BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di slovo (del 19/10/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 1413 volte)
Artista
Placebo
Titolo
Battle For The Sun
Anno
2009
Label
Pias

A leggere le interviste che Brian Molko è solito rilasciare all'indomani di ogni uscita del suo gruppo, viene da chiedersi se non sarebbe meglio per lui fare musica in spensieratezza, invece di prendere posizioni e volerle poi forzare nel processo creativo. Queste operazioni di controllo sulla scrittura finiscono spesso col palesare artificiosità ma tant'è...
e puntualmente arriva l'autoanalisi: il precedente "Meds" era un lavoro troppo oscuro e claustrofobico... il prossimo sarebbe dovuto essere più aperto, addirittura ottimista.
Ascoltando l'album ci si rende però conto che il mood angosciato e crepuscolare dei Placebo è ancora lì al suo posto, solo schizzato con qualche nota di colore (o intervento colorito?) con risultati anche imbarazzanti (“Ashtray Heart”). Non si può che concludere che se mai c'è stata una qualche 'battaglia per il sole' questa è stata persa.
Un tono 'dark' non è un difetto, beninteso, ma parlare di 'nuovo inizio' e 'ringiovanimento' è quantomeno azzardato se messo accanto al prodotto finito. L'entrata del giovane batterista californiano Steve Forrest avrà sicuramente giovato sul piano delle relazioni interne al gruppo, ma le capacità compositive dei Placebo sembrano ormai ad un impasse, ancor più preoccupante se pensiamo che il loro stile… proprio originale o rivoluzionario non lo è mai stato.
"Battle for the Sun" finisce con l'essere un classico disco a-la-Placebo, così come lo sono stati tutti dopo “Without You I'm Nothing” (1998), e mostra le sue eccellenze, come di consueto, nello spleen sposato a melodie orecchiabili, negli arrangiamenti perfetti e nella splendida voce di Brian Molko che - per citare un recensore che lessi tempo fa - "potrebbe leggere l'elenco del telefono e risultare comunque affascinante".
Mi piace il crescendo della title-track (metodo applicato anche a “Julien” con risultati minori), trovo “Speak in Tonguens” e “kings in medicine” episodi convincenti, così come il tiro di “breath under water” o “kitti litter” ma poco altro riesce ad erigersi sopra alla media di disco promosso appena con la sufficienza.

slovo

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Di Namor (del 16/10/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1528 volte)
Titolo originale
Punisher: War Zone
Produzione
USA Canada 2008
Regia
Lexi Alexander
Interpreti
Ray Stevenson, Dominic West, Julie Benz, Wayne Knight, Dash Mihok.
Durata
107 Minuti
Trailer

Sono passati quattro anni dal debutto poco edificante su grande schermo di “The Punisher”, il primo film sull’eroe cartaceo il Punitore. Nonostante il magro riscontro ottenuto di critica e pubblico, la regista tedesca Lexi Alexander, con “Punisher - war zone”, ci ripropone nuovamente le vendicative gesta di questo singolare e spietato eroe.
Chiunque non abbia visto il primo capitolo, deve sapere che non si perse nulla, la pellicola non fu un gran che, nonostante la presenza di attori valenti come John Travolta, Roy Scheider,Thomas Jane e Rebecca Romijn.
Ora, dando un’occhiata al cast di terz’ordine presente in questo seguito, mi riusciva difficile pensare che sarebbe stato migliore del primo. Infatti, una volta visto i miei dubbi divennero certezze. La trama fin troppo logora e ripetitiva da sempre relegata a questo genere di pellicole, abbinata ad una scarsa ed imbarazzante recitazione di tutto il cast, lo fanno diventare un’altro titolo inutile da evitare assolutamente.
Se state leggendo questa recensione e, “purtroppo”, avete già acquistato il suddetto titolo, non disperate, lo potreste sempre usare come spessore da mettere sotto i piedi di un tavolo poco stabile!

Namor

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Di Miryam (del 14/10/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1426 volte)
Titolo originale
Slumdog Millionaire
Produzione
Gran Bretagna - USA 2008
Regia
Danny Boyle
Interpreti
Dev Patel, Anil Kapoor, Freida Pinto, Madhur Mittal, Irfan Khan.
Durata
120 Minuti
Trailer

Jamal Malik (Dev Patel), è un giovane indiano di Mumbai, sta partecipando al quiz “chi vuol essere milionario?”, siamo ormai giunti all’ ultima domanda che gli farebbe vincere venti milioni di rupie (circa trecentocinquantamila euro), somma con la quale riscatterebbe la libertà della sua eterna fidanzata Latika (Freida Pinto), grande amica dai tempi dell’infanzia, che si trova nelle mani di un potente boss mafioso di Bombay.
Durante tutto il percorso del gioco, il ragazzo viene preso in antipatia dal conduttore dello show, un certo Prem Kumar (Anil Kapaar), il quale non accetta che un analfabeta venuto dalla strada come Jamal possa vincere quella grande somma, quando lui ha dovuto faticare per arrivare al successo, così, poco prima di rispondere all’ultima domanda lo fa arrestare con l’accusa di aver imbrogliato nelle risposte.
Giunto al comando, la polizia dopo avergli fatto vedere il video con tutte le risposte esatte, lo percuote brutalmente al fine di avere la confessione che lui ha imbrogliato, a questo punto Jamal si difende dicendo che lui le risposte le sapeva, perché queste erano legate a fatti inerenti al percorso triste della sua vita, iniziato con l’uccisione della madre e l’avventurosa fuga con il fratello Salim e l’amica Latika per sfuggire ad una banda di sfruttatori che rapivano bambini per farli mendicare, arrivando addirittura ad accecarli per trasmettere ancora più compassione ai passanti. Jamal continua così ad elencare ai gendarmi altri episodi infelici della sua vita, tutto quello che facevano per procurarsi il cibo e di come vivevano, sempre nascosti con la paura di essere ripresi dagli sfruttatori che imperterriti non avevano smesso di cercarli.
Il suo racconto continua dicendo che una volta cresciuto, mentre suo fratello cambia totalmente vita andando a lavorare per un boss mafioso portando con se Latika, lui trova lavoro in un call center ed è proprio qui che trovandosi per un attimo da solo, si mette a cercare tra i numeri telefonici riuscendo a trovare quello di suo fratello, il quale una volta incontrato gli comunica dove si trova Latika, essendo difficile il compito di portare via la ragazza al mafioso, l’ unica soluzione era appunto di partecipare al gioco molto seguito dalla sua amica.
Con tutte quelle dettagliate spiegazioni, la polizia finalmente gli crede e decide che Jamal deve continuare il gioco, infatti viene ricondotto negli studi televisivi, ma quando appare l’ultima domanda, ahimè non sa rispondere, però dato che quella risposta è la salvezza del suo amore, decide di buttarla lì… azzeccandola, vince così i venti milioni di rupie e finalmente può ricongiungersi con la sua adorata Latika che lo stava aspettando fuori dagli studi per iniziare la vita assieme da tanto rincorsa.
Il regista del film è l’irlandese Danny Boyle, si può certo ritenere più che soddisfatto della riuscita del suo film in quanto ha vinto ben otto premi oscar: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, colonna sonora, colonna originale e infine miglior suono. Credo siano premi tutti meritati, in questo film non mancano certo le emozioni, vengono trattati temi piuttosto forti che vanno dalla povertà, agli abusi e scontri religiosi che i nostri giovani attori devono affrontare, situazioni che noi vediamo attraverso lo schermo ma che purtroppo sono fatti reali che succedono tutt’ora nei paesi più poveri dell’India.
Ho apprezzato molto l’interpretazione e l’impegno dei due interpreti, che pur essendo alle prime armi hanno saputo tirar fuori le loro capacità facendoci vivere dei momenti emozionanti senza dimenticare però la triste realtà che c’è dietro.
Solo una cosa del film mi è apparsa fuori luogo, è stato quel balletto nel finale che sinceramente non mi sembrava inerente al tema trattato nel film.

Miryam

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Di Darth (del 12/10/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3103 volte)
Titolo originale
Le mani sulla città
Produzione
Italia, 1963
Regia
Francesco Rosi
Interpreti
Rod Steiger, Guido Alberti, Marcello Cannavale, Alberto Canocchia, Salvo Randone
Durata
105 minuti

Guardando “I Cento Passi” qualche sera fa mi sono subito accorto che durante la scena al circolo Musica e Cultura veniva proiettato “Le Mani Sulla Città”. Cosi' ho deciso di scriverne subito la recensione e me ne sia perdonada l'arroganza, di continuare il discorso che Peppino Impastato non riesce a terminare interrotto dal dj e dalla voglia di divertisi e ballare dei presenti.
Il film di forte impegno civile è del 1963; diretto da Francesco Rosi tratta la corruzione e la speculazione edilizia nell'Italia degli anni sessanta. Un altro tema denuciato dal film che è di stretta attualità è il conflitto d'interessi (vi ricorda qualcosa?) Nel film infatti il consigliere comunale Edoardo Nottola è anche un costruttore edile che da lì a poco dovrà deliberare insieme ai sui colleghi del consiglio sul piano regolatore che, opportunamente indirizzato, permettera' a lui e ai suoi sostenitori in campagna elettorale di speculare sulla rivalutazione dei terreni, acquistati ad uso agricolo, generando profitti del 5000%
Al termine del film appare in sovraimpressione questa scritta:”I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce” Questo forse perchè nella pratica accadde veramente ciò che nel film viene raccontato su Napoli. Città che non viene mai citata nella pellicola, ma che è facilmente riconoscibile dalle immagini. Solo ora mi rendo conto di quanto sia difficile scrivere la recensione di un film di denuncia come questo senza cadere nella retorica. A chi ne consiglierei la visione? A tutti quelli che hanno a cuore queste tematiche. Anche se probabilmente al termine del film si ritroveranno con l'itterizia (come il sottoscritto) pensando a come già nei primi anni sessanta venivano denunciati avvenimenti come questi con i quali ancora oggi, purtroppo, ci ritroviamo a convivere a causa di una classe dirigente connivente.
Un ringraziamento particolare a mimmotron per avermi consigliato e prestato questi film.

Darth

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Di Namor (del 09/10/2009 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1651 volte)
Titolo originale
Engrenages
Produzione
Francia 2005
Episodi / Durata
8 / 50 Minuti

Il corpo orrendamente sfigurato di una giovane ragazza, viene ritrovato senza vita in una discarica di Parigi, le susseguenti indagini della polizia, porteranno alla luce fatti e personaggi coinvolti, al di sopra di ogni sospetto. Ad indagare saranno il pubblico ministero Pierre Clemènt (Grégory Fitoussi), il giudice Francois Roban (Philippe Duclos) ed il capitano di polizia Laure Berthaud (Caroline Proust) coadiuvata dalla sua fidata squadra.
Questo crudele omicidio e la relativa inchiesta, faranno da fulcro all’intera serie, ma nel frattempo, ai protagonisti citati, non mancheranno di certo ulteriori ed efferati casi da risolvere.
Spiral” è composto da 8 episodi dalla durata di 50 minuti l’uno, la serie di produzione francese è stata concepita come la risposta europea, allo strapotere delle serie tv americane. Avendola vista, non posso dire che la stessa non sia meritevole, ma presentarla come una valida replica ai migliori serial d’oltreoceano, mi sembra un po’ azzardato. Di sicuro “Spiral”, ha un’atmosfera singolare ed esclusiva, che la mette in evidenza e la distingue dalle altre serie tv, gli avvenimenti si succedono in maniera molto flemmatica, a dire il vero fin troppo per coloro i quali sono abituati alle incalzanti trame delle sue più agguerrite rivali. Ad ogni modo viene da pensare che questa piccola inferiorità, potrebbe anche essere il suo pregio migliore, visto che al suo numeroso pubblico lo stile narrativo è piaciuto. Difatti é già stata confezionata la seconda serie e la terza é in fase di realizzazione.
Per quanto mi riguarda non rinuncerò a vedermi la seconda serie, considerato che conosco la prima, sperando che ci siano dei miglioramenti sotto il profilo dell’azione.

Namor

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Di mimmotron (del 07/10/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1489 volte)
Titolo originale
Quien Sabe
Produzione
Italia 1966
Regia
Damiano Damiani
Interpreti
Gian Maria Volonté, Klaus Kinski, Andrea Checchi, Lou Castel, Martine Beswick.
Durata
102 Minuti
Trailer

Quien Sabe? E' un film del 1966 diretto da Damiano Damiani. Protagonisti del film sono un manipolo di messicani guidati da El Chucho (Gian Maria Volonte).
Durante la visione del film si ha l'impressione che El Chucho non sia altro che il capo di una combriccola che lotta non per un ideale, ma per arricchirsi, si impossessavano infatti tutte le armi possibili per rivenderle al capo dei ribelli generale Elias.
Solo al termine delle varie vicende si scoprira' che El Chucho era realmente animato da uno spirito idealista. Non guerreggiava per arricchirsi, ma perche' davvero credeva di poter aiutare il popolo a liberarsi del giogo impostogli dai suoi tiranni.
Tant'e' vero che quando viene giustamente accusato dal capo dei ribelli di essere corresponsabile dell'eccidio degli abitanti di un intero villaggio decide egli stesso per la sua condanna alla pena capitale. Riesce a sottrarvisi grazie all'intervento di un gringo, il quale gli doveva la vita e non solo.
Straordinaria l'ultima scena del film dove Niño, cosi era stato soprannominato l'americano, rende immensamente ricco El Chucho il quale pero' cede al richiamo della sua idea di giustizia sociale e d'impeto lo uccide poiche' sapeva che il denaro era frutto giustappunto dell'ingiustizia che lui stesso combatteva.
Nel tentativo poi di fuggire all'arresto si libera della borsa in cui erano contenute le monete d'oro e urla ad un lustrascare che si stava chinando a raccoglierle: “E tu non comprarti il pane con esto dinero, hombre! Compra dinamite! Dinamite!!!”.
Il film appartiene al genere degli spaghetti western, ma presenta un significato politico velato. Si colloca con ragione all'interno di quel movimento d'opinone della controinformazione che utilizzo' anche il cinema per far avere un informazione che giungeva altrimenti al pubblico faziosa e non obbiettiva. Nel caso specifico si vollero trattate le 'covered operation' della CIA.
Proprio perche' il significato politico del film e' implicito questo film lo si puo' consigliare apertamente a tutti gli amanti del genere western che desiderano guardare un film come tranquillo svago.

mimmotron

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Di Louise-Elle (del 05/10/2009 @ 05:00:00, in libri, linkato 2115 volte)
Titolo originale
Io sono Dio
Autore
Giorgio Faletti
Editore
Baldini Castoldi Dalai
Prima edizione
2009

Caro Giorgio,
sono una tua affezionata lettrice ed ammiratrice. Dopo aver letto “Io uccido” sono rimasta davvero entusiasta e sorpresa dalla tua bravura di romanziere in versione thriller. Dopo aver letto “Niente di vero tranne gli occhi” il tuo talento come scrittore mi ha ulteriormente affascinato e ora mi hai letteralmente stregato con ”Io sono Dio”. La mente che guida la tua mano è davvero superba e fertile. Il successo che stai ottenendo con questo romanzo è davvero meritato. Non ti curar delle critiche maligne che addirittura dicono che questo capolavoro sia stato scritto da altri: è solo invidia. Invidia poiché ancora una volta hai saputo stupire i lettori con un romanzo thriller e di suspense che ammalia. “Io sono Dio” l’ho letto tutto d’ un fiato. Hai sapientemente descritto il passato e il presente delle avvincenti storie dei personaggi che compongono il puzzle della trama. Hai egregiamente abbinato e reso protagonisti i mali che regnano sovrani da sempre: la pazzia e la paura che certi uomini e le guerre generano. Mi trovi perfettamente d’accordo con il sottotitolo che recita: le guerre finiscono, l’odio dura per sempre.
Mi piace quando racconti di Little Boss scampato miracolosamente dalla guerra in Vietnam e sfigurato nel corpo decide di nascondersi alla famiglia e al mondo ritornando a vivere in una New York sconvolta da una serie di esplosioni di edifici che mietono centinaia di vittime. Hai saputo ben descrivere la tensione e la determinazione che spinge l’Ispettrice Vivien, del Distretto di Polizia di New York, a scoprire l’identità del misterioso artefice delle esplosioni in quanto le stesse non vengono rivendicate da nessuno. L’intelligenza e l’esperienza di Vivien unitamente alla collaborazione di Russel, un mediocre cronista, sono fondamentali per l’individuazione finale dell’ attentatore.. Mi piaci quando descrivi le emozioni e i sentimenti che provano Vivien e Russel nell’ inevitabile storia d’amore che fai nascere fra loro. Mi piaci quando narri lo stupore e lo sconforto di Padre McKean a cui, durante la confessione, il serial killer dichiara apertamente di essere l’autore delle esplosioni e, come solo un pazzo può fare, si proclama: “Io sono Dio”. Mi piace quando descrivi il tormento di Padre McKean indeciso se venir meno o no al sacro vincolo del segreto della confessione ed essere così libero di denunciare l’attentatore che gli preannuncia quando colpirà nuovamente. Mi piaci ancor di più quando alla fine regali l’emozione più gradita svelando l’identità davvero inaspettata del serial killer. Davvero originale l’epilogo finale: ogni personaggio elabora una riflessione. Così facendo hai regalato loro un’anima rendendoli quasi reali.
Concordo con te quando dici che “La fine di un romanzo è come la partenza di un amico: lascia sempre un poco di vuoto”. Infatti dopo aver letto “Io sono Dio” mi sono quasi sentita sola. Pertanto rimango in attesa del tuo prossimo libro che sono sicura sarà il mio miglior amico per un po’. Concludo questa lettera ricambiando l’ inchino che ci dedichi congedandoti spiritosamente: “saluto con un inchino e uno svolazzo del cappello piumato”.
Un abbraccio e un sincero grazie per avermi fatto provare brividi ed emozioni semplicemente leggendoti.

Louise-Elle

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Di Namor (del 01/10/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1380 volte)
Titolo originale
Cadillac Records
Produzione
USA 2008
Regia
Darnell Martin
Interpreti
Adrien Brody, Jeffrey Wright, Beyoncé Knowles, Columbus Short, Cedric the Entertainer.
Durata
115 Minuti
Trailer

Il film racconta la storia della Chess Records, una famosa etichetta musicale americana, che a cavallo tra gli anni 50 e 60, scoprì e lanciò artisti di grande calibro come Muddy Waters, Little Walters, Willie Dixon, Howlin’ Wolf, Chuk Berry ed Etta James. Ed è a questi grandi pionieri musicali del passato, che va riconosciuto il merito di aver portato alla ribalta, due dei più grandi e conosciuti generi musicali al mondo, il Blues ed il Rock.
In “Cadillac Records”, non vedremo solo la nascita artistica ed il conseguente successo di questi artisti, ma avremo anche modo di conoscere il tortuoso cammino sociale e privato che hanno dovuto affrontare, in un’epoca dove la segregazione razziale negli Stati Uniti, era ancora ben radicata.
La pellicola da noi, come in patria, non ha riscosso il successo sperato, dovuto in parte alla diffusione attuale di tutt’altro genere musicale ed in parte alla carente cultura musicale che porta alla scarsa conoscenza di questi grandi musicisti, lo hanno fatto passare quasi in sordina nelle sale cinematografiche.
Difatti io, ne sono venuto a conoscenza solo con l’uscita in dvd. Ad ogni modo, l’ho trovato gradevole e allo stesso tempo molto istruttivo sotto il profilo musicale. Il cast oltre ad Adrien Brody e Jeffrey Wright nei panni dei due soci protagonisti, si avvale anche della presenza recitativa e canora di Beyoncè Knowles e del rapper Mos Def .
Come vedete la recitazione e l’interpretazioni canore presenti nel film, sono state affidate a gente di tutto rispetto, quindi, se vi capita sottomano fateci tranquillamente un pensierino.

Namor

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Di Andy (del 28/09/2009 @ 05:00:00, in musica, linkato 1372 volte)
Artista
Phil Collins
Titolo
Face Value
Anno
1981
Label
Atlantic - Virgins

Penso che ognuno di noi abbia, nella propria personalissima e amatissima collezione di dischi e cd, quei tre o quattro titoli che inspiegabilmente gli capitano sempre tra le mani e puntualmente, dopo un primo scarso tentativo di rifiuto, pensando – “che palle, ascolto sempre la stessa roba” -, finiscano sul piatto o lettore. Face value di Phil Collins è uno di questi, per quanto mi riguarda. Leggendo la data dell’anno di pubblicazione, 1981, mi rendo conto che, ahimè, le primavere cominciano a passare anche per il sottoscritto (sono del ’65). Il problema è che questo album mi mette sempre di buon umore, vuoi il periodo spensierato che mi ricorda, vuoi i suoni e il genere molto raffinati ma soprattutto vuoi la bellezza e la classe delle canzoni contenute in questo che fu il primo disco solista di Collins, il quale prese una pausa dal suo gruppo di appartenenza, i grandiosi Genesis, per incidere questi dodici brani insieme alla sezione fiati degli Earth Wind and Fire, Eric Clapton e altri ospiti in un clima funk-fusion. La canzone apripista è la celebre In the air tonight, atmosfera molto grigia e riflessiva,voce lontana e metallica, pregna della disperata tristezza per la separazione dalla moglie, avvenuta proprio durante le registrazioni. This must be love è una ballad easy cantata invece con una bellissima voce sofferta e che presenta il lato romantico di Phil, che poi diventerà un marchio di fabbrica accanto a pezzi più ballabili e ritmati che hanno costellato l’ottima carriera del musicista. Behind the lines verrà ricordata dai più esperti in Duke, ellepì del 1980 dei Genesis ma qui riproposta in versione totalmente rivista e corretta specialmente dalla sezione ritmica e fiati degli EWF, veramente bella e allegra. Più intimista la seguente The roof is leaking, atmosfera da serata in riva al Mississippi, lenta ma inquieta e che sfocia direttamente in un incedere di percussioni e suoni caratteristici della profonda Africa, che fanno pensare ad una caccia durante un safari, una parte strumentale bellissima di questo album che ritorna su ritmi più urbani con un gran pezzo fusion, I missed again , fiati controtempati e uno stupendo solo di sax. Classe brithish in I’m not moving, un english easy rock simpaticissimo. Struggente If leaving me easy, un entrata di sax da accapponare la pelle, voce e atmosfera da brividi, un lento con la M maiuscola, da assaporare con la propria metà, se possibile. Per concludere, la visionaria e psichedelica Tomorrow never knows, cover di un brano dei Beatles, batteria preponderante e suoni futuristici e spaziali, chiude un opera prima di tutto rispetto, da cui viene fuori una vena fino ad allora nascosta di un Phil Collins autore moderno e fresco, molto capace anche nella composizione di hit songs da quattro minuti, senza nulla togliere alle memorabili suite dei Genesis; oltre che un grande cantante e un eccezionale batterista ovviamente. Proprio a proposito di questo, leggevo in questi giorni che Collins ha dichiarato di non poter più suonare la batteria a causa di seri problemi alla schiena; speriamo che si riprenda perché il suo stile è davvero inconfondibile e piacevole ed è un altro di quegli artisti poco chiacchierati ma molto bravi..classe inglese!
Buon ascolto..

Andy

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Di Namor (del 24/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1392 volte)
Titolo originale
Fortapàsc
Produzione
Italia 2008
Regia
Marco Risi
Interpreti
Libero de Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino, Massimiliano Gallo, Ernesto Mahieux.
Durata
108 Minuti
Trailer

Settembre, una sera come tante, accompagnata dalle note della celeberrima “Ogni volta” di Vasco Rossi, una Citroen Mehari si sta arrampicando sulla strada che porta al Vomero. Lo slanciato e tranquillo conducente, chilometro dopo chilometro, sembra beneficiare di ogni attimo che ancora lo separa dalla destinazione. La meta in questione è casa sua, l’intenzione è quella di fare una doccia veloce ed uscire con la sua ragazza, (si dice che dovesse andare a vedere un concerto di Vasco, che si esibiva da quelle parti proprio quella sera).
Questo, è quello che avrebbe voluto fare il ventiseienne Giancarlo Siani, in quella fatidica sera del 23 Settembre del 1985, se non fosse stato vigliaccamente ucciso con 10 proiettili, esplosi dalle pistole di due killer inviati dalla camorra, che lo attendevano sotto casa.
La professione di giornalista e la devota passione per il suo lavoro, fecero ingiustamente pagare a Giancarlo un prezzo troppo alto, la sua stessa vita in cambio dell’informazione. Fu proprio un suo articolo sull’arresto del boss Valentino Gionta, uscito il 10 Giugno del 1985 sulle pagine del quotidiano Il Mattino, che decretò la sua condanna, l’oggetto in questione mandò su tutte le furie alcuni potenti esponenti della camorra, che legifereranno senza nessun appello la sua condanna a morte.
Il regista Marco Risi con “Fortapàsc”, ci mostra gli ultimi quattro mesi di vita vissuti da Giancarlo Siani, va annotato che ad oggi, egli è stato l’unico giornalista ad essere ucciso dalla camorra. Peculiarità, che porta a pensare a quali siano state le vere motivazioni di tale gesto. Dietro al famoso articolo si celava sicuramente qualcosa di più importante, qualcosa che avrebbe avuto maggior peso nella lotta alla camorra.
I miei più vivi complimenti al regista Marco Risi, che ha saputo ricreare e proporre le giuste atmosfere, questo grazie anche alle riprese effettuate nei luoghi reali, ove si svolsero i fatti. Anche la fortuna ha voluto partecipare al film, dando una mano in fatto di autenticità, difatti la Citroen Mehari con cui si muove Rienzo nella pellicola è la vera auto di Siani, ritrovata una settimana prima dell’inizio delle riprese in un’agriturismo siciliano!
Per quanto concerne il cast, la scelta degli attori chiamati ad interpretare i protagonisti della vicenda, risulta più che azzeccata. Molto bravo e credibile Massimiliano Gallo, nei panni del Boss Gionta, la sua prova da cattivo fa ben sperare per eventuali partecipazioni in altre future pellicole. Capace e anche somigliante al vero Siani è l’attore romano Libero di Rienzo, ma se vogliamo proprio trovare il classico pelo nell’uovo, lo si scova nella sua voce, molto simile al maestro Luca De Laurenti. Ma questo è solo un elemento insignificante, che non deturpa di certo la qualità della pellicola in questione.
Approvato e consigliato a chiunque sia in cerca di un buon film italiano.

Namor

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Di Angie (del 21/09/2009 @ 05:00:00, in libri, linkato 1132 volte)
Titolo originale
Pochi inutili nascondigli
Autore
Giorgio Faletti
Editore
Baldini Csastoldi Dalai
Prima edizione
2008

Chi, non conosce Giorgio Faletti con i suoi famosi romanzi: “Io uccido”, “Niente di vero tranne gli occhi” e “Fuori da ogni evidente destino”, che, hanno entusiasmato i molteplici lettori (compresa me) appassionati del genere trhiller.
Faletti esordì nel mondo della narrativa con il romanzo “Io uccido”, titolo che vendette oltre 3.500.000 di copie in tutto il mondo, diventando uno dei più grandi successi editoriali dell’anno. Il Faletti scrittore mi piace molto, meno invece, nel mondo dello spettacolo, dove iniziò come comico facendo cabaret in varie trasmissioni televisive. Partecipò anche come cantante al festival di Sanremo con la canzone “Signor tenente”, aggiudicandosi addirittura il secondo posto. Se adesso è diventato un personaggio di successo, questo lo deve sicuramente al suo talento letterario è non alle sue precedenti esperienze lavorative.
Avendo già letto un suo romanzo, quando mi fu regalato”Piccoli inutili nascondigli” sua 4° opera narrativa, contenta e allo stesso tempo entusiasta, cominciai a leggere queste 375 pagine. Il libro, ripartito in sette racconti, non sono altro che sette fantastici viaggi verso mete sconosciute, dove vengono narrate sette vicende diverse, ma tutte unite da un solo sentimento: la rabbia, il rancore ed il desiderio di vendetta di cui i protagonisti a loro volta, si trasformano sia in vittime che in carnefici.
Mentre proseguivo la lettura, mi accorgo che la tensione e l’emozione che di solito dovrebbe accompagnare il lettore, fino alla fine del racconto di un buon trhiller, in questo libro era totalmente inesistente. Delusa e a stento, sono riuscita a portare a termine la sua lettura. Per carità il libro è scritto bene e Faletti dal canto suo, sa dimostrare sempre la sua abilità narrativa e la capacità di esporre drammi interiori dell’uomo. Ma qui qualcosa non ha funzionato!
In poche parole non ho trovato questi racconti di mio gradimento, e sinceramente conoscendo i romanzi precedenti, mi aspettavo qualcosa di più horror nell’evolversi della trama.
Per i più curiosi che desiderano leggerlo o che amano i racconti fantastici facciano pure, forse lo troveranno anche piacevole, al contrario di me, che non amo questo genere di lettura.
Comunque una cosa è certa, il prossimo acquisto di un nuovo libro, farò bene attenzione che non si tratti di racconti.

Angie

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Di Namor (del 18/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1364 volte)
Titolo originale
Knowing
Produzione
USA 2009
Regia
Alex Proyas
Interpreti
Nicolas Cage, Rose Byrne, Chandler Canterbury, Lara Robinson, Ben Mendelsohn.
Durata
121 Minuti
Trailer

Siamo nel 1959, dietro la richiesta della loro insegnante, un gruppo di studenti di una scuola elementare, devono disegnare sopra un foglio “il futuro” ovviamente, come loro lo immaginano. I disegni una volta completati, saranno inseriti all’interno di una capsula del tempo sotterrata davanti alla scuola per essere poi riaperta 50 anni dopo. Passato il lasso di tempo imposto dai vecchi docenti, il contenitore viene riesumato per consegnare i disegni ad ognuno dei nuovi studenti presenti. Mentre tutti ammirano le vecchie raffigurazioni nei fogli a loro destinati, il giovane Caleb Koestler (Chandler Canterbury), rimane sorpreso da quello a lui diretto, poiché, contiene una lunga serie di numeri posti in una sequenza incomprensibile.
Si scoprirà che l’autrice del lascito era una ragazzina alquanto strana, che alla domanda, “cosa volesse significare quella serie di numeri” rispose, che le erano state sussurrate da persone invisibili!
A decifrare l’enigmatico codice numerato è il professore di astrofisica John Koestler (Nicolas Cage), identificando in tutti quei numeri scritti a casaccio, una sequenza di date trascorse, giorni in cui avvennero tragedie umane e con l’entità esatta delle vittime perite nel disastro relativo a quel giorno. Il professore però nota subito la presenza di tre date future e quindi catastrofi ancora da compiersi, di cui l’ultima di proporzioni apocalittica che metterà in pericolo l’intera umanità.
Nonostante il genere, ritengo “Segnali dal futuro” un film noioso e poco interessante, se non fosse per i famosi tre eventi catastrofici che devono susseguirsi, vi assicuro che addormentarsi sulla poltrona del cinema non é poi così difficile. Eppure vista la presenza del regista Alex Proyas, autore dell’indimenticabile cult “Il Corvo”, mi sarei aspettato qualcosa di molto più valido ed innovativo, visto che gli sceneggiatori hanno impiegato ben otto anni per partorire questo mediocre titolo.
Date retta a me, qui, l’unico segnale che arriva è la voglia di alzarsi dalla poltrona per farsi rimborsare il biglietto!

Namor

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Di Asterix451 (del 16/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1267 volte)
Titolo originale
Death Race
Produzione
USA 2008
Regia
Paul W.S.Anderson
Interpreti
Jason Statham, Tyrese Gibson, Ian McShane, Natalie Martinez, Joan Allen.
Durata
105 Minuti
Trailer

Oggi Jensen Aimes (Jason Statham) è un operaio dal carattere difficile, con una famiglia da mantenere e una situazione lavorativa precaria; questo presente incerto è la conseguenza di un errore commesso anni prima, che ha troncato la sua carriera di pilota automobilistico trascinandolo in carcere. L’unica riabilitazione possibile, dopo aver scontato la pena, è questa vita di sacrificio e lavoro duro, nella realtà industriale di un futuro prossimo venturo.
La sua armonia familiare, positiva nonostante le difficoltà, si contrappone alla violenza e alla corruzione del mondo esterno, dominato dalla delinquenza e dagli interessi delle Autorità: figure spesso sovrapposte, che allo stesso modo colpiscono coloro che non ne fanno parte. Persone come Jensen e la sua Famiglia, nel momento in cui possano divenire pedine importanti dei loro giochi di interesse e potere. E’ ciò che accade un giorno qualunque, dopo l’ennesimo scontro con la Polizia all’uscita della Fabbrica, ritornando a casa: sembra tutto normale, mentre sua moglie lo accoglie, ma un istante dopo vengono il buio e la perdita di coscienza. Al risveglio, la vita di Jensen è stravolta da una tragedia familiare di cui sembra essersi macchiato lui stesso… un complotto costruito ad arte, pare, mentre la Polizia fa irruzione e lo arresta.
Ma perché?
Mentre ricerca questa risposta Aimes è di nuovo in carcere, rabbioso e innocente, circondato da detenuti pronti a fargli pagare un delitto che non ha commesso. Ed è proprio quando le cose iniziano a mettersi davvero male che, “casualmente”, le sue abilità di pilota sembrano restituirgli una chance per riconquistare libertà e credibilità.
La Direttrice del Carcere (Joan Allen) gli propone infatti di correre in una gara senza regole, la Death Race, un programma a diffusione globale sponsorizzato direttamente dal Penitenziario, che garantisce guadagni stratosferici vendendo uno spettacolo mortale, costruito come un videogioco. Il pilota più atteso e più seguito, Frankenstein, che entuasiasma il pubblico della Rete e garantisce il massimo degli ascolti, è morto poco dopo aver superato il traguardo della sua ultima gara. Nessuno lo sa, naturalmente. Il pubblico lo attende, e lo show deve continuare.
Frankenstein ha già conquistato 4 competizioni: gliene basterebbe ancora una soltanto per ottenere la libertà; è il regolamento, come viene spiegato a Jensen al momento di scegliere. Se accetterà di sostuirlo in segreto al volante, coperto dalla sua maschera, vincendo gli verrebbero riconosciuti tutti i meriti del vero Frankenstein.
Ma la libertà, all’interno di una gara senza regole tra detenuti, su autovetture trasformate per spettacolarizzare al meglio la morte in diretta, è un traguardo che va ben oltre le doti di guida di qualunque pilota. Jensen lo sa, ma non ha scelta: è un uomo condannato, l’unico spiraglio gli viene offerto dalla possibilità di gareggiare e vincere; inoltre, in questo modo potrebbe smascherare i veri assassini della moglie e del figlio e vendicarsi del complotto di cui è stato vittima. In queste condizioni, incarna l’uomo perfetto per risolvere il paradosso di un ritorno alla vita che passa attraverso una Corsa della Morte.
Paul S.W. Anderson ha scelto la sua via artistica realizzando trasposizioni di videogiochi e cinema di fantascienza per il grande schermo, ad alto impatto visivo (parliamo, tra gli altri, di Mortal Kombat, Resident Evil e Alien vs Predator). Con Death Race 2000, il regista inglese ripropone il remake aggiornato e migliorato (dal punto di vista delle ambientazioni, della verosimilità della storia e dei personaggi) dell’omonimo Death Race 2000 del 1975, con David Carradine e Sylvester Stallone diretti da Paul Bartel. La produzione è stata, per entrambi i film, di Roger Corman, classe 1926 e padrino di moltissimi B-Movie realizzati tra la metà degli anni ’50 e la fine dei ’70. Il connubio Anderson – Corman funziona, supportato da un casting azzeccato nella scelta degli attori, per la realizzazione di un film di cassetta che rispetta le regole che si dà, risultando verosimile e godibile durante tutto lo sviluppo della storia. Di fatto non vi è nulla di intellettuale (e tanto meno di originale) in questo remake, che ammicca sapientemente ad altre pellicole prodotte in trent’anni di cinema: c’è del “carpenteriano” 1997 – Fuga da New York, con qualche barlume di Quella Sporca Ultima Meta (quello diretto da Aldrich); la solita atmosfera da drammone carcerario (Ali della Libertà e Fuga da Alcatraz?) con i detenuti saggi e di buon cuore contrapposti a pervertiti e pederasti; si passa per Fast and Furious (per far sentire a casa il gigante nero Tyrese Gibson) e di fatto le scene di guida sono davvero belle, mentre il Gioco di Morte non può che ricordare The Running Man (diretto dallo “Starsky” Paul M. Glaser), il film più fuori forma di Schwarzenegger. Lo stesso nome di Aimes, Jensen, rimanda al celeberrimo modello Interceptor di Mad Max. Potrebbe una tale genetica cinematografica lasciare delusi i patiti del gergo tecnico “V8, turbo, 16 valvole”? Che saranno turbati, a loro volta, dall’inserimento subliminale dei fotogrammi frizione-cambio al volo-acceleratore, accompagnati da navigatrici fotomodelle/detenute, come se le prigioni americane fossero serragli di conigliette della Rivista erotica per eccellenza…
Death Race non è un film da festival, d’accordo, ma nel suo genere non delude. Naturalmente va gustato con il giusto appetito, e per me è promosso.

Asterix451

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Di mimmotron (del 14/09/2009 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1639 volte)
Titolo originale
Fringe
Produzione
USA 2008
Episodi / Durata
20 / 50 Minuti

Ho appena finito di guardare la serie televisiva “Fringe” prodotta da J.J. Abrams e devo dire che ne sono rimasto piacevolmente soddisfatto. Non sono un amante del genere fantascientifico tanto meno se grandguignolesco, ma l'impostazione poliziesca mi ha appassionato ed indotto a seguirne tutte le puntate. Non ne farò quindi una recensione troppo dettagliata per non togliere agli interessati il piacere di seguirla.
Indicherei nell'agente dell' FBI Olivia Dunham e nel dr. Walter Bishop i personaggi che più caratterizzano il serial TV. La prima è la forza motrice di tutta la serie quella che più è coinvolta non solo professionalmente, ma anche emotivamente nella risoluzione dei vari casi, talune volte andando anche contro le procedure investigative. Il dr. Bishop invece si sente ed in parte è il responsabile morale di tutto ciò che avviene durante tutte le puntate (in totale 20) per cui da il meglio di se per risolvere le difficoltà di carattere scientifico che i vari casi assumono. Nel adempimento di questo compito è supportato dal figlio Peter anch'egli come il padre con un quoziente intelettivo ampiamente superiore alla media. Entrambi come tutti geni che si rispettino sono sregolati. Parte di questa sregolatezza al dr. Bishop proviene dal fatto di esser stato rinchiuso per 17 anni in manicomio a causa di un esperimento che portò alla morte di una sua assistente. Personalmente ho trovato assai divertente durante le varie puntate la sua apologia sugli allucinogeni. Altro personaggio di spessore è Nina Sharp amministratrice delegata della Massive Dynamics fondata da William Bell che, socio in gioventù del dr. Bishop nel teorizzare molti dei fenomeni che si manifesteranno negli episodi, ne farà uno degli uomini più ricchi e potenti della Terra. Personaggi minori, ma presenti in ogni puntata sono Phillip Broyles e Charlie Francis rispettivamente capo e collega di Olivia Dunham e Astrid Farnsworth agente dell' FBI che si occupa di assistere il dr. Bishop nel suo laboratorio, caratterizzata dal dr.Bishop che riesce per 20 episodi a storpiarne in maniera sempre diversa il nome. A questo punto aggiungerei solo una traduzione letterale del termine “fringe” che direi essere “di confine”. Infatti tutti gli episodi si sviluppano nello snodo delle indagini su crimini perpetrati in circostanze pseudoscientifiche. Anche se di un poliziesco non si può raccontare il finale non posso esimermi dal definire di forte impatto emotivo la sequenza finale.

Mimmotron

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Di Namor (del 11/09/2009 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1181 volte)
Titolo originale
Frost/Nixon
Produzione
USA 2008
Regia
Ron Howard
Interpreti
Frank Langella, Michael Sheen, Kevin Bacon, Rebecca Hall, Toby Jones.
Durata
122 Minuti
Trailer

Tre anni dopo lo scandalo Watergate, Richard Nixon in qualità di ex presidente degli Stati Uniti d’America, accetta di fare un’intervista televisiva con il brioso anchorman inglese David Frost. Nixon, convinto che le quattro interviste fossero solo una passeggiata riabilitativa al suo gravoso infortunio politico, era sicuro di ben figurare contro l’inadatto conduttore e riabilitarsi agli occhi del popolo statunitense. Ma così non fu, ancora una volta l’altezzoso statista americano, sottovalutò gli eventi e permise così a Frost, di ottenere quello in cui nessuno fino a quel momento riuscì, ossia carpire da Nixon in persona, una piena e completa ammissione di colpevolezza! Il piccolo e sottovalutato Frost, in un match verbale sulla lunghezza di quattro incontri, sconfisse davanti ad un pubblico di 45 milioni di persone, il titanico ed inossidabile Nixon.
Da questa storia vera, è tratta la seguente pellicola “Frost/Nixon - Il duello”, a dirigerla con minuziosa applicazione degli eventi è l’ex Richie Cunningham di Happy Days, Ron Howard. L’adattamento cinematografico é scritto dallo stesso autore dell’omonima piece teatrale, lo sceneggiatore Peter Morgan. Anche i due attori protagonisti Frank Langella e Micheal Sheen, sono gli stessi che hanno interpretato per due anni, i due rivali in teatro. Ottima la loro prova, in particolar modo quella di Langella, che ha sopperito alla poca somiglianza con Nixon, con una mimica a dir poco eccezionale.
Il film è stato candidato a cinque premi Oscar, senza vincerne neanche uno, ma questo non sminuisce di certo il grande valore dell’opera. Infatti la critica (ed il sottoscritto) ne è rimasta entusiasta, lo stesso Frost dopo aver visionato la pellicola, si è complimentato con il regista elargendo meritati elogi per la sua impeccabile direzione.
Un titolo da prendere in considerazione, sia per la sua qualità artistica che storica, è bene sapere che questo leggendario confronto, cambiò radicalmente il modo di fare informazione.

Namor

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