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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 31/10/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3586 volte)
Titolo originale
One point 0
Produzione
USA, Romania, Islanda, 2004
Regia
Jeff Renfroe & Marteinn Thorsson
Interpreti
Jeremy sisto, Deborah Kara Unger, Eugene Byrd, Udo Kier, Bruce Payne, Lance Henriksen
Durata
92 minuti
Trailer

Erano le 23:00 passate, troppo presto per andare a dormire, troppo tardi per guardare un film “impegnato”. "Cosa guardo? Ma si… mi hanno prestato questo filmaccio pseudo-fantascientifico, girato da registi mai sentiti e con un cast di illustri sconosciuti… ha persino una copertina che fa supporre la classica boiata per la tv americana… dura solo 90 minuti… aggiudicato! Tanto anche se mi addormento, non perdo nulla." Errore. Già dalle prime scene ho capito di essermi sbagliato. Il film si svolge totalmente dentro ad un fatiscente e cupo condominio, tranne qualche capatina ad un alimentari illuminato da innumerevoli neon bianchi, come per ‘spezzare’ le luci basse dell’altra locazione. Ambientato in un futuro indefinito, Simon, vive e lavora in questo stabile, circondato da vicini uno più strano dell’altro, e costantemente monitorato da telecamere di sicurezza poste in ogni corridoio dal proprietario che passa le giornate a spiare i propri inquilini. Tutto scorre in questo posto assurdo fin quando Simon inizia a trovarsi dentro casa dei pacchi senza niente all’interno. Non capendo chi gli consegna queste scatole vuote, perché lo faccia e, soprattutto, come entri nel suo appartamento, Simon installerà serrature, sistemi d’allarme ed inizierà a guardare con sospetto tutti i vicini. Diverrà paranoico fino all’ossesso… e, stranamente, inizierà a cibarsi esclusivamente di “latte fresco Natura”…
Angosciante. In una parola, la mia recensione di “One Point 0”. Sembra di essere in un incubo kafkiano, dove tutto non è ciò che sembra: la sensazione di complotto, le telecamere che spiano ogni mossa del protagonista, misteriosi individui che appaiono e scompaiono, l’utilizzo di luci basse, l’ambientazione nel palazzo stile ‘case popolari’, la trama complicata ma accattivante e questo senso di paranoia trasmesso dal protagonista… tutto questo rende la pellicola davvero spiacevole, ma meritevole di essere guardata.
Peccato per l’attore protagonista, autore di una performance mediocre, e del resto del cast, che non è da meno. La trama però è bella, e la regia, nonostante la presenza di numerose pecche, è coinvolgente. Una bella sorpresa!

Darth

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Di kiriku (del 30/10/2007 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1507 volte)
Artista
Sting
Titolo
All This Time
Anno
2001
Label
A&M

Ci sono artisti che hanno raggiunto una notorietà tale da essere conosciuti praticamente da tutti. Sting è sicuramente uno di questi, di lui sappiamo ormai tutto o meglio tutti sanno almeno qualcosa di lui. Personalmente credo che sia un grande artista anche se in gioventù non mi piaceva per niente, come si sa con il tempo si matura e i gusti cambiano e a volte anche radicalmente. Questo cd per me ha un potere evocativo, mi ricorda un periodo della mia vita dove alcune esperienze personali mi hanno portato a vedere la vita i maniera differente. Per molti invece questo album è riconducibile ad un evento storico tragico come quello dell’11 settembre 2001, che ha cambiato il modo di vivere del mondo intero. La sera di quello stesso giorno l’artista inglese registrava, nella sua casa in toscana, davanti a pochi intimi,  All This Time. L’atmosfera che si respira ascoltando questo live  è davvero qualcosa di magico, si ha una sensazione di intimità profonda e si percepisce qualcosa di speciale che invita a riflettere. In totale sono sedici tracce che ripercorrono in qualche modo la sua carriera, dagli inizi nei  Police ai giorni d'oggi, i brani vengono rielaborati con raffinatezza e con arrangiamenti prevalentemente jazz. I musicisti sono gli amici vecchi e nuovi che hanno suonato con lui in giro per il mondo e che insieme danno vita a questo live memorabile.Non so se quello che è successo quel giorno ha influenzato in qualche modo questo lavoro, quello che so è che l’ascolto di questo cd ha il potere di suscitare emozioni e di coinvolgerti con eleganza e raffinatezza, complice la splendida voce di Sting.

kiriku

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Di nilcoxp (del 29/10/2007 @ 06:00:55, in cinema, linkato 1123 volte)
Titolo originale
Ratatouille
Produzione
USA 2007
Regia
Brad Bird, Jan Pinkava
Interpreti
 
Durata
117 minuti
Trailer

Trama: il topolino Remy è un topo inusuale, infatti non vuole mangiare spazzatura come gli altri suoi simili. Aiutato da un olfatto straordinario e da una forte passione per la cucina, sogna di diventare un cuoco. Dopo varie peripezie riesce a lavorare in un famoso ristorante di Parigi, nascosto sotto il cappello da chef di un ragazzino appena assunto in quel luogo. La bravura del roditore unita alla manualità del giovane (che di nome fa Linguini), farà sì che la popolarità del locale e del nuovo arrivato salga in maniera vertiginosa, anche se non saranno tutte rose e fiori… Finalmente il tanto atteso e osannato lungometraggio della Pixar è arrivato! Mesi di lancio pubblicitario così non si vedevano da tempo, e la cosa mi aveva un po’ allarmato: spesso il troppo fumo nasconde il poco arrosto (ma dove le trovo queste frasi così sceme!). Secondo me le considerazioni sul film vanno suddiviso in due parti: quella tecnica e quella emozionale. Su quella tecnica potrei non dire nulla, visto il gran parlare e i grandi elogi spesi da tutti sulla nuova veste grafica sempre più realistica e d’alta definizione, ma una domanda la vorrei fare lo stesso: i vecchi cartoni animati (Cenerentola, La Carica dei 101, ecc.), o i nuovi realizzati con una grafica bidimensionale (Il Re Leone, ecc.), li siete andati a vedere lo stesso o li avete scartati per limiti tecnici? Io credo che li abbiate visti lo stesso. Va bene seguire i progressi nel campo della grafica, ma dietro ci deve essere dell’altro… E qui arriviamo al secondo punto, quello emozionale: io l’ho trovato bello, ben confezionato con una storia carina, e sono sicuro che a tutti gli adulti sarà piaciuto (a condizione di non immaginare un topo vero che gira in una cucina di ristorante), ma vorrei sapere se è piaciuto anche ai bambini. Perchè le argomentazioni trattate, ad esempio: la difficoltà di una donna di farsi largo in un mondo lavorativo maschile, l’autocritica che muove a sé e alla sua categoria il più famoso critico culinario di Parigi, le operazioni di marketing che porta a termine il capocuoco “cattivo”; non credo interessino minimamente agli spettatori più piccoli. Non ho riso una volta in questo lungometraggio, e forse gli unici a ridere sono stati i produttori per gli incassi fatti! Beati loro…

nilcoxp

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Di Sansimone (del 28/10/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 4590 volte)
Titolo originale
Il sergente nella neve
Autore
Mario Rigoni Stern
Prima edizione
1953

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato”, con queste parole inizia “Il Sergente nella neve”, scritto da Mario Rigoni Stern nel 1944 e considerato uno dei classici della letteratura del novecento.
Il romanzo inizia con il racconto degli ultimi giorni passati da un gruppo di alpini in un caposaldo sul Don per poi narrare la grande tragedia della ritirata del 1943. Questa in maniera molto sintetica è la trama di questo romanzo autobiografico.
Libri sulla ritirata del Don ne sono stati pubblicati parecchi, sia diari di reduci sia testi di storici, ma in quest’opera di Rigoni Stern ci sono alcune particolarità che lo rendono unico. Una di queste è sicuramente la breve distanza temporale che è intercorsa dalla ritirata alla stesura del libro, fatto questo che rende l’opera attendibile sotto il profilo storico ma soprattutto ricco di ricordi umani, non contaminati da sentimentalismi della memoria.
Un'altra particolarità è la totale mancanza dal libro di retorica, l’autore non denuncia la stupidità della guerra e non la esalta neanche con gli atti d’eroismo che ci sono stati. Nel libro c’è solo la cronaca di una tragedia vissuta da migliaia di persone in un paese straniero, che hanno lottato per mesi contro un esercito che non poteva essere chiamato nemico perché gli invasori erano gli italiani, lottato contro la piatta steppa russa e il gelo dell’inverno per riuscire a mantenere la propria umanità.
Nel diario c’è un alpino che pone al sergente maggiore Rigoni sempre la stessa domanda, “Sergentmagiù ghe rivarem a baita?”, è questo il solo pensiero di molti dei soldati spediti su quel fronte non voluto ma affrontato lo stesso e che per moltissimi è diventato purtroppo “baita”.
Marco Paolini ha tratto da quest’opera uno spettacolo teatrale con il nome di “Il sergente”, che tra l’altra proporrà in televisione martedì 30/10 in diretta.

SanSimone

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Di Andy (del 27/10/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1267 volte)
Artista
Bruce Springsteen
Titolo
Magic
Anno
2007
Label
Columbia

Quando un personaggio come Bruce Springsteen regala al mercato discografico un nuovo disco, è un avvenimento a livello mondiale, dovuto anche al peso sociale che gli è stato attribuito dai fans, fin dai tempi di Born in the U.S.A., epico album del 1984, che lo consacrò ai fasti della scena mondiale oltre che per l’indiscussa bellezza di quel disco (grazie anche all’energia sprigionata dagli strumenti della mitica E-street band, come fosse una sorta di portavoce della classe operaia americana e gli valse la “nomina” a working class hero. Ma fin dai tempi di The River, altro capolavoro, i testi delle sue canzoni hanno sempre parlato delle problematiche delle fasce sociali più deboli e del loro sfruttamento, anche in ambito militare. Lui stesso, nato il 23 settembre del 1949 a Freehold, nel sud del New Jersey, proviene da una famiglia con notevoli problemi economici e che lui lascerà all’età di diciotto anni, cominciando già a viaggiare con la sua chitarra e la sua voglia di ribellarsi al sistema sociale americano che privilegia solo le classi più ricche; canta e suona la sua rabbia armato della sua mitica Telecaster sverniciata nei club e bar più popolari del New Jersey e stati limitrofi, raccogliendo un po’ l’eredità di storyteller che fu di Bob Dylan, fino ad essere notato per la grinta e la passione accorata che scaturivano come fucilate dai testi delle sue ballads. Di lì a poco l’unione con la mitica E-street band, che ha contribuito in gran parte al successo del “boss”, gruppo da sempre capace di dare la giusta energia rock alla rabbia presente nelle sue canzoni, un motore ben rodato e affidabile che Springsteen ha ritrovato dopo anni contrassegnati da dischi onesti ma non esaltanti, principalmente raccolte di ballads intimiste eseguite e registrate da solo, nell’album The rising (2002), dedicato alla tragedia del W T C dell’undici settembre.
"Magic" è il titolo di questo nuovo album e magico è davvero ritrovare certe sonorità dei suoi periodi migliori, ed è proprio ciò che le migliaia di fans aspettavano; canzoni come Your own worst enemy , scagliata contro la presa di potere dei mass-media e della loro inutilità, cantata e suonata in modo magistrale, con quell’aria natalizia ironica sarebbe degna di album come The river , Girl in their summer clothes ci riporta a un boss più “giovane” e smaliziato, in giro di notte su qualche vecchia Ford decapottabile in cerca di ragazze e sogni di gloria, Last to die , una ballata rock strepitosa, muro di chitarre di Springsteen, Lofgren, “Little Steven”Van Zandt, un testo di denuncia sull’America che sta tradendo con la violenza anche i suoi ultimi ideali. Devil’s arcade è semplicemente da brividi: il testo sempre imperniato sulla guerra e la musica passionale fino allo struggente finale di archi intorno alla chitarra lancinante di Little Steven. Come spesso accade le due canzoni di punta, Radio nowhere e Livin’ in the future, comunque belle, non rendono giustizia alla forza e passione contenuta in questo grande lavoro in cui hanno suonato: Roy Bittan, piano e tastiere, Garry Tallent, basso, Clarence Clermon, sax, Danny Federici, tastiere, Max Weimberg, batteria, “Little Steven” Van Zandt, Nils Lofgren, Bruce Springsteen, chitarre. Insomma, il Boss è tornato cantando tutta la sua America, tanto odiata quanto amata, critico e duro, ma come sempre sognando un futuro migliore, e lo ha fatto alla grande..

Andy

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Di slovo (del 26/10/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1926 volte)
Artista
Titolo
Angels & Vampires vol. 1
Anno
2005
Label
Treehouse Pubblishing

Da quando Sananda è riuscito a divincolarsi dai diktat dell’industria discografica (ovvero i vampiri del titolo) diventando il solo timoniere del suo percorso artistico, si respira un’atmosfera di galvanizzato entusiasmo nel suo monastero. È l’entusiasmo di un artista finalmente libero di esprimersi senza più i filtri dell’ ingegneria del gradimento: trasuda dalle tracce del suo ultimo progetto, sviluppato in due capitoli e sull’imponente mole di 40 brani.
Apre il primo volume di A&V “four shadow”, breve e graziosa, essenzialmente un motivetto canticchiato su un giro di accordi, segue una cover molto appassionata di “Angie” dei Rolling Stones, quindi è la volta della gaia “booloay boolay” che più pazza di così non si può... come dire: “questa è la musica che voglio fare: delicata, sensuale e groovy”.
Sananda esalta la componente viscerale delle sue canzoni: i suoi precedenti dischi, pur contenendo sempre ottimo materiale erano molto ‘lavorati’ in studio, in A&V ripesca l’essenza del suono di un certo rock-blues di vecchia scuola, quindi basso-batteria-chitarra (tutti suonati da lui, tra l’altro), qualche essenziale colore di quando in quando, un pianoforte per le ballate e naturalmente la sua splendida voce.
A volte, un eccesso di libertà porta con sé anche il rischio di qualche scelta discutibile. Niente di grave, parliamo di brani di cui non si sarebbe sentita la mancanza oppure il cantare in italiano su “bella faccina” (dedicata alla moglie Francesa): non sono sicuro sia stata una trovata molto azzeccata ma fa parte del gioco… è comprensibile che voglia trattare tutte le sue creazioni in quanto tali quindi ugualmente meritevoli di essere proposte, senza scartare ciò che non è ‘vendibile’.
Rispettiamo la sua scelta, la cosa importante è che Sananda sia ancora in grado di scrivere grandi canzoni come “if all I’ve got”, “losing becomes too easy”, “dolphin” e di sorprenderci quando il suo consueto spaziare tra generi e stili trova forza nell’ibridazione, nello spiazzante cambio di registro nell’ambito dello stesso componimento, prendete “more than you do”, “reach out” o “psychotherapy”.
Tanto per cambiare, un’artista considerato ‘sparito’ secondo i canoni promozionali del music-business è in realtà vitale, ispirato e prolifico… l’industria ha toppato un’altra volta.
Dimenticavo, per chi ancora non lo sapesse: Sananda Maitreya era un tempo conosciuto come Terence Trent d’Arby.

slovo

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Di Namor (del 25/10/2007 @ 05:00:00, in Libri, linkato 1839 volte)
Titolo originale
Imperium
Autore
Robert Harris
Editore
Mondadori
Prima edizione
2006

La storia viene narrata da un ormai centenario Tirone M. Tullio, colui che oltre ad essere l’inventore della stenografia, metodo di scrittura da lui ideato per trascrivere fedelmente e in tempo reale discorsi o interi comizi degli oratori di quel tempo, fu il segretario e l’assistente personale di uno dei più grandi oratori dell’antica Roma, ovvero il grande statista Marco Tullio Cicerone. Ed è proprio a questa leggendaria figura che l’autore di “ImperiumRobert Harris, affida l’onere di condurre il lettore nei pericolosi meandri della politica romana, dove in nome del potere, tribuni, aristocratici, senatori e consoli davano origini a subdole alleanze al fine di non perdere le loro posizioni di privilegiati verso la scalata al potere supremo!
E’ bene informare i lettori con una buona cultura di storia, che il libro nonostante sia ambientato in un periodo storico con avvenimenti e personaggi realmente vissuti come: Pompeo Magno, Crasso, Catilina, ed un giovane Giulio Cesare, non vuole essere una biografia di Cicerone o la fedele ricostruzione dei fatti che si svolsero all’epoca, ma trattasi di un romanzo avvincente dove l’intreccio fra il reale e il fittizio ha il puro e semplice scopo di appassionare il lettore, e non quella di stravolgerne la verità!
Il mio giudizio non può che essere positivo, “Imperium” ha il pregio di essere un romanzo molto scorrevole e coinvolgente, nonostante abbia come soggetto la politica durante il periodo dell’antica Roma.
Un doveroso grazie a Darth, per l’ottima scelta e per avermene fatto dono. ; - )

Namor

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Di Darth (del 24/10/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 2836 volte)
Titolo originale
Gone, Baby, Gone
Autore
Dennis Lehane
Prima edizione
1998

Dennis Lehane è un romanziere irlandese divenuto famoso grazie al suo romanzo “La morte non dimentica” dal quale è stato tratto il film di Clint Eastwood “Mystic River” (vincitore di due premi oscar). Precedentemente al romanzo che l’ha reso famoso al grande pubblico, Lehane ha pubblicato cinque libri thriller ambientati a Boston con, come protagonisti, due coniugi investigatori privati: Patrick Kenzie ed Angela Gennaro.
Il romanzo di cui vado a parlarvi è il quarto in ordine di uscita, edito nel 1998, ma considerato il migliore della serie ed in procinto di uscire tradotto su pellicola nelle sale italiane (il 07 novembre 2007). Il film, che in America sta incassando parecchio, è stato diretto e sceneggiato da Ben Affleck e ha un cast di tutto rispetto tra cui Casey Affleck (Patrick Kenzie), Michelle Monaghan (Angela Gennaro), Morgan Freeman (Jack Doyle) ed Ed Harris (Remy Bressant).
La storia inizia con il rapimento di una bambina di quattro anni, Amanda McCready, figlia di una tossicodipendente e poco di buono. Gli zii, disperati, assumono la coppia detective per scoprire chi ha rapito Amanda e riportarla a casa. Pat e Angela (ovviamente) accettano il caso ed inizieranno ad indagare in collaborazione con i detective Jack Doyle e Remy Bressant della divisione “Delitti contro i minori”… ma quello che scopriranno nelle indagini metterà loro stessi in pericolo di vita, perché il rapimento è frutto di una trama molto intricata che coinvolge anche persone al di sopra di ogni sospetto…
Il romanzo di Lehane è scritto in maniera molto semplice e scorrevole e, fin dai primi capitoli, riesce a creare interessamento nel lettore tenendolo attento ed ansioso di scoprire l’evolversi della trama. Molto curata anche nei dettagli, la storia, nonostante molti concatenamenti, funziona bene e non lascia lati oscuri quando il tutto diventa chiaro (scusate il gioco di parole).
Buona lettura… o buona visione del film ; - )

Darth

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Di kiriku (del 23/10/2007 @ 05:00:01, in Musica , linkato 2054 volte)
Artista
Beppe Voltarelli
Titolo
Distratto ma però
Anno
2007
Label
ALABIANCA / KOMART

Nel marzo di quest'anno  vi ho parlato dell’ultimo cd prodotto dal Il parto delle nuvole pesanti, in quell’occasione palesavo il mio stupore per aver scoperto, con un anno di ritardo, che il gruppo si era sciolto o meglio il cantante, Beppe Voltarelli, aveva deciso di intraprendere la carriera da solista. Ebbene ci siamo, da pochi mesi è uscito il primo lavoro del cantautore calabrese dal titolo Distratto ma però. Questo cd riprende le tematiche già affrontate con il suo vecchio gruppo e cioè l’immigrazione, lo sradicamento e la ricerca di un’identità. I testi però sono più curati e con un forte potere evocativo nel senso che l’ascoltatore viene stimolato a riflettere, libero da schemi preconfezionati, attraverso un insieme di flashback e di immagini che hanno lo scopo di dare un potere visuale alle parole: …dopo la tempesta c’è la calma /ognuno vede la sua buona stella/colpi di fortuna che la notte / facilmente mia dimenticherà / conservo desideri senza gloria / fiori sparpagliati nella noia…. Anche sotto il profilo musicale trovo un netto miglioramento, tanghi, tarantelle e non mancano omaggi alla terra natìa cantati in dialetto calabrese. I brani sono arricchiti dalla partecipazione di Roy Paci e di Finaz della Bandabardò in doppia veste di coautore e produttore artistico. Tirando le somme Distratto ma però è un buon prodotto. Ho letto alcune critiche negative che accusano Voltarelli di non essersi discostato dai suoi lavori precedenti, non sono d'accordo; è naturale che nel suo primo album da solista ci siano richiami alle esperienze precedenti ma il cambiamento è sostanziale, merito di una poetica e una qualità musicale che prima non aveva o meglio non era così facilmente riscontrabile. Credo che Beppe abbia gettato le basi per poter costruire qualcosa di veramente valido, gli auguro tutto il successo che merita.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 22/10/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1240 volte)
Titolo originale
Maradona - La mano de dios
Produzione
Argentina, Italia 2006
Regia
Marco Risi
Interpreti
Marco Leonardi, Julieta Diaz, Juan Leyrado, Pietro Taricone, Eliana Gonzalez, Norma Argentina, Roly Serrano, Gonzalo Alarcon, Abel Ayala, Emiliano Kazka.
Durata
113 minuti

Quando vidi per la prima volta questo film (circa quindici giorni fa), volevo di getto scriverne la recensione. Poi mi sono detto che forse era meglio aspettare che gli impeti di ira mi passassero per evitare eventuali denuncie. Trascorsi quindi questi giorni mi sono riavvicinato alla pellicola e ho deciso di parlarne con tutta la calma possibile. Credetemi anche così è difficile imbastire un discorso serio. Non so da cosa cominciare: da una regia mediocre? Da attori tristi nella loro interpretazione ? Da dei dialoghi che definire “vergognosi” è ancora un complimento? Dal fatto che le uniche cose accettabili come i filmati veri delle imprese sportive di Maradona, vengano proposti in qualità video scarsa per evidente scelta stilistica? A tutto questo aggiungeteci che quando ha fatto la sua comparsa come Boss malavitoso Pietro Taricone (colpa mia che non avevo guardato i nomi degli attori presenti nel film) sono scoppiato a ridere come uno scemo e non volevo crederci. Insomma questo film è fatto male, è recitato peggio, è forse in ultima analisi non dovrebbe  neanche fregiarsi del titolo di “film”. E dura DUE ORE !!! Fate qualunque cosa vi venga in mente invece di guardare questo lungometraggio, possibilmente con i vostri corrispettivi compagni/e. Come sempre, questa è la mia personale opinione. Ciao calciofili falliti.

nilcoxp  (ajjsgraarara)

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Di Sansimone (del 21/10/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2714 volte)
Titolo originale
Il caso Mattei
Produzione
Italia 1972
Regia
Francesco Rosi
Interpreti
Gian Maria Volonté, Peter Baldwin, Luigi Squarzina, Renato Romano, Dario Michaelis, Camillo Milli, Vittorio Fanfoni, Carlo Simoni, Franco Graziosi, Felice Fulchignoni, Jean Rougeul
Durata
118 minuti

L’altra sera mi sono rivisto il Caso Mattei di Francesco Rosi, girato nel lontano 1972 con un grandissimo Gian Maria Volontè nella parte del protagonista.
Il film ripercorre la vita del presidente dell’ENI dal dopoguerra fino alla morte in un disastro aereo nel 1962; per far questo il regista usa un metodo di racconto di tipo giornalistico, con continui flash-back. La pellicola inizia con la scena dell’aereo precipitato a terra e le testimonianze dei primi soccorritori, gli stessi che nella parte finale del film testimonieranno un'altra versione dei fatti che poi diventerà quella ufficiale, questo perché Mattei era una persona scomoda. Infatti, il lavoro di Rosi vuole cercare di far un po’ di luce su uno dei più grandi misteri del dopoguerra italiano, in altre parole se il presidente dell’ENI è morto per un incidente o se è stato vittima di un attentato? E perché il giornalista Mauro De Mauri che stava facendo una ricerca per il regista su gli ultimi giorni di Mattei in Sicilia è stato rapito e mai più ritrovato?
Ma chi era Enrico Mattei? Per chi non lo sapesse quest’uomo è stato uno dei più importanti protagonisti degli ultimi sessanta anni della storia italiana, tanto che gli americani lo definivano l’italiano più importante dopo Giulio Cesare. Mattei è stato dal 1945 al 1962 presidente dell’ENTE NAZIONALE IDROCARBURI, vale a dire ENI; in quest’ambito è stato capace di trovare giacimenti di metano e in quantità minore anche di petrolio in diverse parti d’Italia, è riuscito a stringere accordi commerciali molto vantaggiosi per la nostra nazione con diversi paesi produttori e a portare l’ENI ai massimi livelli occupazionali e di sviluppo tecnologico di tutta la sua storia. Chiaramente per far questo si era creato diversi nemici sia in Italia sia all’estero, principalmente con il governo francese e con il cartello petrolifero delle “sette sorelle”, a causa della sua politica affaristica nei confronti dei paesi produttori dell’oro nero.
All’ epoca della sua uscita il film provocò un po’ di polemiche sulle commissioni d’inchiesta che si erano pronunciate a favore della tesi dell’incidente, ma, forse ai nostri giorni questo film può farci solo pensare alla totale mancanza di grandi capitani d’industria che c’è oggigiorno in Italia.

SanSimone

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Di kiriku (del 20/10/2007 @ 05:00:01, in Teatro, linkato 1868 volte)
Titolo originale
Il grigio
Produzione
Goigest
Regia
Giorgio Gaber
Interpreti
Giorgio Gaber
Durata
 

In questi ultimi anni sto riscoprendo Giorgio Gaber, di lui conoscevo poco o niente se non quello che si può sentire o vedere casualmente ascoltando la radio o guardando la tv ; in poche parole il nulla più totale. Chiamatemi ingenuo, ma ogni volta che mi rendo conto di come certi personaggi vengono quasi completamente eliminati dai palinsesti audio e video, mi stupisco. Retorica? Forse si, ma questa, almeno dal mio punto di vista, è la realtà delle cose. Giorgio Gaberscik, meglio conosciuto come Giorgio Gaber ha calcato il palcoscenico per più di quarant’anni, è stato uno dei primi interpreti della canzone rock in Italiano, ha collaborato con Luigi Tenco, Enzo Iannacci, Adriano cementano. Ha partecipato a diversi Festival guadagnandosi anche una certa notorietà televisiva per poi abbandonarla per  concentrarsi su quella forma di teatro da lui stesso ideata e comunemente conosciuta come Teatro Canzone. Attento osservatore della realtà ha saputo raccontare con intelligenza le contraddizioni quotidiane della vita privata e pubblica dell’uomo normale. Ha fotografato, con ironia tagliente e a volte drammatica, la società italiana senza mai schierarsi politicamente. Ha messo sotto i riflettori le nostre paure, l'incapacità di comunicare con gli altri ma soprattutto con noi stessi, la nostra scarsa propensione  all'autocritica  e la nostra attitudine a crederci felici nella massa che non ragiona. Non da meno è Il Grigio, uno spettacolo teatrale del 1988 scritto a quattro mani con Sandro Luporini suo storico collaboratore per trent’anni. La storia è quella di un uomo che ha appena  cambiato casa per poter vivere da solo lontano da tutti in completa tranquillità. Senza televisione, senza contatti e con tutti i problemi lasciati alle spalle è convinto di poter vivere serenamente fin che non si accorge di avere un ospite o meglio un nemico indesiderato; il Grigio, in poche parole un topo. La guerra tra i due è inevitabile. Il piccolo roditore risulta essere incredibilmente furbo e sfuggente a tal punto da minare la serenità tanto agognata. Il piccolo animale non è altro che l’incarnazione dei dubbi, delle paure e dei ricordi di una vita disastrosa, problemi mai risolti seriamente e che l’uomo adesso si ritrova ad affrontare faccia a faccia proprio in quella casa che lui aveva soprannominato l’oasi. Solo a combattere contro la tragicità di una vita normale e contro tutto quello che vigliaccamente voleva lasciarsi alle spalle. Lo spettacolo è un soliloquio ironico/drammatico, sul palco solo Gaber, gli altri personaggi sono solo evocati dalla voce narrante dell’autore. Purtroppo essendo questo solo un supporto audio non si ha la possibilità di vedere la gestualità e le espressioni che caratterizzavano il suo teatro, ma nonostante tutto il piacere che si prova ad ascoltare questo monologo è davvero molto. Sempre più che mai attuale Gaber è stato ed è la coscienza nascosta di una società che non ragiona.

kiriku

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Di slovo (del 19/10/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1393 volte)
Titolo originale
The Invasion
Produzione
USA 2007
Regia
Oliver Hirschbiegel
Interpreti
Nicole Kidman, Daniel Craig, Jeremy Northam, Jeffrey Wright
Durata
94 minuti

C’è una carenza di novità disarmante e l’idea in sè di remake è deleteria figuriamoci poi caratterizzarci un epoca di produzioni. Mi stanno affossando il cinema fantascientifico, forse sarebbe meglio se hollywood cominciasse a disinteressarsi completamente del genere… e dico sempre le stesse cose, lo so.
Sapendo come và sempre a finire farei meglio ad evitare di buttare via tempo e denaro su film prevedibilmente brutti per poi ammorbare gli altri con commenti sempre uguali.
Ancora per stavolta… “Invasion” è nientemeno che il terzo rifacimento dell’ottimo “l’invasione degli ultracorpi” (1956) di Don Siegel percui delle due l'una: o hanno in serbo un risvolto, interpretazione o punto di vista veramente inedito sull’argomento oppure è un progetto che trascende il cattivo gusto per approdare al mero esercizio fine a sé stesso. Ma proviamo a stare al gioco. Osserviamo da un punto di vista ipotetico e supponiamo che “Invasion” sia il primo film a ruotare sul tema dell’invasione nano-batteriologica extraterrestre.
Anche così… mezzucci registici (flash-forwards… wow!) e virtuosismi in sala montaggio perfetti per un videoclip ma fondamentalmente solo un extralavoro sulle rifiniture quando è la sostanza a mancare: il film è debole, non decolla e non coinvolge. La prima parte potrebbe far (ben) sperare in uno sviluppo di matrice psicho-thriller, ma le premesse di un invasione silente e formalmente non violenta vengono presto banalizzate dal ricorso ai clichè della action-school americana (persino una bomba molotov: non ci volevo credere!) e non mi dilungherò a spiegare quanto siano scoraggianti senza il supporto di una trama solida.
Gli attori protagonisti portano a bilancio un contributo estetico, per il resto fanno il loro compitino senza eccellere: Nicole Kidman non è del tutto incapace a recitare, ha qualche impennata ma in generale la sua prova è stentata. Daniel Craig (l’attuale volto di James Bond) ha perso un’altra occasione per dimostrare di essere un attore con tutti i crismi e non solo un prodotto delle palestre sormontato da uno sguardo languido.
Constatato che non c’è un solo motivo buono per godere della visione di “Invasion”, mi unisco al coro (nutrito, mi dicono) di critiche  che ha già ricevuto e ribadisco: evitatelo.

slovo

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Di Namor (del 18/10/2007 @ 05:00:00, in Cinema, linkato 1322 volte)
Titolo originale
The Reaping
Produzione
USA 2007
Regia
Stephen Hopkins
Interpreti
Hilary Swank, David Morrissey, Idris Elba, AnnaSophia Robb, Stephen Rea, William Ragsdale.
Durata
110 Minuti
Trailer

Uno strano fenomeno, che vede le placide acque di un fiume tingersi di rosso sangue, gettano nello sgomento un intero paesino della Louisiana. Il susseguirsi di altri inspiegabili eventi, crea negli abitanti, popolo religioso con una forte incidenza Cristiana, la convinzione che si tratti delle famose 10 piaghe bibliche che colpirono l’antico Egitto! Il professor Doug (David Morrissey), non essendo in grado di dare una spiegazione plausibile ai suoi concittadini su questi misteriosi fenomeni, chiede l’intervento di Katherine Winter (Hilary Swank) una ex missionaria divenuta, dopo la tragica morte del marito e della figlia, una delle massime esperte internazionale nell’attribuire una spiegazione logica e terrena ad avvenimenti attribuiti a falsi miracoli. Dopo un primo rifiuto ad investigare sul caso, la Winter si convince dal momento in cui viene a sapere, che la vita di una ragazzina dodicenne (AnnaSophia Robb) é in serio pericolo, considerato che gli adirati abitanti della cittadina, la ritengono responsabile della presunta piaga, divulgatasi dopo il rinvenimento del cadavere di suo fratello nel fiume. Man mano che le drammatiche piaghe si manifestano, si fa sempre più concreta l’ipotesi di un nuovo capitolo dell’eterna battaglia tra il bene ed il male, per le cui sorti dell’esito finale, sarà fondamentale comprendere il ruolo dell’ambigua dodicenne, e soprattutto lo schieramento a cui appartiene!
Dare un giudizio positivo su “I segni del male” mi riesce abbastanza difficile, secondo me un regista non eccelso, ma abbastanza navigato come Stephen Hopkins, avrebbe dovuto dare più pathos alla storia, visto il tema trattato, invece dopo aver visto i primi trenta minuti il film incomincia a calare di interesse, complice anche una sceneggiatura che sicuramente non elabora niente di nuovo o che non sappiamo già tra l’eterno conflitto del bene contro il male. Evidentemente il regista ha pensato bene che la presenza nel cast del due volte premio Oscar Hilary Swank, avrebbe sopperito alle vere piaghe di questo film…regia e sceneggiatura!

Namor

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Di Darth (del 17/10/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 9196 volte)
Titolo originale
Amore tossico
Produzione
Italia, 1983
Regia
Claudio Caligari
Interpreti
Loredana Ferrara, Enzo Di Benedetto, Michela Mioni, Cesare Ferretti
Durata
96 minuti

Pensavo che dopo aver visto più volte “Trainspotting” e “Cristiana F.”, nessun film trattante il tema della tossicodipendenza mi avrebbe più scioccato. Mi sbagliavo. “Amore tossico” non possiede l’ingenuità di Cristiana F, o la voglia di vivere e l’ilarità di Trainspotting… “Amore tossico” è solo ed esclusivamente droga… senza attenuanti, senza possibilità di uscirne.
Scritto e diretto da Claudio Caligari (che dopo questo film ha aspettato 15 anni prima di dirigerne un altro), per questo suo film-shock ha optato per un cast di attori non professionisti che interpretano se stessi: veri tossicodipendenti della provincia romana (il film è ambientato ad Ostia), brutti e rovinati dall’eroina. Questo film-documentario è davvero impressionante: la presenza di drogati che si preparano la ‘roba’ e se la sparano in vena davanti alla telecamera, come fosse una cosa normale, è davvero sconvolgente; se aggiungiamo a questo, che oltre la metà degli attori di quest’opera (tra cui Cesare Ferretti, il protagonista) è morta di lì a poco per overdose, possiamo capire che questa pellicola, che per la gente comune è ‘fantascienza’, per quei ragazzi, e per molti altri di quegli anni, era la normalità. Anche lo slang utilizzato è quello proprio dei tossici, e in tutto il montato non si parlerà d’altro che dello schizzo, della pera, della spada, del meta(done), della roba bona o roba scrausa, della rota ecc… il tutto in dialetto romano.
Nonostante sia più un documentario sul quotidiano tirare a campare di un gruppo di drogati che un dramma, il regista riesce a creare un filo conduttore, con trame che si collegano tra loro, rendendo quindi il tutto godibile oltre che interessante; e l’aggiunta di alcune scene provocatorie (come la più famosa del trans che chiede a due suore “Sorella, la prego, me spieghi lei… perché me piace così tanto er cazzo?”) aiutano lo spettatore a resistere ad un’ora e mezza di siringhe in vena, schizzi di sangue, vomito, ed altre situazioni disgustose. E’ più che evidente che il regista si è ispirato alle opere di Pasolini per la realizzazione del suo lavoro, ne ha ripreso l’ambientazione (le periferie romane), l’uso del dialetto e l’utilizzo di gente comune al posto degli attori… infine lo ha anche omaggiato, girando le scene finali ad Ostia, sotto la statua commemorativa di Pasolini. Per concludere, voglio consigliare a tutti la visione di questa pellicola, è vero che è dura, scioccante e stomachevole… ma è reale… molto più reale di qualunque altro film che abbia trattato questo delicato tema… e ricordiamoci che è un film del 1983, quando in Italia il fenomeno della tossicodipendenza tra i giovani era all’apice. Anche per questo, mi sento di rivolgere un elogio a Claudio Caligari: purtroppo registi come lui in Italia ce ne sono sempre di meno… e se questi pochi girano un film ogni 15 anni… per forza che il nostro cinema è in crisi!

Darth

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