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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 13/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4225 volte)
Titolo originale
Dark Resurrection
Produzione
Italia, 2007
Regia
Angelo Licata
Interpreti
Marcella Braga, Maurizio Zuppa, Angelo Bigazzi, Andrea Buccella, Giuseppe Licata, Elisa Wernek, Grazia Ogulin, Sergio Muniz
Durata
60 minuti
Trailer

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana (1977, Hollywood), George Lucas creò il mito di Star Wars. Oggi, nella nostra galassia (2007, Liguria di ponente), Angelo Licata e Davide Bigazzi ne presentano il sequel non ufficiale: “Dark Resurrection vol.1”.
Quando me l’hanno detto sono scoppiato a ridere: “un cortometraggio girato da persone del luogo, nei posti che frequento (si riconoscono le alture di Monte Bignone, la spiaggia delle Calandre, il paese di Baiardo e il bellissimo teatro romano del II secolo d.c. sopra Ventimiglia), che vuole riprendere la saga di Guerre Stellari? Ma figuriamoci!” Il mio scetticismo è durato finché non sono andato sul sito ufficiale del film, dove ho potuto vedere i trailer e lo speciale dedicatogli da RAI3: a quel punto, la qualità tecnica che si evince dai promo mi ha stupefatto, e la curiosità di vedere l’opera completa mi ha portato ad assistere all’anteprima nazionale del film, giovedì 7 giugno al Teatro Ariston di Sanremo (un doveroso ringraziamento a Namor per il biglietto : - D )
“Dark Resurrection vol.1” è un mediometraggio (60 minuti), realizzato amatorialmente e senza scopo di lucro dal regista/dentista Angelo Licata e dal designer grafico Davide Bigazzi. Girato senza mezzi (costo totale dell’opera 7.000 euro) e con attori non professionisti (tranne alcune guest-star tra cui Sergio Muniz) e non pagati. La trama dell’opera è abbastanza criptica e poco esplicativa (il regista ha promesso che nel volume 2 chiarirà tutto): ambientata alcuni secoli dopo i fatti a noi noti dell’episodio IV di Star Wars, vede nuovamente il bene contro il male e la forza contro il proprio lato oscuro per il dominio dell’universo. Il tutto costellato da numerosi personaggi da ambo gli schieramenti, combattimenti a spada laser e continui flashback tra il passato e il presente. Il risultato finale è, senza esagerare, sbalorditivo. Il film è curato in maniera maniacale e tutto funziona perfettamente. La regia è splendida, molto intimista con continui primissimi piani sulle espressioni dei vari attori. Le musiche sono avvincenti e coinvolgenti. I costumi sono identici agli originali della Lucasfilm. Gli effetti speciali, poi, sono la vera perla di questo film: quasi tutte le scene sono ritoccate con la computer-grafica e molte location sono completamente ricostruite in maniera davvero impressionante…Davide Bigazzi, in questo, è davvero un fenomeno. Per finire gli attori… incredibilmente gli attori, che solitamente sono il problema di tutte le produzioni a budget limitato, qui non lo sono. Sono stati tutti sufficientemente credibili (probabilmente anche merito del regista che ha saputo associare al personaggio il giusto interprete), ma alcuni hanno dato sfoggio di performance da attore smaliziato, come Giuseppe Licata (il malvagio Lord Sorran), Maurizio Zuppa (il maestro jedi Zui-Mar-Lee) e Marcella Braga (l’allieva Hope): sembra impossibile che non siano dei professionisti… davvero i miei complimenti! Sicuramente gli attori sono stati aiutati (e non poco) dalla scelta di non effettuare la registrazione audio in presa diretta, ma di avvalersi di validi doppiatori dietro la direzione di Riccardo Leto (doppiatore professionista). Insomma, tutta questa organizzazione ha creato un’opera incredibile, se consideriamo i costi inesistenti e la realizzazione amatoriale senza scopo di lucro!
Al termine della proiezione, il pubblico in sala ha potuto vedere il making off di Dark Resurrection, “Back in Dark”, dove si è potuto apprezzare, oltre alla bravura, anche la simpatia di tutto il cast. Infine, tutti sul palco dell’Ariston per i meritatissimi applausi e l’entrata in scena dell’ospite d’onore: Fausto Brizzi, il regista di “Notte prima degli esami”, anche lui stupito dalla qualità del film di Licata/Bigazzi.
Concludo citando una frase proprio di Brizzi: <<Ma se senza soldi, questi due hanno creato un film simile... dove potranno arrivare quandi i soldi ci saranno? E ci saranno sicuramente...>>. Personalmente non credo a questa associazione soldi/qualità assicurata (dopo aver visto innumerevoli flop miliardari anche di registi indubbiamente bravi), ma certo è che... se il buon giorno si vede dal mattino...

Darth

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Di kiriku (del 12/06/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1211 volte)
Titolo originale
Sen to Chihiro no kamikakushi
Produzione
Giappone 2001
Regia
Hayao Miyazaki
Interpreti
Durata
125 minuti
Trailer

Nel 2005, Hayao Miyazaki, è stato insignito al "Festival di Venezia" del "Leone D’oro alla carriera". Il suo nome almeno qui da noi ha cominciato a circolare dopo che nel 2003 ha vinto l'Oscar per il migliore lungometraggio di animazione con “La città incantata”. La maggior parte di noi guarda spesso, o guardava, i cartoni animati senza sapere chi è il regista o il disegnatore, senza approfondire un minimo l’argomento e , vuoi un po’ per la giovane età o per mancanza di voglia, ignorando completamente tutte quelle informazioni che forse ci farebbero gustare di più quello che stiamo guardando. Il genio di Miyazaki è presente nel nostro paese almeno da trent’anni !!! Cominciò la sua carriera alla fine degli anni sessanta, partecipò alla realizzazione di molte serie animate che hanno caratterizzato la nostra infanzia, almeno la mia, come alcune puntate della prima serie di "Lupin III", "Heidi", "Marco", "Anna dai capelli rossi", "Rascal, il mio amico orsetto". Fu regista, character designer, curatore delle scenografie e degli storyboard della bellissima serie "Conan, il ragazzo del futuro". Il suo primo lungometraggio risale al 1979 e si intitola "Il castello di Cagliostro" ( il secondo film dedicato a Lupin). Nel 1985 fonda, insieme a Isao Takahata, lo studio Ghibli, casa di produzione che da vita a progetti come "Laputa: il castello nel cielo", "Una tomba per le lucciole", "Il mio vicino Totoro", "Kiki consegne a domicilio", "Porco rosso","Principessa Mononoke", "La città incantata" e "Il castello errante di Howl". Nei suoi film troviamo alcune tematiche che si ripetono frequentemente, il contrasto essere umano-natura, una certa spiritualità fatta di spiriti e credenze popolari di cui è pregna la mitologia nipponica. I protagonisti sono quasi sempre bambini che con la loro innocenza e il loro coraggio, contrastano il mondo violento e corrotto degli adulti. Non fa eccezione nemmeno La città incanta, che vede protagonista Chihiro, una bambina in viaggio con i genitori verso la nuova abitazione. Una ragazzina che non vuole cambiare casa, che ha paura di quello che non conosce. Anche quando il padre si perde in macchina e si ritrovano ai margini di quello che resta di un vecchia città e incuriositi decidono di visitarla, la ragazzina fa resistenza. In mezzo a questi ruderi i genitori affamati trovano un chiosco sfavillante ricco di ogni genere alimentare e si fermano mangiare, Chihiro invece visita le rovine. Ma appena comincia ad imbrunire la città si popola di spiriti, scopre che i suoi genitori si sono trasformati in maiali e per salvarli dovrà rendersi utile e lavorare per Yubaba, la strega a capo di quel fantastico mondo. Per riuscire nell’impresa si troverà costretta ad affrontare le sue paure e grazie ad un coraggio e ad una forza di volontà alimentati dall’amore riuscirà nell’impresa. Miyazaki ci regala un film splendido nel quale la realtà viene raccontata sapientemente attraverso la favola, dove sentimenti come l’amore , l’amicizia, il coraggio sono la struttura portante della vita stessa. Per questo lungometraggio i disegni sono stati realizzati a mano e poi colorati al computer dando una qualità davvero incredibile. Se al tutto aggiungiamo un’ottima animazione e una sceneggiatura straordinaria capirete che siamo davanti ad un capolavoro. Ringraziare di cuore il disegnatore che per trent’anni ha saputo regalarmi delle emozioni mi sembra il minimo. GRAZIE !!!

Kiriku

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Di nilcoxp (del 11/06/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 914 volte)
Artista
The Beach Boys
Titolo
The Very Best of The Beach Boys - Sounds of Summer
Anno
2003
Label
Capitol

Con l’estate alle porte mi sentivo di dover parlare di quest’album che io (e credo come me molti altri) associo sempre alla bella stagione. Forse per le musiche solari, o forse semplicemente per l’uso che di questi suoni se ne fa spesso nel cinema: spiagge californiane, sole, giovani, e inevitabilmente del surf. Cosa dire di questo lavoro? Semplicemente che ci troviamo di fronte a trenta brani (e sottolineo TRENTA) che racchiudono tutto il cammino storico ed artistico di un gruppo molto particolare. Cervello nel bene e nel male di questo gruppo fu Brian Wilson, una persona alquanto instabile che rese difficile la convivenza tra i vari musicisti. Ma pensate che un loro album, “Pet Sounds” (fu scritto interamente da lui), da molti è stato definito il loro migliore lavoro e che per la rivista “Rolling Stone” detiene addirittura il secondo posto in una loro classifica dei 500 album migliori della storia!!! Io ho però creduto opportuno per chi non li conoscesse bene o semplicemente per chi ne avesse nostalgia, proporvi questa raccolta dove veramente c’è tutto il loro repertorio. Le prime canzoni sono già un’immersione anticipata nel mare delle vacanze: si comincia con brani tipo: “California Girls”, “I Get Around”, e la più famosa in assoluto “Surfin’ USA”. Ma giusto per citarne altre, ci sono ancora: “Don’t Worry Baby”, “Do You Wanna Dance”, “Barbara Ann”, “Wild Honey”, e la storica “Wouldn’t It Be Nice”, e si conclude in bellezza con “Good Vibrations”. Insomma l’avrete capito, per me le vacanze sono già incominciate da un pezzo… UAOOO!!!

nilcoxp

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Di Sansimone (del 10/06/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 2082 volte)
Artista
Davide Van De Sfroos
Titolo
Akuaduulza
Anno
2005
Label
Tarantanius

Sono già passati due anni dal momento della sua uscita ad oggi, eppure conserva ancora intatto tutto il suo fascino, chiaramente sto parlando dell’album “Akuaduulza” di Davide Van De Sfroos.
Il fascino che ha un cd che suona in una lingua antica, il dialetto lariano, ma che per chi non la conosce sembra una lingua lontana carica d’atmosfere celtiche, ma grazie anche ai vari e validi arrangiamenti anche con un respiro zigano o folk americano.
Infatti, dal punto di vista strettamente musicale le canzoni sono costruite quasi tutte su giri di blues o di country della tradizione americana. Ma album come quelli di Van De Sfroos non possono essere ascoltati solo da un punto squisitamente musicale o da un punto di vista letterario, perché, nonostante non siano album di tipo sperimentale, per assaporarne al meglio il senso e l’importanza bisogna mixare questi due aspetti.
Passando a parlare in specifico di questo disco la prima cosa che colpisce è il numero di canzoni, ben dieci cosa strana di questi tempi, fare una scelta tra queste da segnalare è molto difficile ma se devo scegliere allora vi dirò le mie preferite.
La prima traccia da segnalare è quella che da il titolo album vale a dire “Akuaduulza”, per come la interpreto io, un intensa dolce e lenta canzone d’amore di un uomo del lago verso il proprio lago. “Il libro del mago” “il corvo” e infine “Rosanera”, ma è veramente difficile fare una scaletta, ogni canzone ha le sue particolarità.
Chiudo questo mio piccolo intervento su Van De Sfroos citando una parte di una sua canzone per me molto significativo: Bicchiere mezzo vuoto o forse mezzo pieno…Avrei dovuto berlo…guardarlo un po’ di meno…Ma ce l’ho ancora in mano…
Sansimone

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Di kiriku (del 09/06/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 2023 volte)
Titolo originale
Blazing Saddles
Produzione
USA 1974
Regia
Mel Brooks
Interpreti
Cleavon Little, Gene Wilder, Slim Pickens, David Huddleston, Liam Dunn, Alex Karras, John Hillerman, Mel Brooks, Dom DeLuise, Anne Bancroft
Durata
93 minuti
Trailer

Capita a volte di aver voglia di vedere un film che non impegni molto, uno di quelli che ti sappiano far ridere e, per quanto demenziale, che abbia una certa qualità. Il film in questione ha ormai più di trent’anni ed era almeno da quindici che non avevo più avuto l’occasione di rivederlo, ne conservavo un vago ma piacevole ricordo. Beh ! Non mi sbagliavo, come allora mi sono fatto due sane risate ed ho potuto apprezzare di nuovo lo stile inconfondibile che è di Mel Brooks o meglio che era, infatti credo che ultimamente il regista non si sia sprecato più di tanto o forse più semplicemente non ha più niente da dire. Rimango comunque molto legato ad alcuni dei suoi film tra questi spiccano sicuramente “La pazza storia del mondo”e il bellisimo “Frankenstein Junior”. “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e la parodia di quella vena western di moda in quel periodo e in particolare del film di Fred Zinnemann, “Mezzogiorno di fuoco”. Nella cittadina di Rock Ridge deve passare obbligatoriamente la ferrovia, questo porta ad un aumento del valore dei terreni. Un’opportunità di far soldi che non sfugge al procuratore di stato Hedley Lamarr che decide di mettere a ferro e fuoco la città con lo scopo di far fuggire gli abitanti, per impadronirsi dei terreni. Dopo la morte dello sceriffo i cittadini ne chiedono un nuovo al governatore LePetomaine il quale, convinto dal procuratore, gli manda uno sceriffo afroamericano con lo scopo di esasperare gli abitanti e convincerli ad abbandonare la città. Dopo qualche difficoltà iniziale il nuovo tutore della legge, conquista la fiducia degli abitanti Rock Ridge e li aiuta ad organizzare la difesa contro i più efferati delinquenti che Lamarr riesce a reclutare. La pellicola è ambientata nel 1874 ma al suo interno troviamo una serie di divertenti anacronismi riconducibili agli anni ’70. Splendida la scena in cui Bart, lo sceriffo di colore, monta a cavallo indossando una tutina aderente e delle borse di Gucci. Ma le scene esilaranti sono davvero molte e culminano con la mega scazzotata finale che travolge tutto. Rivedere questo film dopo anni mi ha divertito molto e ne consiglio la visione a tutti, sia che l’abbiate già visto ma soprattutto se non l’avete ancora fatto!

kiriku

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Di slovo (del 08/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1636 volte)
Titolo originale
Kauboi Bibappu Tengoku no Tobira
Produzione
Giappone 2001
Regia
Watanabe Shinichiro
Doppiatori
Massimo De Ambrosis, Nino Prester, Barbara De Bortoli, Gemma Donati, Roberto Chevalier, Eleonora De Angelis
Durata
110 minuti

Nel degradato scenario del sistema solare del 2071, dove civiltà e giustizia affondano nel mare dell’ingordigia e della corruzione, chi altri potrà salvare il mondo dalla catastrofe se non la sgangherata squadra di cacciatori di taglie del Bebop? Quando lo spettrale terrorista Vincent Volaju minaccerà di usare un arma batteriologica sperimentale in un attentato Spike & soci si metteranno in moto per fermarlo, inseguendo nel contempo la lauta taglia che pende sulla sua testa.
Uscito nelle sale giapponesi a seguito del successo della serie animata da cui è tratto, “Cowboy Bebop - the movie” si presenta come un episodio autoconclusivo, senza particolari agganci con la cronologia che non siano i protagonisti e il contesto in cui si muovono - le note di produzione lo inseriscono tra il ventiduesimo e il ventitreesimo episodio - fruibile quindi, in teoria, anche da chi non conosce la serie. Chi già l’aveva apprezzata ne ritroverà, esaltati allo stato dell’arte, tutti gli elementi.
Da sbattere metaforicamente sul muso di chi ancora taccia gli anime di scarso pregio, il film è tecnicamente inappuntabile, fluido, dinamico, i disegni curatissimi, le inquadrature di gradevole stampo cinematografico. Watanabe Shinichiro, sicuramente noto ad ogni buon otaku di vecchia data, si conferma regista fuoriclasse e il ritmo con cui scandisce tragedia e umorismo, momenti riflessivi e prodezze dell’animazione ne sono la dimostrazione più inappuntabile. Degno di particolare menzione l’apporto della bravissima compositrice-pianista Yoko Kanno: i suoi brani dal sapore jazz (ma non solo) conferiscono valore aggiunto alle scene e sono pregni di una qualità ben superiore a quello che ci si aspetterebbe da una colonna sonora.
Date le premesse, la storia non poteva avere uno sviluppo originalissimo ma poco importa, fungendo solo da sfondo su cui appuntare personaggi e loro retroterra. Lo scenario è impressionato da malinconia e rassegnazione: il mondo vive all’ombra di ricordi tanto scomodi quanto incancellabili e che inibiscono serene proiezioni in avanti, è tecnologicamente avanzato ma retrocesso culturalmente. Per risonanza, le persone vivono rimembrando i bei tempi andati o appassionandosi di antiquariato... e gli attori della vicenda tristemente ossessionati dal loro passato: lo è il folle Vincent nella sua distruttiva ricerca, lo è la bella Elektra, aggrappata ad un’esile speranza e lo è Spike, che vince senza mai trovare gloria.
Godibilissimo.

slovo

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Di Namor (del 07/06/2007 @ 05:00:00, in Serie tv, linkato 10150 volte)
Titolo originale
The Persuaders!
Produzione
Inghilterra 1970
Episodi / Durata
24 / 50Minuti

Il telefilm a cui sono più affezionato e che ricordo ancora con estremo piacere, fu trasmesso per la prima volta in Italia nel lontano 1974, protagonisti, un giudice in pensione e due playboy miliardari l’Inglese Brett Sinclair e l’Americano Danny Wilde. Gli esperti avranno già capito che sto parlando della famosa serie televisiva “Attenti a quei due!”, interpretata da due vere star dell’epoca Roger Moore e Tony Curtis, il primo reduce dal successo mondiale di un’altra serie televisiva “Il Santo”, mentre il secondo approdato in TV dopo esser stato uno dei maggior protagonisti nel mondo della celluloide Hollywoodiana, infatti Curtis ricevette un salario maggiore rispetto al suo collega, 6.500 sterline alla settimana contro le 4.500 di Moore. Nonostante l’ingaggio fosse inferiore Moore, fu il primo attore britannico a diventare milionario grazie ai suoi compensi televisivi, inoltre ebbe la possibilità di creare e firmare gli abiti di scena del suo personaggio Lord Sinclair, e pensare, che inizialmente aveva rifiutato la partecipazione al progetto, infatti si convinse ad accettare solo dopo che il presidente della ITC Sir Lew Grade, ingaggiò Tony Curtis, facendogli credere che Moore avesse già firmato! Ad ogni modo l’esagerato cachet elargito ai due attori ed i proibitivi costi per le location ultra lussuose, misero fine al progetto iniziale di 130 episodi. Per Moore, fu sicuramente positivo poiché dopo l’enorme successo della serie, arrivò la change cinematografica a cui tanto lui ambiva, infatti fu chiamato per sostituire Sean Connery nel ruolo dell’agente 007!
La caratteristica che fece di questa serie un cult degli anni 70, si scopre nella singolare ed eccentrica trama, che propone un susseguirsi di avventure rocambolesche arricchite dalle continue scaramucce tra i due protagonisti, entrambi miliardari ma di origini diverse, che vede il nativo aristocratico inglese Lord Brett Sinclair (Roger Moore), con guise da vero gentleman, simpaticamente in competizione con l’americano Danny Wilde (Tony Curtis), cresciuto nella povertà del Bronx, e divenuto in seguito, miliardario, ma rimasto fedele all’innata personalità dai modi rozzi e sbrigativi. Ad assemblare questa strana coppia di agenti con licenza investigativa, sarà il giudice in pensione Fulton (Laurence Naismith), obbiettivo di tale operazione, rimediare ad alcuni casi poco chiari ed irrisolti, che per mancanza di prove é stato costretto ad archiviare. Assolutamente da non perdere la sigla iniziale The Persuaders del premio oscar John Barry, che accompagna le immagini dei due protagonisti, sequenze di flashback ci mostrano il percorso delle loro vite sotto la supervisione dei loro sguardi racchiusi in una foto posizionata in alto dello schermo.
"The persuaders!" Questo é il suo titolo in lingua originale, diviso in 24 puntate da 50 minuti, il suo debutto in Italia avvenne su Rai Uno il 13 gennaio 1974 (se non ricordo male era all’interno del programma pomeridiano Domenica in), catturando la bellezza di 22 milioni di telespettatori! Ho saputo che é nell’aria il remake cinematografico di questa mitica serie, dove Ben Stiller vestirà i panni di Danny Wilde e Steve Coogan quelli di Brett Sinclair, ma lasciatemi dire fin da adesso che nessuno potrà mai sostituire nel mio cuore le gesta degli unici ed inimitabili Tony Curtis e Roger Moore!

Namor

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Di Darth (del 06/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1882 volte)
Titolo originale
Babel
Produzione
Francia, USA, Messico, 2006
Regia
Alejandro González Iñárritu
Interpreti
Brad Pitt, Cate Blanchett, Jamie McBride, Mahima Chaudhry, Gael García Berna
Durata
143 minuti
Trailer

Alejandro González Iñárritu ci racconta una sua variante del misterioso “effetto farfalla” che spesso affascina gli sceneggiatori hollywoodiani. Quattro storie, generate da un singolo evento scatenante. Così, un pastore marocchino acquista un fucile e lo consegna ai figli perché proteggano il gregge dagli sciacalli. I ragazzini, per gioco, sparano ad un pullman che passa in lontananza. La pallottola colpisce Susan (Cate Blanchett), che è in viaggio con Richard (Brad Pitt), per cercare di recuperare il matrimonio in crisi. A seguito di questo incidente, i coniugi non possono far rientro in America; e a causa di ciò, la tata messicana che accudisce i loro due figli, li deve portare con se in Messico. Contemporaneamente a questi avvenimenti, apparentemente fuori dallo schema caotico, assistiamo alla storia di un’adolescente sordomuta di Tokyo con problemi psicologici e di integrazione.
Questo film, visto dal lato tecnico è perfetto. Le scelte dei tempi, gli stacchi tra le varie storie sparse per il mondo, le luci, i suoni, i tagli artistici di certe inquadrature… tutto molto bello. E’ dal lato coinvolgimento, invece, che non funziona. Personalmente ho guardato questa pellicola sentendomi distante anni luce dai protagonisti. Non mi sono sentito partecipe della preoccupazione di Richard per la vita della moglie, come non mi sono impietosito a vedere come si umiliava la povera sordomuta orientale per cercare di attirare l’attenzione dei ragazzi. Non essendomi affezionato ai personaggi, non mi son nemmeno emozionato per le loro sorti finali... Questa è stata la pecca più grande del film di Iñárritu. Non è riuscito (almeno con la mia persona) dove invece era riuscito appieno Altman con “America Oggi” e Haggis con “Crash – Contatto fisico”. Altra cosa che non mi è piaciuta, è il filo conduttore tra le varie storie: sono innegabilmente collegate le vite della coppia Pitt/Blanchett con la famiglia di pastori marocchini, ma la tata messicana poteva accudire i figli di chiunque altro senza cambiasse nulla per la storia, e il collegamento con la ragazza giapponese è davvero troppo forzato. Tra l’altro, la trama sembra protrarsi attraverso dei banali luoghi comuni: le fobie americane verso il terrorismo (pensano ad un atto terroristico il tentato omicidio a Susan in suolo marocchino), le diatribe e le burocrazie politiche che portano al rallentamento dei soccorsi, l’egoismo umano (ben marcato nei passeggeri del pullman vogliono abbandonare la donna ferita per proseguire il viaggio) e, forse il luogo comune che il regista messicano voleva evidenziare meglio, il razzismo insito nel modo in cui le guardie di frontiera statunitensi trattano i messicani che espatriano.
Tirando le somme, un film molto curato sotto il profilo tecnico, ma dalla trama deludente e, a volte, scontata.

Darth

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Di kiriku (del 05/06/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1321 volte)
Titolo originale
The Commintments
Produzione
Irlanda / Gran Bretagna / USA 1991
Regia
Alan Parker
Interpreti
Robert Arkins, Michael Aherne, Angeline Ball, Maria Doyle Kennedy, Dave Finnegan, Bronagh Gallagher, Felim Gormley, Glen Hansard, Dick Massey, Andrew Strong
Durata
118 minuti
Trailer

Jimmi Rabbitte è un giovane disoccupato di Dublino, un giorno decide di mettere su una band che gli permetta di uscire dall’anonimato, che gli conceda in qualche modo di riscattarsi da una vita fatta di miseria e povertà. Qual’ è il genere musicale che incarna lo stato d’animo di un popolo che urla le proprie misere condizioni sociali? Beh sicuramente il soul! Jimmi afferma che “gli irlandesi sono i neri d'Europa, gli abitanti di Dublino sono i neri d'Irlanda, e gli abitanti dei quartieri operai nord, sono i neri di Dublino”. Ed è con questo spirito che comincia a cercare i componenti del gruppo. I provini si svolgono nella sua abitazione che condivide con la famiglia composta da una madre, un padre innamorato di Elvis Presley e un numero imprecisato di fratelli. Dopo una lunga ed estenuante selezione il giovane manager riesce nel suo intento e mette insieme i Commitments, formazione composta da Dean, Fay, Outspan, Steven Clifford, Billy, dalle tre coriste Natalie, Imelda e Bernie e dai due personaggi forse più caratteristici; Deco il cantante dalla voce strepitosa ma sgradevole come persona e Joey detto “labbra”, trombettista che sostiene di aver suonato con tutti i più grandi. La maggior parte di questi è disoccupata o comunque vive in condizioni molto precarie, il gruppo è per loro una valvola di sfogo e anche una possibilità per poter uscire dall’anonimato. Dopo le prove effettuate in scantinati e capannoni e dopo i primi concerti nella sala dell’oratorio i Commitments acquistano una certa credibilità, ma con l’aumentare del successo aumentano anche i contrasti all’interno della band che esploderanno nella serata più importante per il gruppo. Questo film è diretto da Alan Parker ed è tratto dall’omonimo romanzo di Roddy Doyle. Bello, divertente e a volte impegnato questo lungometraggio è la fotografia di uno spaccato socio-culturale della periferia dublinese. La musica è il soggetto principale ed è vista e vissuta come un mezzo attraverso il quale esternare le proprie privazioni e denunciare la precarietà di un’esistenza difficile. Il regista riesce a trasmettere molto bene questa voglia di rivalsa, coglie tutte le sfumature di quel sentimento che poi altro non è che la struttura portante del soul. Nel film Parker trascura, a mio parere volontariamente, le motivazioni di questo sentimento di rivolta, non ci spiega da dove arriva il degrado sociale che vediamo. Le cause sono omesse, il degrado c’è e basta. Forse gli stessi personaggi sono ignari delle motivazioni dell’abbandono in cui vivono, quello che è chiaro a Jimmi e ai suoi coetanei è la voglia di rivincita e il regista la descrive magistralmente. Un bel film, bella musica e che volete di più?

kiriku

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Di nilcoxp (del 04/06/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 1709 volte)
Titolo originale
The Prophet
Autore
Kahlil Gibran
Prima edizione
1923

Almustafa (ovvero l’eletto di Dio) deve far ritorno nella propria terra dopo anni trascorsi fuori, ma prima vuole lasciare alla gente del posto un testamento spirituale sui grandi temi della vita e della morte. Questa in sintesi la trama, mero pretesto perché i pensieri dello scrittore libanese possano essere enunciati dal protagonista del libro. Tutto il volumetto ( 90 pagine appena) può essere riassunto in una sola parola: POESIA. Non perché sia un libro di poesie, ma perché la bellezza delle cose dette e l’atmosfera che circonda i discorsi sono tali da lasciare senza fiato. Saggezza, verità e libertà. Questo si respira divorando queste pagine con ingordigia, affamati di voler sapere di più , di poter sentir pronunciare dal Profeta quelle parole che nessuno dice ma a cui tutti pensiamo. Pubblicato a New York nel 1923, fu subito accolto con gran calore soprattutto dai giovani. Ancor oggi il suo fascino è rimasto immutato. Qui di seguito vi riporto un passaggio molto bello sul matrimonio tratto ovviamente dal libro in questione: “…Amatevi l’un l’altro, ma dell’amore non fatene un vincolo: lasciate piuttosto che vi sia un mare in movimento tra le sponde delle vostre anime. Riempitevi reciprocamente la coppa, ma non bevete da una singola coppa. Datevi l’un l’altro un po’ del vostro pane, ma non mangiate dalla stessa pagnotta. Cantate e danzate insieme e siate gioiosi, ma fate che ognuno di voi possa star solo, come sole sono le corde del liuto sebbene vibrino della stessa musica. Datevi il cuore, ma non per trattenervelo l’un l’altro. Poiché solo la mano della Vita può contenere il vostro cuore. E reggetevi insieme, senza però stare troppo vicini: poiché le colonne del tempio sono collocate a una certa distanza, e la quercia e il cipresso non crescono l’uno all’ombra dell’altro.”. Imperdibile.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 03/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1071 volte)
Titolo originale
Tutti giù per terra
Produzione
Italia 1997
Regia
Davide Ferrario
Interpreti
Valerio Mastandrea, Caterina Caselli, Carlo Monni, Benedetta Mazzini, Gianluca Gobbi, Vladimir Luxuria, Roberto Accornero, Alessandra Casella, Laura Saraceni, Raffaele Vannoli, Elisabetta Cavallotti, Sergio Troiano, Anita Caprioli, Luciana Littizzetto, Francesca Vettori, Tommaso Ragno, Alex Partexano
Durata
85 minuti

In vista dell’uscita di “NotturnoBus” sono andato a scovare il primo film che Valerio Mastandrea ha girato come attore protagonista, vale a dire “Tutti giù per terra” che tra l’altro è anche uno dei primi film di Davide Ferrario come regista.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Culicchia dell’1994 e narra le vicende di Walter Verra studente universitario di filosofia con scarsi risultati, figlio di un operaio comunista, senza amicizie importanti e ancora vergine, l’unica nota lieta della sua esistenza è sua zia Caterina, la sola persona che sembra capirlo. Walter prova a trovare uno scopo per la sua vita in vari modi, con il servizio civile, l’andare a vivere da solo, un lavoro a tutti i costi, ma solo la coincidenza di due avvenimenti imprevisti sembra riuscire a dargli lo stimolo necessario per il passaggio alla vita adulta cosi detta.
 Trovo che l'opera sia un ottimo spaccato di cosa erano gli anni 90 e anche i successivi direi, l'idea della fobia della verginità del protagonista come metafora per rappresentare la mentalità dei giovani di quegli anni; fatta di vorrei ma non voglio oppure di vorrei ma è troppo fatica per farlo, è veramente carina e ben riuscita.
Solitamente non parlo mai di tecniche di riprese, ma questa volta devo farlo perché i continui cambiamenti di modi di ripresa s’integrano perfettamente nel film, anzi aiutano a darne un senso.
Probabilmente nessuno sarà d’accordo con me, però io trovo che Valerio Mastandrea, sia nel modo di recitare sia nella parte che interpreta in questo film, assomigli molto al primo Francesco Nuti, quello di “Io chiara e lo scuro”, “Casablanca” o “Tutta colpa del Paradiso” per intenderci, quindi lo trovo molto bravo e semplicemente perfetto per quel ruolo. Come ultima cosa volevo segnalarvi la colonna sonora firmata principalmente dai CSI; alt l’ultima annotazione è che nel film c’è una piccola particina di una futura onorevole deputata del nostro parlamento.
Buona visione a tutti o buon ascolto per chi si ascolterà la colonna sonora….
Sansimone

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Di smarty (del 02/06/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1116 volte)
Titolo originale
Scoop
Produzione
Usa/U.K., 2006
Regia
Woody Allen
Interpreti
Scarlett Johansson, Hugh Jackman, Woody Allen, Kevin Mcnally
Durata
96 minuti
Trailer

Gli ingredienti di questo thriller trasformato in una commedia sono: maghi, fantasmi parlanti, tarocchi, delitti ed aristocratici inglesi. Dopo Match Point Woody Allen realizza un divertente film che ha il potere di coinvolgere e di tenere svegli fino alla fine. E’ la storia di una ragazza, Sondra Pransky (Scarlett Johansson) studentessa universitaria aspirante giornalista in cerca di una notizia che lanci la sua carriera. Per caso si trova ad uno spettacolo di un mago sui generis Sid Waterman (Woody Allen), in arte il mago Splendini, che la invita sul palco per un numero di smaterializzazione e durante il quale incontra lo spirito di un grande e famoso giornalista appena deceduto, Joe Strombel, che le rivela un potenziale e clamoroso scoop riguardante un ricco giovane di buona famiglia inglese tale Peter Lyman (Hugh Jackman). E’ lui il serial killer dei Tarocchi che da anni semina panico in tutta Londra uccidendo prostitute. Ricevuta la notizia e capendo l'importanza che tale rivelazione potrebbe avere per la sua futura carriera, decide di diventare una vera e propria investigatrice, ottenendo quasi involontariamente l'aiuto dell'eccentrico mago. Grazie agli indizi dello spirito e ad un po' di fortuna Sondra riesce ad avvicinare il giovane e tra i due è attrazione a prima vista. L’innamoramento sembra distrarre la studentessa dal suo obiettivo primario fino al punto da "assolvere" completamente il giovane da ogni accusa……fino agli ultimi colpi di scena. Scarlett Jhoansson, la nuova musa ispiratrice di Allen si trasforma in una semplice ragazza acqua e sapone, con abiti dimessi, occhialini da intellettuale, espressione un po' svampita e ingenua ben lontana dall’immagine di “femme fatale” a cui ci ha abituato. Ad Hugh Jackman tocca il ruolo del "bello e forse impossibile”, ma chi meglio di lui potrebbe interpretare il ruolo di ricco e seducente lord inglese Peter Lyman? Non ha un ruolo da protagonista assoluto che spetta ovviamente al grande regista, divertente e spiritoso come in tutti i suoi film e che nelle vesti di un improbabile ed originale papà sfodera il suo talento innato per l’umorismo. E’ lui che nella sapiente opera di preparazione dei dialoghi riesce a ironizzare sull’ebraismo, sulla morte e a rendere la magia la co-protagonista di questo film. Un occhio di riguardo va alla colonna sonora dove il regista, notoriamente famoso per la ricerca di brani non originali da inserire nei suoi film, ha riunito due filoni tematici: da una parte la tradizione accademica europea del balletto ( alcuni brani tratti da “Il lago dei cigni” e “Lo schiaccianoci” di Tchaikovsky, due polke di Strass ed altri celeberrimi brani) e dall’altra la musica di matrice caraibica. Consigliato per una piacevole e rilassante serata a casa.

Smarty

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Di slovo (del 01/06/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1050 volte)
Artista
Liars
Titolo
They Were Wrong, So We Drowned
Anno
2004
Label
Mute

Per quelli che “il rock è morto” o a voler essere indulgenti uno zombie che tira avanti da (troppo) tempo solo grazie all’autocannibalismo consiglio un giro nell’underground musicale newyorkese, c’è un bel movimento post-rock da quelle parti...
prendete i Liars ad esempio: tre ragazzi con idee da vendere, voglia di stupire (non necessariamente di piacere) e una carriera già molto prolifica che consta di sei ep e tre dischi.
Il secondo album, il notevole “They Were Wrong So We Drowned” è un concept dal titolo sinistro quanto il suo tema principale: il Walpurgisnacht, secondo il folklore tedesco la notte in cui le streghe tornano sulle montagne per celebrare la vittoria della primavera sull’inverno... quanto mai originale rispetto agli argomenti solitamente preferiti dai musicisti che raramente sfuggono dal circolo amore / odio / sociale / scleri.
Con una folle cacofonia di stridori metallici, percussioni sorde, elettronica caustica e chitarre iper-saturate i Liars completano il loro arsenale musicale. Una paletta di timbri molto vicina al limite con il rumorismo per costruire un esperienza coinvolgente ed istintiva che ha però nel suo nucleo un progetto e una direzione ben precisi, non certo il delirio caotico che potrebbe sembrare ad un ascolto frettoloso. TWWSWD graffia e abrade, sferra un offensiva senza indugi all’orecchio abituato alle coccole e subito dopo somministra dosi di morfina. Brani come “Broken Witch”, “There's Always Room on the Broom” o “They Don't Want Your Corn- They Want Your Kids”, robusti e serrati, animati da una forte attitudine punk per fruizioni di pancia vengono intercalati a episodi dai connotati ipnotici e psichedelici: si sentano ad esempio “Steam Rose from the Lifeless Cloak” o “We Fenced Other Gardens With the Bones of Our Own”.
La rappresentazione vivida e la spiazzante alternanza di stati emotivi ottenuta peraltro con suoni inevitabilmente e immediatamente ostici contribuiscono a decretare il successo di questo gruppo sia sul piano compositivo che su quello della ricerca. Difficilmente ci sarà un riscontro in termini di popolarità, il grande pubblico è ancora ben lontano dall’essere pronto per loro.
Ma è anche grazie a gruppi come i Liars che si può dire, a bassa voce e senza sbilanciarsi troppo: da qualche parte il rock è ancora vivo... sta solo cambiando forma e habitat. Ma non è questo che si fa, talvolta, per sopravvivere?

slovo

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Di Namor (del 31/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3554 volte)
Titolo originale
Breach
Produzione
USA 2007
Regia
Billy Ray
Interpreti
Chris Cooper, Ryan Phillippe, Laura Linney, Dennis Haysbert, Kathleen Quinlan, Gary Cole, Caroline Dhavernas.
Durata
111 Minuti
Trailer

Con l’arresto avvenuto nel 2001 dell’agente operativo Robert Philip Hansen, l’FBI mise fine ad una delle più clamorose falle che si aprirono all’interno della stessa agenzia, portandola al peggior fallimento che la storia potrà mai ricordare e causando enormi danni a livello di immagine ma soprattutto economicamente, si parla di svariati miliardi di dollari! Per ben 25 anni l’agente Hansen vendette documenti contenenti segreti di stato di fondamentale importanza, alla vecchia Unione Sovietica ed in seguito alla Russia, accumulando un tesoro personale di quasi un milione e mezzo di dollari in diamanti e banconote! Grazie a questa ignobile spia, per i sovietici gli USA erano un libro aperto dove poter attingere tutti i loro segreti, vennero a conoscenza dei nominativi degli agenti del KGB reclutati dall’FBI, nonché di un costosissimo traforo segreto scavato sotto l’ambasciata sovietica allo scopo di ascoltare le loro conversazioni, l’USSR era addirittura al corrente del piano di evacuazione del presidente degli Stati Uniti, dove si sarebbe nascosto nel caso di un attacco atomico, la conseguente difesa che avrebbero adottato e l’inevitabile rappresaglia sferrata nei loro confronti! Da questa storia vera, il regista Billy Ray ne trae una interessante spy-story , dove l’azione lascia spazio alla suspance, privilegiando le dinamiche psicologiche dei protagonisti, all’inutile uso di sparatorie ed inseguimenti automobilistici, una scelta la sua, che rende “Breach l’infiltrato” un titolo da non sottovalutare. La trama del film si sviluppa nei due mesi precedenti alla cattura della spia Hansen, magistralmente interpretata dal premio oscar Chris Cooper, periodo nel quale una task force formata da 50 agenti cerca di raccogliere prove ed indizi per incriminarlo, precedendo il suo imminente pensionamento. Per tale scopo gli verrà affiancata una giovane recluta Eric O’Neill (Ryan Phillippe), che vede in questa operazione, una chance per arrivare ad essere un agente effettivo, avanzamento che però non accadrà mai, poiché il vero Eric O’Neil,l l’uomo che ebbe un ruolo chiave per la cattura della superspia, finita l’operazione lasciò l’FBI per svolgere l’attività di avvocato a Washington, per la difesa e la sicurezza nazionale del suo Paese.

Namor

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Di Darth (del 30/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1913 volte)
Titolo originale
Prey
Produzione
USA, Sudafrica, 2007
Regia
Darrell Roodt
Interpreti
Bridget Moynahan, Peter Weller, Carly Schroeder, Jamie Bartlett, Connor Dowds, Marius Roberts, Muso Sefatsa, Jacob Makgoba, Ashley Taylor
Durata
92 minuti
Trailer

Eccolo lì! Finalmente ho trovato il peggior film della stagione cinematografica!
Pensavo, francamente, che boiate simili circolassero solo per il circuito home video, invece, non so su quali basi, hanno fatto uscire “Prey” al cinema. Probabilmente per punire i gonzi come me che spendono sette euro e vanno a vedere un film senza prima leggerne una recensione… magari su Blogbuster ; - )
Comunque sia, se c’è qualcuno che è stato più furbo di me, e sta leggendo per decidere se andare a vedere o noleggiare (magari nel mentre è uscito in dvd…) questo film, beh… fate un favore a voi stessi e lasciate perdere!
“Prey”, nonostante sia un film nuovo, è un film vecchio. Mi spiego meglio: dopo dieci minuti, avevo già capito tutto il proseguo della storia compreso il finale. Una sceneggiatura a fantasia zero.
Tom Newman (un invecchiatissimo “Robocop”) organizza una vacanza in Africa per far conoscere meglio ai propri figli la sua nuova consorte (come sempre, al più piccolo va bene tutto, mentre la quattordicenne detesta la nuova arrivata). Il giorno seguente il loro arrivo, Amy (la moglie), Jessica (la figlia) e Peter (il figlio) partono per un safari giornaliero a bordo di una jeep guidata da un ranger. Il simpaticissimo bambino deve però fare la cacca, così il ranger scende dalla macchina e si fa sbranare da un branco di leoni dopo aver buttato le chiavi dell’auto lontano (sennò gli altri potevano ripartire ed il film finiva…). Caso strano, il bambino incontinente, oltre a non farla in quel momento, non romperà più con i suoi bisogni… e si che passeranno giorni! Vabbeh, problemi intestinali a parte, l’allegra famigliola rimane bloccata dentro la jeep, sempre tenuta d’occhio dai leoni, che hanno deciso di continuare il loro spuntino con della 'carne in scatola'. - A tal proposito, voglio sottolineare che, nonostante alcune scene dei felini siano carine, i grugniti che emettono sembrano più dei rutti che dei ruggiti. - Passa il tempo, ed il preoccupatissimo padre decide di avvalersi dell’aiuto di Crawford, il 'super cacciatore della savana', per cercare la famigliola scomparsa. Riusciranno i nostri eroi a salvarsi dai leoni assassini? Riusciranno a sopravvivere senza cibo ne acqua? Indovinate un po’…
In tutta la visione del film, non c’è stata una sola scena che mi abbia stupito, o una sola scena che mi abbia entusiasmato. “Prey” è un film totalmente inutile, girato con mediocrità, con attori mediocri, effetti speciali mediocri e una trama scontatissima. Spero di avervi convinto… lasciate perdere!!!

Darth

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