BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Andy (del 28/07/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1082 volte)
Artista
Keane
Titolo
Under the Iron Sea
Anno
2006
Label
Universal Music Italia srL.

“Under the iron sea” è il secondo album per i Keane, giovane band britannica composta da Tom Chaplin,, voce, Richard Hughes, batteria e Tim Rice-Oxley, tastiere. Con il precedente Hopes and fears, album d’esordio, trainato dal singolo Everybody’s changing, questi tre teen-ager hanno venduto la bellezza di cinque milioni di copie nel mondo e, si sa, il secondo disco è sempre un punto cruciale, una conferma o una delusione; in questo caso l’esame viene ben superato. Il lavoro non si discosta troppo dal primo, ma denota una certa maturazione artistica, anche se nell’insieme può risultare un po’ più cupo e introspettivo. Nella formazione manca l’utilizzo della chitarra, ma la scelta non pesa assolutamente sul piano musicale e, anzi, proprio questo forse distanzia questo trio dal sound troppo stereotipato della maggior parte dei gruppi brit-rock; gli arrangiamenti sono basati su linee di basso costanti e dinamiche armonizzazioni di piano e tastiere, su cui Chaplin canta in maniera molto espressiva testi che parlano di amarezza, solitudine paure e difficoltà nell’affrontare la vita vista da ragazzi di venticinque anni; oltretutto proprio lui ha dovuto disintossicarsi, prima dell’incisione, da abusi di alcol e droghe. Evidentemente il successo provoca strani effetti, ma veniamo ai brani più interessanti tra gli undici presenti: l’album si apre con Atlantic, con il suo incedere inquietante e malinconico, che sfocia poi in un bridge finale davvero bello ed emozionante. Più immediata, veloce e commerciale Is it any wonder?, primo singolo uscito sul mercato, a cavallo tra i Coldplay e gli ultimi U2, come del resto Nothing in my way e Crystall ball sono di chiara ispirazione al sound di Martin e soci. Più sperimentale e un po’ “new age” Put behind you, con una coda strumentale da fantascienza veramente toccante e “spaziale”. Dolce e ‘cullante’ A bad dream, insieme a Try again , i due momenti più melodici e tristi del cd. Broken toy è di beatlesiana memoria, dal piglio veramente ‘inglese’ con quel tempo dispari. Da notare che ogni canzone, a un certo punto, si sviluppa in un arrangiamento inaspettato e coinvolgente, il che rende questo Under the iron sea un bel disco armonizzato con buon gusto, da ascoltare più volte e che fa ben sperare in un ritorno alla voglia di sperimentazione piuttosto che un continuo riproporre cliche’già super sfruttati e ormai sterili di idee!

Andy

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Di slovo (del 27/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1539 volte)
Titolo originale
Hollywoodland
Produzione
USA 2006
Regia
Allen Coulter
Interpreti
Adrien Brody, Diane Lane, Ben Affleck, Bob Hoskins, Lois Smith
Durata
126 minuti

I 104 episodi di “Adventures of Superman” furono trasmessi negli stati uniti tra il 1953 e il 1958; la versione di George Reeves del supereroe per antonomasia, nonostante le goffaggini di una produzione a buon mercato, riscosse un notevole successo tra i giovanissimi e di conseguenza grande notorietà tra gli adulti. Ma a fronte dell‘aura fascinosa, virtuosa e pregna di valori (americani) che contornava il suo personaggio, la vicenda personale di Reeves celava una storia di delusioni, decadenza e brutture degne dei peggiori circoli.
Come spesso accade agli attori di successo anche Reeves rimase intrappolato nel personaggio del superuomo; avendo un curriculum tutto sommato trascurabile, terminata la serie non riuscì nella concretizzazione dei progetti a cui aspirava. Depresso e sulla via del fallimento, si suicidò sparandosi alla tempia nella sua villa di Hollywood il 16 giugno del 1959.
Ma fu davvero suicidio?
Partendo da questa suggestione “Hollywoodland” narra le indagini di un detective privato ingaggiato dalla madre svitata del defunto attore convinta di un complotto atto a mascherare l’omicidio del figlio.
La pellicola è ben ritmata, conduce parallelamente le storie dei due uomini alternando le ricerche di Luis Simo ai flashbacks degli ultimi anni di Reeves, ci mostra due meschini con occhio sfiduciato, collima le similitudini dei loro destini. Dopo anni di gavetta Reeves diventa il paladino dei bambini indossando mutandoni e muscoli posticci, vorrebbe riconoscimenti di ben altro rango che però non arriveranno mai. Simo cerca il colpaccio che risollevi la sua vita dallo squallore invece finisce col riscontrare giorno dopo giorno quando detesti quello che fa... “questo è un mestieraccio...che per pagare l’affitto ti costringe a scoprire quanto fa schifo la gente”.
Una detective-story ambientata nella Hollywood degli anni ’50 – un pessimo ambiente anche allora... probabilmente non è mai stato pulito – supportata da una manciata di attori in grande forma: da un intenso Adrien Brody a una strepitosa Diana Lane e una delle rare occasioni di vedere Ben Affleck (che per calarsi meglio nella parte di un ultraquarantenne con rotoli incipienti è ingrassato di venti chili) recitare non dico bene ma perlomeno decentemente... più fenomenale di Superman stesso!

slovo

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Di Namor (del 26/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1297 volte)
Titolo originale
The Messengers
Produzione
USA 2007
Regia
Oxide Pang Chun ,Danny Pang
Interpreti
Dylan McDermott, Kristen Stewart, Penelope Ann Miller, John Corbett.
Durata
87 Minuti
Trailer

“Prove inconfutabili lasciano intendere che i bambini sono particolarmente sensibili ai fenomeni paranormali, vedono ciò che gli adulti non possono vedere, e provano a metterci in guardia!”
Con questa accattivante prefazione, i gemelli Pang autori della serie horror “The eye”, realizzano il loro primo film targato USA “The Messangers”, a produrre con la sua etichetta la Ghost House Picture é Sam Raimi ideatore a sua volta di un’altra trilogia horror di successo “La casa”.
Una famiglia con problemi economici e personali, si trasferisce da Chicago in una fattoria nel Nord Dakota, il podere che risulta disabitato da anni, non si presenta nelle migliori condizioni, ma Roy (Dylan McDermott) non si perde d’animo, convinto che con i ricavi provenienti dalla semina ed il futuro raccolto dei girasoli riuscirà a migliorare la situazione. Nel frattempo i due figli, la sedicenne Jess (Krinsten Stewart) ed il fratellino di tre anni Ben (Evan Turner) dovranno vedersela con delle strane entità malvagie, che dimorano all’interno della tenuta, inutile dire che sulle prime la ragazza testimone dei fatti, non verrà creduta, fin quando non riemergerà un’agghiacciante e tremendo segreto, celato in quella sinistra abitazione da troppo tempo!
Ad ispirare i registi Oxide e Danny Pang, verso questo prodotto, é stata la loro esperienza personale, che li ha visti sfiorare, nella loro vita privata il fenomeno del paranormale. La pellicola in questione a mio parere non offre niente di nuovo allo spettatore, questo, non perché i fratelli Pang non siano stati all’altezza di tale compito, anzi, se la visione del film risulta gradevole è proprio grazie al loro tocco, ma ritengo sia il genere che relega il film, man mano che passa il tempo, verso la noia del già visto!
Per gli appassionati della categoria, consiglio una visita al sito di “The Messangers” all’interno del quale potrete fare un test per scoprire se siete predisposti ai fenomeni soprannaturali e paranormali, buona fortuna!

Namor

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Di Darth (del 25/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1280 volte)
Titolo originale
Quarantasei
Produzione
Italia, 2007
Regia
Milo Manara
Interpreti
Doppiatori: Valentino Rossi, Luciana Litizzetto, Lucio Dalla, Dario Vergassola, Guido Meda, Marco Alemanno, Bebo Storti, David Riondino, Luca Cordero Di Montezemolo
Durata
36 minuti
Trailer

Il noto fumettista Milo Manara ha recentemente realizzato un fumetto che ha come protagonista Valentino Rossi. Dal successo riscosso a livello editoriale, nasce l’idea della trasposizione a video dello stesso, con doppiatori e guest-star di assoluto rispetto.
Il video “Quarantasei” è stato creato filmando le bellissime tavole del fumetto originale, musicandole, doppiandole e donandogli movimento (sullo stile di un cartoon) esclusivamente con giochi di luce e spostamenti della telecamera lungo il disegno. Un montaggio brioso, e la coinvolgente colonna sonora scritta da Lucio Dalla e Bruno Mariani, non fanno pesare in alcun modo alla staticità delle immagini, anzi! Potendoli vedere proiettati sullo schermo televisivo, è possibile che si riesca ad apprezzare maggiormente la bellezza e l’accuratezza dei disegni di Milo Manara, piuttosto che osservandoli nella propria forma natìa.
La trama è simpatica, e vede Valentino Rossi (doppiato da se stesso) alle prese con un network che vuole impossessarsi del suo DNA per generare un super-motociclista. Il loro diabolico piano è quello di iniettare i geni dei più grandi sportivi di ogni disciplina in alcune persone (uomini e donne) modificati geneticamente, in modo da crearsi un esercito di campioni con cui arricchirsi smisuratamente. Vale sarà sempre aiutato dalla bellissima Linda (la sua fidanzata) e dal cane Guido (doppiato da Lucio Dalla) che, in particolar modo, cercherà di tenergli lontano il dispettoso pollo Osvaldo (Dario Vergassola). Durante le sue peripezie, Vale incontrerà alcuni dei suoi miti: Steve McQueen, Jim Morrison e Enzo Ferrari che lo consiglieranno (non) sempre per il meglio. Da segnalare anche i doppiaggi di Luciana Litizzetto (la moto di Valentino) e Guido Meda nel ruolo di se stesso (non poteva mancare la sua voce durante una gara di Moto GP!). Com’era ovvio aspettarsi da un fumetto di Manara, le ragazze sono tutte bellissime e molto discinte, e non mancheranno le situazioni dove rimarranno come mamma le ha fatte (o meglio, come Manara le ha fatte, se mi scusate il gioco di parole : - D).
Un mediometraggio carino e abbastanza divertente, consigliato soprattutto agli appassionati del fumettista altoatesino, e ai fan del mitico Valentino Rossi.

Darth

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Di kiriku (del 24/07/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1195 volte)
Titolo originale
I Vitelloni
Produzione
Itali Francia 1953
Regia
Federico Fellini
Interpreti
Franco Fabrizi, Franco Interlenghi, Eleonora Ruffo, Alberto Sordi, Leopoldo Trieste, Riccardo Fellini, Lida Baarova, Silvio Bagolini, Paola Borboni, Jean Brochard
Durata
103 minuti
Trailer

Federico Fellini sicuramente non ha bisogno di presentazioni, ne tanto meno i suoi film. Il suo stile è surreale e metafisico, i suoi personaggi in bilico tra la poesia e l’assurdo sono i protagonisti di una realtà vestita di fantasia. Il film è ambientato alla fine dell’estate del ’53 e narra le vicende di cinque amici trentenni sfaticati e delle loro inette esistenze. Unico scopo della loro vita è perdere tempo cercando di evitare qualsiasi responsabilità ma, alla fine di quella estate, accadranno degli eventi che costringeranno i vitelloni ad entrare nell’età adulta e per ognuno di loro ci saranno conseguenze differenti. In questo film, il secondo come regista, è ancora forte l’influenza del neorealismo del quale tra l’altro è stato uno dei fondatori insieme a Rosselini, Lattuada, Germi e De Sica. Nonostante l’ascendente che questa corrente ha sulla pellicola, è già presente quella componente fantastica che caratterizza lo stile del regista e che è palesemente riconoscibile nella scenografia e in particolare nei paesaggi che incontriamo durante la visione. La città inanimata e irreale nella quale si ritrova il bravissimo Alberto Sordi alla fine dei festeggiamenti del carnevale o le strade di Rimini battute dal vento dove, come due clown, si rincorrono Leopoldo, l’intellettuale del gruppo, e il suo mentore. Fellini mette sul grande schermo una pellicola in qualche modo autobiografica che racconta l’esistenza di una generazione provinciale che, imprigionata in una Rimini pre boom, ha abbandonato speranze e velleità. Non pensare, non crescere sembrano l’unico modo per sopravvivere e per quanto i cinque amici cerchino di vivere in una eterna adolescenza, l’arrivo dell’età matura è inevitabile. La fine dell’estate, la fine del carnevale non sono altro che delle simbologie, come lo sono i paesaggi deserti e surreali usati per rappresentare lo stato interiore dei protagonisti. Un film che a me piace molto sia per quella capacità di Fellini di stare in equilibrio tra ironia e malinconia sia per le tematiche affrontate che trovo siano più che mai attuali. Buona visione a tutti i vitelloni!

kiriku

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Di nilcoxp (del 23/07/2007 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 3887 volte)
Titolo originale
Farscape
Produzione
Australia/USA 1999/2003
Episodi / Durata
88 / 45 minuti

“Mi chiamo John Crichton, astronauta. Un'onda di radiazioni mi ha fatto precipitare in un tunnel spaziale. Sono disperso in un zona lontana dell'universo su una nave vivente, piena di strane forme di vita aliene. Aiutatemi. Ascoltatemi, per favore. Qualcuno riesce a sentirmi? Sono braccato da un comandante militare pazzo, che puo' fare tutto quello che vuole. Cerco solo un modo per tornare a casa.”

Queste sono le parole con cui il protagonista di questa serie televisiva (creata da ROCKNE S. O'BANNON) ci introduce in ogni puntata. E siamo subito con lui a bordo di “Moya”, un’astronave vivente che convive con un pilota collegato a lei fino alla sua morte. Avventure condivise da tutti i protagonisti, tutti fuggitivi dalle forze dell’ordine e con un passato che scopriamo man mano che le puntate scorrono e ci si immerge sempre di più in quella che è una strana realtà, ma poi non tanto diversa dalla nostra. Perché anche nello spazio i problemi sono sempre legati alla sopravvivenza personale, alla convivenza tra razze e usanze diverse, alle speranze e delusioni sentimentali, alla brama di potere. Insomma sembra che anche nell’universo più remoto niente sia poi così diverso da noi. Una prima serie che parte un po’ zoppicando (come spesso accade alle serie televisive), per poi salire di tono nella seconda e terza. La quarta sembra aver raggiunto una maturità che pare distaccarla leggermente dalle altre. Va ancora detto al riguardo, che gli episodi sono scritti e diretti da persone diverse, e questo spesso si avverte, perché alcuni episodi sembrano essere slegati dagli altri nella forma e nella caratterizzazione dei personaggi. A conclusione della saga (quattro stagioni da ventidue puntate l’una), sono stati prodotti due lungometraggi, che ancora una volta ripropongono una regia differente, spiazzando nuovamente lo spettatore, che in questa serie non potrà certo dire di abituarsi a modi ed usi in essere. Tutto è mutevole ed inaspettato, anche se alcuni finali di puntata richiamano quelli deus ex machina dell’antico teatro. Sono presenti moltissimi richiami a film, telefilm e cartoni animati famosi. Nell'ultimo film poi c'è una citazione piacevole di "2001, Odissea nello Spazio" di Kubrick. Personalmente ho preferito quegli episodi dove più che agire si è filosofeggiato sul tempo e sulla vita ad esso collegata. Filosofia molto spicciola e grossolana intendiamoci, ma apprezzabile nel suo insieme. Nel complesso quindi un giudizio positivo, valorizzato dal lavoro dei doppiatori che in casi come questo aggiungono non poco alla valutazione finale (ho visto qualche puntata in lingua originale e il protagonista aveva una voce ed intonazione da bovaro che non sono riuscito ad apprezzare). Quindi ai vostri posti per arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima… Ops, questa era un’altra serie! Ciao “pacificatori”.

Ps: un salutone a Monica!

nilcoxp

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Di Sansimone (del 22/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1164 volte)
Titolo originale
Harry Potter and the Order of the Phoenix
Produzione
USA, Gran Bretagna 2007
Regia
David Yates
Interpreti
Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Jason Isaacs, Helena Bonham Carter, Robbie Coltrane, Ralph Fiennes, Michael Gambon, Brendan Gleeson, Gary Oldman.
Durata
142 minuti.

Nel quinto capitolo della saga ritroviamo Harry che dopo aver passato un’estate in completo isolamento a casa dei Dursley ritorna al mondo della magia. Per prima cosa dovrà difendersi dall’accusa d’uso improprio delle arti magiche mossagli dal Ministero e poi il ritorno a Hogwarts per l’inizio dell’anno scolastico. Qui verrà a conoscenza della guerra intestina al mondo magico tra chi sostiene la sua tesi che Lord Voldemort è tornato     ( l’Ordine della Fenice fondato da Silente) e chi invece ne nega il ritorno( il ministro Caramell e buona parte del mondo magico). Da questo momento in poi si snodano le varie avventure del nostro eroe fino a portarlo ad un nuovo scontro con il Signore oscuro.
In questo lungometraggio vediamo la trasformazione di Harry da bambino ad una fase più matura dove le emozioni sono più adulte, come il sentimento di rabbia nei confronti dei suoi amici per averlo lasciato solo per tutta l’estate, l’attrazione per una sua compagna ed il primo bacio, la paura d’essere come Voldemort.
Forse più del libro questo non è un film per bambini ma per adulti, girato con la dovuta dose di noir e di horror, riesce ad esprimere diversi concetti importanti con un finalmente giusto, senso di sintesi, cosa non facile visto lo spessore del romanzo cartaceo. Di sicuro un film da non perdere per gli amanti della saga anche perché secondo me è la pellicola meglio riuscita di quelle girate finora.
Sansimone

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Di Louise-Elle (del 21/07/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 1712 volte)
Titolo originale
The Killer Inside Me
Autore
Jim Thompson
Editore
Fanucci
Prima edizione
1952

Un noir avvincente, intrigante e misterioso ambientato nel 1952: il vicesceriffo Lou Ford di una cittadina texana è un’amabile personaggio, estremamente corretto e gentile sia con la popolazione, sia con i malviventi , sia con i detenuti. Conduce una vita apparentemente tranquilla: è fidanzato con Amy, splendida ragazza con la quale è legato da anni. Nato in quella cittadina e rimasto orfano della madre in tenera età è stato cresciuto dal padre medico e del fratello Mike. Benvoluto e rispettato da tutti. Lou Ford è il vicesceriffo dai modi gentili e garbati: un vero gentleman, irreprensibile e al di sopra di qualsiasi sospetto. Ma dentro di lui c’è una malattia, come viene chiamata nel romanzo stesso, che lo cambia e lo rende diverso da quello che tutti conoscono, trasformandolo in uno spietato criminale. Sono molti i personaggi che animano le pagine di questo romanzo intrecciando i loro destini con quello di Lou: la prostituta Joyce, la fidanzata Amy, lo sceriffo Bob, il procuratore della contea Hendricks, il figlio di quest’ultimo Elmer, l’amico Jhonnie Pappas e molti altri. Lou Ford nella doppia veste di vicesceriffo stimato e ammirato e di assassino assume il ruolo dell’ IO narrante rendendo ancora più affascinante e stimolante la storia. Questo romanzo nasce dalla fantasia e dalla penna di Jim Thomson, nato nel 1908 ad Anadarko, Oklaoma e morto nel 1977. Jim Thomson è un’abile scrittore, figlio di uno sceriffo, che mette nelle sue storie l’umanità e la semplicità dei personaggi scelti fra le persone della vita comune e difficile di un’America di quegli anni, personaggi non molto nobili della società: da vagabondi, a prostitute, a piccoli gangster. Questo romanzo fece scalpore ed ebbe molto successo nel 1952 e lo proiettò ai vertici della narrativa noir. Dopo essere stato sedotto da questo libro che lo considera “il più grande romanzo su un criminale che sia mai stato scritto”il regista Stanley Kubrick iniziò con Thomson una collaborazione per realizzare alcuni film di successo come ad esempio “Rapina a mano armata” di cui Thomson curerà la sceneggiatura. Quando leggerete le pagine di questo romanzo che consiglio di non lasciarvi sfuggire, vi sembrerà di salire su una giostra di emozioni. La minuziosa descrizione dei delitti vi farà rivivere e partecipare insieme al protagonista all’omicidio delle sue vittime. Righe intense, scioccanti e da autentico brivido alternate a righe in cui i dialoghi sono lunghi e lenti che donano tranquillità al lettore fra la descrizione di un omicidio e l’altro. Ben raccontato e particolarmente emozionante. La lettura scorre piacevolmente facendo nascere nel lettore sia il desiderio di vedere smascherato il protagonista e sia il desiderio di protezione per il protagonista stesso e lascia con il fiato sospeso fino ad un’inaspettato e sorprendente epilogo. Quando inizio a leggere un libro nuovo, leggo la prima frase del primo capitolo e l’ultima frase dell’ultimo capitolo. E’ un “vizietto” che solitamente è di buon auspicio per una piacevole lettura. Regalo anche a voi questa mia abitudine riproponendo qui le due brevi frasi: la prima: “””Avevo finito la torta e stavo prendendo una seconda tazza di caffè quando lo vidi.”””” e l’ultima “”””Tutti noi che abbiamo cominciato la partita con una stecca storta, che volevamo così tanto e abbiamo avuto così poco, che avevamo intenzioni tanto buone e abbiamo fatto tanto male. Tutti quanti noi. Io e Joyce e Jhonnie Pappas e Bob Maples e il buon vecchio Elmer Conway e la buona piccola Amy Stanton. Tutti noi.””””
Buona lettura!

Louise-Elle

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Di slovo (del 20/07/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1213 volte)
Artista
Velvet Revolver
Titolo
Libertad
Anno
2007
Label
Sony/BMG/RCA

we are Velvet Revolver and we play motherfucker rock’n’roll !!!” è solito urlare al pubblico il vocalist Scott Weiland... potrebbe essere solo una frase ‘cool’ da lanciare contro un pubblico in vena di esaltarsi oppure in estrema scurrile sintesi il manifesto della band... come se in quello scontato “facciamo fottuto rock’n’roll” si celasse un dito medio rivolto all’afflato critico sempre pronto a impietosi confronti con le band d’origine (Guns’n’Roses in primis) lamentando povertà compositiva, manierismo o quant’altro.
È vero che “Appetite for Destruction” sarà difficilmente eguagliabile ma è anche uscito vent’anni fa e sarebbe quasi ora di liberare chi lo incise dal suo fardello, per di più la musica dei VR tenderà a contenere echi dei guns ma sarebbe strano il contrario. Se poi guardiamo l’ Axl Rose odierno, visto come si è ridotto, sentito cosa esterna e constatato cosa fa (o meglio cosa non fa) non si può che essere ben contenti se per cazzeggiare con il carrozzone G’n’R si tiene a debita distanza lasciando i microfoni dei VR ad una personalità felicemente visionaria come Weiland. Anche se i supergruppi si portano sempre dietro qualche legittimo dubbio di genuinità, a parere di chi scrive la band è, ora come ora, la miglior espressione ricavabile da questa formazione e forse i ragazzi hanno davvero solo voglia di fare del buon rock... con annessa riserva di sbattersene altamente degli artifici compositivi, del confronto coi predecessori illustri e della critica in generale.
“Libertad” non è un disco perfetto e si dipana tra alti e bassi... ma i momenti alti sono decisamente migliorativi rispetto alla media del precedente “Contraband”, che a volerla dire tutta sopravviveva grazie a poche idee reiteratamente sviluppate con poca varianza (e qualche pezzo grandioso of course). Inoltre se il propellente del primo album era una miscela additiva di guns e Stone Temple Pilots, il nuovo “Libertad” rivela, sempre entro i limiti che la matrice rock-blues impone, il tentativo di sconfinare dagli stilemi ereditati per cercare un sound più personale: di solito è prerogativa di una band convinta di ciò che fa e quasi mai dell’ensemble di musicanti tenuti assieme da proventi contrattuali.
Ascoltare le eleganti ibridazioni di “The Last Fight”, le esplorazioni di “American Man”, l’irresistibile e 'strana' “She Mine”, la trainante “Just Sixteen” o la splendida ballad “Gravedancer” anche se intercalati a brani efficaci ma non altrettanto ispirati fa attendere fiduciosi un futuro durevole. Spero solo di non essere smentito nel giro di un anno...

slovo

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Di Namor (del 19/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2740 volte)
Titolo originale
Roman Holiday
Produzione
USA 1953
Regia
William Wyler
Interpreti
Gregory Peck, Audrey Hepburn, Eddie Albert, Hartley Power, Harcourt Williams, Margaret Rawlings, Tullio Carminati, Paolo Carlini.
Durata
114 Minuti
Trailer

I film in bianco e nero hanno sempre esercitato su di me un fascino particolare, soprattutto quelli girati in Italia, ed é grazie alle immagini di quei film che posso apprezzare sempre più l’immensa bellezza che aveva un tempo il nostro paese, con le sue incantevoli vie lastricate in pavè e le immense piazze percorse dalle meravigliose vetture dell’epoca, con un traffico talmente esiguo da rendere ancora più affascinante la visione della nostra bella Italia!
Tra le componenti che hanno reso “Vacanze Romane” un film di straordinaria bellezza, è presente senza dubbio proprio questo aggettivo, la bellezza di una città come Roma avvolta dalla sua magia in uno dei periodi di massimo splendore, e grazie alla realizzazione di questa pellicola, si possono ammirare le sue magnificenze, tra le quali i Fori Romani, luogo dove i due protagonisti s’incontrano la prima volta, la fontana di Trevi posta di fronte alla bottega del barbiere che taglia i capelli alla Principessa durante la sua fuga-vacanza, oppure la suggestiva Piazza di Spagna, dove la Hepburn seduta sulle sue scale in una bellissima giornata di sole si gusta un gelato, per non parlare dei magnifici interni dove sono state girate le scene in cui la principessa Anna ha soggiornato durante la sua visita romana!
Dopo il primo rifiuto da parte del regista Frank Capra, la Paramount Pictures affida la regia di questa deliziosa commedia a William Wyler, regista dalle indiscusse qualità che rimase sulla breccia per ben 45 anni, ed é proprio grazie al suo fiuto se il ruolo della Principessa Anna fu affidato alla sconosciuta, Audrey Hepburn spodestando con un leggendario provino (che passò alla storia), niente meno che la celebre Elizabeth Taylor! Il secondo rifiuto fu di Cary Grant, il motivo della sua decisione, fu che si ritenne troppo vecchio per girare un ruolo sentimentale accanto alla giovanissima Hepburn. Ebbe così via libera per il ruolo di attore principale, il più consono Gregory Peck, che vide lungo sulle qualità della sua giovane e sconosciuta partner. Infatti dopo neanche due settimane di riprese, chiamò il sua agente e pretese che nei titoli del film il nome della Hepburn, fosse inserito al pari del suo, sia come grandezza che come importanza. Lui stesso motivò così tale imposizione: <Sono abbastanza intelligente da capire che quasta ragazza vincerà l'Oscarnel suo primo film e sembrerò uno sciocco se il suo nome non è in cima, vicino al mio>. Tale previsione si rivelò vera, la Hepburn nel 1954 vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista! Il film fu premiato con altri due Oscar, per il miglior soggetto e migliori costumi. Un’altra curiosità degna di nota e la famosa scena in cui i protagonisti visitano la bocca della verità, all’interno della quale lui infila la mano, osservate attentamente la reazione spaventata della Hepburn quando grida e cerca di aiutare Peck a ritrarla, mentre lui continua a fingere di averla persa, é tutto vero, la Hepburn si prese uno bello spavento, poiché il tutto fu organizzato dall’attore senza avvertirla!
Se vi piacciono le commedie, non perdetevi l’occasione di trascorrere questa romantica ed incantevole vacanza romana!

Namor

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Di Darth (del 18/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3825 volte)
Titolo originale
Goodbye Bafana
Produzione
Germania, Belgio, Sudafrica, Inghilterra, Lussemburgo 2007
Regia
Bille August
Interpreti
Diane Kruger, Joseph Fiennes, Dennis Haysbert
Durata
118 minuti
Trailer

James Gregory è un secondino afrikaner, totalmente favorevole alle leggi razziali dell’Apertheid, e convinto della bontà delle stesse. Nel 1968, grazie alla sua conoscenza dello xhosa (la lingua indigena del Sudafrica), viene assunto come capo censore della prigione in cui sono detenuti Nelson Mandela ed alcuni dei suoi fedelissimi. Felice della promozione, ed ansioso di rendere ancor più difficile la reclusione del “pericoloso terrorista nero”, James s’impegnerà a fondo nella sua opera di “ascoltatore” dei dialoghi tra Mandela e la moglie Winnie, e di censore delle corrispondenze dei prigionieri. Questo fin quando, dopo uno scambio di opinioni con il leader nero, riesce a leggere la “Freedom Charter” (o Carta della libertà), la costituzione sulla quale si basa il partito ANC (African National Congress) di cui faceva parte lo stesso Mandela prima che fosse arrestato. Il contenuto della carta della libertà fece breccia nelle ideologie razziste del protagonista, fino a farlo familiarizzare con quello che, fin poco prima, riteneva un terrorista, e fino a divenire anch’esso un sostenitore delle idee politiche dell’ANC.
L’opera di Bille August (“Il senso di Smilla per la neve” – “I miserabili”) è interessante, ma quello che, secondo me, la indebolisce moltissimo sono gli attori: Joseph Finnes (James Gregory) è troppo “apatico” per dissimulare decentemente il cambiamento interiore che lo travolge quando gli eventi lo portano a capire che finora è stato dalla parte sbagliata; Diane Kruger (Gloria Gregory, la moglie di James) è troppo bella e dà l’impressione di essere un pesce fuori dall’acqua; infine, Dennis Haysbert (Nelson Mandela), di positivo ha la somiglianza con il personaggio che interpreta, ma a livello recitativo è la vera spina nel fianco del film: una personalità come Mandela avrebbe dovuto trasmettere sensazioni anche solo osservandola… questo Mandela, non ti emoziona nemmeno quando cita le reali parole del premio nobel per la pace.
Comunque, “Goodbye Bafana” è storicamente importante, e chi non conosce a fondo l’Apertheid sudafricana e la drammatica storia di Nelson Mandela, non deve perdersi questo film. Peccato però, perché poteva venire meglio…

Darth

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Di kiriku (del 17/07/2007 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 1187 volte)
Titolo originale
Nuovo Cinema Pardiso
Produzione
Italia Francia 1989
Regia
Giuseppe Tornatore
Interpreti
Antonella Attili, Enzo Cannavale, Isa Danieli, Leo Gullotta, Marco Leonardi, Salvatore Cascio, Tano Cimarosa, Brigitte Fossey, Pupella Maggio, Agnese Nano
Durata
155 min.
Trailer

Questo è un film che tutti, ma proprio tutti, hanno visto e rivisto più volte e probabilmente il solo sentirne parlare potrebbe provocare, nella persona che sta leggendo, un naturale e spontaneo: che palle!!! Non posso dargli torto, ma la decisione di parlare di questo film nasce da una mia esigenza di ringraziare Giuseppe Tornatore, sia per aver realizzato questo bel film, che per avermi risolto la serata qualche giorno fa. Si sa, in televisione ormai non passano più niente che valga la pena di essere guardato e l’altra sera avevo bisogno di visionare un bel film e visto che non potevo fare affidamento sulla programmazione televisiva, ho passato in rassegna tutta la mia videoteca senza però trovare un titolo che corrispondesse alla mie esigenze. Preso dallo sconforto stavo abbandonando l’idea di guardare un film quando mi ricordai che nell’ultimo piano della libreria avevo delle videocassette delle quali spesso e volentieri ne dimentico l’esistenza. Il fatto che nella mia ricerca non avessi considerato le videocassette mi ha fatto riflettere su come io considerassi obsoleto il videoregistratore e in quell’istante mi sono tornati in mente i momenti della mia vita legati a questo oggetto. Ricordo come se fosse oggi il primo giorno in cui è entrato in casa il primo videoregistratore, ricordo l’emozione nel mettere dentro la prima cassetta affittata. Che sensazione! Il cinema era dentro casa mia, potevo scegliere di guardare il film che volevo quando volevo, ero partecipe di una rivoluzione. Questi e tanti altri ricordi sono tornati a galla quella sera e Nuovo Cinema Paradiso in fondo è l’incarnazione di questi sentimenti e Tornatore magistralmente ci regala l’occasione di fare un tuffo nei ricordi e nelle usanze di un’Italia postbellica che oggi non esiste più ma che non bisogna dimenticare per capire meglio quello che oggi siamo. Il tempo inesorabile scorre senza sosta e noi con lui, ma ogni tanto, anche se doloroso, è bello fermarsi, voltarsi e ricordare.

kiriku

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Di nilcoxp (del 16/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1497 volte)
Titolo originale
Crash
Produzione
USA 1996
Regia
David Cronenberg
Interpreti
Holly Hunter, Rosanna Arquette, Elias Koteas,James Spader, Deborah Unger.
Durata
98 minuti

Le persone con cui andai a vedere questo film, all’uscita mi riempirono di insulti. Non ne avevano capito il significato, e in effetti ne ha? Direi proprio di si! Tratto da un romanzo di J.B. Ballard, la pellicola ci mostra una coppia che dopo un incidente automobilistico entra in un ambiente di persone dedite alla ricerca di traumi e mutilazioni, connessi ai rapporti sessuali e alle macchine. I personaggi principali sono cinque: la coppia sopraccitata (in cui lui si chiama James Ballard come lo scrittore), una dottoressa resa vedova da un incidente d'auto, una ragazza reduce da un crash con le gambe imprigionate in tutori di cuoio-metallo e una grande cicatrice, un fotografo sacerdote d'una religione dei crash che celebra i suoi riti ricostruendo scontri celebri tra cui quello che costò la vita a James Dean al volante della sua Porche e quello in cui morì Jane Mansfield. Perché tutto questo? Perché il regista ci mostra in una maniera perversa e allucinata (come è nel suo stile) il connubio sesso-morte, e ci propone come strumento per cercarlo l’automobile e i suoi scontri. L’unione dei corpi è paragonabile all’unione delle lamiere distrutte. I due grandi miti della società contemporanea: il sesso e la macchina vengono considerati sotto una luce diversa, mitizzati ma al tempo stesso demistificati. A mio giudizio rappresentano un aspetto del vuoto che la società di oggi lascia nelle coscienze e nei valori delle persone, vuoto che viene riempito dalle più diverse aberrazioni che l’uomo riesce a creare. Questo film rappresenta, capovolgendone la chiave di lettura, “l’anti-amore”, ovvero tutto ciò che può essere contrapposto ai sentimenti più nobili dello spirito umano. Un po’ di note curiose: al 49° Festival di Cannes (il Presidente Francis Ford Coppola e la giuria) si inventarono apposta un premio per questa pellicola con questa motivazione “…per l'audacia, la sfida, l'originalità.”; sempre a Cannes il biglietto d'invito era corredato di un bollino rosso con la dicitura: "Questo film contiene scene che potrebbero turbare la vostra sensibilità"; in Italia diciotto Consiglieri comunali di Napoli (!) fecero appello alla magistratura perché impedisse la presentazione del film. Sono riuscito a incuriosirvi? Attenti…

nilcoxp

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Di Sansimone (del 15/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 884 volte)
Titolo originale
The Namesake
Produzione
India, USA 2006
Regia
Mira Nair
Interpreti
Kal Penn, Irrfan Khan, Jacinda Barrett, Zuleikha Robinson, Glenne Headly
Durata
122 minuti

Ashoke sopravvive ad un disastro ferroviario e dal quel momento cambia la sua vita, è da qui che inizia The Nameschaker, l’ultimo lavoro di Mira Noir. Una volta ristabilitosi dall’incidente il protagonista inizia a viaggiare e a vivere la sua vita con occhi diversi, si sposa e si trasferisce a New York. Negli Stati Uniti Ashoke e Ashima formano la loro famiglia, hanno due figli, Gogol e Sonia, che crescono alla maniera occidentale e rifiutano le origini e i costumi dei propri genitori.
La pellicola è stata girata alla maniera indiana, con luci vivide per le scene girate in India e colori più cupi per le ambientazioni americane.
Nel film sono presenti diversi argomenti di discussione: dal problema dell’immigrazione e dell’adattamento difficile di alcune comunità in paesi dai costumi diversi da quello d’origine; alla difficoltà di comunicazione e di confronto tra genitori e figli. Contemporaneamente ci sono anche alcuni interrogativi di tipo filosofico che la regista pone allo spettatore, tipo: può un nome segnare la vita di una persona? Può un evento incidere radicalmente sulla vita di un uomo? E, in questo caso, può lo stesso evento ripercuotersi sulle persone che circondano l’uomo? Il film dà una sua risposta a queste domande anche se, personalmente, credo che non ci siano risposte certe a questi interrogativi.
Volevo segnalare ancora un’immagine ricorrente nel film, che è quella di un ponte, anzi meglio di due ponti che si alternano durante lo svolgersi della storia. Grazie all’aiuto di un’amica credo di averne capito il significato, ma non voglio togliere a nessuno il piacere di rifletterci su.
Spero di essere riuscito ad incuriosire chi leggerà questa recensione perché il film merita la visione per la consistenza dei suoi contenuti.
Sansimone

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Di ninin (del 14/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1237 volte)
Titolo originale
L'ultimo bacio
Produzione
Italia 2001
Regia
Gabriele Muccino
Interpreti
Marco Cocci, Stefania Sandrelli, Giovanna Mezzogiorno, Stefano Accorsi
Durata
115 minuti
Trailer

L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino è un film che personalmente mi è piaciuto molto. Probabilmente, il motivo sta anche nel fatto che fra le cinque storie che si intrecciano tra loro nel film, due le ho vissute in maniera simile in prima persona.
Il film racconta di Carlo (Stefano Accorsi) e della sua convivenza con Giulia (Giovanna Mezzogiorno) e di come la coppia sia ad una svolta della loro vita, dato che i due stanno per sposarsi e Giulia è incinta. I due, decidono di condividere questa gioia con i genitori, e qui entra in scena Anna (Stefania Sandrelli), la madre di Giulia: 50 anni, gelosa della figlia e di come viene guardata dal suo lui, mentre il suo ménage coniugale si trascina da 29 anni ed è ormai un rapporto logoro e stanco. Così, Anna, per dare una scossa alla sua vita, tenta di ricucire la storia con un suo ex amante, Eugenio (Sergio Castellitto), da lei precedentemente abbandonato tre anni prima per tentare il recupero del proprio matrimonio già in crisi. Carlo, una sera, si ritrova ad una cena con i suoi quattro amici di sempre e, dialogando, scopre che anche i suoi coetanei sono angosciati dalle loro storie: Adriano (Giorgio Pasotti) è ossessionato dalla moglie Livia (Sabrina Impacciatore) madre da poco; Alberto (Marco Cocci) è stufo di cambiare relazione quasi tutti i giorni (beato lui!!!); Marco (Pierfrancesco Favino) è stato appena lasciato da Arianna (Regina Orioli) con cui stava, ed è “sbiellato” dal tormento; mentre Carlo, da par suo, ha paura del cambiamento radicale che subirà presto la sua vita. Il giorno seguente, Carlo incontra Francesca (Martina Stella), 18 anni, e se ne invaghisce immediatamente, portandolo ad avere una relazione con lei e mettendo in crisi il rapporto con Giulia...
Buona la colonna sonora con l’omonimo pezzo di Carmen Consoli (che fa anche una piccola parte impersonando una delle tante ragazze del sopraccitato Alberto). Il film, come vi ripeto, nonostante una buona parte della critica non lo abbia giudicato in maniera positiva, a me ha molto colpito perché racconta sapientemente l’immaturità di noi poveri trentenni (Nemo propheta in patria), della nostra non voglia di crescere, della nostra paura di fare scelte importanti, e di come, alcune volte, non vogliamo assumerci delle grosse responsabilità.
P.s.: non chiedetemi a quali delle cinque storie io mi sia più avvicinato, perché non ve lo posso dire… ; - )

ninin

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