un grande amore sopra tutto e pieno di speranza, bel pezzo veramente. Segue Sangue nelle vene, un testo da brividi, che non se ne sentivano da anni, non lo dico per dire, meraviglioso nella sua semplicità, come la musica dolce che lo accompagna, una ballad italiana stupenda. Sei andata via, ballata acustica dalle influenze sud americane, sembra la colonna sonora della fine di una storia d’amore, testo e musica davvero toccanti; il finale, giocato tra tromba e chitarra classica, su una tessitura di archi suadenti, è semplicemente da sciogliersi. Barabba è una canzone proprio alla Gaetano, in cui Moro nomina esplicitamente il presidente del consiglio, al quale è permesso praticamente fare tutto, anche quello che non si può, ironica e simpatica. Il senso di ogni cosa è una bellissima canzone d’amore, cantata da un sognatore che non si vergogna di dedicarla alla donna amata, la quale rimane il sogno più bello e vero . Desiderare , cruda e dura , il desiderio spregiudicato di una vita senza regole e restrizioni di nessun tipo , la musica che inizia con un classico giro minore di chitarra acustica e diventa nell’avanzare della canzone molto rock . Ci sono altri brani che lascio scoprire , legati comunque da un comune denominatore che è la consapevolezza di trovarsi a vivere in un mondo difficile, troppo corrotto e in cui comunque ognuno sta a galla come può, accontentandosi di una pizza al mese e la partita alla domenica; non mancano le accuse ai politici, ma neanche una grande voglia di provare ancora sentimenti per le cose più semplici, ma così importanti per la sopravvivenza. Insomma, per me una bella scoperta questo Moro, giovane ma con le idee molto chiare, assolutamente degno di un posto in mezzo ai nostri grandi cantautori per modo di scrivere e cantare, semplice e diretto. Il disco oltretutto è scorrevole musicalmente, quindi che altro dire..molto consigliato.
E come sempre, buon ascolto !

 Andy

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Di Namor (del 24/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1314 volte)
Titolo originale
The Informant!
Produzione
USA 2009
Regia
Steven Soderbergh
Interpreti
Matt Damon, Scott Bakula, Joel McHale, Melanie Lynskey, Frank Welker.
Durata
108 Minuti
Trailer

Mark Whitacre (Mat Damon) è un rampante manager del colosso agro-industriale ADM, nonostante la sua ottima retribuzione e la posizione lavorativa di alto livello che occupa all’interno dell’azienda, decide di andare contro i suoi stessi interessi per rivelare all’FBI, le attività illegali della sua compagnia, ai danni dei consumatori. L’eccitato dirigente, sentendosi come un novello 007, collaborerà con l’FBI diventandone il suo informatore dal 1992 al 1996. Whitacre è convinto che alla fine del processo, egli diventi un eroe agli occhi dell’opinione pubblica e quindi meritevole di una giusta ed adeguata ricompensa, ..… quella di dirigere l’ADM!
Durante la lunga indagine, oltre alle malefatte della ditta, emergeranno anche alcune incongruenze sullo stesso Whitacre, com’è possibile che un manager seppur ben retribuito, si possa permettere una mega casa con un parco macchine di otto autovetture, comprendenti una Porsche e una Ferrari? Le bugie e le verità elargite dalla mente di Whitacre, viaggeranno parallele fino all’imbarazzante ed inevitabile riscontro finale.
“The Informant!” diretto da Steven Soderbergh è una commedia dark sullo spionaggio industriale, tratta dall’omonimo libro di Kurt Eichenwald, il quale racconta la vera storia dell’informatore situato al più alto livello dell’industria americana. Sia il film che il suo attore principale Mat Damon, hanno avuto giudizi lusinghieri da parte della critica, decretando”The Informant” un titolo meritevole nientemeno che delle ambite 4 stelle, valutazione che non mi trova assolutamente d’accordo.
La pellicola (in stile Coen) per quanto sia egregiamente realizzata, l’ho trovata noiosa e poco interessante, al pari del suo irritante personaggio principale, interpretato con gran merito da Mat Damon.
A confermare questa mia disapprovazione verso l’ultimo lavoro di Soderbergh è anche l’assenza di candidature per “The Informant!” in vista degli Oscar, se non ve ne sono state un motivo ci sarà…

Namor

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Di Miryam (del 22/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1238 volte)
Titolo originale
Hachiko: A Dog's Story
Produzione
USa 2008
Regia
Lasse Hallström
Interpreti
Richard Gere, Joan Allen, Cary-Hiroyuki Tagawa, Sarah Roemer, Jason Alexander.
Durata
93 Minuti
Trailer

Sul marciapiede della stazione di Bedrigde, in Scozia, un cagnolino sta girando senza meta fino a quando non incontra il professor Parker Wilson (Richard Gere), questi, pensando che qualcuno l’avesse perso, chiede al capostazione di occuparsene, ma al suo rifiuto, non sentendosi di abbandonarlo in un canile. Quindi infrange la regola di casa e cioè che nessun cane poteva entrare dopo la trista perdita del cagnolino Luke, ma non curante di ciò, Parker lo porta con sé, cercando nel frattempo una buona scusa da raccontare alla moglie per convincerla a tenere il piccolo trovatello.
Inutile dire che nel giro di breve tempo, quel batuffolo diventò parte della famiglia, nel frattempo, Parker scopre che quel cucciolo è un esemplare di Akita, una rara razza giapponese, addestrata per il combattimento e la caccia, caratterizzata da un temperamento indipendente, ma molto fedele all’uomo.
Così tra corse nel giardino, partite davanti alla televisione mangiando pop corn, tra Parker e Hachi, questo è il nome dato al cucciolo, si instaura un rapporto di amicizia e amore talmente forte che tutte le mattine accompagna il suo padrone alla stazione, essendo Parker un pendolare, per poi aspettarlo alle cinque nell’aiuola davanti l’uscita dei treni. Hachi, percorrendo tutti i giorni lo stesso tragitto, diventa ben presto il beniamino di tutti i commercianti della zona, ricevendo coccole e bocconcini prelibati.
Un giorno durante una sua lezione, Parker viene colpito da ictus e muore davanti ai suoi alunni, nonostante la moglie e la figlia cercano di non far mancare l’amore e le giuste attenzioni ad Hachi, questi non si rassegna di aver perso il suo adorato padrone, tanto da tornare ogni giorno alle cinque in quell’aiuola, sperando di rivedere il suo amato amico. Per nove lunghi anni scanditi dalla neve il sole e la pioggia, lo speranzoso Hachi, tornerà sempre nello stesso posto, fino a quando anche lui, non si addormenterà per sempre, sognando i momenti felici trascorsi con Parker.
Il regista del film “Hachiko” è lo svedese Lasse Hallstrom, che racconta questa bellissima storia, realmente accaduta a Shibuya, in Giappone, dove, proprio in ricordo di Hachiko, fu eretta una statua di bronzo nel luogo dove il cane aspettava invano il ritorno del suo padrone.
Il film, inutile dirlo mi è piaciuto tantissimo, belle le scene in bianco e nero viste dagli occhi del cane, un bellissimo Akita dal volto espressivo, uno sguardo austero e in certi momenti dolce e triste, un vero attore, del resto è proprio lui il vero protagonista del film.
Una pellicola commovente, che oltre ad insegnarci che bisogna avere rispetto per gli animali, in quanto solo loro sono in grado di dare all’uomo una fiducia così grande. Di sicuro sarà riuscito a strappare delle lacrime a chi lo ha visto e a chi senz’altro lo vedrà, personalmente non ho smesso di piangere nell’ultima mezz’ora di film perciò… preparate i fazzoletti..

 Miryam

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Di Darth (del 19/02/2010 @ 05:00:00, in libri, linkato 1398 volte)
Titolo originale
Il suggeritore
Autore
Donato Carrisi
Editore
Longanesi
Prima edizione
Gennaio 2009

Se c’è una cosa che odio, sono le fiction italiane. Le ho sempre trovate ridicole tecnicamente, con attori penosi e trame noiose perfino quando raccontano fatti realmente accaduti. A parere mio, le fiction stanno la cinema come Topolino sta alla letteratura, e vengono apprezzate dal medesimo pubblico che resta incollato alla tv guardando "Il grande fratello”.
Per questo, quando ho ricevuto in dono (sempre da Namor che ringrazio) il romanzo di Donato Carrisi e, non conoscendo l’autore, ho visto che i suoi unici lavori precedenti erano sceneggiature di capolavori come “Casa famiglia”, “Casa famiglia 2” e, attenzione attenzione, “Moana”, ho immediatamente pensato che “Il suggeritore” sarebbe presto finito come carta da imballaggio, preferendo mettere in libreria La gazzetta dello sport piuttosto che un’opera dello sceneggiatore di Moana!
Ma, amici lettori, quanto mi sbagliavo!
Il suggeritore” è un romanzo superbo, che (a mio giudizio) supera persino “Io uccido” di Faletti come miglior (serial)thriller italiano.
Molto meno descrittivo di Faletti, Carrisi sfoggia il suo talento con una scrittura scorrevole, senza soffermarsi troppo sui dettagli, ma dando comunque modo al lettore di comprendere bene scena e le peculiarità dei protagonisti; ma, la vera forza del romanzo in questione, è senza dubbio la trama. Pur narrando del solito serial-killer, un’argomentazione ormai saturata da centinaia di romanzi più o meno famosi, quasi mai, ne “Il suggeritore”, riesci ad anticiparne la storia, ed i colpi di scena si susseguono con una frequenza impressionante. Perfino nel finale: pensi di aver scoperto tutto, e invece, fino all’ultima pagina (letteralmente) esce sempre qualcosa di nuovo.
Una peculiarità descrittiva di Carrisi degna di nota, è anche l’estrema attenzione ad evitare qualsiasi forma di pubblicità nel suo romanzo: così leggeremo di “resti di una cena acquistata in un noto fast-food”, oppure di un “vestito di un noto stilista”... In un mondo dove la pubblicità è davvero ovunque, mi ha fatto davvero piacere questo modo di porsi al pubblico.
La trama l’ho volontariamente epurata dalla mia recensione, in quanto non ho considerato importante comunicarvi cosa scrive, ma bensì come scrive il nuovo romanziere italiano.
Non potendo esimermi dal consigliarvi calorosamente l’acquisto di questo libro, vi lascio… devo andare a posizionare il romanzo di uno (spero ex) sceneggiatore di fiction, nella parte più in vista della mia libreria.

Darth

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Di Namor (del 17/02/2010 @ 05:00:00, in serie tv, linkato 1918 volte)
Titolo originale
Sanctuary
Produzione
Canada 2007
Episodi / Durata
13 / 42 Minuti

Il santuario è una sorta di rifugio laboratorio per esseri eccezionali, da sempre considerati leggende popolari, come le sirene uomini-lucertola, le ninfe e tanti altri generi di ibridi tra uomo e animale dotati di straordinari poteri. A proteggere e a condurre le ricerche su questi strani esseri è la dottoressa Helen Magnus (Amanda Tapping), coadiuvata dalla sua variegata squadra di assistenti, composta dalla figlia Ashley (Emilye Ullerup) cacciatrice di mostri, il dott. Zimmerman (Robin Dunne) giovane e brillante psichiatra forense, il tecnologico esperto di informatica Henry Foss (Robbins Ryan) ed infine il forzuto e silenzioso Bigfoot (Crhistopher Heyerdahl).
Ad intralciare i buoni propositi della dottoressa e del suo team, vi è una organizzazione guidata da umani senza scrupoli denominata La Setta. Il loro scopo è quello di catturare e studiare gli anormali, dominarli per trarne benefici personali o eliminarli se ritenuti scomodi.
Sanctuary”, come avrete capito è una serie Fantasy, articolata in 13 episodi dalla durata di 42 minuti ciascuno.
Avendo letto la trama su cui poggiavano le basi di questa stuzzichevole serie, non ho potuto fare a meno di seguirne gli eventi, addentrandomi con grande curiosità in questa realtà alternativa ed affascinante della Dott. Magnus, popolata da un mix di personaggi famosi che ha avuto modo di incontrare e con i quali confrontarsi nel corso della sua lunga vita.
Non voglio dirvi altro per non togliervi il gusto di scoprire, puntata per puntata, le avvincenti gesta della ultracentenaria Dottoressa e della sua equipe!
Il mio giudizio sulla serie è positivo, nonostante abbia bisogno di alcuni miglioramenti sotto il profilo della sceneggiatura, ritocco che la renderebbe sicuramente più accattivante… considerato che il materiale non manca di certo.
Staremo a vedere, se nella seconda serie tale lacuna sarà azzerata da chi ne compete.

 Namor

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Di Asterix451 (del 15/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2715 volte)
Titolo originale
Taken
Produzione
Francia 2008
Regia
Pierre Morel
Interpreti
Liam Neeson, Maggie Grace, Famke Janssen, Xander Berkeley, Katie Cassidy.
Durata
93 Minuti
Trailer

Los Angeles.
Bryan (Liam Neeson) è un ex Agente dei Servizi Segreti, attualmente impegnato a recuperare i suoi rapporti familiari dopo la separazione, causata dallo stress imposto dal lavoro. Se con la moglie riesce ad avere un rapporto cordiale, con la figlia Kim (Maggie Grace) tutto sembra complicarsi ogni volta; la relazione tra i due è compromessa dall’eccessiva “formalità” di Bryan, protettivo al limite della paranoia, oltre che dal confronto con il nuovo compagno della moglie.
Una situazione limite, che rischia di compromettersi ulteriormente quando Kim domanda a suo padre il permesso di poter andare in vacanza a Parigi, con l’amica Amanda (Katie Cassidy). Inizialmente contrario, Bryan cambierà idea a patto che la ragazza rispetti una serie di condizioni / precauzioni che lui le imporrà.
Tutti d’accordo, le due ragazze giungono a Parigi ed immediatamente vengono trascinate nella spensieratezza della vacanza e del divertimento. A nulla sono servite le raccomandazioni di Bryan, perché le due giovani americane si fidano immediatamente di uno sconosciuto cordiale, apparentemente onesto, che invece le venderà ad una cosca albanese di trafficanti di donne. Solo la fortuna (e la sceneggiatura) aiuteranno Kim, in estremis, ad inviare una richiesta di aiuto a suo padre un istante prima che i suoi rapitori facciano irruzione nella stanza in cui si nasconde, e la portino via.
“Io vi troverò…” è la promessa che Bryan sussurra ad uno dei rapitori, al telefono, ed è l’inizio di una caccia all’uomo in solitaria, sfruttando l’esperienza e le amicizie maturate in una vita di lavoro che, se prima lo hanno allontanato dagli affetti, oggi sono l’unica speranza a cui aggrapparsi per ritrovare Kim.
Se gli Americani hanno ormai abbandonato il clichè dell’uomo solo contro tutti, optando per team eterogenei capitanati da sexy eroine, ci hanno pensato i Francesi a riesumarlo per il loro cinema d’azione. Sulla scìa di Luc Besson e della sua Nikita, ormai un secolo fa, le pellicole d’oltralpe si sono definitivamente scrollate di dosso il torpore degli anni ’80, sfornando titoli avvincenti che centrano il bersaglio “100% Azione” (vedi Dobermann, Fiumi di Porpora, Nido di Vespe, Impero dei Lupi, Transporter). Ed è proprio dalla coppia Besson – Morel che nasce “Io vi troverò”, al quale hanno collaborato rispettivamente come Sceneggiatore e Regista; già in passato avevano realizzato “Banlieu 13”, esordio di Morel alla regìa.
Il film è piacevole, avvincente. Personalmente mi piace come iperrealtà e paradosso si fondano, apparendo verosimili fino alla comparsa dei titoli di coda. Liam Neeson è tormentato e coraggiosamente vendicativo, in tempi in cui dilaga un certo buonismo (è coerente la scena della tortura, per esempio); temevo si rivelasse fiacco, non avendo un vero physique du role, invece confeziona un personaggio un po’ atipico per questo genere, ma credibile. Non teme (come capita certe volte agli attori impegnati) di andare fino in fondo in un copione che di certo non gli varrà l’Oscar.
Trama avvincente, cattivi gli Albanesi, carine le ragazzine. Sparatorie ben girate, scazzotate un po’ confuse ma, ormai, è questa la tendenza lanciata da Bourne Identity. Insomma: un buon film d’azione, che non delude.

Asterix451

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Di Namor (del 11/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2497 volte)
Titolo originale
The Forbidden Kingdoom
Produzione
USA 2008.
Regia
Rob Minkoff
Interpreti
Jet Li, Michael Angarano, Jackie Chan, Morgan Benoit
Durata
113 Minuti

Il film trae ispirazione da un’antica leggenda cinese, ove l’immortale guerriero Monkey King, viene sfidato in un duello, sulla montagna dei cinque elementi e poi battuto con l’inganno, dall’ambiguo Capitano di Giada. Trasformato quindi il rivale in una statua di pietra ed allontanato per 500 anni a meditare insieme all’Imperatore di Giada, il maligno capitano assume il pieno potere su tutta l’antica Cina, facendola sprofondare in un lungo periodo di ingiustizie e terrore, con la sola speranza che arrivi quel momento tanto atteso, il risveglio del Re guerriero Monkey King. Tale reviviscenza è legata al suo magico bastone, occultato da lui stesso, prima di soccombere nel fatidico combattimento con l’ingannevole Capitano. Sarà colui, che prescelto per custodire l’arma, riporterà al suo legittimo proprietario la possente asta, liberandolo per sempre dal malefico incantesimo.
 Siamo ai giorni nostri, Jason (Michael Angarano) è un giovane ragazzo americano con la passione dei film di kung fu e per alimentare questa sua predilezione, frequenta un vecchio negozio di Chinatown, gestito da un simpatico vecchietto orientale. Tra i tanti cimeli presenti nella bottega, vi è uno strano bastone d’orato, che, a detta del proprietario dell’esercizio, sta aspettando la persona che verrà a prenderlo per portarlo al legittimo padrone.
Quell’uomo per ironia della sorte è proprio Jason, che in veste di custode dell’arma, verrà proiettato nell’antica Cina per espletare il suo inatteso incarico, deciso per lui 500 anni prima. Durante l’avventuroso viaggio, incontrerà Lu Yian (Jackie Chan) uno strampalato maestro di arti marziali, una ragazza (Liu  Yi Fei) che cova vendetta contro il malvagio Capitano, reo di avergli massacrato la famiglia ed il taciturno monaco Silent (Jet Li). Questo sarà il gruppo che dovrà sopperire a più di un’insidia, per poter risvegliare Monkey King è porre fine al caotico regno dell’usurpatore.
Da noi la pellicola è uscita solo in dvd, con il titolo “L’Impero proibito”, mentre negli Stati Uniti è stata proiettata (con poco successo) nelle sale cinematografiche con il suo vero titolo “ The Forbidden Kingdoom”.
Dovendo dare un giudizio in merito, posso dire che il film è adatto agli estimatori dei due grandi attori marzialisti Jet Li e Jackie Chan, i quali, con estrema abilità, danno libero sfoggio della loro arte. I combattimenti difatti, sono ben coreografati ed eseguiti con grande fluidità, per quanto riguarda la trama invece non bisogna aspettarsi troppo, si tratta di un degiavù, una sorta di “Karate Kid “ in versione Fantasy, dal finale ultrascontato.
Quindi, se lo si guarda senza pretese e siete dei fan delle pellicole di arti marziali, un paio d’ore passate insieme a Jackie e Jet possono risultare anche piacevoli…ma solo se vi piace il genere.

 Namor

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Di Angie (del 08/02/2010 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 3871 volte)
Titolo originale
La Freccia Nera
Produzione
Italia 1968
Episodi / Durata
7 / 60 Minuti

C’è solo un modo per iniziare a parlare della “Freccia Nera”: ricordate il coro che cantava:”La freccia nera fischiettando si scaglia e la sporca canaglia una saluto ti dà”. Sono le parole della sigla televisiva più amata e cantata di tutti i tempi. Io difatti conoscevo tutta la canzone da cima a fondo, inclusi i fischi e l’epico”la,la,la” del coro dei briganti della foresta.
Era una serie TV, in bianco e nero, in 7 episodi, andata in onda sul primo canale della RAI dal 22 dicembre 1968 al 2 febbraio 1969.
Ricordo che alla domenica sera dopo il mitico carosello, mi piazzavo davanti al televisore pronta a vedere finalmente il mio sceneggiato preferito, come faceva d’altronde la stragrande maggioranza della popolazione italiana, per lo meno quelli che avevano il televisore, perché a quel tempo non tutti lo possedevano ancora.
Allora ero una ragazzina, e come tutte a quella età si sognava, si fantasticava e ci si immedesimava nelle avventure che si leggeva o si guardava. Come non potevo immedesimarmi così in questa storia ambientata nell’Inghilterra del 400, durante la guerra delle due rose, che metteva una contro l’altra le fazioni dei York e dei Lancaster. Nei panni della bella protagonista Joanna Sedley (Loretta Goggi), con il suo amato Dick Skelton (Aldo Reggiani), che nonostante le mille peripezie e battaglie che si ritrovano ad affrontare, riescono a realizzare il loro sogno, e tu sognavi insieme ad essi, adesso che son passati tutti questi anni, tale trasporto appare un po’ ridicolo, ma vi assicuro che allora era molto sentito.
Dopo questa mia piccola divagazione torniamo allo sceneggiato, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson e premiato dallo strepitoso ascolto di sedici milioni e mezzo di telespettatori. Non posso fare a meno di segnalare la regia in bianco e nero del mitico Anton Giulio Maiano, autore di opere mai dimenticate come “La Cittadella” o “Delitto e Castigo”.
 Riguardo al cast, un bravo al grande protagonista Aldo Reggiani, allora agli inizi della carriera, poi dedicata principalmente al teatro. Il grande Arnoldo Foà nella parte del cattivo, una interpretazione così coinvolgente che, se devo dire la verità l’ho letteralmente odiato per tutte le puntate. La brava Loretta Goggi (che aveva già iniziato a cantare), qui alle sue prime armi come attrice, proseguì poi la sua carriera come cantante. Infine non possiamo dimenticare la bellissima sigla rimasta sicuramente nella mente degli ultra quarantenni di oggi.
Recentemente hanno trasmesso in TV una fiction con Martina Stella e Riccardo Scamarcio, chiamata, chissà perché “Freccia Nera”, che non ho terminato la visione perchè non c’era quasi niente del romanzo di Stevenson. Molto meglio indubbiamente la serie del 1968, con i mitici Reggiani, Goggi, meno male che quando l’hanno replicata anni fa l’avevo registrata.
Sono contenta di averlo fatto, perché ora rimane come un bel ricordo, da rivedere ogni qual volta lo voglia.. Se vi capita sottomano e vi piacciono le battaglie con eroismi, intrighi amorosi, passaggi segreti e briganti della foresta fautori della lotta alla tirannia, guardate questa affascinante serie, merita veramente.

Angie

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Di slovo (del 04/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1118 volte)
Titolo originale
Welcome
Produzione
Francia 2009
Regia
Philippe Lioret
Interpreti
Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard.
Durata
110 minuti

Bilal è un giovane clandestino curdo iracheno che sta cercando disperatamente di raggiungere l’Inghilterra, dove vive la fidanzata. Arrivato dopo mille accidenti, a piedi, nel nord della Francia (sulla costa di Calais) il ragazzo fallisce nel tentativo di infiltrarsi a bordo del camion di un trafficante, viene così preso dalla folle idea di attraversare a nuoto il canale della manica. Decide di prendere lezioni di nuoto presso la piscina locale.
L’istruttore è Simon, un uomo di mezza età con la vita allo sbando a causa del doloroso (per lui) divorzio che stà affrontando.
La determinazione di Bilal sarà un balsamo per il cuore spezzato di Simon, diviso tra il desiderio di aiutare lo sfortunato ragazzo ed uno spontaneo istinto di protezione diretto a farlo desistere dall’impresa suicida, troverà ispirazione e insegnamento dalla sua grande forza d’animo.
Il bel film di Lioret, premiato al Festival di Berlino, è una storia romantica e toccante ma scevra da facili buonismi e ipocrisie: le vicende e i personaggi rispecchiano episodi di quotidiana drammaticità, la misura e la neutralità con cui il regista li inserisce nel contesto attuale sono una dimostrazione di equilibrio e realismo: non tutti i migranti sono santi perseguitati e non tutti gli autoctoni sono irrimediabilmente stronzi. L’umanità è complessa così come lo è il problema dell’immigrazione, talmente complessa da essere oggettivamente fuori dalla portata di certi piccoli politici, sostenitori di certe “soluzioni” superficiali e momentanee (è vero, sig. Sarkozy??) utili solo a legittimare le manifestazioni più grette ed incivili degli uomini, finendo spesso per essere prive di risultati.
Bravissimi gli interpreti, tra cui un grande Vincent Lindon e un convincente Firat Ayverdi, valorizzano una pellicola da applaudire e da tenere a mente come base per personali riflessioni.

slovo

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Di mimmotron (del 01/02/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2355 volte)
Titolo originale
Z
Produzione
Francia 1969
Regia
Constantin Costa Gavras
Interpreti
Irene Papas, Jean-Louis Trintignant, Charles Denner, Yves Montand, Pierre Dux.
Durata
127 Minuti

Sicuramente il film del regista Costa-Gravas da me preferito, in cui si narra di un pacifico deputato di sinistra che cade vittima di un attentato organizzato dai vertici della polizia con quelli dell'esercito e messo in atto da estremisti di destra. Un giovane giudice riesce nonostante le molte difficoltà, tra cui testimoni intimiditi e depistaggi, ad istruire il processo che conduce all'incriminazione dei mandanti, ma non alla loro successiva condanna a causa di un colpo di Stato che porterà ai vertici delle istituzioni proprio i militari.
La pellicola si basa sull'omonimo romanzo di Vassili Vassilikos e fa riferimento all'assassinio, avvenuto a Salonicco in Grecia il 22 maggio 1963, del deputato pacifista Gregorios Lambrakis e alle successive indagini del giudice istruttore Sartzètakis (futuro presidente della Grecia).
Film che denuncia come in Grecia si arrivò alla Dittatura dei colonnelli e alla successiva scomparsa delle libertà democratiche.
Nonostante il forte impegno civile il film non perde efficacia mantenendo una considerevole intensità durante tutta la visione, merito ovviamente delle capacità del regista. Proprio per questa abilità dell'autore il film mantiene un'andamento, che a dispetto degli anni, lo rende ancora assai interessante.
Il film si chiude con una voce fuori campo che descrive tutte le cose che sono proibite in quel paese ora antidemocratico “...contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoi, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotsky, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l'ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l'enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostojevskij, Cechov, Gorki e tutti i russi, il "chi è?", la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera "Z" che vuol dire "È vivo" in greco antico.
Una curiosità, questo film viene citato, come avviene per molti altri, in Pulp Fiction parafrasando l'ultima frase quando Butch si reca a prendere Fabienne con il chopper di Zed (come in inglese si pronuncia la lettera zeta) e lei chiedendogli chi fosse le risponde “Z è morto”

Mimmotron

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Di Namor (del 29/01/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1528 volte)
Titolo originale
Surrogates
Produzione
USA 2009
Regia
Jonathan Mostow
Interpreti
Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike, James Francis Ginty, Boris Kodjoe.
Durata
95 Minuti
Trailer

L’omicidio di due giovani ragazzi all’uscita di una discoteca, mette in pericolo l’esistenza di una nuova realtà tecnologica, adibita alla sicurezza del genere umano. Tale sistema ha la capacità di produrre un duplicato dell’uomo, attraverso il quale, guidato da impulsi cerebrali, è possibile rimanere comodamente seduti in poltrona mentre la copia sostituisce l’essere umano nella svolgimento delle mansioni quotidiane. Questo innovativo apparato viene usato da oltre il 90% dell’umanità, mentre l’altro 10%, recluso e confinato in un’area adibita alla loro sopravvivenza, rifiuta categoricamente l’opportunità di avere una copia meccanica, creando così un movimento di protesta contro i replicanti.
In questo fantascientifico scenario, gli agenti dell’F.B.I. Thomas Greer (Bruce Willis) e Jennifer Peters (Radha Mitchell), dovranno scoprire chi minaccia la pace nel mondo e quale terribile arma ha potuto annientare con estrema facilità ed, in un colpo solo, l’uomo guida e la sua indistruttibile copia di metallo.
Nel corso delle indagini, non tarderanno ad arrivare le motivazioni che hanno dato inizio alle insurrezioni contro il debellamento dei surrogati, a favore dell’uomo.
Dovendo dare un giudizio su questo Fanta-trhiller, direi che la pellicola non mi ha entusiasmato più di tanto, il modo in cui è stato completato il tutto, ricorda un po’ troppo da vicino, alcuni capostipiti del genere come: “Matrix, Terminator ed il meno meritevole, Io robot”.
Ad ogni modo il film, sotto il profilo tecnico risulta abbastanza valido, le scene dei combattimenti e gli effetti speciali adempiono in modo egregio al loro dovere, la mia critica non vuole essere una bocciatura alla pellicola, ma una semplice ammonizione, in modo da incentivare la creazione di qualcosa di diverso sotto il profilo dell’innovazione, assorbendo un po’ meno dai vari cult del genere.
Giudizio favorevole invece per il messaggio etico del “Il mondo dei replicanti”, sulla possibile realizzazione di questo assurdo progetto dei surrogati, utopia che io boccio fin da adesso, sono assolutamente contrario al solo pensiero che in un futuro si possa sostituire l’uomo, con, e a favore della tecnologia meccanica.

Namor

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Di Miryam (del 27/01/2010 @ 05:00:00, in libri, linkato 3326 volte)
Titolo originale
The Third Twin
Autore
Ken Follett
Editore
Arnoldo Mondadori
Prima edizione
1996

Ci troviamo a Baltimora, precisamente nel campus della Jones Falls University, è stato da poco appiccato un fuoco e in mezzo a decine di ragazze che spaventate cercano una via di fuga, si aggira un giovane, alto e di bell’aspetto, con in testa un berretto rosso con la scritta security, è lui l’artefice dell’incendio, provocato con l’intento di stuprare una ragazza in preda al panico.
Purtroppo nella sua trappola cade una giovane donna di nome Lisa Hoxton, questa altro non è che una cara amica di Jeannie Ferrami, la protagonista del libro.
Jeannie, giovane scienziata, molto carina e soprattutto assai tenace, sta svolgendo nell’università una ricerca sui gemelli, o meglio, sulla differenza di comportamento e personalità di questi, in quanto è convinta che ogni persona può diventare un criminale o seguire la retta via, a seconda dell’educazione che questi ricevono in famiglia.
Durante una sua ricerca,viene a conoscenza che esistono due gemelli identici, cioè omozigoti, ma questa volta, non separati alla nascita come era solito trovare, ma nati da madri diverse. Essendo un avvenimento piuttosto insolito, cerca di scoprire la verità, cosa si nasconde dietro tutto ciò? Quando però inizia ad indagare,si rende conto di venire più volte minacciata e ricattata proprio dai soci del laboratorio di genetica dell’università.
Da li a poco convoca per i suoi studi, un giovane studente in giurisprudenza, Steve, simpatico e soprattutto ben educato, mentre il suo gemello, altro non fa che passare da un carcere all’altro, da qui capisce che le sue teorie non erano affatto infondate.
Jeannie, incomincia a frequentare il giovane Steve, ma questi per uno strano caso del destino, viene riconosciuto in un identikit come lo stupratore di Lisa. Sulle prime Steve, verrà incarcerato, poi dato che era incensurato verrà rilasciato su cauzione, mettendosi subito alla ricerca di Jeannie per spiegarle che lui è del tutto estraneo al fatto. Nel frattempo però, Jeannie, si reca in carcere per conoscere suo fratello, il quale si rivelerà una persona con caratteristiche facinorose.
Mentre stava percorrendo la strada del ritorno, Jeannie incontra Steve, questi una volta salito in auto, incomincia a picchiarla e molestarla sessualmente, ma fortunatamente riesce a liberarsi e sconvolta dell’accaduto che mai si sarebbe aspettata, giunge finalmente a casa, ma con grande stupore vede lo stesso Steve, davanti la porta di casa che la sta aspettando. Non capendoci più niente chiede informazioni al suo vicino, questi conferma che il giovanotto ha passato ore davanti a casa sua, d’un tratto i due si rendono conto che una spaventosa ed inaspettata verità sta emergendo, i gemelli non sono due ma tre, di cui il terzo è il famoso stupratore di Lisa.
A questo punto non rimane che far emergere la verità, per far scagionare Steve dall’infamante accusa di violenza sessuale.
Il tema del libro tocca l’argomento sempre tanto discusso sulla clonazione,certo qualche anno fa avrebbe suscitato più scalpore, forse avrebbe fatto più paura sapere che ci sono menti diaboliche che clonerebbero esseri umani, anche se però esperimenti su animali sono già stati fatti!! Che dire? Speriamo che restino tali!!
Il terzo gemello, è un libro di Ken Follet, scrittore da me molto apprezzato, infatti non è il primo libro che leggo,di questo autore mi piace la sua scrittura scorrevole e lineare, anche se bisogna dire che ha quasi sempre un finale un po’ scontato. Non dovete però farvi trarre in inganno da questo titolo, in quanto l’evolversi della vicenda vi porterà ad un finale ben diverso….non aggiungo altro e buona lettura!!

Miryam

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Di Asterix451 (del 25/01/2010 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2009 volte)
Titolo originale
Avatar
Produzione
USA, Gran Bretagna 2009
Regia
James Cameron
Interpreti
Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Michelle Rodriguez.
Durata
162 Minuti
Trailer

un’epoca in cui le esplorazioni spaziali sono divenute realtà, e l’Uomo può raggiungere pianeti distanti anni luce, è inevitabile che la politica colonialistica delle Superpotenze venga esportata in ogni angolo dell’universo, alla ricerca di fonti di energìa da impiegare sulla Terra ormai esaurita.
Pandora, un paradiso alieno verde e popoloso, racchiude nel sottosuolo giacimenti enormi di un metallo che vale migliaia di dollari al chilogrammo, per le sue potenzialità tecnologiche, che una compagnia mineraria sta estraendo avidamente, devastando la fauna e le foreste. Il pianeta è abitato dai Na’vi, indigeni antropomorfi di dimensioni molto più grandi degli esseri umani, che vivono allo stato primitivo, in simbiosi con la natura incontaminata di Pandora, percependo il profondo legame che lega ogni essere vivente.
Sono loro, i principali ostacoli da aggirare o abbattere, per poter esaurire il prezioso minerale. Per aggirare il problema, sia i Militari che una equipe di Scienziati lavorano in contrapposizione di metodi, per raggiungere il medesimo fine. I primi, agli ordini del Col. Quartich (Stephen Lang), cercano il tallone d’Achille che ne permetta l’annientamento; la Dottoressa Augustin (Sigourney Weaver), invece, cerca una soluzione pacifica, di convivenza e cooperazione.
Per relazionarsi con gli indigeni si utilizzano gli Avatar, cloni di Scienziati modificati geneticamente, identici ai Na’vi ma controllati a distanza dai loro donatori cellulari, attraverso un complesso sistema di neurotrasmissione. L’Avatar del Dott. Tom Sully ( Sam Worthington) è già pronto, ma… il Dottore è morto, ucciso da un delinquente, poco prima di partire per Pandora. Il suo Avatar sarebbe inutilizzabile da chiunque altro, e sarebbe uno spreco enorme di denaro, non fosse che Jake (sempre Sam Worthington), il fratello gemello di Tom, ha un DNA totalmente compatibile.
Tecnicamente può sostituirsi a Tom, ma Jake è un Marine, un uomo con un trascorso e una morale totalmente differente da quella che la missione diplomatica richiederebbe. La Dottoressa Augustine è disperata, il Colonnello Quartich estasiato, Jake esaltato dalla possibilità di poter scendere su Pandora con il suo Avatar.
Ed è così che la missione comincia.
Contro ogni pronostico Jake, che non ha nessuna nozione scientifica, si ritrova ad affrontare con successo la natura ostile di Pandora, grazie al suo spirito di adattamento. Ed è per una coincidenza fortuita (o forse per volontà del destino) che incontra Neytiri (Zoe Saldana), la Principessa indigena, che rinuncerà ad ucciderlo immediatamente. Dopo la delibera del capo tribù, Eytukan (Wes Study) verrà invece sottoposto ad un periodo di iniziazione presso loro popolo, addestrato dalla stessa Neytiri, nonostante l’iniziale ostilità che ella nutre per l’alieno “Cammina-nei-Sogni”.
Jake ha tre mesi per guadagnare la loro fiducia, il tempo che occorrerà ai bulldozer del responsabile della miniera, Selfridge (Giovanni Ribisi), di raggiungere l’Albero Casa dei Na’Vi. Là dove non riuscirà la diplomazia, interverranno i missili del Colonnello Quartich.
Recensire un film come Avatar, parlando solo di Avatar dopo tutta la pubblicità che ne è stata fatta, è difficile quanto non finire a parlare di James Cameron, del suo talentuoso perfezionismo, della sua storia cinematografica. Penso che Cameron stia al cinema come Madonna sta alla musica: rinunciano all’onnipresenza artistica per dedicarsi a poche, importanti opere di qualità indiscussa, destinate a diventare modelli artistici e di costume per anni. Il suo mestiere è indiscutibile, e non si tratta di arte tecnica, cioè la sola capacità di tradurre in immagini una buona sceneggiatura: infatti ha scritto, prodotto, sceneggiato e girato la sua storia, diventandone il padre a tutti gli effetti.
Ha creduto nella sua idea, ci ha scomesso e l’ha realizzata superbamente. Il film trasuda di convinzione e passione, propone questioni filosofiche e morali senza superbia, come accade nelle favole; l’intento è intrattenere ad un livello superiore, e ci riesce perfettamente.
Qualcuno ha definito tutto ciò “un cedimento al buonismo e all’ecologìa”: un commento che non condivido affatto. Non so che cosa si possa volere di più, da una pellicola di fantascienza: gli attori sono convincenti, caratteristi cuciti all’interno dei loro ruoli (parliamo di Michelle Rodriguez che pilota elicotteri da guerra? O di Sigourney finalmente priva di alieni nello stomaco?); Sam Worthington è un marine convincente e il Colonnello Quartich, odioso fino al midollo, è perfetto nel suo militarismo muscoloso e stereotipato.
Pandora è bellissimo, la sua natura aliena luminosa, colorata e affascinante. I Na’vi sono selvaggiamente affascinanti, uomini e armamenti nelle scene di guerra tengono testa allo sbarco del Soldato Ryan, la rivolta del popolo indigeno è epico come il Signore degli Anelli.
Mi sembra già di sentire i commenti negativi di alcuni: “troppo lungo”; “dopo mezz’ora sai già come andrà a finire”; “ingenuo e stereotipato”. E’ tutto vero, probabilmente… tuttavia, per me resta un film talmente ricco da rendere tascurabili questi aspetti.
Lo consiglio, assolutamente.

Asterix451

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Di Namor (del 22/01/2010 @ 05:00:00, in musica, linkato 2402 volte)
Artista
Claudio Baglioni
Titolo
Q:P:G:A:
Anno
2009
Label
Sony music

Dopo quasi quarant’anni, Claudio Baglioni con l’ausilio di altri 69 artisti, ci ripropone la versione completa del famoso concept album “Q.P.G.A.”. Un doppio cd, che comprende storici pezzi dell’album originale piacevolmente ripresi con l’aggiunta di overture, preludi, interludi, temi e melodie con testi inediti, il tutto prettamente sotto il segno di Questo Piccolo Grande Amore. Dopo un attento e ripetuto ascolto, devo dire che il progetto funziona, nonostante si poggi su un lavoro ultra datato e pluri sentito, rimane il desiderio di seguire la tormentata storia d’amore di Andrea e Giulia, nata e finita nel breve periodo di un anno.
Tra i vecchi brani riarrangiati, il mio consenso si muove verso gli apporti vocali di Laura Pausini in “Tutto l’amore che posso”, e Paola Cortellesi in “Battibecco”, giudizio favorevole anche per la collaborazione di Irene Grandi in “Una faccia pulita”, per il resto siamo nella normalità, brani piacevoli ma leggermente inferiori a questi.
Per quanto riguarda gli inediti, li considero nel suo insieme la cosa più piacevole da ascoltare, il numero di canzoni da elogiare, è maggiore rispetto ai pezzi storici di questo album.
Iniziando con la ritmata “Lungo il viaggio” del trio d’eccezione Ruggeri - Renga - Finardi, si prosegue con il suggestivo brano “Se guardi su” con il coro dei Baraonna e la magica chitarra di Pino Daniele, la simpatica “Torta di nonna o gonna corta” con i Neri per caso, Frizzi, Bertè e Ivana Spagna e la malinconica “La prima volta” con Claudia Gerini, che chiude, secondo me, il meglio della categoria inediti, per quanto concerne il primo cd.
Nel secondo cd, sono presenti le canzoni più malinconiche e disperate di tutto il doppio album, quelle che accompagneranno la fine di questa grande storia d’amore.
Si inizia con “Noi sulla città” insieme a Giusy Ferreri, “Ancora no” con Giuliano Sangiorgi, Dolcenera ed un dolce sound dettato da un sax eccellente, fanno di “Come sei tu” uno dei pezzi migliori dell’album. Non certo inferiore in fatto di sound, è la tromba di Fabrizio Bosso insieme alla sorprendente voce di Jovanotti, per la breve “Con tutto il mio cuore”, la bellissima introduzione di Franco Battiato abbinata alla voce del grande Claudio Baglioni, fanno di “Sembra il primo giorno”, il brano per eccellenza, quello che più di tutti colpisce dritto al cuore, ed è lo stesso che conclude tutta la storia di Q.P.G.A.
Sono sicuro che, coloro che hanno vissuto una storia d’amore importante, ascoltando questi splendidi brani, non potranno fare a meno di ritornare indietro nel tempo è rivivere la loro grande ed indimenticabile storia d’amore ormai finita, ma mai dimenticata.

Namor

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Di Andy (del 20/01/2010 @ 05:00:00, in musica, linkato 1784 volte)
Artista
Pearl Jam
Titolo
Backspace
Anno
2009
Label
Islands Records

Album numero nove per i Pearl Jam, la formazione di grunge rock più famosa e sicuramente più longeva. Da ricordare ottimi dischi come Ten e Vitalogy, colonne portanti di una diramazione del rock molto arrabbiata e contestatrice (soprattutto in era Bush) e che hanno lasciato il segno in una generazione molto confusa e ribelle, ma vogliosa di cambiamenti inclini alla pace e alla giustizia sociale; questo è il succo della musica e dei testi che hanno contraddistinto il sound incazzoso di questa band di Seattle, capitanata da Eddie Vedder. Bè, devo dire che anche se qualche capello bianco è spuntato sulle chiome dei cinque musicisti, l’energia non manca (a parte qualche calo compositivo) in questo Backspacer, che si apre con Gonna see my friend, in pieno stile PJ, cattiva e rotolante, sound da spaccare le casse dello stereo, seguita dall’ottima Got some, testo allusivo alla dipendenza dalle droghe, batteria preponderante e ottimo lavoro delle chitarre. The fixer ha fatto storcere il naso a parecchi estimatori dei PJ, troppo leggera e ritornello troppo ammiccante e commerciale con quel “yeah, yeah, yeah” ma niente confronto a Johnny Guitar, canzonetta che niente ha a che fare con tutto quello che hanno fatto i Pearl fino ad ora, corta e inutile, priva di ogni identità, sia strumentale che vocale. Meno male che dopo troviamo la prima stupenda ballata del disco, Just breathe, testo di speranza e amore, cantato con una voce splendida e toccante da Eddie, in un atmosfera nevosa e natalizia: arrangiata con poche venature di violini e pennellate di chitarre elettriche intorno alla caldissima acustica arpeggiata e suonata dallo stesso Vedder . Amongst the waves cala decisamente nel ritmo, però a me ricorda vagamente gli UFO, band anni 70, per chi se la ricorda, e sarà per questo che non mi dispiace affatto. Unthought known è un'altra canzone dissimile totalmente dal sound dei PJ, con il piano che rende il tutto melodico e impersonale. Supersonic rialza un bel po’ il tiro, un mix tra punk di quello più anarchico e reminescenze di suoni e assoli di chitarra molto seventy , energia allo stato puro. Ma ora cè un altra meravigliosa ballata , The end , in cui la voce di Eddie è struggente e toccante quanto il testo che vi consiglio di leggere, un immaginario viaggio nella country americana, tra i ricordi e i rimpianti di un uomo, distante dal caos cittadino che contraddistingue il sound grunge elettrico a cui ci hanno abituato i ragazzi di Seattle nel corso degli ultimi vent’anni. Force of nature chiude il cd ed è di nuovo su un registro che sinceramente non serviva, almeno a noi; forse a loro sì però, perché nell’insieme questo album denota una certa intenzione a stare più nelle righe rispetto al passato. Del resto la supervisione è stata affidata a Brendan O’Brien, un produttore che io non amo particolarmente, in quanto sempre troppo prepotente nella scelta dei suoni e delle canzoni in ogni sua collaborazione (vedasi Springsteen , ecc..) e tendente sempre a sfornare il prodottino di maniera e stucchevole; comunque Vedder e soci sono riusciti abbastanza a mantenere viva la loro energia, anche se hanno ammesso che con l’avvento di Obama negli USA, hanno orientato i loro testi più verso il sociale e meno verso la politica come succedeva con il tristemente noto predecessore Bush. Un disco forse più ottimista, che in molti considerano di passaggio. Secondo me non è un lavoro memorabile, a parte le due ballate, però dico anche ce ne fossero di rock e di band così..Buon ascolto!

Andy

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