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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di slovo (del 04/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1678 volte)
Titolo originale
Hard Candy
Produzione
USA 2005
Regia
David Slade
Interpreti
Patrick Wilson, Ellen Page, Sandra Oh, Jennifer Holmes
Durata
103 minuti

Una sessione di chat alle battute finali poi l’incontro in un locale. Lui è un trentenne cordiale e istruito, lei un’adolescente dall’aria fin troppo innocente per l’intraprendenza che talvolta lascia trasparire…
La caratteristica che domina il film è l’immobilità che circonda i due protagonisti. Come lo sfondo di una fotografia deliberatamente lasciato fuori fuoco per evidenziare i soggetti, per meglio cogliere i dettagli e il progressivo mutamento dei ruoli. Rimanendo oltre le parti il film non prende posizioni, piuttosto le estremizza, esaspera la situazione.
Non c’è solo la riscossa, è un ribaltamento più travolgente: Il bruto diventa vittima impotente, schiacciato dalla glaciale e folle risolutezza della sua ‘preda’.
L’intenzione era chiaramente quella di confondere, di mescolare le posizioni, non solo quelle di Jeff e Hayley ma soprattutto il modo in cui lo spettatore si relazionerà ad essi: il mostro e l’angioletto vendicatore. Il regista gioca, creando questa situazione paradossale, a far rimbalzare le prospettive da una parte all’altra. Lui messo nel sacco, umiliato e annichilito sotto ogni aspetto: è giustizia, è rivalsa nei confronti del peggior tipo di criminale, no? eppure ci sono momenti in cui vorremmo vedere Jeff sciogliere le corde e far attraversare una finestra a quella testolina…
“ragazzina? si... scherzo? no!” in questa connivenza di opposti la natura terrificante di Hayley, una quattordicenne di cui scorgiamo solo la selettiva follia, che occulta il suo passato e le motivazioni che la muovono (ex-vittima o autoproclamata paladina della causa?) e che di contro, passa Jeff letteralmente al setaccio mettendo a nudo ogni suo più sordido segreto.
E tutto finisce senza morale e senza risposte. Jeff ha avuto solo ciò che si meritava? Ma nel perseguimento della sua missione Hayley non è forse divenuta un mostro ancor più terribile? Il messaggio, forse, è che la soluzione estrema e sommaria non è una soluzione.
Disturbante... ma arriverete ai titoli di coda... svuotati.

slovo

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Di Sansimone (del 03/10/2008 @ 07:00:00, in cinema, linkato 1352 volte)
Titolo originale
The Agronomist
Produzione
USA 2003
Regia
Jonathan Demme
Interpreti
 
Durata
90 minuti

Questo documentario di Jonathan Demme tratta la storia di Jean Dominique, agronomo haitiano proprietario di una radio che diventa egli stesso giornalista. In breve Radio Haiti diventa la voce della protesta del popolo, è l’unica radio dell’isola a trasmettere in creolo, per questo viene osteggiata dal regime di “papà Doc” prima e del figlio dopo.
Durante gli anni 70 con Carter alla presidenza USA tuttavia Jean Dominique e il suo staff riescono a rimanere aperti e continuare il proprio lavoro d’informazione ma, subito dopo l’elezione del repubblicano Regan e il conseguente allentamento della pressione USA sul regime per i diritti umani, la radio viene chiusa e Jean Dominique e su moglie fuggono a New York. Al ritorno in patria li attendono 60.000 persone per incitarlo ancora nella propria battaglia.
Jean Dominique, dovrà fuggire e riaprire la sua radio diverse volte fino all’aprile del 2000 quando fu assassinato davanti alla sua radio diventando un simbolo per il popolo di Haiti.
Avevo visto questo documentario un paio di anni fa al cineforum, l’ho rivisto in dvd e nel rivederlo l’ho ritrovato ancora pieno di emozioni.
Costruito con interviste intervallate da filmati originali il documentario si basa per intero sulla capacità di Jean Dominique di tenerti attaccato allo schermo nel vero senso della parola, con le sue mimiche facciali la sua gestualità a reggere tutto il lavoro del regista.
Lo consiglio vivamente a tutti di vederlo anche perché si può intravedere come si può trasformare una democrazia in un regime quando al popolo viene cancellata la libertà, sia essa fisica o solo intellettuale.


    SanSimone

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Di Namor (del 02/10/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1978 volte)
Titolo originale
The Last Assasin
Autore
Barry Eisler
Traduzione
Gianni Pannofino
Editore
Garzanti
Prima edizione
2008

A volte, la distanza tra il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle e la certezza che ciò si relizzi e irraggiungibile, soprattutto se la professione di chi ambisce a questo forte desiderio, è quella di uno dei più bravi e letali killer esistenti al mondo. E questo, John Rain il professionista in questione, lo sa bene, o meglio lo sapeva fino a quel fatidico momento in cui scoprì di essere padre. Una presunta verità che metterà in forte discussione il suo futuro e alimenterà l’incertezza sul proseguo della sua vita, ormai mutata per sempre. Dopo aver rintracciato la sua ex fidanzata Midori e accertata la sua paternità, in Rain si fa largo un forte sentimento paterno che lo invoglierà ad abbandonare la sua pericolosa professione, per dedicarsi anima e corpo al piccolo nascituro. Ma ad ostacolare le sue nobili intenzioni, c’é una lunga lista di nemici che lo vogliono morto, in primis il potente capo della Yakuza, Yamaoto, il quale per riuscire nel suo intento, ha addirittura stretto un patto di alleanza con le pericolosi Triadi Cinesi. Ma un altro nemico, si cela nell’anima di John, un rivale duro da sconfiggere e di gran lunga il più arduo di tutti da abbattere, poiché non si tratta di un nemico fisico, ma del risentimento mai sopito di Midori verso di lui, verso quell’uomo che è il padre di suo figlio, verso quell’uomo con cui ebbe un tormentato rapporto di amore ed odio, verso quell’uomo che un giorno .... uccise suo padre!
Barry Eisler l’autore del romanzo “La Furia del Samurai”, è un avvocato esperto sia di arti marziali che di cultura Giapponese, nel suo curriculum vengono evidenziati anche tre anni di servizio nella CIA. La sua esperienza lavorativa nell’agenzia e la sua totale passione per il sol levante, fanno da solidi cardini per la trama e le ambientazioni di questa avvincente avventura.
Premetto che il libro non è certo un capolavoro, ma non opterei neanche per il contrario, mi ha fatto comunque piacere leggerlo, quindi non posso fare altro che consigliarvelo, ed augurarvi una buona lettura.
Quest’opera mi è stata regalata da una persona, che voglio pubblicamente ringraziare, non solo per l’omaggio gradito, ma anche è soprattutto, per il suo fondamentale e paziente apporto alle mie modeste recensioni.

La mia compagna di vita Simona…

Namor

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Di Darth (del 01/10/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5164 volte)
Titolo originale
Stara Basn Kiedy slonce bylo bogiem
Produzione
Polonia, 2003
Regia
Jerzy Hoffman
Interpreti
Michal Zebrowski, Malgorzata Foremniak, Daniel Olbrychski, Bogdan Stupka, Marina Aleksandrova
Durata
103 minuti
Trailer

Stara Basn è un film a metà tra lo storico e il mitologico: la trama si svolge nel IX secolo quando in Polonia erano ancora pagani, adoravano il sole ed il popolo era diviso in tante tribù. Il principe reggente Popiel era lo stereotipo del pessimo sovrano: egoista, spietato e sanguinario, fino al punto di, per prolungare il suo insediamento, uccidere i due nipoti (eredi al trono al loro imminente compimento dei diciott’anni) e tutti i consiglieri di palazzo. Quando la notizia della barbarie commessa da Popiel arrivò ai contadini, i capi-tribù si riunirono in assemblea e decisero di ribellarsi al proprio monarca ma, il sovrano, saputo le mosse dei plebei, chiamò in aiuto i vicini Vichinghi…
Jerzy Hoffman, il più quotato regista polacco, dirige questa produzione record (da oltre 10 milioni di dollari), con i migliori attori su piazza e con alle spalle il clamoroso successo del film “Ogniem i mieczem” (1999), che narrava la guerra tra Polonia e Ucraina del XVII secolo.
“Stara Basn” ha parecchi lati positivi: curata ed interessante l’ambientazione storico/religiosa con i polacchi che inneggiano al Dio Sole e i Vichinghi al loro Odino ed i loro rispettivi rituali pagani; belli i costumi; piacevole la trama alla “Braveheart”; e particolare il maggior quantitativo di splatter delle ‘regole’ hollywoodiane in questa tipologia di film (qui il sangue schizza e le teste vengono tagliate senza stacchi di camera). Meno positivi gli attori, davvero scarsi, soprattutto l’eroe Michal Zebrowski, sembra il classico “Raul Bova”: tutto aspetto e poco talento; pessima la regia: dannatamente televisiva; bocciate anche le cadute nel fantastico come il crollo del castello voluto dal Dio Sole.
Tutto sommato, Stara Basn è un film sufficiente, consigliato agli appassionati di film epici; peccato però, perchè probabilmente, se lo realizzavano con meno ricerca del kolossal e con più cura per gli attori, poteva uscire davvero un gioiellino dalla (cinematograficamente) sconosciuta Polonia.

Darth

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Di kiriku (del 30/09/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1799 volte)
Artista
Perigeo
Titolo
Azimut
Anno
1972
Label
RCA

I Perigeo nascono nel 1971 dal progetto musicale del contrabassista Giovanni Tommaso che forma un quintetto mettendo insieme altri quattro grandi jazzisti Italiani: Bruno Biriaco, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli e Tony Sidney i quali vantano collaborazioni con Chet Baker, Sonny Rollins e Gato Barbieri. Come gruppo invece aprono i concerti dei Soft Machine e dei Weather Report. Il loro stile infatti si avvicina molto al rock-jazz di questi due grandi gruppi e di conseguenza al sound elettrico di "Bitches Brew" di Miles Davis. Nel 1972, all’uscita del loro primo disco Azimut, come spesso accade in questi casi, non mancano le critiche dei puristi del jazz i quali li accusano di aver corrotto entrambi gli stili, ma la qualità espressa dalla band e tale da superare le “avversità” dandogli un successo meritato. In questo primo lavoro già si possono assaporare le potenzialità di questa band e il loro stile innovativo che vede in primo piano le splendide sonorità del piano Fender di D’Andrea che si fondono con i virtuosismi psichedelici della chitarra di Sidney, con il sax decisamente jazz di  Fasoli e con la ritmica firmata dallo strepitoso contrabbasso di Tommaso e dalla incredibile batteria di Biriaco. Anche se non si può definire un vero e proprio capolavoro e nonostante i lavori successivi siano più maturi ed elaborati e di conseguenza di qualità superiore, Azimut rimane comunque un grande disco che tutti dovrebbero avere nella propria discoteca, una pietra miliare nel panorama musicale italiano, un album che ha rotto gli schemi ed ha indicato la strada per le generazioni a venire, ricordandoci che, in Italia, in quegl’anni il livello musicale suonato era davvero alto. Imperdibile!

kiriku

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Di nilcoxp (del 29/09/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4321 volte)
Titolo originale
Breaking the Waves
Produzione
Danimarca 1996
Regia
Lars von Trier
Interpreti
Katrin Cartlidge, Stellan Skarsgård, Emily Watson, Jean-Marc Barr, Udo Kier
Durata
158 minuti
Trailer

Pubblicato il 13 Marzo 1995 a Copenaghen, e distribuito in occasione della tavola rotonda “Il cinema verso il suo secondo secolo di vita”, Il “VOTO DI CASTITA’” rappresenta l’impegno preso da un gruppo di registi (Lars Von Trier e Thomas Vinterberg su tutti) di seguire una serie di regole espresse in “Dogma 95”. Di seguito riporto il testo di tale giuramento:

"Io giuro di sottostare al seguente elenco di regole elaborate e confermate dal DOGMA 95": 1. Le riprese vanno girate sulle location. Non devono essere portate scenografie ed oggetti di scena (Se esistono delle necessità specifiche per la storia, va scelta una location adeguata alle esigenze). 2. Il suono non deve mai essere prodotto a parte dalle immagini e viceversa. (La musica non deve essere usata a meno che non sia presente quando il film venga girato). 3. La macchina da presa deve essere portata a mano. Ogni movimento o immobilità ottenibile con le riprese a mano è permesso. (Il film non deve svolgersi davanti alla macchina da presa; le riprese devono essere girate dove il film si svolge). 4. Il film deve essere a colori. Luci speciali non sono permesse. (Se c'è troppa poca luce per l'esposizione della scena, la scena va tagliata o si può fissare una sola luce alla telecamera stessa). 5. Lavori ottici e filtri non sono permessi. 6. Il film non deve contenere azione superficiale. (Omicidi, armi, etc. non devono accadere). 7. L'alienazione temporale e geografica non è permessa. (Questo per dire che il film ha luogo qui ed ora). 8. Non sono accettabili film di genere. 9. L'opera finale va trasferita su pellicola Academy 35mm, con il formato 4:3, non widescreen. (Originariamente si richiedeva di girare direttamente in Academy 35mm, ma la regola è stata cambiata per facilitare le produzioni a basso costo). 10. Il regista non deve essere accreditato. Inoltre giuro come regista di astenermi dal gusto personale! Non sono più un'artista. Giuro di astenermi dal creare un "lavoro", perché considero l'istante più importante del complesso. Il mio obiettivo supremo è di trarre fuori la verità dai miei personaggi e dalle mie ambientazioni. Io giuro di far ciò con tutti i mezzi possibili ed al costo di ogni buon gusto ed ogni considerazione estetica. Così io esprimo il mio VOTO DI CASTITÀ." Copenaghen, lunedì 13 marzo 1995 A nome del DOGMA 95 Lars von Trier, Thomas Vinterberg.

 Non ho intenzione di parlare del film, perché esso rappresenta l’applicazione quasi integrale di tali regole (anzi mi piacerebbe sapere da voi quando nel film non le ha seguite), e quindi segnando un passaggio storico del cinema da una forma ad un’altra va necessariamente visto da chi si ritenga un appassionato di tale forma culturale d’intrattenimento. Baci dogmatici a tutti.

nilcoxp

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Di Andy (del 27/09/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1126 volte)
Artista
Negramaro
Titolo
La Finestra
Anno
2007
Label
Sugar Music/Universal

Non è che non conoscessi i Negramaro, perché avevo già apprezzato vari singoli precedenti come “Estate”, “Nuvole e lenzuola”, “Solo 3 minuti”, tutti tratti dal precedente cd ”Mentre tutto scorre”, ma poi li avevo persi di vista giudicandoli un gruppo troppo “giovane” per i miei gusti e valido solo per vincere, al limite, un’edizione di un Festivalbar, cosa che hanno fatto puntualmente nel 2007 grazie appunto a “La finestra”, album che sto ascoltando da un mesetto in qua. Questo lavoro si compone di 14 nuove canzoni tra cui gli stra-sentiti singoli Parlami d’amore, L’immenso, Cade la pioggia, Via le mani dagli occhi, e, proprio di questi giorni, Un passo indietro, che secondo me è anche il pezzo più bello dell’intero disco che, rispetto al precedente, è più elettronico e rock, influenzato maggiormente dal sound di gruppi come R.H.C.P. e Radiohead ma direi un po’ impoverito nei testi; una scelta probabilmente commerciale, che comunque non toglie godibilità all’ascolto.
La registrazione è stata effettuata nei Plant Studios di S.Fransisco e arrangiamento e produzione portano la firma di Corrado Rustici, produttore e chitarrista dei primi dischi di Zucchero. L’album nel complesso suona molto bene, però sulla voce, peraltro ottima e particolare di Giuliano Sangiorgi, si sprecano le sovraincisioni e quindi, dal vivo, può succedere che qualcosa non torni , ma questo non intacca l’amore che nutrono le migliaia di fans per questa band seguitissima. E’ un disco, per certi versi, molto costruito come sonorità, però.. che dire?! il suono è moderno, potente, la voce altrettanto, i testi essenziali e abbastanza poetici e le canzoni rimangono anche impresse e orecchiabili. Oltre tutto ciò, il cantante si presenta anche come un buon front-man sul palco, emoziona e coinvolge; un po’ meno falsetto non guasterebbe e gli renderebbe più giustizia come cantante pop-rock. I pezzi che preferisco? Via le mani dagli occhi, un elettro-rock con andamento bass-drum sincopato con sferzate elettriche, ritornello accattivante e finale molto “aggressivo” e travolgente, schitarrato pesante, Cade la pioggia, ballata di grande atmosfera e con il finale rap fuori campo di Jovanotti, L’immenso, dove spadroneggiano le influenze Red Hot e, come già detto, Un passo indietro, altra ballata, molto acustica, suonata e cantata egregiamente col giusto sentimento. Il resto non mi appassiona più di tanto, ma ci sono comunque altre belle cose da sentire, come la partecipazione del coro di Santa Cecilia nel brano E ruberò per te la luna oppure Neanche il mare, stile cantautorato anni ’70.
Questi ragazzi di trent’anni hanno del buono, speriamo che la Sugar, major con cui hanno firmato da poco, non li commercializzi troppo e li lasci suonare con la freschezza e originalità dei primi dischi. I Negramaro sono: Giuliano Sangiorgi, voce, chitarra acustica e pianoforte, Lele Spedicato, chitarre elettriche, Ermanno Carlà , basso, Danilo Tasco, batteria, Andrea Mariano, piano e sinth, Andrea DeRocco, campionatori.. Buon ascolto !

Andy

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Di Sansimone (del 26/09/2008 @ 07:00:00, in cinema, linkato 1659 volte)
Titolo originale
Pranzo di ferragosto
Produzione
Italia 2008
Regia
Gianni Di Gregorio
Interpreti
Gianni Di Gregorio, Valeria de Franciscis, Alfonso Santagata, Marina Cacciotti, Maria Cali, Grazia Cesarini Sforza, Luigi Marchetti, Marcello Ottolenghi, Petre Rosu.
Durata
75 minuti

Quartiere Trastevere, vigilia di ferragosto, Gianni fa il suo solito giro del quartiere per fare la spesa per lui e la sua anziana mamma, al ritorno a casa trova l’amministratore del condominio a riscuotere i vari insoluti da pagare. Alfonso però per il pagamento delle spese condominiali gli propone uno scambio, lui gli abbuona quasi tutto in cambio Gianni dovrà tenergli la madre per i prossimi due giorni, la proposta viene accettata ma, al momento di presentarsi con la madre Alfonso gli lascia a casa anche la zia.
Come se non bastasse anche il suo amico dottore gli chiede di occuparsi della madre i quei due giorni a causa dell’impossibilità di trovare una badante per coprire il suo turno di notte.
Passato un primo giorno un po’ burrascoso tra le quattro signore scoppia una forte intesa sancita da un festoso pranzo di ferragosto.
Questo in sintesi è la storia di questa opera prima come regista di Gianni Di Gregorio, una storia leggera in cui qualcuno può vedere un degrado della nostra società ma, a mio vedere non è quello che il regista vuole comunicare. Io in questo delizioso film intravedo il non determinare a priori la fine di un’esistenza solo per un raggiungimento di un dato anagrafico ma, il continuo fiorire e mutare della vita i tutte le sue stagioni.
Il film è veramente ben fatto, aiutato in questo sia dalla scelta di una durata molto mini e dalla spontaneità delle quattro signore tutte attrici non professioniste che rendono a pieno nel film.


    SanSimone

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Di Namor (del 25/09/2008 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 4061 volte)
Titolo originale
Ryu no michi
Produzione
Giappone 1971
Episodi / Durata
22 / 30 Minuti

“Un milione di anni fa o forse due, c’era chi parlava al vento ed alle stelle…”
Questa frase, letta così, non vi dirà certamente nulla, ma provate a canticchiarla, sarà impossibile per chi ha seguito questa serie non ricordare la prima strofa di questa famosissima sigla finale (nonostante la sua esigua durata, appena 58 secondi) appartenente ad uno dei miei cartoni preferiti dell’epoca.
A cantarla allora era una giovanissima Giorgia Lepore, oggi nota doppiatrice ed attrice.
Ryu il ragazzo delle caverne”, era una serie composta da ventidue episodi, ambientata nel periodo preistorico, ove il protagonista Ryu un ragazzo dalla pelle chiara, intraprende un disperato viaggio alla ricerca della madre da cui, alla nascita, è stato separato, per essere offerto in sacrificio a Tirano, un gigantesco tirannosauro che semina morte e distruzione nei villaggi da lui scorti nel suo infinito tragitto. Durante il suo cammino, Ryu incontrerà personaggi brutalmente ostili, che renderanno ancora più arduo il suo compito. Il più pericoloso dei suoi nemici, è sicuramente Tirano ma non è il solo, a dargli filo da torcere fino alla fine sarà presente anche il crudele Taka, un ostinato guerriero che odia a dismisura Ryu, per il colore della sua pelle.
Tra i personaggi positivi incontrati nel lungo viaggio, la bellissima Ran è sicuramente un cardine fondamentale per la riuscita dell’impresa di Ryu, poiché è proprio grazie alle sue parole di conforto che alimenteranno in lui, di volta in volta, la speranza di ritrovare la madre viva. Il pestifero Dom (fratellino di Ran) con il suo cucciolo (non si sa bene di cosa) Prendidon, completano il gruppo che accompagna per tutta la serie Ryu.
Ricordo la prima volta che vidi l’episodio iniziale di questa affascinante serie animata, rimasi piacevolmente incantato per la sua ambientazione, considerato che era il primo cartone adattato all’epoca della pietra. Anche il protagonista, ben elaborato dal suo autore, mi piacque subito, con la sua triste vicenda era difficile non seguirne la sua evoluzione finale.
L’unica pecca che ho sempre evidenziato con gli amanti del genere, era la ripetizione delle scene durante lo svolgimento della trama, in troppi episodi le analogie sono eccessivamente similari, mi riferisco alle continue fughe dei protagonisti dalle tribù (quasi sempre tutte ostili) incontrate durante il loro lungo viaggio. Ad ogni modo questa esile lacuna non deve sviare, per chi ne ha, la voglia di vedere o rivedere le incessanti vicissitudini dell’eroico Ryu.

Namor

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Di Darth (del 24/09/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1536 volte)
Titolo originale
La comunidad
Produzione
Spagna, 2000
Regia
Alex de la Iglesia
Interpreti
Paca Gabaldón, Jesús Bonilla, Eduardo Antuña, Carmen Maura
Durata
105 minuti
Trailer

Álex De la Iglesia è un regista molto anticonformista, quasi sempre estroso nelle sceneggiature e spesso irriverente. Chi si ricorda i suoi primi due film, l’assurdo “Azione Mutante” e la commedia di azione satanica (come la definì egli stesso) “El dìa della Bestia” può capire cosa intendo.
La comunidad” è meno grottesco dei primi film del regista spagnolo, ma la vena tragicomica è sempre imponente. Il fatto che sia più soft rispetto agli altri, personalmente, me lo fa ritenere il miglior lungometraggio realizzato da De la Iglesia.
La protagonista di quest’opera è Julia, un’agente immobiliare insoddisfatta che, incaricata di vendere un appartamento lussuoso, decide di trasferirvisi col marito per poter beneficiare delle amenità del locale finché non sarà costretta a venderlo. Mentre i coniugi assaporano le gioie della jacuzzi e della tv via cavo, un’infiltrazione d’acqua fa crollare il piano superiore; salendo a controllare l’appartamento sopra il “suo”, Julia scopre che l’inquilino è morto lasciando una schedina del totocalcio vincente 6 miliardi! Ovviamente, una donna che non ha scrupoli ad andare ad abitare in una casa d’altri spacciandosi per la nuova inquilina, non ha certamente alcuna remora ad impossessarsi della schedina vincente del defunto proprietario. Quello che però Julia ignora è che tutto il condominio conosceva l’esistenza di quella schedina, ed ora sono tutti che la bramano…
I condomini di questo stabile sono le enfatizzazioni dei vicini di casa che tutti noi abbiamo: la vecchietta collerica, il ragazzino guardone, le zitelle acide, il caposcala (o capobranco); la cupidigia che domina la storia è tipicamente umana e gli attori sono tutti adatti al proprio ruolo.
A tratti thriller, a tratti brillante e spesso grottesco, “La comunidad” è un mix perfetto di vari generi che danno vita a una commedia più che piacevole.

Darth

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Di smarty (del 23/09/2008 @ 05:00:01, in Libri, linkato 3438 volte)
Titolo originale
L'élégance du hérisson
Autore
Barbery Muriel
Prima edizione
2007

Il “caso” letterario dell’anno così hanno definito il nuovo libro della scrittrice francese Barbery Muriel. In effetti in Francia ha venduto 600.000 copie occupando la prima posizione per molte settimane, ma anche in Italia si è difesa bene. Come sempre mi lascio attrarre da copertina e titolo e comincio a leggere il secondo capitolo che introduce la figura di Renée Michel, una delle protagoniste del libro: "Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l'alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante". Incuriosita dallo stile decido di acquistarlo e continuo la lettura per scoprire l’altra protagonista, Paloma Josse che si racconta nel suo diario, figlia di un ministro ottuso, dodicenne dotata di un’intelligenza eccezionale, che stanca di vivere ha deciso di suicidarsi il giorno del suo tredicesimo compleanno, ma fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre. I due personaggi si raccontano e si conoscono pagina dopo pagina, diverse e allo stesso tempo così uguali, entrambe si nascondono al mondo, e si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese che le smaschererà aiutandole ad uscire dal loro riccio e a mostrare tutta la loro eleganza e bellezza. La trama si snoda tra digressioni filosofiche (l’autrice insegna filosofia in Francia) , a volte un po’ noiose, ma da approfondire, incalza dalla metà del libro in poi fino alla conclusione, non banale ma ingiusta, che lascia però aperte delle porte. Piacevole l’ironia pungente che non risparmia l’ipocrisia. Mi ricorda molto la tragedia greca dove si piange e si ride ma qua e là si ritrovano anche riflessioni profonde. Il testo, che di per sé ha una narrazione molto filmica, è già pronto per una sceneggiatura che non sarà facile, a mio avviso, redigere ed adattare. Una curiosità letta su internet: al numero 7 di rue de Grenelle a Parigi non ci sono condomini ma una boutique di Prada!

Smarty

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Di nilcoxp (del 22/09/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1498 volte)
Titolo originale
Monster House
Produzione
USA 2005
Regia
Gil Kenan
Interpreti
Durata
91 minuti
Trailer

Dj, Timballo e Jenny (una nuova amica che i primi due conosceranno durante lo svolgimento della storia), sono i tre ragazzini (alla soglia dell’adolescenza) protagonisti di questa avventura davvero particolare. Sono infatti convinti che una casa sia infestata da presenze soprannaturali e maligne. Infatti tutti i giocattoli prima, e le persone poi, che si avvicinano ad essa, spariscono. Così la notte di Halloween decidono di entrare in quell’edificio per scoprire la verità. All’interno non troveranno mostri ad aspettarli, perché capiranno presto che è la casa stessa il mostro colpevole delle sparizioni. Ma la casa indemoniata nasconderà un segreto, triste e quasi strappalacrime. Bello, divertente, misterioso e intrigante. Girato con la tecnica della “capture motion”, già sperimentata da Robert Zemeckis in “Polar Express” (e qui compare come produttore insieme a Steven Spielberg). I personaggi sono proprio simpatici, e risultano gradevoli alla visione sia a grandi che a piccini (secondo me). Ve lo consiglio. Baci maligni a tutti

nilcoxp

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Di slovo (del 20/09/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1644 volte)
Artista
Level 42
Titolo
Level 42
Anno
1981
Label
Polydor

Il debutto discografico della band inglese ebbe riscontri inattesi. Le capacità tecniche che l’ensemble si portava in dote dai trascorsi funk-jazz erano una garanzia di qualità: nonostante l’intenzione fosse chiaramente quella di conquistare favori più ampi l’impronta dei musicisti ‘bravi’ era chiara e ben udibile, e non dimentichiamoci che all’epoca l’effetto-punk aveva di fatto depennato il saper suonare dai requisiti di chi aspirava ad un contratto discografico.
Gli otto brani che si seguono nella tracklist e tra cui, per inciso, non c’è un pezzo debole, risultano da una piacevole integrazione di stili in cui gli ammiccamenti alla dance-music non soffocano né attentano alla dignità di solide radici jazz e soul. Nulla di particolarmente innovativo ma che denota gusto ed equilibrio.
Evidenti velleità di piacere (pare che l’idea stessa di cantare sia stata introdotta nelle dotazioni del gruppo solo in quanto condizione necessaria per l’accesso alle radio) testimoniate dall’abbondanza di ritmi danzerecci, ma accompagnate a lunghe divagazioni strumentali, come le ottime “43” o “heatrow”, tradizionalmente non molto diffuse in alta classifica (neppure nel 1981).
“dune tune” è esotica e sognante, “why are you leaving” l’immancabile lentone ma quando si tratta di confezionare gioiellini pop di alta classe bisogna farsi da parte: “starchild”, “turn it on” e l’ormai classica “love games” evidenziano meglio di qualsiasi analisi il riuscito connubio tra qualità e leggerezza.
Su “Level 42” suona la formazione che durerà fino al 1987 e che vede i fratelli Phil e Boon Gould rispettivamente batteria e chitarra, Mike Lindup tastiere & voce, Mark King basso e voce solista… e chi fosse curioso di ascoltare come si suona un basso può concentrare l’ascolto sul suo formidabile slapping...questo signore è semplicemente fenomenale.
Da ascoltare, soprattutto se si conoscono i Level 42 solo per “lessons in love”.

slovo

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Di Sansimone (del 19/09/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1670 volte)
Titolo originale
Il mio nome è Herbert Fanucci
Autore
Davide van de Sfroos
Prima edizione
 

Di Davide Van De Sfroos conoscevo già la bravura come cantautore ma, quando in libreria ho visto un suo romanzo mi sono subito incuriosito di vedere come se la cavava come scrittore.
Definire “ il mio nome è Herbert Fanucci” non è molto semplice, primo perché è un libro che parla di diverse cose legate al protagonista, l’emigrante che ritorna per cercare se stesso, la storia d’amore che lo riguarda, i tentativi di riscatto dei giovani del suo paese.
Il tutto è più comprensibile conoscendo un po’ la storia del libro.
Herbert Fanucci fa ritorno a casa sul lago di Como dopo una lunga assenza avvolto in un alone di mistero su quello che ha fatto negli anni in cui è stato via e su come sia entrato nel mondo patinato delle rockstar. Lui sulle rive del lago cerca invece di dimenticare quello che ha fatto soprattutto dimenticare quello che ha visto la sua identità segreta. In mezzo a questo compare una ragazza misteriosa figlia del proprietario della villa della luna storta e a fare da contorno a tutto i preparativi per la grande festa di fine estate voluta dai giovani del paese. Questo è il contesto in cui si srotola la storia di Vittorio Cadenazzi alias Herbert Fanucci e che porta in se i problemi dell’emigrante, che quando torna alla sua terra dopo anni la ritrova cambiata ma in un certo modo sempre uguale ed è per questo che ritorna perché è l’unico posto al mondo dove può ritrovare se stesso, grazie anche all’amore inaspettato. Amore che nasce tra due persone che si sentono alienate, perché hanno visto l’inferno coi loro occhi, ma hanno ancora la speranza di riuscire a vivere. Speranza che hanno anche i ragazzi del paese che per una volta cercano di realizzare il sogno di un loro concerto rock sulle rive del loro lago.
Tutti questi argomenti si concatenano tra di loro in questo libro in maniera armoniosa senza bruschi passaggi il che rende la lettura piacevole e morbida soprattutto se la si accompagna dall’ascolto della colonna sonora racchiusa nel libro perche questo è anche un libro musicale.
Un libro molto ben riuscito, che regala emozioni con anche alcuni buoni momenti di divertimento, accompagnati da una buonissima musica e una domanda “perché Phil Collins deve un divano a Herbert Fanucci?”

SanSimone

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Di Namor (del 18/09/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 2708 volte)
Titolo originale
Pompeii
Autore
Robert Harris
Traduzione
Renato Pera
Editore
Mondadori
Prima edizione
2003

L’ingegnere Marco Attilio, in qualità di responsabile dell’imponente Aqua Augusta a Roma, viene mandato con la massima urgenza in Campania, per risolvere un problema alle condutture idriche che stanno lasciando intere città senz’acqua. Giunto sul posto l’Aquarius Attilio, scopre che oltre al problema della siccità dovuta ad una falla nel sistema idrico, nell’acqua c’è una forte presenza di zolfo. A che cosa sarà dovuta l’isolita mescolanza? Con il passare del tempo il mistero si infittisce sempre più, facendo emergere nuovi scenari, come la misteriosa scomparsa del suo predecessore Esomnio e l’implicazione in loschi affari delle più alte cariche Pompeiane, in combutta con il potente Ampliato, un ex schiavo ora divenuto l’uomo più ricco e autorevole della città.
Ma ad ostacolare il suo, non certo facile compito, saranno presenti gli ambigui traffici di gente senza scrupoli e assetati di potere, ma non solo ci sarà un altro nemico ancora più pericoloso e devastante, pronto a scatenare la sua ira e deciso a travolgere intere città cambiandone per sempre il corso della storia. Questo immortale nemico, viene chiamato con il nome di “Vesuvio” !
Robert Harris è l’autore di “POMPEI 79 d.c. Venti ore alla catastrofe”, romanzo ambientato e circoscritto nei due giorni che precedettero la terrificante eruzione del Vesuvio nel 79 d.c.
In tutta sincerità dopo avere letto il più meritevole “Imperium”mi aspettavo ben altra cosa, per carità, l’opera si presenta bene sia nella scrittura che nei suoi riferimenti storici, ma manca il mordente, quel vigore che innalzi la storia. Secondo me, l’autore, man mano che la trama si evolveva, avrebbe dovuto tralasciare la parte tecnica dedicata all’acquedotto, ed elevare il personaggio di Attilio, che risulta troppo soft, un contesto più avventuroso e meno idrico, sono certo che avrebbe giovato non poco al romanzo. Non a caso la parte migliore del libro si presenta con l’inizio dell’eruzione del vulcano, e per arrivare a tale evento bisogna avere letto ben 192 pagine su 292, un po’ troppe non vi pare?

Namor

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