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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Sansimone (del 16/09/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1254 volte)
Titolo originale
Smoke
Produzione
U.S.A. 1995
Regia
Wayne Wang, Paul Auster
Interpreti
Harvey Keitel, William Hurt, Forest Whitaker, Harold Perrineau, Jr., Stockard Channing, Ashley Judd, Victor Argo, Giancarlo Esposito
Durata
112 minuti

Siamo a New York, all’interno di una tabaccheria s’intrecciano le storie di cinque personaggi, legati tra loro apparentemente solo dal piacere del fumo.
I personaggi sono in ordine: il tabaccaio, interpretato magistralmente da Harvey Keitel; uno scrittore in crisi a causa della morte prematura della moglie; un ragazzo in cerca del padre; un ex compagna del tabaccaio in cerca della figlia scomparsa; un uomo con un braccio meccanico.
Nel film tutti questi personaggi s’incrociano in maniera casuale ma, in modo da aiutarsi reciprocamente a districare le loro vite.
Per alcuni potrà sembrare un film lento e volendo anche senza logica, ma non è così. Questo sfiorarsi di vite in fondo è la rappresentazione molto veritiera di quello che purtroppo non succede più nel mondo frenetico e superficiale in cui viviamo.
Per quanto mi riguarda questo è proprio un gran bel film giustamente premiato al festival di Berlino, un film oltretutto sorretto dalla bravura degli interpreti e non solamente dagli effetti speciali.
Sansimone

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Di smarty (del 15/09/2007 @ 05:00:00, in Cinema, linkato 990 volte)
Titolo originale
Uno Su Due
Produzione
Italia, 2006
Regia
Eugenio Cappuccio
Interpreti
Fabio Volo, Anita Caprioli, Ninetto Davoli,
Durata
100 minuti
Trailer

Ho cominciato ad apprezzare Fabio Volo in veste di attore dai tempi di "Caso mai" e vado volentieri a vedere le sue interpretazioni. In questa nuova avventura Lorenzo Maggi (Fabio Volo) è il classico 30enne avvocato ambizioso con un'affascinante e premurosa fidanzata (Silvia interpretata da Anita Caprioli) che però non è sicuro di voler fare entrare totalmente nella sua vita, un bell'appartamento in centro e un lavoro che gli permetterà di fare sicuramente carriera insieme con il suo amico e socio Paolo (Giuseppe Battiston). Al rientro da un viaggio in Russia, dove sta per concludere un importante business che dovrà dare una svolta alla vita di tutti, Lorenzo darà il "meglio" di sé, mettendo da parte il rispetto per le persone che lo circondano e pensando solo al modo migliore per incrementare i suoi guadagni, fino a quando durante una camminata con Paolo sviene e viene portato all'ospedale. In attesa di sapere cosa è accaduto e perché, Lorenzo si troverà a condividere la stanza e il tempo con Giovanni (Ninetto Davoli) ex camionista romano malato di cancro, ma soprattutto si troverà solo con la paura e la sua presunta malattia. Lì Lorenzo è una persona come tutti gli altri, in attesa di capire, in attesa di un esisto, in attesa della buona notizia che tutto ritornerà come prima. Ma qualcosa però si è rotto dentro di lui ed anche se in un primo momento cercherà di ignorare l'accaduto, via via che il tempo passa tutto acquisterà un'altra prospettiva e le emozioni plasmeranno la corazza costruita fino a quel momento. Giovanni diventerà il suo angelo e il suo salvatore, lo salverà dal lavoro/rifugio, da sé stesso e dalla sua vecchia vita, fino a che ogni cosa acquisterà la sua giusta prospettiva. In cambio Lorenzo sposerà una missione: quella di ritrovare Tresy, la figlia di Giovanni persa di vista da molti anni. La vita ha offerto a Lorenzo un'altra possibilità di riscattarsi e il viaggio alla ricerca di Tresy rappresenta anche il viaggio alla riscoperta del vero Lorenzo e alla ritrovata capacità di gestire le emozioni soprattutto con i più cari. A scenografia del film ci sono Genova che rappresenta bene la sospensione tra due mondi e l'Appennino umbro con dei bellissimi paesaggi che, secondo la mia interpretazione, ha rappresentato la rinascita e la bellezza del vivere ogni giorno.

Smarty

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Di slovo (del 14/09/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 960 volte)
Artista
Smashing Pumpkins
Titolo
Zeitgeist
Anno
2007
Label
Reprise Records/Warner Music

Verrebbe da dire: cronaca di una morte annunciata. D'altronde, quante volte è successo ad una band di tornare anche solo ad una frazione dei vecchi fasti dopo uno scioglimento? Posto che nel caso degli smashing si diceva ‘band’ col beneficio del dubbio, ciò che è sempre stata praticamente un’emanazione del cantante/chitarrista/compositore Billy Corgan sembra ancor meno credibile oggi, con il batterista Jimmy Chamberlin unico superstite della formazione originale.
Durante gli ultimi dieci anni, il torvo leader ha fatto tutto il possibile per apparire confuso, disorientato e alla disperata ricerca di una fonte di ispirazione che non arrivava mai: gli ultimi discussi album degli SP, lo scioglimento annunciato come una liberazione, l’incommentabile progetto Zwan, il disco solista infine questo ritorno delle ‘zucche’ tra promesse heavy e alcune novità nelle tematiche. In particolare vediamo Corgan cimentarsi nella critica sociale… è comprensibile che da quarantenne, dopo aver sviscerato i suoi disagi post-adolescenziali, senta il bisogno di cantare la deriva del suo paese, ma che abbia la pretesa di aver messo a fuoco lo zeitgeist pare più che altro una specie di scherzo.
Sbandierato come quello che sarebbe stato l’album dal sound più duro della storia del gruppo (non è raro questo atteggiamento nelle rock band scoppiate: come se un disco che picchia sia la sola strada per recuperare la dignità persa) si rivela invece un disco noioso, forzato, eccessivamente lavorato, saturo di chitarre che proiettano solo una pallida ombra dell’energia che aveva "Siamese Dream" e che, paradossalmente, ha gli episodi meglio riusciti nelle ballate gotiche come “bleeding the orchid” o “neverlost”.
I pezzi da traino, “tarantula” o “doomsday clock”, nonostante la notevole performance di Chamberlin rimangono delle poco ispirate auto citazioni con poco nervo. Il resto, a patto di riuscire ad ascoltarlo tutto almeno una volta, è da dimenticare in fretta.

slovo

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Di Namor (del 13/09/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1493 volte)
Titolo originale
Disturbia
Produzione
USA 2007
Regia
D.J.Caruso
Interpreti
Shia LaBeouf, David Morse, Sarah Roemer, Carrie-Ann Moss.
Durata
104 Minuti
Trailer

Succede raramente, ma talvolta nelle programmazioni cinematografiche estive, basate essenzialmente su pellicole già viste nel periodo invernale, o di titoli rischiosi, proposti nel tentativo di rientrare in parte degli esborsi, capita di vedere un film come questo ed uscire dalla sala soddisfatti. Anche se, la pellicola esprime fin dal principio la sua mancanza di originalità comune per il genere Thriller, categoria questa, che ultimamente fa fatica a presentare qualcosa di nuovo, se poi aggiungiamo che il film è un omaggio alla “Finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock, é quasi impossibile non intuirne lo svolgimento della trama, che lo rende quasi, anzi diciamolo pure, scontato! Allora, cosa fa di “Disturbia” malgrado questo suo non trascurabile handicap, un film accattivante dalla piacevole visione? Semplice, la bravura con la quale il suo regista D.J.Caruso lo ha confezionato, grazie anche all’apporto del nuovo astro nascente del cinema americano Shia LaBeouf, nuovo pupillo di Steven Spielberg che con la sua DreamWorks ha prodotto il film, costato circa venti milioni di dollari, incassandone il triplo dopo sole tre settimane di programmazione negli Stati Uniti, ulteriore prova che il film non é piaciuto solo a me!
Sprofondato nella più assoluta apatia dopo aver perso il padre in un incidente stradale da lui causato, Kale (Shia LaBeouf) colpisce al volto il suo insegnante durante una lezione di spagnolo, reo di averlo provocato menzionando il genitore scomparso. Per tale gesto il giudice lo condanna a tre mesi di arresti domiciliari costringendolo ad indossare una cavigliera antifuga che lo relega all’interno della sua abitazione, poiché violando il perimetro nel quale é confinato rischia l’arresto immediato con il soggiorno in una vera cella! Dopo la veloce e scontata assuefazione di xbox, tv via cavo e ipod, Kale per ammazzare la noia adotta un nuovo diversivo, spiare con un binocolo attraverso le finestre di casa, le abitudini giornaliere del tranquillo vicinato. Scopre così, che sotto la patina di perbenismo che avvolge il pacato quartiere residenziale, si celano lievi indiscrezioni per alcuni e oscuri segreti per altri, come l’alone misterioso che circonda lo strano ed enigmatico Mr. Turner (David Morse), ritenuto inizialmente da Kale ed i suoi compagni, quasi per gioco, il probabile serial killer delle giovani ragazze scomparse! Quello che sembrava un innocente passatempo, presto diventa un vero incubo per i tre protagonisti che sorvegliano notte e giorno l’indecifrabile vicino, arrivando alla pericolosa conclusione che la loro teoria sull’identità del serial killer, non era affatto sbagliata!

 Namor

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Di Darth (del 12/09/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2858 volte)
Titolo originale
Koyaanisqatsi
Produzione
USA 1982
Regia
Godfrey Reggio
Interpreti
Durata
86 minuti
Trailer

Koyaanisqatsi è il primo film della trilogia Qatsi realizzata dal regista indipendente Godfrey Reggio, i due lavori successivi sono “Powaqqatsi – Life in trnsformation” (1988) ed il più recente “Naqoyqatsi – Life as war” (2002).
Il titolo Ko-Yaa-Nis-Qatsi altro non è che la traduzione di “La vita senza equilibrio” in linguaggio Hopi. Quest’opera è davvero particolare: non ha alcuna trama, non ha dialoghi e non ha attori… tant’è che è stata ‘catalogata’ come un documentario. Personalmente, però, non ritengo né Koyaanisqatsi, né gli altri film della trilogia documentari, ma le opere artistiche di un regista ‘originale’ che riesce a trasmettere messaggi e sensazioni con l’esclusivo utilizzo di immagini e musica.
Godfrey Reggio, con l’aiuto di Ron Fricke, iniziò a lavorare per la realizzazione di quest’opera nel 1976, impiegò ben 6 anni per completare il suo personale capolavoro. Il ‘film’, se possiamo chiamarlo così, è un insieme di immagini montate su musiche psichedeliche realizzate da Philip Glass; inizia con la visione di incisioni rupestri, presumibilmente degli indiani Hopi, che raffigurano la ‘profezia’ che da il titolo al lungometraggio; su questa intro, parte la musica d’atmosfera di Glass con l’unica parola di tutto il film: “Koyaanisqatsi” ripetuto come una cantilena. Il proseguo dell’opera è tutto un fluire di immagini di una bellezza impressionante: si inizia con la staticità della terra (la nascita?), riprese lente di paesaggi desertici, delle nubi, delle acque e di paesaggi bucolici visti in volo d’uccello. Successivamente, in un crescendo di musica, comincia a far capolino la presenza umana: inizialmente solo con tralicci elettrici a deturpare i panorami, poi, sempre più invasiva con fabbriche in riva al mare, impianti petroliferi, ruspe che distruggono la terra ed esplosioni nucleari. Citando solo l’ ‘inizio’ del film, immagino che abbiate già capito che cosa vuole trasmettere il regista, solo che anziché comunicarcelo con metodi convenzionali, ha strutturato il suo lavoro in questa maniera atipica… atipica, ma molto efficace! Ed è per questo che mi rifiuto di pensare a Koyaanisqatsi come ad un semplice documentario. Le immagini sopraccitate (e tutte quelle del lungometraggio), sono spettacolari: ogni fotogramma è una fotografia perfetta, ogni inquadratura palesa lo studio maniacale che ha alle spalle, ed è evidente che per ognuna di esse è stata attesa la luce adatta prima di imprimerla su pellicola. Inoltre, il regista, ha utilizzato le tecniche del rallenty e dell’ accelerazione per rendere le immagini ancor più adatte al suo scopo.
Personalmente ritengo la trilogia Qatsi un gioiello cinematografico, e mi sento di consigliarne la visione a tutti coloro che, occasionalmente, cercano qualcosa di diverso dai soliti film.

Darth

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Di kiriku (del 11/09/2007 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 2445 volte)
Titolo originale
Fear and Loathing in Las Vegas
Produzione
U.S.A 1998
Regia
Terry Gilliam
Interpreti
Johnny Depp, Christina Ricci, Cameron Diaz, Ellen Barkin, Craig Bierko, Gary Busey, Mark Harmon, Katherine Helmond
Durata
118 minuti
Trailer

Siamo nel 1971 il giornalista sportivo Raoul Duke, accompagnato dal suo amico samoano nonché avvocato Gonzo, parte per Las Vegas per effettuare un reportage, commissionato dal giornale Sport Ilustrated, su una gara di moto in mezzo al deserto. I due partono a bordo di una convertibile rossa in uno stato mentale già alterato e, durante tutto il viaggio, fanno un uso improprio di qualsiasi tipo di droga esistente, attingendo dalla valigia riposta nel portabagagli: “Avevamo due borsate d’erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di LSD super-potente, una saliera piena zeppa di cocaina e un’intera galassia di pillole multicolori, eccitanti, calmanti, esilaranti... e anche un litro di tequila, uno di rum, una cassa di Budweiser, una pinta di etere e due dozzine di fiale di popper.” Per tutta la durata del viaggio hanno visioni paranoiche e allucinazioni persecutorie e ossessive che portano i due amici a trovarsi in situazioni allucinanti al limite del paradosso. Questo film è tratto dal romanzo “Paura e disgusto a Las Vegas” (1971) di Hunter S. Thompson ed è stato diretto e sceneggiato da Terry Gilliam. Nonostante una buona regia e l’ottima interpretazione di Johnny Depp e Benicio Del Toro, da una parte della critica questo film è stato tacciato di essere una carrellata sterile di volgarità, dove cattivo gusto e incapacità registica hanno dato vita ad un lungometraggio senza senso. Non sono d’accordo. Ad una prima lettura superficiale forse si può rimanere spiazzati, ma il disordine apparente è chiaramente voluto, riflette il disordine interiore di quella generazione che negli anni sessanta a pensato di poter cambiare il mondo. Figli di questo fallimento generazionale e di quello del sogno americano i due si rifugiano nell’unico posto dove è ancora possibile sognare, dove gli illusi pensano di potersi affermare attraverso il denaro, in poche parole Las Vegas. Ed proprio in questo lunapark dell’effimero che Raoul e Gonzo danno il peggio di loro, toccano il fondo devastandosi senza nessun limite, realtà e illusione si mescolano a tal punto da non riconoscere l’una dall’altra. Dalla visione distorta dei protagonisti affiora però il ritratto lucido di una generazione delusa che ha smesso di sognare.

kiriku

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Di nilcoxp (del 10/09/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 895 volte)
Titolo originale
Sicko
Produzione
USA 2006
Regia
Michael Moore
Interpreti
 
Durata
120 minuti
Trailer

Questo è il terzo ed ultimo film della mia trilogia sugli Stati Uniti d’America, gli altri due erano stati “Idiocracy” e “Fast Food Nation”. Il regista ci mostra come da par suo, la situazione della sanità in America: cosa succede a chi è sprovvisto di copertura assicurativa (c’è un tizio che avendo subito l’amputazione di due dita sceglie quale farsi riattaccare in base alle proprie disponibilità finanziarie), e cosa succede ad averla: infatti i soggetti principali del film sono gli americani assicurati. A loro è principalmente dedicato il documentario: veniamo a conoscenza di come le compagnie assicurative cerchino in tutti i modi di rifiutare i rimborsi ai loro clienti, e di come i medici facciano carriera non per i loro “meriti” ospedalieri, ma in base al denaro che gli fanno risparmiare. Scopriamo che i numerosi volontari dell’ 11 settembre 2001 sono stati abbandonati a se stessi, dato che non gli vengono pagate le cure mediche, le stesse che vengono invece generosamente date ai detenuti di Guantanamo. Questa è la parte migliore del film secondo me, perché poi M. Moore decide di mostrarci come la sanità funzioni in paesi come il Canada, la Francia, l’Inghilterra e Cuba. Questa risulta essere la parte meno riuscita, perchè il regista ci parla delle cure mediche in queste nazioni come stesse parlando della terra dei sogni. Tutti sappiamo non essere così! Forse però, la scelta di questo metodo di narrazione basata sull’esaltazione di altri modelli di assistenza medica, serve al regista per accentuare ulteriormente un problema così sentito e così tragico della sua terra. Infatti credo che solo chi ami il proprio paese possa mostrarne i propri limiti ed errori, nella speranza che qualcosa cambi… Credetemi questo è un buon esempio di giornalismo, professione che va oramai scomparendo in molti paesi, e che è addirittura estinta in Italia (qui vige il leccaculismo ad oltranza!!!). Il problema delle notizie di oggi non è più "come vengono date" e da "chi vengono date", ma bensì "QUALI VENGONO DATE". Infatti veniamo sistematicamente distratti da avvenimenti non essenziali a discapito di quelli importanti che rimangono volontariamente taciuti (mi fermo qui, è meglio!). Alle prime inquadrature, quando ho visto la faccia del Presidente americano ho provato un senso di nausea, dopo aver visto il gruppetto dei potenti del loro parlamento mi si è aggiunto un senso di rabbia impotente. Ho pensato all’Italia, e alla sua situazione politica (preciso subito che mi riferisco ad entrambi gli schieramenti!) e ho risentito quella nausea mista a rabbia impotente. L’unica differenza è che io non ho (all’opposto di M. Moore)la stessa fiducia nei miei connazionali. Ciao ciao…e non ammalatevi!!!

nilcoxp

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Di Sansimone (del 09/09/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 818 volte)
Titolo originale
The Take
Produzione
Canada, 2004
Regia
Avi Lewis
Interpreti
 
Durata
87 minuti
Trailer

Grazie ad un amico, ho conosciuto una realtà dell’Argentina che non conoscevo, probabilmente a causa della censura che i mass-media riescono ad imporci su alcuni argomenti.
The Take” parla di una nuova (o forse vecchia) forma di imprenditoria lavorativa: quella delle fabbriche chiuse dalle società, occupate e dirette dagli ex dipendenti.
Il film inizia dalla spiegazione della crisi economica che ha colpito l’Argentina a partire dagli anni ’90 e sfociata nelle violente manifestazioni del 2001, provocata dalla politica finanziaria del presidente Menemi e dalle manovre speculative del fondo monetario internazionale. Dopo la fuga dal paese del presidente e di ingenti capitali, è avvenuta una chiusura generalizzata di fabbriche ed attività dell’indotto, ed il tasso di disoccupazione è schizzato alle stelle. In questa situazione, operai di diverse industrie disoccupati e con ingenti salari arretrati ancora da percepire, hanno deciso di riaprire le fabbriche autonomamente: inizialmente occupandole abusivamente, e successivamente chiedendo alle autorità di riconoscere legalmente l’esproprio delle fabbriche a saldo dei loro crediti. Infine, una volta ottenuto il riconoscimento giuridico delle cooperative da loro formate, gli operai hanno riavviato la produttività industriale del paese.
Personalmente, ho trovato molto interessante questo tipo di economia fondata sul lavoro di molti e non sul profitto di pochi. Inoltre, nel film, è ben evidenziata la ricerca della legalità ed il senso di democrazia che esiste nei ceti medio-bassi, mentre gli stessi principi non sembrano interessare alle persone che governano il paese.
Un bel film-documentario, con ottimi contenuti: interessante per conoscere il mondo in cui viviamo senza guardarlo attraverso gli occhi dei mass-media.

Sansimone

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Di nilcoxp (del 08/09/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 3433 volte)
Titolo originale
Murphy's Law
Autore
Arthur Bloch
Traduzione
Luigi Spagnol
Editore
Longanesi & C.
Prima edizione
1977

Erano anni che sentivo parlare del libro “La Legge di Murphy”, ed ero molto curioso di leggerlo. Un testo che è una raccolta di massime sulla sfortuna e su tutte le sue applicazioni. Come recita la frase forse più famosa “…Se una cosa può andar male, lo farà.”. Vi dico subito che non mi è piaciuto, è dai tempi del “Grillo Parlante” di Roberto Gervaso (forse il libro più brutto che abbia mai comprato) che non riesco più a leggere niente che sia in stile di aforismi, proverbi o similari. Quindi è stato solo per la grande notorietà di questo titolo che mi sono convinto a leggerlo. Però tolta qualche frase simpatica, e in alcuni casi quanto mai azzeccata, il resto è abbastanza scontato e noioso. Qui di seguito vi riporto qualche frase che mi è piaciuta per meglio farvi comprendere lo stile con cui è steso il testo: “COSTANTE DI MURPHY. Le cose vengono danneggiate in proporzione al loro valore.” …“DILEMMI DEL LAVORATORE. 1) Per quanto uno faccia, non farà mai abbastanza. 2) Quel che non si fa è sempre più importante di quel che si fa.” …“LEGGE DEGLI AFFITTI CITTADINI. Chi non può permettersi di pagare l’affitto è in affitto. Chi può permettersi di pagare l’affitto è proprietario.”. Detto questo, buona lettura a chi dovesse interessare.

nilcoxp

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Di slovo (del 07/09/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1179 volte)
Artista
Luciferme
Titolo
Mutazioni
Anno
2004
Label
DivinazioneMilano/Self

Formazione insolita i Luciferme, da più di dieci anni sospesi a metà strada tra lo status di cult band fiorentina e le occasionali apparizioni nel mondo mainstream senza mai una definitiva consacrazione. Troppo bravi per rimanere imbrigliati nei circoli dell'underground urbano ma a cui è sempre mancato qualcosa per sfondare, e non è che le occasioni siano mancate (per un excursus completo della loro carriera rimando alla biografia sul sito ufficiale).
Considerati gli ultimi new-waver italiani per via delle chiare influenze manifestate agli esordi, dai Simple Minds agli U2, hanno cominciato un processo di personalizzazione con "Di luce e ombra" (2001), album ondivago e transitorio, che prosegue con questo "Mutazioni".
L’entrata di Marzio Benelli alla produzione artistica, posto occupato precedentemente da Gianni Maroccolo, ha aiutato i Luciferme ad affrancarsi da una matrice ottantiana e guadagnare in “attualità”…se, a conti fatti, questo abbia rappresentato una scelta migliorativa o meno è una questione aperta a dibattiti.
Non si è lesinato nell’uso dell’elettronica, presente anche più che in passato ma in maniera più elegante e amalgamata. Se l’intenzione era di produrre musica più incisiva ed energica, il risultato è invece un sound molto etereo che strizza l’occhio ad atmosfere lounge / chillout dove la componente rock emerge a fatica tra processori di suono e strati di sintetizzatori. Ma come ho detto, questo non è di per sé necessariamente un male.
Dal punto di vista compositivo le mutazioni non sono poi così sostanziali come vorrebbe far credere il titolo in copertina… ad eccezione di un singolo episodio, la title-track appunto, decisamente interessante. Si può parlare di un certo grado di maturazione per ciò che riguarda i testi del vocalist Francesco Pisaneschi, pur non raggiungendo ancora l’eccellenza e tradendo di quando in quando banalità imperdonabili, segnano sicuramente un passo in avanti. Interessante il concept di “facile” dove si criticano le nefandezze umane facendo sarcasticamente parlare 'l’altra parte'.
”cielo instabile”, “il momento perfetto” o “la fabbrica del tempo” sono momenti decisamente felici, altri come “niente da fare” o “una notte senza odio” sanno di poco o di già sentito, in definitiva un album di pop-rock italiano che supera abbondantemente la sufficienza ma che avrebbe necessitato di quei due /tre brani memorabili per sganciarsi dalla nicchia.
Andrà meglio al prossimo lavoro.

slovo

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Di Namor (del 06/09/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1140 volte)
Titolo originale
Feed
Produzione
Australia 2005
Regia
Brett Leonard
Interpreti
Patrick Thompson, Alex O'Loughlin, Gabby Millgate, Jack Thompson, Matthew Le Nevez.
Durata
90 Minuti
Trailer

Phillip Jackson (Patrick Thompson), investigatore specializzato nello scovare siti potenzialmente ad alto rischio, che, durante lo svolgimento delle sue mansioni si imbatte in un sito dedicato agli amanti di donne esageratamente in sovrappeso. A gestire il sito è un sociopatico di nome Michael Carter (Alex O’Loughlin), che si professa un cultore della bellezza a tutto tondo, infatti é proprio lui a nutrire fino alla morte le donne che vengono visionate sul suo sito, accettando addirittura scommesse dei suoi visitatori sul raggiungimento del peso al momento del loro decesso. Phillip non essendo autorizzato a procedere con le indagini per la mancanza del movente, decide di agire ugualmente per conto proprio. Inizia così un indagine illegale, che lo vede confrontarsi con un intelligente e pericoloso serial killer, disturbato da una infanzia a dir poco traumatica. Ma non è l’unico ad aver avuto problemi simili, poiché anche il suo cacciatore si porta dietro i suoi spettri, derivati da un periodo iniziale della sua vita alquanto difficile!
“Feed” é stato tenuto in naftalina dal 2005 e presentato nelle nostre sale solo quest’estate, iniziativa dalla quale si deduce la scarsa qualità di un film non riuscito, e che si può tranquillamente evitarne la visione soprattutto se siete deboli di stomaco, se invece ne siete incuriositi e volete proprio guardarlo aspettate almeno l’uscita in videoteca, almeno avrete risparmiato la metà dei soldi per questo disgustoso e stereotipato trhiller!

Namor

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Di Darth (del 05/09/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1933 volte)
Titolo originale
A fost sau n-a fost?
Produzione
Romania, 2006
Regia
Corneliu Porumboiu
Interpreti
Ion Sapdaru, Teodor Corban, Mircea Andreescu
Durata
89 minuti
Trailer

Il film inizia e finisce il 22 dicembre 2005 in una (tutt’altro che ridente) cittadina a est della capitale rumena. Esattamente sedici anni prima, il 22 dicembre 1989, cadde il regime comunista di Ceauşescu. Approfittando dell’anniversario, il direttore/conduttore di una tv locale, trasmette un talk-shaw intitolandolo “La nostra città ha fatto la rivoluzione?”. Storicamente è conosciuto che la piazza centrale del paese, come tutte quelle delle altre città, furono gremite di gente per festeggiare la caduta del comunismo ma, a suo giudizio, se la gente andò in piazza solo a seguito della notizia (appresa dalle televisioni) che Ceauşescu non era più al potere, non vi fu rivoluzione. Per cercare di dissipare questo atroce dubbio (di cui non frega niente a nessuno) vengono invitati al dibattito due “eminenti” concittadini che vissero in loco quella data: il primo è Emanoil Piscoci, un vecchio che, ai tempi, di mestiere impersonava Babbo Natale, ed oggi è un ottuso brontolone con sporadici barlumi di un’atavica acutezza mentale; e il secondo è Tiberiu Manescu, un professore ubriacone e pieno di debiti. Quest’ultimo, in trasmissione, asserisce che ben prima delle 12:08 (ora in cui le televisioni diedero la notizia della fine dittatura) egli e tre suoi amici (due morti ed uno trasferitosi) erano in piazza a manifestare e, di conseguenza, egli stesso fu l’autore della rivoluzione del paese. I (pochi) telespettatori che interverranno telefonicamente in trasmissione però, obietteranno ai fatti riportati dal professore…
Apparentemente la trama potrebbe considerarsi noiosa… invece, nonostante alcuni punti un po’prolissi, il film scorre piacevolemente, e la straordinaria simpatia dei tre personaggi principali rende questa pellicola davvero godibile.
Realizzato in Romania, “A est di Bucarest” è evidente che vuol essere anche una riflessione sul presente rumeno che, nonostante la fine del comunismo, pare non evolversi e rimanere immobile sulle proprie tradizioni. Ad esemplificare questo, il regista sovente si sofferma sulle fatiscenti strade della città, sporche, con asfalti e marciapiedi in rovina, costellate di automobili da noi estinte da tempo. Anche i personaggi, principali e secondari, emettono un’aura di povertà e di fallimento, quasi a simboleggiare l’effettiva mancanza di un qualunque futuro per chi resta in Romania. Un’opera importante, realizzata da un paese che muove i suoi primi passi (non solo) a livello cinematografico, con dialoghi brillanti e tre attori degni di questo nome. Consigliato.

Darth

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Di kiriku (del 04/09/2007 @ 05:00:01, in Musica, linkato 930 volte)
Artista
Irio De Paula - Fabrizio Bosso
Titolo
Once I Loved
Anno
2006
Label
PHILOLOGY

Fabrizio Bosso è sicuramente uno dei trombettisti migliori che possiamo trovare in circolazione nel nostro paese. Avviato dal padre, a soli cinque anni, allo studio della tromba Bosso è oggi, nonostante la sua giovane età, un musicista dal suono pulito e bello, che ha un grande controllo sullo strumento grazie anche ad un’ ottima tecnica. Irio De Paula è uno dei più grandi maestri della scena musicale brasiliana odierna, una chitarrista-compositore dotato di tecnica sopraffina e di un’agilità notevole. Nato nel trentanove vanta ormai una carriera più che trentennale, il suo modo di suonare davvero personale è guidato da un’elevata capacità interpretativa pregna di istinto e spontaneità a tal punto che nei suoi concerti è difficile prevedere la scaletta precisa, ogni volta si lascia guidare dalla propria sensibilità e dal proprio istinto scegliendo la musica da suonare in base alla situazione che ha di fronte. Che cosa succede quando due musicisti appartenenti a due generazioni così lontane anagraficamente e anche stilisticamente si incontrano per fare musica? Beh, la riposta la si può trovare all’interno di questo splendido cd. I due dimostrano di avere un’ottima intesa, prendono spunto l’uno dall’altro, lasciandosi andare all’improvvisazione senza mai abbandonare quella saudade che ritroviamo in tutte le sette tracce contenute in questo album. I pezzi eseguiti sono quegli standard che fanno ormai parte della tradizione brasiliana e del jazz in generale: “Once I Loved” (A.C. Jobim) , “Night and Day” (C. Porter), “Summer Samba” (M. Valle), “O amor em paz” (A.C. Jobim), “Just Friends” (S. Lewis), “Wave” (A.C. Jobim) e “Samba de uma nota so” (A.C. Jobim). Un cd davvero bello che contiene musica facile all’ascolto ma che offre chiavi di lettura multiple. Lo consiglio vivamente a tutti.

kiriku

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Di nilcoxp (del 03/09/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1206 volte)
Titolo originale
Fast Food Nation
Produzione
USA, Gran Bretagna 2006
Regia
Richard Linklater
Interpreti
Wilmer Valderrama, Esai Morales, Luis Guzmán, Catalina Sandino Moreno, Greg Kinnear, Avril Lavigne,Lou Taylor Pucci, Paul Dano, Kris Kristofferson, Ana ClaudiaTalancón, Patricia Arquette, Ashley Johnson, Bobby Cannavale,Ethan Hawke, Bruce Willis.
Durata
116 minuti
Trailer

Nel secondo film della mia personalissima trilogia sugli USA, il tono si alza e si comincia a parlare di cose più serie (il primo se ricordate era “Idiocracy”). Veniamo subito a conoscenza che negli hamburger della Michey’s Food restaurants (una catena di fast food americana) sono state trovate tracce di feci. Il direttore di marketing della suddetta ditta è costretto a partire e ad andare a verificare di persona l’origine del problema: visitare l’industria che macella e che gli fornisce questo prodotto. Inizia così una strana avventura che da una parte ci fa seguire le vicende del dirigente alla ricerca della verità, e dall’altra ci mostra le condizioni in cui i messicani che entrano illegalmente in America vivono e vengono sfruttati dalle aziende ( in questo caso da quella degli hamburger). Lungometraggio dalle molte sfaccettature, non tutte riuscite però. La scelta del regista di girare una fiction e non fare un documentario, visto che il film è tratto dal libro-inchiesta omonimo scritto da Eric Schlosser, non risulta sempre azzeccata. In alcuni momenti l’intreccio di diverse sottostorie fa calare la concentrazione sul problema principale, in altri però è proprio grazie alla finzione che noi riusciamo veramente a capire le condizioni umane, sociali ed economiche a cui volenti o no dobbiamo abituarci. Sì, perché proprio questo sembra essere il vero life-motiv del film: una cosciente triste rassegnazione a quello che il mondo imprenditoriale decide per noi!!! O lo si accetta, o si è fuori! Bella prospettiva vero? Una pellicola che consiglio caldamente, ma non dopo aver mangiato in un fast food…credetemi.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 02/09/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 1040 volte)
Titolo originale
Spingendo la notte più in là
Autore
Mario Calabresi
Prima edizione

Mario Calabresi è un giornalista trentasettenne attualmente corrispondente da New York per il quotidiano “Repubblica", ma soprattutto è una vittima degli anni di piombo. Infatti, è uno dei tre figli del commissario Calabresi, ucciso nel 1972 da un commando di Lotta Continua, da loro considerato responsabile della morte dell’anarchico Pinelli.
Il libro ripercorre i momenti che hanno segnato la storia della famiglia Calabresi, dopo l’assassinio del commissario, e riporta anche le testimonianze d’altre famiglie colpite dal terrorismo di destra o di sinistra. Nell’opera, questo scorrere di sentimenti e immagini, è descritto da un punto di vista molto personale senza traccia di retorica. Al contrario, Mario Calabresi vuole lasciare una traccia, una memoria, dei danni che hanno causato il terrorismo in Italia. Questo però, ripeto, senza cadere nel sentimento della vendetta o della ricerca di vantaggi personali, l’unica richiesta che giunge dal libro è dignità ai caduti dello Stato, cosa che spesso è stata negata.
Il diritto ad avere dignità e rispetto da tutti, secondo me, è il punto chiave se si vuole realmente chiudere la pagina degli anni di piombo in Italia. Purtroppo su alcune vicende non potremo mai sapere la verità, ma per superarle non si può semplicemente dimenticare e far uscire di prigione i terroristi, ma bisogna, questa è la tesi anche dell’autore del libro, trasformare gli anni di piombo in storia da ricordare.
Consiglio vivamente la lettura di questo libro a tutti proprio per questo motivo, per non dimenticare.
Sansimone

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Di #LouiseElle
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