BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di slovo (del 13/07/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 2629 volte)
Titolo originale
Why Software Sucks... and what you can do about it
Autore
David S. Platt
Traduzione
Idieffe sas
Editore
Mondadori Informatica
Prima edizione
Marzo 2007

Ci hanno insegnato a non giudicare un libro dalla copertina ma chi vende libri sa benissimo che un illustrazione accattivante e un titolo azzeccato possono incuriosire, se non condizionare o favorire una scelta.
A me per esempio... quando un giorno mi aggiravo per i reparti di una libreria esaminando gli scaffali senza un idea precisa su cosa acquistare. L’uomo intento ad assestare un calcione al computer e quel titolo audace erano una presenza così inusuale in mezzo ai trattati e i manuali tecnici del reparto informatica...
L’autore David Platt, programmatore, docente universitario e relatore è un esperto di sviluppo del software: gran parte della sua attività si basa sull’insegnamento di quei principi che ogni buon programmatore dovrebbe tenere sempre in nota per scrivere del codice che sia sì funzionale alla domanda ma anche ottimizzato, amichevole e non, come spesso accade, palesemente insensato...
Forte della sua esperienza pluri-decennale nel campo e innalzando il provocatorio slogan del titolo il prof. Platt passa in rassegna applicativi, portali web, networks dimostrando quanti prodotti presenti sul mercato informatico, magari griffati con marchi di rinomate aziende, facciano effettivamente... schifo.
Snervanti richieste di conferma, messaggi d’errore che sembrano prenderti per i fondelli, odiosi assistenti animati, siti internet illeggibili o altri che ti dicono tutto fuorchè quello che ti serve, reti colabrodo, porte spalancate ai malintenzionati... con pochissime eccezioni, ogni uomo o donna che abbia avuto a che fare con un PC negli ultimi 30 anni potrebbe trovare (almeno) un paragrafo che sembrerà scritto per lui.
Che Platt sia fondamentalmente un articolista da riviste di informatica e non uno scrittore in senso stretto si nota dal suo stile tecnico, che tuttavia tenta di alleggerire intingendolo nel suo personale humor.
Umorismo che ad essere onesti ho trovato un po’ nerdy... con buona pace di David che sembra voler prendere continuamente le distanze dalla categoria : - )
La seconda parte del titolo originale, misteriosamente troncata nella traduzione, è un indicazione sul valore didattico di questo testo, infatti l’autore non si limita ad una critica distruttiva e sarcastica sulle tare del software in circolazione ma propone dritte e migliorie, bacchettando nemmeno troppo leggermente le legioni di programmatori ‘secchioni’ a suo dire responsabili dello scempio.
Non è obbligatorio essere esperti informatici per godersi questa lettura, è sufficiente un’infarinatura, aver trafficato qualche volta con le piattaforme più diffuse e spacciate come semplici ed affidabili... e ricevere un’autorevole rassicurazione che non siamo noi gli stupidi: è il software che fa schifo!

slovo

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Di Namor (del 12/07/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 5984 volte)
Artista
Enzo Avitabile
Titolo
SOS Brothers
Anno
1986
Label
Costa Est - EMI

Ricordo che nel 1986 data di uscita di “S.O.S Brothers”, mio cugino mi fece ascoltare una canzone bellissima che era inclusa in questo LP, il suo sound era di una raffinatezza indescrivibile, dove un gran giro di basso accompagnava la particolare ed inconfondibile voce black del suo autore, che ci invitava a salire su un singolare treno chiamato “Soul Express” un convoglio che viaggia senza meta, carico dei suoi strambi passeggeri che alimentano la magia di un’atmosfera unica. Questa canzone a parer mio rimane il suo capolavoro in assoluto, basta citarne il suo titolo per ricordarsi immediatamente le generalità di questo straordinario artista napoletano che risponde al nome di Enzo Avitabile. E bene sottolineare per chi non lo conoscesse, che Avitabile è un virtuoso del sax, strumento che suona fin dalla tenera età di sette anni, ed e proprio grazie a questo suo immenso talento per il sax, che può vantarsi di essere stato l’unico bianco al mondo ad aver accompagnato in un tour europeo l’indiscusso re del soul James Brown! La gavetta di questo artista inizia fin da giovane suonando con una band nei locali americani di Napoli, in seguito frequenta il conservatorio diplomandosi in flauto, in quel periodo hanno inizio le sue collaborazioni con musicisti quotati come Pino Daniele ed Edoardo Bennato, fin quando arriva la sua chance nel 1982 che lo vede incidere il suo album d’esordio “Avitabile”, seguiranno nel tempo con alterne fortune altri 14 album. Ma è grazie a S.O.S Brothers, ritenuto dai critici un vero gioiello di soul, funky e blues, che Enzo arriva ai vertici delle hit parade facendolo conoscere ed apprezzare al grande pubblico internazionale, basti pensare che un pezzo funky di pregevole fattura come “Black Out” in versione remix spopolò nelle discoteche di tutta Europa, venendo addirittura premiato ad Ibiza come il miglior brano dance dell’anno! Permettetemi di aprire una breve ma doverosa parentesi (che farà sicuramente la gioia del nostro Slovo) riguardo al look di questo album, gli amanti dei fumetti ed in particolar modo di uno dei più originali disegnatori italiani, avranno sicuramente notato ed indovinato l’autore di questa bellissima copertina, sto parlando del grande Andrea Pazienza, è grazie al suo genio che si deve la creazione di questo piccolo capolavoro da collezionare (io ne custodisco gelosamente il 33 giri), dove il titolo dei nove brani contenuti nell’album, non sono stati solamente stilati banalmente come e di consueto fare, ma sono stati inseriti in un simpatico fumetto con protagonisti E. Avitabile ed i suoi musicisti! Non mi resta altro che augurarvi un buon ascolto e una buona visione, si lo so come conclusione e veramente banale ma mai come questa volta, trovo che sia il finale più azzeccato per questa particolare opera!

Namor

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Di Darth (del 11/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1440 volte)
Titolo originale
Flyboys
Produzione
Francia, USA 2006
Regia
Tony Bill
Interpreti
James Franco, Jean Reno, Martin Henderson, Jennifer Decker
Durata
140 minuti
Trailer

Nel 1916, in piena prima guerra mondiale, all’interno dell’aviazione francese venne istituita la “Squadriglia Lafayette”: un gruppo di aviatori composto da volontari americani. Storicamente, lo scopo finale della creazione di questo corpo militare, era quello di sensibilizzare gli USA verso il conflitto europeo, nella speranza che entrassero in guerra contro i tedeschi. Anche il nome è stato scelto ad uopo: La Fayette infatti, a cui hanno dedicato la squadriglia, fu un generale francese che combatté a fianco di George Washington.
Su questa storia, si basa la sceneggiatura dell’opera di Tony Bill “Giovani Aquile”. La trama è sempre più o meno la solita di questa tipologia di film: vari ragazzi americani ognuno con la propria storia (più o meno triste) alle spalle, incomprensioni e amicizie, amori, e una buona dose di azione nei cieli. Un misto tra “Pearl Harbor” e “Top Gun” ambientato nella prima guerra mondiale, dove anziché abbattere i MiG sovietici o gli Zero giapponesi, i protagonisti devono vedersela con i ben più affascinanti triplani Fokker tedeschi.
I duelli aerei di questo film sono in assoluto i più belli che io abbia mai visto. La qualità degli effetti speciali e la fedele riproduzione di questi gioielli tecnologici dell’inizio secolo scorso sono impeccabili, e la dinamica del movimento degli stessi è davvero realistica (realizzata utilizzando per la prima volta la tecnica dello stop motion con un velivolo). Poi, l’assistere a duelli aerei dove l’abilità del pilota è molto più importante della tecnologia insita nell’aeroplano (non essendoci), rendono decisamente più intriganti i combattimenti di quello che già furono in “Top Gun” con i loro missili computerizzati.
Il film scorre bene, la “scontatezza” di una trama conosciuta viene sopperita da continui decessi inaspettati dei co-protagonisti, in modo che lo spettatore rimanga in ansia per le sorti dei piloti “sperando nel bene ma aspettandosi il peggio”. L’unica cosa che mi ha “disturbato” un po’ è il classico, eccessivo, borioso patriottismo americano di cui è satura la pellicola. Guardando quest’opera sembra che senza i volontari americani (in realtà appena 265) che hanno fatto parte della squadriglia Lafayette, i francesi non sarebbero stati in grado di tener testa alla Luftwaffe. In realtà la compagnia americana in forza alla Armée de l’air può annoverare la modica cifra di 32 velivoli nemici abbattuti (quasi tutti dai protagonisti del film!!!). A parte queste consuete esagerazioni (non per niente esiste il termine “americanata”) a cui siamo ormai avvezzi, “Giovani Aquile” è un film piacevole, intrigante e con dei duelli aerei mozzafiato!

Darth

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Di kiriku (del 10/07/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 900 volte)
Artista
Frank Zappa
Titolo
Waka/Yawaka
Anno
1972
Label
Rykodisc

Ebbene si lo ammetto!!! Sono arrivato a trentaquattro anni senza mai avere ascoltato veramente qualcosa di Frank Zappa. Ultimamente però mi  sono stati imprestati “Joe’s garage”, “freak out”, “Hot Rats” e “Waka/Jawaka”. Tutti e quattro sono degli ottimi album ma è l’ultimo dell’elenco che mi ha colpito in particolar modo. La musica di Zappa non è facile da definire anzi è impossibile, il suo stile spazia dal rock, al jazz, al pop, alla fusion, al blues e alla rivisitazione della musica classica. Personaggio eclettico è sicuramente uno dei grandi musicisti che più ha brillato nel secolo scorso. I sui testi sono sempre dissacranti e pregni di humour e si scagliano contro la politica, contro l’industria della musica e contro ogni forma di convenzione e vennero tacciati di essere volgari e addirittura pornografici. Il cd in questione comprende quattro brani. Il primo si intitola “Big Swifty” ed è un brano capolavoro della durata di 17 minuti e 22 secondi dove chitarra, piano e fiati danno vita ad un’eterea fusione tra jazz blues e rock. Il secondo e il terzo, “Your Mouth” e “ It jast might be a one-shot deal”, sono molto più brevi e sono praticamente dei blues, sempre se così si possano definire, dove la qualità musicale è davvero sorprendente. L’ultimo “Waka/Jawaka", pezzo che da anche il titolo all’album, è sicuramente il mio preferito ed è anch’esso un capolavoro da ascoltare e riascoltare più volte senza mai stancarsi, dove gli assoli si sprecano e dove viene fatto un uso massiccio dei fiati. Bello come pochi questo album è un viaggio onirico dentro la musica a trecentosessanta gradi, un percorso polifonico senza confini dove il fine ultimo è l’essenza della musica stessa. L’unica pecca di questo cd è che dura solo 36 minuti, ma la produzione di Zappa va oltre i sessanta album; un eredità musicale da non lasciarsi sfuggire. Lo dico per le vostre orecchie!!!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 09/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2081 volte)
Titolo originale
Amadeus
Produzione
USA 1984
Regia
Milos Forman
Interpreti
Tom Hulce, F. Murray Abraham, Roy Dotrice, Elizabeth Berridge, Simon Callow, Roy Dotrice, Kenny Baker, Jeffrey Jones.
Durata
158 minuti

Mi sono subito disposto positivamente alla visione di questo film perchè mi incuriosiva saperne di più sulla vita di Mozart e ascoltarne le opere meravigliose. Vi dico subito che sul primo punto sono stato accontentato, la sua esistenza è ampliamente raccontata, forse con qualche licenza di troppo, ma è comunque esaustiva. Invece sono rimasto deluso dalla poca musica che ci viene proposta, una pellicola che parla di un musicista deve andare oltre la sua persona, ci deve parlare soprattutto della sua arte. Ho trovato molto bella l’idea di far raccontare l’intera vicenda ad Antonio Salieri (acclamato musicista di Corte), che da un manicomio di Vienna nel 1823, spiega ad un ascoltatore casuale di come abbia passato la sua intera vita nello sforzo (e di come ci sia riuscito) di distruggere Mozart, a suo avviso ingiustamente premiato del dono divino di compositore visto la sua vita libertina e volgare. Vincitore di otto premi Oscar: film, regia, sceneggiatura, attore (F.M. Abraham), costumi (Theodor Pistek), suono (M. Berger, T. Scott, T. Boekelheide), trucco (Paul Le Blanc, Dick Smith), scenografia (Patrizia von Brandenstein, Karel Czerny). Nel 2002 è uscita una versione restaurata (Director’s Cut) che è allungata di oltre venti minuti dalla versione originale. Un filmone in tutti i sensi che merita di essere visto, perché fatto veramente bene.

P.s.: ho elencato i premi Oscar vinti dal film solo per dovere di cronaca in quanto personalmente non credo nella neutralità di tale manifestazione.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 08/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 910 volte)
Titolo originale
Piazza delle cinque lune
Produzione
Italia 2003
Regia
Renzo Martinelli
Interpreti
Donald Shuterland, Giancarlo Giannini, Stafania Rocca, F. Murray Abraham
Durata
90 minuti

Nel suo ultimo giorno di lavoro, come procuratore capo di Siena, Rosario Saracini (Donald Sutherland) è avvicinato da un ex-brigatista che gli consegna una ripresa dell’agguato di Via Fani, promettendogli nuove rivelazioni a patto della promessa di divulgare tutte le notizie che apprenderà sul caso. L’ex magistrato si mette alla ricerca delle verità nascoste del caso Moro con l’aiuto del suo capo scorta Branco (Giancarlo Giannini) e la sua sottoposta Fernanda Doni (Stefania Rocca), fino ad arrivare alla chiusura del cerchio con tutti i tasselli del puzzle al loro posto ma, con l’impossibilità di mantenere l’impegno di divulgare le verità scoperte.
Da questo lavoro di Renzo Martinelli mi aspettavo grandi cose per tre motivi; il primo era il bel risultato di Vajont, sua precedente opera, la seconda era il ruolo di Sergio Flamini come consulente storico, e in ultimo l’approvazione del film da parte della famiglia Moro.
Purtroppo le mie iniziali speranze sono state deluse, all’idea iniziale, secondo me buona, non ha fatto seguito il risultato del film. L’idea di rendere testimonianza di un momento chiave della vita storico-politica del nostro paese usando la chiave del thriller investigativo, per poter avvicinare anche un pubblico giovane utilizzando un cast d’attori di buon livello è ripeto buona, ma in pratica si assiste a due film paralleli incastrati fra loro con il risultato che nessuno dei due riesce nel proprio scopo.
La trama del thriller fa acqua fin dall’inizio, si capisce subito chi è il buono e chi il cattivo e il finale sembra buttato lì per esaurimento idee.
Il film testimonianza invece parte bene, con la ricostruzione di com’è avvenuto l’agguato di Via Fani e facendo intuire chi, secondo Flamini, ha fatto in modo che la verità sul rapimento Moro non venisse mai alla luce. Alla fine però la pellicola non fa i nomi dei presunti responsabili e se voleva essere un film testimonianza sulla base di determinate ipotesi si doveva, secondo me, andare fino in fondo nel sostenere queste ipotesi.
Trovo, nonostante il secondo me scarso risultato, apprezzabile l’intenzione del regista di ricordare a tutti la vicenda Moro a 25 anni di distanza e a chi vorrebbe approfondire l’argomento consiglio i vari libri di Flamini su Moro.
Sansimone

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Di Sansimone (del 07/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 982 volte)
Titolo originale
Men of honor
Produzione
U.S.A. 2000
Regia
George Tillman jr
Interpreti
Robert De Niro, Charlize Theron, Michael Rapaport, Cuba Gooding Jr.
Durata
128 minuti

Questo film è stato ispirato ad una storia vera, quella di Carl Brashear, primo afro-americano a diventare un palombaro della Marina degli Stati Uniti.
Siamo negli anni ’50, nella marina vige ancora la segregazione razziale più o meno in maniera ufficiale. Il giovane marinaio di colore Brashear (Cuba Gooding Jr.) decide di diventare un sommozzatore specializzato nel recupero e salvataggio a grandi profondità. Per far questo deve superare il muro della burocrazia razzista e soprattutto l’ostilità del suo istruttore Billy Sandey (Robert De Niro).
Devo dire, come prima cosa, che mi aspettavo qualcosa di più da parte degli attori principali... intendiamoci, fanno bene il loro lavoro, ma da due premi Oscar mi aspettavo più pathos visto il potenziale del film. Molti potranno asserire che questa è soltanto un'altra pellicola creata per esaltare il sogno americano d’uguaglianza tra le razze, il patriottismo ecc.. ecc.., però, il fatto che il film si basa su una storia realmente accaduta, lo differenzia da tutte le altre opere di questo genere. Il protagonista non combatte la sua battaglia contro la marina per cercare giustizia sociale per tutti i marinai di colore, ma solo per realizzare un suo personale sogno. Probabilmente nella realtà Brashear sa che la sua lotta in futuro servirà ad altre persone, ma nell'ambito della sceneggiatura rimane sempre una sua personale battaglia sindacale (passatemi il termine). Al contrario i suoi superiori sono consapevoli che, una volta aperto un seppur piccolo varco nelle barriere razziali delle gerarchie militari, queste sono destinate a crollare, ed è per evitare questo che cercano in tutti i modi di opporsi al volere del protagonista.
Un altro aspetto del protagonista che voglio segnalare è la tenacia con cui insegue il suo sogno, piuttosto che abbandonarlo è disposto a privarsi di qualsiasi cosa, dal contatto diretto con i genitori, agli amici, addirittura a moglie e figlio pur di tornare al servizio attivo. Quello che mi chiedo è se una volta realizzati i propri desideri si è così appagati da dimenticare le rinunzie e le occasioni perse per il raggiungimento di questi.
Sansimone

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Di slovo (del 06/07/2007 @ 05:00:00, in live report, linkato 2001 volte)
Evento
Summer Live Festival '07
Artisti
New Trolls
Location
Area Manifestazioni Parco Olimpia – San Bartolomeo al Mare
Data
1 luglio '07

Per chi si vanta con insano orgoglio di appartenere ad una ristretta élite di cultori del progressive si trattava di un evento da caricare delle più rosee aspettative.
Anche perchè non tutti sanno che anche i New Trolls si fecero ammaliare dall’ondata progressiva che investì la penisola all’inizio degli anni settanta e che prima del reflusso e conseguente ritorno a produzioni più facilmente commercializzabili incisero alcuni album di splendida fusione tra rock e musica barocca.
Considerando che i NT, come molte altre formazioni risalenti a quella gloriosa epoca, stanno beneficiando dell’operazione ‘reunion in forma prog’ per la gioia di platee che li osannano come miti musicali (principalmente giappone e sudamerica) c’erano ragioni per sperare in un gratificante concerto e, cosa per nulla indifferente, senza spararsi la solita trasferta kilometrica.
Scelta perfetta per una venue estiva: il parco. L’ideale per calarsi nell’atmosfera del raduno, tipica cornice del live settantiano, anche se per ovvie ragioni in una versione molto meno radical.
Con quasi un ora di ritardo finalmente il gruppo inizia a suonare.
La reunion del duo Vittorio De Scalzi - Nico Di Palo, nucleo storico e vero motore di questa ennesima incarnazione della band si arricchisce di un valore morale aggiuntivo, sia per l’entusiasmo e la caparbietà con cui questi due vecchi amici ‘tengono duro’ sui palchi dopo quarant’anni di carriera, sia per la personale vittoria umana di Di Palo e l’ammirevole forza d’animo che gli consente di esibirsi nonostante le non trascurabili conseguenze della sua sfortunata vicenda...
Dopo un grintoso inizio strumentale, che mette subito in tavola le carte del gruppo fugando ogni dubbio sulla sua preparazione tecnica, e la classica “Signore io sono Irish” introdotta da un eloquientissimo De Scalzi che non si risparmia in aneddoti, finalmente arrivano i brani dai vari “Concerto Grosso”, “UT”, “Searching for a Land”. Il livello tecnico/artistico della serata tocca punte eccelse: melodia, complessità, potenza, rincorse, voli, un autentica gioia per le orecchie e per i cuori. L’occasione è giusta per fare un po’ di promozione al nuovo disco del gruppo: il terzo capitolo del Concerto Grosso: “Seven Seasons” con cui i NT ritornano alle sonorità progressive e da cui vengono proposti alcuni pezzi in anteprima italiana (non mondiale: quella l’hanno avuta i giapponesi, come si diceva).
La parte successiva del concerto vede una carrellata di brani risalenti al cosiddetto periodo beat, che danno occasione a Di Palo di cantare e sfoggiare la sua straordinaria voce, scatenando applausi spontanei durante gli acuti più virtuosi. Durante l’esecuzione di questi cavalli di battaglia che non riesco ad apprezzare più di tanto se non dal punto di vista storico noto un crescente coinvolgimento da parte del pubblico più ‘anta’ che non riesce a trattenersi dallo sbracciare al suono delle hit di gioventù. Riesco quasi a percepire l’emozione, la pelle d’oca, la valanga di ricordi che investe questi signori e signore mentre cantano dietro al gruppo quelle canzoni, i testi a memoria, dopo tutto quel tempo...
Ormai la speranza di ascoltare qualche buon pezzo prog sfuma mentre il gruppo imbocca la via di un excursus degli anni ‘75-‘90, dei pezzi sanremesi, di alcuni dei quali ho memoria diretta anche io, come “faccia di cane”, “aldebaran”, “quella carezza della sera”, grandi entusiasmi per quella che è diventata la zona calda del live, il revival dei grandi successi, quelli per cui buona parte del pubblico ha presenziato questa sera.
Non posso dire che mi sia piaciuta proprio tutta la scaletta e mi sono dovuto sorbire una cover di “poster” (e ciò è male) ma in definitiva è stato un buon concerto, musicisti professionali e ottima acustica, livello di coinvolgimento altalenante ma alla fine molto istruttivo. Si potrà dire di un concerto rock?

slovo

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Di Namor (del 05/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1472 volte)
Titolo originale
Transformers
Produzione
USA 2007
Regia
Michael Bay
Interpreti
Shia LaBeouf, Megan Fox, Josh Duhamel, Tyrese Gibson, John Turturro, Jon Voight, Anthony Anderson, Rachael Taylor.
Durata
144 Minuti
Trailer

Sul pianeta Cybertron da molti secoli é in corso una terrificante guerra, a fronteggiarsi sono due fazioni di Transformers, i pacifici Autobot guidati dal loro leader Optimus Prime ed i malvagi Deceptions con a capo il perfido Megatron. Oggetto della contesa, il Cubo di Enargon, una fonte di energia in grado di dare vita e potere illimitato ai Transformers che ne entreranno per primi in possesso. Scenario di questo scontro tra il bene ed il male sarà il luogo in cui e precipitato il cubo, il pianeta terra e su cui vive colui che sarà il protagonista della vittoria finale, il giovane Sam Witwicky (Shia LaBeouf), ignaro custode dell’unica mappa esistente per arrivare nel luogo ove si trova l’ambita fonte di potere! A dirigere, dopo il suo rifiuto iniziale, la riuscitissima trasposizione cinematografica della serie animata dei “Transformers” é uno dei più grandi realizzatori di popcorn movie, il regista Michael Bay, ed è grazie al suo modus operandi fatto di azione al testosterone ed un montaggio frenetico se il film sarà (sicuramente) un successo mondiale. Tale merito va comunque diviso con la Industrial Light and Magic di George Lucas, collaborazione destinata alla creazione degli effetti speciali che sono il vero fiore all’occhiello del film! Da annotare nel cast la presenza di uno spassosissimo John Turturro nelle vesti di uno strambo agente segreto, la bella di turno Megan Fox, niente male (esteticamente) é proprio il caso di dirlo, completano il cast l’esperto John Voight nei panni del segretario della difesa, ed il sempre più lanciato verso un roseo futuro di attore Shia LaBeouf, lo dimostra anche il fatto che Spielberg, produttore di Transformers, lo ha accolto sotto la sua ala protettiva affidandogli un ruolo nel prossimo film su Indiana Jones. Io non sottovaluterei il militare Joshua Duhamel, secondo me se nell’immediato azzecca i film giusti, si potrà togliere le sue soddisfazioni! Un consiglio, se siete amanti degli action movie con strabilianti effetti speciali, non perdete la visione di questa pellicola al cinema, farlo, sarebbe un vero peccato! Per coloro che invece lo hanno già visto ed apprezzato, preparatevi a far ritorno nelle sale, poiché questo é solo l’inizio di una nuova trilogia!

Namor

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Di Darth (del 04/07/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1674 volte)
Titolo originale
La Science des rêves
Produzione
Francia, Italia, 2006
Regia
Michel Gondry
Interpreti
Gaël Garcia Bernal, Alain Chabat, Charlotte Gainsbourg, Miou-Miou, Inigo Lezzi, Jean-Michel Bernard
Durata
105 minuti
Trailer

Stéphane è un ragazzo molto creativo che sogna di essere assunto per un impiego dove possa utilizzare la sua fervida inventiva. Il suo desiderio pareva essersi realizzato con il suo ingaggio da parte di una società che crea calendari ma, fin dal primo giorno, Stéphan capisce che le sue mansioni sono da impiegato e che non hanno nulla di artistico. La sua vita prosegue tra i suoi sogni e la grigia realtà, finché non incontra Stéphanie, la nuova vicina di casa che, oltre ad essere carina, è molto creativa anche lei. Invaghitosi della giovane donna, Stéphan inizia a corteggiarla con estremo impaccio ed una timidezza d’altri tempi. La ragazza, da par suo è interessata al fantasioso vicino di casa, ma i suoi comportamenti bizzarri la lasciano perplessa...
L’arte del sogno” è un film surreale. Inizialmente ben delineato tra il mondo dei sogni (spiegati in esso anche con un’ipotetica formula alchemica) e la vita reale del protagonista, per poi fondersi lentamente assieme fino a non capire se è sogno oppure realtà (situazione in cui, lo stesso protagonista, si ritroverà in alcune scene del film). Il regista francese Michel Gondry, ci aveva già dato un assaggio della sua abilità nel confondere lo spettatore con il suo precedente “Se mi lasci ti cancello” (con Jim Carrey) dove, anziché il sogno e la veglia, mischiava sapientemente il presente ed i ricordi del passato.
La resa “su pellicola” di un onirismo non può certo dirsi facile, ma in questo Gondry è stato superbo. Senza avvalersi di effetti speciali o luci stroboscopiche, il mondo dei sogni di Stéphane è creato teneramente da oggetti che ne sostituiscono altri: così l’acqua nel sogno è cellophane, dalle finestre si vedono città di cartapesta, le nuvole sono di cotone, e tutto è armoniosamente docile ed elegante attorno a lui... soprattutto la sua amata Stéphanie.
Quest'opera franco/italiana in alcune sequenze forse è un po’ lenta, ed alcuni la troveranno troppo assurda… personalmente però l’ho trovata carina, con alcune trovate veramente geniali: su tutte sicuramente la macchina del tempo costruita da Stéphane che lo porta avanti o indietro nel tempo di un solo secondo… strepitosa! Adesso me la costruisco anch’io!

Darth

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Di kiriku (del 03/07/2007 @ 05:00:01, in Musica, linkato 1174 volte)
Artista
Gianluca Petrella
Titolo
X-RAY
Anno
2001
Label
Auand

Negli ultimi anni il jazz italiano va molto bene anche all’estero, gli artisti che oltre confine si fanno onore non sono più i soliti due tre nomi. Tra questi spicca il trombonista Gianluca Petrella. A soli trentadue anni ha un palmares già notevole; nel 2001 ha vinto il referendum “Top Jazz” indetto dalla rivista “Musica jazz” quale miglior nuovo talento nazionale, lo stesso anno gli è stato assegnato un “Award” per l’importante “Jango d’or” internazionale, come miglior talento europeo. Ma i riconoscimenti non finiscono qui, nel 2005 è artista dell’anno nel "top jazz" sempre nella rivista "Musica Jazz" e nel 2006 sulla rivista “Dowbeat” viene proclamato da un giuria di critici miglior giovane trombonista. Le sue collaborazioni con artisti italiani e stranieri di grande spessore sono moltissime, solo per citarne alcune Joy Calderazzo,Steve Coleman,Steve Swallow, Enrico Rava, Gianluigi Trovesi, Paolo Fresu e molti altri. Personalmente ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo solo una volta qualche anno fa al Teatro Regio di Torino dove ha suonato in formazione con Enrico Rava, Stefano Bollani, Roberto Gatto e Rosario Bonnacorso. Concerto Bellissimo! X-Ray è il primo lavoro a suo nome e vede un quartetto al quanto insolito composto da Petrella al trombone, Javier Girotto al sax baritono, Paul Roger al contrabbasso e Francesco Sotgiu alla batteria. La cosa evidente fin dal primo ascolto è che in questo cd convivono e si fondono insieme due stili: uno che si ispira al free jazz più classico e l’altro un po’ più melodico che da al tutto una fluidità che altrimenti risulterebbe un esercizio stilistico fine a se stesso. L’improvvisazione e la ricerca rimangono comunque l’obbiettivo principale, il quartetto risulta bene affiatato e unito nell’impresa, il trombone di Petrella si lascia andare a lucide improvvisazioni e caldi fraseggi accompagnato dal sax di Jirotto, compagno ideale che lo segue fedelmente nei momenti corali, pregevole nel fargli da controcanto e in grado di improvvisare con una facilità estrema. La parte ritmica non è da meno, Roger entra sempre preciso anche quando il ritmo è frenetico con quel suo suono lucido e Sotgiu dimostra tutta la sua abilità polirtmica e da sostegno e spessore ai pezzi. Nonostante sia il primo lavoro a suo nome, Petrella dimostra già un talento notevole frutto sicuramente delle sue tante esperienze lavorative precedenti che lo hanno visto affrontare progetti differenti tra loro al fianco sempre di ottimi musicisti e che gli hanno dato quella maturità che solo i grandi hanno!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 02/07/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1090 volte)
Artista
Miles Davis
Titolo
Kind of Blue
Anno
1959
Label
Columbia/Legacy

Ve lo dico subito, uno dei motivi per cui mi sono accostato al jazz, è stato l’aver udito un suono di tromba che mi faceva vibrare e venire i brividi. Subito la ricerca per individuarne la fonte, l’artista che faceva emettere quella “voce” a quello strumento. Così conobbi Miles Davis e di rimbalzo il suo mondo musicale. Trovo sia inutile cercare di descrivervi a parole come siano le note che fuoriescono dalla sua musica, dovete solo ascoltarla ed ascoltarla, e dopo probabilmente ascoltarla ancora! Non sono un esperto di jazz, ma vi posso assicurare che quest’album è un capolavoro, per intensità, qualità, e per la svolta storica che diede. Suonato con musicisti che definirei quasi “divini”: Paul Chambers al basso, Jimmy Copp alla batteria, Bill Evans al piano (in un brano sostituito da Wynton Kelly), e la coppia John Coltrane e Cannonball Adderley al sax. Due brani su tutti vanno citati: “All Blues” e “Freddie Freeloader”. Scrisse Evans sulle note di copertina originali: “…Miles ha ideato questi arrangiamenti solo qualche ora prima di incidere, arrivando con schizzi che indicavano al gruppo cosa bisognava suonare. Dunque, ciò che ascolterete in queste esecuzioni è prossimo alla pura spontaneità”. C’è bisogno di aggiungere altro? Baci jazz a tutti…

nilcoxp

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Di Sansimone (del 01/07/2007 @ 05:43:01, in libri, linkato 1601 volte)
Titolo originale
Il mistero di Perinaldo
Autore
Roberto Negro
Editore
Fratelli Frilli Editori
Prima edizione
2005

Come avete capito dalle mie precedenti recensioni, a me piacciono i gialli, ultimamente in libreria ho trovato una nuova collana di noir ambientati in Liguria, tra l’altro anche in offerta….
Al momento dell’acquisto ero un po’ dubbioso sulla qualità di questi libri, soprattutto perché erano d’autori che non avevo mai sentito. Con mia gran soddisfazione il primo di questi libri, cioè “Il tesoro di Perinaldo” di Roberto Negri, mi ha fugato ogni dubbio.
Il romanzo inizia con la descrizione di una vicenda avvenuta in un lontanissimo passato, per poi passare ad un altro avvenimento durante le invasioni napoleoniche, unico comune denominatore che lega i due episodi è il luogo, cioè Perinaldo. E’ ai giorni nostri che si sviluppa la parte gialla del racconto, con protagonista il commissario di polizia Scichilone, siciliano trasferito a Ventimiglia al comando della locale stazione di PS, questi deve investigare su una serie di delitti apparentemente casuali che ha investito il paese di Perinaldo.
Il racconto è fatto molto bene, molto scorrevole, con le vicende investigative interrotte dalla descrizione della vita quotidiana dei vari personaggi, che lo rendono assai godibile, con in aggiunta (e questo lo devo dire) di un grandissimo colpo di scena alla fine.  Aggiungete poi, per me che sono del ponente ligure, il piacere di leggere un libro in cui conosco i luoghi dove è ambientato e capirete perché mi è piaciuto così tanto questo libro.
In ultimo volevo fare i miei complimenti alla casa “Fratelli Frilli editori” per il coraggio di aver investito su un progetto di collana di libri nuovi e particolari.
Sansimone

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Di Andy (del 30/06/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1555 volte)
Artista
Queen
Titolo
The Platinum Collection
Anno
2002
Label
EMI

Il 24 novembre del 1991 il mondo della musica rock perde una delle sue più grandi stelle. Farook Bulsara, in arte Freddy Mercury, muore in seguito a una polmonite, avendo contratto il virus dell’H I V circa un anno prima. Il vuoto che lascia è incolmabile sia per i suoi compagni di avventura musicale, che per milioni di fans sparsi in tutto il mondo. Stiamo parlando naturalmente dei Queen, uno dei gruppi rock o più propriamente pop-rock, più famosi e seguiti da più di trent’anni a questa parte. A questo proposito voglio segnalarvi questa importante raccolta uscita nel 2000, Greatest Hits 1 , 2 , 3 “The Platinum Collection”, che racchiude le canzoni più famose e ascoltate, incise da questa straordinaria band che alle origini si chiamava Smile e che cambiò nome con l’arrivo di Mercury. Agli altri membri del gruppo, che sono Bryan May, chitarra, John Deacon , basso e Roger Taylor alla batteria appare subito chiaro di aver trovato, dopo aver provato un altro paio di cantanti, un vocalist a dire poco eccezionale. La voce di Mercury è potente, suadente e con una gamma di sfumature alto-medio-basse da fare invidia a un tenore; infatti la musica classica e la lirica erano la sua grande passione e fonte di ispirazione. Inoltre suonava magnificamente il piano ed era dotato di una personalità frenetica e provocatoria, e quindi un ottimo front man per gli innumerevoli tour mondiali affrontati nella stupenda carriera di questa formazione che si è reinventata nel corso degli anni. Il sound degli inizi era orientato verso un hard rock vicino a quello dei Led Zeppelin, ma nel giro di due album i Queen trovano appunto quella vena regale e pomposa che li contraddistinguerà per sempre. La loro musica spazia nel classico, nel pop, nella disco, sono leggendari i cori che si trovano in quasi ogni pezzo. Nel cd 1 troviamo la mitica Bohemian Rhapsody, che è stata giudicata più volte una delle più belle canzoni rock mai scritte, una suite di sei minuti in cui si trovano tutti i generi di cui si parlava prima(da brividi!), di seguito Somebody to love(cosa dire?!), Play the gam , We will rock yo , Whe are the champions. Disco 2: Radio Gaga , Innuendo , Who wants to live forever , The show must go on. Nel disco 3 troviamo Barcelona , inciso con Montserrat Caballè , in cui Freddy duetta con la celebre soprano con disinvoltura su un pezzo meraviglioso e la bellissima These are the days of our lives . Inutile continuare a elencarvi altre canzoni; i Queen sono i Queen, e questo è un ottimo cofanetto per chi già li conosce e vuole avere i brani più famosi a portata di lettore cd, oppure per chi intende entrare nel mondo di questi grandi quattro artisti che ci hanno regalato con ogni album dei piccoli gioielli da ascoltare e riascoltare, ricordando con affetto un grandissimo artista della musica contemporanea. Grazie Freddy, we still love you …

Andy

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Di slovo (del 29/06/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1228 volte)
Artista
Porcupine Tree
Titolo
Stupid Dream
Anno
1999
Label
Snapper

Percorsi misteriosi. A volte ci si imbatte in dischi per circostanze casuali, magari di musicisti che avevamo scansato per anni, chissà poi perchè... dischi che rispecchiano talmente bene i tuoi gusti da farti esclamare al primo ascolto: “ma dove sei stato per tutto questo tempo?” beh... non proprio in maniera così teatrale ma ho subito instaurato una forte empatia con “Stupid Dream” degli inglesi Porcupine Tree.
I gusti personali giocano un ruolo prominente nel giudizio, ma a prescindere da questo resta indiscutibilmente ottima musica.
Si capisce subito che il gruppo non cerca facili vie di compiacimento, la scrittura dei brani segue strutture ricercate che sviano da sviluppi prevedibili e nonostante ciò riescono ad essere piacevolmente scorrevoli, evitando quelle asperità che il progressive rock, a cui i PT fanno chiaramente riferimento, tende ad avere.
Art-rock solido ed accurato, chitarre acustiche tenute in sospensione da aggraziati tappeti tastieristici e la voce di Steven Wilson che si sposa a bellissime sessioni corali, una sensibilità acustica che fornisce la perfetta risonanza a questi brani così struggenti.
Il disco apre con una sinuosa linea di chitarra che sboccia nell’eccellente “even less”, un etereo crescendo emozionale che mette a frutto gli insegnamenti dei Pink Floyd. La seguente “piano lessons” è una perfetta song da radio (infatti è stata pubblicata come singolo promozionale e il videoclip corrispondente è stato il primo nella storia del gruppo) costruita su un giro armonico un po’ inflazionato ma che si salva per l’ottimo arrangiamento. È difficile resistere al delicato rollio delle onde generate da “pure narcotic” o “stranger by the minute”, non essere teletrasportati dalle evoluzioni di “don’t hate me” o “A smart kid” – veri e propri veicoli per viaggi mentali. Il gruppo mostra il suo lato più rock nella potente “this is no rehearsal” che alterna serratissime schitarrate a corpose ritmiche acustiche e nei suoni affilati e raggelanti di “slave called shiver”.
Una piacevole sorpresa la troviamo verso la fine della tracklist con lo strumentale “Tinto Brass” (nessun riferimento ricercato con il ‘vanto’ del cinema erotico nostrano) condotto da un irresistibile giro di basso sviluppato nelle direzioni più disparate con grande inventiva.
Dopo sedici anni dalla fondazione i PT non hanno ancora raggiunto il grande pubblico (e mai lo faranno - troppo bravi...) hanno però un seguito fedele e per quanto mi riguarda posso dire che da questo momento inizierò a farne parte.

slovo

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