BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Asterix451 (del 16/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1208 volte)
Titolo originale
Death Race
Produzione
USA 2008
Regia
Paul W.S.Anderson
Interpreti
Jason Statham, Tyrese Gibson, Ian McShane, Natalie Martinez, Joan Allen.
Durata
105 Minuti
Trailer

Oggi Jensen Aimes (Jason Statham) è un operaio dal carattere difficile, con una famiglia da mantenere e una situazione lavorativa precaria; questo presente incerto è la conseguenza di un errore commesso anni prima, che ha troncato la sua carriera di pilota automobilistico trascinandolo in carcere. L’unica riabilitazione possibile, dopo aver scontato la pena, è questa vita di sacrificio e lavoro duro, nella realtà industriale di un futuro prossimo venturo.
La sua armonia familiare, positiva nonostante le difficoltà, si contrappone alla violenza e alla corruzione del mondo esterno, dominato dalla delinquenza e dagli interessi delle Autorità: figure spesso sovrapposte, che allo stesso modo colpiscono coloro che non ne fanno parte. Persone come Jensen e la sua Famiglia, nel momento in cui possano divenire pedine importanti dei loro giochi di interesse e potere. E’ ciò che accade un giorno qualunque, dopo l’ennesimo scontro con la Polizia all’uscita della Fabbrica, ritornando a casa: sembra tutto normale, mentre sua moglie lo accoglie, ma un istante dopo vengono il buio e la perdita di coscienza. Al risveglio, la vita di Jensen è stravolta da una tragedia familiare di cui sembra essersi macchiato lui stesso… un complotto costruito ad arte, pare, mentre la Polizia fa irruzione e lo arresta.
Ma perché?
Mentre ricerca questa risposta Aimes è di nuovo in carcere, rabbioso e innocente, circondato da detenuti pronti a fargli pagare un delitto che non ha commesso. Ed è proprio quando le cose iniziano a mettersi davvero male che, “casualmente”, le sue abilità di pilota sembrano restituirgli una chance per riconquistare libertà e credibilità.
La Direttrice del Carcere (Joan Allen) gli propone infatti di correre in una gara senza regole, la Death Race, un programma a diffusione globale sponsorizzato direttamente dal Penitenziario, che garantisce guadagni stratosferici vendendo uno spettacolo mortale, costruito come un videogioco. Il pilota più atteso e più seguito, Frankenstein, che entuasiasma il pubblico della Rete e garantisce il massimo degli ascolti, è morto poco dopo aver superato il traguardo della sua ultima gara. Nessuno lo sa, naturalmente. Il pubblico lo attende, e lo show deve continuare.
Frankenstein ha già conquistato 4 competizioni: gliene basterebbe ancora una soltanto per ottenere la libertà; è il regolamento, come viene spiegato a Jensen al momento di scegliere. Se accetterà di sostuirlo in segreto al volante, coperto dalla sua maschera, vincendo gli verrebbero riconosciuti tutti i meriti del vero Frankenstein.
Ma la libertà, all’interno di una gara senza regole tra detenuti, su autovetture trasformate per spettacolarizzare al meglio la morte in diretta, è un traguardo che va ben oltre le doti di guida di qualunque pilota. Jensen lo sa, ma non ha scelta: è un uomo condannato, l’unico spiraglio gli viene offerto dalla possibilità di gareggiare e vincere; inoltre, in questo modo potrebbe smascherare i veri assassini della moglie e del figlio e vendicarsi del complotto di cui è stato vittima. In queste condizioni, incarna l’uomo perfetto per risolvere il paradosso di un ritorno alla vita che passa attraverso una Corsa della Morte.
Paul S.W. Anderson ha scelto la sua via artistica realizzando trasposizioni di videogiochi e cinema di fantascienza per il grande schermo, ad alto impatto visivo (parliamo, tra gli altri, di Mortal Kombat, Resident Evil e Alien vs Predator). Con Death Race 2000, il regista inglese ripropone il remake aggiornato e migliorato (dal punto di vista delle ambientazioni, della verosimilità della storia e dei personaggi) dell’omonimo Death Race 2000 del 1975, con David Carradine e Sylvester Stallone diretti da Paul Bartel. La produzione è stata, per entrambi i film, di Roger Corman, classe 1926 e padrino di moltissimi B-Movie realizzati tra la metà degli anni ’50 e la fine dei ’70. Il connubio Anderson – Corman funziona, supportato da un casting azzeccato nella scelta degli attori, per la realizzazione di un film di cassetta che rispetta le regole che si dà, risultando verosimile e godibile durante tutto lo sviluppo della storia. Di fatto non vi è nulla di intellettuale (e tanto meno di originale) in questo remake, che ammicca sapientemente ad altre pellicole prodotte in trent’anni di cinema: c’è del “carpenteriano” 1997 – Fuga da New York, con qualche barlume di Quella Sporca Ultima Meta (quello diretto da Aldrich); la solita atmosfera da drammone carcerario (Ali della Libertà e Fuga da Alcatraz?) con i detenuti saggi e di buon cuore contrapposti a pervertiti e pederasti; si passa per Fast and Furious (per far sentire a casa il gigante nero Tyrese Gibson) e di fatto le scene di guida sono davvero belle, mentre il Gioco di Morte non può che ricordare The Running Man (diretto dallo “Starsky” Paul M. Glaser), il film più fuori forma di Schwarzenegger. Lo stesso nome di Aimes, Jensen, rimanda al celeberrimo modello Interceptor di Mad Max. Potrebbe una tale genetica cinematografica lasciare delusi i patiti del gergo tecnico “V8, turbo, 16 valvole”? Che saranno turbati, a loro volta, dall’inserimento subliminale dei fotogrammi frizione-cambio al volo-acceleratore, accompagnati da navigatrici fotomodelle/detenute, come se le prigioni americane fossero serragli di conigliette della Rivista erotica per eccellenza…
Death Race non è un film da festival, d’accordo, ma nel suo genere non delude. Naturalmente va gustato con il giusto appetito, e per me è promosso.

Asterix451

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Di mimmotron (del 14/09/2009 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1497 volte)
Titolo originale
Fringe
Produzione
USA 2008
Episodi / Durata
20 / 50 Minuti

Ho appena finito di guardare la serie televisiva “Fringe” prodotta da J.J. Abrams e devo dire che ne sono rimasto piacevolmente soddisfatto. Non sono un amante del genere fantascientifico tanto meno se grandguignolesco, ma l'impostazione poliziesca mi ha appassionato ed indotto a seguirne tutte le puntate. Non ne farò quindi una recensione troppo dettagliata per non togliere agli interessati il piacere di seguirla.
Indicherei nell'agente dell' FBI Olivia Dunham e nel dr. Walter Bishop i personaggi che più caratterizzano il serial TV. La prima è la forza motrice di tutta la serie quella che più è coinvolta non solo professionalmente, ma anche emotivamente nella risoluzione dei vari casi, talune volte andando anche contro le procedure investigative. Il dr. Bishop invece si sente ed in parte è il responsabile morale di tutto ciò che avviene durante tutte le puntate (in totale 20) per cui da il meglio di se per risolvere le difficoltà di carattere scientifico che i vari casi assumono. Nel adempimento di questo compito è supportato dal figlio Peter anch'egli come il padre con un quoziente intelettivo ampiamente superiore alla media. Entrambi come tutti geni che si rispettino sono sregolati. Parte di questa sregolatezza al dr. Bishop proviene dal fatto di esser stato rinchiuso per 17 anni in manicomio a causa di un esperimento che portò alla morte di una sua assistente. Personalmente ho trovato assai divertente durante le varie puntate la sua apologia sugli allucinogeni. Altro personaggio di spessore è Nina Sharp amministratrice delegata della Massive Dynamics fondata da William Bell che, socio in gioventù del dr. Bishop nel teorizzare molti dei fenomeni che si manifesteranno negli episodi, ne farà uno degli uomini più ricchi e potenti della Terra. Personaggi minori, ma presenti in ogni puntata sono Phillip Broyles e Charlie Francis rispettivamente capo e collega di Olivia Dunham e Astrid Farnsworth agente dell' FBI che si occupa di assistere il dr. Bishop nel suo laboratorio, caratterizzata dal dr.Bishop che riesce per 20 episodi a storpiarne in maniera sempre diversa il nome. A questo punto aggiungerei solo una traduzione letterale del termine “fringe” che direi essere “di confine”. Infatti tutti gli episodi si sviluppano nello snodo delle indagini su crimini perpetrati in circostanze pseudoscientifiche. Anche se di un poliziesco non si può raccontare il finale non posso esimermi dal definire di forte impatto emotivo la sequenza finale.

Mimmotron

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Di Namor (del 11/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1117 volte)
Titolo originale
Frost/Nixon
Produzione
USA 2008
Regia
Ron Howard
Interpreti
Frank Langella, Michael Sheen, Kevin Bacon, Rebecca Hall, Toby Jones.
Durata
122 Minuti
Trailer

Tre anni dopo lo scandalo Watergate, Richard Nixon in qualità di ex presidente degli Stati Uniti d’America, accetta di fare un’intervista televisiva con il brioso anchorman inglese David Frost. Nixon, convinto che le quattro interviste fossero solo una passeggiata riabilitativa al suo gravoso infortunio politico, era sicuro di ben figurare contro l’inadatto conduttore e riabilitarsi agli occhi del popolo statunitense. Ma così non fu, ancora una volta l’altezzoso statista americano, sottovalutò gli eventi e permise così a Frost, di ottenere quello in cui nessuno fino a quel momento riuscì, ossia carpire da Nixon in persona, una piena e completa ammissione di colpevolezza! Il piccolo e sottovalutato Frost, in un match verbale sulla lunghezza di quattro incontri, sconfisse davanti ad un pubblico di 45 milioni di persone, il titanico ed inossidabile Nixon.
Da questa storia vera, è tratta la seguente pellicola “Frost/Nixon - Il duello”, a dirigerla con minuziosa applicazione degli eventi è l’ex Richie Cunningham di Happy Days, Ron Howard. L’adattamento cinematografico é scritto dallo stesso autore dell’omonima piece teatrale, lo sceneggiatore Peter Morgan. Anche i due attori protagonisti Frank Langella e Micheal Sheen, sono gli stessi che hanno interpretato per due anni, i due rivali in teatro. Ottima la loro prova, in particolar modo quella di Langella, che ha sopperito alla poca somiglianza con Nixon, con una mimica a dir poco eccezionale.
Il film è stato candidato a cinque premi Oscar, senza vincerne neanche uno, ma questo non sminuisce di certo il grande valore dell’opera. Infatti la critica (ed il sottoscritto) ne è rimasta entusiasta, lo stesso Frost dopo aver visionato la pellicola, si è complimentato con il regista elargendo meritati elogi per la sua impeccabile direzione.
Un titolo da prendere in considerazione, sia per la sua qualità artistica che storica, è bene sapere che questo leggendario confronto, cambiò radicalmente il modo di fare informazione.

Namor

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Di Miryam (del 09/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1681 volte)
Titolo originale
Freedom Writers
Produzione
USA - Germania 2007
Regia
Richard LaGravenese
Interpreti
Hilary Swank, Patrick Dempsey, Imelda Staunton, Scott Glenn, April Lee Hernandez.
Durata
123 Minuti
Trailer

Freedom Writers” è un film tratto da una storia vera ambientata a Los Angeles nel 1992, dove erano in atto dei continui disordini, dovuti alle molteplici schermaglie attuate dai vari gruppi etnici residenti negli Stati Uniti.
Alla giovane insegnante di lettere Erin Gruwell (Hilary Swank), gli era stato assegnato come suo primo impiego, un posto al liceo della Woodrow Wilson High School di Long Beach. La sua classe multirazziale, era composta dalle più variegate etnie presenti sul suolo americano, un solo alunno bianco figurava tra i suoi scolari, la maggior parte erano afroamericani, latinoamericani e cambogiani.
L’insegnante, entusiasta di questo programma di integrazione razziale attuato dall’istituto, si rende subito conto che i suoi alunni, non sono mai stati presi in considerazione dagli altri professori, visto che sono stati giudicati come una grossa perdita di tempo a cui non serve un grado di istruzione, poiché sarebbero finiti tutti male per incompatibilità razziale.
La tenace Erin, nonostante non abbia un sostegno morale né dalla direttrice didattica, né dai suoi colleghi e tantomeno dai suoi cari come il marito e il padre, non si arrenderà neanche di fronte alla diffidenza dei suoi alunni, i quali la vedono come una persona che anche a lei non gliene frega niente delle loro condizioni. Erin, dedicherà tutta se stessa agli studenti della classe 203, dando loro rispetto e attenzione, insegnandogli la gravità dell’olocausto attraverso vari metodi, tra cui: leggendo il diario di Anna Frank, facendoli incontrare con dei sopravvissuti ai campi di concentramento e visitando il Museo della Tolleranza. Inoltre li stimolerà a scrivere dei diari sulle proprie esperienze personali per sfogare la loro rabbia e le loro frustrazioni, diari che colpiscono talmente Erin, da farli pubblicare e diventare poi in seguito un libro.
Grazie alla capacità di questa ostinata insegnante, la bistrattata classe di questi “irrecuperabili”, come li avevano definiti il corpo degli insegnanti, non solo riuscirà a terminare gli studi, ma qualcuno di essi avrà la soddisfazione di proseguirli al college.
Sceneggiatore e regista è lo statunitense Richard La Gravenesi, per ricordare qualcuna delle sue opere, possiamo citare “La leggenda del Re pescatore” di T.Gillian di cui era candidato al premio Oscar, e menzionare inoltre “L’uomo che sussurrava ai cavalli” di R.Redford. Nonostante come ho già detto sia una storia vera, dove lavora anche Patrick Dempsey (il dottor Sheppard di Grey’s Anatomy) nella parte del marito, “Freedom Writers” non è uscito nelle sale cinematografiche ma solo in dvd, peccato, perché tratta un argomento che purtroppo è esistito, e ancora adesso esiste in varie parti del mondo.
Ho apprezzato molto l’interpretazione della Swank, ha gestito il ruolo nel migliore dei modi, facendo capire che anche una persona sola, ma determinata, può portare a termine il suo progetto, come in questo caso, fare riacquisire alle persone che ormai si sentono emarginate, la fiducia in se stesse, non facendole sentire più sole nella loro disperazione.

Miryam

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Di slovo (del 07/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1595 volte)
Titolo originale
Look Both Ways
Produzione
Australia 2005
Regia
Sarah Watt
Interpreti
William McInnes, Justine Clarke, Anthony Hayes, Lisa Flanagan
Durata
100 minuti

Giunto in italia a 4 anni dall’uscita in terra madre, dopo che mezzo mondo lo ha giustamente apprezzato, distribuito con un titolo solo vagamente rispondente (e uguale a quello di una ‘dimenticabile’ commedia del 1996 con Ben Stiller e Patricia Arquette) ma che nulla ha a che vedere con l’arguto gioco di parole dell’originale. “Look both ways” sarebbe potuto essere una buona occasione per riconciliare con il grande schermo dopo una stagione non proprio grandiosa ma è passato inosservato sotto alle tecno-battaglie di "Transformers 2" e le tediosità dell’ultimo "Harry Potter".
Commedia agrodolce dalle tinte delicate si sviluppa sulla matrice del racconto di vita: amore, morte, gioia, sofferenza, storie di persone comuni che si intrecciano per volere del destino. Nick scopre di avere il cancro, Meryl è appena tornata dal funerale del padre, la fidanzata di Andy gli dice di essere incinta ma lui già gestisce a fatica il suo divorzio. Durante un’afosa giornata estiva un uomo muore schiacciato da un treno, Maryl assiste all’incidente, Nick scatta una foto alla fidanzata accorsa sul luogo e Andy scrive un articolo non proprio adeguato… una serie di coincidenze metteranno in relazione queste persone e i loro drammi.
Drammi molto presenti nella convincete opera prima di Sarah Watt ma che vengono alleggeriti ed aggraziati da garbate alchimie registiche. “Look both ways” come “guarda ambo le direzioni”: esortazione a prestare attenzione (ad un treno in arrivo, per esempio) che le disgrazie arrivano anche per incuria oppure “guarda in ambo i modi” come a dire che è possibile intravedere uno spiraglio di luce anche nelle situazioni più nere. Consigliato.

slovo

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Di Angie (del 03/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1261 volte)
Titolo originale
L'oro di napoli
Produzione
Italia 1954
Regia
Vittorio de Sica
Interpreti
Totò, Paolo Stoppa, Vittorio De Sica, Sophia Loren, Eduardo De Filippo,Silvana Mangano, Giacomo Furia.
Durata
118 Minuti
Trailer

I film in bianco e nero li vedo sempre con immenso piacere, soprattutto quelli girati in Italia che ci riportano indietro nel tempo, mostrandoci le immense bellezze che aveva un tempo il nostro paese. Con quelle enormi piazze e vie lastricate percorse dalle meravigliose vetture dell’epoca, dove il traffico non esisteva e si respirava un’aria più pulita, e soprattutto, non si era nevrotici come oggi. Ritornando così nel passato, ho voluto rivedere “L’oro di Napoli” un film del 1957, diretto dal grande regista ed attore Vittorio de Sica, di cui ho sempre visto con grande piacere, altri suoi capolavori cinematografici.
Tratto dalla raccolta omonima dei racconti di Giuseppe Marotta (1947) e adattati per il cinema da Cesare Zavattini, la pellicola dei sei episodi previsti, uno, “Il funeralino” fu escluso dal montaggio. Ogni episodio ha il suo interprete principale diverso, con una sua storia personale: Totò ne “Il guappo”, dopo anni di oppressione subite dal losco individuo, stabilitosi in pianta stabile a casa sua, il povero diavolo (Totò), finalmente riuscirà ad avere la meritata rivincita sul guappo usurpatore. L’immenso Eduardo de Filippo, ne “Il professore”, dispensa saggezza dando preziosi consigli per pochi spiccioli, agli abitanti del suo quartiere.
Vittorio de Sica nell’episodio “I giocatori”, interpreta un nobile napoletano ridotto in miseria dal vizio del gioco, dove cerca la sua rivincita, in lunghe partite a carte giocate contro un ragazzino (Pierino Bilancione).
In “Pizze a credito”, la bellissima Sophia Loren interpreta la moglie del pizzaiolo Rosario (Giacomo Furia), i due che fanno pizze da asporto, un giorno perdono un prezioso anello di smeraldi. Sarà caduto in una delle tante pizze vendute hai clienti, o che? Ma la verità sarà più amara, di quella preventivata.
Silvana Mangano in “Teresa”, è una prostituta corteggiata da un anonimo spasimante, che la vuole per forza sposare. Solo dopo la cerimonia, si scoprirà che tutto è stato organizzato per espiare una grave colpa. Cosa fare? Mantenere l’orgoglio o cedere agli agi compromessi?
Anche se il film non è stato il massimo(essendo presentato in episodi è a molti non può piacere) l’ho rivisto molto volentieri, soprattutto per la visione di questi grandi attori famosi che hanno fatto divertire gran parte del pubblico italiano. Aggiungerei, (senza togliere nulla ai grandi attori di oggi), una nota di merito per il grande Totò ed Eduardo de Filippo, che sono stati i miei preferiti. Se avete voglia di rilassarvi un po’, fateci un pensierino e gustatevi queste vecchie pellicole.

Angie

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Di Darth (del 01/09/2009 @ 05:00:00, in libri, linkato 1070 volte)
Titolo originale
A crime so monstrous: Face-to-Face with modern-day salvery
Autore
E. Benjamin Skinner
Traduzione
Raffaella Fagetti
Editore
Einaudi
Prima edizione
2009

E.Benjamin Skinner è un giornalista newyorkese che scrive di politica estera su “Newsweek” e “Foreign Affairs”. Ora, ha pubblicato il suo primo libro “Schiavi contemporanei” (da non confondersi con “Schiavi moderni” di Beppe Grillo).
L’autore, per scrivere il proprio testo, ha viaggiato per oltre cinque anni in vari paesi, raccogliendo testimonianze agghiaccianti da chi è stato o è tuttora schiavo. E’ veramente emblematico della cultura moderna il fatto che mai, nella storia dell’umanità, gli schiavi sono stati così numerosi, nonostante che, in tutti i paesi del mondo, lo schiavismo sia reato.
Skinner inizia il proprio racconto da Haiti: in un paese dove il 77% delle zone rurali è senza acqua potabile, ogni donna Haitiana nella propria vita partorisce in media 4,8 figli. Bastano questi dati per immaginare il resto, il 95% dei figli nati nelle zone rurali finiscono a Port-au-Prince fare i restavèk: bambini costretti a lavorare da prima dell’alba a tarda notte, la cui esistenza è pervasa da una violenza spietata. Haiti è il paese del continente americano con il tasso più alto di infezioni del virus HIV2, con oltre diecimila bambini senza casa con un età media di sei anni, che per sopravvivere offrono prestazioni sessuali non protette per 1,75$. Questo, ovviamente, ha creato un florido turismo sessuale e per pedofili… e i Nightclub che rendono di più sono stranamente situati vicino ai campi dei “contingenti di pace”.
Questo abominio che racconta Skinner è solo il primo capitolo del suo viaggio, che procede in Sudan, con testimonianze altrettanto agghiaccianti, per poi procedere in Romania, ad indagare sulle tratte delle schiave del sesso. Infine, per l’ultimo capitolo, l’autore si reca in India, per la precisione nell’ Uttar Pradesh, lo stato dell’India settentrionale dove vive l’8% dei poveri di tutto il mondo. Lì, l’autore, si addentra nelle caste indiane dove centinaia di migliaia di persone lavorano per tutta la loro vita in cave, venendo forniti solo del minimo indispensabile per la mera sopravvivenza, a causa spesso di debiti contratti dai propri avi decenni prima. Il fatto che tutti loro siano analfabeti, ovviamente permette al latifondiario indiano di mantenere il controllo del debito in eterno, aumentandolo costantemente con altri prestiti per ogni evento che esuli dalla routine quotidiana dello schiavo: un matrimonio, o delle cure mediche.
Il libro di Skinner è davvero interessante, e, in alcuni casi sconvolgente… anche se spesso l’autore si perde un po’ troppo nelle manovre politiche interne statunitensi, dove pochi uomini cercano di portare in parlamento proposte di leggi internazionali per l’abolizione di qualunque forma di schiavitù.
Un’utopia condivisa da tutti a parole, ma praticamente mai con i fatti.

Darth

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Di slovo (del 01/08/2009 @ 05:00:00, in redazione, linkato 1400 volte)
image by slovo

La redazione di blogbuster augura a tutti Buone Vacanze

Ci rivediamo il settembre 2009 con la ripresa delle recensioni

: - )     : - )     : - )

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Di Namor (del 30/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1732 volte)
Titolo originale
Notorius B.I.G.
Produzione
USA 2009
Regia
George Tillman jr
Interpreti
Jamal Woolard, Angela Bassett, Derek Luke, Anthony Mackie, Antonique Smith.
Durata
122 Minuti
Trailer

Grazie al suo innato talento da rapper, Notorius B.I.G., alias Christopher George Latore Wallace, per un breve periodo e dopo averne risollevato le sorti, fu uno delle punte di diamante della East Coast. Gli addetti ai lavori ritenevano che sarebbe diventato addirittura il migliore artista rap di tutto il panorama americano, se non fosse perito in un agguato nella notte del 9 Marzo del 1997.
Si dice che ad eliminarlo furono i rivali della West Coast, poiché egli, fu ritenuto uno dei principali responsabili della morte di un altro grande artista rap: il rivale ed ex amico Tupac Shakur.
La pellicola ripercorre le tappe fondamentali che portarono questo grande musicista ad essere considerato, ed ancora lo è, uno dei più grandi geni della musica rap. A chi piace il genere ed ha una buona conoscenza dei loro più autorevoli interpreti, il film potrebbe risultare anche piacevole, ma se a guardarlo è uno spettatore ben informato sulla realtà dei fatti e su come effettivamente fu la vita del protagonista, avrà più di un motivo per storcere il naso durante la sua proiezione. I
l motivo sta nel fatto che “Notorius B.I.G.”, durante tutta la visione del film, risulta essere una biografia fin troppo accomodante, ogni sua azione o comportamento illecito sembra essere giustificato sempre da buoni propositi.
Dando un’occhiata al cast tecnico, ho trovato la ragione di questa condotta compiacente verso Biggie Smills.
Indovinate un po’ chi sono i produttori di questo biopic? Voletta Wallace e Sean Combs, ovvero la madre di Notorius B.I.G. ed il suo amico produttore discografico Puff Daddy.
Questo spiega l’alone di bonarietà che avvolge il protagonista per tutta la durata del film, con due produttori così, non poteva che essere altrimenti.

Namor

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Di Andy (del 27/07/2009 @ 05:00:00, in live report, linkato 1658 volte)
Evento
360 tour
Artista/i
U2
Location
Nizza
Data
15/07/2009

Fin dall’arrivo nelle vicinanze del “Parcs des Sports Charles Ehrmann” a Nizza, ho capito che mi accingevo a partecipare ad un evento davvero imponente. Era il 15 luglio scorso e penso di avere beccato la giornata più calda degli ultimi vent’anni e devo dire che dalle tre del pomeriggio alle nove e trenta di sera l’attesa è stata in una parola”massacrante”; ma per gli U2 vale la pena veramente. Quando sono riuscito a farmi spazio tra i cinquantaseimila presenti il colpo d’occhio sul palco è stato impressionante: una meraviglia di tecnologia, praticamente una chela di granchio in mezzo al campo di atletica con quattro, diciamo, tentacoli ricurvi che reggono le luci e dalle cui sommità poi partono i grappoli di casse acustiche appesi al tetto della struttura .
Al centro c’è il palco, direi relativamente piccolo, visibile appunto a 360° perché si trova in mezzo alla gente e non verso il fondo come di solito: dai quattro angoli poi partono altrettante rampe a scivolo su cui ogni tanto i nostri fanno qualche passeggiata per avvicinarsi al pubblico. Lo schermo è praticamente un cono rovesciato appeso al di sopra del gruppo e anch’esso visibile da ogni lato perfettamente e su cui ho assistito alla maggior parte del concerto, anche se mi trovavo a trenta metri dal palco. Per ultima finezza sono sparse sui tralicci parecchie parabole e si innalza ancora una decina di metri più in alto della chela, un’antenna che permette il collegamento satellitare e su cui viene fatta girare una stroboscopica che ha creato un’effetto fantastico per tutto il concerto. Ma ora parliamo di musica: dopo un’ interminabile attesa, finalmente alle otto inizia a suonare il gruppo di supporto, Snow patrol ed è stata un’ottima sorpresa scoprire questa band, irlandese anch’essa, canzone dopo canzone. Il cantante ha una gran bella voce e il sound è corposo e lineare, un misto fra Simple Minds, U2 e qualcosa tra Cure e Nirvana.
Ho scoperto in seguito che sono quelli che hanno partecipato alla colonna sonora di Twhilights e Grey’s anatomy. Dopo i circa dieci pezzi eseguiti da loro, segue ancora una mezz’ora di attesa, e alle nove e trenta finalmente Larry Mullen jr. prende posto dietro la batteria, seguito da Adam Clayton che imbraccia il suo Precision. The Edge sfoggia una splendida Les Paul e quando sale BonoVox, giubbotto di pelle e maglietta nera (chissà che caldo), intonano le note di Breathe, dall’ultimo album. Il suono è pulito e potente e le riprese sul video sono bellissime. Si prosegue con No line on the Horizon, che dà il titolo all’ultimo disco e poi Get on your boots, con un rif di chitarra acido che di più non si può, Magnificient, delicata e rotolante. Fino qui la voce di Bono è davvero stupenda, anche nella bellissima Beautiful day e in I still haven’t found what I’m looking for.
Ora, non voglio stare ad elencare tutta la scaletta, ma sottolineare i momenti più emozionanti tipo, sulle note finali di Desire, le parole e la melodia di Billie Jean e Don’t stop ‘til you get enough del grande Michael Jackson. Micidiale la versione remix-techno di I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight, che nulla ha a che fare con la versione tranquilla presente nel nuovo disco, con un mitico Clayton in primo piano. Sempre doverosa la dedica di Pride a MLK e toccante davvero Walk on, scritta per Aung San Soo Ky, poetessa e scrittrice birmana, premio Nobel per la pace 1991, capo della Lega nazionale per la democrazia, relegata agli arresti domiciliari da più di vent’anni dal regime militare della Birmania solo perché portavoce di diritti civili. E’ stato bello quando un gruppo di ragazzi con la foto del viso di Aung davanti alla faccia, si è schierato davanti al palco sul finale della canzone e altrettanto bello il discorso, trasmesso sullo schermo, di Desmond Tutu, che invita a ricordare che gli esseri umani sono tutti uguali. Bono è da sempre molto impegnato su questo fronte e gliene va dato merito. La perla della serata penso che sia Unforgettable fire, che gli U2 non suonavano live da due decenni e che invece hanno inserito in questo tour: splendida e preceduta da Unknown caller che per me è il brano più bello dell’ultimo ellepi, di un atmosfera fantastica. In Pride purtroppo si sente che gli anni sono passati anche per Vox, ma ci pensa il pubblico, coi cori, a dare una mano e poi con Where the streets have no name, pelle d’oca; una versione magica. One, eseguita pure questa alla grande è l’ultima canzone della scaletta ma il bis è d’obbligo e nella ripresa Bono si presenta con addosso una giacca piena di led rossi lampeggianti e canta con un microfono penzolante dall’alto ancora tre canzoni, Ultraviolet, With or without you, di cui la gente sa ogni parola a memoria, e Moment of surrender sempre da No line..che chiude veramente la serata.
Riassumendo, è stato un concerto bellissimo e a parte qualche piccola inflessione della voce di Bono sui pezzi più vecchi, la band è in ottima forma, attuale e potente e penso che possa dire la sua per molti anni ancora: Nota finale, la più bella, ho avuto il piacere di essere lì in compagnia di mio figlio Matteo, che come primo live ha iniziato al top; è rimasto entusiasta e lo sta ancora raccontando a suo fratello Manuel da giorni. Ciao a tutti e buone ferie!

ANDY

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Di Namor (del 23/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1363 volte)
Titolo originale
La fabbrica dei tedeschi
Produzione
Italia 2008
Regia
Mimmo Calopresti
Interpreti
Valeria Golino, Monica Guerritore, Luca Lionello, Silvio Orlando, Rosalia Porcaro.
Durata
90 Minuti
Trailer

Alla maggior parte della gente, la Thyssen-Krupp non dirà nulla, ma, coloro i quali hanno a che fare con l’acciaio per motivi di lavoro, di sicuro sapranno che la TK è un’importante azienda tedesca con 200.000 dipendenti, che opera nel campo dell’acciaieria e della siderurgia.
Uno dei loro siti di produzione si trova a Torino è fu proprio in quella maledetta fabbrica, che sette operai persero la vita nella notte tra il 5/6 Dicembre del 2007 a causa di un incendio. Non so se il suddetto luogo sia ancora aperto, ma quello che so è che sette famiglie avrebbero potuto tranquillamente continuare a vivere felici insieme ai loro cari, invece di piangere la loro prematura scomparsa.
Quello che successe, fu ed è tutt’ora veramente scandaloso, furono mandati operai a fare dei turni massacranti, 12 ore nel più assoluto pericolo, poiché la struttura prossima alla chiusura, era priva delle adeguate misure di sicurezza. Ci rendiamo conto che alcune persone furono letteralmente destinate alla morte nel più totale menefreghismo dirigenziale e istituzionale? Una vera vergogna!!!
Con questo film-documentario il regista Mimmo Calopresti, si unisce al grande coro delle, mai più morti bianche sul lavoro! E per farlo in un modo più incisivo, si è avvalso di immagini e varie testimonianze di parenti e colleghi delle sette vittime della Thyssen-Krupp. Il cast di attori, che comprende nomi di tutto rispetto nel panorama del cinema italiano, viene utilizzato solo inizialmente, fungendo da introduzione a questa triste ed evitabile tragedia.
La fabbrica dei tedeschi” è un documentario sicuramente da vedere, ma soprattutto, da far visionare a quegli impettiti dirigenti del cazzo, che per il loro sporco tornaconto, se ne sbattono altamente la palle della salute e dei diritti degli operai.

Namor

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Di Angie (del 20/07/2009 @ 05:00:00, in libri, linkato 1418 volte)
Titolo originale
Deadly Decisions
Autore
Kathy Reichs
Traduzione
A. E. Giagheddu
Editore
BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Prima edizione
2001

Era un sabato pomeriggio e Tempe Breman antropologa forense, stava analizzando tessuti di corpi umani straziati, quando d’un tratto la porta della sala autopsia si aprì e vide giungere un altro cadavere.
Questa volta si tratta di una bambina dalla pelle ambrata e fulgidi riccioli neri, si chiamava Emily Anne… ed aveva solo 9 anni. Il foro di due proiettili sul suo piccolo corpo, ne indicavano la causa del suo prematuro decesso.
Altro lavoro non facile per Tempe e un altro caso di omicidio da risolvere per gli investigatori della Omicidi. Tempe con il suo lavoro era abituata a vedere il peggio del peggio tra obitori e sale d’autopsie, ma ciononostante, la morte di un bambino era un evento al quale lei era sempre stata colta impreparata. Di fronte a questo piccolo corpo trucidato, l’antropologa, con rabbia e determinatezza decide di collaborare con la squadra speciale investigatori, per incastrare i colpevoli di quel ignobile delitto.
Con il susseguirsi delle indagini, purtroppo viene ritrovato un altro scheletro appartenente ad una giovane donna. La situazione si farà sempre più intricata e misteriosa, dove suspance e azione non mancheranno di animare fino alla fine, la lettura di questo avvincente trhiller.
Resti umani” è il terzo romanzo di Kathy Reichs, un opera che ho trovato molto gradevole, nonostante il libro presenti dettagli scientifici e tecnici propri della professione forense di Tempe (professione che nella vita svolge la stessa autrice), sono dettagli che vengono comunque presentati in maniera semplice e comprensibili, che non annoiano assolutamente il lettore. Kathy Reichs è autrice di romanzi Medical-Trhiller, dove ha creato il suo personaggio letterario di maggior successo, Temperance Breman (detta Tempe), le cui caratteristiche ricordano proprio quelle della sua autrice, la quale è anch’egli un’antropologa, dove ha riflesso le sue conoscenze di campo antropologico, nella sua vita letteraria.
È una scrittrice che mi piace e della quale non mancherà l’occasione per leggere (come ho già fatto con “Ceneri”) sicuramente un altro dei suoi romanzi, dove ancora una volta vedranno come protagonista la dottoressa Breman, con una delle sue nuove avventure (la serie è al decimo capitolo).

Angie

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Di Namor (del 17/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1245 volte)
Titolo originale
Outlander
Produzione
USA, Germania 2008
Regia
Howard McCain
Interpreti
James Caviezel, Sophia Myles, Jack Huston, Ron Perlman, John Hurt.
Durata
115 Minuti
Trailer

Una scia di fuoco che taglia in due il cielo e si schianta in un lago, dopo alcuni minuti dalle acque emerge un uomo con una corazza d’acciaio, che issa sulla riva il corpo inerme del suo compagno. I due, sono guerrieri umanoidi in missione, il loro incarico è quello di uccidere il Moorwen, una sorte di drago alieno arrivato sulla terra, dopo essersi intrufolato sulla loro stessa navicella ed aver fatto a pezzi gran parte dell’equipaggio.
Il guerriero umanoide Kainin (Jim Caviezel), dovrà affrontare il suo mortale nemico in un campo a lui sconosciuto, in un’epoca nella quale le battaglie si combattevano con le armi bianche è non con armi supertecnologiche a cui lui è abituato. Il nuovo teatro della sua caccia al Moorwen, si evolverà nella Norvegia del 709 D.C. ossia, in piena era Vichinga. Superato lo scetticismo del popolo di Herot e guadagnata la fiducia del loro Re Rothgar, Kainin stringe un patto di alleanza con i vichinghi, per porre fine alle mortali incursioni della bestia.
Outlander - L’ultimo Vichingo”, prende ispirazione dal leggendario racconto di Beowulf, difatti il film non è altro che la sua trasposizione in chiave fantascientifica, strizzando l’occhio di tanto in tanto ad altre due pellicole capisaldi del genere come: “Alien” e “Predator”.
A livello tecnico la realizzazione è sufficientemente buona, la storia un po’meno, ma questo non significa che la sua visione non sia gradevole, anzi, durante il mese di luglio, in una buona sala cinematografica climatizzata, potrebbe risultare anche un capolavoro per chi soffre il caldo!

Namor

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Di Miryam (del 15/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1499 volte)
Titolo originale
Shutter
Produzione
USA 2008
Regia
Masayuki Ochiai
Interpreti
Joshua Jackson, Rachael Taylor, Megumi Okina, John Hensley, David Denman.
Durata
85 Minuti
Trailer

Una coppia di giovani sposi, Ben (Joshua Jackson, l’ex Pacey Witter di “Dawson Creek), e Jane (Rachel Taylor), partono per la luna di miele in Giappone, unendo così al piacere anche l’opportunità di lavoro che viene offerta a lui essendo un valente fotografo, infatti a Tokyo si sta organizzando una importante sfilata di moda.
Mentre percorrono una strada di montagna per giungere nella capitale, Jane, che in quel momento si trovava alla guida, convinta di essersi persa, si distrae un secondo, quando ecco che all’improvviso nel buio, una ragazza attraversa e viene inevitabilmente travolta dalla loro auto.
I due ragazzi finiscono fuori strada, ma ripreso conoscenza, si mettono alla ricerca della donna senza però ottenere risultati, poiché sembra scomparsa nel nulla. Giunti a Tokyo, Ben è talmente concentrato sul suo nuovo lavoro che insieme a Jane, si dimentica totalmente dell’accaduto, questo, fino a quando non accade un fatto alquanto strano: in tutte le foto scattate dai novelli sposi, appare una forma indefinita con un alone bianco somigliante ad una sagoma umana, tant’è vero che Jane crede che la misteriosa silhouette visibile nelle foto, appartenga addirittura alla ragazza da lei investita.
Jane, subito non viene creduta dal scettico marito, quando però lo spirito si materializza fantasma, ecco che anche lui si ricrede, quello che inizialmente sembrava una supposizione, diventerà per entrambi una angosciante ossessione, non sapendo che dietro tutto ciò, si cala un terribile segreto che come dice il titolo del film, è un’oscura ombra del passato. Tutto sommato ho trovato questo film abbastanza piacevole, anche se devo dire che non lo considero un film horror, visto il suo collocamento a tale genere, di clamorose scene che facciano sussultare lo spettatore non ve ne sono, tanto è vero che nemmeno gli attori sembrano spaventati dalla presenza del fantasma. Perciò credo che averlo vietato ai minori di quattordici anni, sia stato alquanto esagerato.
Il regista e sceneggiatore di “Ombre dal Passato” è il giapponese Masayuky Ochiai, che con questo film ha tentato il remake del film “Shutter” diretto dai due registi tailandesi Pisanthanakum e Wongpoom.
Ho voluto vedere anche quest’ultimo per notare se vi fossero molte differenze, non ce ne sono state di rilevanti, l’unica cosa che secondo il mio punto di vista era migliore in “Shutter”, era l’interpretazione dei due attori protagonisti.

Miryam

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Di slovo (del 13/07/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 808 volte)
Titolo originale
Insomnia
Produzione
USA 2002
Regia
Christopher Nolan
Interpreti
Al Pacino, Robin Williams, Hilary Swank, Nicky Katt, Maura Tierney
Durata
118 minuti

Mentre su di loro è in corso un’inchiesta degli Affari Interni di Los Angeles, ai detective Dormer e Duggar viene affidato un caso di omicidio avvenuto in uno sperduto paesino dell’Alaska.
Un intrigo dalla trama assai semplice, volutamente lasciato sullo sfondo per meglio evidenziare la complessa personalità dei protagonisti: l’agente Dormer (Pacino) non è l’usuale poliziotto-eroe buono ed integerrimo, piuttosto un uomo con molte ombre: brillante nel suo lavoro ma dalla dubbia moralità, il genere di personaggio per cui il fine giustifica i mezzi e in forte oscillazione sulle parti. Per certi versi simile all’assassino su cui indaga: un uomo scaltro, intelligente ma instabile. Anche lui distante dall’archetipo del mostro, qualcuno che “ha oltrepassato il limite, senza battere ciglio” incapace di controllare la sua precarietà mentale ma perfettamente in grado di razionalizzare ciò che ha commesso. Questo gli permetterà di acquisire un netto vantaggio e di giocare al burattinaio con Dormer, a cui l’insonnia (causata dal fenomeno del sole di mezzanotte) sta lentamente sfibrando la lucidità.
La stasi surreale del paesaggio di Nightmute rafforza i connotati onirici della situazione, la catena di eventi sfortunati in cui verrà imprigionato Dormer eserciteranno una pressione sempre più gravosa su di lui, mentre si barcamena come un topo in un labirinto verso l’epilogo, l’unico sostegno a cui reggersi sarà, paradossalmente, lo strano rapporto con l’assassino.
Un thriller psicologico molto ben realizzato, con particolare menzione per la regia di Nolan - tesa e misurata - e per l’ottima prova di Al Pacino e Robin Williams.
Non un capolavoro ma un film più che soddisfacente, anche per chi non stravede per i thriller.

slovo

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