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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Namor (del 28/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1351 volte)
Titolo originale
Glory road
Produzione
USA 2006
Regia
James Gartner
Interpreti
Josh Lucas, Derek Luke, Austin Nichols, Mehcad Brooks, Alphonso McAuley, Damaine Radcliff, Al Shearer, Sam Jones III, Tatyana Ali, James Aaron, Mark Adam, Emily Deschanel, Red West, Jon Voight, Evan Jones, James Olivard, Alejandro Hernandez.
Durata
106 Minuti
Trailer

A College Park nel Maryland, nel 1966 si tenne una memorabile finale di campionato NCAA che passò agli annali del basket americano, le squadre protagoniste di questa incredibile partita furono i Kentuky del leggendario allenatore Adolph Rupp e la squadra dei Texas Western University di El Paso, guidati dall’allenatore Don Haskins. Contro ogni previsione la finalissima si concluse con la vittoria dei Texas Western University, una team che fino ad allora mai e poi mai si sarebbe sognato di vincere il campionato, sia per motivi economici che tecnici. L’artefice di tale successo fu proprio il burbero allenatore Don Haskins, che andò a esaminare ed ingaggiare in giro per gli Stati Uniti, giocatori di talento, ragazzi che fossero in grado di far vincere quella che sarebbe stata la sua futura squadra. Gli atleti che ingaggiò avevano talento da vendere, ma anche un grave difetto, vero handicap soprattutto per quel periodo .....…erano di colore! Contro tutto e tutti il coach Don, impose le sue scelte, prima fra tutte quella di far giocare titolari, e non di relegare in panchina, quei giocatori di colore che avrebbero meritato di far parte della rosa, all’epoca tali atleti venivano usati solo per i cambi, giusto il tempo di far rifiatare qualche minuto i giocatori di ruolo della squadra, che erano composti ovviamente da bianchi! Una scelta non facile visto il periodo in cui si svolse questa fantastica storia, negli USA vigeva ancora la segregazione razziale. Ma questo non fermò i sani principi sportivi ed etici di Haskins, che proseguì contro la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, portando a termine il suo progetto nonostante le continue minacce subite dalla moglie, le camere di motel imbrattate con scritte razziste ed alcuni suoi giocatori ignobilmente picchiati nei bagni di un ristorante durante le trasferte.
A questa storia realmente accaduta é ispirato il film “Glory Road”, una pellicola in pieno target Disneyano, prodotta dal lungimirante Jerry Bruckheimer.
I crismi per realizzare un buon prodotto come vedete ci sono tutti, difatti negli USA il film ha debuttato al primo posto negli incassi al botteghino, mentre nel nostro paese, sia perché il tema che riguarda uno sport minore come il basket, sia per la storia poco o addirittura sconosciuta, la pellicola ha visto la sua uscita solo per il mercato homevideo, un vero peccato perché il film é molto carino, racconta una bella storia ed infonde un messaggio sociale molto positivo sul tema del razzismo.
Anche la realizzazione dei dettagli é molto ben curata, pensate che per rendere al meglio l’atmosfera di quegli anni, voluta dal produttore ed il regista, si era sparsa voce che uno dei giocatori reali di allora aveva conservato la maglia originale dei TWU, una volta ritrovata la produzione è risalita alla fabbrica che la produsse quarant’anni prima, a cui chiese se fosse possibile riprodurla identica e per ottenere le stesse divise la ditta, ha dovuto rimettere in moto i vecchi macchinari ormai obsoleti e fermi da più di trent’anni!
Un film godibile con un chiaro messaggio di condotta sportiva e sociale, da vedere e consigliare in particolar modo ai giovani che si apprestano a praticare sport di gruppo.

Namor

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Di Darth (del 27/02/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 4361 volte)
Artista
Baustelle
Titolo
Amen
Anno
2008
Label
Atlantic

Ti spacco la faccia con un calcio e poi ti mando al creatore” disse l’uomo bianco al magrebino sporco (…) “Se vuoi lavorare”, disse il caporale a un altro disperato “porta la tua donna che la scopa il capo”.
Questo è l’inizio “Spaghetti Western” la ghost-track iniziale di “Amen” l’ultimo, splendido, album dei Baustelle.
Fin dalla prima canzone capisco che i loro testi sono (fortunatamente) rimasti rivolti verso il sociale, e così proseguo l’ascolto con “Colombo” (“La logica spietata del profitto o chissà cosa ci fa figli dell’Impero Culturale Occidentale”), per poi gustarmi il singolo scelto per il lancio dell’album “Charlie fa surf”. Questo brano è il modo dei Baustelle per raccontare l’abisso che separa il mondo dei giovani da quello degli adulti ed un'evidente critica per la volontà di sottometterli alla nostra società. Ispirato dall’opera provocatoria di Maurizio CattelanCharlie don’t surf”, che, a sua volta, ha omaggiato una scena di Apocalypse Now dove R.Duvall vuole imporre ad un soldato di fare surf prima dell’inizio di una battaglia con l’affermazione “Charlie don’t surf!” (dove Charlie sono i Vietcong).
Le tracce del cd continuano raccontandoci come “E’ difficile resistere al Mercato, amore mio, di conseguenza andiamo in cerca di rivoluzioni e vena artistica”; che “Vola l’aeroplano. Va lontano. Vola su Baghdad. Noi voliamo invano”; che “In qualche altra spiaggia. Si è fatto l’amore. Uniti contro il mondo. E’ necessario credere. Bisogna scrivere.”; e che vi sono “Tracce di Laura dovunque. Pace che torna in Iraq. Gioia che afferri improvvisa su un piccolo seno. Bambola di Modigliani. Un film di Rohmer con Anouk Aimée. Luce senza fine”… Fino ad arrivare alla mia preferita, “Alfredo”, canzone toccante come poche, che racconta la fine del povero Alfredo Rampi, il bambino di 6 anni che il 10 giugno dell’81 cadde in un pozzo artesiano. I Baustelle sottolineano nel loro brano lo scandaloso business mediatico creato dalla RAI sulla disavventura del povero Alfredino, con una diretta di 18 ore.
Tirando le somme, a mio giudizio, “Amen” è sicuramente l’album più bello e più completo del gruppo di Montepulciano: li trovo migliorati ulteriormente sotto il profilo testi e decisamente superiori sotto il profilo musicale, con tutte le canzoni farcite di ritmiche originali ed inconfondibili.
Un album, questo, dove non riesco a trovare una canzone che non mi piaccia, ma spazio da giudizi molto positivi (oltre a quelle sopraccitate meritano “Il liberismo ha i giorni contati”, “L’aeroplano”, “L’uomo del secolo”) ad un più che sufficiente 'orecchiabile' (“Baudelaire”, “Panico!” e la strumentale “Ethiopia”).
Dopo aver aperto la mia recensione con l’inizio dell’album, la chiudo con il loro pezzo finale:
Sarebbe splendido amare veramente. Riuscire a farcela e non pentirsi mai. Non è impossibile pensare un altro mondo durante notti di paura e di dolore. Assomigliare a lucertole nel sole, amare come Dio, usarne le parole. Sarebbe comodo, andarsene per sempre. Andarsene da qui. Andarsene così.

Darth

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Di kiriku (del 26/02/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 971 volte)
Artista
Cannonball Adderley
Titolo
Somethin'Else
Anno
1958
Label
Blue Note

Fra i tanti cd che possiedo questo è sicuramente uno di quelli che preferisco. Uscito nel ’58 "Somethin’Else" è il primo cd da solista di Cannonball Adderley. Se si osserva per un attimo la copertina salta subito all’occhio che tra gli ottimi musicisti che suonano con il sassofonista , Hank Jones al piano, Sam Jones al basso e Art Blakey alla batteria, c’è anche Miles Davis alla tromba. È proprio con quest’ultimo che solo un anno dopo partecipa alla registrazione di quel capolavoro indiscusso di "Kind Of Blue". Insomma non è difficile capire che Cannonball è stato un musicista di altissimo livello. Con il suo strumento, il sax-contralto, esprime uno stile personale e una tecnica incredibili, alcuni definiscono il suo suono corposo e cremoso, praticamente inconfondibile e ad essere sincero il suo modo si suonare mi ha colpito molto proprio per la sua originalità. Le tracce di questo cd in totale sono sei, la prima, "Autun Leaves", è una canzone che non ha molto a che fare con il jazz, ma dopo questa splendida versione è diventata uno standard di questo genere. Subito dopo invece troviamo "Love For Sale" di Cole Porter, "Somethin’Else" di Davis e via con "One for Daddy-o", "Dancing In The Dark" e "Bangoon"  special track non presente nell'album originale. Tutti questi brani sono stati eseguiti egregiamente e in tutti si possono ascoltare il sax espressivo e intenso di Cannonball e la tromba precisa e graffiante di Davis duettare magicamente come solo i grandi sanno fare. Bella musica suonata e interpretata dai migliori musicisti di sempre e che volete di più?

kiriku

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Di nilcoxp (del 25/02/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1674 volte)
Titolo originale
Appelsinpiken
Autore
Jostein Gaarder
Traduzione
Lucia Barni
Editore
TEADUE
Prima edizione
Giugno 2007

Un ragazzo all’età di quindici anni, trova una lettera lasciatagli dal padre prima di morire. In essa vi è narrata una storia. E’ la storia di un incontro casuale, con una strana ragazza che trasporta un sacchetto di arance: subito il colpo di fulmine! Chi è quella strana ragazza? Cosa ci fa con tutte quelle arance? E perché sta guardando proprio lui? E’ l’inizio di questo racconto che svelerà al giovane le peripezie e i pensieri del suo genitore per avvicinare e conoscere quella particolare fanciulla. Avvenimenti narrati con estrema calma e dolcezza dall’autrice, che non disdegna riflessioni amare sulla vita e sulla sua breve durata, sui sogni e sui sentimenti avuti e poi distrutti dalla malattia. Malattia che spesso non lascia il tempo alle persone di realizzare i propri progetti, quale può essere il veder crescere il proprio figlio. Da questo punto di vista il romanzo scorre bene ed è piacevole, peccato però il voler allungare eccessivamente il racconto con continui riepiloghi inopportuni e fastidiosi. Peccato anche che una volta svelato il mistero dell’identità della giovane donna, il libro finisca in maniera povera e insoddisfacente. Forse si poteva fare di più…

nilcoxp

ps: questo libro mi è stato regalato da Darth che ringrazio.

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Di slovo (del 23/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 948 volte)
Titolo originale
Tank Girl
Produzione
USA 1995
Regia
Rachel Talalay
Interpreti
Lori Petty, Naomi Watts, Malcolm McDowell, Ice T, Jeff Kober, Stacy Linn Ramsower
Durata
104 minuti

Tentativo maldestro di portare su schermo le avventure di Rebecca Buck alias Tank Girl, l’eroina cult nata dalla mente dei fumettisti Jamie Hewlett e Alan Martin.
Terra, 2033. Dopo essere stato colpito da un meteorite il pianeta si è trasformato in un deserto dove non piove da undici anni. La poca acqua rimasta è controllata dalla WP, un dipartimento militarizzato diretto dall’efferato Kesslee (un Malcolm McDowell come al solito sprecato) il quale mira all’eliminazione dei ripper, un clan di canguri mutanti, (la storia si svolge in Australia) gli unici in grado di tenergli testa.
Dopo essere stata arrestata, Rebecca riuscirà ad evadere grazie all’aiuto di un’altra prigioniera… decisa a sferrare il suo roccambolesco contrattacco.
Se la Tank Girl a fumetti è ormai considerata un icona e i suoi creatori tra gli autori più influenti degli anni ’90 ( ricordiamo che Jamie Hewlett ha co-fondato e ‘visualizzato’ il progetto musicale Gorillaz ) la trasposizione cinematografica è ben lungi dall’essere meritevole di futura memoria; con buona pace di Martin e Hewlett che concordano a definirlo un ‘tasto dolente’ ma che ammettono di aver autorizzato con aspettative promozionali.
In effetti la pellicola radunò nuovi proseliti, contribuendo a far crescere la popolarità del personaggio ma molte delle tinte originali si persero durante la realizzazione. Della folle effervescenza, della satira, dello stile anarchico che impregnava le tavole rimane un condensato di fanta-demenza che può risultare a tratti simpatico ma inevitabilmente seccante sulla durata di un film.
Buone le prove delle protagoniste (Lori Petty e Naomi Watts) e poco altro da salvare.
Come si dice in questi casi: se ne può tranquillamente fare a meno.

slovo

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Di Sansimone (del 22/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1057 volte)
Titolo originale
Se jie
Produzione
Cina, U.S.A. 2007
Regia
Ang Lee
Interpreti
Tony Leung Chiu Wai, Joan Chen, Anupam Kher, Lee-Hom Wang, Wei Tang, Johnson Yuen, Chih-ying Chu
Durata
156 minuti

Shanghai, 1942 la signora Mak, una donna ricca e sofisticata, entra in un caffé, fa una telefonata, e poi si siede ad aspettare.
Ricorda come molti anni prima è cominciata la sua storia, nel 1938, sempre a Shanghai, quando ancora non era la signora Mak, ma la timida Wong Chia Chi, studentessa al primo anno d’università e amica di uno studente, Kuang Yu Min. Kuang mette in piedi una compagnia teatrale allo scopo di tenere alto lo spirito patriottico della gente sfollata con spettacoli teatrali.
Il giovane convince però un gruppetto d’amici a mettere in atto un piano per assassinare un grosso collaborazionista dei giapponesi, il signor Yee. Ogni studente ha una parte da interpretare: Wong sarà la signora Mak, che prima conquisterà la fiducia di Yee diventando amica di sua moglie per poi istaurare una relazione con lui, il piano non avrà successo, ma Wong ritornerà nella nativa Shanghai per cercare di portare a termine la sua missione di patriota.
Come in altri film, anche per questo lavoro Ang Lee ha realizzato un film impeccabile, tutto è perfetto, gli attori, le riprese , la colonna sonora e ecc. ecc. ma, come in tutte le cose c’è un però. La lunghezza del film è davvero imponente, sono quasi 3 ore di film con l’inizio anche un po’ complicato da comprendere a causa dei molti flash-back ma, chi avrà tempo e pazienza riuscirà a vedere un bel film premiato anche a Venezia con il Leone d’Oro.

SanSimone

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Di Namor (del 21/02/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1861 volte)
Titolo originale
The Kite Runner
Autore
Khaled Hosseini
Traduzione
Isabella Vaj
Editore
Edizioni Piemme
Prima edizione
2003

Dopo numerose insistenze da parte di mio fratello, mi sono dedicato alla lettura di questo libro da lui prestatomi. A dir la verità, quando lessi la trama, non ero molto convinto di volermi addentrare nel racconto, una storia tra due ragazzini che si svolgeva in Afghanistan, chissà perché mi dava la sensazione di un’opera mattonata, una di quelle storie troppo impegnative con risvolti filosofici. E sinceramente, considerando il poco tempo che mi rimane per leggere, preferisco dedicarmi a testi che mi appassionino maggiormente, dandomi l’input per riprenderne la loro lettura in maniera proficua.
Sono state le sue impressionanti referenze ad invogliarmi a leggerlo, sbirciando su vari siti dedicati ai libri, ho scoperto che il “Il cacciatore di aquiloni” non solo era stato tradotto in 42 lingue, ma che in Italia aveva venduto la stratosferica cifra di un milione e mezzo di copie! Terminata la lettura, il mio giudizio non può che essere favorevole e di conseguenza consigliarvelo.
L’opera prima di Khaled Hosseini narra di un’amicizia tra due ragazzini di classi sociali ben distinte tra loro, Amir, figlio di un ricco e stimato uomo d’affari e Hassan figlio del loro umile servo. Nonostante le loro opposte etnie, tra i due nasce una complicità che va ben oltre i loro ruoli, una volta svolte le sue mansioni da Hazara, il piccolo Hassan diventa il compagno di giochi del Pashtun Amir, un privilegio che a nessun altro Hazara é concesso. A differenziare ulteriormente i due protagonisti, sono le loro opposte personalità, Amir é ricco, colto ed intelligente ma difetta di una insicurezza cronica a causa del suo tormentato rapporto con il padre, altra grave lacuna la sua codardia, vera causa di un tragico evento che segnerà per sempre la sua vita e quella del leale ed altruista Hassan.
Teatro di questa commovente storia é la capitale dell’Afghanistan, una Kabul ben diversa da quella che è oggi, sconquassata inizialmente dagli invasori Sovietici, in seguito liberata e oltraggiata dai Talebani, con il loro folle e atroce dominio.
Grazie a Spielberg che ha acquisito i suoi diritti cinematografici, per coloro non avvezzi alla lettura, potranno, a marzo, goderselo comodamente seduti in una poltrona delle nostre sale, la sua versione su grande schermo sarà diretta dal regista Marc Foster , già autore del premiato “Fidding Neverland”.
Per il momento vi invito a leggere il libro, per quanto riguarda il film ne parleremo in un secondo momento.

Namor

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Di Darth (del 20/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1012 volte)
Titolo originale
Soom
Produzione
Corea del Sud, 2007
Regia
Kim Ki-Duk
Interpreti
Chang Chen, Park Ji-a, Ha Jung-woo, Hang In-Hyung, Kim Ki-duk, Lee Joo-Seok
Durata
84 minuti
Trailer

Come vi avevo già detto in questa recensione, sono un estimatore del regista cinese Kim Ki-Duk, perciò non potevo esimermi dal parlarvi del suo (cronologicamente) ultimo film: “Breath”.
La trama vede una donna coreana che scopre i tradimenti del proprio marito. Qualcosa scatta in lei e, quando vede al telegiornale la notizia del terzo tentato suicidio di un uomo rinchiuso nel braccio della morte, decide di andare a fargli visita. La donna pare innamorarsi dell’uxoricida e le sue visite si fanno quotidiane. Il marito preoccupato per il comportamento della propria moglie decide di seguirla e scopre la sua platonica tresca con il galeotto…
Raccontato a questo modo mi rendo conto che possa sembrare un film di una noia assurda… ma questa trama non è altro che il filo conduttore di una storia dove la forza sta nelle emozioni e nella mancanza totale di razionalità. Il dialogo, come spesso accade nelle opere del regista coreano, è limitato all’essenziale (basta ricordare "Ferro3") e la profonda infelicità di tutti i protagonisti si dissolve magicamente solo nel parlatorio del carcere. Gli incontri tra i due sono il vero genio di quest’opera: la donna porta dei poster iper-realistici che rappresentano una stagione, si veste in relazione alla stagione rappresentata e canta ogni volta una canzone a tema. Il direttore del carcere, a mo' di grande fratello, non si vede mai se non riflesso dai monitor attraverso i quali non si perde un secondo degli incontri tra i due, mettendo fine al tempo a disposizione con un tempismo diabolico.
“Soffio” ha molte altre sfaccettature troppo difficili da descrivere ma molto immediate da recepire quando lo si guarda, e nonostante la mancanza di punti di riferimento logici (dato che tutti i personaggi si comportano irrazionalmente) il film scorre bene e senza calare mai di qualità. Ennesimo bel film del regista coreano, non ai livelli delle sue opere migliori, ma assolutamente da guardare per tutti gli appassionati di cinema orientale.

Darth

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Di kiriku (del 19/02/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1561 volte)
Artista
Charls Mingus
Titolo
Blues & Roots
Anno
1959
Label
Atlantic

Ancora non mi capacito di quanta bella musica esiste al mondo. Se mi fermo a riflette un attimo mi rendo conto che la maggior parte di quella, che almeno io considero grande musica, la si può ascoltare solo se si ha un minimo di curiosità. La voglia di tendere l'orecchio e di cercare qualcosa che va oltre la musica che fruisce attraverso le stazioni radio, più o meno commerciali, o i programmi tv, è essenziale per chi come me, a parte qualche eccezione, non è soddisfatto dal panorama musicale attuale. Ultimamente la mia attenzione è concentrata su un artista immenso del quale conoscevo poco o niente, se non il nome Charls Mingus. Le cose da dire sul suo conto sarebbero tantissime e quindi impossibile da scrivere in poche righe, quello che posso dire è che oltre ad essere stato un grande contrabbassista è stato anche uno dei più grandi compositori del novecento, degno erede di Duke Ellington. “Blues & Roots” è stato inciso nel ’59 in risposta ai quei critici che attribuivano alla sua musica una mancanza di swing. Beh!, questo cd è la risposta a qualsiasi critica, Mingus fonde insieme la tradizione ed il futuro, volge lo sguardo  alle radici dello swing e allo stesso tempo si proietta in avanti tanto da influenzare le generazioni a venire. Le note ascoltate danno vita ad una musica sanguigna e ruvida che ti prende cuore e stomaco, travolgendoti in un blues colto. Anche dopo mezzo secolo dalla sua pubblicazione questo lavoro rimane più che mai splendido, il merito va anche agli ottimi musicisti che lo hanno accompagnato: Jackie Mc Lean al sax alto, insieme a John Handy, Booker Ervin al sax tenore, Pepper Adams al sax baritono, Jimmy Knepper e Willy Dennis ai tromboni, Horace Parlan e  Mal Waldron al pianoforte e Dan Richmond alla batteria. Per quanto spontanea questa musica non e mai caotica, tutto è al suo posto, i soli, per quanto improvvisati, non sono mai sopra le righe. Il merito ovviamente è di Mingus che ha diretto sapientemente le sue  composizioni lasciando la propria impronta sul prodotto finale così come l’ha lasciata nella storia della musica.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 18/02/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 1034 volte)
Titolo originale
Senilità
Autore
Italo Svevo
Prima edizione
 

Oggi mi sento generoso e voglio regalarvi due recensioni sullo stesso libro!!! Comincerò in versione young e terminerò con quella classic.

Versione young: “…c’è una stronza che è pure zoccola, che convince un fessacchiotto che si crede esperto di donne, ma che esperto non è, di essere vergine e pure fedele. Lui, una volta scoperta la vera natura della femmina (mignotta), non riesce a smettere di amarla, trascurando così quella mummia della sorella con cui vive. Il suo più caro amico, avendo capito che quel cesso (la sorella del protagonista) voleva farselo, non osa più mettere piede in casa sua. Lui cercherà di tornare al fai da sé, lei si farà tutti gli altri.”

Versione classic: “… Emilio, un uomo che si sta avvicinando ai quarant’anni, conosce una donna dal nome Angiolina. Inizia così tra loro una relazione fatta di passeggiate e di baci, dove il protagonista ha però ben messo in chiaro il limite massimo della loro storia: amanti senza speranze di futuro. Sicuro della sua forza d’animo e del distacco che si è prefissato di avere in questa relazione, crede di poter facilmente gestire la situazione. Invece, in breve si accorge di essere innamorato profondamente di questa ragazza, e quindi indebolito dal sentimento e dall’insicurezza che la stessa gli trasmette, non coglie, o per meglio dire non vuole cogliere, segnali di un malessere e di un comportamento non proprio corretto. Ma è solo l’inizio di una situazione che velocemente gli sfuggirà di mano fino a che (come sempre non vi dico la parte finale)… Molto interessanti i momenti in cui cogliamo il protagonista nelle sue riflessioni e nelle sue paure, che lo porteranno a non godere dei bei momenti che questa storia d’amore gli darà. Preso da mille paranoie sul come e sul quando dire o fare qualcosa. La realtà vista non come essa sia, ma come egli la vorrebbe. Nelle prime pagine del racconto, quando l’autore descrive Emilio mi sono sentito spogliato delle mie spoglie sociali e messo a nudo nella mia essenza. Grande libro da leggere e volendo da rileggere, tanto è scritto bene. Pensate che alla sua uscita, nel lontano 1898, il romanzo fu un insuccesso, come lo era stato quello precedente (“Una Vita”). Italo Svevo allora tornò alla letteratura solo dopo vent’anni , con “La coscienza di Zeno” (1923). Il successo di quest’ultimo determinò la rivalutazione delle opere precedenti, tra cui ovviamente il lavoro sopraccitato. Baci senili a tutti.

nilcoxp

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Di slovo (del 16/02/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 972 volte)
Artista
Peter Gabriel
Titolo
Passion
Anno
1989
Label
Real World/Virgin

Peter Gabriel e Martin Scorsese cominciarono a discutere del progetto ‘passion’ già nel lontano 1983 quando il regista, parlando del suo intento di portare su schermo il romanzo “L’ultima Tentazione” di Nikos Kazantzakis, chiese al musicista inglese di realizzare le musiche del film. Gabriel accettò la sfida, intrigato dal tema del conflitto interiore di Cristo che Scorsese voleva esplorare.
“L’ultima tentazione di Cristo” uscì nelle sale nel 1988 con musiche di PG ma non tutto ciò che scaturì dal bulk creativo iniziale venne inserito nel film, inoltre c’erano altre idee che era possibile sviluppare, cosa che Peter fece nei mesi successivi, ormai intenzionato a far confluire questi brani in un’opera a sé stante. “Passion” vide la luce l’anno successivo.
Subito acclamato dalla critica e riconosciuto unanimamente come un capolavoro, riuscì persino a garantirsi una breve ma significativa presenza nelle classifiche, grazie anche ad un premio Grammy vinto come miglior album new-age dell’anno. L’inserimento in questa categoria è risibile, trattandosi piuttosto di ispirata world music contaminata da elettronica, commistione a cui PG non era nuovo, e che trova in “Passion” uno dei picchi creativi della sua carriera, da molti considerato il più alto.
Gabriel intraprese un lungo lavoro di ricerca sulla tradizione musicale delle regioni afro-mediorientali. Il materiale raccolto, usato come fonte di ispirazione, verrà poi pubblicato nell’album complementare “Passion Sources”. Il passo successivo fu quello di invitare nei Real World Studios musicisti provenienti da Pakistan, Turchia, Costa D’Avorio, Marocco, Senegal, Ghana, etc. tutti maestri di uno strumento tipico e corredati dalla sensibilità folkloristica del proprio paese.
Nella veste di alchimista di suoni, facendo largo uso di synth e campionatori, PG miscelò e amalgamò queste sonorità nelle sue composizioni, libero dalle costrizioni della forma canzone, abbattendo confini culturali, materializzando un esperienza sonora unica ed estasiante.

slovo

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Di Sansimone (del 15/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1676 volte)
Titolo originale
Caos calmo
Produzione
Italia 2007
Regia
Antonello Grimaldi.
Interpreti
Nanni Moretti, Valeria Golino, Alessandro Gassman, Isabella Ferrari, Blu Yoshimi, Hippolyte Girardot, Kasia Smutniak, Denis Podalydès, Charles Berling, Silvio Orlando, Alba Caterina Rohrwacher, Manuela Morabito, Roberto Nobile, Babak Karim
Durata
112 minuti

Molto rumore per nulla, questa è stata la mia conclusione dopo avere visto “Caos calmo”. Ho letto e sentito dichiarazioni di fuoco (soprattutto da parte d’estremisti religiosi) su una scabrosa e pruriginosa scena di sesso tra Moretti e la Ferrari (tra l’altro Moretti in una scena di sesso a me fa ridere, ma sono considerazioni personali) come se il film fosse tutto in quella scena, tutte bufale! Ideate a hoc da un esperto di marcheting o nate a causa di qualche pudico critico, il film è tutt’altro.
Pietro Paladini salva la vita ad una donna durante una vacanza estiva e quando rientra a casa trova la propria moglie morta per una caduta con accanto la figlia che gli continua a chiedere dove era quando lei lo chiamava. Da questo momento la sua vita cambia completamente o meglio si blocca, infatti, al primo rientro a scuola della figlia le promette che starà tutto il tempo lì fuori ad aspettarla fin quando non esce e così fa per diversi mesi. Durante questi mesi Pietro/Moretti non si muove dal giardino fuori della scuola della figlia, ma è la vita che si trasferisce in quel luogo, infatti, sia i familiari sia i colleghi di lavoro lo vanno a trovare per portagli i loro problemi. Fino a quando la sfera d’autodifesa che si era costruito inizia a cedere al dolore per tornare infine ad una vita dai ritmi normali.
Film strano questo di Grimaldi, un film che dice e non dice, tocca diversi argomenti come la morte di una persona fondamentale, i sensi di colpa, come confrontarsi con il dolore, ma che non da nessuna risposta a queste domande e non si capisce neanche come Moretti affronta queste difficoltà, nel film si vede solo che le supera. Non ci sono spiegazioni o voci fuori campo che fanno comprendere il pensiero del protagonista, sta allo spettatore riuscire a darsi una spiegazione.
Un film particolare, bello e compresso ma volendo semplice come una fiction, di sicuro però non ha niente a che vedere con i film con Moretti anche dall’altra parte della cinepresa.

SanSimone

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Di Namor (del 14/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2115 volte)
Titolo originale
30 Days of Night
Produzione
Nuova Zelanda - USA 2007
Regia
David Slade
Interpreti
Josh Hartnett, Melissa George, Danny Huston, Ben Foster, Mark Boone Jr., Mark Rendall, Amber Sainsbury, Manu Bennett, Megan Franich.
Durata
113 Minuti
Trailer

Per un mese intero i cittadini di Barlow in Alaska, devono convivere con il buio totale per l’assenza forzata del sole, a movimentare questa lunga e noiosa prassi che annualmente si ripresenta, ci pensa l’arrivo di un’orda di famelici vampiri, la quale mette sotto assedio l’intera cittadina per cibarsi dei suoi sfortunati abitanti. Uno sparuto gruppo di sopravissuti con a capo lo sceriffo locale, cerca con ogni mezzo di sopravvivere ai sanguinari cacciatori venuti dalle tenebre, ma l’impresa si rileva da subito titanica, poiché la loro eliminazione avviene solo in due maniere, la prima con la decapitazione, cosa molto difficile vista la disparità di forza tra le due opposte fazioni, la seconda è incenerirli mediante la luce e quindi occorre attendere la fine del mese lunare e agognare il ritorno del sole, in modo che vengono bruciati dai suoi raggi ultravioletti.
30 Giorni di buio”, é tratto dalla serie omonima dei fumetti di Steve Niles e Ben Templesmith, racchiusa in tre volumi. A dirigere, é il regista David Slave messosi in luce con l’indipendente “Hard Candy”. E’ stato grazie alla visione di questo titolo che i produttori Sam Raimi e Rob Tapert lo hanno ingaggiato, rimanendo piacevolmente colpiti dal suo stile di direzione.
Quando vidi i trailer di “30 Giorni di buio”, mi piacque subito l’ambientazione scelta per la sua realizzazione, il contrasto della città al buio con il candore della neve che la circondava mi ricordava un grande capolavoro del genere, “La Cosa” di John Carpenter, anche i vampiri stilizzati alla Nosferatu, mi colpirono in maniera molto positiva, mi son detto mica male, vuoi vedere che forse sono riusciti a girare un titolo che valga la pena di ricordare e rivedere negli anni a venire?
Una volta visto posso dirvi che la pellicola é piacevole da vedere se amate il genere, ma non appaga in pieno le aspettative di chi vuole vedere un nuovo cult dell’ horror!

Namor

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Di kiriku (del 13/02/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1873 volte)
Artista
Duke Ellington, John Coltrane
Titolo
Duke Ellington & John Coltrane
Anno
1962
Label
IMPULSE

“Sono molto onorato di avere avuto l'opportunità di suonare con Duke Ellington. È stata un'esperienza meravigliosa. Lui aveva posto dei limiti che all'inizio io non avevo colto. Mi sarebbe piaciuto lavorare su altri pezzi, ma poi sono arrivato alla conclusione che difficilmente avremmo potuto suonare con la stessa spontaneità con cui avevamo suonato sino a quel momento.” Questa frase, che si può leggere sulle note di copertina, è di John Coltrane e rende bene l’idea del rispetto e della serietà che i due musicisti hanno dimostrato nell’affrontare questo lavoro insieme, del resto quando due mostri sacri del jazz si incontrano il risultato non può che essere di alto livello. Le tracce all’interno di questo cd sono in tutto sette e sono una più bella dell’altra, sia a livello di composizione, tutte le tracce provengono dal genio dei due, che di esecuzione. L’equilibrio e l’intesa che sono riusciti a raggiungere sono davvero notevoli, all’ascolto si percepisce un senso di misura e di compostezza senza pari. Si muovono con eleganza destreggiandosi tra swing e melodia, da una parte il piano essenziale e preciso di Duke Ellington e dall’altra un John Coltrane molto pacato che non si lancia in quegli assoli travolgenti e pieni di note per cui è famoso, ma che comunque suona senza risparmiarsi e con una intensità melodica stratosferica. Le due sezione ritmiche che si alternano di volta in volta danno solidità e struttura al tutto e sono composte da Jimmy Garrison, Elvin Jones, Aaron Bell e Sam Woodyard e cioè i batteristi e i contrabbassisti che di solito li accompagnano. Questo album è splendido e tutti dovrebbero averlo nella propria discoteca anche chi non apprezza il jazz, perché “Duke Ellington e John Coltrane” va oltre le solite catalogazioni, è solamente grande musica che delizia le orecchie e lo spirito e tutti dovrebbero approfittarne.

Kiriku

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Di Darth (del 12/02/2008 @ 05:00:00, in libri, linkato 2238 volte)
Titolo originale
Paragon Hotel
Autore
David Morrell
Editore
Piemme
Prima edizione
2007

Paragon Hotel è l’ultimo libro (in italiano) di David Morrell, scrittore canadese, autore di numerosi romanzi dagli anni ’70 ad oggi. Questo suo lavoro si ispira a dei personaggi reali presenti in molte parti del mondo: i “creepers”. Essi si fanno chiamare esploratori urbani (urban explorers) o speleologi urbani, e sono gruppi di persone che, come hobby, visitano edifici abbandonati, vecchie fognature, e tutto ciò che appartiene all’urbanizzazione antica ed ora abbandonata. Generalmente non rubano nulla, ma le loro attività sono comunque illegali.
Il libro racconta infatti l’ingresso (attraverso un tunnel fognario) di un gruppo di creepers e del giornalista del NY Times Frank Balenguer nel lussuosissimo Paragon Hotel del New Jersey. L’albergo è stato sigillato tramite serrande di metallo poste ad ogni finestra dal defunto proprietario: personaggio criptico ed emofiliaco, non uscì mai dal proprio edificio per tutta la vita se non per suicidarsi sulla spiaggia antistante l’hotel.
La parte iniziale del romanzo è sicuramente la migliore: molto affascinante l’ingresso del gruppo nell’antico stabile e le prime scoperte, la piscina ancora piena d’acqua dove qualcosa si muove all’interno, l’immensa hall e le spiegazioni fornite dal professore a capo della spedizione. Verso la metà, però, iniziano i problemi per gli archeologi metropolitani, inizialmente a causa di cedimenti strutturali (e quella parte mi è piaciuta), poi per la presenza di qualcun altro nell’hotel. A quel punto, purtroppo il libro di Morrell si trasforma nel solito thriller di scappa e spara, la trama si evolve scontata e stantia e le ultime pagine le ho lette solo per vedere come l’autore ha descritto quello che sapevo già sarebbe accaduto.
Peccato, un romanzo ispirato da personaggi affascinanti, buone le descrizioni iniziali, ma poca fantasia da parte dell’autore nell’inventare una trama accattivante.
Nonostante tutto sommato non mi sia piaciuto, un doveroso ringraziamento a Namor per avermelo regalato ; - )

Darth

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