BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Namor (del 28/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2958 volte)
Titolo originale
The Legend of the Seven Golden Vampires
Produzione
Gran Bretagna 1974
Regia
Roy Ward Baker
Interpreti
Peter Cushing, Julie Ege, David Chiang, Robin Stewart.
Durata
89 Minuti

A distanza di 33 anni dalla sua uscita cinematografica, sono riuscito a rivedermi un film sulla cui reperibilità non avrei mai sperato, il titolo a cui mi riferisco è “La leggenda dei sette vampiri d’oro” di Roy Ward Baker. La trama che si svolge nel 1904, vede il famigerato conte Dracula reincarnarsi nelle spoglie mortali di un monaco cinese, recatosi a sua volta in Transilvania per divenire un suo umile adepto. Grazie alle sue nuove fattezze, il principe delle tenebre trasferisce la sua sete di sangue in una regione dell’Oriente, dove, con l’ausilio dei sette vampiri d’oro ed un piccolo esercito di morti viventi seminano morte e terrore nel remoto villaggio di Pin Qwei. A porre fine ad un secolo di tale scempio, ci penserà Ching (David Chiang) insieme ai suoi otto fratelli campioni di arti marziali, ognuno di loro con stili ed armi diverse eccellono nei molteplici combattimenti. Per tale impresa viene chiesto l’aiuto del professor Van Helsing, nemico giurato del conte Dracula, il quale accetta di far parte della spedizione finanziata dalla ricca avventuriera europea in cerca di forti emozioni, Vanessa Buren, interpretata da Miss Norvegia Julie Ege, mentre nelle vesti di Van Helsing, non poteva che essere il rivale per eccellenza di molti altri film horror sui vampiri, l’attore anglosassone Peter Cushing! Questo progetto di unire due generi diversi tra essi come le arti marziali, molto in voga in quel periodo grazie ai film del mitico Bruce Lee, e l’horror, generando come dice la locandina il primo film di Kung fu Horror, è frutto della disperazione di una famosa casa produttrice che in quel periodo non versava in buone acque, la londinese Hammer, fondata nel 1934 e diventata in seguito famosissima negli anni 50-70 per aver prodotto un’infinità di film horror su personaggi come Frankeisten, Dracula, e la Mummia. Ad ogni modo tale operazione non fermò la sua definitiva scomparsa che invece avvenne nei primi anni 80. In conclusione se state cercando la visione di un ottimo B-movie, questo è il titolo che fa per voi, la recitazione approssimativa ed i suoi effetti speciali “caserecci”, ne fanno appieno un piccolo cult del genere!

Namor

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Di Darth (del 27/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1691 volte)
Titolo originale
Saibogujiman kwenchana
Produzione
Corea del sud, 2006
Regia
Park Chan-wook
Interpreti
Lim Soo-jung, Jung Ji-hoon, Choi Hee-jin,
Durata
105 minuti
Trailer

Non ho resistito. Non potevo più star lì ad aspettare che qualche distributore italiano, anziché importare porcherie come “Prey – La caccia è aperta”, si decidesse ad acquistare i diritti dell’ultimo film di Park Chan Wook (l’autore della trilogia “Old Boy”, “Mr. Vendetta” e “Lady Vendetta”)… così sono andato sul sito di Amazon, e l’ho comprato in lingua originale (con sottotitoli in inglese) per soli 27 dollari.
Molto diversa dalle sceneggiature precedenti del regista coreano, “I’m a cyborg but that's ok” non è un film di fantascienza (come si potrebbe dedurre dal titolo), ma un’opera poetica interamente ambientata all’interno di un ospedale psichiatrico. La storia ci proietta dal lato del degente in un mondo paradossale, dove nessuna persona si comporta con logica e dove ogni punto di riferimento viene a mancare. Così, tra i ricoverati, conosciamo Cha Young-goon (il personaggio principale): una ragazza convinta di essere un cyborg e che, di conseguenza, rifiuta di nutrirsi tradizionalmente (si nutre leccando delle batterie) e crede di poter parlare con ogni componente elettrico grazie alla dentiera della nonna; quindi, dopo aver indossato i denti finti, disquisisce a lungo con un distributore di bibite e, ogni tanto, con la luce al neon. A far da contorno alla ragazza-cyborg, ci sono gli altri pazienti dell’ospedale che non sono da meno in quanto a follia: a cominciare dal co-protagonista Park Il-sun: un giovane cleptomane, affetto dalla paura di scomparire nel nulla, maniaco della pulizia dentale e convinto di avere il potere di catturare l’anima delle altre persone (assumendo gli stessi pregi e difetti). Molto caratteristico anche il personaggio col senso di colpa costante: cammina sempre all’indietro per non dar la schiena a nessuno, e si scusa di qualunque cosa capiti a chiunque. In questo mondo del non-senso, assistiamo così ad una storia d’amore atipica tra la cyborg e Park Il-sun, dove non ci sono tenerezze ed effusioni, ma l’affetto scaturito dalla complicità e dal contatto umano tra due persone incomprese e incomprensibili. E’ davvero geniale l’inizio del film, con una paziente che, in un pianosequenza, ci presenta gli altri degenti, narrandoci chi sono e perché sono lì, per poi scoprire subito dopo che è una mitomane e che tutto quello che ha detto sono proprie invenzioni.
Gli unici momenti in cui si riconosce la firma del vendicativo regista coreano è nell’immaginazione di Cha Young-goon, quando sogna di massacrare tutti i dipendenti dell’ospedale mediante pallottole che fuoriescono dalle dita delle mani… a parte questo, sembra che Park Chan Wook abbia chiuso i conti con le vendette e si apra a nuovi contesti.
“I’m a cyborg but thats ok”, è comunque un ottimo film e non fa rimpiangere il ‘cambio di carreggiata’ del regista… forse un po’ lento all’inizio ma sempre più affascinante con il proseguo della storia. Può ricordare il alcuni punti l’intramontabile “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ma qui i personaggi sono molto più esasperati del capolavoro di Milos Forman e, purtroppo, non c’è Jack Nicholson a fare il matto…

Darth

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Di kiriku (del 26/06/2007 @ 05:00:01, in Libri, linkato 4046 volte)
Titolo originale
La speculazione edilizia
Autore
Italo Calvino
Prima edizione
1963

Nel decennio che va tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, in Italia si verifica quel fenomeno che prende il nome boom economico. La guerra è finita da poco e i segni di questa tragica esperienza sono ancora vivi nella memoria della gente. La fine dei conflitti come spesso accade coincide con l’inizio della ricostruzione e in questo caso anche con un’ importante ripresa economica dovuta essenzialmente alla fine del protezionismo, all’attuazione del Piano Marshall e ad sostanziali investimenti da parte dello stato. La ripresa economica che ne deriva è senza precedenti e stravolge quelle che sono le aspettative della gente che trovandosi di fronte ad un benessere mai avuto prima cambia radicalmente il suo stile vita. Uno degli effetti negativi di questa ricrescita economica fu la crescita selvaggia e incontrollata delle città. La popolazione che prima viveva nei campi ed era dedita all’agricoltura, ora si trasferisce nelle città per lavoro, aumentando così la domanda di appartamenti. Il settore dell’edilizia essendo senza controllo da vita a quei quartieri mostruosi che ancora oggi possiamo vedere nelle nostre periferie. Ed è proprio in questo contesto storico che è ambientata la vicenda narrata, nella “Speculazione edilizia”, da Italo Calvino. Quinto Anfossi è un intellettuale che si fa contagiare, nonostante la sua avversione per tutto ciò, dalla febbre di costruire: “Anche gettarsi in una iniziativa economica , maneggiare terreni e denari era un dovere, un dovere magari meno epico, più prosaico, un dovere borghese; e lui Quinto era appunto un borghese, come gli era potuto venire in mente d’essere altro?” Ma quello che il protagonista non prende in considerazione è la nascita di una nuova classe di ricchi, di una nuova borghesia della quale fa parte Casotti, l’imprenditore con il quale si mette in società e con il quale si scontra facendogli rimpiangere di essersi avventurato in questa impresa. Questo romanzo si può definire in parte autobiografico anzi Calvino stesso dice: “ Ho elaborato anche un tipo di narrativa autobiografico-intellettuale che parla della realtà contemporanea come La speculazione edilizia, La nuvola di smog …”. Il libro è scritto in terza persona e in quello stile neorealista che ha caratterizzato la prima parte della produzione di Calvino e di altri scrittori di quel periodo anche se forse questa corrente ha avuto  maggior risonanza nel cinema. Questo è un libro che a me piace in particolar modo sia perché è ambientato nella mia città natale San Remo e sia perché il momento storico in cui si volge la vicenda trovo che sia uno dei momenti migliori che la popolazione italiana ha vissuto. La guerra finita, l’inizio di una nuova vita, nuove prospettive, il tornare a sognare dopo tanta sofferenza, progetti per il futuro e un benessere che sembra non essere più per pochi; insomma doveva essere proprio bello vivere quelle sensazioni. Peccato che poi l’uomo per sua natura rovina sempre tutto. Un po’ come succede a Quinto che si lascia coinvolgere dalla voglia di partecipare al sogno di guadagnare diventando imprenditore e che poi invece si rende conto di come la realtà sia differente e si arrende all’evidenza delle cose. Insomma un bel libro da leggere, scritto con quell’abilità narrativa di cui era capace Italo Calvino.

kiriku

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Di nilcoxp (del 25/06/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 1815 volte)
Titolo originale
Vita d'un Uomo
Autore
Giuseppe Ungaretti
Prima edizione
1969

Un libro che racchiude tute le poesie del grande Poeta, suddivise per raccolte: “La Terra Promessa”, “Sentimento del Tempo”, “Il Dolore”,ecc.. Inutile dire che tutti, ma proprio tutti dovrebbero aver letto queste poesie, perché tutti dovrebbero avere avuto il desiderio di conoscere la natura umana, con tutte le sue debolezze e fragilità. Un percorso che ci tocca e ci commuove, che ci fa soffrire per l’incapacità dell’uomo di apprendere dai suoi sbagli, di comprendere appieno l’importanza della vita e dello spreco che spesso se ne fa. In particolare trovo bellissime nella loro esposizione ed essenza le liriche della raccolta “L’Allegria” (ma ripeto tutto il libro è straordinario), e una delle mie preferite è “Sono Una Creatura” che termina con la frase: “…La morte/ si sconta/ vivendo.”. Un insieme di scritti che ci imprimono nell’animo l’esperienza del Poeta durante la Prima Guerra Mondiale, il suo stare in trincea per ore, giorni, tra compagni morti, in una precarietà di condizione tale da ucciderti mentalmente prima ancora che fisicamente. Credo sia impossibile continuare a spiegarvi con mie parole quello che il libro contiene. Poesia di livello così alto che raramente vi capiterà di leggere nella vostra vita. Da possedere assolutamente nella propria biblioteca!!!

nilcoxp

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Di Sansimone (del 24/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1063 volte)
Titolo originale
National Treasure
Produzione
U.S.A.
Regia
Jon Turteltaub
Interpreti
Nicolas Cage, Diane Kruger, Justin Bartha, Sean Bean, Jon Voight, Harvey Keitel, Christopher Plummer, Oleg Taktarov
Durata
125 minuti

L’altra sera mi è capitato di guardare “Il mistero dei templari”, dal titolo m’immaginavo un film che narrava le vicende dei cavalieri templari, mentre invece mi sono trovato a guardare una caccia al tesoro ambientata nella nostra epoca e in un America un po’ surreale.
Sono narrate le vicende del dottor Gates impegnato nella ricerca del tesoro nascosto da una loggia massonica, capeggiata dagli allora fondatori degli USA a NewYork. Chiaramente a questa storia bisogna aggiungere il furto della dichiarazione d’indipendenza degli States sul cui retro è riportata la mappa e la classica banda di cattivi senza scrupoli.
Il film sinceramente mi è sembrato un Indiana Jones di serie B, troppo surreale senza nessun vero colpo di scena, si capisce quasi sempre tutto quello che deve succedere prima che avvenga. Per quanto riguarda gli attori da segnalare un sempre bravo Harvey Keitel nonostante faccia solo una particina, una bella e brava Diane Kruger nella parte della coprotagonista, mentre Nicolas Cage ha una sola espressione per tutto il film, conseguenza diretta della banalità della pellicola secondo me.
In pratica questo è un film da vedere solo se si ha una tremenda nostalgia di Indy Jones e non si dispone di una videocassetta della sua saga, oppure se si vuole qualcosa che concili il sonno.
Buona settimana a tutti….
Sansimone

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Di Louise-Elle (del 23/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1911 volte)
Titolo originale
La sconosciuta
Produzione
Italia 2006
Regia
Giuseppe Tornatore
Interpreti
Xenia Rappoport, Michele Placido, Claudia Gerini, Piera Degli Esposti, Alessandro Haber, Clara Dossena, Angela Molina, Margherita Buy, Pierfrancesco Favino.
Durata
118 Minuti
Trailer

Ancora una storia di donna nella vita artistica di Giuseppe Tornatore. Dopo Malena ora c’è Irena: la sconosciuta. Tutto il film si svolge intorno a lei e alla sua intricata ed enigmatica vicenda. Irena (una sorprendente attrice russa Xenia Rappoport presente in quasi ogni scena del film) è un’immigrata ucraina in cerca di un’occupazione. Prende in affitto un fatiscente appartamento dalla cui finestra osserva interessata i movimenti e le abitudini di una famiglia borghese, una giovane coppia con una bimba affetta da una singolare malattia: l’incapacità di difendersi. Con l’aiuto del portiere dello stabile (un sempre bravo e versatile Alessandro Haber) Irena ottiene il lavoro dapprima di lava scale e poi di domestica tuttofare proprio presso una famiglia di orafi in sostituzione dell’ anziana governante Gina che verrà ricoverata in un istituto per disabili in seguito ad un incidente provocato dalla stessa Irena. Il film è intercalato da continui flashback in cui Irena ricorda il suo recente passato di immigrata arruolata a forza in qualità di prostituta al servizio di un ripugnante e spietato protettore, Muffa (ben impersonato da un quasi irriconoscibile Michele Placido). Il reclutamento delle prostitute viene effettuato con una singolare selezione e per l’avviamento e lo sfruttamento della prostituzione sono usati metodi umilianti, violenti che trasformano le malcapitate in autentiche schiave del sesso. Proprio lo svolgersi in parallelo delle due vite, quella attuale in cui Irena diventa una figura indispensabile sia per la madre di Tea (un’affascinante e distaccata Claudia Gerini) che per la piccola Tea e quella passata, in cui Irena è una prostituta sfruttata e maltrattata al quale è stata tolta ogni dignità, personalità e femminilità, saranno fondamentali per capire l’ostinato e determinato suo interesse per quella famiglia. Il finale è inaspettato e sorprendente in cui la protagonista, dopo molte peripezie, vedrà esaudito il suo più grande desiderio che la ripagherà di tutta la sua sofferenza e le restituirà un’identità e un futuro. Il regista siciliano in questa proiezione ha dato un’immagine di sé insolita ed originale: ha saputo dirigere e creare un lungometraggio che ha arricchito ulteriormente il buon nome del cinema italiano. Il film, infatti, ha trionfato durante il recente e prestigioso Premio David di Donatello. La giura gli ha riconosciuto il giusto merito assegnandogli una statuetta come Miglior Film, un’ulteriore statuetta come Miglior Regista alla Miglior Attrice Protagonista (Xania Rappoport) , al Miglior Colonna Sonora firmata da Ennio Morricone, al Miglior Direttore della Fotografia Fabio Zamarion. Il cast di attori italiani con la loro bravura e genuinità hanno saputo dare al film maggior lustro, da sottolineare le valide recitazioni di Margherita Buy e Piera degli Esposti. Un trhiller psicologico e al tempo stesso un discreto noir drammatico e commovente elaborato con la complicità della sobria, elegante ed imperiale Trieste. Era da molto che mancava al grande schermo un così interessante film di tensione che supera in qualità i molteplici e a volte scontati lungometraggi americani. Alcune scene sono scioccanti e cruente e toccano profondamente la sensibilità dello spettatore. La violenza a tratti espressa rappresenta al meglio la triste condizione delle tante donne condannate alla prostituzione in cambio di un miraggio per una vita migliore. Questo film fa anche riflettere su un argomento del nostro vivere quotidiano e invita a conoscere più a fondo le molte domestiche e/o badanti che lavorano e sono integrate in un normale ambito familiare. E’ assolutamente da non perdere.

Louise-Elle

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Di slovo (del 22/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1252 volte)
Titolo originale
Solaris
Produzione
USA 2002
Regia
Steven Soderbergh
Interpreti
George Clooney, Natascha McElhone, Viola Davis, Jeremy Davies
Durata
99 minuti

Il remake di un classico della fantascienza, di quel “Solyaris” opera del maestro Andrej Tarkovsky uscito nel 1972 e considerato un indiscusso capolavoro nel suo genere. Perchè una rischiosa operazione di revisione quindi? La versione originale è una pellicola di 165 minuti caratterizzata da tutti i canoni della scuola cinematografica sovietica: forse troppo lungo e troppo lento per un pubblico occidentale di non cultori.
Alleggerirlo per renderlo sfruttabile e vendibile? Non proprio: il film di Soderbergh attua una rilettura di quell’ affascinante soggetto usando una chiave più attuale, meno criptica e più accessibile ma ben lungi dall’essere in ogni qual modo ‘commerciale’.
Non è chiaro cosa stia succedendo sulla stazione che orbita attorno al pianeta Solaris. Lo psicologo Chris Kelvin (George Clooney) viene mandato ad indagare sull’ insolito comportamento dell’equipaggio ma prima di poter intervenire sugli psicodrammi che si stanno consumando a bordo verrà messo di fronte ai suoi irrisolti più intimi, materializzati sotto la disarmante forma del suo ‘visitatore’.
Sono gli astronauti ad osservare il pianeta o è il pianeta ad osservare gli astronauti? Solaris è una presenza immensa, immobile, non invasiva ma sovrastante, misteriosa come l’attività del suo mare di plasma.
Grazie ad una prevalenza di silenzi, riprese lente, inquadrature fisse, sguardi e panoramiche il regista trasmette bene l’atmosfera contemplativa richiesta dal copione. Suoni ipnotici (splendide le musiche di Cliff Martinez), staticità e lentezza per meglio osservare il progressivo abbandono della ragione e la lenta discesa di Chris in uno stato di totale irragionevolezza, proprio lui che più di tutti avrebbe dovuto contare su una mente analitica...
partiamo per il cosmo pronti a tutto (...) Ma se ci pensi bene non vogliamo altri mondi, vogliamo degli specchi.”
Fantascienza nel contorno, dramma psicologico nel mezzo. Un film sulle paure e le debolezze degli uomini, sul rimorso e la fragilità della razionalità sotto l’offensiva del dolore. E in ultima analisi una riflessione sulle difficoltà nella comunicazione, sia quella tra persone vicine (Chris e la moglie) che tra umani e alieni (il fallimentare utilizzo dei ‘visitatori’ da parte dell’intelligenza planetaria di Solaris per tentare un contatto)...
“Solaris” non riesce ad essere bello, poetico e commovente quanto l’originale di Tarkovsky ma si difende, non lo consiglierei a chi patisce la totale mancanza di azione in un film ma chi ama introspezioni e suggestioni lo troverà senz’altro interessante.
Potrebbe poi essere propedeutico per affrontare la visione dell’originale...

slovo

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Di Namor (del 21/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2505 volte)
Titolo originale
Fantastic Four: Rise of the Silver Surfer
Produzione
USA-Germania 2007
Regia
Tim Story
Interpreti
Ioan Gruffudd, Jessica Alba, Chris Evans, Michael Chiklis, Doug Jones, Julian McMahon, Kerry Washington, Andre Barugher.
Durata
92 Minuti
Trailer

Dopo aver visto il primo e deludente film sulla famiglia di supereroi Marvel, conosciuta come i Fantastici 4, era doveroso per me, che sono un vecchio e affezionato lettore dell’Universo Marvel, recarmi al cinema per poterne visionare il suo sequel “I Fantastici 4 e Silver Surfer”. Devo subito sbilanciarmi dicendo che il secondo film sugli F4 l’ho trovato decisamente superiore al primo, si lo so, non è che ci volesse molto per fare meglio del prequel, nel quale assistiamo alla vera storia sulle origini degli F4 contenuta in una sceneggiatura veramente ridicola ed incongruente. A tal proposito, io sono dell’avviso che il regista nel momento in cui si appresta a portare su grande schermo un simile progetto, deve essere un conoscitore del mondo Marvel, se tale non è, trovo che sia veramente arduo fare breccia nel cuore dei fan dei supereroi della Marvel, i quali non faranno fatica ad accorgersi dei minimi particolari sbagliati, figuriamoci su quelli inventati o omessi dalla sceneggiatura, come è accaduto nuovamente in questo film! A questo punto, mi viene da chiedere, ma era necessario riesumare uno dei nemici più accattivanti degli F4 come il Dottor Destino e ripetere la scena che lo espone alla sua ennesima patetica figura, sminuendolo più del dovuto, quando a minacciare la terra c’era un nemico di tutto rispetto come Galactus il divoratore di mondi? Tra l’altro, non solo gli è stato dato poco spazio nel film, ma viene rappresentato sotto forma di una enorme nube munita di tentacoli a mo di tornado per assimilare l’energia dalla terra, piuttosto che nella sua forma originale! Meno male che a salvare il tutto ci ha pensato Silver Surfer, vera nota positiva (oltre agli effetti speciali) del film, ho trovato il suo personaggio molto credibile e ben elaborato, al contrario dei tanti nemici di altri supereroi, portati su grande schermo! C’e da scommettere, visto anche il frettoloso finale del film, che il buon Silver Surfer, presto avrà un film interamente dedicato al suo affascinante personaggio! Chiudo con una supplica a qualche benevola casa editrice: perché non ristampate tutti i vecchi fumetti dei mitici supereroi della gloriosa collana Marvel? Scommetto che oltre al mio edicolante, fareste felici i parecchi fan che come me non hanno dimenticato quei magnifici albi, dove più di una volta da adolescenti si sono identificati nei loro amati beniamini!

Namor

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Di Darth (del 20/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3446 volte)
Titolo originale
A good year
Produzione
USA 2006
Regia
Ridley Scott
Interpreti
Russell Crowe, Tom Hollander, Archie Panjabi, Freddie Highmor, Albert Finney,
Durata
118 minuti
Trailer

A sei anni di distanza dal bellissimo “Il gladiatore”, ritorna l’accoppiata Ridley Scott / Russel Crowe in una commedia sentimentale: “Un'ottima annata”.
Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese Peter Mayle, il film narra la storia di Max Skinner: un abilissimo broker londinese che adora il proprio lavoro e la propria arroganza. Max, a seguito della notizia che suo zio (che gli ha fatto da padre quand’era adolescente) è morto e che gli ha lasciato in eredità la sua tenuta in Provenza, deve lasciare la city e recarsi in Francia per qualche giorno. Nella pacifica e sonnacchiosa campagna francese, il cinico Max ritrova odori e sapori della sua infanzia, i ricordi di una vita passata tra una partita a scacchi ed una a tennis, i vecchi amici dello zio, e incontra la bellissima Fanny Chenal: proprietaria e cameriera di un ristorantino di paese...
L’ultima opera di Ridley Scott può essere giudicata su canoni diametralmente opposti. Se la guardiamo superficialmente scopriamo una commedia molto romantica, ben sceneggiata, con dialoghi arguti e trovate simpatiche (il modo con cui Max guida la Smart è davvero esilarante). La regia è ovviamente splendida, e l’utilizzo di colori molto caldi e scene sempre molto soleggiate donano alla Provenza un fascino antico. Gli attori sono tutti molto bravi, e Marion Cotillard (Fanny Chenal) davvero bellissima. Ma se volgiamo al film uno sguardo più critico, noteremo che la commedia romantica ha una trama assai scontata e un finale ovvio fin dalle prime scene, che i dialoghi sono sì arguti ma troppo ricercati per apparire spontanei, e che da un regista come Ridley Scott (dopo aver girato opere del calibro di “Alien”, “Blade Runner”, “Thelma & Louise” e “Il gladiatore”) si pretende molto più di così.
Per finire una curiosità: il prossimo film di Ridley Scott, “American Gangster” (che vedremo presumibilmente in Italia verso Natale), ha come interpreti principali Denzel Washington, Cuba Gooding Jr. e… nuovamente Russel Crowe. Sembra proprio che sia nato un sodalizio tra il regista inglese ed il suo Massimo Decimo Meridio.

Darth

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Di kiriku (del 19/06/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 1335 volte)
Artista
Chet Baker
Titolo
The last great concert
Anno
1988
Label
Enja

Ah la tromba che bello strumento! Si dice che sia lo strumento che si avvicini di più alla voce umana. In un intervista recente Paolo Fresu ha detto: “ la tromba è uno strumento molto fisico molto vicino al canto e alla voce, quando suono è come se stessi utilizzando in qualche modo la voce, anzi canto dentro lo strumento. Lo strumento è un mezzo inanimato, bellissimo, ma se così, diventa solo un bello oggetto, dopo di che bisogna dargli vita”. Sono perfettamente d’accordo con lui, credo che la tromba, quando suonata ad alti livelli, sia un mezzo espressivo che si può definire un prolungamento del nostro essere, un’estensione della nostra anima. Per la mia modesta e superficiale conoscenza musicale nell’ambito jazz credo che il trombettista che più si è avvicinato, a questo modo di fare musica, sia sicuramente Chet Baker: l’angelo dalla faccia sporca. La sua carriera ha inizio nel ’51 quando Charlie Parker lo sceglie per una serie di concerti, l’anno seguente si unisce al quartetto di Gerry Mulligan cominciando ad acquistare una certa notorietà. Con questa formazione confermano quello stile musicale chiamato “Cool Jazz” che nacque agli inizi degli ’50 a New York di cui il capostipite fu Miles Davis, ma che ebbe il suo maggior sviluppo in California e per questo a volte chiamato West Coast Jazz. Insomma la sua fama cominciò ad aumentare esponenzialmente, venne nominato più volte musicista dell’anno, vinse innumerevoli premi e venne addirittura scritturato per un film. La sua vita però non fu tutta rosa fiori, l’uso eccessivo di droghe ( eroina, cocaina e droghe sintetiche) caratterizzò in maniere sostanziale la sua vita. Il suo animo tormentato e la dipendenza lo portarono fuori e dentro dal carcere e a condurre una vita dissoluta, travolto da una spirale di miseria che lo fece affondare lentamente. Nella sua musica e nel suo modo incredibile di suonare ritroviamo tutto quello che Chet ha vissuto, la voce della sua tromba e pervasa dalla tristezza, da una struggente malinconia che ti si appiccica addosso e non ti abbandona più. La sua voce quando canta è un sussurro che urla un inferno interiore. Questo cd diviso in due volumi e reperibile anche separatamente (My favourite songs e Straight from the heart ) ed è l’ultimo concerto del trombettista, infatti due settimane dopo, nel 1988, volò misteriosamente fuori dalla finestra di un albergo. In questo cofanetto Baker affronta una delle prove forse più difficili per un musicista, si cimenta dal vivo con una big band di diciotto elementi e con un’intera orchestra sinfonica di quarantatre musicisti. Il risultato è incredibile! La musica diventa poesia, il suo stile pacato è più che mai intatto, il suono limpido è carico di vita vissuta e ti scorre sottopelle fino a toccarti corde nascoste. Orchestra e artista dialogano magistralmente rivelando ottima un’intesa che conferisce all’artista quella credibilità che pochi hanno avuto. I brani eseguiti sono principalmente standard come "Summertime"," Django"," In your own sweet way", "Tenderly", "There's a small hotel","I fall in love too easily" e altri ancora, in tutto tredici pezzi tra i quali non poteva mancare "My funny Valentine". Un artista incredibile in grado di trasmettere emozioni forti con uno stile delicato e languido, un uomo con il volto segnato dall’esistenza ma capace di suonare come un angelo. Uno dei cd più belli che abbia mai ascoltato !!!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 18/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3102 volte)
Titolo originale
Attila - Flagello di Dio
Produzione
Italia 1982
Regia
Franco Castellano
Interpreti
Angelo Infanti, Diego Abatantuono,Rita Rusic, Francesco Salvi, Toni Ucci, Tiberio Murgia, Elsa Vazzoler,Vincenzo Crocitti, Anna Kanakis, Armando Marra, Franco Diogene, Mario Pedone,Armando Celso, Massimo Pittarello, Luciano Stella.
Durata
102 minuti

Lo so già, molti di voi penseranno: “Ma guarda che film è andato a recensire nilcoxp!”. Be’ non ci crederete, ma a me questo film è piaciuto. Non posso certo elogiare la qualità tecnica del film perché è inesistente: tutto è nella mediocrità assoluta! E’ stato inserito in quella speciale classifica dei trash-movie, ed è l’ultimo della serie dei demenziali interpretati da Diego Abatantuono. Eppure… a me fa ridere, mi piace quella insulsa ricostruzione storica, e soprattutto mi piace quella caratteristica parlata di Abatantuono inserita in un contesto antico nel ruolo di Attila, con un gruppo di deficienti che giocano a fare i guerrieri barbari. I dialoghi sono poi veramente stupidi e lasciano inebetito lo spettatore che non si disponga positivamente a questa visione. In sostanza, non posso parlarne bene e non riesco a parlarne male, però mi diverte e quando capita un passaggio alla televisione me lo guardo sempre. Avrò fuso? Ditemi voi…. Ciao

nilcoxp

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Di Sansimone (del 17/06/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 1873 volte)
Titolo originale
Le piste dell'attentato
Autore
Loriano Macchiavelli
Prima edizione
1974

Era da un po’ di tempo che volevo parlare di uno dei romanzi di Loriano Macchiavelli, ho trovato l’occasione giusta con la riedizione della prima avventura del sergente Sarti a trenta anni dalla prima uscita.
Per chi non lo conosce Macchiavelli, prima autore teatrale e poi scrittore, è uno dei maestri del genere giallo noir italiano, sotto la sua ombra sono cresciuti diversi autori tra cui Carlo Lucarelli.
Passiamo al libro, siamo a Bologna primissimi anni 70, in una notte d’estate un attentato fa saltare in aria una stazione radio dell’esercito. Sul posto interviene la Polizia con diversi posti di blocco; quello custodito dal sergente Sarti e dal suo autista, Felice Cantone, viene forzato da una FIAT 128 con a bordo tre giovani. Scatta l’inseguimento con successivo arresto dei tre, da questo momento in poi Sarti dovrà combattere praticamente da solo per riuscire a scoprire la verità sull’attentato, rischiando posto di lavoro denunce e botte.
Cosa hanno di particolare i romanzi dell’ispettore Sarti? Innanzi tutto Bologna città, nell’immaginario comune, calma e ricca ma anche rossa attenta ai più poveri dei suoi cittadini. Ma non è questa la città di Sarti, Bologna è una città in trasformazione dove convivono non senza scontri tutte le ideologie che animarono gli anni 70, non è più una città d’immigrazione studentesca ma anche di lavoratori con tutte le problematiche che porta dal punto di vista sociale, ed è questa città in profonda mutazione che è la principale protagonista e co-protagonista dei romanzi di Macchiavelli.
Sarti Antonio è un graduato della polizia, sulla quarantina e single, inquadrato nella squadra di volanti agli ordini dell'ispettore Raimondi Cesare unincapace; come quasi tutti i suoi colleghi. A Sarti il mestiere del questurino gli fa schifo ma è l'unico lavoro che sa fare e se lo tiene. Tutte le superficialità e atteggiamenti dei poliziotti non gli piacciono, è infatti questa sua continua ricerca della verità per una sua giustizia morale che lo porta sempre nei guai. Guai da i quali fa fatica ad uscire perchè non è un grande investigatore dal grande fiuto, dalla sua parte ha solo una memoria fotografica e una testardagine fuori dal comune.
Della saga di Macchiavelli hanno tratto alcuni film per la TV e una serie di telefilm che personalmente non ho mai visto, mentre invece consiglio la lettura della serie di Sarti che a dato inzio ad una nova fioritura del genere giallo in Italia, anzi per come la vedo io un genere giallo a sfondo sociale.
Buona lettura a tutti....
Sansimone

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Di Jotaro (del 16/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1548 volte)
Titolo originale
Gedo Senki
Produzione
Giappone 2006
Regia
Goro Miyazaki
Interpreti
 
Durata
115 minuti
Trailer

Oggi ho deciso di parlarvi del primo film d’animazione diretto dal maestro Goro Miyazaki figlio del già famoso regista Hayao (ne ho già discusso ampiamente nelle mie recensioni precedenti). Goro in questo suo primo film (prodotto dallo stesso studio del padre “Studio Ghibli”) non sentendosi ancora pronto a creare un film dal nulla decide di prendere come fonte di ispirazione una collana di romanzi fantasy, Earthsea di Ursula Le Guin.
Il libro dai cui prende spunto il regista è principalmente il terzo con alcuni accenni al quarto; per quanto riguarda i personaggi, essi sono stati modificati e rivisti sotto una sua nuova ottica aggiungendo dei particolari come quello di rendere Arren un assassino in fuga che farà storcere il naso ai fan della versione letteraria da cui la storia attinge.
Veniamo quindi alla trama: il giovane Arren, il nostro protagonista, è un principe in fuga dal suo reame a causa dell’uccisione del proprio padre, il Re. Il principe è sempre accompagnato dal suo lama, brandisce una spada magica che non riesce a sfoderare e presto farà l’incontro dell’arcimago Sparviere, colui che è stato incaricato di risolvere i misteriosi problemi che affliggono Terramare. L’equilibro tra i due mondi è, infatti, in declino, i maghi non ricordano come pronunciare la magie e strane morie continuano a verificarsi in tutta la landa. Faremo anche la conoscenza di Tenar, una vecchia amica di Sparviere e dalla taciturna e misteriosa Therru, la quale ha una strana cicatrice. L’antagonista viene raffigurato come il mago Aracne, un essere ambiguo che brama l’immortalità e spinto dalla paura della morte, vuole impossessarsi del potere di Arren per ottenere la vita eterna.
Venendo alla parte tecnica, le ambientazioni sono molto particolareggiate e ricche di colori caldi e accesi che decantano il verde e l’ambiente naturale, tutte le città invece ricordano molto lo stile “vecchio” europeo ma anche certe cittadine della costa greca, mentre nelle varie ambientazioni collinari si possono scorgere i tipici paesaggi sud americani. Anche se tutti i fondali (che sembrano creati a pastello) sono animati molto bene, perdono molto se paragonati ai lavori del padre, in quanto comunque un po' scarsi di elementi animati. Per quanto riguarda i disegni dei vari personaggi, essi riportano alla mente i primi lavori di Hayao (Conan e Nausicaa, ma anche Mononoke), molto caratteristici e legati anch’essi alla natura e all’ambiente rurale, sono ben curati, purtroppo però sono molto pochi quelli ben caratterizzati, contrariamente ai film del padre dove troviamo una grandissima varietà di personaggi resi ottimamente. Le musiche hanno un sapore molto celtico che ci fa immergere in piena ambientazione medioevale e sono azzeccatissime a mio giudizio, anche se l’anime non è un vero e proprio fantasy ed è un mix di varie ambientazioni, come già detto.
Elenchiamo quindi i pro e i contro di questa opera. Vorrei subito spezzare una lancia a favore dei messaggi di questo film: il tema esoterico del proprio doppio, l’ombra che è sempre con noi, ma anche l’affrontare la paura della morte e non esserne ossessionato, sono stati molto bene espressi; per il resto la storia è carina ma non ha lo spessore narrativo o quel “vedere più in là” che contraddistingue il Miyazaki padre. Il regista infatti è solo l’ombra del genitore e non riesce a “sbocciare” e toccare a pieno il cuore dello spettatore, comunque svolge sicuramente un buon lavoro ma non sbalordisce in alcun modo il pubblico. Sembra comunque un buon inizio considerando che è il suo primo film, facendoci ben sperare per il futuro.

Jotaro

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Di slovo (del 15/06/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1117 volte)
Artista
Peter Banks
Titolo
Instinct
Anno
1993
Label
HTD Records / Castle Music

Peter Banks era il chitarrista fondatore degli Yes e registrò con loro i primi due album. Pare che all’epoca il neo-prodigio Steve Howe frequentasse gli stessi giri del gruppo. Banks era sì uno strumentista con tutti i crismi ma Howe era un fuoriclasse. Sul come andarono le cose a quel punto sono state fatte molte ipotesi, fatto sta che il terzo disco (“The Yes Album” 1971) annoverava Howe nella line-up, e Banks era fuori.
Cose che capitano... passò il resto della sua avventura musicale assemblando gruppi validi ma effimeri (The Syn, Flash, Empire), collaborando ai progetti più svariati e di quando in quando, ad intervalli irregolari, pubblicando lavori solisti, cadenzati più dalla disponibilità di materiale nuovo che da forzature o calcoli funzionali alla carriera. Dal primo “Two Sides of Peter Banks” datato 1973 sono passati la bellezza di 20 anni prima della pubblicazione di “Instinct” che come tutti i lavori del chitarrista inglese si accomoda umilmente in una nicchia quasi a dire: “salve, sono Peter Banks, il chitarrista degli Yes di cui nessuno si ricorda mai. Ho registrato dei pezzi, a chi va di sentirli: sono qui...”
L’ho riascoltato recentemente e... non è affatto male! non un disco da isola deserta ma piacevole e ben suonato. Si legge nel booklet che Banks ha suonato tutti gli strumenti: a giudicare da ciò che si sente la sua filosofia del fai-da-te ha trovato un valido ausilio nei sequencers e nelle drum machines... tutto ok però: è la chitarra elettrica la prima donna, e il disco non avrebbe suonato molto diverso con dei session-man umani.
Peter Banks sfoggia il suo vasto campionario chitarristico e lo serve stratificando le varie manifestazioni dei suoi plettri - ritmiche, arpeggi, assoli - da abile ‘direttore d’orchestra’. Tra toni ambient (”Fogbound” o”No Place like Home”), briosi funk (“Sticky Wicket”, “Dominating Factor”), esplorazioni fusion (“Swamp Report”), atmosfere lussureggianti (“Never the Same” o la splendida “All points south”) o il vigore rock di “Short Coming”, forse il brano che più riflette i suoi gloriosi trascorsi progressive, "Instinct" scivola elegantemente per quasi un ora.
Nessuna parte cantata (salvo alcuni campionamenti inseriti a mo’ di orpello) per evitare - testuale - di inquinare l’unica vera forma d’arte astratta (la musica) con trilli e gorgheggi, e fare un favore all’ascoltatore (sic).
Vabbè dai... suona così bene che possiamo anche concedergli qualche sbruffonata.

slovo

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Di Namor (del 14/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1128 volte)
Titolo originale
Curse of the Golden Flower
Produzione
Hong Kong, Cina 2006
Regia
Zhang Yimou
Interpreti
Chow Yun Fatt, Gong Li, Jay Chou, Liu Ye, Chen Jin, Ni Dahong, Li Man, Qin Junjie.
Durata
111 Minuti
Trailer

Ad aprirci le porte di “La città proibita” é il regista cinese Zhang Yimou, ritenuto oggi uno dei massimi esponenti del cinema asiatico, non a caso il governo cinese gli ha affidato la regia e l’organizzazione dell’apertura per prossimi giochi olimpici di Pechino 2008, annoverandolo fin d’ora come uno degli eventi più attesi dell’anno! Non vi è alcun dubbio che la scelta delle autorità cinesi sia ben riposta nelle capacità visive del maestro Yimou, infatti a trovare terreno fertile di tale scelta é stata la visione della sua ultima opera cinematografica, con la quale mostra una scenografia superba, con immagini del palazzo imperiale in tutto il suo antico splendore, va precisato che il merito di questo straordinario risultato lo si deve anche alla fotografia, sicuramente degna di oscar. A completare lo sfarzo originato dall’immensa ricchezza in cui regnava la famiglia imperiale sono gli stupefacenti costumi che indossano i protagonisti, tanto per rendervi l’idea basti pensare che per evidenziare il concetto di sontuosità, nella creazione degli abiti sono stati usati dai quattro ai sei strati di tessuto. Per creare il “vestito del drago” indossato dall’Imperatore, e “l’abito della fenice” usato dall’Imperatrice, ci sono voluti 40 artigiani, impiegando due mesi di lavoro per completare ciascuno dei due costumi. Ottima la scelta del regista decisa insieme al responsabile delle scene d’azione Tony Ching, di affidare gli effetti speciali a due differenti studi, il primo quello di Frankie Chung Chi Hang, che si era già occupato degli effetti speciali di “Kung Fusion”, incaricato di eliminare tutti i cavi che hanno reso possibile l’evoluzioni volanti degli attori, mentre il secondo studio, l’americano Moving Picture Co. di Angela Barton, già autore delle battaglie finali (in cui si richiedeva un folto numero di combattenti) di “Troy”, “Alexander”, “Le crociate” si è occupato delle importanti scene di massa che risultano uno dei momenti clou del film. La location utilizzata per ricostruire nei minimi particolari la città proibita, è stato il complesso dei famosi megastudi degli Hangdian World Film Studios che con i loro 330 ettari di estensione li rendono i più imponenti di tutta l’Asia! Il disegno macchinoso di questa pellicola, rivela le losche ed infide trame che in nome del potere vedono coinvolta l’intera famiglia imperiale di una delle dinastie più illustri di tutta la Cina, i Tang, in una faida interna senza esclusioni di sorta, dove tutti verranno coinvolti in un drammatico finale Shakespeariano! I ruoli dei coniugi imperatori sono stati affidati alle due superstar asiatiche di maggior talento che la Cina attualmente dispone, il bravissimo Chow Yun-Fat, e la bellissima Gong Li, inutile dire che entrambi con la loro recitazione, hanno aggiunto al film un’altra nota degna di merito. Personalmente colloco questo titolo tra i più meritevoli che ho visto in questa poco esaltante stagione cinematografica!

Namor

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