BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di kiriku (del 29/05/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 1373 volte)
Artista
Crazy World
Titolo
The crazy world of Arthur Brown
Anno
1968
Label
Polydor

A metà degli anni sessanta in America e poi in Inghilterra si sviluppa un genere musicale che prende il nome di rock-psichedelico. Attraverso l’uso di stupefacenti e allucinogeni, come ad esempio LSD, la mescalina o il peyote, avveniva la modifica delle percezioni al fine di fare affiorare i substrati della psiche che normalmente rimanevano celati. Questa musica suonata appunto sotto l’effetto di stupefacenti e ascoltata in stato di alterazione pari a quello dei musicisti, permetteva un livello di intesa, di comunicazione artistica molto elevata e inarrivabile da una musica “sobria”. La struttura musicale dei brani spesso comprendeva lunghe e ipnotiche sezioni strumentali accompagnate da luci, effetti sonori e testi esoterici che parlano di sogni,visioni e allucinazioni. Gli artisti che hanno contribuito a diffondere la psichedelica sono molti, come ad esempio i Doors, i Grateful Dead, in parte i Pink Floyd e i Beatles. Insomma gli artisti sono molti che citarli tutti sarebbe impossibile, ma tra questi sicuramente si colloca Arthur Brown e questo cd. Il suo stile è davvero originale se non unico. La sua carriera comincia in Fancia dove si esibisce come rocker alla tv, ma raggiunge la notorietà quando torna in patria, in Inghilterra, e si da alla psichedelia fondando il gruppo “Crezy world” formato anche da Vincent Crane alle tastiere e da Carl Palmer alla batteria con i quali però incide solo un disco; “ The crazy world of Arthur Brown” e “Fire”, il singolo contenuto in questo splendido cd, va subito in vetta alle classifiche. Il gruppo da vita a concerti epici all'UFO Club di Londra, si truccano e Hartur Brown indossa elmetti infuocati e si autoproclama The God of the Hell Fire. Ma oltre “Fire” nel disco troviamo canzoni come “ Prelude – Nightmare”, “Come and buy”, “Spontaneous apple creation” che non sono da meno e che confermano il suo stile unico. Dopo i Crazy World fonda i “Kingdome Come” con i quali incide tre dischi per poi intraprendere la carriera da solista che non gli porterà grande notorietà. Questo cd, che vi consiglio vivamente, si può tranquillamente definire un pezzo di storia della musica, un ricordo psichedelico di come eravamo.

 

Ps: Attenzione per l’ascolto di questo cd non c’è bisogno di assumere sostanze allucinogene, al massimo      bevetevi un bicchiere di vino!

kiriku

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Di nilcoxp (del 28/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3514 volte)
Titolo originale
L'Armata Brancaleone
Produzione
Italia 1966
Regia
Mario Monicelli
Interpreti
Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno,Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Barbara Steele, Maria Grazia Buccella, Carlo Pisacane, Folco Lulli, Fulvia Franco, Luis Induni, Pippo Starnazza, Ugo Fangareggi.
Durata
120 minuti

Quando vidi questo film per la prima volta, fu in televisione, e ricordo che mi piacque molto. Ero molto piccolo e fecero presa su di me le avventure di questo “nobile” particolare. Rivedendolo a distanza di anni mi accorsi che non solo continuava a piacermi, ma ne capii anche i motivi veri. Su tutti abbiamo un Gassman strepitoso nella parte del cavaliere Brancaleone da Norcia, uno spiantato dedito alla conquista di un territorio sconosciuto, alla testa di un gruppo di sbandati poco credibili nel loro nuovo compito di soldati. Così questo gruppo ridicolo affronta una moltitudine di eventi, per la maggior parte comici, sottendendo una verità drammatica, quella esistenziale dell’uomo e della sua condizione, della sua precarietà e caducità. Geniale l’idea di creare un linguaggio appositamente per questo film: un misto di latino medievale e italiano prevolgare. L’effetto è quello di una parlata spassosissima di cui conservo nella memoria alcune frasi che ancora oggi utilizzo a seconda della circostanza. Non tutto gira benissimo in questo film, le attrici sono mediocri nella loro interpretazione e non tutte le scene sono riuscite. Ma a parte questo, il regista è riuscito a trasfigurare la commedia italiana in un ambiente diverso da quello usuale arricchendolo di varianti nuove e notevoli. Il termine poi “Armata Brancaleone” è entrato di prepotenza nella storia del linguaggio italiano con il suo particolare significato. Tempi in cui al cinema di casa le idee non mancavano. Vedetelo e “…cedete lo passo!”.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 27/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2267 volte)
Titolo originale
Pirates of the Caribbean: At World's End
Produzione
USA 2007
Regia
Gore Verbinski.
Interpreti
Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Geoffrey Rush, Jonathan Pryce, Bill Nighy, Chow Yun-Fat, Tom Hollander, Stellan Skarsgård, Kevin R. McNally, Mackenzie Crook, Lee Arenberg, Martin Klebba, Keith Richards, Naomie Harris.
Durata
168 minuti

Ieri sera mi hanno portato a vedere l’ultimo episodio di “Pirati dei Carabi”,sono andato convinto anche dal buon ricordo che avevo del primo, mentre non avevo visto il secondo della serie; forse era meglio che mi tenevo il ricordo del primo e basta.
Il film è fatto bene, niente da dire su tutti gli aspetti tecnici, riprese suoni effetti speciali montaggio, il problema, però è proprio questo, sia la trama sia i personaggi sono una continua esagerazione di quello che erano nel primo film. Se non fosse per la spettacolarità delle immagini il film non starebbe su e di certo non avrebbe il successo di pubblico che sta avendo. La trama per esempio passa dalla lotta tra pirati e inglesi per il dominio dei carabi del primo episodio alla guerra per il dominio di tutti gli oceani di quest’ultimo capitolo, con un continuo cercare l’estremo limite dei diversi caratteri delle forze in campo.
Lo stesso si può dire per i personaggi, i protagonisti pirateschi passano tutto il tempo a cercare di imbrogliare i propri compagni di viaggio per raggiungere i propri scopi e di contro lord Beckett da sfogo alla propria crudeltà nel raggiungere il proprio fine fino a sacrificare tutti i suoi sottoposti. L’unico personaggio che esce un po’ da questo schema è Jack Sparrow/Johnny Depp, specie nella scena nel deserto del limbo dove era stato rinchiuso, dove si vedono contemporaneamente tutti i suoi lati caratteriali combattere tra loro.
Quando ho visto “Pirati dei Caraibi” sono uscito dal cinema sorridente dalle risate che mi ero fatto e soddisfatto del film mentre ieri sera dopo quasi tre ore mi sentivo come se avessi visto una puntata di una fiction in tv. Come consiglio posso dirvi che se vi piacciono i film spettacolari allora la visione di questo film non vi deluderà.
Sansimone

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Di Louise-Elle (del 26/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1414 volte)
Titolo originale
Zodiac
Produzione
USA 2007
Regia
David Fincher
Interpreti
Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Brian Cox, Elias Koteas, Chloë Sevigny.
Durata
158 Minuti
Trailer

4 luglio 1969. Un uomo misterioso spara ad una coppia appartata in un’automobile: lei rimane uccisa e lui gravemente ferito. Questa è la scena iniziale di "ZODIAC" di David Fincher, il regista dell’inquietante , indimenticabile ed intrigante Seven. Il film è una storia vera ed è tratto dall’ omonimo libro di Robert Graysmith, un vignettista del San Francisco Croniche che partecipò, collaborò e ossessionato dalla ricerca della verità, si ostinò nelle ricerche per individuare il serial killer che da quella data fu l’autore di parecchi omicidi che terrorizzarono l’ America di quegli anni. L’assassino nell’estate del 1969 inviò a varie testate giornalistiche lettere anonime scritte a mano criptate, con messaggi enigmatici da decodificare e da risolvere e, rivelando particolari che solo l’assassino avrebbe potuto conoscere, sfidò le autorità a ricercarlo in cambio della promessa di far cessare i delitti. Inizia così un susseguirsi di indagini svolte in collaborazione dai vari personaggi, dal giornalista esperto di cronaca nera collega di Robert, Paul Avery (Robert Downey Jr.) , dai detective di polizia Dave Toschi (Mark Ruffolo) e Bill Armstrong (Anthony Edwards) . Le indagini sono difficilissime, basate su indizi, sospetti, ipotesi spesso smentite e non accettate sia dalle autorità che dalle perizie calligrafiche, mai da prove schiaccianti. Le ricerche continuano nel corso degli anni, abbandonate e riprese più volte . In una scena del film ritroveremo i personaggi principali seduti al cinema ad assistere alla proiezione di un film e in primo piano una lettera firmata Scorpio. Infatti questo caso ha ispirato anche il celebre “Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è suo” con Clint Eastwood. Nel 1978 il serial killer uccise per l’ultima volta. Le indagini saranno definitivamente abbandonate mentre Robert rimasto solo caparbio più che mai, proseguirà per proprio conto. Lo sviluppo delle possibili tracce per individuare l’omicida si protrarrà a piccole tappe fino agli anni 2000. Quasi tre ore di un trhriller che ha solo alcune scene di autentica tensione e brivido. Per la maggior parte sono dialoghi a cui lo spettatore deve prestare la massima attenzione per non perdere le spiegazioni su sospetti e ipotesi che i personaggi formulano, individuano e tralasciano per riuscire ad catturare questo pazzo ed originale serial killer con smanie di protagonismo. Da evidenziare l’interpretazione di Jack Gyllenhaal, sia pur un interprete non particolarmente carismatico ed interessante. Film non entusiasmante, un po’ noioso e difficile che lascia l’amaro in bocca poiché nonostante tutti gli sforzi fatti il principale imputato rimarrà ….libero.

Louise-Elle

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Di slovo (del 25/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3312 volte)
Titolo originale
I Nuovi Barbari
Produzione
USA/ITA 1984
Regia
Enzo G. Castellari
Interpreti
Giancarlo Prete, Fred Williamson, George Eastman, Anna Kanakis
Durata
90 minuti

Ricordo una vignetta umoristica apparsa nella rubrica di cinema di una rivista. Una mosca chiedeva all’altra: “ti piace il trash?”. E lei rispondeva: “come la shit”... il modo in cui vengono rivalutate certe pellicole con un semplice spostamento nel genere di appartenenza a volte fa sorridere, è vero. Mi incuriosisce il meccanismo secondo cui un film brutto ad un certo punto diventa trash e quindi di culto. Quanto sarà lungo il periodo di incubazione? Tutti i film hanno diritto a questo ‘scatto di anzianità' o solo alcuni? Questione di scuole di pensiero suppongo: due, fondamentalmente, come le mosche della vignetta.
Tempo fa un amico mi ha segnalato “i nuovi barbari” : incontrastato numero uno nella sua personale classifica delle ciofeche, era certo che non mi avrebbe lasciato indifferente...
Pochi minuti dopo l’inizio stavo già rimuginando sulle due mosche, la trama non è molto complicata: tribù di uomini timorati vivono da nomadi in un mondo dilaniato dalla guerra nucleare, aggrappandosi alla fede nella ricostruzione, facendo fronte agli stenti e alle continue scorribande dei malvagi Templars: un gruppo di misantropi esaltati e violenti, determinati a purificare il mondo dagli esseri umani. In questo scenario si aggirano guerrieri enigmatici e solitari a cui sono affidate le ultime speranze dell’umanità...
Pur appartenendo a due differenti piani di esistenza, il film di Castellari tenta un assonanza, per tematiche e protagonisti, con la saga di "Mad Max". Il risultato? Beh... si può rimanere davvero perplessi, giuro, e stentare a credere a ciò che si sta vedendo... e non sono tanto le cupole di vetro sui tetti delle macchine o la tecnologia da sgabuzzino o le pistole giocattolo o la parata di spalline, reggipalle e donnine discinte di cui è infarcito il film, quanto l’espressione convinta degli attori, i dialoghi (pochi in realtà) pomposi e apocalittici, il modo in cui la messa in opera di questa galleria degli obbrobri è stata presa sul serio.
Quella dei film taroccati per sfruttare la scia di titoli stranieri di successo era un operazione che godeva di una certa considerazione all’epoca. C’erano ragioni per credere che una fetta di pubblico non informata avrebbe risposto al richiamo di una locandina e pagato il biglietto di ingresso. Prima del massacro delle recensioni o del passaparola la produzione avrebbe recuperato i soldi spesi e forse, guadagnato qualcosa.
Se anche esisteva una qualche velleità artistica ... è stata miseramente affossata.
Perfino Claudio Simonetti, (tastierista leader dei Goblin - non esattamente l’ultimo degli incapaci) chiamato a comporre le musiche, deve aver risentito dell’atmosfera che si respirava sul set, basta ascoltare le pacchianate electro-pop della colonna sonora.
Per concludere, la parola alle due mosche: per la seconda, “i nuovi barbari” è stato e rimarrà uno scadente western-post-apocalittico inutile e di dubbio gusto.
La prima invece andrà oltre la repulsione istantanea per scorgere umorismo involontario e fascino grottesco: chi si colloca in questa categoria troverà un trash da antologia contenente almeno tre momenti da consegnare al grande libro delle scene più raccapriccianti della storia: Scorpion ‘iniziato’ dal leader dei Templar, la risata compiaciuta del meccanico bambino  e il dialogo tra Nadir e una concubina durante un 'corteggiamento'... schifosamente da vedere!

slovo

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Di Namor (del 24/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2502 volte)
Titolo originale
Slow Burn
Produzione
USA 2005
Regia
Wayne Beach
Interpreti
Ray Liotta, LL Cool J, Mekhi Phifer, Jolene Blalock, Guy Torry, Taye Diggs, Chiwetel Ejiofor, Bruce McGill.
Durata
93 Minuti
Trailer

Un uomo viene ucciso mentre stupra l’assistente del procuratore distrettuale Ford Cole (Ray Liotta). Sarà la stessa donna Nora Timme (Joelene Blalock), alla centrale di polizia, che tra le lacrime racconterà i tragici eventi che l’hanno vista compiere l’estremo gesto. Per Cole, tutto lascerebbe pensare che si tratti di legittima difesa, se al distretto però, non si fosse presentato Luther Pinks (LL Cool J), amico della vittima, riportando una testimonianza totalmente opposta a quella della sua assistente fidanzata. Nel proseguo delle indagini verranno alla luce altre anomalie, collegate ad un misterioso e pericoloso criminale di nome Danny Lewton (Chiwetal Ejiofor ), leader della temuta fratellanza nera e gestore di innumerevoli attività criminali, da sempre ricercato dalla polizia e FBI con scarso successo poiché non ne conoscono il vero volto. Il procuratore Cole ha una sola notte di tempo per sciogliere l’intricata matassa! “Doppia ipotesi per un delitto” è un thriller poliziesco scritto e diretto dal debuttante Wayne Beach, al quale deve essere piaciuto in modo particolare “I soliti sospetti” di Bryan Singer, considerato che con questo lavoro, cerca di emularne, con scarsi risultati, la sua magnificenza! Il film tenuto in naftalina dal 2005, non è adatto ad un pubblico dal palato fine quindi, per coloro che ne sono incuriositi, consiglio di aspettare l’uscita in dvd, visto il flop ottenuto ai botteghini c’é da scommettere che non tarderanno ad inserirlo nel mercato Homevideo, dove troverà sicuramente più consensi e liquidi per limitare i danni di questa inutile spesa!

Namor

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Di Darth (del 23/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2532 volte)
Titolo originale
28 Days Later
Produzione
Gran Bretagna, 2002
Regia
Danny Boyle
Interpreti
Christopher Eccleston, Noah Huntley, Naomie Harris, Cillian Murphy
Durata
113 minuti

Danny Boyle è il geniale regista di “Trainspotting”. Purtroppo è anche l’autore del terribile “The Beach”. Il suo terzo lungometraggio, “28 giorni dopo”, ho avuto modo di vederlo solo pochi giorni or sono, curioso di sapere se era stato ‘un caso fortuito’ lo splendido film d’esordio o se lo fu il secondo, magari a causa della presenza di Di Caprio!
Il film inizia con un gruppo di ambientalisti che irrompe in un laboratorio liberando delle scimmie. Purtroppo le scimmie erano cavie per l’esperimento di un virus che trasforma chi viene contagiato in una specie di zombi senza cervello con l’unico scopo di cibarsi dei propri simili (le scimmie infette me le ricordo in “Virus letale” e “Monkey Shines”). 28 giorni dopo, Jim (Cillian Murphy) si sveglia dal coma (dopo un incidente) in un ospedale di Londra. L’ospedale è deserto, quindi il giovane esce in cerca d’aiuto per le strade di Londra, trovando anch’esse deserte… sembra proprio l’ultimo uomo rimasto in vita (situazione ripresa dal vecchio film di fantascienza “La terra silenziosa”). Per sua fortuna, alcune ore dopo, incontra pochi altri sopravvissuti e, insieme, cercheranno di raggiungere Manchester, dove dovrebbero stazionare dei militari con la cura per il virus (questa parte del viaggio verso la ‘salvezza’ l’avrò vista in almeno cento film). Ovviamente, durante il tragitto, i quattro protagonisti saranno più volte attaccati e rincorsi da orde di zombi (consideriamolo un ‘omaggio’ al mitico George A. Romero ed ai suoi film come “La notte dei morti viventi”).
Purtroppo, come avrete già intuito, “28 giorni dopo” pecca tantissimo di originalità. Altro non è che un miscuglio di tanti film miscelati assieme a formarne uno nuovo, ma la sensazione di ‘già visto’ prevale su qualunque altra emozione il regista volesse trasmettere. Oltre alla banalità, la trama ha numerose pecche narrative, a volte anche stupide, tipiche dei B-Movie, dove si dà peso all’azione senza badare se la storia segua un filo logico oppure no. Anche il cast è davvero scarso, nessun attore è all’altezza della situazione. Di questa pellicola salvo solo la regia (intesa solo come inquadrature ed utilizzo delle luci): le immagini di Londra deserta sono bellissime (ottenute girando sempre all’alba e prevalentemente nei giorni festivi) e le scene d’azione con gli zombi sono caotiche ma coinvolgenti. Troppo poco però per salvare questo film da una stroncatura. Purtroppo, suppongo che la risposta alla mia curiosità iniziale è che il ‘caso fortuito’ fu realizzare “Trainspotting” (vista anche la pessima recensione di Slovo del recentissimo “Sunshine”)… e che la qualità generale delle opere di Boyle sia scarsa… molto scarsa.
Notizia dell’ultim’ora: il 7 settembre 2007, uscirà nelle sale italiane “28 settimane dopo”, il sequel di questo film…con nuovi attori ed un altro regista: Juan Carlos Fresnadillo.
Mi prenoto fin d’ora per non andarlo a vedere!

Darth

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Di kiriku (del 22/05/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1209 volte)
Titolo originale
Napoleon Dynamite
Produzione
usa 2004
Regia
Jared HESS
Interpreti
Jon Heder, Jon Gries, Efren Ramirez, Aaron Ruell, Diedrich Bader, Haylie Duff, Tina Majorino, Sandy Martin
Durata
86 minuti
Trailer

Napoleon è il tipico ragazzo che non rispecchia i canoni classici dello studente medio americano, quello che nei film viene di solito catalogato come nerd. Vive a Preston, nell’ Idaho, con una nonna stravagante, un fratello trentenne, Skip, che passa le giornate davanti al computer a chattare con la fidanzata virtuale LaFawnduh  e a cercare di migliorare il suo Karate. Napoleon invece è un adolescente frustrato e deriso dai suoi compagni di scuola sia per il modo di vestire che per quello di relazionarsi con gli altri. Ha degli orrendi occhiali a goccia, porta degli stivali improbabili sopra i jeans, ha un’espressione un pò ebete e vive in mondo tutto suo. La sua vita comincia a cambiare quando incontra Pedro, un giovane studente messicano trasferitosi nella sua scuola con il quale farà amicizia e Deb una strana ragazza che segretamente è innamorata di lui. Questo film è uscito negli Stati Uniti nel 2004 è ha riscosso un successo incredibile soprattutto nei campus universitari. Ha vinto numerosi premi tra cui quello di miglior film agli MTV Movie Awards. In Italia credo sia passato abbastanza inosservato e dalle dure critiche che ho letto non credo sia piaciuto molto. Personalmente non mi è dispiaciuto, anzi se devo dire la verità l’ho trovato molto divertente e surreale. I personaggi sono eccezionali, a partire dal fratello Skip per arrivare fino allo zio Rico, ex giocatore di football rimasto legato agli anni ottanta, che si instaura  in casa di Napoleon per badare a due fratelli dopo che la nonna si è infortunata in un incidente in moto. Insomma questo film mi ha conquistato e, anche se non si può definire un capolavoro, non lo si può catalogare come un “filmetto” o come “ un cumulo di sciocchezzuole innocuo” come mi è capitato di leggere. Tanto per cominciare bisogna ricordare che per girare questo film sono stati spesi solo 400.000 dollari e che quindi non può essere perfetto a livello tecnico, la sua forza sta in una rappresentazione estrema, quasi caricaturale, della provincia americana e dei personaggi che la popolano, che con i loro difetti portati all’eccesso danno a questa pellicola un senso di assurdo e di irrealtà che lasciano lo spettatore con un sorriso sulla bocca. Un film diverso dai soliti visti sui college americani, mai volgare e privo di quelle gag viste e riviste che troviamo di solito in questi film e accompagnato da una colonna sonora anni ottanta che non guasta. Insomma lo consiglio vivamente.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 21/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4849 volte)
Titolo originale
The Woman in Red
Produzione
USA 1984
Regia
Gene Wilder
Interpreti
Gene Wilder, Kelly Lebrock, Gilda Radner.
Durata
86 minuti

Nel parlare con un mio amico di questo film mi sono tornate in mente tante cose, su tutte la mia giovane età dell’epoca. Sigh… A parte questo, cosa dire di una commedia simpatica che a quei tempi mi piacque molto, ma che rivista oggi ha perso molto del suo fascino? Ridimensionata dalla mia conoscenza di cinema e dalla mia testa cambiata con gli anni, rimane comunque una storia senza grosse pretese che potrebbe allietare qualche pomeriggio noioso. Rifacimento della commedia francese “Certi piccolissimi peccati” ebbe un grosso successo di pubblico e vinse l’oscar per la canzone di Stevie Wonder “I just called to say i love you”. Mi sono ricordato di questa pellicola principalmente per la protagonista (Kelly Lebrock) e per le “coltellate” che da ragazzo mi sono dato pensando a lei, anche se a livello recitativo la Radner è decisamente superiore (nella vita la moglie di Wilder). Fate voi, baci a tutti!

nilcoxp

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Di Sansimone (del 20/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1236 volte)
Titolo originale
Man of the Year
Produzione
U.S.A. 2007
Regia
Barry Levinson.
Interpreti
Robin Williams, Christopher Walken, Laura Linney, Lewis Black, Jeff Goldblum, David Alpay, Faith Daniels.
Durata
115 minuti

Mi ero ripromesso di non andare più a vedere un film di Robin Williams dopo la grande delusione di "The big white", però questo titolo m’ incuriosiva per la storia che narrava. Per fortuna mi è andata bene, il film è girato bene, il professore dell'"Attimo fuggente" è quasi al suo livello aiutato in questo film anche da un grande Christopher Walken come co-protagonista.
Al momento delle candidature alle presidenziali statunitensi il comico Tom Dobbs decide di provare a cambiare il secolare sistema politico bipolare americano candidandosi come indipendente, facendo una campagna elettorale a costi minimi senza bisogno dell’appoggio economico delle varie lobby industriali. Casualità vuole che in concomitanza di queste presidenziali il sistema elettorale cambi, passando ad un sistema di spoglio completamente computerizzato, senza l’uso dei documenti cartacei. Incredibilmente le votazioni proclamano nuovo presidente degli Stati Uniti un incredulo e spiazzato Robin Williams, ma questo successo è figlio solo di un errore interno del programma di spoglio dei voti come scoprirà una giovane e ingenua impiegata della ditta fornitrice del software. Da questo momento inizia la parte più surreale del film.
La scena più bella del film e anche la più interessante, è quella del dibattito tra i tre candidati con un profondo attacco da parte di Tom Dobbs alla classe politica americana e non( fa riferimento anche a Papa Benedetto XVI e a politici italiani), mette a nudo l’ipocrisia dei politici e la falsità delle loro promesse elettorali. Purtroppo dopo questo bel momento il film inizia la sua parte sentimentale e diciamo anche politicamente corretta, con un finale un po’ all’acqua di rose.
Quello che mi ha fatto più pensare è come diventerà sempre più difficile credere all’esito delle votazioni con l’avvento delle nuove tecnologie troppo difficili da controllare e troppo facili da manipolare da parte di chi le governa e gestisce.
In sostanza un film piacevole, ben interpretato e senza troppe pretese da vedere una sera che non si sa cosa fare.
Sansimone

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Di Andy (del 19/05/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 3683 volte)
Artista
Premiata Forneria Marconi
Titolo
PFM Live in Japan 2002
Anno
2002
Label
Sony Music

L’altro giorno col mio caro amico Namor si parlava come sempre,vista la scarsità di materiale attuale, di vecchie glorie musicali dei nostri anni (be’non siamo poi così vecchi) e tra queste era compresa anche la mitica Premiata Forneria Marconi, meglio conosciuta come PFM e siamo andati a riascoltare qualche loro disco, tra cui questo Live in Japan 2002, un doppio dal vivo suonato con grande maestria e intensità, in cui compaiono le canzoni più belle tra anni ’70 e ’80. Ma da dove arriva questo mitico gruppo italiano che suona fin dalla metà degli anni ’60? In origine la formazione si chiamava “I Quelli”e vi militavano Franz Di Cioccio, batteria, voce e leader, Franco Mussida, chitarra e voce, Flavio Premoli, piano e tastiere e Giorgio Piazza, basso elettrico. I primi passi di questi ottimi strumentisti si muovono nell’ambito di collaborazioni con gli artisti migliori del momento, tra gli altri Battisti e De Andrè e con esibizioni live esplosive, soprattutto dopo l’inserimento nel gruppo di Mauro Pagani, ottimo violinista e polistrumentista. Con questa formazione,nel 1969, registreranno pezzi come La carrozza di Hans e Impressioni di settembre, brani che rappresentano l’avvento del cosiddetto rock progressivo anche in Italia e che ascoltate ancora oggi sanno emozionare per la capacità di evocare stati d’animo e trasportare in un vortice di emozioni date dal continuo evolversi della musica, che passa da momenti potenti ed elettrici a melodie dolci e sognanti, quasi barocche. Le influenze della PFM arrivano dai King Crimson, Jethro Tull, Flock; Negli anni ’70 Patrick Djivas, virtuoso del basso e proveniente dai grandi Area, sostituirà Giorgio Piazza e contemporaneamente arriverà anche Bernardo Lanzetti, ottimo vocalist dalla voce potente e “americana”a dare la loro famosa svolta “USA”, anche musicale, con il celebre Chocolate Kings”, album stravenduto anche oltre oceano,da cui tra tutte Celebration; segue un tour di concerti coast to coast. Dopo un anno però, i nostri decidono di tornare in patria, dopo aver pubblicato un doveroso disco live, e riprendere il genere a loro più consono, meno commerciale ma sicuramente più amato qui da noi. Anche Pagani e Lanzetti preferiscono lasciare la band per iniziare progetti solistici e subentra Lucio Fabbri, anche lui polistrumentista, mentre il cantante diventerà da qui in poi Di Cioccio. Di questi anni ricordo volentieri l’album “Passpartù”. Nel 1979 le collaborazioni in studio e l’amicizia con Fabrizio De Andrè, daranno origine a un progetto da cui verrà fuori un doppio live bellissimo: "De Andrè/Pfm volume 1 e 2". Il modo di suonare della “Premiata”si sposa ottimamente con le poesie di De Andrè, dando alle canzoni una nuova ricchezza di arrangiamenti. Negli anni ’80 purtroppo la voglia di ricerca e sperimentazione dei ’70 deve lasciare il posto all’ondata pop-rock proveniente come al solito dagli USA e quindi per piacere alla massa e sopravvivere bisogna aggiustare il tiro e fare un genere molto commerciale e scopiazzato che nulla ha a che vedere con i dischi sopra citati . I testi e gli argomenti diventano scontati e tipici di quell’epoca. Conservo di quegli anni solo Suonare suonare che comunque è un disco suonato e arrangiato bene. Ma torniamo al live in questione; il pubblico giapponese è sempre stato assetato di rock, sia metal, che hard , che progressive e ciò sembra fare bene a gruppi come la Pfm, che hanno ancora voglia di suonare bene e decisamente lo fanno qui dove sembrano aver ritrovato una nuova vena; eseguite egregiamente La carrozza di Hans,Sea of Memory, Photos of Ghosts , con quell’invariato sound sperimentale delle origini per quanto riguarda i ’70, Maestro della voce, Si può fare, Suonare suonare, più recenti e comunque ri-arrangiate con molto gusto e spazio a raffinati virtuosismi come questi “mostri” sanno fare:Franz Di Cioccio voce e batteria, Patrick Djivas basso, Franco Mussida chitarra, Flavio Premoli tastiere, Lucio Fabbri violino, flauto, percussioni, tastiere, Piero Monterisi batteria. Un super gruppo con un bagaglio enorme di esperienze che dà il suo meglio dal vivo, ascoltare per credere!

Andy

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Di slovo (del 18/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2904 volte)
Titolo originale
Debiruman
Produzione
GIAPPONE 2004
Regia
Hiroyuki Nasu
Interpreti
Hisato Izaki, Yusuke Izaki, Ayana Sakai, Ai Tominaga
Durata
116 minuti

Proprio non si spiega. Io non mi spiego come progetti che nascono al cospetto di così grandi aspettative, che coinvolgono decine di persone e che (non ultimo) muovono una caterva di soldi possano finire per essere gestiti da perfetti incompetenti.
Oppure si spiega... le solite squallide regole che governano il mondo...
ma non perdiamoci in sfoghi etico-morali, in fin dei conti hanno solo toppato un film, ci sono tragedie peggiori che veder sciupare l’occasione di dare una trasposizione degna ad una delle più belle storie horror mai scritte.
Ma al limite, si potranno anche visionare le due ore di pellicola realizzate da Hiroyuki Nasu, tanto per soddisfare una curiosità, ancora meglio se si conosce il fumetto a cui è ispirato, tanto per rendersi conto dell’abisso che separa le due versioni.
Nulla è rimasto dell’atmosfera originale: i toni oscuri, l’ineluttabile manto di sciagura che avvolgeva le vicende dei protagonisti o il velato erotismo che trasudava dalle tavole. Tutto sacrificato in favore di una pedissequa rassegna di situazioni, attinte dalle pagine del manga come si farebbe da un qualsiasi manuale di istruzioni e messe assieme in una sterile sequenza, piatta e priva di ritmo. Riproposta quasi integralmente, la storia dell’uomo diavolo è stata però ritoccata in alcuni punti, inspiegabilmente, dal momento che gli ‘aggiustamenti’ dello sceneggiatore Machiko Nasu finiscono con l’essere peggiorativi. Ma dico io...
Riguardo al casting si è chiaramente preferita l’attrazione mediatica alla capacità. Perchè altrimenti chiamare la top-model Ai Tominaga ad indossare i succinti panni dell’arpia Silen? (e stendiamoci un velo pietoso su questi panni – i costumi) un personaggio ben sfaccettato da Go Nagai ridotto qui ad una sbrigativa quanto inutile apparizione. Idem per i fratelli Izaki: faccini carini prestati dalla boy-band Flame e sogni inconfessabili delle adolescenti nipponiche. Se da un lato l’aspetto efebico e l’incrociarsi dei loro languidi sguardi propone un interpretazione interessante del rapporto ambiguo tra Ryo e Akira, la loro palese incapacità a recitare è una vera debàcle per il film, essendo i protagonisti.
Interamente in CG alcune scene, in particolare quelle che mostrano combattimenti tra demoni (nella loro trasformazione completa): sono realizzate decentemente pur senza raggiungere gli standard hollywoodiani ma mancano di continuità, e non solo visiva, con il resto del girato.
Si percepisce una diffusa qualità medio-televisiva in questo Devilman, l’impronta di una produzione dozzinale, riprese e montaggi appena superiori agli standard amatoriali, una ricorrente corsa al risparmio che denota un tentativo forse al di sopra delle disponibilità e che avrebbe potuto sollevarsi solo grazie alla professionalità dei realizzatori. Che è decisamente venuta meno.
Tra le varie ‘animazioni’ dell’anti-eroe nagaiano, i primi due OVA rimangono ad oggi le uniche proposte degne di essere considerate.

slovo

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Di Namor (del 17/05/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 2821 volte)
Artista
Pino Daniele
Titolo
Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui
Anno
2007
Label
Sony-BMG

Come i suoi precedenti lavori, anche “Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui” va ad arricchire la mia discografia del mitico Pino. Non vi nascondo che nutro nei confronti di questo artista una vera passione, nata agli inizi degli anni 80 durante una serata trascorsa a casa di amici, i quali, mi fecero ascoltare i suoi primi fantastici album. Mi colpì subito il suo singolare estro creativo, poiché riusciva a fondere vari generi musicali come il blues, il jazz ed il rock, con le sonorità della musica napoletana, dando vita ad un personale ed innovativo stile musicale, caratterizzato da testi pungenti, che traggono origine da un suo impegno sociale e politico a favore della sua Napoli e di coloro che la abitano. Purtroppo con il passare degli anni la sua vena di ribelle anticonformista è andata esaurendo, lasciando spazio ad un sound fin troppo commerciale, come si può notare nella seconda parte della sua discografia, soprattutto per la mancanza dei suoi testi abilmente mixati dal suo particolare ed inconfondibile timbro vocale, altalenando il dialetto napoletano all’inglese, successivamente accantonato per italianizzare i testi. Tale scelta, impiegata per la maggior parte nelle canzoni che hanno come tema l’amore, sicuramente é figlia delle leggi del mercato, iniziativa che avrà indubbiamente dato i suoi frutti nelle vendite, raccogliendo largo consenso da parte di quel pubblico più giovanile amante delle canzonette, molto meno attento invece alla qualità musicale che lui ha indiscutibilmente dimostrato di possedere! Nel suo nuovo album, (il ventesimo di inediti) Pino si avvale come sempre della collaborazione di ottimi musicisti come i Peter Erskine Trio, composto da Erskine alla batteria, Dave Carpenter al basso e Bob Sheppard al sax, capaci di assicurare una buona spinta ritmica all’album, il bassista brasiliano Alfredo Paixao interprete ed autore del duetto “Mardi Grass”, Giorgia che con la sua suadente voce va ad impreziosire ben due canzoni “Il giorno e la notte” e “Vento di passione”, infine alle percussioni Tony Esposito, un ritorno molto gradito soprattutto per i nostri padiglioni auricolari che ne traggono il maggior godimento, in particolare nell’ascolto della track 10 “Ischia sole nascente”. Vanno a completare la schiera di musicisti Gianluca Podio piano, Mariano Barba drums, Corrado Ferrari tammurre, Salva Lanco guitar. Altri sei brani concludono l’elenco delle dieci canzoni raccolte nel cd, tra i quali i troppo caraibici “Rhum and coca”, “Salvami”, e “L’Africano”, pezzi che personalmente non mi entusiasmano, anzi ascoltandoli devo dire che influiscono in maniera negativa sul mio giudizio finale dell’album. Sia il titolo che l’ascolto di “Back home” in anteprima alle radio, presagiva buoni propositi del cantautore napoletano ad un suo ritorno alle origini, ma in realtà tale premessa non viene mantenuta, per carità non voglio dire che l’album sia brutto, ma siamo lontani anni luce dal sound dei suoi primi capolavori caratterizzati dal suo onnipresente blues, totalmente assente in questo nuovo lavoro, quindi non lasciatevi ingannare dalla track list che include il brano intitolato “Blues del peccatore”, perché di blues non c’é neanche l’ombra! L’ultima traccia “Passo napoletano” é quasi esclusivamente musicale, con qualche sporadico refrain senza senso, in dialetto napoletano. Il giudizio della critica nei confronti di questo lavoro, non é stato benevolo, infatti due famosi critici musicali alla domanda posta da Fiorello durante la trasmissione di W Radiodue, su quale fosse il cd più brutto dell’anno, hanno prontamente risposto all’unisono il cd di Pino Daniele, adducendo che da lui ci si aspetta ben altro! Non sono d’accordo con la loro valutazione, certo, non lo definisco il miglior lavoro di Pino ma neanche il peggiore, ciò nonostante attendo fiducioso il suo prossimo ritorno, ma questa volta che sia veramente a casa!

Namor

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Di Darth (del 16/05/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2779 volte)
Titolo originale
Children of Men
Produzione
Giappone, Inghilterra, USA, 2006
Regia
Alfonso Cuarón
Interpreti
Clive Owen, Julianne Moore, Michael Caine, Charlie Hunnam, Chiwetel Ejiofor
Durata
109 minuti
Trailer

Siamo a Londra nel 2027. Un capannello di persone assiste con sconforto alla notizia che Diego Ricardo è stata ucciso. Diego Ricardo aveva 18 anni, ed era la persona più giovane del pianeta: è quasi 19 anni, infatti, che nessuna donna al mondo rimane incinta.
L’Inghilterra del futuro viene rappresentata come l’ultimo baluardo di civiltà, e tutti gli altri paesi a ferro e fuoco tra guerre e carestie. E’ proprio per cercare di mantenere questo stato di cose che il governo inglese ha instaurato un regime militare e delle leggi per legalizzare la caccia agli immigrati. Una persecuzione con molte evidenti analogie a quella subita dagli ebrei durante il nazismo. Il protagonista di questo film è Theo (Clive Oven), che si ritrova coinvolto con l’associazione segreta dei “Pesci” (i disobbedienti del futuro) a causa della sua ex moglie Julian (Julianne Moore) che ne è divenuta un’attivista. Julian chiede a Theo di procurargli un permesso di transito per un’immigrata clandestina: vogliono farla arrivare al mare per imbarcarla sulla nave del “Progetto umano” (associazione dedita alla ricerca di una cura per l’infertilità delle donne). Theo riesce ad ottenere solo un permesso congiunto: deve quindi accompagnare Kee (questo il nome della ragazza di colore) fino alle coste dell’Inghilterra, scoprendo durante il tragitto che la giovane è incinta...
I figli degli uomini” ha una trama molto intricata (mi ha ricordato vagamente “L’esercito delle 12 scimmie”), ad una visione approssimativa possono sfuggire alcuni passaggi, o rimanere un po’ sconcertati per le tante sfumature della trama… ma, se lo si segue con attenzione, è davvero molto coinvolgente (candidato all’oscar come miglior sceneggiatura non originale). La cosa che mi ha colpito maggiormente è senz’ombra di dubbio la regia di Alfonso Cuarón: la telecamera (sempre a spalle) segue Theo ovunque, dando una sensazione quasi documentaristica, e l’utilizzo di lunghi pianosequenza, danno dimostrazione dell’incredibile bravura di tutto il cast (candidato all’oscar anche come miglior fotografia e montaggio). Due pianosequenza su tutti sono impressionanti. Il primo è di circa 5 minuti, girato tutto all’interno di un automobile lanciata verso la fuga, tra colpi di pistola, vetri in frantumi e sangue che schizza. Il secondo è ancora più impressionante e dura oltre 6 minuti: la telecamera segue Theo attraverso un campo di battaglia cittadino, con carri armati che bombardano il palazzo dove il protagonista entra e sale fino al terzo piano… davvero una scena sbalorditiva! Mi ero entusiasmato a vedere i pianosequenza interminabili di “Irreversibile” ma, messi a confronto con questi, sembrano un’opera da dilettanti. Eccezionale anche la ricostruzione della futura Londra (divenuta caotica come Bangkok) e quella del ghetto degli immigrati, dove sembra di essere a Baghdad. Ottime anche le musiche e gli effetti sonori, con esplosioni realistiche seguite dal classico fischio nelle orecchie e suoni ovattati. Avrei parecchie altre chicche da dirvi su questo bellissimo film, ma il tempo è tiranno e i miei colleghi pure… quindi chiudo qua la mia recensione, consigliandovi caldamente il noleggio del dvd “I figli degli uomini”… merita davvero di essere visto!

Darth

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Di kiriku (del 15/05/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 1215 volte)
Artista
Jaco Pastorius
Titolo
Jaco Pastorius
Anno
1976
Label
Epic/Legacy (Sony Music)

Nella storia della musica ci sono personaggi che con la loro vena creativa hanno contribuito ad arricchire e a migliorare ciò che oggi ascoltiamo. Quasi tutti questi musicisti sono entrati nella leggenda, altri invece, nonostante un successo notevole, sono poco noti al grande pubblico. Ma per chi li ascoltati o li ascolta ancora, rimangono dei miti, dei punti di riferimento con i quali confrontarsi. Se ad esempio proviamo a pensare a qualcuno che ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra elettrica, il primo nome che ci viene in mente è sicuramente Jimi Hendrix. Se invece si parla di tromba, beh il nome è ovvio Miles Davis. Questi sono solo alcuni degli esempi più famosi. Meno noto appunto al grande pubblico ma di uguale importanza è stato John Francis Pastorius III o meglio conosciuto come Jaco Pastorius, uno dei più grandi bassisti di tutti i tempi. Forse molti ricordano i Weather Report, il gruppo fusion più famoso degli anni settanta, nel quale ha suonato per diversi anni e con il quale hanno stravolto il modo di suonare il jazz. Pastorius tra l’altro ha rivoluzionato il modo di suonare il basso elettrico che fino ad allora era stato relegato al ruolo di accompagnamento. A diciannove anni compra un Fender jazz del 62, gli leva i tasti e vernicia la tastiera con vernice impermeabile per barche facendola diventare liscia come quella di un contrabbasso. Il suo modo di suonare era unico riusciva a suonare contemporaneamente melodie, accordi, armonici ed effetti percussivi. Se lo si ascolta oggi ci si rende conto, anche se non si è esperti, del suo genio e di come la sua musica sia senza tempo e in grado di influenzare le generazioni di musicisti venute dopo. Insomma ascoltarlo è un’esperienza che lascia il segno, personalmente sono rimasto impressionato fin dal primo ascolto di questo cd, che tra l’altro è il suo album di esordio ma nel quale sono già presenti tutte quelle caratteristiche che contraddistinguono la sua musica. Il cd si apre con “Donna Lee”, uno standard di Charlie Parker, in cui suona accompagnato solo dalle congas di Don Alias che venne tra l’altro registrato in un’unica traccia e fu subito buona la prima. Il cd continua con “Come on, come over”, con la bellissima “Continuum”, con “Portrait of Tracy”, con "Kuru/Speak Like A Child", insomma nove pezzi in cui Jaco si destreggia egregiamente tra patterns,velocissimi fraseggi, tecniche di armonici; dimostrando di essere anche un compositore e , a soli venticinque anni, di essere davvero il più grande bassista di tutti i tempi. In questo album partecipano anche musicisti di grande spessore come Michael Brecker, David Sanborn, Randy Brecker, Hubert Laws, Lenny White, Narada Michael Walden, e Herbie Hancock. La sua carriera, purtroppo, è durata poco. Come troppe volte succede è stato rovinato dall’uso eccessivo di droghe ed è morto a soli trentacinque anni. La sua musica invece no, è presente tuttora nel modo di suonare di molti musicisti che ancora oggi attingono a piene mani dal talento e dal genio di Jaco Pastorius.

Kiriku

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