BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Sansimone (del 29/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1191 volte)
Titolo originale
Lettere dal Sahara
Produzione
Italia 2004
Regia
Vittorio De Seta
Interpreti
Djbril Kebe, Paola Ajmone Rondo, Stefano Saccotelli, Madawass Kebe, Fifi Cisse, Tihierno Ndiaye, Luca Barbeni
Durata
123 minuti

Proviamo ad invertire il mondo, immaginatevi di essere un giovane laureato con il bisogno di un lavoro... voi avreste il coraggio di partire per un altro continente sopra ad un’imbarcazione clandestina, accettare lavori di grado molto inferiore a quello per cui siete preparati, ed accettare gli atteggiamenti razziali a cui verrete sottoposti nella nazione dove siete sbarcati? E’ questa la domanda che mi sono fatto alla fine di “Lettere dal Sahara” ...la risposta è stata non so.
Il film inizia con l’arrivo a Lampedusa, dopo il naufragio della barca su cui viaggiava, di Assane, un giovane senegalese costretto a tentare la via dell’immigrazione clandestina per motivi di lavoro. Dopo essere scappato dal controllo della polizia inizia a risalire la nostra penisola appoggiandosi a vari parenti che l’hanno preceduto in Italia, fino ad arrivare a Torino, dove trova un lavoro stabile e la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno.
Durante il suo viaggio lungo l’Italia, Assane muta la sua visione del modo di interpretare l’integrazione tra i popoli e anche il suo modo di vivere la legge coranica. Infatti, passa dalla condizione d’isolamento (in parte forzato) tra i suoi connazionali nel sud dell'Italia, alla condizione di quasi integrazione a Torino. Lo stesso per quanto riguarda la religione: inizialmente fugge dalla cugina di Firenze per il tipo di vita troppo emancipata della stessa, per "rivalutarla" poi a Torino, grazie anche all’amore per una giovane insegnante italiana.
Il regista Vittorio De Seta, ai molti sconosciuto, ha fatto un ottimo lavoro con questo film, sviluppandolo soprattutto attraverso gli occhi del protagonista. Mostrando le sensazioni che provano gli immigrati clandestini quando vengono sottoposti a discriminazione, senza mai doverne parlare in prima persona, ma facendolo intuire. In tal senso, è molto ben riuscito il viaggio del ragazzo tra la Sicilia e la città di Villa Literno. Forse alcuni potranno dire che la figura del protagonista è irreale per l’eccessiva bontà, ma io l' ho trovata necessaria per il messaggio che vuole trasmettere il film. Consiglio a tutti di vederlo (lo trovate in dvd), se una sera vi viene voglia di porvi qualche domanda. Ciao a tutti.

Sansimone

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Di Farbiz (del 28/04/2007 @ 05:00:01, in musica , linkato 1905 volte)
Artista
Paul Motian
Titolo
Bill Evans
Anno
1991
Label
Winter & Winter

Paul Motian fu il batterista di Bill Evans, in una formazione completata dal contrabbassista Scott La Faro, tra il 1959 e il 1961. Quel gruppo venne chiamato dalla critica di allora “The golden trio”, per far capire il livello superiore del messaggio musicale proposto da questi straordinari musicisti. Il rapporto di parità tra le voci strumentali, l’interplay costante, la logica stringente degli assoli e la perfetta sintonia interpretativa hanno reso le registrazioni del trio oggetto di culto per gli appassionati. Purtroppo la morte precocissima di La Faro in un incidente stradale portò Evans a decidere di non proseguire l’attività in trio con alcun sostituto e a non registrare dischi a proprio nome per qualche tempo. Motian proseguì la sua carriera con innumerevoli collaborazioni, cimentandosi anche negli stili più moderni e confrontandosi con i musicisti di tutte le generazioni, fino a giungere ai giorni nostri con formazioni di cui è leader e con le quali propone una rilettura molto personale del repertorio jazz. Tra i suoi lavori spicca questo “ Bill Evans “, edito da Winter & Winter, in cui è accompagnato dal sassofonista Joe Lovano, dal chitarrista Bill Frisell e dal contrabbassista Marc Johnson, anch’egli collaboratore di Evans. Il disco è un omaggio originale alla musica del grande pianista, che fu anche un eccellente compositore, ed offre momenti di rara bellezza immersi in un’atmosfera rarefatta e lirica. I quattro musicisti sono maestri indiscussi dei propri strumenti e si uniscono nell’interpretazione dei capolavori di Evans con squisita sensibilità. Motian e Johnson creano un tappeto sonoro raffinatissimo, denso di sottigliezze ritmiche e armoniche costantemente sussurrate. Da notare l’uso straordinario delle spazzole da parte del batterista, che rinnova ininterrottamente l’accento ritmico dei brani suggerendo ai solisti ulteriori percorsi espressivi.. Da parte sua Lovano è un sassofonista che padroneggia lo strumento come pochi, essendo in grado di ripercorrere enciclopedicamente lo stile dei maestri innestandolo su una vena improvvisativa molto personale ed in continua evoluzione. In ultimo il chitarrista Bill Frisell fornisce in questa occasione una lezione di originalità nel rispetto della tradizione. Nei suoi progetti Frisell è sempre pronto ad allargare i confini del proprio stile usando anche sonorità aspre, quasi acide, ma qui interpreta in maniera magistrale le armonie complesse dei brani di Evans, tessendo progressioni armoniche raffinatissime con una sonorità delicatamente liquida. Per concludere, un disco molto intenso, un profondo atto d’amore per uno splendido artista che ha lasciato la propria poesia in eredità ai musicisti e a tutti gli appassionati di jazz.

Farbiz

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Di slovo (del 27/04/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1355 volte)
Artista
Air
Titolo
Pocket Symphony
Anno
2007
Label
Astralwerks/EMI

Escludendo le colonne sonore e i progetti paralleli, “Pocket Symphony” è il quarto album nella discografia degli Air, e l'unico che ho avuto occasione di ascoltare. Segue che mi sarà impossibile parlarne in relazione a ciò che è stato fatto prima.
Se mi chiedessero di assegnare alla musica presente sul disco un etichetta, per quanto odiose e limitanti esse siano, risponderei che ambient-pop è quella che calza meglio.
Ben lontani dall’ oligarchia elettronica, diffusa tendenza degli appartenenti alla medesima area, il duo francese predilige l'uso degli strumenti acustici, pianoforte e chitarra su tutti, combinato al suono retrò delle tastiere vintage. La produzione, garbata e composta, è tesa a impreziosirli senza mai offuscarne la presenza.
La ricerca degli Air sembra mirata ad ottenere un forte potere evocativo senza ricorrere alla sintesi elettronica per sublimare visioni astratte. Ambient è musica per arredare. L’arredamento proposto dagli Air è concreto, casalingo, riscontrabile, fatto di quadri crepuscolari e finestre che affacciano su tramonti e paesaggi lacustri. La casa (non il viaggio) diventa il luogo per fruire di queste immagini, un luogo ideale dove fermarsi, rilassarsi, ricordare o rielaborare.
Musicalmente si naviga in acque sicure, il duo lambisce saggiamente la sponda pop su cui approda un secondo prima di rovesciarsi: ogni volta che la ricerca di una proiezione ambient rischia di fallire si può sempre virare sul pop, confezionandone esempi onesti come “Napalm Love” o “Left Bank” oppure smaccatamente irresistibili come “Mer du Japon”, forse più adatta alla pista da ballo che al ritiro meditativo del proprio soggiorno.
Comunque, tenendosi a distanza ragionata dalle sperimentazioni troppo audaci, Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel mettono assieme una collezione in cui è difficile trovare un pezzo malfatto. Persino “One Hell of a party” con il suo scarno intreccio di Shamisen e Koto ha smesso di stridere dopo qualche ascolto, rivelandosi una canzone di grande raffinatezza e trasporto emotivo, condotta da una appassionata interpretazione vocale di Jarvis Cocker, qui in veste di collaboratore. “Mayfair Song”, “Lost Message”, “Redhead Girl” e “Night Sight”, tra le cose migliori presenti in ‘pocket’, sono un distillato di malinconia, tormento e delicatezza: saranno in grado di solleticare corde site molto in profondità. buon ascolto.

slovo

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Di Namor (del 26/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2192 volte)
Titolo originale
The Painted Veil
Produzione
USA - Cina 2006
Regia
John Curran
Interpreti
Naomi Watts, Edward Norton, Liev Schreiber, Diana Rigg, Toby Jones, Shihan Cheng.
Durata
125 Minuti
Trailer

Il motivo principale che ha spinto Edward Norton ad interpretare e produrre il terzo remake del “Il velo dipinto” lo si deve alla sua passione nei confronti dei libri dello scrittore britannico William Somerset Maugham, autore dell’omonimo romanzo pubblicato nel lontano 1925, testo che aveva precedentemente ispirato la sua prima versione cinematografica con la Divina Greta Garbo nel 1934, e successivamente quella con Eleanor Parker (Il settimo peccato) nel 1957. Nell’odierna versione, il regista John Curran, affida il ruolo della protagonista femminile all’attrice Naomi Watts, (anch’essa produttrice) che interpreta la frivola Kitty, giovane rampolla di famiglia borghese, che all’improvviso si ritrova con l’imminente esigenza di maritarsi, tale necessità, non nasce dal suo espresso desiderio, ma dalla preoccupazione della sua famiglia che la ritiene ormai matura e pronta per crearsi una famiglia! Sarà il matrimonio con il serio e opaco Walter Fane (Edward Norton) medico specializzato in batteriologia ed il conseguente trasferimento a Shanghai, residenza del governo britannico e sede di lavoro del marito, ad accontentare tutti, o quasi, almeno fino a quando l’annoiata Kitty intreccia una relazione con il seducente vice-console britannico sir Charlie Townsend (Liev Schreiber), sposato e padre di due figli! Per il dottor Fane, intensamente innamorato di Kitty, la scoperta del suo adulterio lo marcherà nel profondo del cuore, a tal punto da accettare una nuovo incarico, affiancato dalla moglie, costretta a seguirlo, con destinazione Mein-tan-fu, luogo sperduto dell’ Asia Orientale, e teatro di morte incessante a causa di un’epidemia di colera che imperversa su tutto il paese. Ed è in questo contesto, che avviene la maturazione interiore della superficiale Kitty, riflettendo sulla fallimento di se stessa come donna, riesce a trovare un equilibrio spirituale, mutando atteggiamento e rivalutando quel “noioso” medico fino ad innamorarsene, mentre lo osserva, impegnato con tutte le sue forze, per riuscire a salvare il popolo del villaggio dal virus del colera! Il film, come potrete vedere dalle stupende ambientazioni, é stato girato in Cina, location problematica, che ha portato grattacapi con i produttori locali, i quali hanno preteso l’approvazione dello script e del finale. Nonostante le prove dei protagonisti Norton - Watts siano buone, al film secondo me manca un ingrediente fondamentale… la passione, elemento sostanziale per questo genere di film!

Namor

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Di Darth (del 25/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1448 volte)
Titolo originale
Das Leben der Anderen
Produzione
Germania 2006
Regia
Florian Henckel von Donnersmarck
Interpreti
Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch
Durata
137 minuti
Trailer

Siamo nel 1984 a Berlino Est. Un muro invalicabile taglia ancora a metà la metropoli tedesca, Mihail Gorbaèëv deve ancora venire eletto segretario generale del partito comunista dell'Unione Sovietica, e la Stasi (Ministero per la Sicurezza di Stato), con oltre 13 mila impiegati ed oltre 150 mila informatori, spia milioni di cittadini della DDR. In questo contesto storico-sociale si svolge la trama di “Le vite degli altri”, vincitore del premio oscar 2007 come miglior film straniero. Il regista incentra la trama attorno a Gerd Wiesler: ottimo agente della Stasi, dedito al partito, riconosciuto uno dei più bravi a far crollare i sospetti durante gli interrogatori. Wieser, viene incaricato di spiare il famoso drammaturgo Georg Dreyman (nonostante la certezza della sua fedeltà al paese) per il desiderio del ministro Bruno Hempf di avere campo libero con l’affascinante fidanzata dell’artista. L’agente Wieser, interpretato magistralmente da Ulrich Mühe, inizierà così a spiare giorno e notte la vita dello scrittore e della sua compagna, ascoltando e trascrivendo tutta la sua vita. Contemporaneamente a questa infamia, la situazione degenerativa in cui imperversa la Germania Est dell’epoca, porterà il fedele drammaturgo ad infrangere realmente le linee guida del partito, fino a divenire un cospiratore contro il regime comunista. Regime che ha l’improprio potere di decidere arbitrariamente quali registi e quali attori possano lavorare, e quali commedie possano essere portate in scena e quali no. Contestualmente, l’agente della Stasi, dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale di un’opera di Dreyman, come se d’incanto avesse aperto gli occhi sulle ingiustizie imposte dal proprio governo, decide di escludere dai propri rapporti le frasi compromettenti…
Davvero eccezionale questo spaccato della storia recente della DDR, che inizia nell’84 ed arriva fino a dopo la caduta del muro. Realizzato con colori cupi, il film inizia che è già iniziato, e finisce senza una fine, facendo entrare lo spettatore quasi di forza in questo ambiente fatto di paura, di corruzione, di violenze fisiche e psicologiche, di perquisizioni, di interrogatori e di prigionia solo perché "hai pensato ad alta voce". La distanza a cui viene tenuto lo spettatore durante tutta l'opera, dove nulla viene spiegato (lo si deve intuire o conoscere) e nessun personaggio approfondito (meno di tutti il protagonista), serve a permettergli di apprendere a mente lucida, senza immedesimazioni o sentimenti forti, quello che fu la DDR.
Assolutamente da non perdere.

Darth

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Di kiriku (del 24/04/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 3506 volte)
Artista
Petra Magoni, Ferruccio Spinetti
Titolo
Musica nuda 2
Anno
2006
Label
Radio Fandango

"Musica nuda 2", se ce ne fosse bisogno, conferma e consolida l’affiatamento che già nel lavoro precedente(Musica nuda) aveva caratterizzato il sodalizio tra i due artisti Petra Magoni e Ferruccio Spinetti. Ma a differenza del loro primo progetto i cd sono due, all’interno si trovano anche de brani inediti e gli ospiti sono molti. Chi ha apprezzato il loro lavoro precedente non potrà fare a meno di farsi conquistare da questo cofanetto che non tradisce l’idea iniziale del duo; spogliare la musica da tutti quegli orpelli e da quegli arrangiamenti che relegano i brani in uno spazio temporale ben preciso. Petra Magoni ha una voce tagliente, camaleontica e ironica, capace di viaggiare con leggiadria su toni comuni ma in grado di stagliarsi e di librarsi a quote impensabili, disegnando traiettorie ardue . A sorreggerla dandogli un supporto sicuro c’è Ferruccio Spinetti con il suo contrabbasso, dosando con grande abilità ritmo e pause, lasciando ampi spazi alla sua compagna, senza però negarsi delle libertà. Da questo connubio nasce una rilettura dei brani che non possono definirsi semplicemente cover, con loro la canzone viene ridotta all’osso esaltandone lo spirito e l’essenza, facilitandone la compressione, ridandogli una vitalità e una freschezza che  alcuni di questi brani a mio parere, non hanno mai avuto. Un compito non facile ma riuscito al duo, oltre che per la loro indiscussa bravura, grazie ad una perfetta intesa che si percepisce meglio nel primo cd contenuto nel cofanetto, dove appunto i brani sono eseguiti solo voce e contrabbasso. Il secondo invece anche se meno convincente è comunque bello e vede un ospite per ogni brano. Tra gli ospiti non poteva mancare il bravissimo e famoso pianista nonché marito della Magoni, Stefano Bollani per poi proseguire con, Fausto Mesolella (Avion Travel), Nicola Stilo, Mirko Guerrini, Monica Demuru, Nico Gori e il trombettista francese Eric Truffaz. I brani scelti e affrontati come standard fanno parte del repertorio di classici della canzone , che ci hanno accompagnato e volenti o nolenti sono legati a momenti della nostra vita passata. Il cd si apre con “Come Togheter” dei Beatles per poi continuare con "Like a virgin" di Madonna , "Lascia ch’io pianga” (tratto dal Rinaldo) di Haendel a “Non andare via” di Paoli e tanti altri. Il repertorio spazia tra tanti generi diversi, ma ogni brano viene comunque affrontato e interpretato con la stessa serietà e con lo stesso impegno. "Musica nuda 2 "è un progetto ben riuscito ma è anche la dimostrazione della bravura di due artisti che sono riusciti a riproporre, dandogli un valore aggiunto, la musica che troppo spesso ascoltiamo con superficialità.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 23/04/2007 @ 04:00:00, in cinema, linkato 2800 volte)
Titolo originale
Unser täglich Brot
Produzione
Germania, Austria 2005
Regia
Nikolaus Geyrhalter
Interpreti
 
Durata
92 minuti

Il regista austriaco ci regala un documentario dal forte impatto emotivo. Ci mostra come l’industria alimentare sia andata avanti negli anni e che “bei” progressi abbia compiuto. Vediamo pulcini vivi sparati dai nastri trasportatori come fossero patate, polli ammassati in capannoni che ricordano i lager talmente stretti da non potersi neanche muovere, scrofe che allattano i cuccioli in condizioni che di naturale non hanno nulla, maialini evirati in sequenza e con una freddezza impressionante. Questo per citare quelli ancora non macellati. Perché N.G. ci fa vedere anche i macelli, vere e proprie catene di montaggio (come in una fabbrica qualunque) spaventose per efficienza e durezza. Ma la pellicola non si occupa solo di animali, ma prende in considerazione anche le colture di frutta e ortaggi, e anche lì ci illustra dei nuovi metodi di lavoro e dell’uso pesante dei pesticidi. Diciamolo subito, le parti che più toccano le corde della nostra sensibilità sono quelle che riguardano gli animali, essendo naturalmente più vicini a noi rispetto al regno vegetale. C’è però una particolarità che vale la pena sottolineare. Va da sé che si è sempre ucciso per mangiare: alle origini l’uomo era cacciatore, con il tempo è progredito (di questo ne siamo così sicuri?) e ha sviluppato l’allevamento del vario bestiame a lui utile. Quello che si vede in questo filmato però supera questa condizione, mostrandoci un uomo completamente alienato e privato della propria personalità/umanità nel rapporto con l’animale, qui visto come mera merce da trattare e privato di ogni minima dignità. Ma non solo, questa sua spersonalizzazione è sociale e non solo lavorativa, e il regista riesce a darcene un’idea anche grazie alla scelta stilistica di non aggiungere commenti o suoni diversi da quelli prodotti dall’ambiente medesimo: rumori delle attrezzature assordanti, uomini silenziosi assorbiti dalle macchine stesse di cui ne sono un evidente prolungamento, ecc. A questo aggiungeteci una fotografia ricercata che in alcuni casi carica di significati ulteriori il messaggio trasmesso dal documentario. Direi che vi ho detto tutto no? Dimenticavo… Vedetelo!!! Buon pasto a tutti.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 22/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1262 volte)
Titolo originale
The good shepherd
Produzione
U.S.A.2006
Regia
Robert De Niro
Interpreti
Matt Damon, Robert De Niro, Angelina Jolie, Joe Pesci, Alec Baldwin, Tammy Blanchard, Brendan Bradley, William Hurt
Durata
167 minuti

L’altra sera sono andato a vedere "The Good Shepherd", che in italiano è stato tradotto in “L’ombra del potere” anziché “Il buon pastore” e non capisco il perché, ma è la solita storia dei titoli stranieri non tradotti in maniera letteraria.
Dicevo in ogni modo, che sono andato a vedere questa seconda prova da regista di De Niro non sapendo se avrei visto la solita spy_movie americana oppure un documentario sulla nascita della CIA, la risposta è stata nessuna delle due. Il film si muove tutto sulle vicende del protagonista, Edward Wilson, attraverso la sua storia, il regista spiega da cosa è nata la CIA, quali scopi doveva avere e per quali scopi invece alcuni suoi dirigenti la usano.
Edward Wilson è il figlio di un ammiraglio, suicidatosi per motivi di mancata lealtà alla nazione, durante i suoi studi a YALE viene iniziato al club degli Skull and Bones, una specie di loggia massonica il cui scopo è quello di formare i futuri capi dei centri di potere della nazione. Attraverso questa setta sarà contattato dall'Ufficio Servizi Strategici (OSS) per smascherare il suo professore di poesia sospettato di essere una spia nazista, da qui comincia la sua carriera nei servizi segreti che lo porterà a diventare negli anni 60 uno dei massimi dirigenti della CIA.
Come dicevo non si tratta di un documentario o di un film d’azione, primo perché la pellicola descrive principalmente la vita privata del protagonista e secondo perché scene veloci o d’assassini truculenti non c’è ne sono. E’ l’evoluzione della psiche di Wilson la vera protagonista, il suo mutare da mente sensibile e dolce dei tempi dell’università fino al diventare cinica e spietata alla fine del film. Proprio questa particolare inquadratura del pianeta CIA, di sicuro romanzata, che rende sicuramente molto interessante questo lavoro di De Niro, questo cercare di mostrare com’è realmente la vita di un operatore dei servizi e la visione del mondo che ne deriva.
Il cast del film è ricco di grossi attori che interpretano la loro parte molto bene in particolare è stata una scelta molto buona quella di affidare la parte del protagonista a Matt Damon con il suo volto non molto espressivo è l’ideale per la parte.
Nelle interviste rilasciate il regista ha dichiarato che il film non ha assolutamente intenti politici, secondo me no, ma non voglio entrare nel discorso perché ognuno è libero di vedere in un lavoro artistico quello che vuole. Mi aspettavo un bel film ed, infatti, sono uscito dalla sala molto soddisfatto, se c’è da criticare qualcosa forse è un po’ l’eccessiva lentezza all’inizio, ma è solo un piccolissimo neo di un film molto bello che nonostante la lunga durata si fa guardare molto bene.

Sansimone

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Di xanteferranti (del 21/04/2007 @ 05:00:00, in live report, linkato 3214 volte)
Evento
Concerto inaugurale della 44ª edizione del Festival pianistico internazionale “Arturo Benedetti Michelangeli” di Brescia e Bergamo
Artista/i
Orchestra dei Wiener Philharmoniker, diretta da Georges Prêtre
Location
Teatro Donizetti - Bergamo
Data
14 aprile 2007

«I suonatori della Filarmonica di Vienna vengono tutti dallo stesso ambiente musicale, hanno re­spi­ra­to la stessa aria per tutta la vita, e posseggono un certo tipo di musica nel sangue». Così dichiarò, in un’intervista rilasciata a Helena Matheopoulos, il grande direttore austriaco Karl Böhm (1894-1981). Come dargli torto? Gli inimitabili Wiener Philharmoniker posseggono davvero un quid che li differenzia da ogni altra orchestra del mondo: è quel suono unico, peculiare, insieme brillante e ma­lin­conico, che ritroviamo puntualmente nel rituale Concerto di Capodanno trasmesso dal­l’e­nor­me e dorata Musikvereinsaal, e ripreso in diretta dalle reti televisive di tutto il mondo civile (ivi com­preso, fino a qualche anno fa, il nostro Paese, prima che si decidesse di sostituire il tradizionale ap­pun­tamento straußiano con un ridicolo gala autarchico dalla Fenice di Venezia, onde patrocinare un malinteso e anacronistico senso di italianità e orgoglio musical-patriottico). Ebbene, il fascino di que­sta singolare e inconfondibile compagine di professori d’orchestra, anche agli occhi – o meglio, al­le orecchie – di chi non sia un intenditore o appassionato del genere, consiste, oltre e più che nel­l’a­­ssoluta e già di per sé ineguagliabile perfezione tecnica, nell’aver saputo conservare un timbro, un ethos in tutto e per tutto viennesi, nell’esser rimasti fedeli al proprio autentico genius loci, cosic­ché possiamo ben dire che la sonorità del loro Brahms, giusto per addurre un esempio, sia la stessa vo­luta e ascoltata dal compositore stesso a fine Ottocento, e tramandata da sommi maestri degli anni tren­ta e quaranta quali Wilhelm Furtwängler e Clemens Krauss. Altrettanto magnifiche e antiche for­mazioni strumentali, come quella dei Berliner Philharmoniker, sono venute via via dissipando nel corso dei decennî, sotto la gestione scellerata di personaggî di sopravvalutata levatura (prima Clau­dio Abbado, adesso Simon Rattle, senza tralasciare le non lievi responsabilità di Herbert von Ka­rajan) il proprio accento tipico, il riconoscibile colore delle loro arcate o dei legni, all’insegna di uno stile “globalizzato”, di un suono anonimo e freddo, astrattamente perfetto e asettico, che si può ri­­­tro­vare identico in Giappone o negli Stati Uniti. Al contrario, parafrasando il già citato Karl Böhm, si direbbe che solo avendo respirato l’aria delle colline intorno a Vienna, bevendovi il vino nuo­vo sul tavolaccio di una locanda rustica, sia dato capire davvero ed esprimere genuinamente lo spi­rito mi­te e cordiale, venato di dolce e pensosa nostalgia, degli incomparabili numi del Wiener Klas­sik, di Haydn, Mozart, Beethoven, fino a Brahms, Bruckner e Mahler...
Ora, non è certo agevole e abituale, in Italia, assistere a un’esibizione di questa straordinaria or­che­stra, tanto più al di fuori del circùito dei massimi teatri e auditorium. Perciò, assume un rilievo par­ti­colare, e addirittura memorabile, la circostanza eccezionale, occorsa sabato 14 aprile, del Concerto inau­gurale della 44ª edi­zio­ne del Festival pianistico internazionale “Ar­tu­ro Benedetti Michelangeli” di Brescia e Bergamo: l’ormai storica rassegna, infatti, ha avuto l’onore e il merito di ospitare per la pri­ma volta i leggendarî Wiener Philharmoniker, stipati all’inverosimile sul non certo smisurato pal­co­scenico del Donizetti, principale teatro della città orobica. Di fronte a una sala festosa e stracolma (lo scrivente baciato dalla fortuna di un posto gratuito in quarta fila di platea), presenti i maggiorenti dei due capoluoghi della Lombardia orientale (sindaci, presidenti di provincia, industriali, per­so­na­li­tà del mondo politico ed economico come Giovanni Bazoli, Mino Martinazzoli e Gregorio Gitti), l’ottan­ta­tre­enne maestro francese Georges Prêtre ha diretto da par suo – con la consueta vitalità, ir­re­fre­nabile fantasia e squisita raffinatezza – la più importante e valente orchestra del mondo in un pro­gramma che ne ha esaltato al grado supremo le doti inarrivabili: durante la prima parte la mo­nu­men­tale e tormentata Quarta Sinfonia di Johannes Brahms, resa con piglio drammatico, virtuosismo as­so­luto e sapienza architettonica. Nel secondo tempo, dopo l’intervallo trascorso nel bel ridotto af­fol­lato di vips e giornalisti a caccia d’impressioni e commenti, una Settima di Beethoven che defi­ni­re travolgente è poco: una vera lezione, per i molti seguaci di un masochistico e castrante pseudo-fi­lo­logismo, di come vada eseguita questa musica, troppo spesso mortificata da interpretazioni ana­li­ti­che e pedanti. Per concludere col divertente e gaio bis della Danza ungherese nº 1 di Brahms. Trio­nfo to­tale, serata da raccontare ai posteri.

xanteferranti

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Di kiriku (del 20/04/2007 @ 05:00:01, in live report , linkato 1775 volte)
Evento
DJCINEMA
Artista/i
 
Location
Sabato 5 maggio, Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo (via Watteau, 7, Milano).
Data
Sabato 5 maggio 2007

È mia consuetudine recensire un evento dopo averlo visto, allo scopo di potere dare un giudizio personale che sia frutto di quelle emozioni che lo stesso mi ha procurato. Ma vista la particolarità di questo evento e la mia impossibilità a presenziare ad esso, mi hanno fatto prendere la decisione di pubblicizzare questa serata per far si che la partecipazione da parte del pubblico sia numerosa al fine di avere un resoconto della serata da chi avrà possibilità di andarci. E poi mi fa anche piacere contribuire alla promozione di un evento alternativo che si discosta dalle solite cose già viste e che è dedicato all'esplorazione dei rapporti intercorrenti fra cinema e dj culture, che prende il nome di DJCINEMA e che si volgerà: Sabato 5 maggio, Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo (via Watteau, 7, Milano). Il progetto è abbastanza complesso da spiegare,in poche parole si tratta di un intervento all'interno di una serata danzante (in_put) dedicata alla musica elettronica con vari dj-set, che avrà inizio alle 22 per concludersi alle 6 del mattino. Mi spiego meglio il DJCINEMA è un progetto culturale concepito sotto forma di evento itinerante, dedicato all'esplorazione dei rapporti tra dj culture e cinema, finalizzato a nuove forme di fruizione e produzione culturale. Il progetto propone interventi anti-convenzionali, collegamenti fra ambiti artistici differenti in contesti fruitivi normalmente non dedicati all'esplorazione interdisciplinare. In poche parole si caratterizza come un tentativo di portare all'interno di contesti di fruizione poco ortodossi il cinema, nella sua forma essenziale, quella dei film. Ad inizio serata proporranno, introdotto dalla produzione che per l'occasione mostrerà al pubblico del materiale ancora inedito di lavorazione, il film "Sangue - La morte non esiste" di Libero De Rienzo (con Elio Germano, Luca Lionello e Emanuela Barilozzi). A seguire presenteranno in collaborazione con un duo di dj milanesi (the electricalz) la sonorizzazione in chiave elettronica di un montaggio che hanno realizzato a partire dalla pellicola di culto “Milano calibro 9” (Fernando Di Leo, 1972). E poi fino all'alba proporranno un vj-set a carattere cinematografico, che proverà ad illustrare per immagini il loro progetto. Trovo questo progetto davvero interessante e trovo sia giusto incoraggiare chi con tanta passione cerca di proporre qualcosa che ha a che fare con il cinema e con la musica. Non mi rimane che augurarvi una serata video-musicale all’insegna del divertimento, ma, soprattutto per chi parteciperà a questo evento, non dimenticate di farmi sapere com’è andata!

Kiriku

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Di Namor (del 19/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1531 volte)
Titolo originale
Marcello una vita dolce
Produzione
Italia 2006
Regia
Mario Canale - Annarosa Morri
Interpreti
Vari
Durata
98 Minuti

Se un giorno qualcuno mi domandasse chi è, secondo me, il più bravo attore italiano, la mia risposta senza ombra di dubbio sarebbe “il grande” Marcello Mastroianni! Non me ne vogliano gli altri, ma il talento di Mastroianni è ineguagliabile, nella sua smisurata filmografia che comprende la bellezza di 150 film, lo abbiamo visto interpretare con grande bravura ruoli sempre diversi l’uno dall’altro, senza mai fossilizzarsi in uno stereotipo d’attore costretto a fare saghe o filoni di film che alla fine portano inevitabilmente alla nausea lo spettatore, com’è successo invece a tanti suoi illustri colleghi! In questo ammirevole documentario, “Marcello una vita dolce”, dei registi Mario Canale e Annarosa Morri, gli estimatori di Marcello avranno il piacere di sentire dalla sua suadente voce, le sue pacate riflessioni e i suoi pensieri riguardo ai privilegi e agli inconvenienti dell’essere un’attore famoso, toccando vari temi come la verità sulla sua fama di latin lover che da sempre lo accompagna, la sua leggendaria pigrizia che gli ha reso possibile con garbato distacco separare il privato dalla sua professione e la smisurata passione per il suo lavoro, che lo portava alla sofferenza quando era lontano dal set per troppo tempo. Non mancano gli aneddoti e gli innumerevoli attestati di stima raccontati dai suoi amici e compagni di lavoro, tra i quali figurano i registi, Fellini, Visconti, Monicelli, Scola, Tornatore, Germi, Taviani, Wertmuller, Archibugi,Cavani, e gli attori Rubini, Noiret, Cardinale, Lisi, Loren, Sorel, Aimee, anche le figlie Barbara e Chiara, che non hanno mai voluto parlare pubblicamente del padre, hanno aderito a questo progetto, portando alla luce con i loro commoventi ricordi la dolce figura del Mastroianni padre. Nelle immagini di repertorio potremmo anche ammirare grazie ad un bel documentario realizzato nel 1965 da Antonello Branca un Mastroianni nel pieno del suo splendore, (disponibilissimo come sempre nel farsi videointervistare). La voce narrante di “Marcello una vita dolce”, è stata affidata a Sergio Castellitto, mentre le musiche sono curate da un grande amico di Marcello, il maestro Armando Trovaioli. Cos’altro dirvi, se avete amato Marcello Mastroianni, non potete esimervi dalla visione di questo affettuoso tributo!

Namor

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Di Darth (del 18/04/2007 @ 05:00:00, in live report, linkato 4085 volte)
Evento
Reset
Artista/i
Beppe Grillo
Location
Palafiori di Sanremo
Data
12 aprile 2007

8.300 paganti. Questa la mole di persone che sono giunte al Palafiori di Sanremo per assistere al nuovo spettacolo di Beppe Grillo: Reset. Cominciamo dalle note dolenti: il Palafiori altro non è che il mercato dei fiori di Sanremo, un gigantesco capannone adibito alla compravendita del prodotto simbolo della città. E’ stato adattato a teatro per esigenze di pubblico, essendo l’unico stabile della zona che potesse gestire un simile afflusso di persone (il famoso Teatro Arison ha appena 2.000 posti), ma l’acustica non è assolutamente adatta a spettacoli di questo tipo. Ed ecco che, all’ingresso del comico genovese, mi è subito stato chiaro che avrei dovuto cercare di capire le parole di Grillo in un rimbombo fastidioso. L’altra pecca è che, in fin dei conti, lo show lo vedi in televisione (ossia su uno dei 4 maxischermi posti in sala), visto che Grillo fa il suo show girovagando tra il pubblico, seguito dalle telecamere. Personalmente l’ho visto solo da lontano, e lo schermo era molto lontano e laterale alla mia postazione: quindi ho pagato 25,00 euro per stare oltre due ore seduto storto a guardare uno schermo… se lo avessi saputo… lo avrei fatto comunque! E lo rifarei anche dovessi pagare il doppio! … Perché, a parte queste quisquilie di location, Beppe Grillo è un grande.
Ha iniziato il suo spettacolo commentando una notizia di appena due ore prima (la rivolta della Chinatown di Milano), questo a dimostrazione che le sue doti di improvvisazione sono mostruose. Proseguendo ha sparato a zero (come solo lui osa fare in questa Italia semi-libera) su tutto: sull’età dei nostri politici che dovrebbero decidere del nostro futuro, sulla missione in Afghanistan, su problemi immigrazione, Trenitalia, Telecom, TAV, base di Vicenza… e perfino sul Vaticano, asserendo, tra uno scroscio di applausi, che si sta impicciando un pochino troppo in faccende che non lo riguardano. Oltre ai problemi nazionali, Grillo, ha dato anche spettacolo su quelli provinciali e regionali: con battute comiche ispirate dai problemi della riviera dei fiori ma, soprattutto, dando voce ai rappresentanti dei MeetUp di Imperia e Savona. Essi, sostenuti dal geniale comico, hanno portato a conoscenza del progetto di ampliamento della centrale elettrica a carbone di Vado Ligure (già tra le più grandi d’Italia), anziché investire su energie alternative; e sul progetto per il nuovo porto di Imperia. Mostrando alla platea l’elaborazione 3d al computer del nuovo porto, Grillo ha dato la parola alla professoressa Maura Orengo: “Sono previsti 1400 posti barca, 1800 posti auto e 40 mila metri cubi di edifici. Sono opere per vip ma per noi non c’è nulla. Parlo per i miei allievi, che mi hanno chiesto di dar loro una mano a trovare spazi dove riunirsi e fare musica. – (per questo vi invito io a firmare QUESTA petizione) – Senza contare che le scuole hanno problemi strutturali e in città sono rimasti solo due cinema”.
Dopo l’appello del guru del nuovo millennio (come lo chiamano su alcune riviste) ad aprire un MeetUp anche a Sanremo, nel giro di cinque giorni, ne sono stati creati non uno, ma addirittura due (questo e quest’altro).
Insomma Grillo ha intrattenuto e divertito, portando a conoscenza non solo i “grandi” problemi nazionali di cui parla ogni giorno sul suo blog (nella top ten mondiale) ignorati dai mass-media, ma anche “piccoli” problemi locali, ignorati anch’essi dai media del luogo.
Nonostante il torcicollo, due ore e mezza di spettacolo sono volate. Ora tutti a casa a leggere e commentare su www.beppegrillo.it

Darth

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Di smarty (del 17/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1351 volte)
Titolo originale
Lezioni di volo
Produzione
Italia, 2006
Regia
Francesca Archibugi
Interpreti
Giovanna Mezzogiorno, Andrea Miglio Risi, Angel Tom Karumathy, Anna Galiena, Flavio Bucci, Roberto Citran, Liam Cunningham, Angela Finocchiaro
Durata
106 minuti
Trailer

Pollo (Andrea Miglio Risi) e Curry (Tom Angel Karumathy) sono due compagni di scuola e amici inseparabili che dopo una bocciatura all’esame di maturità si inventano una crisi di identità per fare un viaggio insieme. Con il pretesto che Curry è stato adottato i genitori gli pagano un viaggio super organizzato in India. I due partono ignari di quello che li aspetta e nella loro ingenuità e totale assenza di senso pratico saranno derubati e in un primo momento si perderanno per poi ritrovarsi . Pollo avrà la fortuna di incontrare la dottoressa Chiara (Giovanna Mezzogiorno), una 30enne specializzata in ostetricia che lavora per una onlus in un villaggio sperduto nel deserto e per la quale prenderà una cotta. Curry invece, dopo aver superato i suoi sentimenti di rifiuto si lascerà coinvolgere dal luogo e dalle situazioni per scoprire alla fine le sue vere origini. Sarà per entrambi come andare a scuola e prendere lezioni per spiccare il volo nella vita adulta. Sarà motivo per Chiara abituata a vivere una vita apparentemente insostenibile dedicata al lavoro e alle responsabilità a lasciarsi andare. Rabbia, stanchezza e solitudine lasciano spazio al bisogno di calore e di passione, nonostante l’evidente differenza di età Chiara e Pollo iniziano senza giudizio una storia fatta di dolcezza e di attenzioni (“Cosa pensa un ragazzo del ’88 di una del ’72?” "Tu non mi giudichi mai: nessuno mi guarda come te."). L’Archibugi, sempre attenta al mondo adolescenziale (esordisce nel 1987 con “Mignon è partita” dove vinse sei David di Donatello, nel 1990 dirige “Verso sera” , nel 1992 “Il grande cocomero” e nel 2001 “L’albero delle pere”) racconta un’India senza stereotipi con l’aiuto di una bravissima sceneggiatrice Doriana Leondeff; un’India dalle mille contraddizioni, tradizionalista, ma anche capace di una grande forza filosofica in grado di spaccare i luoghi comuni, un’India dove si impara a stare zitti, a guardare e a non giudicare. Il film è girato in parte a Dehli e a Jodhpur e in parte nel deserto del Thar, solo nella parte finale in Kerala dove i ragazzini veri dell’orfanotrofio hanno imparato a cantare “Azzurro” in cambio di scarpe e biscotti al cioccolato. Questo film, in tutti i sensi, racconta la storia di un viaggio, di un percorso che non appartiene solo ai due ragazzi, ma a tutte le persone coinvolte dalla storia e che come tutti i lunghi viaggi produce una frattura o un cambiamento con ciò che si era.

Smarty

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Di nilcoxp (del 16/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2076 volte)
Titolo originale
The Big Kahuna
Produzione
USA 2000
Regia
John Swanbeck
Interpreti
Danny De Vito, Kevin Spacey, Paul Dawson, Peter Facinelli,
Durata
90 minuti

In una camera d’albergo, tre venditori di lubrificanti organizzano una convention per poter incontrare “il pezzo grosso” (The Big Kahuna) nella speranza di risolvere i loro guai economici e professionali. Girato tutto all’interno di questa camera (fatta eccezione per qualche veloce sequenza in altri luoghi di minor importanza), il film ci propone un trio di attori in costante dialogo tra loro, ed è questa la forza e il limite stesso della pellicola. Alcuni passaggi sono splendidi per intensità e contenuti, altri sembrano essere inseriti apposta per riempire dei vuoti lasciati da una sceneggiatura che non riesce a mantenersi allo stesso livello per tutto il tempo. Rimane comunque un bel film che a me personalmente è piaciuto molto. Forse Kevin Spacey è un po’ troppo logorroico nella sua parte, mentre Danny De Vito è perfetto nella parte del venditore stanco, saggio e vulnerabile. Il peggiore dei tre rimane Peter Facinelli, acerbo in una interpretazione senza colore e spessore. Vi lascio riportando qui di seguito uno stralcio di conversazione tra De Vito e Facinelli che mi ha toccato personalmente:

D.-…La questione è: tu ne hai di carattere o no? E se vuoi la mia sincera opinione Bob, non ne hai. Per la semplice ragione che ancora non provi rammarico per qualcosa.
F.-
Vuoi dire che non avrò carattere finchè non avrò fatto qualcosa che mi rincresce?
D.-
No Bob, perché di sicuro hai fatto tante cose di cui rincrescerti, solo che non sai quali sono. E quando alla fine le scopri, quando vedi l’assurdità di qualcosa che hai fatto e desidereresti tornare indietro, cancellarlo. Ma sai di non potere perché troppo tardi. Quindi quella cosa non puoi che prenderla e portarla con te perché ti ricordi che la vita va avanti, il mondo girerà anche senza di te, alla fine tu non conti. E’ allora che acquisterai il carattere, perché l’onestà emergerà da dentro di te e come un tatuaggio ti resterà impressa sulla faccia. Fino a quel giorno, in ogni caso, non ti puoi aspettare di arrivare oltre un certo punto.”.


Che altro dire…stu pen do!!!

nilcoxp
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Di Sansimone (del 15/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1054 volte)
Titolo originale
Il muro di gomma
Produzione
Italia 1991
Regia
Marco Risi
Interpreti
Corso Salani, Angela Finocchiaro, Antonello Fassari, Carla Benedetti, Pietro Ghislandi, Benito Artesi, Gianfranco Barra, Ivo Garrani, Eliana Miglio
Durata
120 minuti

Ho rivisto da poco tempo un film del 1991 di Marco Risi, “IL MURO DI GOMMA”, uscito nelle sale cinematografiche ad undici anni di distanza dalla strage di Ustica. La pellicola descrive i primi dieci anni delle indagini su cosa a causato la caduta del DC9 Itavia con 81 persone a bordo avvenuta nei cieli intorno ad Ustica la notte del 27 giugno 1980. I fatti sono narrati attraverso gli occhi di un giornalista del Corriere della Sera che segue l’inchiesta fin dal primo momento e continua a spingerla fino ai primi riscontri da parte della commissione parlamentare delle avvenute omissioni da parte dell’aeronautica militare.
Il regista ha giustamente evitato di aggiungere storie collaterali, a parte una veloce introspezione del protagonista sul mestiere del giornalista, al film scegliendo di descrivere solo i fatti, già carichi d’indignazione. Molto bravi sono gli attori in particolare Corso Salani, nelle vesti del giornalista con la sua interpretazione molto asciutta, e Ivano Marescotti in quello del capo redattore. Da segnalare anche la prova come autore della colonna musicale di Francesco De Gregori, molto intensa e riuscita.
Vi voglio spiegare il motivo che mi ha fatto riguardare questo film, il 10 gennaio di quest’anno, vale a dire dopo 27 anni d’indagini e processi, la corte di cassazione ha prosciolto in maniera definitiva gli ultimi due ufficiali indagati per l’abbattimento del DC9 togliendo in questo modo ai parenti delle vittime anche la possibilità di richiedere un risarcimento in sede civile. In seguito a questa sentenza l’attuale Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica ha dichiarato” Le ombre che per molti anni sono state ingiustamente gettate sulla forza armata tramite l'imputazione dei suoi vertici si sono definitivamente dissolte”, io vorrei chiedere a questo generale come può affermare che non ci sono ombre sull’aerenautica quando un aereo civile nazionale viene abbattuto nei propri cieli e chi è addetto alla sorveglianza di questi non sa com’è stato possibile. Almeno l’ombra della negligenza c’è, non può non esserci!

Sansimone

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Di #LouiseElle
Anche questo titolo ...
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