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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
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Artista
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Germano Bonaveri
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Titolo
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Magnifico
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Anno
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2007
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Label
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Fabbrica di parole & musica
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Ho sentito cantare Bonaveri per la prima volta al Tenco un paio di settimane fa, ero rimasto colpito soprattutto dalla melodia della canzone che aveva presentato. Incuriosito mi sono comprato il suo ultimo cd, devo ammettere che al primo ascolto credevo di avere buttato via dei soldi, ma fortunatamente mi sbagliavo. Infatti, tutte le dodici canzoni trasmettono sensazioni profonde a volte improvvise, ad esempio prendiamo” Magnifico”, la canzone che dà il nome all’album, è costruita in maniera molto particolare difficile da comprendere se non si ha a portata di mano il testo. All’inizio di ogni strofa c’è un aggettivo e poi una serie di situazioni che ne spiegano il significato, parole che risuonano spesso nella vita di tutti i giorni e che infine spiegano il perché la vita sia magnifica. Altra canzone importante per me è “Torquemada”, in cui si tocca il tema della censura e dei gruppi di potere che la controllano, facendo raccontare la situazione contemporanea da un inquisitore, il quale resosi conto della condizione si dissocia da quelli che chiama suoi discepoli immorali. Dal punto di vista strettamente musicale in questo disco si sente moltissimo l’influenza di un certo tipo di cantautori, soprattutto Guccini e i primi De Gregori, De Andrè e Fossati. Forse alcuni potranno obbiettare che l’opera musicale di Bonaveri sia troppo simile a quella di certi mostri sacri della nostra musica d’autore ma, credo sia molto meglio assomigliare a loro piuttosto che fare dell’insulso finto pop tutto zucchero e miele come purtroppo va di moda oggi.
SanSimone
Di Andy (del 24/11/2007 @ 05:00:00, in Musica, linkato 944 volte)
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Artista
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Carlos Santana
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Titolo
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Ultimate Santana
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Anno
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2007
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Label
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Arista
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Per il 2007 quello che ci riserva il grande Carlos è una raccolta, carina, ma diciamolo pure, un’ennesima raccolta. Negli ultimi dieci anni, a parte gli ottimi episodi di Supernatural e Shaman, due album di inediti commerciali sì ma riusciti, soprattutto il primo, saranno usciti più o meno due greathest hits all’anno di questo, intendiamoci, superlativo chitarrista. Santana nasce il 20 luglio 1947 ad Autlan de Navarro in Messico e muove i primi passi nel mondo della musica grazie al padre, un “mariachi”, cioè una specie di chitarrista gitano, che lo porta con se in giro per tutto il Paese fin da ragazzino; ma il primo strumento suonato da Carlos è il violino ed è forse da lì che provengono le note calde e lunghe che distinguono il suo stile imitatissimo ma inimitabile. Nel 1961 tutta la sua famiglia si trasferisce a S.Francisco e questo già geniale adolescente decide di imbracciare anche lui la chitarra, complici i primi ascolti della musica americana, prima Dylan, poi i Beatles ecc; fonda la Santana Blues Band e dopo aver suonato nei locali di S.F. e dintorni esce nel 66 il potente album Santana che presenta già nei suoi brani quello che sarà il marchio di fabbrica di Carlos, la fusione delle sue radici latine con il rock-blues americano, una rivelazione assoluta ed è perciò che nel ‘69 riesce a ritagliarsi un posto a Woodstock accanto ai già grandi dell’epoca che tutti conosciamo, regalando ai presenti una performance memorabile. E’ del ’70 il disco “Abraxas” in cui troviamo le celebri “Black magic woman”, “Samba patì”, “Oye como va”, che puntualmente ritroviamo anche in questo “Ultimate Santana”, accanto all’inedito del momento “Into the night”, una canzoncina orecchiabile e molto commerciale cantata per l’occasione da Chad Kroeger, singer dei Nickelback (parentesi personale: grande gruppo di hard-rock anni 2000, per me il migliore ) di cui sinceramente mi esalta solo l’assolo di chitarra col wha-wha. La maggior parte delle canzoni arriva da Supernatural e Shaman, che fanno parte della nuova era cominciata nel 2000, una svolta ovviamente legata alle esigenze di mercato e che si avvale di collaborazioni con cantanti sia giovani, vedi Michelle Branch, Rob Thomas, che con vecchie glorie come Steven Tyler (Aerosmith), per me l’accoppiata migliore in una bella ballad come “Just feel better”. Un brano hip-hop con Jennifer Lopez e Baby Bash, “This boys fire”, e poi appunto “ Maria Maria”, “Corazon espinado”, “Smooth criminal”. Comunque,effettivamente, una raccolta di questo tipo può essere utile per un pubblico più giovane, che voglia approfondire la conoscenza di questo chitarrista dotato più che di tecnica di un grande feeling, anche sul piano umano, ascoltandolo nei suoi lavori più recenti che strizzano l’occhio al mondo musicale attuale, fatto di prodotti, sia audio che video ormai, ben confezionati con suoni e motivi poco impegnativi ma passando per quel sound più “grezzo”anni ‘70, da cui comunque è nato il genere definito “latin-rock”, di cui Santana è stato indubbiamente precursore una quarantina di anni fa, in cui però c’era un’altra energia. Si sa , i tempi cambiano e bisogna stare al passo; nell’insieme abbastanza godibile…buon ascolto…
Andy
Di slovo (del 23/11/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 633 volte)
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Artista
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Clogs
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Titolo
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Lantern
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Anno
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2006
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Label
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Brassland Records
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L’album dei Clogs si elevò tra le proposte della scena post-rock nel 2006, “Lantern” era il quarto nella discografia del quartetto newyorkese. Il termine post-rock non deve fuorviare, lo usiamo infatti nella sua accezione più ampia: lo stile musicale dei Clogs, a cavallo tra jazz, musica da camera e avanguardia folk è, mi si perdoni la furba scappatoia, più facile da ascoltare che da definire. Ascoltare ed apprezzare, soprattutto se si amano le atmosfere crepuscolari che questo intreccio di timbri classici (chitarra, violino, pianoforte, fagotto) riesce a richiamare così efficacemente. Non stupisca il carattere virtuoso delle esecuzioni: i Clogs sono studenti di musica di alto livello ma ciò che li rende così interessanti e che li distingue da un qualsiasi ensemble di musica ‘colta’ è la loro capacità di veicolare le passioni e le tensioni del rock più ardimentoso in un’espressione formale maestosa ed elegante. Il paragone più istintivo che mi viene, fatto con la dovuta prudenza e reverenza, è con i picchi di maestria raggiunti dai King Crimson del periodo “Islands” / “Larks’ Tongues in Aspic” . “Kapsburger" è una rivisitazione di un brano del cinquecento, omaggio ad un maestro e copertina perfetta per introdurre le composizioni del gruppo: la splendida “canon”, dal lento e sinistro incedere, è come ci traghettasse su una palude attraverso la nebbia. Echi delle migliori avanguardie progressive si propagano dalle serrate “5/4” e “voisins” mentre il trionfo di una soave bellezza si palesa in brani come “2:3:5” o “Lantern” (su cui Padma Newsome, il violinista, canta). Non si trova un brano debole in questo disco, tali e tante sono possibilità sperimentate, “The Song of the Cricket” ci dà un esempio di come far salire una musica ambient, rarefatta ed inquietante, lungo un vigoroso crescendo (ecco di nuovo i Crimson) che raggiunge il climax e poi muta in un giulivo finale. Un solo al pianoforte, delicato e commovente come “tides”, fa da finale. Incantevole.
slovo
Di Namor (del 22/11/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1120 volte)
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Titolo originale
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Il Mistero di Lovecraft - Road To L.
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Produzione
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Italia 2005
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Regia
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Federico Greco, Roberto Leggio
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Interpreti
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Roberto David Purvis, Federico Greco, Roberto Leggio, Simonetta Solder, Fausto Sciarappa, Fabrizio La Palombara, Valentina Lodovini, Carlo Lucarelli, Roberto Herlitzka.
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Durata
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92 Minuti
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Trailer
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Un camper, con a bordo un gruppo di filmakers equipaggiati di telecamere e microfoni, si dirigono alla volta del Delta del Po. Lo scopo del viaggio è quello di trovare prove dell’avvenuto passaggio di uno dei massimi esponenti della letteratura horror, lo scrittore Americano H.P.Lovecraft. Tra i suoi molteplici lavori, spiccano su tutti “La Maschera di Innsmouth” e “Il Richiamo di Cthulhu”, volumi questi, ritenuti in assoluto i suoi capolavori per eccellenza, ma, molte sue opere, sono state fonte di ispirazione per altri autori contemporanei di narrativa horror, tra cui Stephen King, Bentley Little, Joe R. Lansdale. Non immuni dal suo talento visionario, furono anche alcuni autori di fumetti, che inserirono a più riprese nelle loro trame avventurose chiari riferimenti alle sue opere, se ne trova traccia in alcuni albi di Zagor, Martin Mystère , Tex Willer e Dilan Dog, quest’ultimo, in una sua avventura incontrò addirittura lo stesso Lovecraft in persona! Anche cinema e videogiochi attinsero a piene mani dalle sue innumerevoli opere, tra i più celebri il film “Re-Animator”, ed il famoso videogioco “Alone in the Dark”. Lo spunto che ha portato alla realizzazione di questo film-documentario, lo si deve all’acquisto di un libro da parte dello scrittore Roberto Leggio nel 2002 a Montecatini Terme, al cui interno viene ritrovato un diario redatto in forma epistolare, che descrive un viaggio dalla costa orientale degli Stati Uniti fino al Polesine, integrato da annotazioni personali del suo viaggiatore sul misterioso folklore locale ed in particolare sulla tradizione orale dei racconti del Filò. La scoperta di questo prezioso registro, tuttora al vaglio di esperti per verificarne l’autenticità, fa supporre che il misterioso viandante sia lo stesso H.P.Lovecraft, considerato che, il diario oltre a portare la firma di uno dei suoi pseudomini (Grand Theo), era indirizzato ad un suo abituale corrispondente, un certo Alfred Galpin. Se il tutto risultasse vero, allora si vedrebbe invalidata la tesi finora sostenuta, quella che lo scrittore non si sarebbe mai mosso dalla sua regione, invece, non solo pare abbia varcato i suoi confini, ma sarebbe venuto addirittura qui in Italia sul Delta del Po nel lontano 1926, luogo dove lui stesso avrebbe avuto incontri con strani ed oscuri esseri, che a loro volta gli avrebbero ispirato le suggestive ed inquietanti creature descritte nei suoi libri. Se volete sapere di più su questo affascinante enigma ci sono due alternative, la prima e quella di salire anche voi sul camper e girovagare alla ricerca di indizi insieme alla troupe di “Il Mistero di Lovecraft”, che sarebbe la più sicura, la seconda che sconsiglio vivamente e quella di recarsi sul posto da soli ad indagare… Una volta visto il film…capirete il perchè!
Namor
Di Darth (del 21/11/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 501 volte)
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Titolo originale
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La gran final
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Produzione
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Spagna, Germania, 2006
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Regia
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Gerardo Olivares
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Interpreti
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Shag Humar Khan, Abu Aldanish, Atibou Aboubacar, Tano Alansar
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Durata
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88 minuti
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Trailer
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“Ogni quattro anni la maggior parte del mondo segue uno dei più grandi eventi del pianeta. Per molti di noi vederlo è semplice. Per altri, invece, no…” L’evento in questione, è la partita finale del mondiale di calcio 2002 (Brasile – Germania), ed il regista Olivares ci racconta le storie di persone etnicamente agli antipodi tra di loro, ma che le accomuna la voglia di assistere all’evento più importante dell’anno. Vedremo la storia di una famiglia di nomadi mongoli, che vivono in capanne e cacciano con aquile ammaestrate nella steppa ricoperta di neve e ghiaccio, spostare il proprio campo per raggiungere un traliccio elettrico al quale collegare la propria televisione. Contestualmente assistiamo a cinque Tuareg nel deserto del Tenere (Niger) che si associano ad un camion-pullman per arrivare in tempo “all’albero” (un palo metallico nel centro del deserto messo in ricordo dell’ultimo albero del deserto) che serve a mo’ di antenna della loro TV. Infine, sempre saltellando qua e la per il mondo, Olivares ci racconta la storia di quattro indios dell’amazzonia che vedono la televisione grazie ad un generatore a manovella (ed uno di loro deve azionarlo tutto il tempo), e ad una parabola tenuta da un altro di loro sulla cima di un albero mentre il “capo” fa la telecronaca di quello che riesce bene o male a vedere! Un film davvero originale ed ironico, dove la bellezza dei paesaggi incontaminati e la purezza della vita arcaica degli interpreti viene globalizzata da un evento assolutamente estraneo alla loro esistenza, ma che, comunque, li induce a considerarlo fondamentale per le loro vite. Girato con attori non professionisti, il film risulta comunque molto divertente e ricco di interpretazioni: infatti mentre il tifoso si immedesimerà volentieri nelle vicissitudini di questi indigeni per riuscire a vedere il grande match; chi comprenderà l’inutilità di tutto questo, potrà godersi le evidenti ridicolizzazioni per le traversie continue di questi uomini. Memorabili alcune scene, come il “poliziotto” mongolo che multa la famiglia perché si collega illegalmente ai tralicci elettrici, ed il capofamiglia che gli urla “con i russi questo non succedeva!” (la Mongolia è indipendente dal disfacimento dell’URSS); o il tuareg che vende le pagine di playboy a tutti i musulmani che incontra; o anche l'indios che va a caccia nella foresta pluviale amazzonica con la maglietta di Ronaldo: "...questa è la maglietta originale della Nike... mica una taroccata!". Vi lascio con un breve ma significativo pensiero del “figlio scemo” dei nomadi mentre la sua famiglia disquisisce di calcio: “…hanno cambiato i nostri percorsi di nomadi per poter vedere la televisione. Adesso seguiamo le linee elettriche. E poi dicono che sono io il ritardato!”
Darth
Di kiriku (del 20/11/2007 @ 05:00:01, in Musica, linkato 584 volte)
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Artista
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Meg
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Titolo
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Meg
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Anno
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2004
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Label
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Multiformis
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Dopo anni di militanza nella formazione dei 99 Posse, gruppo napoletano scioltosi purtroppo nel 2005, e dopo aver collaborato con Marco Messina al progetto Nous, la composizione della colonna sonora dello spettacolo teatrale “Dentro la Tempesta”, esce nel 2004 Meg, il suo primo lavoro da solista. Il cambiamento di rotta è evidente fin dalle prime note di questo cofanetto , la cantante che affiancava 'O Zulù nel gridare al mondo la rabbia contro le ingiustizie sociali e politiche, lascia il posto ad una Meg più riflessiva o meglio più se stessa. In queste undici tracce, delle quali è autrice, a parte “Senza paura” che è stata scritta da Toquinho e Vinicio De Moraes, troviamo una visione più femminile, forse più intimista. La realtà è racconta attraverso un linguaggio che prende spunto dalla favola ma che affonda le radici nella materia; ingiustizie, paure e contraddizioni quotidiane vengono raccontate tra le righe, attraverso testi evocativi che diventano a volte degli affreschi emozionali di vita. Il tutto è sorretto da uno stile melodico che si fonde con l’elettronica, strumenti acustici al fianco di drum machine e sintetizzatore. Il risultato finale è un prodotto che non segue la solite logiche di mercato ma che cerca una strada personale. A me personalmente non dispiace e, anche se a volte ricorda un po’ troppo Bjork, credo che tutto sommato gli vada riconosciuta una certa originalità, che non è cosa da tutti. Credo sia in cantiere il suo secondo lavoro e dovrebbe prevedere la collaborazione con il dj Stefano Fontana meglio conosciuto con il nome del suo progetto musicale Stylophonic. Speriamo che la metamorfosi della cantante partenopea continui con la qualità mostrata fino ad oggi.
Kiriku
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Titolo originale
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Dead Like Me
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Produzione
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Canada / USA 2003-2004
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Episodi / Durata
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14 / 45 minuti
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Ma ci avete mai pensato in quanti e quali modi si potrebbe morire? La protagonista di questa serie televisiva insolita, muore nei primi minuti della prima puntata colpita dalla tavoletta di un cesso, caduta da una navicella spaziale che esplode durante il rientro nell’orbita terrestre. Credo che nessuno abbia mai pensato che si potesse trapassare in questa maniera! Inizia così la nuova occupazione di questa ex-diciottenne, che fatta conoscenza con un gruppo di non-morti (come lei) che si definiscono “assistenti della Morte”, scopre di doversi occupare delle anime dei defunti: sia per impedire loro di rimanere bloccate nella stessa sua condizione di non-morta e sia per evitare a loro inutili sofferenze nel momento della dipartita. Tutta la serie si svolge principalmente su tre binari: il suo nuovo “lavoro” effettivo (recuperare anime), il suo lavoro di copertura (farà l’impiegata in una grossa azienda), e il suo nuovo relazionarsi con la famiglia che aveva quando era in vita (incentrato su una sorella minore che aveva nel quotidiano sempre trascurato). La protagonista è semplicemente strepitosa nel suo ruolo. Non sono sicuro di riuscire a darvi una idea precisa di quello che vedrete puntata dopo puntata, questo anche perché il modo in cui viene affrontato il tema della morte è davvero particolare. Molte volte ho riso, altre mi sono soffermato a pensare, e in altre ancora ho provato compassione per le vicissitudini funeree dei vari personaggi. Tanti gli spunti e tante le situazioni da vedere e da decifrare, in un continuum che mai cala di intensità. Bella, originale, imprevedibile. Prodotta da David Grossman, creata da Bryan Fuller, questa serie è uscita in Italia il 14/05/2004. Cogliete l’attimo e guardatevela, domani potrebbe essere tardi…
nilcoxp
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Evento
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Serata finale Club Tenco 2007
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Artista/i
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Vari
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Location
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Teatro Ariston -Sanremo
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Data
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10/112007
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Sabato 10/11/07 sono andato alla serata finale del club Tenco, come faccio da un po’ d’anni a questa parte. Devo subito affermare che quest’anno, rispetto alle passate rassegne, sono stati introdotti alcuni cambiamenti, tra cui il più importante, significativo, è stata la volontà da parte della direzione di invitare più artisti rispetto al passato mantenendo però la formula delle tre serate. Purtroppo questa formula ha la grave colpa di dare a tutti i protagonisti delle serate lo stesso tempo di presenza sul palco, cioè due canzoni, e questo purtroppo a scapito dei personaggi più importanti, che sono ovviamente quelli che portano in dote più pubblico. Immagino che questo sia stato fatto per permettere a più artisti di partecipazione, soprattutto giovani, ma non si può secondo me dare il tempo di due canzoni, di cui una obbligatoriamente non sua, ad un artista che hai premiato con la targa per il miglior album dell’anno! Chi non conosce quell’album come fa a capire il perché della scelta da una singola canzone? Sarebbe più opportuno e corretto secondo me invitare magari qualcuno in meno ma dedicare più spazio almeno ai vincitori delle targhe Tenco. Chiusa questa mia parentesi polemica con gli organizzatori posso finalmente dedicarmi alla musica suonata in quel dell’Ariston, prima di tutto un elogio particolare al quartetto jazz composto da Gatto-Bonaccorso-Rava-Rea che hanno accompagnato in maniera splendida l’esibizione di Gino Paoli, dando nuova linfa alle sue canzoni, ovviamente per il poco che ho potuto ascoltare…. Per quanto riguarda le esibizioni di Gianmaria Testa, Morgan e i Tetes De Bois posso solo affermare che sono grandi artisti, ma di più purtroppo non posso raccontare per il motivo della brevità dell’esibizione. Mentre per quanto riguarda i giovani presenti devo dire che sembrano tutti molto bravi, soprattutto Bonaveri, accompagnato sul palco anche dal vincitore del premio”i suoni della canzone 07” Beppe Quirici, merita di essere riascoltato. Discorso a parte si deve fare per Irene Grandi e Teresa De Sio; la prima è stata brava a trasformarsi per entrare nel clima del Tenco aiutata anche da Morgan. Teresa De Sio secondo me non ha capito il funzionamento dei tempi disponibili perché ha fatto un lungo intervento parlato, unica in tutta la serata, sulla figura di Tenco con supposizioni del tutto personali. Se c’era qualcuno che poteva parlare di Luigi Tenco con cognizione di causa quello forse era Paoli visto che erano amici. Sinceramente dai nomi in cartellone mi aspettavo di ricevere più emozioni, ma forse non c’è stato il tempo per riceverle….speriamo nel prossimo anno.
SanSimone
Di smarty (del 17/11/2007 @ 08:48:00, in Cinema, linkato 633 volte)
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Titolo originale
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Shaere zobale- ha
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Produzione
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India, Iran 2006
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Regia
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Mohsen Makhmalbaf
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Interpreti
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: Mahmoud Chokrollahi, Mahnour Shadzi, Karl Maass, Tenzin Choegyal
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Durata
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80 min
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Il titolo originale di Viaggio in India è “Scream of the ants” L’urlo delle formiche, certamente più originale e suggestivo di quello scelto per la traduzione e che si ricollega ad uno degli ossessionanti pensieri della protagonista durante il film. Costruito in un gioco di alternanza tra momenti documentaristici e dibattiti filosofici su Dio e sulla sofferenza spirituale dell’uomo, Viaggio in India rappresenta nei minimi dettagli la realtà indiana fatta di mille contraddizioni, ma impermeata costantemente dalla religione induista. Lo spunto è dato dal viaggio di nozze intrapreso da due sposi iraniani alla ricerca di un uomo speciale detto “l’uomo perfetto” con la speranza che egli possa dare una risposta sulla Verità. Lui, ateo, comunista, scettico, materialista, sofferente della sua mancanza di fede, porta con sé sempre una sedia, simbolo del doloroso carico che si porta sulla spalle; lei religiosissima, libera, leggera, bella e fiduciosa. La diversità dei due si evidenzia subito dalle prime scene e dal primo dialogo sul treno che dovrebbe condurli dall’illuminato. L’ incontro con un fotoreporter indiano incaricato di raccontare la storia di un uomo che si dice sia capace di fermare un treno in corsa con la forza del solo sguardo li conduce subito alla scoperta di una delle tante realtà indiane: un povero vecchio prigioniero dei suoi adoratori ed incapace di fuggire da loro. Proseguono alla ricerca del guru passando la notte in città, dove i poveri nella loro miseria, fame e malattia sembrano essere in attesa della loro redenzione e della prossima reincarnazione, quei poveri che secondo Gandhi sono visti fortunati perchè, data la loro grave condizione, hanno la capacità di apprezzare tutte le gioie della vita, anche quelle apparentemente impalpabili (“Per trovare la vera felicità devi prima imparare a perdere le cose, non conta nulla possederle”). L’incomprensione e l’incapacità di dialogare tra i due protagonisti si evidenzia anche nei dialoghi, complessi e poco fluidi che rendono il film a tratti un po’ pesante da seguire. Dopo aver trovato finalmente l’uomo perfetto, i due proseguono l’avventura nella città santa di Benares dove l’induismo si manifesta in tutti i suoi riti lungo le rive del Gange e dove il regista ricorre alla figura di un terzo oratore occidentale per spiegare e discorrere sul mistero della vita e della morte, sulla tolleranza e sulla reincarnazione. Un film non per tutti, ma dove la colonna sonora con melodie indiane e la fotografia con i suoi colori così intensi contribuiscono a creare un’atmosfera particolare, coinvolgente, ma allo stesso tempo triste e lontana dalla realtà che viviamo in occidente.
Smarty
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Evento
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Angels & Vampires Tour '07
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Artista
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Location
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Hiroshima Mon Amour - Torino
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Data
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11 novembre '07
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L’anticipo 'fantozziano' con cui raggiungiamo i paraggi della venue, ubicata a fatica dopo un tragitto allucinante fatto di tangenziali e mega-rotonde con il solo ausilio del percorso stradale scaricato da internet - meno affidabile che fare il punto con le stelle - ci ha permesso di incrociare casualmente il piccolo tour-bus che portava i musicisti al sound-check: lo vediamo sparire nel retro dell’Hiroshima Mon Amour. Piccole cose da cui trarre inspiegabile soddisfazione. Ingannata a fatica l’attesa prima dell’apertura, entriamo e cominciamo a famigliarizzare con il famoso (e ormai mitico) locale torinese. La sala majakovskij è spaziosa: la immaginiamo presto gremita quindi ci posizioniamo sotto al palco per aspettare l’inizio. A Francesca, la bella moglie di Sannada, l’onore di introdurre i musicisti ricalcando consuetudini desuete, in questa occasione verrà presentato il nuovo progetto “Angels & Vampires” ovvero una serata a base di Post Millenium Rock. Sananda (classe ’62) è in forma egregia, più posato di un tempo (niente piroette e spaccate - per fortuna o purtroppo) ma sempre dotato di una grande anima musicale. Con la formazione a tre e la conseguente necessità di scarnificare ulteriormente gli arrangiamenti è evidente la difficoltà nel far rendere i nuovi brani, ma il gruppo ha compaggine: la sezione ritmica (The Nudge Nudge - Nik Taccori alla batteria, Enea Bardi al basso) è solida nel sostenere Sananda che si conferma vocalist d’eccezione e chitarrista disinvolto. Un esibizione sincera, passionale con venature blues e funky. Una selezione del meglio di “Angels & Vampires”, qualche anticipazione dal prossimo “Nigor Mortis” e due cover di classici Beatles e Rolling Stones per una scaletta concisa (circa un’ora e mezza) ma molto coinvolgente, e non crediate sia facile in una situazione così ‘intima’. Il pubblico infatti non era molto nutrito, cosa che mi ha sinceramente dispiaciuto, e chissà quanti erano intervenuti sperando in un revival anni ’80. L’evento è stato ben pubblicizzato in rete e sulla stampa locale, purtroppo SM manca da troppo tempo dai canali promozionali supportati dall’industria discografica (i grandi media) e questo rende lui e la sua attività praticamente invisibili. Peccato. Un sincero ‘bravo’ a Sananda e alla sua band augurandogli i riscontri che merita. E poi, con delle scarpe come quelle che aveva ai piedi nessuno lo può fermare!
slovo
Di Namor (del 15/11/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 551 volte)
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Titolo originale
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Resident Evil Extinction
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Produzione
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Francia Australia Gran Bretagna USA 2007
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Regia
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Russell Mulcahy
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Interpreti
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Milla Jovovich, Oded Fehr, Ali Larter, Iain Glen, Ashanti, Mike Epps, Christopher Egan, Spencer Locke, Jason O’Mara.
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Durata
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95 Minuti
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Trailer
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Dopo aver tramutato gran parte dell’umanità in zombi, il letale T-Virus creato dalla Umbrella Corporation, sta portando l’intero pianeta verso la sua totale desertificazione. In questo apocalittico scenario si muove con la massima accortezza, dopo esser sfuggita da morte certa a Racoon City, una solitaria ed agguerrita Alice (Milla Jovovich), rea di essere non solo cibo per gli zombi, ma anche soggetto di esperimenti per l’ostinato dottor Isacs (Iain Glen), che vede nella continua mutazione genetica di Alice, la soluzione per creare l’antidoto che metterà fine alla mortale epidemia. Dopo il primo episodio in stile claustrofobico ed il secondo con scenari notturni battuti da una pioggia incessante, lo sceneggiatore dell’intera saga Paul W.S. Anderson, opta per uno sfondo totalmente diverso dai precedenti. Questa volta l’azione si svolge in pieno giorno ed in spazi molto ampi, non poteva essere altrimenti visto che l’intera trama di “Resident Evil Extinction” si sviluppa nel deserto del Nevada, su cui sta viaggiando un convoglio di automezzi con a bordo una trentina di sopravissuti capeggiati da Claire (Ali Lerter) e Olivera (Oded Fehr) intenzionati a raggiungere lo stato dell’Alaska, alla ricerca di esponenti della propria specie. Invece di avvicinarsi allo spirito horror di uno dei più belli e terrificanti videogiochi per console, il terzo capitolo di Resident Evil, ne prende le distanze, complice anche una sceneggiatura volutamente apocalittica, che strizza un po’ troppo l’occhio alla famosa saga di “Interceptor”. Sicuramente qualche innovazione da inserire in questo nuovo capitolo ci voleva, ma la scelta fatta dal suo sceneggiatore ossia, quella di realizzare la storia in un contesto diurno, trovo che abbia tolto quel poco di suspance che ha contraddistinto la saga, certo, non pretendo la stessa ed irripetibile atmosfera del gioco, ma qualcosa in più per colmare questa grave lacuna si poteva fare, come ad esempio affidare la direzione del primo capitolo (visto che originariamente era stato designato lui per questo) ad un certo George Romero, che in materia di zombie non ha niente da imparare da nessuno, indubbiamente la sua guida avrebbe dato un’impronta di maggior tensione all’intera saga. Invece la scelta che maggiormente condivido é quella di assegnare il ruolo della protagonista della trilogia, alla stupefacente Milla Jovovich, non a torto oggi é ritenuta per eccellenza la star degli action movie al femminile. Da notare anche il buon lavoro dello scenografo premio Oscar per “Il labirinto del Fauno”Eugenio Caballero, nella ricostruzione di una Las Vegas inghiottita dalla sabbia, dove si distinguono le copie del ponte di Rialto e la torre Effeil nello scontro tra i sopravissuti ed i super zombie. Visto il finale, non mi resta che darvi appuntamento al prossimo capitolo.
Namor
Di kiriku (del 14/11/2007 @ 05:00:01, in Musica, linkato 845 volte)
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Artista
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Miles Davis
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Titolo
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In A Silent Way
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Anno
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1969
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Label
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Columbia Records
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Miles Davis si può tranquillamente definire uno dei più grandi musicisti del novecento e non solo per quanto riguarda il jazz. Un personaggio che ha influenzato generazioni di artisti, un innovatore sotto tutti i punti di vista capace di rendere possibile la nascita di nuovi stili e di nuove tendenze e allo stesso tempo in grado di vendere la sua immagine come mai nessuno, almeno nel panorama jazz, è mai riuscito a fare. In A Silent Way è stato registrato nel 1969 e segna la svolta elettrica del trombettista americano. Come al solito la sua capacità di anticipare gli stili lo porta ad abbandonare la figura del quartetto acustico, conosciuta fino ad allora, per inserire degli strumenti mai utilizzati nell’ambito jazz fino a quel momento. Questo cd anche se spesso viene considerato come un fase di preparazione a quel capolavoro indiscusso, pubblicato nello stesso anno, e conosciuto come Bitches Brew, è anch’esso un album da considerarsi grandioso. Le tracce che troviamo all’interno sono due, una per lato, almeno così era nel vecchio lp, e la loro durata è davvero considerevole, 17:58 minuti la prima e 19:57 la seconda. Eccezionale è anche la formazione che partecipa a questa registrazione, che a parte qualche variazione, sarà la stessa che poi inciderà appunto Bitches Brew. In questo cd suonano: Herbie Hancock e Chik Corea al piano elettrico, Wayne Shorter al sax-tenore, Dave Holland al basso, Josef Zawinul al piano elettrico e all’organo, John McLaughlin alla chitarra, Tony Williams alla batteria e ovviamente Miles Davis alla tromba. Il brano di apertura è shhh/peaceful e l’atmosfera che si respira fin dall’inizio è tesa e pregna di inquietudine, complice il tappeto sonoro tessuto dal charleston di Wilsonon, dal contrabbasso di Holland e dalle tastiere; un cielo denso dove gli assoli di Davis e Shorter disegnano traiettorie spaziali in un ritmo pressappoco psichedelico che si insegue in un percorso sonoro circolare. La seconda, In a Silent wat / it’s about that time, vede l’introduzione di Zawinul, seguita dai fraseggi della chitarra di McLaughlin, poi il testimone passa al sax di Shorter e alla tromba di Davis. Il tutto scorre lento in un’atmosfera rilassante e malinconica, dopo di che uno stacco brusco introduce una fase più ritmata che fa dell’astrazione la sua forza, per concludersi con lo stesso tema iniziale. In questo cd non troviamo grandi virtuosismi, la sua forza sta in una musica essenziale, scarna, e nelle intuizioni e nelle improvvisazioni di Davis e degli straordinari musicisti che lo accompagnano in questa strada silenziosa. Silenzi e note dosati con maestria, una profondità e una potenza espressiva incredibili che si intuiscono fin da subito ma che si comprendono solo dopo diversi ascolti. In A Silent Way è un’opera senza tempo, l’inizio di uno dei tanti capitoli dell'arte innovativa di Miles Davis e un ulteriore testimonianza del suo genio.
Kiriku
Di Darth (del 13/11/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 529 volte)
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Titolo originale
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The Remains of the Day
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Produzione
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Inghilterra, USA, 1993
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Regia
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James Ivory
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Interpreti
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Anthony Hopkins, Emma Thompson, James Fox, Christopher Reeve, Hugh Grant
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Durata
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134 minuti
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“Un uomo non può ritenersi soddisfatto finché non abbia dato tutto se stesso per rendere servizio al suo padrone. E’ sottinteso, sempre che il proprio padrone sia un uomo superiore, non solo per ceto o ricchezza, ma anche per levatura morale.” Questa è la filosofia di vita di Mr.Stevens, il maggiordomo di Darlington Hall. Su questa premessa, James Ivory, dopo i successi di “Mr. e Mrs. Bridge” e “Casa Howard”, dirige (a mio giudizio) il suo capolavoro di sempre: “Quel che resta del giorno”. La trama narra degli oltre trent’anni di servizio di Mr. Stevens (Anthony Hopkins) nella tenuta di Lord Darlington, dagli anni venti al ’58. Mr. Stevens è un vero maestro del servire: riesce a organizzare al meglio ogni dettaglio della gestione domestica di una dimora davvero imponente. Per gestire tutto questo si avvale di una numerosa schiera di domestici che fanno capo a lui, ma lui è l’unico che abbia l’onore di servire direttamente Lord Darlington. Tra i domestici, viene assunta Mrs. Kenton (Emma Thompson) per il ruolo di governante, e tra lei ed il meticoloso maggiordomo nasce del sentimento. Un sentimento che, nonostante fosse ricambiato, Mr. Stevens non dimostrerà mai in alcun modo alla giovane e scrupolosa governante, dando sempre la precedenza ai bisogni di Lord Darlington piuttosto che ai suoi, annichilendo la propria vita e le propria persona. Il personaggio del maggiordomo, su cui è incentrata tutta la pellicola, è straordinario: la dedizione totale per il lavoro e la dignità con cui lo svolge rendono un semplice maggiordomo un protagonista ricco di sfumature caratteriali e di priorità paradossali. Per citarne una, al momento che gli viene comunicata la morte del padre, anziché abbandonarsi alla commiserazione, continua a servire gli ospiti con evidente sofferenza interiore. Anthony Hopkins in questa caratterizzazione è stato semplicemente perfetto. Contestualmente alle vicende domestiche di Darlington Hall, e alla “storia d’amore” (anche se è assurdo chiamarla così) tra Mr.Stevens e Mrs.Kenton, il regista ci racconta anche le evoluzioni storiche del periodo: dall’antisemitismo, alla seconda guerra mondiale, alla caduta in disgrazia di Lord Darlington per la sua eterna amicizia con i tedeschi. Tutto questo, sempre tra le meravigliose mura della magione a cui è dedito Mr. Stevens. Un film splendido, con dialoghi, costumi e recitazione superbi. Candidato a otto premi oscar, non ne vinse nessuno… purtroppo ebbe la sfortuna di concorrere nello stesso anno di “Shindler’s list”, Hopkins perse contro Tom Hanks in “Philadelphia” e Emma Thompson contro Holly Hunter in “Lezioni di piano”. Quello fu davvero un anno ricco per gli appassionati di cinema!
Darth
Di nilcoxp (del 12/11/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 438 volte)
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Titolo originale
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Rabid
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Produzione
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Canada 1976
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Regia
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David Cronenberg
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Interpreti
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Frank Moore, Marilyn Chambers, Howard Rhyspan, Joe Silver, Howard Ryshpan, Patricia Gage, Susan Roman, Roger Periard, Lynne Deragon, Terry Schonblum, Victor Désy, Julie Anna, Gary McKeehan, Jérôme Tiberghien, John Gilbert, Una Kay, Madeleine Pageau, Mark Walker, Monique Bélisle, Terry Donald, Louis Negin, Harry Hill
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Durata
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91 minuti
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Spesso, conosco un regista, la sua filmografia, e decido di ripercorrerla all’incontrario. Così ho fatto con Cronenberg, dopo avervi parlato di “Crash” e “Spider” (e probabilmente in futuro vi parlerò di altri suoi film), sono tornato indietro al suo secondo lungometraggio. Ho trovato una storia particolare, non originalissima nei suoi contenuti, ma nella forma si. Un coppia di ragazzi ha un grave incidente in motocicletta, lei ha la peggio e si ritrova in fin di vita. Il caso vuole che lì vicino si trovi una clinica di chirurgia estetica, dove un medico senza scrupoli vuole sperimentare le sue teorie sul trapianto di pelle dai morti ai vivi. Così avviene che per salvare la giovane, il luminare le metta la pelle di gente deceduta. Questo provoca un ‘infezione sconosciuta nella paziente che al suo risveglio dal coma, circa un mese dopo, la spinge a nutrirsi di sangue da persone vive, che a loro volta infettandosi cercano di mordere altre persone. E’ un film che ricalca le tracce di precedenti pellicole di vampiri e di zombie, ma come sempre nei film di questo regista, ne lascia poi di sue. Il soggetto è femminile e sembra manifestare la sua rabbia verso una scienza senz’anima, e verso una società senza scrupoli che riceve come punizione quest’epidemia terribile. Le scene di file di camion della nettezza urbana che trasportano cadaveri sono inquietanti in un mondo in cui, a giudicare dal risvolto del film, Cronenberg sembra non credere. Da vedere anche per comprendere meglio la psicologia di un artista in erba, e poterlo meglio apprezzare nelle pellicole successive. La protagonista fu imposta dalla produzione in quanto pornostar e di sicuro richiamo ai botteghini. Adesso vado, ho sete, tanta sete…
nilcoxp
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Titolo originale
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Lavoratori di tutto il mondo,ridete
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Autore
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Moni Ovadia
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Prima edizione
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2007
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Ho comprato questo libro per il titolo, ero incuriosito dal sapere cosa era stata l’evoluzione dell’umorismo sotto il regime sovietico. Moni Ovadia va oltre però, ad un elenco di storielle sulla patria dei lavoratori, ne spiega la storia, le attese dei fondatori e le speranze tradite fino ad arrivare alla fine dell’URSS negli anni 90. Cosi facendo l’autore apre ampi squarci sulle condizioni di vita nella Russia comunista, utilizzando anche lo strumento della satira politica popolare, oggi in Italia strumento odiato dalla classe politica come lo era in URSS. Arricchendo il tutto con una buona dose di storie sullla particolare situazione sociale degli ebrei. Chiaramente attingendo alla produzione popolare Ovadia ci porta a conoscenza anche dell'autoironia dei russi capaci anche a ridere sopra le proprie disavventure o costrizioni di regime. Il libro è strutturato in modo particolare, per ogni capitolo c'è prima una introduzione storica al personaggio o al periodo in discussione, per poi passare alla raccolta di storielle relative appunto al capitolo. Le parti che ho trovato più interessanti nel libro: primo tutta la parte descrittiva del libro, secondo il razzismo antisemita russo di cui non ero a conoscenza. In conclusione quest’opera è un ottimo punto di partenza per approfondire determinati argomenti, il tutto con l’eleganza e semplicità di Moni Ovaia.
SanSimone
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