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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 03/06/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1763 volte)
Titolo originale
Taxi
Produzione
Italia, 2008
Regia
Marco e Riccardo Di Gerlando
Interpreti
Anselmo Nicolino, Luca Pittavino
Durata
26 minuti
Trailer

E’ la terza volta che su Blogbuster recensiamo un cortometraggio dell’Associazione Sanremo Cinema: il primo fu “Favola di un cinema”, analizzato dal mio collega nilcoxp, e successivamente io scrissi le mie considerazioni su “Anch’io”.
Essendo un estimatore delle indubbie qualità registiche dei fratelli Marco e Riccardo Di Gerlando, sono veramente lieto di recensire anche il loro ultimo lavoro: “Taxi”.
La mia soddisfazione è dettata dal fatto che ritengo questo nuovo film girato dai registi sanremaschi la loro miglior produzione di sempre!
I due elementi che non mi hanno mai entusiasmato nelle opere dell’Ass. Sanremo Cinema (non solo le due recensite ma tutte quelle che ho visto) sono le sceneggiature e gli attori: poco curate le prime e dilettanti i secondi. Beh, in “Taxi”, la sceneggiatura è tratta nientepopodimeno che da un racconto di Tiziano Sclavi: più precisamente dall’omonimo “Taxi!”, una storia di Dylan Dog di sole 13 pagine edita nell’albo gigante n.2 del ’94; e i due interpreti di questa novella, Anselmo Nicolino (il tassista) e Luca Pittavino (il giornalista messo al posto dell’indagatore dell’incubo) sono davvero bravi!
Finalmente! Scusate lo sfogo, ma è per me motivo di giubilo assistere ad un corto dei Di Gerlando di ben 26 minuti dove (ripeto) finalmente si può godere appieno di una bellissima fotografia in bianconero (già apprezzata in “Favola di un cinema”), della briosa e professionale regia ricca di inquadrature mai banali, nonché delle avvolgenti musiche di sottofondo, senza essere riportati alla cruda realtà delle produzioni amatoriali da interpretazioni approssimative o da una sceneggiatura incompleta. E non solo, essendo un collezionista di Dylan Dog, mi ha fatto un immenso piacere assistere a questa trasposizione cinematografica del racconto a fumetti di cui sopra.
Questa volta rivolgo i miei più sentiti elogi a tutto lo staff dell’Associazione Sanremo Cinema senza remore e senza critiche.
Bravi ragazzi, continuate così!

Darth

P.S. Ma lo avete mandato il link del corto a Tiziano Sclavi? Secondo me piacerà anche a lui… ; - )

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Di nilcoxp (del 02/06/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1392 volte)
Titolo originale
King of California
Produzione
Messico, USA 2007
Regia
Mike Cahill
Interpreti
Michael Douglas, Evan Rachel Wood, Willis Burks II, Laura Kachergus, Paul Lieber, Kathleen Wilhoite
Durata
90 minuti
Trailer

Charlie è un musicista jazz che in seguito a disturbi mentali è stato rinchiuso in un istituto per due anni. Alla sua uscita ad aspettarlo c'è la figlia, una ragazza che si è trovata a dover crescere troppo in fretta a causa di una famiglia inesistente: la madre scappata ed il padre perso nel suo mondo musicale. Carattere forte ha superato i momenti difficili, si è trovata un lavoro (bellissimo quando la si vede fare la cassiera al Mc Donald), e si è comprata un'automobile (un catorcio a cui è molto affezionata). Il ritorno del padre comporterà lo stravolgimento del suo stile di vita: le farà cambiare lavoro, le venderà la macchina e le farà perdere l'appartamento. Tutto nella ricerca di un ipotetico tesoro che il genitore crederà di aver scoperto. Ovviamente non vi dirò il finale che vi assicuro non scontato come si potrebbe credere. Questa ricerca effettuata da uno squilibrato, in alcuni momenti mi ha ricordato un altro film: "La leggenda del Re Pescatore". E finalmente ho potuto gustarmi una buona prova attoriale di Michael Douglas, cosa che non vedevo da molto tempo. Brava anche Evan Rachel Wood nel ruolo della figlia che non ha vissuto una vera infanzia per dover seguire un padre immaturo ed instabile. Film che merita. Baci a tutti gli svitati.

nilcoxp

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Di slovo (del 31/05/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1437 volte)
Titolo originale
Vision Quest
Produzione
USA 1985
Regia
Harold Becker
Interpreti
Matthew Modine, Linda Fiorentino, Michael Schoeffling, Ronny Cox, Daphne Zuniga, Madonna, Forest Whitaker
Durata
105 minuti

La pellicola che mi accingo ad estrarre dalla mia capsula del tempo sarà forse ricordata per una serie di curiosità che la caratterizzano più che per il suo valore cinematografico, ma per un breve periodo fu oggetto di culto nella cerchia a cui appartenevo da adolescente. Debbo riconoscere che se ancora intravedo del bello in “crazy for you” è grazie al teen-ager che tenacemente sopravvive in me.
Il titolo con cui fu distribuito nel nostro paese e con cui si distingueva dalla consueta italianizzazione, faceva eco al brano di Madonna compreso nella colonna sonora: sarà parso un elemento di maggior richiamo rispetto agli allora non conosciutissimi attori protagonisti (Linda Fiorentino era al debutto come attrice e il giovane Matthew Modine si sarebbe consegnato alla storia del cinema solo due anni più tardi) e in effetti la buzzicona compare in un cameo, interpretando sè stessa mentre si esibisce in un localino.
La trama e gli sviluppi non si discostano più di tanto dalle linee guida del genere sportivo-romantico-teenager americano (chi era abbastanza grande negli anni ottanta ricorderà certamente il filone): Louden Swain è una giovane promessa nella squadra di lotta del suo liceo. Ogni giorno si sottopone ad estenuanti allenamenti per perdere peso e poter sfidare il campione di categoria della scuola avversaria, un invincibile bestione teutonico liberamente ispirato ad Ivan Drago. Un giorno, la bella Carla irrompe nella vita del ragazzo portando con sé non poco sconquasso…
Determinazione contro forza bruta, perseveranza e rettitudine, (buoni) sentimenti e piccoli disagi giovanili su una strada illuminata dai sani principi dello sport: tutti gli ingredienti sono dosati sapientemente per scivolare in maniera piacevole e rassicurante - malgrado il film abbia lo spessore di una telenovela già vista un po’ troppe volte, non si può dire inguardabile, onestamente.
E la prova degli attori è in generale dignitosa… e la colonna sonora è quanto di meglio l’AOR dell’epoca potesse offrire in fatto di produzione adrenalinica, esclusi ovviamente i due pezzi della balorda…
Da rivedere se sono passate un paio di decadi dall’ultima volta, in ogni caso consigliato solo a completisti e studiosi.

slovo

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Di Sansimone (del 30/05/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1008 volte)
Titolo originale
Il divo
Produzione
Italia 2008.
Regia
Paolo Sorrentino
Interpreti
Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo
Durata
110 minuti

Ero molto curioso di vedere questo film di Sorrentino su Andreotti, lo ero ancora di più dopo che ha vinto il premio della giuria a Cannes.
L’ho visto e mi ha deluso, perché girare un film grottesco per raccontare la vita di un politico? Questo principalmente mi ha lasciato interdetto. Intendiamoci sia dal punto di vista degli attori sia dal punto di vista della realizzazione del film( regia, montaggio, colonna sonora, ecc) è un ottimo prodotto ma, perché la decisione di raccontare la vita d’Andreotti in modo cosi strano, forse per riuscire ad accentuare le spigolature del personaggio, oppure per non fare un film di stampo documentaristico e non annoiare il pubblico? Non lo so?
Nel film si trovano tracce di registi passati che, hanno fatto del cinema politico il loro vanto ( esempio Rosi imitato nell’uso dei flash back), però per quanto mi riguarda questo non rientra nella categoria dei film politici.

SanSimone

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Di Namor (del 29/05/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 878 volte)
Titolo originale
Jumper
Produzione
USA 2008
Regia
Doug Liman
Interpreti
Hayden Christensen, Jamie Bell, Diane Lane, Samuel L. Jackson, Michael Rooker, Rachel Bilson, Max Thieriot, AnnaSophia Robb.
Durata
88Minuti
Trailer

L’impacciato studente David Rice (Hayden Christensen) trovandosi in una situazione di estremo pericolo fa un’incredibile scoperta, quella di essere in grado di teletrasportarsi da un luogo all’altro, per lui è sufficiente visionare l’immagine di una località nella quale vorrebbe andare, oppure un posto dove è stato almeno una volta, per balzarci alla velocità di un battito di ciglia. Dopo svariati anni di uso poco legale del potere natio, si ritrova ad essere oggetto di caccia da parte di un gruppo di estremisti religiosi chiamati i Paladini. Il loro intento, è quello di trovare ed annientare senza misure i loro nemici secolari, identificati in coloro i quali hanno il dono del teletrasporto, meglio conosciuti col nome di Jumper.
A dirigere questa fantavventura tratto dai romanzi “Jumper” e “Reflex” dello scrittore Steven Gould, è il regista con vocazione del cinema d’azione Doug Liman (sua la regia di “The Bourne Identity”).
Visionando il film si intuisce da subito questa sua passione, i ritmi sono adrenalinici, come l’uso dei frequenti ed obbligatori effetti speciali, ma questo non vuol dire che per fare un buon prodotto d’azione sia sufficiente mettere in bella mostra solo queste due essenziali ed importanti componenti, essenziali sicuramente, ma non fondamentali per la buona riuscita di un degno action-movie.
Jumper” a mio parere non è riuscito ad incidere positivamente per due fattori molto importanti, il primo è la trama, nonostante ci abbia lavorato il richiestissimo sceneggiatore David Goyer (“Blade”, “Batman Begins”), risulta troppo convenzionale e superficiale, il secondo motivo è la recitazione del cast, a parte la discreta performance di Samuel L. Jackson e dell’altro saltatore presente nel film, Jamie Bell ( il ragazzino protagonista di “Billy Elliot”), gli altri, compreso Christensen offrono una prova senza convinzione, oserei dire, per certi versi, quasi dilettantesca.
Ad ogni modo vedremo se queste gravi lacune presenti nel capitolo appena uscito, si ripercuoteranno sulla realizzazione dei due che seguiranno. Fare peggio del primo, sarebbe veramente un’impresa!

Namor

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Di Darth (del 28/05/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3996 volte)
Titolo originale
Hitman
Produzione
Francia, USA - 2007
Regia
Xavier Gens
Interpreti
Timothy Olyphant, Dougray Scott, Robert Knepper, Olga Kurylenko, Ulrich Thomsen, Michael Offei
Durata
100 minuti
Trailer

Chi è appassionato di videogiochi non può non conoscere “Agente 47”: personaggio principale di una (finora) tetralogia nata nel 2000 con il videogame “Hitman: Codename 47”.
Nel videogame il player impersona un uomo creato per essere un assassino perfetto: marchiato con un codice a barre sulla nuca di un cranio rasato, sempre vestito elegantemente con un completo nero e la cravatta rossa. Lo scopo del gioco è eseguire i vari omicidi per i quali si è assoldati, ogni volta più difficili, in cui non conta solo l’abilità ma anche l’ingegno.
Per la trasposizione su pellicola sono stati ingaggiati due (quasi) debuttanti: il regista francese Xavier Gens, e l’attore Timothy Olyphant, al suo primo ruolo come protagonista. La trama del film riprende molto bene l’atmosfera creata per il videogioco, con un Olyphant ottimo nell’interpretazione del mitico “47”, sia come somiglianza, sia come carisma. Altro punto a favore di questo lungometraggio è la sceneggiatura, scritta dando molto spessore ai personaggi, cosa abbastanza rara in film ispirati dai videogame (basti pensare a Tomb Raider o Mortal Kombat…). E così che, quando si trova a dover uccidere l’affascinante Nika Boronina, il killer ritrova un po’di umanità e, pur mantenendo invariato il proprio stile spietato, decide di risparmiarla e portarla con se…
Personalmente lo ritengo un film discreto, nonché una delle migliori trasposizioni cinematografiche di un personaggio digitale.

Darth

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Di smarty (del 27/05/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1254 volte)
Titolo originale
Elsa y Fred
Produzione
Spagna, Argentina 2005
Regia
Marcos Carnevale
Interpreti
China Zorrilla, Manuel Alexandre, Blanca Portillo, José Angel Egido, Roberto Carnaghi
Durata
colore 108 minuti

Commedia semplice ed “effervescente”, proprio come il titolo, una storia d’amore come tante se non avesse come protagonisti Elsa, 82 anni e Alfredo 77 anni. Non è mai troppo tardi per amare e non è mai troppo tardi per prendersi cura della propria felicità. Questo il messaggio e la lezione di vita che Elsa insegnerà a Fred per tutta la durata del film. Ho trovato il film semplicemente delizioso e, anche romantico se vogliamo, con un sincero omaggio al capolavoro di Fellini “La Dolce Vita”. Sì perché Elsa per tutta la vita ha sognato di incontrare il suo “Marcello” e rivivere la famosissima scena della fontana di Trevi e quando Alfredo, ipocondriaco e malinconico vedovo, viene a vivere di fronte al suo appartamento, Elsa ritroverà la sua ragione di vita e tramite quell’effervescenza adolescenziale per cui è e rimarrà famosa contagerà il co-protagonista offrendogli la possibilità di rifarsi del tempo perduto. Nonostante la classica struttura narrativa il film è allegro, soprattutto per le “bravate” di Elsa, e porta all’attenzione dello spettatore il pregiudizio che dopo una certa età non si debba più avere il diritto di innamorarsi e di godere appieno della vita, quando invece, se non si hanno particolari problemi di salute, la vecchiaia offrirebbe tutto il tempo per farlo.

Smarty

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Di nilcoxp (del 26/05/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1729 volte)
Titolo originale
Gomorra
Produzione
Italia 2008
Regia
Matteo Garrone
Interpreti
Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster
Durata
135 minuti
Trailer

Sono diversi giorni che per motivi di lavoro devo restare a Genova. Una sera, i miei colleghi decidono di andare a vedere “Gomorra”, e anche se non del tutto convinto, mi aggrego a loro. Pensavo al solito film italiano degli ultimi tempi: regia televisiva, qualche raccomandato che crede di saper recitare, e così via. Invece…piacevolmente sorpreso (per fortuna ogni tanto mi capita), mi sono gustato tutti i 135 minuti della pellicola. Una regia interessante, attori che ben si sono comportati, e una scelta stilistica-estetica che secondo me ha pagato. Tutti voi saprete che il film è tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, e che narra di quel mondo particolare che è la periferia napoletana: ben rappresentata in tutte le sue sfaccettature crude e violente. Qui lo squallore urbano è lo squallore della vita stessa di quelle persone che per loro sfortuna si trovano a nascere e vivere in quel contesto. Ma quanta fortuna ci vuole a venire al mondo nel posto giusto? Sembra di assistere ad un documentario, solo che al posto degli animali abbiamo uomini, e noi siamo spettatori di questo orrore. Perché orrore è la parola giusta per descrivere quelle situazioni che sembrano tanto lontane da noi, ma che non lo sono affatto. L’uso dei sottotitoli è necessario per seguire i dialoghi, altrimenti incomprensibili. L’unica cosa che ho detestato nel film, ma non perché sbagliata, ma solamente per una mia personale valutazione, è quella schifosa musica napoletana che accompagna le immagini dei protagonisti. Per rendervi l’idea, è la stessa che si sente da quei camion ambulanti che vendono frutta e verdura per le strade: odiosa!!! Gran bel film che vale la pena vedere. Piccolo appunto di fine recensione (non sarei io altrimenti): come mai a Genova ho pagato l’entrata euro 5,50 ed ero seduto su poltrone che mi ricordavano quella di casa mia tanto erano comode, e a Sanremo devo pagare di più per stare scomodo, e molte volte in sale non insonorizzate (con il risultato di sentire gli spari dell’altro film per esempio) ? Cambiate città per andare al cinema, vi conviene!!! Baci contaminati a tutti.

nilcoxp

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Di slovo (del 24/05/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 999 volte)
Artista
Afterhours
Titolo
I Milanesi Ammazzano il Sabato
Anno
2008
Label
Universal

Due i fattori che hanno condizionato i primi ascolti. a) gli ‘after’ sono divenuti una delle realtà più importanti del rock nostrano - forse la più importante se escludiamo i pallosissimi mainstream - l’ultima rimasta di quelle arrivate ‘dal basso’ ad avere un seguito significativo dopo la progressiva autoeliminazione della concorrenza. b) le aspettative per il nuovo album erano sospinte dal fatto che il precedente “ballate per piccole iene” (2005) era decisamente buono per una band con quasi vent’anni di carriera sul groppone.
Giusto per alimentare la suspance, hanno pensato bene di anticipare l’usicta del nuovo disco con un assaggio del ‘work in progress’ dal titolo “le sessioni creative”, uscito in edicola come allegato ad una rivista musicale. Il cd conteneva alcune anteprime dal loro immediato futuro musicale che parevano positivamente spiazzanti. In particolare “dall’alto, a sinistra del leccio”: componimento classicheggiante ad opera del giovane genio polistrumentista Enrico Gabrielli (new entry nella band) e la sua integrazione con il chitarrismo di Agnelli ovvero le proto-versioni di “è solo febbre”.
Brano che ritroviamo in scaletta nello splendore del suo mix finale, intrecciato con formidabili ed angoscianti orchestrazioni barocche. Purtroppo è sostanzialmente un esperimento isolato in un disco che vede questi nuovi colori (clarinetti, sax, trombe di Gabrielli) innestati sporadicamente nei brani a mero titolo di arrangiamento e con esiti di cui talvolta è difficile capire il senso.
Assistiamo quindi al germogliare di un nuovo e rivoluzionario (forse) corso nella musica della band che però abortisce prima di produrre qualcosa di tangibile e contestualmente alla conferma di un ottimo livello compositivo assestato su stilemi poco avventurosi. I momenti migliori, infatti, sono proprio nei riff di “neppure carne da cannone per dio”, “pochi istanti nella lavatrice” o “tutti gli uomini del presidente”, fieri omaggi al passato remoto (Hendrix, Led Zeppelin) mentre i momenti più melodici si mantengono su una media che gli Afterhours avevano già guadagnato: con punte piacevoli (“i milanesi ammazzano il sabato”, “musa di nessuno”) e qualche imbarazzo (“riprendere berlino”, “tema: la mia città”).
Facendo un po’ di retrospettiva si può notare che gli Afterhours hanno sempre alternato ottimi album a lavori 'transitori', dato il curriculum del gruppo possiamo dare il beneficio del dubbio e far cadere “i milanesi…” nella seconda categoria. E attendere con fiducia il prossimo disco.

slovo

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Di Sansimone (del 23/05/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 972 volte)
Titolo originale
Dude, wher's my country
Autore
Michael Moore
Traduzione
Katia Bgnoli, Valentina Guani,Silvia Rote Sperti,Elisabetta Humouda
Prima edizione
2003

Incredibile! Questo libro è stato scritto nel 2003, ma sembra perfetto per il 2008.
Michael Moore, infatti, aveva pubblicato questo volume per mobilitare la popolazione americana in vista delle presidenziali del 2004 nell’intento di non far ottenere il secondo mandato a G. W. Bush, purtroppo non riuscì nello scopo e come sono andate le cose lo sappiamo tutti.
La cosa sorprendente è che trascorsi cinque anni la situazione americana non è cambiata di una virgola, anzi è peggiorata come aveva previsto Moore, l’economia USA è in recessione, le guerre preventive volute dal presidente texano ricordano sempre più il Vietnam e la forbice sociale è aumentata ancor di più.
Attraverso 11 capitoli, Moore scrive una guida dei motivi per non votare più Bush partendo da sette domande che vorrebbe rivolgere al presidente, chiaramente le risposte ufficiali non sono mai arrivate, ci sono quelle con relativa documentazione dell’autore.
Nei capitoli successivi spiega i motivi dell’avversione alla politica repubblicana e le palle raccontate dai mass media statunitensi per giustificarla agli occhi degli americani. Negli ultimi capitoli spiega come convincere un conservatore a votare democratico e ci sono alcuni passaggi davvero deliziosi.
Per queste presidenziali l’autore di Fahrenheit 9/11 ha appoggiato Barack Obama e speriamo che almeno alla Casa Bianca ci sia un cambiamento democratico.

SanSimone

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Di Namor (del 22/05/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 980 volte)
Titolo originale
Mongol
Produzione
Kazakhistan, Russia, Germania 2007.
Regia
Sergej Bodrov
Interpreti
Tadanobu Asano, Honglei Sun, Khulan Chuluun, Odnyam Odsuren, Aliya, Ba Sen.
Durata
120 Minuti
Trailer

Dopo essersi avvalorato per svariati anni consultando preziosi documenti storici, il regista Russo Sergei Bodrov grazie alla realizzazione di “Mongol”, ci illustra la travagliata e sofferta infanzia fino alla maturazione del leggendario condottiero Gengis Khan.
Temugin questo il vero nome del famoso condottiero Mongolo, rimane orfano del padre, a sua volta capo tribù del suo villaggio, in età adolescenziale. Alla sua morte il giovane erede viene fatto schiavo in attesa di essere anch’egli giustiziato, secondo i canoni Mongoli dell’epoca. Ma il destino ha in serbo per lui altri progetti che andare incontro da una morte certa ed anonima… il resto come tutti sappiamo è storia!
Ad essere sinceri il film in questione mi ha lasciato un senso di incompiuto, trovo che sia troppo incentrato sulle sofferenze subite nel corso della sua vita pro Khan, non dico che non sia interessante sapere la genesi per diventare il più grande dei Khan (capo) che il popolo Mongolo abbia mai avuto, ma una volta sorbita questa versione passiva del famoso condottiero, mi sarebbe piaciuto vedere anche la versione più autoritaria, di come rese possibile attuare, partendo da solo, la stupefacente conquista di mezzo mondo.
Ad ogni modo questa mia personale osservazione non vuole essere una bocciatura, alla critica la pellicola è piaciuta ed in parte anche a me.
Da annotare la stupenda fotografia che ha reso ancora più suggestivi i luoghi dove videro realmente le gesta di Gengis Khan, peccato che questa pregevole oculatezza del suo autore, vada ad impattarsi contro i dialoghi un po’ troppo asciutti per una pellicola che ha come tema la storia.

Namor

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Di kiriku (del 21/05/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1272 volte)
Artista
Massimo Urbani
Titolo
Easy To Love
Anno
1987
Label
Red Records

Era lì da almeno quattro anni e non ci avevo mai fatto troppo caso o meglio me ne ero completamente dimenticato. Chissà quante volte , frugando tra i miei cd, ci sono passato vicino e il mio occhio non si è mai fermato su questo "Easy To Love" di Massimo Urbani. Il rammarico per questa mia distrazione è aumentato nel momento in cui è partita la prima traccia "A Trane from the East", brano scritto dallo stesso sassofonista e dedicato all’immenso John Coltrane del quale riesce a far rivivere lo spirito e la forza che ritroviamo in un capolavoro come “A love Supreme”. Ma a stupirmi è la qualità del suono e la potenza espressiva che il musicista romano riesce ad esprimere, non bisogna essere degli intenditori per capire che la tecnica è paragonabile a quella dei grandissimi e che le sue improvvisazioni caleidoscopiche sono energia pura che ti lasciano a bocca aperta. La bellezza di questo cd, oltre al genio di Urbani, è da attribuirsi anche agli altri tre grandi musicisti che hanno suonato con lui: Roberto Gatto alla batteria, Luca Flores al piano e Furio Di Castri al contrabbasso . Quattro artisti che confezionano un opera eccellente che va oltre i confini nazionali diventando un capolavoro assoluto sotto tutti i punti di vista. La qualità espressa dal quartetto è a livelli stellari, sia sotto il profilo individuale sia sotto quello di gruppo dove è evidente un ottimo interplay. Se il talento di Massimo Urbani non fosse stato interrotto da una morte prematura, dovuta ad uno uso eccessivo di droghe, probabilmente oggi sarebbe stato lassù insieme ai mostri sacri. Ma questi discorsi lasciano il tempo che trovano, meglio concentrarsi sulla sua produzione e godere di quello che ci ha lasciato. Easy To Love è la testimonianza del genio, dell’arte, della tecnica, dell’espressività, dell’improvvisazione di uno dei più grandi musicisti europei di sempre. Da avere assolutamente!

Kiriku

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Di Andy (del 20/05/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1004 volte)
Artista
Piero Pelù
Titolo
Fenomeni
Anno
2008
Label
T.E.G. 2000

E’ uscito ad aprile "Fenomeni", il nuovo album di Piero Pelù, ex Litfiba, ottimo gruppo toscano che ha dato le sue cose migliori nei primi anni ottanta, formulando una miscela ottima tra rock e new wawe davvero interessante e che si è perso nel successivo decennio, incidendo dischi di buona fattura ma senza più grande originalità; di sicuro, dal 1998, anno dello scioglimento della formazione, Pelù è stato molto più attivo del suo socio co-fondatore, Ghigo Renzulli, buon chitarrista sparito dopo, credo, un solo disco solista.
Per Piero invece siamo già al numero cinque anche se devo dire che trovo i suoi lavori abbastanza ripetitivi, sia dal punto di vista del sound che dei testi; non mi era dispiaciuto il precedente “In faccia”, mentre qui secondo me abbiamo fatto un passo indietro, ricalcandone le orme ma con meno freschezza e con un suono sì rock, e va bene, ma troppo esasperato in alcuni momenti. Da segnalare l’innesto, nel gruppo abituale,del valido chitarrista Davide Ferrario, già con la Nannini e molti atri artisti italiani , che dà un impronta chitarristica più moderna , ma troppo pesante e ruvida , che penalizza la fluidità di questo disco che contiene dieci inediti , più il remake della gia’ nota Il mio nome è mai più.
Si parte con “Tutti fenomeni”, un rock in perfetto Pelù-style, ironico contro tutti gli eroi dei mass-media, politici e attorucoli vari; “Mamma Ma-donna” è dedicata alle donne, con un testo discreto, ma musicalmente è poca cosa, la terza , “Parole diverse”, ci restituisce un Pelù ispirato sul tema della difficoltà di dialogo tra le persone, cantato su un mid-rock di bella atmosfera. Con la quarta traccia, “Viaggio”, troviamo il momento migliore, secondo me, del disco; una conversazione tra un uomo e una donna, che diventa un viaggio alla ricerca di qualcosa che è dentro ognuno di noi. “Ti troverai”, sul difficile rapporto tra genitori e figli, una ballata bella e sentita visto che Pelù si rivolge alla figlia che ha più o meno vent’anni.
Nato qui” , contro l’arroganza e l’ipocrisia dei nostri tempi, abbastanza inutile, in perfetto stile dei peggiori Litfiba, un brano forzatamente ribelle e senza vera convinzione.
Mi fermo qui per lasciarvi scoprire l’altra metà del cd, che vi preannuncio molto tirata, suoni sporchi e diretti e testi imperniati sulla società odierna, precariato e difficoltà di integrazione. In sostanza, non è un album da bocciare completamente, soprattutto nei testi, ma nemmeno da riascoltare più di tanto, perché volutamente suonato in stile essenziale e cioè trio basso –chitarre-batteria e quindi o piace o non piace.. si poteva fare di meglio però.. con qualche suono meno “deja vu’” .. comunque, buon ascolto..

Andy

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Di nilcoxp (del 19/05/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2695 volte)
Titolo originale
Bella, ricca, lieve difetto fisico, cerca anima gemella
Produzione
Italia 1973
Regia
Nando Cicero
Interpreti
Gina Rovere, Erika Blanc, Marisa Mell, Elena Fiore, Carlo Giuffrè, Nino Vingelli, Adriana Facchetti, Renato Pinciroli, Ugo Fangareggi, Nino Terzo, Adolfo Belletti, Gino Pagnani, Giacomo Rizzo, Michele Cimarosa, Carla Mancini, Alfonso Tomas, Consalvo Dell’arti, Renato Malavasi
Durata
85 minuti

Rovistando tra roba vecchia varia, ho trovato la videocassetta di questo film, che non ricordavo di aver mai visto, così me lo sono guardato. E’ la storia di Michele (Carlo Giuffrè), un napoletano sposato, che vive truffando le vedove ereditiere. Mette gli annunci sul giornale, corrisponde a quelli che sembrano fare al suo caso, e spacciandosi per vedovo estorce loro dei soldi. Con quel ricavato mantiene moglie e prole (una bella Erika Blanc che non fa mai uscire di casa). Un giorno però lui perde la testa per una modella (Marisa Mell), la quale prima gli tende un tranello con un gruppo di femministe, poi lo convince a procurarle dei soldi (verrà scoperto e messo in galera), infine va ad abitare a casa sua e…ovviamente il finale non ve lo dico! Va subito precisato che non è un filmone, anzi, il talento di Giuffrè si può dire sprecato in questa pellicola che risulta molto superficiale, piena di luoghi comuni, e dai toni volgari tipici di una commedia leggera leggera. Detto questo vi informo che è comunque guardabile e piacevole (al contrario di quella “merda” di 3ciento che ho recensito la settimana scorsa). E poi ve lo voglio confidare…mi faceva piacere ricordare un attore che ha dato molto al cinema italiano, anche se questo non gli è sempre stato riconosciuto, e che ha raggiunto il 3 dicembre 2007 la veneranda età di 79 anni. Complimenti !!! Baci lievemente difettosi a tutti

nilcoxp

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Di slovo (del 17/05/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1060 volte)
Artista
Finisterre
Titolo
In Limine
Anno
1996
Label
Mellow Records

Gli entusiasmi che seguirono l'uscita di "In limine" (il secondo disco dopo l’omonimo “finisterre” pubblicato due anni prima) erano giustificati anche dalla situazione storico-musicale dell’epoca: dopo l’oblio della decade precedente i genovesi Finisterre, assieme ad altre formazioni della penisola, erano riconosciuti come gli alfieri di un possibile risveglio del prog-rock nostrano e un lavoro dall’indubbio valore come questo giustamente elevato al titolo di capolavoro.
Riascoltato oggi, a mente fredda, non manca comunque di affascinare e gratificare; alla ricerca di un interpretazione propria, trova soluzione amalgamando citazioni da predecessori illustri – certi richiami sono inevitabili per musicisti formati sui mostri sacri del progressive settantiano (Genesis, King Crimson, Banco, PFM, etc).
All’apertura: “intro+in limine”, un brano costruito su un tema dal sapore classico attorno a cui si sviluppano complesse evoluzioni: un buon esempio di rock-sinfonico che svela proprietà strumentale e confidenza nei cambi di tempo. Apprezzabile, sempre per il valore musicale, il brano di chiusura “orizzonte degli eventi” sebbene la continua percezione di 'già sentito' renda perfino una suite lunga sedici minuti - non un pezzo 'tirato giù' quindi - un’operazione un tantino artificiosa. È giusto dire che questo vale per il 90% dei gruppi progressive della cosiddetta nuova ondata.
Nondimeno troviamo anche intuizioni pregevoli: il jazz-ambient di “preludio” ad esempio, un brano da ‘tapparelle abbassate’ in cui pianoforte e sax conducono su un tappeto di sussurri, molto suggestivo. Convincente anche “interludio” con i suoi intrecci onirici e gli strumenti che entrano in successione. Le cose migliori le troviamo quando il gruppo si allontana dai manierismi in favore di sperimentazioni personali, così nei tredici minuti di "Algos", tra immersioni ed emersioni nelle strutture formali troviamo un nucleo elettro-psichedelico cupo e straordinariamente evocativo. "Indeenkleid Leibnitz Frei" esordisce eccentrica e dissonante, sfocia nel jazz free-form per terminare in un delirio vocale: una folle trascrizione di stati d'animo reconditi.
Fatte salve le considerazioni appena fatte e preso al netto di severi confronti col passato, rimane uno dei migliori dischi italiani degli anni novanta, caldamente consigliato.

slovo

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