BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 15/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 806 volte)
Titolo originale
Irina Palm
Produzione
Belgio, Lussemburgo, Gran Bretagna, Germania, Francia, 2007
Regia
Sam Garbarski
Interpreti
Marianne Faithfull, Miki Manojlovic, Kevin Bishop, Siobhan Hewlett, Dorka Gryllus
Durata
103 minuti
Trailer

Irina Palm è “la miglior mano destra di Londra”; ossia la più apprezzata masturbatrice di uomini di tutta Soho. Ma chi è in realtà Irina Palm, visto che i clienti che la pagano per i suoi servigi non la vedono (utilizzano un foro in un muro…)? Irina Palm è il nome d’arte di Maggie, una nonna che è rimasta senza più un soldo per aiutare il figlio a curare la rara malattia del nipotino; però quando le speranze sono al lumicino ed i soldi sono esauriti, esce la prospettiva di una nuova cura... ma bisogna portare il piccolo in Australia entro sei settimane! La nonna cerca disperatamente un lavoro, e quando legge che cercano un’hostess in uno strip-bar, si presenta per il posto. Il proprietario spiega a Maggie in cosa concerne realmente il lavoro, e la donna, molto intimidita ma spinta dall’amore per il nipote oltre all’accordo di un’ottima retribuzione, accetta il posto. Dopo lo choc iniziale, Maggie alias Irina, diventerà apprezzatissima dai clienti per le sue mani morbide ed il suo modus operandi, tanto da convincere il capo ad anticiparle le 10 settimane di stipendio utili per finanziare il viaggio in Australia al figlio. Incredibilmente, per l’audace nonna il difficile non sarà dar piacere agli uomini per 8 ore al dì, ma non far scoprire al proprio rampollo ed alle amiche pettegole cosa va a fare tutti i giorni a Londra (Maggie abita in campagna). Come giustificare quindi la provenienza di tutti quei soldi? E come giustificare il braccio al collo causato del “gomito da seghista”?
Film molto delicato questo “Irina Palm”: nonostante l’ambientazione sia spesso nel quartiere a luci rosse di Londra, l’aura di candore che porta con se il personaggio di Maggie (interpretato molto bene dall’ex starlette Marianne Faithfull) rende tutto molto soft, tanto che persino una cosa volgare come fare una sega ad un membro maschile fuoruscente da un muro pare un lavoro comune. A conclusione di una sceneggiatura notevole, l’evoluzione caratteriale che subirà Maggie grazie (o a causa) del suo nuovo lavoro, trovandosi più disinvolta e meno intimorita dalle domande indiscrete e maliziose delle sue presunte amiche.
Una commedia dolceamara che intenerisce e strappa spesso sorrisi, da vedere.

Darth

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Di xanteferranti (del 14/04/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1093 volte)
Titolo originale
Смерть Ивана Ильича (Smert’ Ivana Ilyicha)
Autore
Lev Nikolaevič Tolstoj
Traduzione
Giovanni Buttafava
Editore
Garzanti
Prima edizione
1889

"Se la morte parlasse, questa sarebbe la sua voce". Così scrisse Carlo Bo a proposito di tale rac­con­to, composto da Lev Nikolaevič Tolstoj tra il 1887 e il 1889.
La trama è lineare e relativamente po­ve­ra di eventi esteriori: si tratta della storia, immaginata coeva all’epoca dell’autore, della vita di Ivan Il’ič Golovin, consigliere della corte d’appello di San Pietroburgo; un’esistenza del tutto or­di­na­­ria, "la più semplice, la più comune, la più terribile". La narrazione principia in un ufficio del tri­bu­nale dell’allora capitale russa: alcuni magistrati stanno accalorandosi nella discussione intorno a un caso giu­­diziario, ma Pëtr Ivanovič, uno di loro, è disinteressato all’argomento e sfoglia il giorna­le. Al­l’im­provviso lègge il necrologio di un collega quarantacinquenne, Ivan Il’ič appunto, suo ami­co fin dai tempi dell’università, che si sapeva esser gravemente malato. La reazione generale alla no­tizia è im­prontata a una sostanziale indifferenza; il pensiero, piuttosto che alla pietà e al com­pian­to, corre sù­bito alle ipotesi su chi potrà occupare il posto lasciato vacante, e all’inconfessata gioia di es­ser vivi: insomma, “Meglio a lui che a me!”. Alla stessa vedova, Praskov’ja Fëdorvna, che riceve Pëtr Ivànovič per la visita di rito alla salma, preme soprattutto di consultare il collega del marito sul­la maniera per ottenere dall’erario la maggior quantità possibile di denaro in reversione del decesso del coniuge. A questo punto, Tolstoj centra la propria attenzione esclusiva sulla figura di Ivan Il’ič, del quale è ripercorsa l’intera vicenda dall’infanzia sino al funesto epilogo. Figlio di un alto fun­zio­na­rio del governo, "membro inutile di numerose inutili istituzioni", aveva studiato giurisprudenza ed era stato nominato giudice istruttore in una remota provincia, dove aveva sposato una ragazza at­tra­­ente, avuto due figlî e condotto una vita sociale piacevole e brillante. Dopo alcuni anni aveva ot­te­nuto l’agognato trasferimento nella capitale, con la conseguente promozione e un considerevole au­mento di stipendio. Proprio mentre sta arredando la nuova casa a San Pietroburgo, però, cade dal­la scala su cui era salito per mostrare al tappezziere come fissare le tende, e sbatte il fianco destro con­tro la maniglia della finestra. Il dolore provocato dalla botta, all’inizio quasi inavvertito, diventa con l’andar del tempo costante e logorante. La salute di Ivan Il’ič deperisce rapidamente, e i varî lu­mi­nari della medicina consultati sul caso non riescono a comprendere la natura della malattia, né a tro­vare rimedî efficaci, pur mostrandosi sicuri di sé e della propria scienza. La pena si fa sempre più in­tensa e atroce, e nel protagonista si affaccia la coscienza di un’inesorabile fine ormai prossima. Una sorda disperazione, alternata a rari momenti di speranza, lo afferra, invade ed esaspera: Ivan Il’ič tenta di scansare il pensiero del lento avanzare della morte immergendosi nel proprio lavoro e gio­cando a carte con gli amici; ma senza risultati, ché “lei” gli si riaffaccia di continuo alla mente. In­tuisce d’essere di peso sia ai colleghi sia familiari, che non lo capiscono, non possono capirlo, in quan­to sani; lègge negli occhî degli altri fastidio, imbarazzo e muta incomprensione, e quindi non ne sop­porta più la presenza. "La cosa che più tormentava Ivan Il’ič era il fatto che nessuno aveva pie­tà di lui [...]: in certi momenti, [...] anche se si sarebbe vergognato a confessarlo, aveva soprat­tut­to voglia che qualcuno avesse pietà di lui, come di un bambino malato". E questo qualcuno è il suo gio­vane e umile servo Gerasim, che lo assiste con semplicità e affetto sinceri, unico a non mentire, a in­tendere chiaramente "di che cosa si trattava" e a non ritener necessario "nasconderlo" per ragioni di decoro e convenienza sociale, limitandosi ad aiutare il suo "padrone debole e sfinito" a sentirsi me­no solo dinanzi alla morte. Il protagonista, durante le lunghe ore di sofferenza accompagnate da cu­pi rivolgimenti interiori, si accorge che la propria vita, benché trascorsa onestamente e all’interno del­le “regole”, non è stata come avrebbe dovuto essere: il suo dolore, altrimenti, avrebbe quel senso ch’egli non riesce a trovare: tutto, nella mentalità dell’ambiente familiare e sociale cui appartiene, è fal­so e artificiale, privo di una ragione profonda. Ma tale consapevolezza, a poche ore dal trapasso, si tramuta finalmente nella volontà di porre rimedio a un’esistenza superficiale e menzognera: sente che il figlio gli sta baciando la mano, vede la moglie in lacrime, e prova per loro amore di­sin­te­res­sa­to e compassione Un sollievo lo pervade, e Ivan Il’ič si accorge di non aver più paura della morte: "È finita la morte", dice a se stesso, e spira serenamente.

xanteferranti

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Di slovo (del 12/04/2008 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 2567 volte)
Titolo originale
Otherworld
Produzione
USA 1985
Episodi / Durata
8 / 60'

Di quando in quando, da associazioni mentali impossibili da razionalizzare scaturiscono confuse memorie di passioni giovanili. Un motivetto ascendente-discendente era il tema principale del telefilm che mi è balenato in testa qualche giorno fa e di cui, confesso, non riuscivo a richiamare nemmeno il titolo. Però ricordavo di avere la serie su VHS, stipata da qualche parte, registrata dalla TV per una delle ultime battute dell’ormai obsoleto formato.
Il revival non mi ha preso molto tempo in realtà: la serie fu un tale fiasco negli stati uniti (in Italia non andò tanto meglio) che i produttori ritennero di concluderla dopo soli otto episodi.
La trama: Thal è un mondo parallelo al nostro e raggiungibile grazie a misteriosi passaggi interdimensionali, reconditi e retaggi di antiche civiltà. Durante una gita improvvisata all’interno della grande piramide una famiglia di turisti americani ha la sfortuna di imboccarne uno; si ritrova così catapultata in un mondo alieno e tendenzialmente ostile.
Gli Sterling comprendono che l’unico modo di tornare a casa è trovare la città chiamata Imar, seguendo una pista contrassegnata da misteriosi obelischi. Cosa più facile a dirsi che a farsi poiché a Thal vige un regime parafascista e il primo autoctono in cui la famiglia si imbatte (sottraendogli il cristallo di accesso) è un feroce comandante della milizia.
Braccati dai pattuglianti saranno costretti a stazionare in incognito nelle città che di volta in volta incontreranno lungo il cammino. Questo pretesto fornisce l’ossatura su cui si sviluppano le puntate, infatti la necessità di integrarsi li farà cozzare con i bizzarri costrutti sociali del luogo, spesso emanazioni di una cultura retrograda, oscurantista e totalitaria.
La serie si assesta sul genere fantascientifico (lampanti alcune analogie con lo Stargate che verrà) ma attraverso le sottotrame che si dipanano nell’arco dei singoli episodi si affronta, seppur in maniera un po’ naif, una critica al militarismo, all’uniformità di pensiero, alle chiese troppo invadenti e colluse con l’establishment.
Immancabilmente, il contatto con i valori di rettitudine, equità e giustizia della famiglia terrestre finirà con l’innescare processi proto-rivoluzionari tra le coscienze degli abitanti di Thal. Fa sorridere che a farsi araldi del “right way” sia un prototipo di famiglia felice medio-borghese americana degli anni ’80 ma all’epoca era difficile intravedere autocritica negli show televisivi.
La qualità altalenante degli episodi, dipesa probabilmente dal fitto avvicendamento dei registi (citiamo un certo Paul Michael Glaser dietro la macchina da presa della quinta puntata), il trapelare degli effetti di un budget basso e una media recitativa non esaltante rendono “dimensione Alfa” una serie cult riservata ad una nicchia di nostalgici o, al limite, di fanta-curiosi.

slovo

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Di Sansimone (del 11/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 557 volte)
Titolo originale
La giusta distanza
Produzione
Italia 2007
Regia
Carlo Mazzacurati
Interpreti
Giovanni Capovilla, Ahmed Hafiene, Valentina Lodovini, Giuseppe Battiston, Roberto Abbiati, Natalino Balasso, Stefano Scandaletti, Mirko Artuso, Fabrizio Bentivoglio, Marina Rocco
Durata
106 minuti

“ La giusta distanza “ è un film sulla provincia italiana, costruito su un avvenimento come tanti ormai la televisione ci riporta, ma, come i detti degli anziani molte volte possono avere più punti di vista.
Il film è ambientato nel Polesine, quando nel paesino di Concadalbero succede un fatto strano, la maestra che da anni insegna alle elementari impazzisce e sostituita da una giovane maestra, Mara, che farà cambiare la vita ai protagonisti maschili della pellicola, Giovanni giovane giornalista alle prime esperienze e Hassan tunisino ben integrato nella vita di paese.
Giovanni scrive i primi pezzi della sua carriera giornalistica spulciando nella vita di provincia e in quella privata dei suoi abitanti tra Hassan e Mara nasce una storia d’amore intesa però in maniera differente dai due. La storia tra i due finirà in maniera tragica ma, con un seguito del tutto inaspettato.
Questo film di Mazzacurati è un piccolo gioiello di provincia, fin dalle prime immagini rimani avvolto dall’ambiente del delta del Po fatto di fiume e mare, argini e pianura, nebbia e sole, una terra di scelte che prima o poi arrivano per tutti e bisogna affrontarle con la dovuta “giusta distanza”.
Come dicevo all’inizio ho visto in quest’opera un po’ di quella saggezza antica tramandata dai detti popolari in cui si dice una cosa apparentemente, ma anche molte altre se vai a scavare intorno. Infatti oltre alla trama noir in cui è ambientato il film, abbastanza prevedibile per un giallo, il regista tocca diversi punti come il razzismo latente che c’è in Italia, pronta a dirsi integrata quando va tutto bene ma a sparare sul immigrato non appena succede un qualcosa di brutto.
Parla anche dei rapporti umani con la metafora della giusta distanza che deve mantenere un giornalista nel fare il suo lavoro, regola infranta da Giovanni per trovare la verità e che grazie a quest’infrazione potrà realizzare i suoi sogni.
Il film però lascia una domanda in sospeso a cui gli spettatori devono dare una propria risposta, qual è la giusta distanza da mantenere per affrontare la vita?

SanSimone

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Di Namor (del 10/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 869 volte)
Titolo originale
Before the Devil Knows You're Dead
Produzione
USA 2007
Regia
Sidney Lumet
Interpreti
Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei, Aleksa Palladino, Michael Shannon, Amy Ryan, Sarah Livingston, Rosemary Harris.
Durata
117 Minuti
Trailer

Un ingente bisogno di soldi… Con questa discutibile motivazione i fratelli Hanson, progettano un colpo apparentemente facile, uno di quelli dove il fattore rischio é meno di zero, soprattutto se si hanno ottime informazioni sul luogo e sulle abitudini dei proprietari. La sede del furto sarà una gioielleria, ma non una qualunque, bensì quella dei loro genitori!
La malsana idea viene partorita dalla mente cinica del maggiore dei due fratelli Andy (Philip Seymour Hoffman), il braccio che dovrebbe attuarla, è quello del fratello minore Hank (Ethan Wake). Andy oltre ad avere una bella moglie Gina (Marisa Tomei) di cui è molto innamorato, ha un lavoro ben retribuito, ma non abbastanza per permettersi un particolare vizio, quello della droga. Per sostenere il suo dispendioso tenore di vita, si vede costretto ad attingere di nascosto denaro dal fondo della grande azienda in cui lavora come revisore contabile. Questo, fino a quando un’improvvisa verifica esterna non lo mette con le spalle al muro costringendolo a restituire il maltolto. Differenti, ma non troppo, sono le motivazioni che spingono Hank ad accettare di portare a termine il colpo, ossia la sua devozione verso l’alcool e gli alimenti arretrati da pagare alla sua ex moglie dopo il fallimentare matrimonio.
Durante lo svolgimento della rapina le cose però non vanno come dovrebbero, la reazione dell’anziana madre fa nascere una sparatoria in cui lei ed il rapinatore assoldato da Hank, saranno le vittime. Gli esigui progressi della polizia nello scoprire la verità, porteranno il padre dei due, Charles (Albert Finney) ad indagare per conto proprio e scoprire la terribile e devastante verità!
Ho sempre sostenuto che quando si ha in mano una buona sceneggiatura ed un cast di tutto rispetto, non conta l’età di chi confeziona il prodotto ma le modalità nel confezionarla, e Sidney Lumet in questo é ancora un maestro, nonostante sia alla soglia delle 84 primavere Lumet, se mai c’è ne fosse ancora bisogno, da prova di essere ancora un eccellente direttore. Con “Onora il padre e la madre” é riuscito a firmare uno dei migliori titoli dell’anno, un trhiller-noir in cui scandaglia a fondo la complessa e contorta natura del genere umano.
Se volete vedere un buon film non mi resta che consigliarvelo, oltre alla buona performance degli attori presenti, avrete il privilegio di poter ammirare il miglior nudo femminile dell’anno, è questo grazie alla presenza della splendida 44 enne Marisa Tomei, a dirlo non sono solo io ma soprattutto un sondaggio del famoso tabloid britannico Sun.

Namor

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Di Louise-Elle (del 09/04/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 2028 volte)
Titolo originale
L'anarchiste
Autore
Mazzucato Francesca
Editore
Aliberti
Prima edizione
2005

Francesca Mazzucato non ha bisogno di molte presentazioni. E’ un personaggio di successo che alterna varie attività; è scrittrice, traduttrice, critica letteraria e giornalista, particolarmente attiva nel mondo del web e dei blog, come testimoniano due recenti suoi romanzi di successo: Cam (2002) e Il Diario di una blogger (2003). La stampa recentemente l’ha definita la più famosa scrittrice erotic-chic italiana.
Francesca definisce “L’Anarchiste”, rigorosamente scritto in prima persona, un romanzo coraggioso. Leggendo questo libro non si può che concordare con questa sua opinione. E’ la storia vera d’amore e di sesso fra una donna di quasi 40 anni e un ragazzo di 28. Una passione distruttiva che travolgerà l’autrice e protagonista con sensazioni, emozioni e sentimenti forti, intensi e trasgressivi vissuti con la complicità dell’ alcool ed il fumo delle sigarette.
L’amore potente e profondo per Stefano comprometterà la forte e atavica amicizia con Matteo, un carissimo amico gay fin dai tempi del liceo. Matteo è un sincero compagno di avventure e di emozioni ma soprattutto ha sempre rappresentato per Francesca un valido appoggio e sostegno nei momenti più tristi, difficili ed importanti della sua esistenza.
Matteo c’era sempre, fisicamente e moralmente. Stefano è il compagno di Matteo ma l’incontro con Francesca distruggerà sia la relazione amorosa fra Matteo e Stefano , sia la bellissima amicizia fra Francesca e Matteo. Una narrazione avvincente e molto descrittiva. Il lettore sarà emotivamente coinvolto nell’evoluzione dell’intricato intreccio dei destini dei tre personaggi, nei momenti di erotismo descritti con cura e immerso nell’atmosfera in cui è ambientato il romanzo che vede come sfondo e co-protagonisti la città di Bologna e la musica.
Un romanzo contemporaneo in bilico fra amicizia, amore, passione ed un erotismo spregiudicato e perverso. Un libro nuovo, diverso che ho particolarmente apprezzato, non tanto nella parte iniziale molto descrittiva dei personaggi e dell’ambiente, ma nello sviluppo di questa storia d’amore narrata a tinte forti. Ancora una volta l’amore e la passione dimostrano che sono i più tenaci, di non avere limiti, di emergere e prevaricare su tutto.
Un romanzo da non lasciarsi sfuggire, coinvolgente fino all’ultima riga, da apprezzare maggiormente poiché una storia vera.
Quando inizio a leggere un libro leggo la prima e l’ultima frase, considerandolo un vizietto di buon auspicio per una piacevole lettura. Regalo ancora una volta anche a voi questa anteprima, proponendovi la prima frase del romanzo: “” Non ricordo quando Matteo ha cominciato a chiamarmi >l’anarchiste< “” e l’ultima: “”Me lo faccio bastare, è facile con un po’ di pratica. E in fondo non è poco. Può sembrare, nei giorni migliori, quasi abbastanza:””

Louise-Elle

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Di kiriku (del 08/04/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 509 volte)
Artista
The Quintet
Titolo
Jazz At Massey Hall
Anno
1953
Label
Debut Record

Solo cinque euro! Mentre vengo investito dalla musica che fuoriesce dallo stereo, continuo a guardare e riguardare la custodia di “Jazz at Massey Hall”. Possibile che l’ho pagato poco più di cinque euro? Ci deve essere stato uno sbaglio, non è possibile. Per quanto Il costo è sorprendente quello che più mi colpisce è la musica che le mie orecchie sentono, è di un livello superiore. Potenza dirompente, classe stratosferica, divertimento allo stato puro. Sensazioni che mi invadono e che mi prendono testa, cuore e stomaco, del resto non potrebbe essere altrimenti. Il cd è firmato “The Quintet”, forse può sembrare un peccato di presunzione definirsi tali ma basta leggere i componenti di questo quintetto per capire: Dizzy Gillespie alla tromba, Charlie Parker al sax, Bud Powel al pianoforte, Charles Mingus al basso e Max Roach alla batteria. Cinque musicisti che hanno fatto la storia della musica jazz, cinque mostri sacri riuniti per questo concerto tenutosi a Toronto in Canada nel 1953. Una formazione stellare per un’esibizione dal vivo davvero incredibile, non riesco a tenere ferme le gambe e la testa, il bop che scaturisce dall’anima e dagli strumenti di questi artisti è davvero coinvolgente e di altissima fattura. In tutto sono sei brani per una durata di quarantasette minuti circa in cui, è garantito, non ci si annoia mai. Quello che mi colpisce è che nessuno primeggia sull’altro, tutti e cinque danno sfoggio del loro immenso talento senza mai pestarsi i piedi e senza mai scendere di livello, che rimane per tutta la durata del concerto a quote cosi alte e vertiginose da lasciare esterrefatti. Questo cd sembra non risentire del tempo trascorso, è passato più di mezzo secolo, e oggi più che mai la sua energia arriva intatta rompendo i confini spazio-tempo. Splendido!!!

kiriku

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Di nilcoxp (del 07/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 655 volte)
Titolo originale
Stardust
Produzione
Gran Bretagna, USA 2007
Regia
Matthew Vaughn
Interpreti
Claire Danes, Charlie Cox, Sienna Miller, Ricky Gervais, Jason Flemyng, Rupert Everett, Peter O'Toole, Michelle Pfeiffer, Robert De Niro
Durata
130 minuti
Trailer

Una ragazza bella e superficiale, chiede ad un suo spasimante per sposarlo, di portarle la stella cadente che stanno guardando insieme in dono. Peccato che quella stella sia caduta al di là del muro che separa il villaggio reale di Wall da quello fantastico di Stormhold. Nel muro però c’è un passaggio da sempre custodito da un guardiano per impedire alle persone reali di attraversarlo. Come avrete capito il nostro giovane protagonista riuscirà a passare dall’altra parte facendo così iniziare una serie di avventure surreali: a volte divertenti, a volte maligne. E sì, perché qui troviamo molte streghe, e la più potente è interpretata da Michelle Pfeiffer. Abbiamo incantesimi di vario tipo, e può capitare di finire su di una nuvola e di essere catturati in una rete da una nave volante di pirati comandata da Robert De Niro. Ma la cosa carina di questo film è che la stella cadente avrà le sembianze umane di una ragazza molto bella, al cui variare delle emozioni varierà la propria luminosità. Sono sicuro che spiegato così non riuscirò a rendervi l’idea di quanto sia tenera e piacevole da vedere la “condizione” di questa stella. Non aggiungo altro per non rovinarvi niente del film che presenta ancora molte sorprese e colpi di scena, in un fantasy che è tra i migliori degli ultimi tempi che io abbia visto. Baci stellari a tutti.

nilcoxp

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Di Namor (del 05/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 830 volte)
Titolo originale
Factory Girl
Produzione
Usa 2006
Regia
George Hickenlooper
Interpreti
Sienna Miller, Guy Pearce, Hayden Christensen, Jimmy Fallon, Jack Huston, Armin Amiri, Tara Summers, Mena Suvari, Shawn Hatosy, Beth Grant.
Durata
90 Minuti
Trailer

Verrà un giorno in cui tutti potranno essere famosi per un quarto d’ora.” A proferire questo famoso slogan, fu il papà per eccellenza del movimento pop art Americano Andy Warhol. A confermare l’effettiva esistenza di quei metaforici 15 minuti di celebrità, fu proprio la sua musa la povera e ricca ereditiera Edie Sedgwick, la quale entrò in scena all’interno della factory una sorte di laboratorio- ritrovo per artisti disadattati con a capo Warhol, nel Marzo del 1965 fino al Febbraio del 1966. Un anno di frequentazione, tanto le bastò per trasformarsi da semplice modella in una delle più grandi icone della cultura pop Americana. Il suo inconfondibile stile é stato ed è tutt’ora fonte di ispirazione per molti stilisti, il suo particolare look comprendeva: top aderenti, tubini attillati su calzamaglie nere e tacchi a spillo, abbigliamento che fasciava un fisico incredibilmente asciutto. Altra particolarità che la contraddistingueva era la sua capigliatura corta biondo platino ed i suoi occhi truccati pesantemente di nero, accompagnati dai suoi inseparabili orecchini a lampadario. I continui problemi familiari ne condizionarono pesantemente la sua adolescenza, rendendola molto fragile ed insicura, da giovane fu rinchiusa in varie cliniche psichiatriche dove le furono addirittura praticate sedute di elettroschok.
Dopo una vita di eccessi in seguito ad un continuo uso di droghe e alcol, il suo stato di salute si aggravò in maniera preoccupante ed è anche per questo motivo che come dicevo prima venne rinchiusa più volte in ospedali psichiatrici fino alla morte per un’overdose di barbiturici nel 1971, alla giovane età di 28 anni! Sono passati 37 anni e tutt’ora il suo inconsapevole talento non ha cessato di ispirare i molteplici autori, che le hanno dedicato mostre, libri, film e canzoni, si dice che “Just Like a Woman”, “Leopard-skin”, “Pill-box hat” e forse anche “Like a Rolling Stones”, siano state scritte da Bob Dylan pensando proprio a lei.
Prodotto nel 2006, “Factory Girl” ha visto la sua uscita nelle sale solo l’anno successivo, Bob Dylan, che nel film viene interpretato da Hayden Christensen, ha preteso, prima che la pellicola fosse distribuita nei cinema, che venisse eliminato ogni riferimento alla sua persona. La scelta di affidare il ruolo della protagonista a Sienna Miller, è stata davvero singolare. Inizialmente la produzione aveva pensato a Keira Knightley e Natalie Portman, ma il loro compenso era troppo alto, quindi la decisione cadde su Katie Holmes, la quale però fu costretta a rifiutare poiché il ruolo contrastava con le ideologie di Scientology. Provinata, presa e poi scartata per scarsa notorietà, la Miller viene riassunta dopo essere finita sulle copertine gossip di tutto il mondo, per via della scappatella del suo fidanzato Jude Law con la loro babysitter! La parte di Andy Warholl é stata affidata al camaleontico Guy Pearce, e devo dire che si è rivelata più che azzeccata, la sua performance è molto soddisfacente, come hanno testimoniato alcuni dei personaggi reali, che in passato hanno fatto parte della factory. Il film da noi non avuto molta fortuna per via della sua tematica, (secondo me) poco amplificata nella nostra cultura, chi non è appassionato di quel genere d’arte, può conoscere a grandi linee i capolavori più famosi di Warholl, ma della factory e dei suoi frequentatori, poco o niente.
Per essere un’autobiografia, personalmente la sua visione non è dispiaciuta affatto, anche se può risultare un po’ lenta nello svolgimento della trama, sono del parere che questo genere di film un’occhiata la meritino sempre: venire a conoscenza di un personaggio realmente esistito e di tutto quello che lo circondava, trovo sia un’ulteriore arricchimento culturale che non andrebbe mai trascurato!

Namor

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Di kiriku (del 04/04/2008 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 1109 volte)
Titolo originale
Triunph Of The Underdog
Produzione
USA
Regia
Don McGlynn
Interpreti
 
Durata
78 min

Mi chiamo Charles Mingus. Per metà nero ,giallo… per metà giallo … non del tutto. Non abbastanza bianco da poter passare da altro che nero. Non abbastanza chiaro da poter essere chiamato “bianco”. Dichiaro di essere negro. Con questo concetto del celebre contrabbassista americano comincia il documentario “Triunph of the underdod” di Don McGlynn. La frase di apertura fotografa in maniera chiara lo spirito anticonformista che ha caratterizzato la musica e la vita di uno dei più grandi musicisti di sempre. Tradotto in italiano il titolo di questo documentario diventa “Trionfo di un bastardo”. Personaggio difficile, genio, contrabbassista eccellente, compositore straordinario, sono molte le cose che si possono dire di Mingus ma se a dirle sono i musicisti che hanno suonato con lui (Dannie Richmond, Britt Woodman, Jerome Richardson, Jimmy Knepper), o quelli che ne hanno eseguito le musiche (Wynton Marsalis, Randy Brecker, John Handy), oppure le due ex mogli, beh, tutto assume un valore storico differente. Chi meglio di loro è in grado di far comprendere le innumerevoli sfaccettature dell’animo di un personaggio così caleidoscopico? Questo cofanetto ha il merito di aggiungere qualche tessera in più al ritratto di un musicista che ha sempre rifiutato le catalogazioni razziali e musicali. In un intervista contenuta in questo cofanetto l’intervistatore gli chiede: “Ci sono polemiche nell’uso del termine jazz. Che ne pensi?”  e lui seccato risponde: “Se vuoi che io… ci vorrebbe troppo tempo per esprimere ciò che penso. È come quando dicevano “negro”. Jazz per me rappresenta il fatto che siamo impiegati ingiustamente. È come dire “negro” o usare un nome sostitutivo per “musica”. … Perché darle un nome?da dove viene? È ora che usciamo dal paese e la chiamiamo musica americana. …” Il dvd inoltre è ricco di frammenti video di live e di esibizioni in studio registrati da tv americane, canadesi e inglesi, tra questi un filmato raro dove suona affianco del grande sassofonista Eric Dolphy. Il tutto si conclude con le immagini del concerto postumo “Epitafh”, il suo grande capolavoro. La musica di Charles Mingus è eccezionale e merita più attenzione, “Triunph of the underdod” è sicuramente un mezzo valido per accostarsi al suo vita, al suo genio, alla sua arte.

kiriku

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Di slovo (del 03/04/2008 @ 05:00:00, in redazione, linkato 1021 volte)
image by slovo

Against all odds (dicono gli inglesi) ma ci siamo arrivati: oggi Blogbuster celebra il secondo anno di esistenza on-line.
Due anni, per noi che viviamo il blog quotidianamente, sono tutt’altro che pochi ma prima di perderci in aneddoti permetteteci di puntualizzare: si intende ‘noi’ nel suo senso più ampio, ivi compresi chi scrive periodicamente, chi occasionalmente, chi partecipa commentando e chi, ovviamente, ci legge… un gruppo di persone che condividono una passione ed un progetto comune. Che è sempre stato, al di là di qualsiasi risultato, tentare di diffondere cultura.
Mantenere un ritmo di pubblicazioni come il nostro non è facile, lo si può ben immaginare: smorzati gli entusiasmi iniziali si deve far fronte all’impegno… ma tra alti e bassi, piccole gratificazioni e periodici cali di entusiasmo abbiamo superato le 650 recensioni pubblicate: il nostro archivio, la mole del blog, il prodotto della nostra dedizione.
Il secondo anno di attività ha visto l’arricchirsi delle sezioni dedicate ai libri e alle serie TV, abbiamo avuto l’onore di recensire opere (cinematografiche e musicali) di bravissimi autori underground e qualche lettore sta già manifestando l’interesse a collaborare con noi.
Naturalmente molta della spinta che ci alimenta è il sapere che c’è chi ci legge… ecco perché nel giorno del secondo compleanno del blog, oltre a stringerci nelle reciproche congratulazioni, ringraziamo di cuore tutti quelli che hanno puntato il browser sul nostro URL e hanno dedicato un po’ del loro tempo alle nostre recensioni.
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collettivo blogbuster

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Di Darth (del 02/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 886 volte)
Titolo originale
Sukkar banat
Produzione
Francia, Libano, 2007
Regia
Nadine Labaki
Interpreti
Nadine Labaki, Yasmine Al Masri, Joanna Moukarzel, Gisèle Aouad, Adel Karam, Siham Haddad
Durata
96 minuti
Trailer

Cinque donne vivono la loro esistenza ed i loro problemi di cuore a Beirut. Fa quasi strano trovare così tante similitudini con i pensieri e le preoccupazioni delle signore nostrane, conoscendo la distanza che separa l’Italia dal Libano a livello culturale, sociale e religioso. Così in “Caramel” spiamo la vita delle donne che frequentano il salone di bellezza “Si Belle”: l’affascinante Layale, innamorata di un uomo sposato, sempre in attesa del colpo di clacson dell’automobile di lui per potersi incontrare; Nisrine, promessa sposa che non sa come confessare al suo futuro marito che non è più vergine; Rima, con tendenze omosessuali difficili da celare e da reprimere; Jamale, donna di mezz’età che non accetta gli anni che passano ed ambisce a ruoli televisivi adatti a ventenni; ed infine la tenera Rose, ormai sfiorita, dedita alla sua sartoria ed alla cura dell’anziana sorella rimbambita. Unico personaggio maschile di rilievo, un poliziotto innamorato segretamente di Layale, timido ed impacciato osserva le movenze della sua amata dalla finestra dell’ufficio posto di fronte al salone di bellezza.
“Caramel” è un film molto femminile, sicuramente le spettatrici godranno ancora di più dei momenti di complicità tra le cinque amiche e delle loro storie; ma nonostante questa mia limitazione, lo ritengo una pellicola piacevole e ben realizzata. I pochi personaggi che compongono la sceneggiatura si fondono benissimo l’un l’altro senza che nessuno abbia il sopravvento, le storie e gli stati d’animo sono espressi con estrema chiarezza, e la bellissima regista debuttante Nadine Labaki (che interpreta Layale) riesce a creare un’atmosfera di complicità tra lo spettatore e le attrici. Il triste sbirciare di Layale attraverso le tendine riscaldate dal sole ad anelare un’auto che non arriva, mentre il poliziotto la osserva sognando discorsi che probabilmente non le farà mai; gli sguardi timidi tra Rose e l’anziano cliente; e, soprattutto, il dolce massaggio alla testa, senza mai dirsi più di poche frasi di circostanza, tra Rima e l’avvenente cliente dai capelli lunghissimi e corvini… tutti quadri splendidi, che raccontano l’anima delle protagoniste meglio che con l’uso di mille pagine stampate.

Darth

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Di smarty (del 01/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 681 volte)
Titolo originale
Into the wild
Produzione
USA 2007
Regia
Sean Penn
Interpreti
Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Brian Dierker, Catherine Keener, Vince Vaughn, Kristen Stewart, Hal Holbrook
Durata
148 minuti
Trailer

Libertà estrema. Essere e sentirsi libero ad ogni costo. Tratto dal libro di Jon Krakauer racconta la vera storia di Christopher McCandless (Emilie Hirsch), 22enne laureato benestante che abbandona la famiglia per inseguire il suo sogno di vita. Un viaggiatore esteta che ha per casa la strada, che fugge dal falso io interiore, che innesca una rivoluzione con sé stesso innanzitutto per non essere più avvelenato dalla civiltà. Essere liberi completamente può significare anche fuga dagli obblighi, dalla legge, dai legami sentimentali, ma anche dalle false sicurezze, dai genitori, dal consumismo sfrenato e inutile, dal materialismo e in sintesi da tutto quello che allontana dalla propria esistenza, dalla vera essenza. Fugge lontano, in Alaska, attraversando gli Stati Uniti e il Messico del Nord, senza soldi, senza documenti, senza tessera sanitaria, senza nessun tipo di aiuto che non siano le sue capacità, lo spirito di adattamento e l’intelligenza. Christopher, o meglio come si farà chiamare, Alexander Supertramp, misura sé stesso e coloro che lo circondano secondo un rigido codice morale, incamminandosi su un sentiero carico di solitudine, sà tagliare nettamente i rapporti “secchi” e inutili, rifugiandosi nelle parole dei suoi libri e scrittori preferiti (Tolstoj e Tourou) dai quali trae la forza per continuare il suo cammino interiore. Durante il viaggio che lo porterà nelle immense e selvagge terre dell’Alaska incontrerà “compagni” non solo di viaggio, ma di crescita personale, a cui cambierà la vita e che lo prepareranno ad affrontare le difficoltà del vivere selvaggio e libero. Il film diviso a tappe viene narrato dalla voce fuori campo della sorella di Christopher (Jena Malone) che con affetto e malinconia permette allo spettatore di conoscere il passato tormentato del fratello e dalla voce dello stesso protagonista che induce alla riflessione e all’introspezione nella lettura di frasi del suo diario che si materializzano sul video con toni poetici, inoltre, secondo me anche da quella di Eddie Vedder che interpreta la splendida colonna sonora, i cui testi di appaiono scritti con l'effetto manoscritto sullo schermo, diventando parte assolutamente integrante della storia e della narrazione. La regia di Sean Penn contrappone la rabbia inconscia contro i genitori, le menzogne, le ipocrisie, la società alla bellezza del mondo, non solo dei paesaggi, ma anche della vita intesa come avventura che evidenzia qualcosa di più della ribellione: è la crescita di un essere umano attraverso le esperienze che formano la vera essenza dello spirito, è l’apprezzamento della vita e della bellezza della natura in ogni sua forma, è la visione delle cose secondo una prospettiva diversa, è condivisione e scambio incondizionato con l’altro. A conferma di questa filosofia Christopher, poco prima di morire, scriverà su uno dei libri che era solito leggere “happiness is real only when shared”: la felicità è reale solo se condivisa. Semplicemente emozionante.

smarty

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Di nilcoxp (del 31/03/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 712 volte)
Titolo originale
No Country for Old Men
Produzione
USA 2007
Regia
Ethan Coen, Joel Coen
Interpreti
Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin, Woody Harrelson, Kelly MacDonald, Garret Dillahunt, Tess Harper
Durata
122 minuti
Trailer

Dire che i fratelli Coen mi stupiscono ogni volta rimanendo uguali a se stessi è dire il vero. Sono forse i migliori registi in circolazione in questo momento, riescono mantenendo la propria identità, ad essere stimolanti, intelligenti e bravi. Se a questo ci si aggiunge che il film risulta essere molto piacevole da vedere, avrete capito il perché di questi miei complimenti. Ma passiamo alla trama. Llewelyn (Josh Brolin) trova in mezzo al deserto due milioni di dollari, il prezzo di un carico di droga la cui trattativa è finita nel sangue. Decide di tenere per se quei soldi e di poter così cambiar vita. Ovviamente i proprietari dei soldi non saranno di quel parere e gli metteranno alle costole un killer psicopatico (Javier Bardem) un po’ fuori dai generis (stupenda la conversazione tra lui e il gestore di una stazione di servizio). Inizia così una corsa tra chi fugge e chi insegue farcita di episodi tragicomici (più tragici a dire il vero) e bagnata da tanto sangue. Tutto ad un certo punto sembra perdere senso nello svilupparsi delle situazioni, che nemmeno l’intervento di uno sceriffo disilluso e prossimo alla pensione (un convincente Tommy Lee Jones perfettamente a suo agio in quelle vesti), riuscirà a risanare. Che altro vi posso dire…ah, vorrei sottolinearvi la prova eccellente dell’attore Javier Bardem su tutti! Io l’ho adorato nella sua interpretazione più bella (per me!) nel film “Mare Dentro”. Non aggiungo altro, questo film è da guardare! Baci baci baci

nilcoxp

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Di Andy (del 29/03/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 968 volte)
Artista
POOH
Titolo
Beat Re-generation
Anno
2008
Label
Atlantic

Devo dire che non ho mai seguito con particolare interesse la discografia dei Pooh, pur riconoscendo la loro indiscussa bravura sul piano musicale; semplicemente il loro genere, pur farcito di ottimi arrangiamenti vocali e strumentali, mi è sempre risultato un pò troppo melodico e “leggero”, ma sono solo i miei gusti. Questa formazione composta da Robi Facchinetti, tastiere, Dodi Battaglia, chitarre, Red Canzian, basso e Stefano D’Orazio alla batteria, ha la ben nota peculiarità di poter generare delle parti vocali favolose visto che sono tutti e quattro dotati di ottime voci e ha raggiunto il notevole traguardo dei quarant’anni di carriera nel 2006, quindi, tanto di cappello; del loro passato io ricordo volentieri due ellepi: Boomerang e Viva e poi, ripeto, li ho un po’ persi di vista. Però arriva il 2007 e si sente dire “ un disco di cover dei Pooh?!” ..non le hanno mai fatte, neanche quando le facevano tutti; saranno caduti anche loro nell’oblio dell’assoluta mancanza di idee?
Non è così , hanno subito smentito loro e ascoltando Beat re-generation si capisce che la loro musicalità non è in crisi, anzi, hanno tirato fuori degli arrangiamenti davvero eccelsi applicandoli a pezzi di storia della musica italiana, che secondo me ha avuto il suo periodo migliore proprio in quegli anni di rivoluzione e protesta, grazie a questi complessi a cui i Pooh hanno voluto fare omaggio, ringraziandoli di aver condiviso insieme un po’ di quel cammino, pieno di ideali, verso la meta del successo. Purtroppo la maggior parte di queste formazioni cessò di esistere alla fine degli anni sessanta. Non sono state scelte canzoni iper sfruttate, molto giustamente, perché sarebbe stato un inutile karaoke e poi ci volevano pezzi i cui testi si potessero riadattare a nuovi arrangiamenti. La casa del sole era una cover di The house of rising sun degli Animals e riproposta in italiano dai Bisonti, risuonata molto bene dai nostri; sinceramente avrei evitato di alzarla di un tono nel finale perché Facchinetti canta già altino e lì diventa un po’ troppo stridulo. Robi però si rivaluta con Così ti amo dei Califfi, che era già dei Bee Gees, una bellissima ballata arricchita da cori gospel, chitarre slide, e hammond, una meraviglia! Un ragazzo di strada , dei Corvi, l’intro è alla P.O.D. e un po’ tutto il pezzo viaggia su atmosfere rock molto moderne, chitarrone e batteria molto presente con bei fills rotolanti e bella voce di D’Orazio, un ottima rivisitazione. Pugni chiusi, dei Ribelli lascia un po’ così, perché l’arrangiamento è troppo banale rispetto all’originale e il confronto con la voce dell’impareggiabile Demetrio Stratos è inevitabile. Poi ci sono Eppur mi son scordato di te, 29 settembre e altre canzoni che vi lascio scoprire.
Bisogna ascoltare questo lavoro senza pregiudizi, distaccandosi un po’ dalle sonorità dei brani originali e tenendo presente che comunque i nostri sono quattro buoni musicisti e quindi hanno risuonato e riarrangiato queste 12 chicche con gli strumenti e la tecnologia di oggi. Può piacere o no; ai tantissimi fan dei Pooh sicuramente, magari ai “puristi”del Beat un po’ meno.
Io sto in mezzo e lo trovo un disco piacevole, che comunque rivitalizza un periodo fantastico della nostra storia, fatta di allegria e sofferenza, di lotta e idealismo e perciò dico bravi ai Pooh …
Buon ascolto!

Andy

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