BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di smarty (del 15/12/2007 @ 05:00:00, in Cinema, linkato 1301 volte)
Titolo originale
Elizabeth: The Golden Age
Produzione
Gran Bretagna 2007
Regia
Shekhar Kapur
Interpreti
Cate Blanchett, Clive Owen, Geoffrey Rush, Tom Hollander, Samantha Morton, Abbie Cornish, Adam Godley, Jordi Mollà
Durata
116 minuti
Trailer

Elisabetta I fu una delle più longeve sovrane del passato nonché ultima della dinastia Tudor. Passata alla storia come la Regina Vergine, ma anche come una sovrana amante dell’arte e della cultura, questo secondo “episodio” dedicato alla sua vita ci restituisce, grazie alla magistrale interpretazione di Cate Blanchett, il ritratto di una grande regina guerriera. Siamo intorno al 1585, l’Inghilterra parteggia apertamente per le Province Unite d’Olanda che si sono ribellate alla dominazione spagnola, la pirateria inglese contro le colonie spagnole conduce allo scoppio della guerra economica contro la Spagna. Filippo II con ogni mezzo vuole riportare il cattolicesimo in Inghilterra e si prepara ad invaderla costruendo una flotta navale imponente e mai vista prima. Per agevolare l’impresa Filippo complotta l’uccisione di Elisabetta (Complotto di Babington) sventata dal fedele consigliere Sir Francis Walsingham (Geoffrey Rush) che porta alla condanna di decapitazione di Maria Stuart (Samantha Morton), la cugina cattolica che avrebbe dovuto prendere il posto di Elisabetta in caso di morte. L’invincibile Armada spagnola, per rivendicare la morte della Stuart, si prepara all’invasione dell’Inghilterra. Sappiamo dalla storia che l’Armada spagnola fu sconfitta grazie anche al maltempo e, quel che ne rimase, ritornò in Spagna; qui l’effetto scenico vuole una flotta completamente bruciata grazie all’ispirazione dell'avventuriero Sir Walter Raleigh (Clive Owen) di cui Elisabetta si era innamorata. E’ questo il secondo piano di lettura del film, da una parte una regina responsabile della sua investitura, fedele all’amore per il suo popolo e alla sua terra, coraggiosa e grande, dall’altra una donna che vuole essere amata per quello che è e non per quello che rappresenta, una donna vanitosa e consapevole dei segni che il tempo lascia sul suo corpo, una donna che apprezza la sincerità, la schiettezza e mal sopporta i giochi di corte e le dicerie sulla sua verginità.Una figura moderna per l’epoca, una regina senza un sovrano da servire , madre solo del suo popolo e libera, che invoca il coraggio per vivere tutto questo allontanando da sé ogni tentazione, anche quella dell’amore, spingendo l’oggetto del suo desiderio tra le braccia di Bess, la sua damigella preferita (Abbie Cornish). Oltre alla nota di merito per l’interpretazione della Blanchett ho apprezzato moltissimo l’eleganza e i colori dei costumi, la ricercatezza delle acconciature e la bravura del regista Shekhar Kapur di coinvolgere lo spettatore in un film girato quasi esclusivamente in interni di corti e camere reali e quasi privo di effetti speciali. Consigliato a chi ama i film storici ed in costume.

Smarty

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Di slovo (del 14/12/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1058 volte)
Artista
Subsonica
Titolo
L'Eclissi
Anno
2007
Label
Virgin

Pare che il ‘ritorno alle origini’ debba considerarsi una tappa obbligata nella carriera dei musicisti: per chi abbia intrapreso strade nuove senza ottenere i risultati sperati o per chi voglia semplicemente risvegliare l’ ispirazione. I Subsonica non si sottraggono al rituale catartico del ‘ritroviamo ciò che ci muoveva agli inizi’ e per il loro quinto album in studio rispolverano approccio e metodi degli esordi. Nel loro caso non ci sono motivi per dubitare che si tratti di un operazione genuina, possono contare su un seguito ormai fermamente consolidato che nemmeno i recenti sconfinamenti pseudo-rock del penultimo “terrestre” (2005) hanno scalfito.
Un linguaggio musicale dai contorni ben delineati che si alimenta di un bagaglio di esperienze di tutto rispetto (comprese le parentesi solistiche di alcuni membri - l’ensemble ne beneficia per osmosi): su queste basi i Subsonica costruiscono un disco che è, ad oggi, la più equilibrata sintesi del loro sound: elettronica, piglio rock e dance-beats a scandire toni cupi che si sposano a tematiche alrettanto cupe: l’eclissi del titolo è una metafora dei tempi bui che il mondo di oggi attraversa, sebbene un vento ottimistico soffi in sottofondo: “…perché il vuoto esploderà” come rassicura il ritornello ne “la glaciazione”.
Disco con punte notevoli, citerei “veleno” o “ali scure” in cui risuonano i più recenti Depeche Mode, la coinvolgente “centro della fiamma” o il capolavoro di minimalismo dub “alibi”. Ottima prova per il cantante Samuel che riesce a flettere la voce su un’ampia gamma di registri, dall’interpretazione decisa di “nei nostri luoghi” a quella caustica e viscerale di “piombo”.
Il resto si adagia nella norma, riconoscibile e un po’ ritrita, che si fa ancora più stanca se si rapporta all’età non più freschissima del gruppo, sciviolando occasionalmente nel malriuscito: quanto avrebbe giovato a “canenero” qualche lezione di ermetismo…
Sound curatissimo ma composizioni dalla qualità altalenante, motivo per cui neanche “l’eclissi” sottrarrà a “microchip emozionale” (1999) il titolo di miglior lavoro della band. Promosso, comunque.

slovo

 

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Di Namor (del 13/12/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2140 volte)
Titolo originale
1408
Produzione
USA 2007
Regia
Mikael Hafström
Interpreti
John Cusack, Samuel L. Jackson, Mary McCormack, Jasmine Jessica Anthony.
Durata
104 Minuti
Trailer

Il giornalista Mike Enslin (John Cusack) si cimenta nella realizzazione di libri guida attinenti a camere d’hotel infestate dagli spiriti, assegnando ad ognuna di loro, dopo averci pernottato, munito dell’inseparabile attrezzatura scovaspiriti, la sua personale votazione. A motivare questa sua insolita mansione, non é, né la passione per il soprannaturale, né il suo credo verso la vita eterna ma, bensì, la rabbia e lo scetticismo che prova, dopo aver vissuto una tragedia personale, quella di avere perso la sua amata figlioletta a causa di una grave malattia. “Non entrare nella 1408” con queste poche parole, una cartolina del Dolphin Hotel di New York, invita lo scettico scrittore a tenersi alla larga da questa stanza, resa tristemente nota per i suoi 56 decessi avvenuti al suo interno! Inutile dire che tale appello, procura all’incredulo letterato l’effetto contrario. Una volta appurata la veridicità sulla leggenda della stanza 1408, decide di recarsi a New York per verificare personalmente se le informazioni prese corrispondono a verità. 60 minuti, tanto ci vuole per far scappare l’occupante della 1408, nessuno é mai riuscito a rimanerci di più…in vita!
Stephen King, è l’autore di questo racconto su cui si basa il film “1408”, a dirigerlo, è il regista svedese Mikael Hafstroem. Nel cast, oltre ad un bravo John Cusack, che deve supportare buona parte del film, é presente per una quindicina di minuti, un previdente Samuel L.Jackson che riveste i panni del dissuadente direttore del famigerato albergo, la presenza femminile é affidata all’attrice Mary McCormack che interpreta il ruolo della moglie del protagonista.
Il ridotto uso di effetti speciali e la sua location relegata all’uso di una sola stanza, nella quale si svolge la maggior parte del film, ha determinato, per la realizzazione della pellicola, un costo totale pari a 25 Milioni di dollari, spesa modica, considerato che ad oggi, ne ha incassati oltre 100 Milioni, cifra che pare destinata a salire, visto anche l’ottimo riscontro che sta ottenendo nelle nostre sale.
Come trasposizione cinematografica non è male, per riuscita alcuni l’hanno addirittura paragonata a “Shinning”, un confronto secondo me improponibile, il film di Kubrick è, e resterà un capolavoro, associarli, solo perché hanno come ambientazione entrambi un albergo, sembra un tantino esagerato.
Questo è un buon titolo (viste le recenti uscite sul genere horror) ma lungi dall’essere considerato un capolavoro!

Namor

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Di kiriku (del 12/12/2007 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1508 volte)
Artista
Roy Hargrove ...presents the RH Factor
Titolo
Hard Groove
Anno
2003
Label
Verve

Roy Hargrove nasce artisticamente negli anni novanta, grazie al famoso trombettista Wynton Marsalis che lo scopre e lo inserisce nella sua band, facendolo entrare nel mondo del jazz dalla porta principale. A vent’anni incide il suo primo cd per poi fondare un gruppo tutto suo, negli anni a venire colleziona svariate partecipazioni ed incisioni con grandi nomi come Sonny Rollins, Frank Morgan, Jackie McLean, Stephen Scott e Christian McBride. Con una partenza così bruciante non poteva non arrivare, nel 1995, il primo posto come miglior trombettista dell’anno nella classifica della rinomata rivista jazz Down Beat. In poche parole una buona carriera che lo porta nel 2003 ad incidere Hard groove un cd dal forte sapore black dove il funk, l‘hip-hop e il jazz la fanno da padroni incontrastati. Il groove che ne scaturisce è davvero duro e di ottima qualità, merito anche dei molti ospiti che troviamo all’interno e che contribuiscono alla riuscita di questo lavoro. Per citarne due troviamo la cantante Erykah Badu e l’immenso sassofonista Steve Coleman. Forse quello che manca a questo cd è quello stile personale che da originalità ad un lavoro di questo tipo, l’influenza di Miles Davis si sente e non poco, quello che non si sente è quel tocco innovativo che il grande musicista americano metteva in tutto quello che faceva. Basta solo ricordare quel Doo-Bop dove il trombettista si relazione appunto con la musica nera e in particolare con il rap. Forse Hargrove deve ancora trovare uno stile tutto suo ma questo non toglie niente alla qualità della sua musica e tantomeno a quella di questo album che consiglio vivamente a tutti quelli che amano la buona musica.

kiriku

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Di Darth (del 11/12/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2286 volte)
Titolo originale
Meet John Doe
Produzione
USA 1941
Regia
Frank Capra
Interpreti
Gary Cooper, Barbara Stanwyck, Edward Arnold, Walter Brennan
Durata
123 minuti

Chi non ha pianto la prima volta che ha guardato “La vita è meravigliosa” alzi la mano… Così tanti? Ok, allora sarò io che mi commuovo troppo facilmente… ma ammetto senza vergogna che ancora adesso, nonostante lo conosca ormai a memoria, piango come una fontana quando vedo la scena finale. Memore della genialità di Frank Capra nel film sopraccitato, quando in videoteca mi sono trovato davanti il dvd di “Arriva John Doe” a 7,99€ non ho resistito e l’ho acquistato. La prima impressione è stata di delusione, perché sia la qualità video che quella audio sono peggiori di una VHS tenuta in cantina per 6 anni: lampi di colore, salti d’immagine e l’audio è in mono con sbalzi di volume… ma calcolando che la pellicola del ’41… porto pazienza e proseguo la visione. La storia narra della giornalista Ann Mitchell (Barbara Stanwyck) che, come ultimo lavoro prima di venire licenziata, scrive sul giornale per cui lavora un articolo basato su una lettera (inventata) di un uomo che è stato licenziato e, depresso da questa società che non lo rappresenta e lo opprime, promette di suicidarsi lanciandosi dal tetto del municipio la notte di natale (di nuovo la notte di natale… Capra ha sempre avuto un debole per quella data! ; - )). Questa lettera, firmata John Doe (l’ ‘anonimo’ nella cultura americana), suscita scalpore in tutta la città, si smuovono politici, associazioni e poliziotti… tutti a cercarne l’autore per offrirgli aiuto e tentare di dissuaderlo dall’insano gesto. Sulla scia del successo, la giornalista Ann (spalleggiata dal proprietario del giornale) assumerà un povero disgraziato perché interpreti la parte di John Doe, così da poter continuarne a scrivere su di lui e montare un caso nazionale. Il senza tetto che, senza saperlo, diverrà un simbolo per tutti i proletari dell’America e assumerà il ruolo di paladino delle ingiustizie e difensore del popolo, è interpretato da uno strepitoso Gary Cooper. E’ particolare la somiglianza di argomentazioni tra questo film di Capra e il mitico “Quarto potere” di O.Welles: entrambi accusano con estrema convinzione l’influenza che aveva la carta stampata in quel delicato periodo storico (entrambi i film sono del 1941); e Gary Cooper, dal canto suo, quello stesso anno vinse l’oscar come migliore attore protagonista ne “Il sergente York” di Howard Hawks… Quelli erano veramente anni d’oro per il cinema… Hollywood sfornava un capolavoro dietro l’altro. Rimpianti a parte, “Arriva John Doe” è il classico film alla “Frank Capra”, con una bella storia, grandi attori, personaggi brillanti (qui anziché l’angelo “Clarence”, c’è “Il Colonnello”: un barbone che sforna pillole di assoluta saggezza), momenti di profonda commozione e l’immancabile lieto fine (anche se stavolta un po’ di amaro in bocca rimane). Consiglio a tutti la visione di questo, o di altri film dell’epoca, perché concedetemelo: oggi avremo più qualità visiva, più effetti speciali, più attualità nelle storie… ma di veri capolavori… se ne vedono davvero pochi!

Darth

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Di nilcoxp (del 10/12/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1160 volte)
Titolo originale
Jackass - The Movie
Produzione
USA 2003
Regia
Jeff Tremaine
Interpreti
Johnny Knoxville, Bam Margera, Chris Pontius, Dave England
Durata
80 minuti
Trailer

Quando il mio fratellino più piccolo mi ha parlato di questo film, che poi film non è, sono rimasto un po’ allibito. Mi raccontava alcune scene che aveva trovato divertenti, ma non riuscivo comunque a trovare interessanti le azioni dei protagonisti. Alla fine, per nulla persuaso, ho accettato il suo dvd per la visione. Dopo cinque minuti volevo spegnere, perché osservare questo gruppo di “deficienti” che oltre a prove acrobatiche spericolate, si cimentava in prove disgustose e autolesionanti, non faceva per me! Però… mi dicevo, qualcosa che mi attira c’è, vediamone ancora un po’, e così facendo ne sono arrivato alla fine. Difficile dare un giudizio assoluto! Il gruppo di stuntman, che ha radunato i vari episodi trasmessi in tv e ne ha fatto un lungometraggio, è vario e simpatico: un nano, uno sovrappeso (parecchio soprappeso!), e un misto di fusi di testa. Molte scene sono proprio demenziali e di poco conto: ragazzate che molti di noi avranno fatto, qui spinte all’eccesso. Altre invece divertenti ed inaspettate, anche se sempre al limite del disgusto. Il tutto contornato da varie acrobazie. In alcuni casi ho girato la testa per non guardare (vomito e merda proprio non li sopporto!), ma alla fine l’idea è risultata vincente, visto l’enorme successo che hanno avuto. Solo per appassionati del genere. Niente baci di saluto a questo giro, ho lo stomaco sottosopra!

nilcoxp

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Di Sansimone (del 09/12/2007 @ 05:00:00, in live report, linkato 1884 volte)
Evento
Teatro
Artista/i
Marco Paolini
Location
Savona
Data
05/12/2007

Mercoledì sera sono andato a vedere lo spettacolo teatrale “I Miserabili” di Marco Paolini, dopo aver visto in televisione tutta la serie degli album mi sembrava obbligatorio vedere anche questo. Infatti, questo nuovo monologo è una specie di continuazione di quella serie di racconti che si erano fermati agli anni 70, appunto come negli Album Paolini racconta gli anni 80-90 svariando dalla vita di una persona comune alla descrizione di cosa succede a livello nazionale e non in quegli anni.
Le differenze che distinguono questo spettacolo dagli Album, sono la presenza dal vivo dei Mercanti di liquore, autori di tutti i pezzi musicali, e il fatto come dice lo stesso autore all’inizio dello spettacolo che si tratta ancora di “work in progress”, in altre parole ancora da limare e perfezionare.
Lo spettacolo è composto di vari quadri uniti tra loro dalle parti musicali, vari quadri che sono in pratica diverse storie di persone coinvolte loro malgrado nel ciclone del liberismo economico degli anni 80 e a causa di questo diventati miserabili.
Perché il monologo d’economia tratta, di come le nuove regole di mercato abbiano stravolto la dimensione umana, con la disintegrazione della società ma solamente uomini donne e famiglie come diceva Margaret Thatcher. Proprio a lei, che è stata il simbolo di questa metamorfosi del mercato, sono rivolte le domande di Paolini nel passaggio più intenso di tutto lo spettacolo.
Qualcuno che ha visto lo spettacolo potrebbe obbiettare che il monologo rimane un po’ confuso, come se ci fosse troppa carne al fuoco, forse è vero, ma credo che una volta lasciato decantare tutti i vari quadri trovano il loro posto, in ogni caso rimane il fatto che anche quest’opera di teatro civile va assolutamente vista.

SanSimone

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Di kiriku (del 08/12/2007 @ 05:00:01, in Serie tv, linkato 3479 volte)
Titolo originale
The Man from Atlantis
Produzione
U.S.A 1978/79
Episodi / Durata
17 / 90 minuti (3 episodi) / 70 minuti (1 episodio) / 45 minuti (13 episodi)

Certi telefilm, volenti o nolenti, hanno influenzato la nostra infanzia, almeno la mia e quella della mia generazione, di conseguenza non si possono dimenticare. Come si fa a non ricordare le avventure di Mark Harris( Patrick Duffy ),  l’uomo che dopo una tormenta viene ritrovato svenuto sulla spiaggia dalla splendida scienziata Elisabeth Merrill (Belinda J. Montgomery) per poi risultare  essere l’ultimo sopravvissuto di Atlantide, l’antico continente sommerso dalle acque. Ha le mani palmate e le branchie e la sua autonomia fuori dal mare è di dodici ore. Viene reclutato, dalla sua salvatrice e dal dottor C.W. Crawford (Alan Fudge), per aiutarli nelle loro ricerche scientifiche, la loro base operativa è il sottomarino Cetacean. Lo scopo principale della fondazione è quella di combattere Mr. Schubert (Victor Buono) un milionario pazzo che vuole sciogliere le calotte polari. La serie, uscita negli U.S.A nel 1977,  è suddivisa in quattro film per la tv e tredici episodi da 45 minuti, in Italia è stata messa in onda  nel 1980 da TeleMilano/Canale 5 ed è stata la prima serie tv americana trasmessa nella Repubblica Popolare Cinese. Anche se non è mai stato detto ufficialmente questo telefilm è la goffa imitazione del fumetto della Marvel Sub Mariner detto “il Principe Namor” uscito nel 1939 per la collana Marvel Mistery Comics e disegnato da Bill Everett. Nonostante la poca originalità e la discreta qualità io ho un caro ricordo di questa serie tv e non posso dimenticare quei pomeriggi passati in spiaggia cercando di imitare, insieme agli amici, la mitica nuotata dinoccolata di Mark Harris, alla quale probabilmente devo il mio mal di schiena attuale. Tempi passati che ricordo sempre volentieri anche perché mi fanno  ripensare a quel periodo in cui sognare ad occhi aperti mi riusciva ancora bene.

Kiriku

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Di slovo (del 07/12/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1061 volte)
Artista
Radiohead
Titolo
In Rainbows
Anno
2007
Label

Difficile giudicare obiettivamente il lavoro di una band quando si guarda ad essa con tanta stima e rispetto. Motivati, preciso, da un percorso artisticamente e moralmente irreprensibile: bravura, coerenza ed onestà da tredici anni. E sappiamo di quanti pochi musicisti/prostitute si può dire altrettanto, no?
Ecco perché l’ultimo atto, l’ormai famoso “download & pick your price”, ennesima posa da ovazione dei Radiohead ha rischiato di rendermeli così simpatici da non farmi notare i difetti di “In Rainbows”, se mai ce ne fossero stati.
Ma la voce di Thom Yorke che volteggia sull’intricato pattern ritmico in “15 steps” è come un biglietto da visita che fuga ogni dubbio: ciò che sto ascoltando è semplicemente un altro grande disco di una delle migliori band attualmente sulla piazza. Conferma data subito dopo dal ottimo uptempo “bodysnatchers” con cui i nostri compiono la quadratura del cerchio: confezionare un pezzo estremamente trascinante senza dover ricorrere a suoni patinati. La seguente “Nude” è un lento dalle maestose aperture orchestrali su cui spazia un cantato sofferente.
L’intero disco sembra reggersi su una filosofia: mettere a frutto i risultati di una ricerca sonora che esplora l’ambient più suggestivo passando per caotiche ruvidezze timbriche senza disdegnare le belle melodie. Il risultato: il settimo album è uno dei meglio riusciti della loro carriera: ispirato, essenziale, bilanciato.
Altri episodi sono degni di menzione tra i dieci della tracklist: l’eccentrica e psichedelica “Weird Fishes/Arpeggi”, la cupissima “All I need”, il candidato-singolo “Jigsaw falling into place” o la mesta “videotape” che suggella il disco allo scoccare del quarantatreesimo minuto, lasciandoci solo con la voglia di risentire “In Rainbows” dall’inizio.
Non rivoluzionario come “Ok computer” ma sicuramente una collezione di ottimi brani. Pollice in alto.

slovo

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Di Namor (del 06/12/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 3463 volte)
Artista
Adriano Celentano
Titolo
Dormi Amore la Situazione non è Buona
Anno
2007
Label
Clan

Prima di esprimere un mio personale giudizio sul nuovo album di Adriano Celentano, ho ritenuto opportuno sentirlo più volte, soprattutto dopo il passo falso del precedente lavoro.
Dopo una settimana di ascolto, non posso che promuovere il suo nuovo titolo “Dormi amore la situazione non è buona”, in effetti non poteva essere altrimenti, vista la nutrita compagine di musicisti e autori di tutto rispetto che hanno collaborato all’album, iniziando dal compositore Ludovico Einaudi, che apre e chiude con un suo bellissimo prologo al pianoforte il brano “Hai bucato la mia vita” scritto dal duo Mogol - Bella, il pezzo é molto in scia con un altro loro famosissimo successo interpretato da Adriano e divenuto oramai un classico della canzone italiana, “L’emozione non ha Voce”. Affidato a Jovanotti la prima parte del brano ecologista “Aria…Non sei più tu”, dove cita lo stesso Celentano che già 41 anni fa, ai tempi della via Gluck, inveiva contro l’avanzata del cemento nelle città a discapito del verde. La terza canzone, “Dormi Amore” targata Mogol - Bella, é sicuramente una spanna su tutte, sia nel testo che nella musica, magistralmente arrangiata dal mitico maestro Fio Zanotti, per non parlare dell’interpretazione di Adriano, veramente superlativa! Tricarico, con la sua “Dormi Amore la Situazione non è Buona”, intreccia con amarezza e remissione i piccoli e i grandi problemi che siamo costretti a subire e ad affrontare al giorno d’oggi. Ascoltando invece la melodia ed il testo di “Ragazzo del Sud”, si denota subito la mano di uno dei più grandi autori della musica italiana, l’immenso Domenico Modugno che scrisse, tra il 1972 e il 1974, questo brano d’accusa, rimasto inedito, verso l’emarginazione di chi un tempo viveva in meridione. Un nostalgico tuffo nel passato in un’Italia che non c’è più, é quello che ci fa rivivere Carmen Consoli e Vincenzo Cerami con il brano che porta il nome della famosissima attrice “Anna Magnani”. A Neffa invece il compito (ben assolto) di dare un pò di brio e frizzantezza all’album, con il suo pezzo molto orecchiabile e ben ritmato“Fiori”. Gli ultimi tre brani che completano il cd “Vorrei Sapere”, “Fascino”, “Artigli”, sono firmati dalla coppia oramai onnipresente negli ultimi lavori del molleggiato, Mogol - Gianni Bella. In tutta sincerità queste tre tracce le reputo di caratura inferiore rispetto alle altre inserite nell’album, non dico che sono brutte, ma non posso neanche dire il contrario!
Come vi ho già detto, a completare l’odierno clan musicale presente nel disco, vi sono altri musicisti di valore, i quali concedono un notevole contributo alla causa, come il Stefano di Battista Quartet, Vinnie Colaiuta alla batteria, il bassista Neil Stubenhaus, Lenny Castro percussioni, e Massimo Varini alla chitarra.
Nell’attesa che questa benedetta situazione migliori, vi saluto e vi auguro un buon ascolto!

Namor

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Di Darth (del 05/12/2007 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 1788 volte)
Titolo originale
Prison Break
Produzione
USA, 2005
Episodi / Durata
22 / 40 minuti

Personalmente sono sempre stato affascinato dai racconti di storie in spazi ridotti e a convivenza forzata. Questa mia “attrazione” mi porta ad allietarmi con film del tipo “The cube” o “The hole”, ma anche verso opere che trattano il tema dei detenuti, visto che anche per loro “spazi ridotti e convivenza forzata”. Davvero mitiche opere come “Papillon”, “Fuga da Alcatraz”, “Fuga di mezzanotte”… ma la mia passione mi porta ad apprezzare anche opere che riconosco essere banali e insulse come “Sorvegliato speciale” o “Un uomo innocente”. Vista questa premessa non potevo esimermi dal seguire la prima serie-tv ambientata in un carcere di massima sicurezza, ovvero “Prison Break”.
La storia non è certo originale, con Lincoln Burrows condannato a morte per l’omicidio del fratello della vice-presidente degli USA e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Fox River. Essendo certo dell’innocenza del fratello, ma non riuscendo a dimostrarlo in tribunale, il fratello di Lincoln, Michael Scofield (come mai abbiano cognomi diversi non l’ho capito…), che possiede un’intelligenza decisamente sopra la media, si fa arrestare dopo essersi tatuato l’intera carta topografica di Fox River (più altre informazioni utili) su tutto il corpo. Il piano di Michael è subito chiaro: evadere assieme al fratello prima del giorno dell’esecuzione. A tal proposito dovrà cercare aiuto tra altri detenuti, e subire l’aiuto di altri che vogliono evadere assieme a lui.
Come ogni serie tv che si rispetti ci sono numerosi personaggi, dal buono al cattivo a quello che non si sa che parte faccia, e per ognuno di essi si conosceranno le proprie storie personali e le motivazioni che li hanno portati nel carcere di Fox River.
Quello che mi è piaciuto di “Prison Break” è il personaggio di Michael, con le sue idee geniali per organizzare una fuga impossibile, e la sua aplomb inglese (anche se inglese non è); ed il finale che (strano a dirsi per una serie-tv con stagioni successive) può considerarsi tale… lascia aperto a possibilità, ma è comunque il termine del tentativo di evasione. Quello che, invece, mi è piaciuto di meno, sono alcuni personaggi come Lincoln (poco carismatico per il fratello del protagonista) e C-Note; oltre ad alcune lacune della sceneggiatura tipiche delle americazzate.
Comunque sia, gli episodi li ho visti tutti… ed anche quelli della seconda serie… presto anch'essi narrati sugli schermi di Blogbuster! ; - )

Darth

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Di kiriku (del 04/12/2007 @ 05:00:01, in Musica, linkato 879 volte)
Artista
Battles
Titolo
Mirrored
Anno
2007
Label
Warp

A volte le cose si scoprono per caso e capita così, che alle due del mattino, quando meno te l’aspetti, proprio quando ti cala la palpebra dal sonno e ti stai addormentando con la tv accesa su un canale di video musicali, che ti arrivano alle orecchie le strane note di un brano che non conosci. Il brano in questione è Tonto dei Battles ed è contenuto nell’album Mirrored uscito nel 2007. Sinceramente credevo che le sensazioni provate quella sera fossero dovute allo stato di semi incoscienza in cui versavo e invece, una volta messo il cd nello stereo, la sorpresa è stata ancora più grande. Ascoltare della musica in grado di stupire è davvero raro, ma con questo cd i Battles ci riescono, ma fanno di più, creano un qualcosa che sfugge a catalogazioni sommarie, difatti ricondurli ad uno stile preciso non è cosa facile e forse neanche giusta. Si potrebbe azzardare ad accostarli al post-rock, all’avanguardia, al rock industriale, all’elettronica o addirittura al jazz, ma la verità è che Mirrored è l’insieme di questi e di altri generi. Quello che è evidente fin da subito è la ventata di novità che questo gruppo porta con se e la sensazione di sgomento che provi al primo ascolto ne è la prova lampante, capire cosa succede in quelle undici tracce è un compito davvero arduo. La maggior parte della critica definisce questo lavoro il nuovo spartiacque del rock, ma c’è anche chi lo critica selvaggiamente, a livello personale trovo che siano molto bravi e che propongano davvero qualcosa di diverso o almeno in grado di spingersi al limite dei confini conosciuti, tanto da ricordarmi a volte lo stile innovativo di Zappa. La formazione vede alla chitarra e tastiere Ian T. Williams, ex militante dei Don Caballero e Storm & Stress, il polistrumentista Tyondai Braxton, figlio del famoso jazzista Anthony Braxton, alla batteria John Steiner, ex Tomahawks ed Helmet, e alla chitarra David Konopk, ex Lynx. I quattro crerano una musica in grado di stordire e sorprendere anche chi li aveva già ascoltati nei tre precedenti ep e che fa di Mirrored un album sul quale si discuterà a lungo. Ma le parole servono a poco, meglio mettersi davanti allo stereo e lasciarsi travolgere dalle composizioni innovative dei Battles.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 03/12/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1263 volte)
Titolo originale
Grindhouse - Death Proof
Produzione
USA 2007
Regia
Quentin Tarantino
Interpreti
Kurt Russell, Sydney Tamiia Poitier, Vanessa Ferlito, Jordan Ladd, Tracie Thoms, Rosario Dawson, Zoe Bell, Mary Elizabeth Winstead, Rose McGowan, Eli Roth, Omar Doom, Quentin Tarantino, Michael Biehn.
Durata
116 minuti
Trailer

Se dovessi decifrare la mente di Tarantino dai film che fa, direi subito che ha gravi problemi, ma per fortuna devo solo valutare i suoi lavori!!! In America ha avuto questa brillante idea: Trasmettere nello stesso spettacolo il suo film “Grindhouse – A prova di morte”, un finto intervallo con finti trailer, e a seguire il film del suo socio Rodriguez “Grindhouse – Planet Terror”. Il risultato: un flop clamoroso. Troppo lunga la proiezione e troppo noioso il tutto! Per il mercato europeo i due lavori sono usciti separati, ed io adesso vi parlo solo del film di Tarantino. Ho letto recensioni entusiaste, troppo per essere credibili. Va subito detto che c’è un Kurt Russel in grande spolvero per quella che sembra essere una parte scritta apposta per lui, bravo e convincente, un vero piacere da guardare. Poi molte protagoniste femminili, tutte belle patatine, ma hanno un problema grosso: parlano parlano parlano, poi quando speri che abbiano finito, parlano di nuovo e di nuovo e di nuovo… E cosa dicono! Un insieme insulso di stupidate da sottosviluppati. Che se possono risultare simpatiche all’inizio, alla lunga pregherete perché facciano silenzio, simpatizzando e comprendendo il perché di quelle uccisioni! E poi quelle scene splatter assolutamente inutili, che nulla hanno aggiunto ad un film che tratti sembra decollare verso qualcosa di piacevole e pregevole. Belli gli inseguimenti in automobile girati in analogico, così come sono simpatiche le righe da vecchia pellicola che continuamente vediamo scorrere sullo schermo. Nel complesso un film riuscito a tratti, e forse viste le ultime cose di Tarantino, guardiamo il bicchiere mezzo pieno e ignoriamo il mezzo vuoto, che forse è meglio! Baci a tutte le patatine, anche a quelle che parlano tanto. Ahahah.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 02/12/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1326 volte)
Titolo originale
Le petit monde de Don Camillo
Produzione
Italia, Francia
Regia
Julien Duvivier
Interpreti
Fernandel, Gino Cervi, Franco Interlenghi, Saro Urzì, Leda Gloria, Vera Falqui, Charles Vissière, Luciano Manara, Armando Migliari, Carlo Duse, Franco Pesce, Cesare Polacco, Eduardo Passarelli, Olga Solbelli, Mario Siletti, Gualtiero Tumiati, Maria Zanoli, Marco Tulli, Giorgio Albertazzi, Vera Talchi, Giovanni Onorato
Durata
100 minuti

Non ho mai capito perché in tempi recenti nessun festival del cinema, nazionale o internazionale, non abbia mai riconosciuto i meriti, che secondo me, ha la saga di Don Camillo. Qualcuno potrà obbiettare che si tratti di commedia popolana, ma se gli esperti sono riusciti a trovare qualcosa di buono nelle commedie sexi degli anni 70 allora credo di poter affermare con giusta causa che Don Camillo merita almeno un Leone d’oro con tutto rispetto di”quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda”….
A parte questi paragoni, trovo davvero straordinario che tutti gli anni almeno una rete televisiva mandi in onda ancora tutta la saga di Don Camillo, con sempre un certo seguito di pubblico.
Secondo questo è dovuto alla costruzione dei personaggi, il classico rapporto di due persone divise dalle ideologie, ma unite dallo stesso modo di concepire i rapporti personali.
In ogni modo, per chi non avesse mai visto un film o letto un libro di Guareschi, i racconti narrati si svolgono in un comune della bassa padana negli anni immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Nel paese guidato da una maggioranza comunista con a capo Peppone, vive Don Camillo, parroco da combattimento ex partigiano, che ha la particolarità di parlare con il crocefisso e di avere anche risposte da parte di questo. Tra i due c’è un’antica rivalità a causa delle diverse idee politiche che li fa scontrare praticamente su ogni cosa, ma nonostante questo non riescono a non aiutarsi l’uno con l’altro visto che prima della rivalità sono legati da profonda amicizia.
I film sono tutti girati in bianco e nero, con una voce narrante che spiega i passaggi più delicati, le scene esterne sono state girate direttamente a Brescello, ma la vera fortuna di questa saga è stata quella di avere unito insieme una coppia d’attori come Gino Cervi e Fernadel, con una parola sola straordinari.
Consiglio vivamente di guardare almeno il primo film, Don Camillo appunto, almeno una volta per avere una visione d’Italia che ormai non c’è più.
P.S.
Ma ve lo immaginate il creatore del nuovo partito del popolo con i baffi di Peppone mentre posa la prima pietra della casa del popolo….

SanSimone

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Di nilcoxp (del 01/12/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 7920 volte)
Titolo originale
Lady and the Tramp
Produzione
USA 1955
Regia
Hamilton Luske, Wilfred Jackson, Clyde Geronimi, Walt Disney
Interpreti
 
Durata
75 minuti

La storia di questo cartone animato ha ricalcato in maniera sorprendente quella con la mia cagnetta, almeno per quel che riguarda la prima parte. Vediamo una giovane coppia “bene” ambientata nell’Inghilterra edoardiana che decide di avere una cagnolina (Lilli). Tutto fila liscio tra coccole e regali (il collare su tutti), fino al momento in cui la donna scopre di essere in cinta. Da lì in poi le attenzioni per l’animale di casa verranno meno, modificandosi in maniera consistente gli atteggiamenti dei padroni verso di lei. Spaventata dai nuovi eventi ed avendo fatto la conoscenza nel frattempo di un cane di strada, al verificarsi di una nuova umiliazione subita (la museruola), decide di scappare di casa. Qui inizieranno una serie di avventure in compagnia del suo nuovo compagno. E’ questa la parte migliore del film, dove i protagonisti indiscussi sono gli animali, anche se per tutta la pellicola, delle persone vengono principalmente inquadrate solo le gambe. Tratto da un racconto di Ward greene, girato in “Cinemascope” per esaltare la visuale canina del mondo, il lungometraggio della Disney è bello, molto bello. Interclassista nella scelta di far mettere insieme la cagnolina benestante con il vagabondo, trova l’apice della dolcezza nella famosissima scena del bacio tra i due protagonisti alla fine dello spaghetto. L’ho visto molte volte (su richiesta di mia figlia) e non mi ha mai annoiato. Belli anche i personaggi marginali. Esiste qualcuno che non ha visto questo film? Se è così dovete rimediare immediatamente! Baci pulciosi a tutti…

nilcoxp

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