BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 11/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 817 volte)
Titolo originale
Hui Buh - Das Schlossgespenst
Produzione
Germania 2006
Regia
Sebastian Niemann
Interpreti
Michael Herbig, Christoph Maria Herbst, Nick Brimble, Heike Makatsch, Hans Clarin, Ellenie Salvo González, Rick Kavanian
Durata
103 minuti
Trailer

In una giornata noiosa mi sono detto: “Chissà che questo Uibù non mi ravvivi la giornata?”. Sbagliavo, non è un film in grado di risollevare un povero spirito stanco e affranto come il mio, però almeno non ha nemmeno ulteriormente infierito. Un film senza lode ne infamia: il protagonista durante una partita a carte in cui stava barando, entra in possesso delle terre e degli averi del suo avversario. Questi avendolo scoperto cerca di ucciderlo, ma viene anticipato da un fulmine. Così Baldovino (questo il suo nome) si ritrova condannato a fare il fantasma in un castello senza però riuscire a spaventare nessuno, essendo lui stesso un fifone patentato. Cinquecento anni dopo, il legittimo proprietario della tenuta (Re Julius) andrà ad abitare lì, con la ferma intenzione di sposarsi e di viverci. Ma non tutto è come sembra, e nello svolgimento degli eventi che porteranno il sovrano a rimanere senza soldi e con un mare di problemi, risulterà fondamentale l’intervento di Uibù. Nonostante il personaggio sia celebre in Germania (esiste da oltre trent’anni), risulta sconosciuto qui da noi. Mediocre nello sviluppo della storia e delle situazioni comiche, il film non riesce nel suo intento, qualunque esso sia !!! Forse risulterà piacevole ai bambini, o almeno lo spero.

nilcoxp

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Di slovo (del 09/02/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1100 volte)
Artista
Japan
Titolo
Tin Drum
Anno
 1981
Label
 Virgin

Il canto del cigno del talentuoso gruppo inglese (che si sarebbe sciolto da lì a poco) rappresentò anche lo zenit della sua evoluzione artistica. Non servono grosse capacità di analisi per capire che lo stile che governa la musica di “Tin Drum” scaturisce da un’accurata ricerca che interessa sia i suoni che le strutture e che ha come risultato quel mix sorprendentemente originale di ritmiche funky, teatralità dark e suggestioni elettroniche.
Il materiale che i Japan registrarono per il loro ultimo album, proseguendo e ampliando un discorso iniziato nel precedente “Gentlemen take polaroids” (1980), si può solo riduttivamente classificare come synth-pop, allungando propaggini in territori sperimentali pur mantenendo una sofisticata appetibilità riuscì a conquistare ampi riscontri di pubblico. Grazie anche alla hit “ghosts”, un brano così bello da mettere i brividi ma anche così distante dai canoni del pop da classifica da rendere il suo successo fatto assai curioso.
Punto di forza dei Japan era senz’altro l’abilità della sezione ritmica formata dal batterista Steve Jansen (ascoltare il drum-solo nel brano “visions of china”) e dal bassista Mick Karn (che ci delizia con grandi giri in ogni pezzo), unita al gusto di Richard Barbieri (in seguito diverrà membro dei Porcupine Tree): fornivano l’ambiente più congeniale alla manifestazione delle visioni di David Sylvian, alla delicata intensità della sua voce.
Elementi che ritroviamo, magnificamente combinati, in canzoni come “Talking drum”, “the art of parties”, “still life in mobile homes” o spasati a contaminazioni orientali in “cantonese boy”, “sons of pioneers” o la fastosa “canton”.
Un capolavoro, da ascoltare e riascoltare.

slovo

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Di Sansimone (del 08/02/2008 @ 05:02:08, in cinema, linkato 867 volte)
Titolo originale
Notturno Bus
Produzione
Italia 2007
Regia
Davide Marengo
Interpreti
Giovanna Mezzogiorno, Valerio Mastandrea, Ennio Fantastichini, Anna Romantowska, Roberto Citran, Francesco Pannofino, Ivan Franek, Antonio Catania, Iaia Forte, Marcello Mazzarella.
Durata
104 minuti

Cosa potrà mai capitare d’imprevedibile ad un autista di bus sulla linea Roma Fiumicino di notte? Se l’autista è Valerio Mastandrea può succedergli di tutto, tanto da cambiargli la vita nel giro di due giorni.
Per esempio incontrare una ragazza, bugiarda patentata, che lo salva da un picchiatore con cui ha un debito di gioco. Nello stesso tempo però, suo malgrado, essere invischiato nella ricerca di un microchip del valore di due milioni di euro con gravi rischi per la sua vita.
Questa è la storia raccontata da Notturno Bus, un film che non è possibile inserire in un genere preciso, infatti, si sposta di continuo tra i binari del thriller, noir, pulp, commedia, spionaggio, love story, insomma il regista, devo dire con un buon risultato finale, non vuole dare nessuna connotazione precisa al film per lasciare al pubblico di scegliere come classificarlo.
A differenza del libro da cui è tratto Notturno Bus è stato ambientato a Roma anziché a Bologna, girato con un particolare tipo di pellicola molto sensibile, per donare al film le suggestive luci di Roma di notte.
Un buon film, forse l’unica nota stonata è Valerio Mastandrea ingabbiato in un personaggio dai dialoghi un po’ troppo prevedibili.

SanSimone

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Di Namor (del 07/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1917 volte)
Titolo originale
Cloverfield
Produzione
USA 2008
Regia
Matt Reeves
Interpreti
Lizzy Caplan, Jessica Lucas, T.J. Miller, Michael Stahl-David, Mike Vogel, Odette Yustman.
Durata
85 Minuti
Trailer

A New York, un gruppo di amici organizza un party di addio per un loro compagno in procinto di trasferirsi in Giappone. Un enorme boato udito durante lo svolgimento della serata, ne tacita il suo svolgimento, incuriositi da questo insolito avvenimento i partecipanti salgono sul tetto dello stabile per avere una visione più chiara di quello che sta succedendo. Nel mentre, una tremenda esplosione lancia detriti infuocati sulla città, dando il via ad un fuggi fuggi generale, una volta scesi in strada in preda al panico il gruppo assiste addirittura alla decapitazione della statua della libertà! Quello che inizialmente sembrava un terremoto, presto lascia spazio all’ipotesi di un attacco terroristico. A fugare definitivamente ogni dubbio sulla vera entità che minaccia New York, è l’immagine di una gigantesca coda di un rettile che si abbatte sul ponte di Brooklyn mandandolo in frantumi. L’artefice di tale sconquasso é un collerico mostro di dimensioni terrificanti, un incrocio tra Godzilla (per altezza) ed il mostro di Cthulhu (per fattezze), che si muove spaesato ed impaurito tra i grattacieli della città, sotto il continuo attacco dell’esercito. A documentare la cronaca di questa notte di terrore, ci pensa la telecamera consegnata in dotazione ad uno dei ragazzi (che porta sempre con sé durante la fuga) per filmare la serata d’addio del loro amico.
La realizzazione di “Cloverfield” è stata possibile grazie al lancio in Giappone di “M.I.III”, J.J.Abrams colui che allora si occupò della regia, entrando in un negozio di giocattoli insieme al figlio, rimase stupito dalla popolarità che godeva ancora Godzilla nel sol levante. Guardandolo, pensò a cosa avesse fatto lui durante un ipotetico attacco da parte del lucertolone radioattivo, ed é nata così l’idea di realizzare questo innovativo disaster-movie in chiave amatoriale. Le riprese sono state effettuate con videocamera a mano ad alta definizione e poi sporcate al computer per avere il massimo effetto amatoriale, il risultato ottenuto é sicuramente buono se non ottimo, difatti più di una persona é uscita dalla sala disturbata dalla girandola impazzita di immagini che proiettava il grande schermo. In effetti é stata dura anche per me abituarsi a questo nuovo tipo di visione, l’ho trovata troppo estrema e inutilmente continuativa, se togliamo le uniche immagini denominate “ad occhio di Dio” (le riprese aeree) usate per inquadrare per intero il mostro, il resto del film é tutto un concitato susseguirsi di immagini che ne disturbano la visione.
Il cast é composto da volti non eccessivamente famosi ed il motivo di tale decisione si rivela dopo la visione del film, ciò che la produzione ha risparmiato nell’assemblamento della troupe, lo ha speso negli effetti speciali, anche se non é facile giudicare, considerata la scelta adottata in merito alla realizzazione della pellicola.
Curiosa la scelta del titolo del film, in origine J.J.Abrams aveva pensato di intitolarlo “Greyshot”, prendendo spunto dal nome del ponte dove i due protagonisti del film si rifugiano durante la fuga, alla fine ha prevalso il nome di una strada “Cloverfield” situata nelle vicinanze del suo ufficio. In conclusione se siete sofferenti alle giostre, o ci andate mal volentieri per evitarne i postumi derivanti dalla nausea, questo film é consigliabile vederlo in dvd, proprio per evitare, come ho già detto, la vostra uscita anticipata dalla sala!

Namor

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Di Darth (del 06/02/2008 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 2137 volte)
Titolo originale
Matroesjka's
Produzione
Belgio 2005
Episodi / Durata
10 / 45 minuti

Matrioshki è una mini serie-tv di produzione belga, molto coraggiosa per il particolare tema trattato in essa: la tratta delle schiave dell’est Europa.
La prima puntata si svolge a Vilnius, capitale della Lituania, dove un gruppo di belgi organizza un provino per scegliere alcune ragazze da far lavorare come ballerine nel loro locale di Anversa. In numerose si presentano all’incontro, alcune addirittura compiendo lunghi viaggi dall’Ucraina e dalla Russia. In alcune ragazze meno ingenue però, sorge qualche dubbio sul tipo di lavoro proposto: gli uomini occidentali, infatti, pretendono che le ragazze firmino un contratto scritto in greco (quindi impossibile da far tradurre a chiunque in Lituania) dove (teoricamente) ci sarebbe scritto che devono impegnarsi con loro per almeno due anni e che i primi guadagni verranno trattenuti come copertura delle spese di viaggio, permessi di soggiorno, vitto e alloggio. Al termine della selezione, una decina di ragazze accetta di firmare il contratto e partire con i loro nuovi datori di lavoro: i dubbi e le paure rimangono, ma la voglia di fuggire dalla loro misera realtà è troppo forte. Tutte le paure che angustiavano le giovani russe vengono immediatamente trasformate in realtà appena arrivate a destinazione: il ballo per le quali sono state ingaggiate è la lap-dance, il locale è uno strip-bar e loro devono convincere i clienti a seguirle nel separè per uno spettacolo privato o, ancor meglio, nella camera VIP. Tutte le ribellioni delle ragazze vengono spente a suon di botte e minacce; e le giovani che sognavano di vedere il mondo e guadagnare molti soldi, si ritrovano costrette a prostituirsi per pochi soldi e impossibilitate di lasciare il locale dove lavorano…
Questa serie-tv abbastanza osé, ha il pregio di parlare di un tema molto scottante ma anche il difetto di non calcare sufficientemente la mano. Il proprietari delle ragazze (nel telefilm) vengono spacciati come i migliori tra gli aguzzini belgi, perfino il capo quasi si innamora di una delle sue schiave lituane. Un’altra pecca sono decisamente gli attori: allo stesso scarsissimo livello degli interpreti di fiction nostrane! Un vero obbrobrio… le uniche che si salvano sono le bellissime ragazze russe, ma è anche possibile che, essendo sempre in abiti molto succinti, il mio giudizio verso la loro performance professionale non sia leggermente di parte ;-P
Tutto sommato un telefilm carino, fuori dagli schemi e sufficientemente coinvolgente.

Darth

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Di kiriku (del 05/02/2008 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 1012 volte)
Titolo originale
La grande bouffe
Produzione
Francia/Italia 1973
Regia
Marco Ferreri
Interpreti
Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Andréa Ferréol, Solange Blondeau, Giuseppe Maffioli, Monique Chaumette, Florence Giorgetti, Bernard Menez, Louis Navarre, Rita Sherrer, Michèle Alexandre, Cordélia Piccoli, James Campbell, Patricia Milochevitch, Henri Piccoli, Mario Vulpiani, Gérard Boucaron, Margaret Honeywell, Annette Carducci, Eva Simonet
Durata
130 minuti
Trailer

Effetti indesiderati. Gastrointestinali: gli eventi avversi più comunemente osservati sono di natura gastrointestinale. Possono verificarsi ulcere peptiche, perforazione o emorragia gastrointestinale, a volte fatale, in particolare….” Aspetta un attimo, ho letto bene? E si, c’è scritto proprio a volte fatale!!! Incredibile ho sempre assunto questo farmaco senza leggere mai attentamente le controindicazioni e adesso scopro che , anche se le possibilità sono sempre state molte remote, di aver rischiato la vita solo per alleviare uno fastidioso dolore cervicale. Sinceramente morire in modo così stupido mi darebbe proprio fastidio, preferirei a questo punto andarmene per una mia scelta personale e non per una frase non letta su un farmaco killer. Se mai un giorno decidessi di farla finita, beh sicuramente sceglierei il metodo usato nel film "La grande abbuffata" di Marco Ferreri. Quattro amici inseriti nella cosiddetta buona società, un ristoratore, un pilota di aerei, un magistrato e un produttore televisivo, stanchi di una vita ormai senza stimoli si rinchiudono in una villa per abbandonarsi senza limiti ai piaceri della gola e della carne fino all’autodistruzione. Tutta la pellicola è una critica a quella borghesia corrotta e amorale che fa del troppo il fine ultimo, avere tutto e a qualsiasi costo. I protagonisti, interpretati da attori di altissimo livello (Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, e Philippe Noiert),  sono appunto la grottesca caricatura di una società che ha perso la rotta ed è anche una lucida visione dell’isolamento individuale ed esistenziale dell’uomo contemporaneo. L’importante è avere , ostentare , produrre, oltrepassando i limiti senza poter più tornare indietro. Questa pellicola è del 1973 e mi sento di dire , senza fare della mera retorica, che le critiche mosse dal regista sono più che mai attuali. Oggi, è sotto gli occhi tutti , l’importante è apparire, essere visibile e non importa a che prezzo, l’importante è credersi migliori , distinguersi dalla massa e per farlo, ad esempio, si ricorre ad una ricerca estetica che alla fine porta ad una altra vuota omologazione. Basta fare un giro in centro per vedere che tutti sono vestiti uguali e non solo gli adolescenti. Conosco persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese ma si comprano auto che finiranno di pagare loro figli, e questo solo, per ostentare una ricchezza materiale inesistente. Questi anche se sono solo alcuni degli esempi più evidenti, sono la cartina tornasole di una società che si basa sull’insicurezza e sulla povertà spirituale. La grande abbuffata è un po’ la rappresentazione spietata ma ben riuscita di tutto questo , una commedia drammatica che spazia dall’humor nero, alla satira e per finire al grottesco . Non so se è per colpa del medicinale o dei pensieri che il farmaco mi ha fatto venire , ma mi è venuta una secchezza delle fauci non indifferente, prima che sia troppo tardi scappo a casa a mangiare e a fare all’ammore !!!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 04/02/2008 @ 05:00:00, in Serie TV, linkato 3494 volte)
Titolo originale
Mézga család
Produzione
Ungheria 1969, 1972, 1979
Episodi / Durata
36 / 26 minuti

Qualcuno di voi si ricorda di questo cartone animato? I più grandini sicuramente, ma non dispero neanche sui più giovani. In questa recensione vi parlo delle tre stagioni insieme, anche se avrei tranquillamente potuto farle distintamente, vista la non consequenzialità che le ha contraddistinte con cambio di disegno e di storia ogni volta. Partiamo per ordine.

Prima serie: indubbiamente la migliore sotto il profilo dei rapporti tra i vari personaggi che risultano essere chiusi nel loro egoismo e menefreghismo. Tra i primi a presentare una versione nuova della famiglia, non più focolare domestico di amore e armonia. Un marito che non sa imporsi su nessuno, una moglie che in ogni puntata rimpiange di non aver accettato in gioventù di sposare un pretendente che l’avrebbe fatta vivere meglio, una figlia superficiale e stupidotta, e un figlio chiuso nel suo mondo di esperimenti scientifici che snobba in maniera evidente le altre persone. Abbiamo ancora un cane, un gatto, e un vicino brontolone ed ironico a completare il quadro. La storia gira intorno ad una vecchia radio che permette grazie all’intervento tecnico di Aladar (il figlio) di mettersi in contatto con un pronipote nel futuro, il quale per aiutarli invierà di volta in volta congegni dal futuro al presente, la cui applicazione risulterà sempre disastrosa.

Seconda serie: questa spicca per la parte fantasy. Qui Aladar è cresciuto (è adolescente), ed insieme al suo cane (che in queste puntate parla) con un’astronave di sua invenzione parte alla volta di pianeti sconosciuti durante la notte, mentre il resto della famiglia dorme. Belli e con significati che vanno oltre la mera apparenza, i vari pianeti ci vengono presentati per quello che sono: una vetrina dei vizi e delle manie che affliggono il genere umano. Ridimensionati a puro contorno il resto dei personaggi.

Terza serie: torna a farsi viva la vecchia fiamma di Paola (la madre), che invita per lettera lei e tutta la sua famiglia a raggiungerlo in Australia. Giunti sul luogo, convinti di essere suo ospite per i due mesi estivi, scopriranno di essere stati ingannati, e senza più soldi cercheranno di tornare a casa. Pretesto questo per una specie di giro intorno al mondo infarcito di banalità e situazioni insulse. I personaggi sono regrediti nella loro personalità (molto apprezzabile invece nella prima serie), nelle loro azioni (rilevanti invece nella seconda serie), e nelle motivazioni. Avrete capito che ritengo pessima questa terza stagione che avrà sicuramente trovato in tanta pochezza la fine della sua esistenza. Positivo il fatto di non voler sottostare a schemi predefiniti e/o di ripeterli per mantenere il successo nel tempo, ma con questi risultati…forse avrebbero dovuto rifletterci di più.

Concludo dicendovi che condivido in pieno le parole della sigla iniziale, ve le ricordate? “…se piglio chi ha inventato la famiglia io lo faccio blu/ se piglio chi ha inventato la famiglia gliela canto su… famiglia moderna/ tragedia all’antica…”. Baci famigliari a tutti.

nilcoxp

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Di slovo (del 02/02/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1985 volte)
Artista
The Mission
Titolo
Children
Anno
1988
Label
Mercury

“Children” è democraticamente controverso: c’è chi lo considera il capolavoro della band e chi il primo passo falso dopo l’ottimo debutto “God’s Own Medicine” e il necessario complemento “the First Chapter”. Pur volendomi tenere a debita distanza dai valori assoluti non posso che promuovere “Children” a pieni voti.
La “cosa” dei Mission era un sound in cui confluivano l’attitudine gotica del dark, la robustezza dell’ hard rock, l’eleganza di arpeggi e fraseggi chitarristici degni delle migliori stagioni new wave, liriche pompose e arrangiamenti barocchi… il tutto venuto fuori nella seconda metà degli anni ottanta, cioè quando il rischio era di suonare ormai tremendamente anacronistici o ancor peggio, provinciali. Eppure i riscontri ci furono, anche se per breve tempo.
Ma senza nulla togliere a ciò che il gruppo ha prodotto prima o dopo, è nelle tracce di “children” che le peculiarità dei Mission appaiono nella loro forma più positivamente magniloquente.
Suppongo sia questione di carisma. Soprattutto, a prescindere da etichette o speculazioni sull’attualità dello stile, capacità di scrivere e suonare buona musica.
E i pezzi buoni qui non mancano, a cominciare dalla prima “beyond the pale” che esplode dopo un lento crescendo con un memorabile riff in pieno stile Wayne Hussey, “a wing and a prayer” con il suo coinvolgente ritornello o le epica “tower of strenght” tutte condotte da un’interpretazione vocale potente e viscerale (sempre Hussey). Tra i tredici brani del disco è doveroso citare anche “fabienne”, “heaven on earth” o “kingdom come” ma la realtà è che difficile trovare un brano malriuscito. L’unica perplessità la esprimo per una buona quanto inutile cover di “dream on” degli Aerosmith: non è certo ignobile in questa versione ma me ne sfugge il senso nel contesto.
Coadiuvati da John Paul Jones nelle vesti di produttore (si, proprio quel John Paul Jones!) i Mission confezionano con “children” un gioiello di raffinata energia. Consigliato anche come primo step a chi volesse scoprire la band.

slovo

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Di Sansimone (del 01/02/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2278 volte)
Titolo originale
7 Km da Gerusalemme
Produzione
Italia 2006
Regia
Claudio Malaponti
Interpreti
Luca Ward, Alessandro Etrusco, Rosalinda Celentano, Alessandro Haber, Eleonora Brigliadori, Emanuela Rossi, Isa Barzizza, Alessandra Barzaghi
Durata
108 minuti

Se Cristo si presentasse a noi saremo in grado di credergli sulla parola? Perché poi si presenterebbe ad uno di noi?
Queste domande se le pone anche Alessandro, quando durante un viaggio in terra santa incontra Gesù sulla strada che da Gerusalemme porta ad Emmaus. Come credo la maggior parte di noi Alessandro non crede subito di trovarsi davanti a Dio, ma, dopo alcuni segni inizia a crederci e la domanda ricorrente diventa” perché hai cercato proprio me?”.
Nel film una risposta a questa domanda c’è, ma, quello che in realtà non si capisce è il motivo per il quale dopo 2000 anni dall’ultima sua presenza Cristo ritorna sulla Terra ma, non in mezzo agli uomini, ma solo da un uomo. Forse perché questi è un pubblicitario o forse è solamente che noi umani non possiamo comprendere i veri disegni di Dio.
Avevo sentito molto parlare di questo film, purtroppo a causa delle scelte di chi gestisce le sale cinematografiche della mia città ho dovuto aspettare che uscisse in dvd per riuscire a vederlo. L’attesa in ogni modo non è stata vana, ho trovato il film molto bello sotto molti aspetti, l’unico che mi ha lasciato perplesso è proprio il motivo di questa presenza reale di Gesù.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Pino Farinotti, e racconta le vicende di Alessandro, un pubblicitario quarantenne in crisi esistenziale che trova casualmente un biglietto aereo per Gerusalemme e decide di partire. Qui incontra un uomo che dice d’essere Gesù e da quel momento fino al suo ritorno in Italia per lui è un continuo dialogare con Dio e ricordare passaggi della sua vita.
Luca Ward è bravissimo nel ruolo del pubblicitario quarantenne deluso e in crisi sia nella vita privata sia in quella lavorativa, lo stesso vale per Alessandro Etrusco nel ruolo non semplice di Cristo. Il regista anche è molto bravo nell’imprimere il giusto ritmo al film utilizzando il flash back, anche se alla fine del film accelera un po’ troppo per riuscire a chiudere tutte le storie, quando volendo poteva lasciarne alcune aperte.

SanSimone

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Di Namor (del 31/01/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2305 volte)
Titolo originale
American Gangster
Produzione
USA 2007
Regia
Ridley Scott
Interpreti
Russell Crowe, Denzel Washington, Chiwetel Ejiofor, Cuba Gooding Jr., Josh Brolin, Ted Levine, Armand Assante, John Ortiz, John Hawkes, Ruby Dee.
Durata
157 Minuti
Trailer

Il silenzioso Frank Lucas (Denzel Washington) osserva e assimila le due caratteristiche principali che hanno reso il suo capo Bumpy Johnson, il più temuto e benvoluto boss di Harlem, la sua efferata spietatezza risolutiva con chi sgarra e la sua immensa generosità verso gli sfortunati del quartiere. Ed é con questi due inappellabili dogmi, che Frank, dopo la morte del suo mentore, si introduce nel mondo della malavita fino a divenirne lui stesso uno dei più potenti e prolifici boss dell’intero stato.
Agli inizi degli anni 70, negli Stati Uniti, l’eroina era nella sua massima fase di espansione e con lei anche la corruzione nella polizia, la quale attingeva a piene mani nel mercato della polvere bianca. Per imporsi nel traffico e lo spaccio di droga, che in quel tempo pullulava ad ogni angolo della strada di Harlem, il neo boss doveva fornire un prodotto migliore e a basso costo rispetto a quello che abitualmente circolava. Per fare ciò, occorreva abbassare i costi ed é per questo, che ebbe l’intuizione che lo rese in breve tempo il più ricco e potente criminale degli USA, quella di eliminare gli intermediari ed andare personalmente in Thailandia per comprare direttamente dal produttore!
A porre fine al suo incontrastato dominio, ci pensa l’integerrimo agente di polizia Richie Roberts (Russel Crowe), personaggio emarginato proprio grazie a questa sua virtù, etichettato dai suoi colleghi come spione per aver consegnato in centrale un milione di dollari puliti di proprietà della mafia, uno dei pochi poliziotti che in quel periodo rifiutava mazzette, in pratica, un serio pericolo per tutto il sistema di corruzione in voga all’interno del dipartimento di polizia.
Inizialmente le riprese di “American Gangster”, dovevano avvenire nel 2004 sotto la regia di Antoine Fuqua (Training Day), sempre con Washington nella parte di Lucas, ma l’allora casa di produzione fermò tutto.
A distanza di anni, dopo varie insistenze, il regista Ridley Scott acconsente a dirigere il film, includendo l’attore Neozelandese Russel Crowe.
A completare il variegato cast di attori che fanno parte del film, la scelta é caduta su Cuba Gooding, Yr.; Armand Assante; Chiwetel Ejiofor; Ruby Dee; il rapper Common e l’artista hip-hop T.I..
Il film é stato presentato in pompa magna come il nuovo “The Departed”, o addirittura come dice esagerando (e non poco) la locandina, epico ai livelli de “Il Padrino”.
Sinceramente la nuova opera di Scott, risulta un buon film ma non ai livelli di “The Departeid”, lo dimostra anche il fatto che “American Gangster”, sia rimasto fuori dai giochi per la corsa agli Oscar di quest’anno. Di epico che potrebbe accostarsi a “Il Padrino”, ha solo la durata, 157 minuti in alcuni casi sono veramente tanti, d’accordo che la pellicola narra una storia realmente accaduta, ma gli eventi che si svolgono durante il film potevano benissimo essere un po’ più concisi.
Ad ogni modo questa non vuole essere una bocciatura, anzi lo reputo un buon film, ma se fossi nelle vesti dei produttori ci andrei cauto con simili paragoni, evitando di creare inutili e dannose aspettative per chi si appresta a vederlo, fino a prova contraria la miglior pubblicità, é sempre stata il giudizio positivo del pubblico pagante!

Namor

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Di Louise-Elle (del 30/01/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2931 volte)
Titolo originale
Love in the Time of Cholera
Produzione
USA 2007
Regia
Mike Newell
Interpreti
Javier Bardem, Giovanna Mezzogiorno, Benjamin Bratt, Catalina Sandino Moreno, Hector Elizondo, Liev Schreiber, Fernanda Montenegro, Laura Harring, John Leguizamo.
Durata
138 Minuti
Trailer

L’amore ai tempi del colera Buio in sala….Silenzio….Inizia il film:
“un uomo anziano Florentino Ariza riposa accanto alla sua giovane amante quando le campane della Chiesa di Cartagena suonano a lutto annunciando la morte del medico Juvenal Urbino marito di Fermina Daza . Florentino si presenta a Fermina in questa triste occasione dichiarandosi con queste parole: “Sono trascorsi 51 anni, 9 mesi e 4 giorni e io ti amo come il primo giorno” Fermina disperata per la perdita del marito e indignata lo caccia con violenza.”
Questa è la scena iniziale del film tratto dall’omonimo romanzo di Gabriel Garcia Lorca che racconta l’infinita, quasi irreale e straziante storia d’amore tra Fiorentino Ariza e la bella Fermina Daza. La parte centrale del lungometraggio è in retrospettiva. Ambientato nella città di Cartagena dal 1879 si protrae fino agli anni 40. Florentino, un giovanissimo telegrafista (interpretato da Unax Ugalde) appassionato di poesia incontra lo sguardo di Fermina (Giovanna Mezzogiorno) e immediatamente è amore a prima vista. Un amore solo epistolare dove Florentino le esprime tutto il suo ardore e Lei ne rimane ammaliata. Il padre di Lei ambizioso desidera invece per la figlia un uomo con maggior potere a cui darla in sposa e così decide di portarla altrove separando per sempre i due innamorati. Passano gli anni. Il Paese ha due nemici: la Guerra Civile e il colera che mietono vittime e distruzione. Florentino (uno straordinario e magnifico Javier Bardem) disperato per la perdita dell’amata ha soltanto la madre vicino che lo consola amorevolmente. Nel frattempo ritorna Fermina che durante un incontro casuale demolisce le speranze d’amore di Florentino affermando che per lei l’amore è solo un’illusione. La sofferenza di Florentino è devastante e anche per la madre che gli sta accanto. Si assiste così allo scorrere delle due vite: da una parte Florentino inizia a lavorare presso la Compagnia Fluviale gestita dallo zio e riesce allo stesso tempo a dedicarsi alla poesia scrivendo lettere d’amore su commissione; dall’altra parte ritroviamo Fermina sposa dell’affascinante medico Juvenal Urbino (Benjamin Bratt) con il quale condividerà un sereno e spigoloso matrimonio. Florentino giura comunque a se stesso che aspetterà Fermina fino alla morte del marito. Durante questa attesa Florentino si concede molte storie d’amore con donne di ogni genere minuziosamente registrate in un diario fino al raggiungimento della modica cifra di 622 donne. Fra le tante una donna sposata, Olimpia gli ridonerà nuova vitalità, ma la sua tragica dipartita lo rimanderà ancora fra le braccia immaginarie e mai dimenticate di Fermina. Le scene degli incontri amorosi di Florentino e le vicissitudini del matrimonio di Fermina termineranno questa lunga retrospettiva fino alla scena iniziale del film con questa stupenda e quasi inverosimile dichiarazione d’amore: “Sono trascorsi 51 anni, 9 mesi e 4 giorni e io ti amo come il primo giorno”. Da qui la storia prosegue ancora più commovente, tenera e struggente da gustare fino all’ultimo fotogramma.
Ottima l’interpretazione di Giovanna Mezzogiorno sia nella parte di giovane donna sia di donna anziana, i truccatori a mio avviso le hanno riservato un trattamento speciale non evidenziando troppo con il trucco la maturità. La letteratura e il cinema ci hanno solitamente raccontato storie di personaggi femminili che si disperano aspettando eternamente il loro unico amore, quasi mai ci sono personaggi maschili. La commovente e magistrale interpretazione di Javier Bardem nei panni di Florentino Ariza uomo, a mio modestissimo parere è da Premio Oscar.
La colonna sonora è impreziosita da alcuni brani della pop-star Shakira amica e connazionale dello scrittore. Da non sottovalutare altri importanti protagonisti di questo film: la poesia, la scrittura, la corrispondenza, il telegrafo….i mezzi di allora che hanno permesso lo sviluppo di questa splendida storia d’amore.

Louise-elle

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Di kiriku (del 29/01/2008 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1167 volte)
Artista
Miles Davis
Titolo
The Complete On The Corner Session
Anno
2007
Label
Columbia

Spesso e volentieri, quando si discute di musica, è inevitabile cercare e trovare dei punti fermi ai quali fare riferimento, dei paletti che raffigurano le tappe che si incontrano nell’evoluzione di questa arte. Beh! Sarò pure ripetitivo ma Miles Davis è stato sicuramente uno degli artisti che ha saputo più volte stravolgere il modo di fare musica, le generazioni che ha influenzato sono molte, come lo sono le volte che è riuscito a stupire e a far parlare di se. Sempre diritto per la sua strada non hai mai abbandonato quello spirito innovativo che lo ha portato a fare della ricerca l’unico scopo della sua arte e che gli ha permesso di essere il precursore di una serie non indifferente di stili e generi musicali. Molte volte si è trovato ad affrontare una critica severa e un po’ bigotta, che non sempre è stata all’altezza dell’artista che aveva di fronte. Quando, nell’ormai lontano 1972, Davis diede alla luce “On the Corner” i critici dell’epoca, che già avevano mal digerito album come “In A Silent Way” o “ Bitch Brew”, non risparmiarono di lanciare critiche feroci nei confronti di questo lavoro, definendolo una musica senza capo ne coda e sostenendo che non aveva niente a che vedere con il jazz. È vero, la musica prodotta dal trombettista americano era lontana anni luce dal jazz che fino ad allora si era ascoltato e che tra l’altro lui stesso aveva contribuito a fare evolvere, ma quello che forse non è stato compreso è che le note ascoltate in quell’album erano la musica del futuro. Risentito oggi questo cd è la palese dimostrazione di quanto Davis ci vedesse lungo, ma se si vuole avere un quadro completo del suo genio bisogna avere tra le mani “The Complete On The Corner Session”. All’interno di questo cofanetto troviamo sei cd:  l’ultimo contiene le tracce originali pubblicate nel 1972, mentre gli altri cinque contengono dodici brani inediti e le track incise negli album "Get Up with It " e "Big Fun", usciti entrambi nel ’74. Praticamente sono quasi sette ore di musica che ripercorro un periodo ben specifico dell’arte di Davis, quello che va dal ’72 al ’75. I musicisti che hanno partecipato a queste registrazioni sono davvero tantissimi e tutti di alto livello, per citarne solo alcuni: Wally Chambers (armonica); Cornell Dupree (chitarra); Michael Henderson (basso elettrico); Al Foster (batteria); Bernard Purdie (batteria); James Mtume Forman (conga e percussioni); Dave Liebman (sax e flauto); Chick Corea (sintetizzatore); Harold I. Williams (tastiere); John McLaughlin (chitarra); Collin Walcott (sitar); Paul Buckmaster (violoncello); Jack DeJohnette (batteria); Jabali Billy Hart (batteria e percussioni); ecc. L’ascolto di questo cofanetto non è certo una passeggiata ma è indispensabile, la prima volta che l' ho inserito nel lettore mi si è aperto un mondo nuovo e tutte le certezze che avevo sulla musica sono crollate inesorabili su se stesse. Cd dopo cd mi sono reso conto che molto di quello che ho ascoltato e che ascolto  proviene dal genio del trombettista americano. La somminastrazione di questa raccolta dà la sensazione di bere alla sorgente, dove tutto nasce e dove tutto è puro e fresco e lo è anche dopo quasi quattro decenni. Oggi più che mai Davis è presente nella musica che fruisce dai nostri stereo, diluito nell’etere e, volenti o nolenti, nella nostra cultura musicale.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 28/01/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1057 volte)
Titolo originale
Sátántangó
Produzione
Ungheria, Germania, Svizzera, 1993
Regia
Bela Tarr
Interpreti
Peter Berling, Mihaly Vig, Putyi Horvath, Erika Bok
Durata
450 minuti circa
Trailer

Quando un velo di malinconia vi si appoggerà sulle spalle in una giornata uggiosa, e quando finalmente il silenzio sembrerà essere diventato il padrone della vostra casa e vostro unico compagno, solo allora potrete vedere “Satantango”. Le prime due ore e mezza mi sono scivolate veloci appagando appieno i miei sensi affamati di buon cinema. Una parte centrale tra alti e bassi ma ancora positiva, ed una finale in evidente calo di qualità. Vero protagonista della pellicola è l’ambiente in cui si svolge il tutto: siamo nella campagna ungherese agli inizi della stagione delle piogge. Tutto è grigio, umido e fatiscente. Freddo, acqua e fango sembrano essere ovunque, perfino nelle anime dei protagonisti. Essi accarezzeranno per un po’ il miraggio di cambiar vita per mezzo di un grosso quantitativo di soldi, sogni comunque destinati a svanire sia per ignoranza che per codardia. Ma d’altronde quando si è impantanati nella melma dove si vuole andare? La fotografia raggiunge livelli così alti da paragonarla al “Vangelo secondo Matteo” di P.Pasolini (ovviamente con le dovute differenze legate all’argomento trattato): le immagini sembrano quadri che gratificano e a volte commuovono l’occhio dello spettatore più attento. L’inverno alle porte non è solo meteorologico, ma sembra essere anche della vita stessa che finisce. Peccato che il regista non riesca a mantenere questa intensità di emozioni per tutta la durata della pellicola, che come ho già detto, cala paurosamente nella parte finale (le ultime due ore circa). Forse una minore dilatazione dei minuti ne avrebbe giovato in contenuti. Comunque un gran bel lavoro, da non perdere assolutamente per gli amanti del cinema d’Autore. Baci alla vodka a tutti.

nilcoxp

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Di slovo (del 26/01/2008 @ 05:00:00, in musica, linkato 1146 volte)
Artista
Titolo
Nommo
Anno
2003
Label
Ruff Life

Slovo è (anche) il nome di un progetto concepito dal chitarrista Dave Randall; già in forza nel gruppo house Faithless, nel 2002 riunì un ensemble di musicisti per lavorare al materiale che sarebbe poi finito nell’album di esordio “Nommo”.
L’idea era quella di cogniugare la leggerezza di un genere musicale endemico ai club con un impianto lirico impegnato sul sociale. Sotto questo aspetto il disco esprime delle buone intuizioni ma presenta anche tutti i limiti del particolare tipo di genesi che ha avuto. Difetta di un amalgama stilistico, che magari è stato anche ricercato ma che si manifesta più nella forma di una collezione di demo (tutte le musiche portano la firma di Randall), esperimenti anche molto differenti fra loro, successivamente raffinati dalla produzione.
Potremmo ricondurre i pezzi di “nommo” a tre modelli: le songs costruite su miscelazioni di dance-beats e campionamenti etnici dal sapore asiatico, su cui spiccano i proclami (pacifismo, giustizia e uguaglianza – tanto di cappello) rappati da Anthony Demore, ne fanno parte “frank & harry”, “Di Wengi Sane” o “Back to Peace” – interessanti ma a tratti confusionari.
Abbiamo gli interludi: strumentali piacevoli e visionari (“saaba” o l’ipnotica “21 today” dove una voce enumera tutti i conflitti che si sono consumati nel cosidetto dopoguerra, terminando con il suono di un registratore di cassa) tuttavia mai sviluppati del tutto e tendenzialmente fine a se stessi.
Infine le ballads… costruite sui romantici arpeggi di Randall e condotte dalle bravissime vocalist Kirsty Hawkshaw (“killing me”, “come down” e “whisper”) e Emiliana Torrini (“weebles fall”), sono piccoli gioielli capaci di evocare emozioni ineffabili e che costituiscono il valore aggiunto di un album che altrimenti si sarebbe rivelato poco più che un esercizio di stile.
Piacerà ai cultori del genere e a chi già seguiva il lavoro di Randall, per tutti gli altri un CD su cui skippare spesso.

NdR: dovendosi chiamare proprio Slovo, con tutti i nomi tra cui potevano scegliere, avrei personalmente gradito qualcosa di meglio E - )

slovo

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Di Sansimone (del 25/01/2008 @ 05:00:00, in cinema, linkato 949 volte)
Titolo originale
Signorinaeffe
Produzione
Italia 2007
Regia
Wilma Labate
Interpreti
Filippo Timi, Valeria Solarino, Sabrina Impacciatore, Fausto Paravidino, Clara Bindi, Gaetano Bruno, Luca Cusani, Marco Fubini, Giorgio Colangeli, Fabrizio Gifuni.
Durata
95 minuti

Signorina Effe è l’ultimo film della regista Wilma Labate, dove l’effe del titolo sta per FIAT dato che la storia gira attorno alla casa automobilistica torinese.
Siamo nel 1980 a Torino, l’anno della grande protesta operaia che per quasi quaranta giorni bloccò le fabbriche della FIAT e con esse anche la città come era naturale. La lotta degli operai voleva opporsi al nuovo piano industriale che comprendeva licenziamenti per diverse migliaia di lavoratori, primi fra tutti ovviamente quelli più impegnati nel campo sindacale. Lo sciopero terminò negativamente dal punto di vista sindacale con la famosa marcia dei 40 mila, in altre parole i quadri e i dirigenti dell’azienda, che protestavano per riavere il diritto di lavorare.
Il film narra appunto le vicende di Sergio, operai alla catena di montaggio, e di Emma, giovane laureanda già inserita nei quadri amministrativi, durante i giorni dello sciopero. Nonostante la FIAT riesca nel tentativo di mettere contro la classe operaia e i colletti bianchi, tra i due protagonisti nasce una passione che porterà lei a ripensare a tutto il futuro che si era programmata e lui a lasciarla pensando di fargli del bene.
Purtroppo la pellicola rimane in bilico tra un documentario sociale e un film sentimentale con un problema sociale sullo sfondo, non si capisce bene se la regista è più interessata a descrivere la lotta tra operai e crumiri oppure alla favola della bella e il povero. Il film, a parte questo “particolare”, propone ottimi attori tra i quali Filippo Timi, perfetto nel ruolo di Sergio, e Valeria Solarino; propone inoltre, ed è questo secondo me il pregio di questa pellicola, lo spunto per andare ad informarsi su un periodo, quello dei primi anni 80, veramente importante per la storia dell’Italia, la fine delle grandi lotte sociali e l’inizio del riflusso.

SanSimone

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Anche questo titolo ...
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