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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 21/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 981 volte)
Titolo originale
Next
Produzione
USA 2007
Regia
Lee Tamahori
Interpreti
Nicolas Cage, Julianne Moore, Jessica Biel, Thomas Kretschmann, Tory Kittles, Jose Zuniga, Jim Beaver, Jason Butler Harner
Durata
96 minuti
Trailer

Un giorno mi sono detto: “…caro nilcoxp, ogni tanto dovresti accettare la sfida di guardare un film diverso dal tuo genere…”. Fu così che visionai “Next”. Risulta scontato che partendo da un giudizio negativo a priori, io fossi leggermente prevenuto. Cris Johnson (Nicolas Cage) fa l’illusionista in un casino a Las Vegas con il nome artistico di Frank Cadillac, e arrotonda il suo stipendio con le vincite al tavolo da gioco. Piccole somme, per non dare troppo nell’occhio, visto che per vincere usa un particolare potere che egli ha: vedere fino a due minuti nel proprio futuro. Non riesce però a passare del tutto inosservato, dato che un agente federale lo scoprirà cercando di coinvolgerlo in un caso di terrorismo internazionale. Detto in parole povere, è in pratica un classico film d’azione, e i pochi spunti che potevano e dovevano essere sviluppati rimangono invece immobili ed inutilizzati (tipo: la possibilità di vedere nel proprio futuro, anche se di soli due minuti, renderebbe l’uomo più forte o più vulnerabile? Più cosciente o spregiudicato? Più onesto o disonesto?). E noi siamo lì, ad osservare l’utilizzo di questi poteri a fini scenografici: salti, esplosioni, corse folli, sparatorie, ecc... Era da molto che non vedevo un film con N.C. come protagonista, e devo dire che mi ha impressionato vederlo così dimagrito ed invecchiato. Le scene che ho preferito sono state quelle in cui lui cerca di uscire dal casino mentre la sorveglianza lo insegue, e quelle in cui cerca di conquistare una ragazza di cui non sa nulla. Nella valutazione complessiva lo ritengo un lungometraggio senza lode ne infamia, e considerando il mio punto di vista iniziale direi che non è male questo punto d’arrivo. Novantasei minuti d’intrattenimento leggeri e gradevoli, dovuti anche al fatto che sono solo novantasei e non di più. Baci…(tra due minuti però!)

 nilcoxp

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Di slovo (del 19/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1539 volte)
Titolo originale
Star Trek X: Nemesis
Produzione
USA 2002
Regia
Stuart Baird
Interpreti
Patrick Stewart, Brent Spiner, Jonathan Frakes, Marina Sirtis, Tom Hardy
Durata
116 minuti

In attesa che l’eclettico J.J.Abrams termini di girare l’undicesimo capitolo, rivitalizzando una saga ingiustamente finita nell’oblio, cogliamo l’occasione per riprendere in esame l’ultimo film di Star Trek apparso nelle sale, lo stesso che suggerì alla Paramount che quello era un filone da considerare esaurito. È da dire che la dèbacle commerciale di “Nemesis” non fece che seguire un trend di progressivo disinteresse in cui versavano i prodotti a marchio Star Trek ormai da tempo.
Data stellare 56844.9 - Mentre a bordo dell’Enterprise si festeggiano le nozze del comandante Riker e il consigliere Deanna Troi, a Romulus è in atto un colpo di stato. Con l’appoggio dei militari, l’astuto Shinzon assassina l’intero senato in carica e si autoproclama pretore. La nave del capitano Picard è la più vicina al confine con la zona neutrale, le viene quindi assegnato il compito di investigare.
Nessuno poteva immaginare che Shinzon altri non è che un clone di Picard, con l’età di un ragazzo, creato originariamente dai servizi segreti romulani, successivamente schiavizzato ed ora determinato a guidare la causa dei reietti Remani. Le sue mire di conquista si riveleranno una minaccia per la federazione che Picard e il suo equipaggio dovranno fronteggiare.
La trama di “Nemesis” si adagia su un modello narrativo riconoscibile nello schema ‘sventiamo i piani del cattivo di turno’ che produsse a suo tempo quel capolavoro di “Star Trek II: l’ira di Khan” e che fu replicato più volte nel corso della saga, anche per proporre (o propinare?) plots semplificati, con meno richiami possibile alla complicata continuity definita nelle serie televisive, fruibili quindi anche da chi non fosse un preparato trek-maniaco.
Purtroppo il reiterarsi di questa politica finì col produrre ‘puntatone’ autoconclusive che raramente reggevano il confronto con i picchi della produzione televisiva senza peraltro affrancarsi del tutto da quell’ inaccessibilità in cui il novizio si sarebbe comunque imbattuto.
Un' eccessiva intromissione della produzione si avverte anche ne “la nemesi”: dalla sequenza della dune-buggie, cacciata a forza nella trama solo per incorporare ‘azione’ così come si farebbe aggiungendo del sale cucinando, fino al taglio, imposto per snellire la durata del film, di numerose scene nel montaggio finale.
È noto che i manager capiscono poco di cinema ma queste scelte scriteriate, fatte per rientrare degli investimenti (cospicui, a onor del vero) oltre a mutilare una sceneggiatura a solo vantaggio dell’ hype ottennero riscontri trascurabili.
Peccato perché il tema del doppio poteva trovare una buona rappresentazione: Jean-Luc Picard, l’integerrimo ufficiale della flotta stellare faccia a faccia con un sè stesso a cui la sorte non aveva concesso le medesime opportunità, come a dire: buoni o cattivi, è solo questione di circostanze. Il tutto poteva essere reso meglio.
Completamente da buttare? Di certo non il peggiore dei dieci come qualcuno ha incautamente asserito, francamente dubito che un generico spettatore potrebbe cogliere certe battute tra i membri dell’equipaggio ma “nemesis” rimane un buon film, con abbastanza effetti visivi e battaglie spaziali da accontentare ogni cultore del genere e dieci toccanti minuti finali che scuoteranno le emozioni di ogni trekker che si rispetti.

slovo

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Di Sansimone (del 18/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2433 volte)
Titolo originale
Il nome della rosa
Produzione
Italia, Francia, Germania 1986.
Regia
Jean-Jacques Annaud
Interpreti
Sean Connery, F. Murray Abraham, Christian Slater, Kim Rossi Stuart, Ron Perlman, Gianni Rizzo, Francesco Maselli, Franco Marino, Vernon Dobtcheff, Pietro Ceccarelli, Umberto Zuanelli, Armando Marra, Franco Diogene, Peter Berling, Giordano Falzoni, Michael Lonsdale, Andrew Birkin, William Hickey, Valentina Vargas, Francesco Scali
Durata
130 minuti

Anno domini 1327 in un’antica abbazia benedettina del nord dell’Italia giunge Guglielmo di Baskerville accompagnato dal suo novizio Adso de Melk per un concilio segreto tra il papato e esponenti del ordine francescano ma, prima del confronto con i dignitari papali Guglielmo si dovrà occupare di una serie di delitti avvenuti tra i monaci dell’abbazia su incarico dell’abate.
Meglio il film o meglio il libro? Credo che questa sia la domanda che ognuno si pone, quando ha occasione di leggere un libro e poi guardare la trasposizione cinematografica. Per quanto riguarda “Il nome della rosa” mi è successo l’opposto, prima ho visto il film e poi ho letto il libro, ma, il giudizio non è cambiato meglio il libro.
La pellicola girata da Jean-Jacques Annaud, che di sicuro ha visto negli anni più spettatori che non lettori del libro di Eco, è un buonissimo prodotto( l’ho visto almeno dieci volte), con attori del calibro di Sean Connery, F. Murray Abraham, Christian Slater e un giovanissimo Kim Rossi Stuart, con le scenografie di Dante Ferretti e girato nello splendido castello di Kloster Eberbach in Germania. Girata ottimamente come dicevo da Annaud che n’ottiene un buon film dalle atmosfere cupe e ombrose a rappresentare l’oscurità del medioevo, che aiutano a mantenere la suspence fino alla fine, ma, purtroppo, le due ore circa di durata non riescono rappresentare il libro e credo che questo non era neanche nelle intenzioni del regista o degli autori, anzi forse è grazie proprio a questa preventiva rinunzia di rappresentare a pieno il libro che il film ha ottenuto buoni risultati.
Troppo vasto il libro per riuscire a condensare il tutto in un film, troppi i temi toccati da Eco nel suo romanzo; storia filosofia religione che s’intrecciano su più piani che hanno dato vita a un romanzo di successo mondiale che oggettivamente non può essere sintetizzato in un film.

Sansimone

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Di Namor (del 17/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1604 volte)
Titolo originale
Gone baby gone
Produzione
USA 2007
Regia
Ben Affleck
Interpreti
Casey Affleck, Michelle Monaghan, Morgan Freeman, Ed Harris, John Ashton, Amy Ryan, Amy Madigan, Titus Welliver.
Durata
114 Minuti
Trailer

L’improvvisa scomparsa di Amanda, una bambina di 4 anni, getta nello sgomento la sua anomala famiglia. La madre Melene, (Amy Ryan) è una scaltra tossicomane dedita alla droga ed all’alcool, un vizio che la porta occasionalmente a fare il mulo nel traffico di stupefacenti, allo scopo di guadagnare contante da investire nei suoi biechi vizi. Gli zii, al contrario della madre, sono le uniche persone a cui preme un futuro più roseo per la piccola Amanda, sono loro che l’accudiscono con amore e dedizione paterna quando la degenerata madre la lascia sola in casa.
Dopo le iniziali ed inutili ricerche della polizia dalle quali scaturisce il nulla, sarà una decisione a sorpresa dell’amorevole ed indomita zia, a dare una scossa al corso delle indagini ingaggiando una coppia di detective privati. Il duo, Patrick Kenzie (Casey Affleck) e Angie Gennaro (Michelle Monaghan) soci nel lavoro ma anche una coppia nella vita, dovranno assolvere un compito non facile, ritrovare una bambina in una città dove la criminalità locale include anche la peggior feccia del genere umano… i pedofili! Il capitano della polizia Jack Doyle (Morgan Freeman), induce i suoi agenti Remy Bressant (Ed Harris) ed il suo compagno Nick, incaricati ad investigare sul caso, a dare la loro assoluta disponibilità ai due detective locali nello svolgimento delle indagini. L’alleanza tra i quattro seppur forzata porta i suoi frutti, la bambina verrà proposta come pedina di scambio da uno noto spacciatore per riavere il suo maltolto, ma quando tutto sembra destinato ad evolversi nel migliore dei modi, qualcosa non funziona nell’operazione, e a rimetterci la vita sarà proprio la piccola Amanda.
La testardaggine del detective Kenzie combinata ad un’analisi dei fatti più approfondita da parte dello stesso, porterà alla luce una fitta rete di menzogne, destinata a coprire una verità che nessuno ha mai avuto intenzione di rivelare.
Gone baby gone” segna l’ottimo esordio alla regia dell’attore Ben Affleck, il film é tratto dal famoso e omonimo romanzo di Dennis Lehane, per chi fosse interessato a leggere il libro, da noi s’intitola “La casa buia”.
Vuoi vedere che dopo una carriera altalenante da attore, il neo regista ha trovato la sua giusta collocazione nel mondo del cinema? Fare centro al primo colpo non è comune ma un’eccezione riservata solo per chi ha talento, e Affleck in questa nuova veste dimostra sicuramente di averne. In questo film oltre a dirigere in maniera eccellente un ottimo cast, é riuscito ad adattare su grande schermo un noir molto ben congeniato in durezza e senso della realtà. Chi si appresta a vederlo difficilmente rimarrà deluso, la pellicola arriva nelle nostre sale con credenziali di tutto rispetto, oltre ad entusiasmare la critica americana che lo ha eletto uno dei titoli meglio recensiti del 2007, da noi ha ottenuto meritatamente le fatidiche 4 stelle, e oggi come oggi ottenerle non è cosa da poco.

Namor

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Di kiriku (del 16/04/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1691 volte)
Artista
John Coltrane
Titolo
A Love Supreme
Anno
1964
Label
Impulse! Records

Quando ci si trova a parlare di lavori come questo si incontrano sempre delle difficoltà notevoli, il problema principale consiste nel riuscire a far comprendere a chi legge la grandezza di un’ opera talmente importante e talmente sfaccettata da contenere, al suo interno, svariate chiave di lettura e che non sempre sono alla portata di tutti, tanto meno di chi scrive. La prima cosa che salta all’occhio e che da un’indicazione di quello che si andrà ad ascoltare è il titolo; "A Love Supreme". Coltrane attraversato un periodo difficile si rende conto di esserne uscito grazie all’aiuto di Dio, questo cd non è altro che  una dichiarazione d’amore e di gratitudine  al divino. Si dice che l’ispirazione gli sia venuta durante una meditazione yoga, disciplina che praticava ogni sera, e proprio durante una di queste sedute, sentì, dentro di se, una musica mai ascoltata. Al risveglio interpretò questa melodia come un messaggio del supremo. La serietà e l’austerità con la quale affrontò il progetto gli fecero prendere la decisione di seguirne anche la produzione, fu lui stesso a scegliere la foto, che lo ritrae contrito e serioso, che troviamo in copertina e a curare anche le note poste all’interno, tra le quali una poesia scritta dallo stesso musicista. Quello che stupisce però è la forte spiritualità che si respira ascoltando questo cd e questo fin dalle note iniziali della prima traccia, “Acknowledgement”, brano che ha la funzione di richiamo alla concentrazione e alla contrizione, per poi proseguire attraverso gli altri due , "Resolution” e “Persuase”, una presa di coscienza del pentimento e del conseguente cambiamento che poi  sfocia con la preghiera di ringraziamento che troviamo in “Pslam” a chiusura di questa suite. Quattro tappe che possono ricordare le procedure cristiane ma che in questo caso hanno un valore più ampio e totalitario. Jhon Coltrane (sax tenore), Mc Tyner (piano), Jimmy Garrison (contrabbasso), Elvin Jones (batteria); quattro musicisti che si sostengono a vicenda, intrecci ritmici e tessiture armoniche che si mescolano in un coro solo, permettendo al sassofonista di esplorare un percorso spirituale interiore dove tutto è fuso insieme, dove la musica si immedesima e si immerge fisicamente nella spiritualità, in un panismo d’annunziano per cui l’unione dei sensi con il tutto è essenziale per confondersi con esso. Il risultato è davvero qualcosa che va oltre e la qualità e la potenza di queste note arrivano anche a chi, come me, non è un esperto. Quello che forse è meno immediato è il lavoro certosino che Coltrane ha riservato allo forma e alla logica architettonica dei propri assoli e a tutto il lavoro in genere. Una cosa è chiara però: questo cd è un capolavoro assoluto e non solo perché è uno dei dischi jazz più venduti al mondo, ma soprattutto perché ritroviamo in esso tutto il genio, la forza, la sensibilità, la tecnica, l’intelligenza, la passione e la spiritualità che solo i più grandi artisti hanno. Imperdibile!!!

kiriku

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Di Darth (del 15/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1220 volte)
Titolo originale
Irina Palm
Produzione
Belgio, Lussemburgo, Gran Bretagna, Germania, Francia, 2007
Regia
Sam Garbarski
Interpreti
Marianne Faithfull, Miki Manojlovic, Kevin Bishop, Siobhan Hewlett, Dorka Gryllus
Durata
103 minuti
Trailer

Irina Palm è “la miglior mano destra di Londra”; ossia la più apprezzata masturbatrice di uomini di tutta Soho. Ma chi è in realtà Irina Palm, visto che i clienti che la pagano per i suoi servigi non la vedono (utilizzano un foro in un muro…)? Irina Palm è il nome d’arte di Maggie, una nonna che è rimasta senza più un soldo per aiutare il figlio a curare la rara malattia del nipotino; però quando le speranze sono al lumicino ed i soldi sono esauriti, esce la prospettiva di una nuova cura... ma bisogna portare il piccolo in Australia entro sei settimane! La nonna cerca disperatamente un lavoro, e quando legge che cercano un’hostess in uno strip-bar, si presenta per il posto. Il proprietario spiega a Maggie in cosa concerne realmente il lavoro, e la donna, molto intimidita ma spinta dall’amore per il nipote oltre all’accordo di un’ottima retribuzione, accetta il posto. Dopo lo choc iniziale, Maggie alias Irina, diventerà apprezzatissima dai clienti per le sue mani morbide ed il suo modus operandi, tanto da convincere il capo ad anticiparle le 10 settimane di stipendio utili per finanziare il viaggio in Australia al figlio. Incredibilmente, per l’audace nonna il difficile non sarà dar piacere agli uomini per 8 ore al dì, ma non far scoprire al proprio rampollo ed alle amiche pettegole cosa va a fare tutti i giorni a Londra (Maggie abita in campagna). Come giustificare quindi la provenienza di tutti quei soldi? E come giustificare il braccio al collo causato del “gomito da seghista”?
Film molto delicato questo “Irina Palm”: nonostante l’ambientazione sia spesso nel quartiere a luci rosse di Londra, l’aura di candore che porta con se il personaggio di Maggie (interpretato molto bene dall’ex starlette Marianne Faithfull) rende tutto molto soft, tanto che persino una cosa volgare come fare una sega ad un membro maschile fuoruscente da un muro pare un lavoro comune. A conclusione di una sceneggiatura notevole, l’evoluzione caratteriale che subirà Maggie grazie (o a causa) del suo nuovo lavoro, trovandosi più disinvolta e meno intimorita dalle domande indiscrete e maliziose delle sue presunte amiche.
Una commedia dolceamara che intenerisce e strappa spesso sorrisi, da vedere.

Darth

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Di xanteferranti (del 14/04/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1626 volte)
Titolo originale
Смерть Ивана Ильича (Smert’ Ivana Ilyicha)
Autore
Lev Nikolaevič Tolstoj
Traduzione
Giovanni Buttafava
Editore
Garzanti
Prima edizione
1889

"Se la morte parlasse, questa sarebbe la sua voce". Così scrisse Carlo Bo a proposito di tale rac­con­to, composto da Lev Nikolaevič Tolstoj tra il 1887 e il 1889.
La trama è lineare e relativamente po­ve­ra di eventi esteriori: si tratta della storia, immaginata coeva all’epoca dell’autore, della vita di Ivan Il’ič Golovin, consigliere della corte d’appello di San Pietroburgo; un’esistenza del tutto or­di­na­­ria, "la più semplice, la più comune, la più terribile". La narrazione principia in un ufficio del tri­bu­nale dell’allora capitale russa: alcuni magistrati stanno accalorandosi nella discussione intorno a un caso giu­­diziario, ma Pëtr Ivanovič, uno di loro, è disinteressato all’argomento e sfoglia il giorna­le. Al­l’im­provviso lègge il necrologio di un collega quarantacinquenne, Ivan Il’ič appunto, suo ami­co fin dai tempi dell’università, che si sapeva esser gravemente malato. La reazione generale alla no­tizia è im­prontata a una sostanziale indifferenza; il pensiero, piuttosto che alla pietà e al com­pian­to, corre sù­bito alle ipotesi su chi potrà occupare il posto lasciato vacante, e all’inconfessata gioia di es­ser vivi: insomma, “Meglio a lui che a me!”. Alla stessa vedova, Praskov’ja Fëdorvna, che riceve Pëtr Ivànovič per la visita di rito alla salma, preme soprattutto di consultare il collega del marito sul­la maniera per ottenere dall’erario la maggior quantità possibile di denaro in reversione del decesso del coniuge. A questo punto, Tolstoj centra la propria attenzione esclusiva sulla figura di Ivan Il’ič, del quale è ripercorsa l’intera vicenda dall’infanzia sino al funesto epilogo. Figlio di un alto fun­zio­na­rio del governo, "membro inutile di numerose inutili istituzioni", aveva studiato giurisprudenza ed era stato nominato giudice istruttore in una remota provincia, dove aveva sposato una ragazza at­tra­­ente, avuto due figlî e condotto una vita sociale piacevole e brillante. Dopo alcuni anni aveva ot­te­nuto l’agognato trasferimento nella capitale, con la conseguente promozione e un considerevole au­mento di stipendio. Proprio mentre sta arredando la nuova casa a San Pietroburgo, però, cade dal­la scala su cui era salito per mostrare al tappezziere come fissare le tende, e sbatte il fianco destro con­tro la maniglia della finestra. Il dolore provocato dalla botta, all’inizio quasi inavvertito, diventa con l’andar del tempo costante e logorante. La salute di Ivan Il’ič deperisce rapidamente, e i varî lu­mi­nari della medicina consultati sul caso non riescono a comprendere la natura della malattia, né a tro­vare rimedî efficaci, pur mostrandosi sicuri di sé e della propria scienza. La pena si fa sempre più in­tensa e atroce, e nel protagonista si affaccia la coscienza di un’inesorabile fine ormai prossima. Una sorda disperazione, alternata a rari momenti di speranza, lo afferra, invade ed esaspera: Ivan Il’ič tenta di scansare il pensiero del lento avanzare della morte immergendosi nel proprio lavoro e gio­cando a carte con gli amici; ma senza risultati, ché “lei” gli si riaffaccia di continuo alla mente. In­tuisce d’essere di peso sia ai colleghi sia familiari, che non lo capiscono, non possono capirlo, in quan­to sani; lègge negli occhî degli altri fastidio, imbarazzo e muta incomprensione, e quindi non ne sop­porta più la presenza. "La cosa che più tormentava Ivan Il’ič era il fatto che nessuno aveva pie­tà di lui [...]: in certi momenti, [...] anche se si sarebbe vergognato a confessarlo, aveva soprat­tut­to voglia che qualcuno avesse pietà di lui, come di un bambino malato". E questo qualcuno è il suo gio­vane e umile servo Gerasim, che lo assiste con semplicità e affetto sinceri, unico a non mentire, a in­tendere chiaramente "di che cosa si trattava" e a non ritener necessario "nasconderlo" per ragioni di decoro e convenienza sociale, limitandosi ad aiutare il suo "padrone debole e sfinito" a sentirsi me­no solo dinanzi alla morte. Il protagonista, durante le lunghe ore di sofferenza accompagnate da cu­pi rivolgimenti interiori, si accorge che la propria vita, benché trascorsa onestamente e all’interno del­le “regole”, non è stata come avrebbe dovuto essere: il suo dolore, altrimenti, avrebbe quel senso ch’egli non riesce a trovare: tutto, nella mentalità dell’ambiente familiare e sociale cui appartiene, è fal­so e artificiale, privo di una ragione profonda. Ma tale consapevolezza, a poche ore dal trapasso, si tramuta finalmente nella volontà di porre rimedio a un’esistenza superficiale e menzognera: sente che il figlio gli sta baciando la mano, vede la moglie in lacrime, e prova per loro amore di­sin­te­res­sa­to e compassione Un sollievo lo pervade, e Ivan Il’ič si accorge di non aver più paura della morte: "È finita la morte", dice a se stesso, e spira serenamente.

xanteferranti

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Di slovo (del 12/04/2008 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 4093 volte)
Titolo originale
Otherworld
Produzione
USA 1985
Episodi / Durata
8 / 60'

Di quando in quando, da associazioni mentali impossibili da razionalizzare scaturiscono confuse memorie di passioni giovanili. Un motivetto ascendente-discendente era il tema principale del telefilm che mi è balenato in testa qualche giorno fa e di cui, confesso, non riuscivo a richiamare nemmeno il titolo. Però ricordavo di avere la serie su VHS, stipata da qualche parte, registrata dalla TV per una delle ultime battute dell’ormai obsoleto formato.
Il revival non mi ha preso molto tempo in realtà: la serie fu un tale fiasco negli stati uniti (in Italia non andò tanto meglio) che i produttori ritennero di concluderla dopo soli otto episodi.
La trama: Thal è un mondo parallelo al nostro e raggiungibile grazie a misteriosi passaggi interdimensionali, reconditi e retaggi di antiche civiltà. Durante una gita improvvisata all’interno della grande piramide una famiglia di turisti americani ha la sfortuna di imboccarne uno; si ritrova così catapultata in un mondo alieno e tendenzialmente ostile.
Gli Sterling comprendono che l’unico modo di tornare a casa è trovare la città chiamata Imar, seguendo una pista contrassegnata da misteriosi obelischi. Cosa più facile a dirsi che a farsi poiché a Thal vige un regime parafascista e il primo autoctono in cui la famiglia si imbatte (sottraendogli il cristallo di accesso) è un feroce comandante della milizia.
Braccati dai pattuglianti saranno costretti a stazionare in incognito nelle città che di volta in volta incontreranno lungo il cammino. Questo pretesto fornisce l’ossatura su cui si sviluppano le puntate, infatti la necessità di integrarsi li farà cozzare con i bizzarri costrutti sociali del luogo, spesso emanazioni di una cultura retrograda, oscurantista e totalitaria.
La serie si assesta sul genere fantascientifico (lampanti alcune analogie con lo Stargate che verrà) ma attraverso le sottotrame che si dipanano nell’arco dei singoli episodi si affronta, seppur in maniera un po’ naif, una critica al militarismo, all’uniformità di pensiero, alle chiese troppo invadenti e colluse con l’establishment.
Immancabilmente, il contatto con i valori di rettitudine, equità e giustizia della famiglia terrestre finirà con l’innescare processi proto-rivoluzionari tra le coscienze degli abitanti di Thal. Fa sorridere che a farsi araldi del “right way” sia un prototipo di famiglia felice medio-borghese americana degli anni ’80 ma all’epoca era difficile intravedere autocritica negli show televisivi.
La qualità altalenante degli episodi, dipesa probabilmente dal fitto avvicendamento dei registi (citiamo un certo Paul Michael Glaser dietro la macchina da presa della quinta puntata), il trapelare degli effetti di un budget basso e una media recitativa non esaltante rendono “dimensione Alfa” una serie cult riservata ad una nicchia di nostalgici o, al limite, di fanta-curiosi.

slovo

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Di Sansimone (del 11/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 877 volte)
Titolo originale
La giusta distanza
Produzione
Italia 2007
Regia
Carlo Mazzacurati
Interpreti
Giovanni Capovilla, Ahmed Hafiene, Valentina Lodovini, Giuseppe Battiston, Roberto Abbiati, Natalino Balasso, Stefano Scandaletti, Mirko Artuso, Fabrizio Bentivoglio, Marina Rocco
Durata
106 minuti

“ La giusta distanza “ è un film sulla provincia italiana, costruito su un avvenimento come tanti ormai la televisione ci riporta, ma, come i detti degli anziani molte volte possono avere più punti di vista.
Il film è ambientato nel Polesine, quando nel paesino di Concadalbero succede un fatto strano, la maestra che da anni insegna alle elementari impazzisce e sostituita da una giovane maestra, Mara, che farà cambiare la vita ai protagonisti maschili della pellicola, Giovanni giovane giornalista alle prime esperienze e Hassan tunisino ben integrato nella vita di paese.
Giovanni scrive i primi pezzi della sua carriera giornalistica spulciando nella vita di provincia e in quella privata dei suoi abitanti tra Hassan e Mara nasce una storia d’amore intesa però in maniera differente dai due. La storia tra i due finirà in maniera tragica ma, con un seguito del tutto inaspettato.
Questo film di Mazzacurati è un piccolo gioiello di provincia, fin dalle prime immagini rimani avvolto dall’ambiente del delta del Po fatto di fiume e mare, argini e pianura, nebbia e sole, una terra di scelte che prima o poi arrivano per tutti e bisogna affrontarle con la dovuta “giusta distanza”.
Come dicevo all’inizio ho visto in quest’opera un po’ di quella saggezza antica tramandata dai detti popolari in cui si dice una cosa apparentemente, ma anche molte altre se vai a scavare intorno. Infatti oltre alla trama noir in cui è ambientato il film, abbastanza prevedibile per un giallo, il regista tocca diversi punti come il razzismo latente che c’è in Italia, pronta a dirsi integrata quando va tutto bene ma a sparare sul immigrato non appena succede un qualcosa di brutto.
Parla anche dei rapporti umani con la metafora della giusta distanza che deve mantenere un giornalista nel fare il suo lavoro, regola infranta da Giovanni per trovare la verità e che grazie a quest’infrazione potrà realizzare i suoi sogni.
Il film però lascia una domanda in sospeso a cui gli spettatori devono dare una propria risposta, qual è la giusta distanza da mantenere per affrontare la vita?

SanSimone

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Di Namor (del 10/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1292 volte)
Titolo originale
Before the Devil Knows You're Dead
Produzione
USA 2007
Regia
Sidney Lumet
Interpreti
Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei, Aleksa Palladino, Michael Shannon, Amy Ryan, Sarah Livingston, Rosemary Harris.
Durata
117 Minuti
Trailer

Un ingente bisogno di soldi… Con questa discutibile motivazione i fratelli Hanson, progettano un colpo apparentemente facile, uno di quelli dove il fattore rischio é meno di zero, soprattutto se si hanno ottime informazioni sul luogo e sulle abitudini dei proprietari. La sede del furto sarà una gioielleria, ma non una qualunque, bensì quella dei loro genitori!
La malsana idea viene partorita dalla mente cinica del maggiore dei due fratelli Andy (Philip Seymour Hoffman), il braccio che dovrebbe attuarla, è quello del fratello minore Hank (Ethan Wake). Andy oltre ad avere una bella moglie Gina (Marisa Tomei) di cui è molto innamorato, ha un lavoro ben retribuito, ma non abbastanza per permettersi un particolare vizio, quello della droga. Per sostenere il suo dispendioso tenore di vita, si vede costretto ad attingere di nascosto denaro dal fondo della grande azienda in cui lavora come revisore contabile. Questo, fino a quando un’improvvisa verifica esterna non lo mette con le spalle al muro costringendolo a restituire il maltolto. Differenti, ma non troppo, sono le motivazioni che spingono Hank ad accettare di portare a termine il colpo, ossia la sua devozione verso l’alcool e gli alimenti arretrati da pagare alla sua ex moglie dopo il fallimentare matrimonio.
Durante lo svolgimento della rapina le cose però non vanno come dovrebbero, la reazione dell’anziana madre fa nascere una sparatoria in cui lei ed il rapinatore assoldato da Hank, saranno le vittime. Gli esigui progressi della polizia nello scoprire la verità, porteranno il padre dei due, Charles (Albert Finney) ad indagare per conto proprio e scoprire la terribile e devastante verità!
Ho sempre sostenuto che quando si ha in mano una buona sceneggiatura ed un cast di tutto rispetto, non conta l’età di chi confeziona il prodotto ma le modalità nel confezionarla, e Sidney Lumet in questo é ancora un maestro, nonostante sia alla soglia delle 84 primavere Lumet, se mai c’è ne fosse ancora bisogno, da prova di essere ancora un eccellente direttore. Con “Onora il padre e la madre” é riuscito a firmare uno dei migliori titoli dell’anno, un trhiller-noir in cui scandaglia a fondo la complessa e contorta natura del genere umano.
Se volete vedere un buon film non mi resta che consigliarvelo, oltre alla buona performance degli attori presenti, avrete il privilegio di poter ammirare il miglior nudo femminile dell’anno, è questo grazie alla presenza della splendida 44 enne Marisa Tomei, a dirlo non sono solo io ma soprattutto un sondaggio del famoso tabloid britannico Sun.

Namor

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Di Louise-Elle (del 09/04/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 2518 volte)
Titolo originale
L'anarchiste
Autore
Mazzucato Francesca
Editore
Aliberti
Prima edizione
2005

Francesca Mazzucato non ha bisogno di molte presentazioni. E’ un personaggio di successo che alterna varie attività; è scrittrice, traduttrice, critica letteraria e giornalista, particolarmente attiva nel mondo del web e dei blog, come testimoniano due recenti suoi romanzi di successo: Cam (2002) e Il Diario di una blogger (2003). La stampa recentemente l’ha definita la più famosa scrittrice erotic-chic italiana.
Francesca definisce “L’Anarchiste”, rigorosamente scritto in prima persona, un romanzo coraggioso. Leggendo questo libro non si può che concordare con questa sua opinione. E’ la storia vera d’amore e di sesso fra una donna di quasi 40 anni e un ragazzo di 28. Una passione distruttiva che travolgerà l’autrice e protagonista con sensazioni, emozioni e sentimenti forti, intensi e trasgressivi vissuti con la complicità dell’ alcool ed il fumo delle sigarette.
L’amore potente e profondo per Stefano comprometterà la forte e atavica amicizia con Matteo, un carissimo amico gay fin dai tempi del liceo. Matteo è un sincero compagno di avventure e di emozioni ma soprattutto ha sempre rappresentato per Francesca un valido appoggio e sostegno nei momenti più tristi, difficili ed importanti della sua esistenza.
Matteo c’era sempre, fisicamente e moralmente. Stefano è il compagno di Matteo ma l’incontro con Francesca distruggerà sia la relazione amorosa fra Matteo e Stefano , sia la bellissima amicizia fra Francesca e Matteo. Una narrazione avvincente e molto descrittiva. Il lettore sarà emotivamente coinvolto nell’evoluzione dell’intricato intreccio dei destini dei tre personaggi, nei momenti di erotismo descritti con cura e immerso nell’atmosfera in cui è ambientato il romanzo che vede come sfondo e co-protagonisti la città di Bologna e la musica.
Un romanzo contemporaneo in bilico fra amicizia, amore, passione ed un erotismo spregiudicato e perverso. Un libro nuovo, diverso che ho particolarmente apprezzato, non tanto nella parte iniziale molto descrittiva dei personaggi e dell’ambiente, ma nello sviluppo di questa storia d’amore narrata a tinte forti. Ancora una volta l’amore e la passione dimostrano che sono i più tenaci, di non avere limiti, di emergere e prevaricare su tutto.
Un romanzo da non lasciarsi sfuggire, coinvolgente fino all’ultima riga, da apprezzare maggiormente poiché una storia vera.
Quando inizio a leggere un libro leggo la prima e l’ultima frase, considerandolo un vizietto di buon auspicio per una piacevole lettura. Regalo ancora una volta anche a voi questa anteprima, proponendovi la prima frase del romanzo: “” Non ricordo quando Matteo ha cominciato a chiamarmi >l’anarchiste< “” e l’ultima: “”Me lo faccio bastare, è facile con un po’ di pratica. E in fondo non è poco. Può sembrare, nei giorni migliori, quasi abbastanza:””

Louise-Elle

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Di kiriku (del 08/04/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 824 volte)
Artista
The Quintet
Titolo
Jazz At Massey Hall
Anno
1953
Label
Debut Record

Solo cinque euro! Mentre vengo investito dalla musica che fuoriesce dallo stereo, continuo a guardare e riguardare la custodia di “Jazz at Massey Hall”. Possibile che l’ho pagato poco più di cinque euro? Ci deve essere stato uno sbaglio, non è possibile. Per quanto Il costo è sorprendente quello che più mi colpisce è la musica che le mie orecchie sentono, è di un livello superiore. Potenza dirompente, classe stratosferica, divertimento allo stato puro. Sensazioni che mi invadono e che mi prendono testa, cuore e stomaco, del resto non potrebbe essere altrimenti. Il cd è firmato “The Quintet”, forse può sembrare un peccato di presunzione definirsi tali ma basta leggere i componenti di questo quintetto per capire: Dizzy Gillespie alla tromba, Charlie Parker al sax, Bud Powel al pianoforte, Charles Mingus al basso e Max Roach alla batteria. Cinque musicisti che hanno fatto la storia della musica jazz, cinque mostri sacri riuniti per questo concerto tenutosi a Toronto in Canada nel 1953. Una formazione stellare per un’esibizione dal vivo davvero incredibile, non riesco a tenere ferme le gambe e la testa, il bop che scaturisce dall’anima e dagli strumenti di questi artisti è davvero coinvolgente e di altissima fattura. In tutto sono sei brani per una durata di quarantasette minuti circa in cui, è garantito, non ci si annoia mai. Quello che mi colpisce è che nessuno primeggia sull’altro, tutti e cinque danno sfoggio del loro immenso talento senza mai pestarsi i piedi e senza mai scendere di livello, che rimane per tutta la durata del concerto a quote cosi alte e vertiginose da lasciare esterrefatti. Questo cd sembra non risentire del tempo trascorso, è passato più di mezzo secolo, e oggi più che mai la sua energia arriva intatta rompendo i confini spazio-tempo. Splendido!!!

kiriku

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Di nilcoxp (del 07/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1060 volte)
Titolo originale
Stardust
Produzione
Gran Bretagna, USA 2007
Regia
Matthew Vaughn
Interpreti
Claire Danes, Charlie Cox, Sienna Miller, Ricky Gervais, Jason Flemyng, Rupert Everett, Peter O'Toole, Michelle Pfeiffer, Robert De Niro
Durata
130 minuti
Trailer

Una ragazza bella e superficiale, chiede ad un suo spasimante per sposarlo, di portarle la stella cadente che stanno guardando insieme in dono. Peccato che quella stella sia caduta al di là del muro che separa il villaggio reale di Wall da quello fantastico di Stormhold. Nel muro però c’è un passaggio da sempre custodito da un guardiano per impedire alle persone reali di attraversarlo. Come avrete capito il nostro giovane protagonista riuscirà a passare dall’altra parte facendo così iniziare una serie di avventure surreali: a volte divertenti, a volte maligne. E sì, perché qui troviamo molte streghe, e la più potente è interpretata da Michelle Pfeiffer. Abbiamo incantesimi di vario tipo, e può capitare di finire su di una nuvola e di essere catturati in una rete da una nave volante di pirati comandata da Robert De Niro. Ma la cosa carina di questo film è che la stella cadente avrà le sembianze umane di una ragazza molto bella, al cui variare delle emozioni varierà la propria luminosità. Sono sicuro che spiegato così non riuscirò a rendervi l’idea di quanto sia tenera e piacevole da vedere la “condizione” di questa stella. Non aggiungo altro per non rovinarvi niente del film che presenta ancora molte sorprese e colpi di scena, in un fantasy che è tra i migliori degli ultimi tempi che io abbia visto. Baci stellari a tutti.

nilcoxp

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Di Namor (del 05/04/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1187 volte)
Titolo originale
Factory Girl
Produzione
Usa 2006
Regia
George Hickenlooper
Interpreti
Sienna Miller, Guy Pearce, Hayden Christensen, Jimmy Fallon, Jack Huston, Armin Amiri, Tara Summers, Mena Suvari, Shawn Hatosy, Beth Grant.
Durata
90 Minuti
Trailer

Verrà un giorno in cui tutti potranno essere famosi per un quarto d’ora.” A proferire questo famoso slogan, fu il papà per eccellenza del movimento pop art Americano Andy Warhol. A confermare l’effettiva esistenza di quei metaforici 15 minuti di celebrità, fu proprio la sua musa la povera e ricca ereditiera Edie Sedgwick, la quale entrò in scena all’interno della factory una sorte di laboratorio- ritrovo per artisti disadattati con a capo Warhol, nel Marzo del 1965 fino al Febbraio del 1966. Un anno di frequentazione, tanto le bastò per trasformarsi da semplice modella in una delle più grandi icone della cultura pop Americana. Il suo inconfondibile stile é stato ed è tutt’ora fonte di ispirazione per molti stilisti, il suo particolare look comprendeva: top aderenti, tubini attillati su calzamaglie nere e tacchi a spillo, abbigliamento che fasciava un fisico incredibilmente asciutto. Altra particolarità che la contraddistingueva era la sua capigliatura corta biondo platino ed i suoi occhi truccati pesantemente di nero, accompagnati dai suoi inseparabili orecchini a lampadario. I continui problemi familiari ne condizionarono pesantemente la sua adolescenza, rendendola molto fragile ed insicura, da giovane fu rinchiusa in varie cliniche psichiatriche dove le furono addirittura praticate sedute di elettroschok.
Dopo una vita di eccessi in seguito ad un continuo uso di droghe e alcol, il suo stato di salute si aggravò in maniera preoccupante ed è anche per questo motivo che come dicevo prima venne rinchiusa più volte in ospedali psichiatrici fino alla morte per un’overdose di barbiturici nel 1971, alla giovane età di 28 anni! Sono passati 37 anni e tutt’ora il suo inconsapevole talento non ha cessato di ispirare i molteplici autori, che le hanno dedicato mostre, libri, film e canzoni, si dice che “Just Like a Woman”, “Leopard-skin”, “Pill-box hat” e forse anche “Like a Rolling Stones”, siano state scritte da Bob Dylan pensando proprio a lei.
Prodotto nel 2006, “Factory Girl” ha visto la sua uscita nelle sale solo l’anno successivo, Bob Dylan, che nel film viene interpretato da Hayden Christensen, ha preteso, prima che la pellicola fosse distribuita nei cinema, che venisse eliminato ogni riferimento alla sua persona. La scelta di affidare il ruolo della protagonista a Sienna Miller, è stata davvero singolare. Inizialmente la produzione aveva pensato a Keira Knightley e Natalie Portman, ma il loro compenso era troppo alto, quindi la decisione cadde su Katie Holmes, la quale però fu costretta a rifiutare poiché il ruolo contrastava con le ideologie di Scientology. Provinata, presa e poi scartata per scarsa notorietà, la Miller viene riassunta dopo essere finita sulle copertine gossip di tutto il mondo, per via della scappatella del suo fidanzato Jude Law con la loro babysitter! La parte di Andy Warholl é stata affidata al camaleontico Guy Pearce, e devo dire che si è rivelata più che azzeccata, la sua performance è molto soddisfacente, come hanno testimoniato alcuni dei personaggi reali, che in passato hanno fatto parte della factory. Il film da noi non avuto molta fortuna per via della sua tematica, (secondo me) poco amplificata nella nostra cultura, chi non è appassionato di quel genere d’arte, può conoscere a grandi linee i capolavori più famosi di Warholl, ma della factory e dei suoi frequentatori, poco o niente.
Per essere un’autobiografia, personalmente la sua visione non è dispiaciuta affatto, anche se può risultare un po’ lenta nello svolgimento della trama, sono del parere che questo genere di film un’occhiata la meritino sempre: venire a conoscenza di un personaggio realmente esistito e di tutto quello che lo circondava, trovo sia un’ulteriore arricchimento culturale che non andrebbe mai trascurato!

Namor

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Di kiriku (del 04/04/2008 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 1463 volte)
Titolo originale
Triunph Of The Underdog
Produzione
USA
Regia
Don McGlynn
Interpreti
 
Durata
78 min

Mi chiamo Charles Mingus. Per metà nero ,giallo… per metà giallo … non del tutto. Non abbastanza bianco da poter passare da altro che nero. Non abbastanza chiaro da poter essere chiamato “bianco”. Dichiaro di essere negro. Con questo concetto del celebre contrabbassista americano comincia il documentario “Triunph of the underdod” di Don McGlynn. La frase di apertura fotografa in maniera chiara lo spirito anticonformista che ha caratterizzato la musica e la vita di uno dei più grandi musicisti di sempre. Tradotto in italiano il titolo di questo documentario diventa “Trionfo di un bastardo”. Personaggio difficile, genio, contrabbassista eccellente, compositore straordinario, sono molte le cose che si possono dire di Mingus ma se a dirle sono i musicisti che hanno suonato con lui (Dannie Richmond, Britt Woodman, Jerome Richardson, Jimmy Knepper), o quelli che ne hanno eseguito le musiche (Wynton Marsalis, Randy Brecker, John Handy), oppure le due ex mogli, beh, tutto assume un valore storico differente. Chi meglio di loro è in grado di far comprendere le innumerevoli sfaccettature dell’animo di un personaggio così caleidoscopico? Questo cofanetto ha il merito di aggiungere qualche tessera in più al ritratto di un musicista che ha sempre rifiutato le catalogazioni razziali e musicali. In un intervista contenuta in questo cofanetto l’intervistatore gli chiede: “Ci sono polemiche nell’uso del termine jazz. Che ne pensi?”  e lui seccato risponde: “Se vuoi che io… ci vorrebbe troppo tempo per esprimere ciò che penso. È come quando dicevano “negro”. Jazz per me rappresenta il fatto che siamo impiegati ingiustamente. È come dire “negro” o usare un nome sostitutivo per “musica”. … Perché darle un nome?da dove viene? È ora che usciamo dal paese e la chiamiamo musica americana. …” Il dvd inoltre è ricco di frammenti video di live e di esibizioni in studio registrati da tv americane, canadesi e inglesi, tra questi un filmato raro dove suona affianco del grande sassofonista Eric Dolphy. Il tutto si conclude con le immagini del concerto postumo “Epitafh”, il suo grande capolavoro. La musica di Charles Mingus è eccezionale e merita più attenzione, “Triunph of the underdod” è sicuramente un mezzo valido per accostarsi al suo vita, al suo genio, alla sua arte.

kiriku

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Anche questo titolo ...
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