BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Andy (del 14/04/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1141 volte)
Artista
Dire Straits
Titolo
Making Movies
Anno
1980
Label
Vertigo

Quanti di noi hanno sognato sulle note di Tunnel of love o Romeo and Juliet, specialmente in certi pomeriggi autunnali di pioggia? Personalmente, per quanto riguarda la mia giovinezza, parecchie volte ho anche mimato i bellissimi assoli melodici e cristallini di Mark Knophler, leader dei Dire Straits e sicuramente uno dei più grandi chitarristi della scena mondiale soprattutto degli anni ’80; insieme al batterista Pick Whiters e al bassista John Illsley nel novembre del 1980 pubblica "Making Movies" , mitico 33 giri(all’epoca si viaggiava di vinile), contenente appunto le due canzoni di cui vi parlavo prima, ma anche altri “gioiellini”come Skateaway, storia di una pattinatrice su ghiaccio e dei suoi amori, oppure Expresso Love e Solid rock, due bei rock raffinati e coinvolgenti, Hand in hand, una stupenda ballad meno famosa ma degna di Romeo and Juliet. La storia di questa formazione, in cui ha militato anche il fratello di Mark, David, fino al secondo disco, inizia nel 1977, con esibizioni in piccoli club del circuito londinese, nelle quali viene notato a breve termine il talento del leader cantante-chitarrista, bravo specialmente a far duettare, come in un continuo botta e risposta, la sua voce roca alla Springsteen e i fraseggi eseguiti dal suono pulito ma corposo della sua Stratocaster. I suoi maestri sono, tra gli altri, Eric Clapton e J.J.Cale, ma fondendo i loro insegnamenti riesce a creare un suo stile completamente nuovo e piacevole. Nel 1978 viene inciso, in soli 12 giorni, l’omonimo lp Dire Straits da cui viene tratto il celebre singolo Sultans of Swing; il sound iniziale del gruppo è essenziale, un blues-rock abbastanza asciutto e semplice ma che passando attraverso il secondo e meno fortunato lavoro "Communiquè", già più sofisticato, raggiunge la completezza musicale con "Making Movies," anche grazie alla partecipazione del tastierista Roy Bittan, membro della E Street Band di Springsteen. Come dimenticare l’intro di organo in stile vecchio luna park americano, che ti porta proprio nell’atmosfera del Tunnel dell’amore e di un brano suonato con rara raffinatezza e intensità, che sfocia in un assolo finale che in parecchi conosciamo a memoria,come se fossero le parole stesse della canzone? Poi c’è Romeo and Juliet,difficile descrivere la sua dolcezza, bisogna chiudere gli occhi e ascoltare cercando di capire anche le parole. La batteria di Skateaway, le sfumature decise e dolci di un grande piano e un basso sempre presente e caldo ci ricordano che i Dire Straits non sono solo Mark, ma anche altri tre ottimi musicisti che avrete il piacere di scoprire o riscoprire in questo lavoro, anzi direi capolavoro; negli anni a seguire usciranno altri bei dischi, tra tutti "Alchemy "(doppio live), "Love over gold" e "Brothers in arms", che consiglio di ascoltare. E’ doveroso per me parlare così di questa band che mi ha affascinato e che ho amato fin dalla sua prima apparizione in Italia , da quel lontano Festival della Canzone Italiana del 1981 a cui presero parte come “ospite straniero”, praticamente semi-sconosciuti. Però l’anno dopo al Comunale di Sanremo eravamo veramente in tanti!

Andy

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Di slovo (del 13/04/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1238 volte)
Artista
Franco Battiato
Titolo
Il Vuoto
Anno
2007
Label
Universal

Celebrando l’uscita di questo disco, Battiato si raccontava soddisfatto delle nuove composizioni nate sotto la spinta di una forte e rinnovata ispirazione. Niente di strano... in fase promozionale è piuttosto comune lodare il lavoro appena dato alle stampe come uno dei meglio riusciti. Ascoltando il singolo di lancio (“il vuoto”) però, una marcetta insipida contaminata senza effetti rilevanti dal quartetto punk femminile delle MAB, cominciavo a chiedermi, col dovuto rispetto, cosa ne avesse poi fatto di questa scintilla creativa.
Il resto del disco va un po' meglio ma diciamolo subito: non solo siamo ben al di sotto delle quote da capolavoro ma l’impressione dominante è che Battiato abbia ormai raggiunto una sorta di inflazione compositiva, e che stia riciclando con maestria le sue vechie mosse in una tediosa fiera del già sentito. Sempre con rispetto parlando.
Già “dieci stratagemmi” (2004) soffriva dello stesso limite, ma arrivando dopo un periodo discografico poco entusiasmante fatto di compilation inutili (“fleurs” e “fleurs 3”), divertissement sperimentali fuori tempo (“campi magnetici”) o lavori con poco capo e niente coda (“ferro battuto”) rifletteva, se non altro, una ritrovata stabilità. Un disco ‘automanierista’ per ritrovare il sentiero va bene... due cominciano ad essere un segnale un po' allarmante.
Fatta eccezione per il brano promozionale a cui accennavo prima, e “the game is over”, un idea musicale già sviluppata con esiti migliori nel citato “dieci stratagemmi” con l’episodio “apparenza e realtà”, il resto delle canzoni presenti sul disco si adagia su toni più pacati, sulla guida di ariose e delicate melodie. I testi si fanno meno filosofeggianti e più introspettivi, e non può che essere un bene se le elucubrazioni dell’ultima ora di Sgalambro sono del peso di “tu sei quello che tu vuoi ma non sai quello che tu sei”, rimembrando di amori e periodi di vita passati riescono pregevolmente nell'intento di ritrarre con una punta di malinconia ricordi sbiaditi. Tra le canzoni che seguono questa linea: “i giorni della monotonia”, “aspettando l’estate”, “tiepido aprile” “era l’inizio della primavera” o “stati di gioia”.
“Il vuoto” è un disco piacevole, è prodotto magistralmente e contiene tutti gli elementi che lo renderanno riconoscibile dagli estimatori del musicista catanese. Chi non si aspetta altro non resterà deluso. Chi invece vorrebbe essere sempre sorpreso da una delle colonne portanti della musica italiana gli darà un paio di ascolti per per poi riportarlo, e ripeto: col massimo rispetto, alla sua funzione più consona: completare la discografia.

slovo

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Di Namor (del 12/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2410 volte)
Titolo originale
Alpha Dog
Produzione
USA 2005
Regia
Nick Cassavetes
Interpreti
Emile Hirsch, Justin Timberlake, Anton Yelchin, Sharon Stone, Bruce Willis, Ben Foster, Shawn Hatoshy.
Durata
113 Minuti
Trailer

Johnny Truelove (Emile Hirsch), é uno spacciatore di droga a capo di una giovane gang, che per un credito non riscosso si scontra con Jake Mazursky (Ben Foster), un tipo inaffidabile dedito all’uso di droga, dipendenza, che lo rende instabile e pericoloso. Per invogliarlo a saldare il debito, Johnny gli fa rapire il fratello minore Zack (Anton Yelchin), ragazzo che vive costantemente oppresso dall’amore morboso dei suoi genitori. La breve esperienza da ostaggio che si appresta a sperimentare, non sarà quella classica, di un prigioniero legato e imbavagliato in qualche stanza buia, ma si ritroverà a vivere come un’ospite di riguardo grazie al legame di fiducia che si instaurerà con il suo badante Frankie Ballenbacher (Justin Timberlake). Insieme a lui, Zack vivrà giorni elettrizzanti che gli apriranno le porte di un mondo a lui nuovo, fatto di festini a base di alcol, sesso e droghe, (quelle che fanno tanto fico nella nuova generazione americana!) Durante questa intensa fase di “crescita” del giovane Zack, la sua famiglia, con l’aiuto della polizia tenta disperatamente di ritrovarlo, invano, e la situazione si complica quando la banda scopre che rischia per il reato di rapimento, il carcere a vita! Il leader della banda conclude che l’unica soluzione per risolvere il problema è quella di uccidere il giovane prigioniero, e ne ordina quindi l’esecuzione! Ancora una volta il cinema americano trae spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto in California nel 1999. Un credito non riscosso di 12.000 dollari, fece di Jesse James Hollywood il più giovane ricercato dal FBI negli Stati Uniti. A originare il suo mandato di cattura fu il rapimento, ed in seguito l’omicidio del 15enne Nicolas Markowitz, reo di essere il fratello del suo debitore. La direzione e la sceneggiatura di “Alpha Dog” è stata realizzata da Nick Cassavetes , il quale venne a conoscenza della storia in seguito alla testimonianza della figlia Gina, che, all’epoca dei fatti frequentava lo stesso liceo, insieme a molti dei protagonisti della vicenda. Dopo un periodo di cinque anni passati in Brasile come latitante J.J.H, venne catturato dall’ F.B.I., in conseguenza di tale avvenimento il regista dovette richiamare gli attori protagonisti per girare un finale diverso e ciò fece ritardare l’uscita del film già pronto per la distribuzione nelle sale. Questo però non fu l’unico ostacolo per Cassavetes, poiché, durante il processo a J.J.Hoolywood tutt’ora in corso, l’avvocato difensore fece istanza per bloccare l’uscita del film con l’assurda motivazione che la visione della pellicola avrebbe potuto influenzarne la decisione della giuria. Ora io mi chiedo, come sia possibile che la visione di un film possa influenzare una giuria, quando si hanno a disposizione decine di testimonianze e prove schiaccianti contro l’imputato? Ad ogni modo “Alpha Dog”, vuole essere per il regista una sorta di analisi sul sociale, infatti tocca un tema difficile e delicato come il rapporto tra genitori e figli, e questo lo si nota già durante i titoli iniziali con le scene amatoriali dei bambini che sulle struggenti note di “Over the Rainbow”, giocano spensierati dispensando smorfie e sorrisi alla telecamera. Un esempio lampante di quello che può dare origine a tale problema, lo si può vedere anche grazie alle interpretazioni di Bruce Willis nel ruolo dello strafottente padre di J.Truelove, e Sharon Stone nella madre iperprotettiva della vittima… Sicuramente due modelli negativi da non imitare!

Namor

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Di Darth (del 11/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1422 volte)
Titolo originale
Letters from Iwo Jima
Produzione
USA 2006
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Takumi Bando, Hiroshi Watanabe, Shido Nakamura, Ryo Kase, Tsuyoshi Ihara, Kazunari Ninomiya, Ken Watanabe
Durata
140 minuti
Trailer

Sono appena uscito dal cinema dove ho visto “Letters from Iwo Jima”, e sono basito. Rimango sempre così quando vado a vedere un film osannato da tutti (critica e pubblico) che mi delude. Eppure i presupposti c’erano tutti perché mi piacesse: adoro la cultura orientale (il film narra di giapponesi), spesso guardo i dvd in lingua originale sottotitolati e mi piacciono i film di guerra. Beh, buon per voi che state leggendo la mia recensione: potrete considerare un parere meno autorevole ma in controtendenza… visto che tutti parlano bene della nuova fatica di Clint Eastwood, io vi dirò cosa non mi è piaciuto. ; - )
Cominciamo dall’inizio: visti i trailer, mi aspettavo un film di guerra. Dopo un’ora non c’è stato ancora un solo conflitto a fuoco. Per tutto il primo tempo ho letto la storia di un gruppo di soldati imperiali giapponesi stanziati sull’isola di Iwo Jima in attesa dell’invasione americana. In questa ora (che sembrano due da quanto è noiosa la storia) fai la conoscenza con i personaggi (e ti accorgi subito che il soldato Saigo sarà il quasi protagonista), acquisisci qualche informazione storica sulle varie disfatte dell’esercito giapponese, e capti qualche banalità sugli usi e costumi del popolo del sol levante. Per il resto sono le solite chiacchiere tra commilitoni. Dopo quest’ora di sofferenza, inizia finalmente l’invasione americana di Iwo Jima: “Ooh! finalmente si vedrà un po’ di azione e un po’ di guerra” – mi dico -… Errore. Dopo un inizio promettente, con raid aerei ed esplosioni spettacolari, la storia torna dentro le gallerie scavate dai giapponesi, ed il regista preferisce continuare ad approfondire le diversità cerebrali tra gli occidentali e gli orientali piuttosto che narrarci quello che successe sul campo di battaglia. Di questa analisi psicoanalitica fatta da Eastwood vorrei parlarvene: durante il film, mi è venuto da pensare “per forza che i giapponesi hanno perso la guerra, guarda che idioti!”. A parte il soldato Saigo, il generale Kuribayashi ed il tenente colonnello Nishi, tutti gli altri sembrano dei cerebrolesi tanto sono ottusi e limitati nella loro concezione di onore ad ogni costo. E la cosa assurda, è che gli unici due ufficiali con un minimo di coscienza tattica (accusati però di codardia e di incapacità), guarda caso sono gli unici occidentalizzati (entrambi parlano inglese e sono stati in America). Ridicola anche la scena del tenente che, fregandosene degli ordini (sensati) del generale, guida un pugno di uomini per riconquistare una collina… sembra un attacco di trenta uomini, fermato da cinque americani con le mitragliatrici, finché un soldato, a rapporto dal generale, afferma: “Stanotte abbiamo perso mille uomini in un attacco notturno”. Mille uomini?!?!? Ma dove?!? Forse era buio e non si vedevano… o forse Eastwood ha speso troppi soldi in quel flop di “Flags of our father” e qui ha tagliato le spese!
Vabbeh, penso abbiate capito che il film non mi è piaciuto. Non voglio dire che è completamente da disprezzare, sotto alcuni versi è interessante, ma per i lati positivi vi rimando alle altre centinaia di recensioni, tutte uguali, che esaltano a capolavoro una pellicola che, a mio giudizio, è decisamente sopravvalutata.

Darth

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Di kiriku (del 10/04/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1765 volte)
Titolo originale
Borat
Produzione
Usa 2006
Regia
Larry Charles
Interpreti
Sacha Baron Cohen, Daniel Castro, Pamela Anderson, Ken Davitian
Durata
86 minuti
Trailer

Che Borat fosse un film provocatorio l’avevo capito subito. Fin dal primo giorno della sua uscita nelle sale fuori dalla finestra della mia camera da letto potevo vedere la locandina del film affissa in strada e vi posso garantire che svegliarsi ogni mattina, per una settimana, guadare fuori dalla finestra e vedere una gigantografia di Sacha Baron Cohen con addosso un costumino succinto giallo canarino da donna, non sia proprio il modo migliore per cominciare la giornata. Ma a parte questa mia tragica esperienza l’impatto che Borat ha avuto sul pubblico e sulla stampa è stato davvero notevole. Bastava aprire un giornale qualsiasi e almeno un articolo, anche se breve, lo si trovava di sicuro. La maggior parte di quello che ho letto additava questa pellicola di antisemitismo, di misoginia,di volgarità gratuita e di essere contro i gay. Il film ha rischiato di innescare una crisi diplomatica con il Kazakistan e in Russia è stato vietato. Tutto questo ha stimolato la mia curiosità e mi ha portato al cinema per vedere con i mie occhi se tutto quello che era stato scritto corrispondesse a verità. Il film racconta il viaggio di Borat, un giornalista televisivo Kazako, inviato negli Stati Uniti per realizzare un reportage sul più grande paese del mondo. Prima di partire il giornalista presenta il suo paese e racconta brevemente la storia della sua strana famiglia. È nato dallo stupro di Boltok su Asimbala Sagdiyev, è sposato con Oksana Sagdiyev, anch'ella figlia di Boltok Lo Stupratore e di Mariam Tulyakbay. Sua sorella Natalya è la quarta miglior prostituta del Kazakistan, con la quale ha frequenti rapporti sessuali ed ha anche un fratello ritardato che vive in una gabbia e va pazzo per il sesso. Nel viaggio è accompagnato dal suo produttore. Una volta arrivato negli U.S.A. vede alla televisione una puntata di Baywatch" e si innamora di Pamela Anderson a tal punto che decide di trascurare il suo lavoro per raggiungerla e sposarla. Ma nel tragitto che lo divide dalla sua amata attraversa paesi e intervista persone di ogni genere. È vero, questo film è molto volgare, ma non è una volgarità gratuita come tanti l’hanno definita, non la si può paragonare alla comicità stucchevole e ripetitiva di Boldi e De Sica. Borat è un provocatore e come tale deve provocare con una volgarità spiazzante allo scopo di ottenere una reazione che metta a nudo l’intervistato. Per quanto riguarda le accuse di antisemitismo, di razzismo e di misoginia secondo me sono frutto di una errata interpretazione, figlia di quel moralismo estremo che spesso non permette di vedere le cose per quello che sono. Tanto per cominciare Sacha Baron Cohen è lui stesso un ebreo e poi è facile capire che il giornalista kazako non è altro che il catalizzatore dei pensieri e dei pregiudizi di una società che, a mio parere, non è solo quella americana come si vede nel film. Detto questo Borat può piacere o no ma non si può dire che istighi la gente al razzismo, all’odio verso le donne o che influenzi in qualsiasi modo chi non ha i mezzi culturali adeguati per capire un certo tipo di satira. Con questo voglio dire che si è preso troppo seriamente questa pellicola, attribuendogli delle responsabilità che non ha ma che dovrebbero avere invece coloro che gestiscono l’informazione ma che spesso e volentieri ci propinano solo quello che fa comodo a chi ha il potere evitando di dare un informazione imparziale e completa. Anche se il film non da spunti di riflessione originali e di sicuro non è un capolavoro, a me è piaciuto e a tratti l’ho trovato anche esilarante. Non mi rimane che consigliarvi la visione di questo film, però attenzione non mi diventate razzisti !!!

 Kiriku

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Di Darth (del 08/04/2007 @ 05:00:00, in redazione, linkato 1624 volte)

Illustrazione ideata e realizzata da PAOLA

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La redazione di "Blogbuster" augura una serena Pasqua a tutti!


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Di nilcoxp (del 07/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 985 volte)
Titolo originale
Zelig
Produzione
Usa 1983
Regia
Woody Allen
Interpreti
John Buckwalter, Mia Farrow, Woody Allen
Durata
80 minuti

Avevo tanto sentito parlare di questo film, ma solo dopo anni mi sono deciso a colmare questa mia lacuna. Il motivo non me lo so spiegare neanch’io, aspettavo un momento “giusto” che non arrivava mai! Poi mi sono deciso a vederlo e devo dire che sono rimasto spiazzato. Si tratta di un finto documentario sulla vita di un immaginario personaggio degli anni trenta che per paura della solitudine acquisisce la singolare caratteristica di mutare aspetto, psicologia e capacità in base al contesto in cui viene a trovarsi. Ecco quindi che lo vediamo trasformarsi in aristocratico, in gangster, in un musicista di colore, in uomo di chiesa a fianco del papa, e perfino a fianco di Hitler durante un comizio. Cambia di continuo Leonard Zelig (W. Allen), e solo grazie all’intervento di una psicoanalista (M. Farrow), riuscirà a trovare la soluzione ai suoi problemi e al tempo stesso l'amore. Film dai tanti significati che diventa una riflessione su più piani: artistico, storico, morale, metacinematografico, filosofico. Ma sinceramente non vorrei annoiarvi, quindi invito chi volesse completare questa recensione a farlo nei commenti. Ciao splendidi!

nilcoxp

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Di slovo (del 06/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1397 volte)
Titolo originale
Ed Wood
Produzione
USA 1994
Regia
Tim Burton
Interpreti
Johnny Depp, Martin Landau, Bill Murray, Sarah Jessica Parker, Patricia Arquette
Durata
127 minuti

Nel 1980 due critici ottennero discreta fortuna dalla pubblicazione di un libercolo in cui mettevano alla berlina ciò che (per loro) era stato il peggio del cinema fino a quel momento, assegnando premi fittizi al peggior attore, alla peggior interpretazione, alla peggior colonna sonora e via discorrendo.
Il titolo di peggior regista della storia fu dato a Edward D. Wood Jr, 'vincitore' con il suo “Plan 9 from Outer Space” (1959) anche nella categoria peggior film.
Le opinioni dei critici possono evaporare nel momento stesso in cui vengono espresse oppure possono sviluppare le gambe e andarsene a spasso. Quando Golden Turkey Awards fu dato alle stampe Ed Wood era morto già da due anni, malandato e povero in canna. Chissà se i due autori avrebbero consegnato ugualmente l’ impietoso bollo al povero Ed se fosse stato ancora vivo, riservandogli l’ennesimo di una riga di smacchi che la vita non gli aveva risparmiato...
Viene da sorridere quando si sente nominare (al di fuori della classifica personale ovviamente) il miglior film di tutti i tempi, il più grande attore o la più bella canzone, si può dire quindi che uno è stato il peggiore? Oddio... Wood una cima non lo era di sicuro, anzi... scriveva, dirigeva, recitava, produceva senza averne la minima competenza, ma è anche vero che non ha mai rubato (contrariamente ad altri suoi illustri colleghi) un solo briciolo in termini di riconoscimento: era cinematograficamente una schiappa e questo gli è sempre stato fatto notare, spesso sgarbatamente. Quello che Ed Wood aveva di eccezionale era lo sconfinato amore per il cinema, talmente grande da fargli superare i suoi limiti, gli scarsi mezzi di cui disponeva, il clima di sfiducia in cui era costretto ad operare, la squadra sgangherata al suo seguito (mitico il direttore della fotografia daltonico), disposto com’era a qualsiasi sacrificio pur di realizzare i suoi film.
Il film di Tim Burton vuole essere questo: il tributo ad un uomo caparbio, determinato, appassionato, un uomo dalle molte stranezze ma che non si lasciò mai atterrire dalle critiche.
Girato in bianco e nero (Burton dovette imporsi sui produttori, ovviamente scettici) e ambientato negli anni ’50, racconta una parte dell’avventura di Ed, quella dei primi entusiasmi, delle sue più commoventi aspettative, risparmiandoci gli anni bui della decadenza. Passando attraverso le traversie del protagonista il film riesce ad essere divertente ma non canzonatorio, pur senza cercare una rivalutazione artistica (quella sì, sarebbe difficile). Vedendo l’espressione inebetita di Ed (Johnny Depp) mentre si compiace del suo lavoro, sarà impossibile non provare una genuina simpatia per questo scapestrato cineasta e le sue buffe manie. Cardine della storia, l’amicizia tra Ed e Bela Lugosi (un Martin Landau strepitoso), un attore ungherese caduto in un drammatico declino. Due poveri diavoli, così bisognosi l’uno dell’altro.
Delizioso.

slovo

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300
Di Namor (del 05/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2942 volte)
Titolo originale
300
Produzione
USA 2006
Regia
Zack Snyder
Interpreti
Gerard Butler, Lena Headey, David Wenham, Dominic West, Vincent Regan, Michael Fassbender, Tom Wisdom, Andrew Pleavin, Andrew Tiernan, Rodrigo Santoro.
Durata
117 Minuti
Trailer

Lampi che squarciando il cielo illuminano dei piccoli teschi, sopra di essi si erge l’Apotheate, una scogliera sulla quale un anziano con sguardo indagatore esamina le fattezze di un bimbo, se risulterà sano vivrà, al contrario, esso verrà scartato e gettato dal dirupo per giacere insieme agli altri per l’eternità! Questa, é la prima prova che affrontano gli uomini spartani appena nati, in seguito, al compimento dei sette anni verranno strappati dal loro focolare e lasciati soli in un mondo di avversa violenza, a cavarsela con il solo ingegno e le propri dote fisiche, plasmato, per non indietreggiare mai davanti al nemico e tanto meno ad arrendersi. Coloro che superavano questa sfida, tornavano dalla propria gente da veri soldati spartani, tale prova era chiamata l’Agoge. Così fu forgiato Leonida re di Sparta, che con i suoi 300 soldati presso l’angusto passo delle Termopili, tenne testa all’esercito invasore di Serse re di Persia, formato da oltre un milione di uomini! Per chi si appresta alla visione di “300”, deve sapere che tale film anche se basato sulla vera battaglia delle Termopili, non sarà fedele agli avvenimenti che ebbero luogo nel 480 A.C., ma si ispira con qualche piccola licenza in più, alla omonima graphic novelle di Frank Miller. Quindi chi è esperto in storia è avvisato! Per girare il film sono stati necessari tre soli set, uno diverso dall’altro, nonostante la trama si svolgesse all’aperto nessuno dei tre lo era, le uniche scene girate in esterno sono state quelle dell’assalto della cavalleria. Per quanto riguarda il particolare look dato alla pellicola, deriva dal procedimento soprannominato “crush”, che consiste nell’intensificare il nero dell’immagine e nell’accentuare la saturazione del colore, per poi modificarne il contrasto, dando al film uno scenario cupo e apocalittico. Gli effetti speciali che nel film abbondano, sono stati affidati a dieci studi sparsi in quattro paesi e tre continenti diversi. Gli addominali che sfoggiano i soldati spartani, non sono frutto degli effetti speciali ma è il risultato di un intenso allenamento e una dieta ferrea imposta dal preparatore Mark Twight, noto nell’ambiente per aver aiutato altri artisti a rimettersi in forma. Tutti gli attori del film, oltre al training quotidiano, hanno fatto ricerche sulla storia e la cultura spartana, ciò per vivere nel modo migliore il personaggio a loro affidato. Il cast è composto dal credibile e carismatico Gerald Butler nel ruolo di Leonida, dall’attore brasiliano Rodrigo Santoro, scelto per impersonare il megalomane e ambiguo Serse, (sottoponendosi ogni giorno a quattro ore e mezza di make up), dall’australiano David Wenham, il fido e valoroso Dilios mentre la regina Gorgo moglie del re Leonida é interpretata da Lena Headey, Cos’altro dirvi, se le gesta del Generale Massimo Decimo Meridio del film “Il Gladiatore” vi ha entusiasmati, sarà difficile per voi non affiancare e seguire in battaglia Re Leonida!

Namor

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Di Darth (del 04/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4141 volte)
Titolo originale
As you like it
Produzione
USA, Gran Bretagna 2006
Regia
Kenneth Branagh
Interpreti
Romola Garai, Bryce Dallas Howard, Kevin Kline, Adrian Lester, Janet McTeer, Alfred Molina, David Oyelowo
Durata
135 minuti

Kenneth Branagh non è certo quello che si può definire un regista prolifico (12 film in 18 anni…), né tantomeno originale, visto che le sue sceneggiature più conosciute sono rivisitazioni di opere di William Shakespeare. Anche “As you like it”, per chi non ne fosse a conoscenza, è una commedia bucolica del celeberrimo drammaturgo inglese.
Quello che generalmente apprezzo moltissimo in questo genere di opere sono i dialoghi: il sentir nuovamente parlar forbito, i monologhi lunghi ed arzigogolati per esprimere un concetto che, in una sceneggiatura moderna, verrebbe espresso in dieci parole sgrammaticate, e l’italiano finito nell’oblio per colpa di una società troppo mutevole e troppo ignorante per mantenerlo. La stessa società che quotidianamente segue le disquisizioni analfabete dei belli del grande fratello, o gli sproloqui degli amici di Maria De Filippi. La stessa società dove anche i secchioni, per avere successo, non devono dimostrarsi tali, ma rendersi ridicoli davanti alle telecamere per scatenare l’ilarità di un pubblico ormai educato dagli stessi programmi TV.
Beh, consiglio a tutti di prendersi una pausa di due ore da tutto questo mare di cazzate, affittare un dvd come questo, e godere di discorsi inutili (come quelli trasmessi in TV), ma con uno stile ed una grazia oramai estinte. Così facendo, potrete assaporare disquisizioni sulla vita, sulla morte, sull’amore e su quant’altro, scritte nel 1600 ma ancora attualissime, oltre a prove di recitazione di altissimo livello. Bellissimo soprattutto il monologo di Kevin Kline, girato in un unico pianosequenza con la telecamera che ruota lentamente attorno all’attore ed al suo limitato pubblico… monologo che, nonostante al giorno d’oggi sia considerabile banale, è esemplificativo del concetto che ho cercato di trasmettervi con la mia recensione di “As you like it”: dialoghi forbiti, piacevoli, antichi e attuali contemporaneamente. Ve lo riporto per intero in calce all’articolo, cullando la speranza di invogliarvi alla visione di questo film.
Tante belle cose ; - )

Darth

“Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti, uomini e donne siamo attori. Con le nostre uscite e le nostre entrate. Un uomo, nel corso della vita, interpreta molte parti: sette età suddivise in sette atti. Dapprima il bambino, coi suoi versetti, che sbava in braccio alla nutrice. Poi lo scolaro piagnucoloso, coi suoi libri, ed il volto intirizzito dal mattino, che si trascina svogliato, come una lumaca, verso la scuola. Poi l’innamorato, che sospira come una fornace la triste ballata composta per il sopracciglio della donna amata. Dopo viene il soldato, con le sue bizzarre imprecazioni, baffuto come un leopardo, geloso del suo onore, impulsivo e pronto alla lite; alla ricerca di una effimera reputazione perfin nella bocca di un cannone. Poi il giudice, dalla bella pancia rotonda piena di capponi grassi, con l’occhio severo, con la barba ben curata, che sputa sagge massime, banalità che ritiene moderne, e anche lui recita la sua parte. La sesta età ti trasforma in un debole e sonnacchioso Pantalone, con i suoi occhialetti sul naso e una borsa al fianco, calzoni di quand’era giovane, ben conservati, ma oramai troppo larghi per le sue gambe rinsecchite; il bel timbro maschile della voce regredito ad una vocina fanciullesca: falsetti e soni acuti gli escono di bocca. L’ultima scena, poi, in fondo a questa strana e lunghissima storia, è una seconda fanciullezza: completo oblio, senza denti, senza occhi, senza gusto… senza niente.” - [W.Shakespeare]

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Di Namor (del 03/04/2007 @ 05:00:00, in redazione, linkato 1715 volte)


Oggi, 3 aprile 2007, per gli autori di questo blog è una data speciale: Blogbuster compie un anno di vita, siamo felici ed onorati di soffiare sulla nostra prima candelina. Ebbene si! Questa nostra grande passione unita al vostro affetto ha reso possibile il raggiungimento di risultati insperati, lo dimostra il continuo aumento di visitatori, che hanno scoperto e interagito con il nostro blog.
Nell’anno appena trascorso, sono state pubblicate 345 recensioni, un numero non indifferente, frutto anche dell’aiuto dei nostri preziosi collaboratori ai quali va un particolare e sentito ringraziamento. Per darvi qualche esempio della nostra continua crescita, vi comunico qualche cifra: nel mese di Marzo abbiamo totalizzato 84.009 visite, di cui 4.057 nel giorno Lunedì 5. Tutto questo ci riempie d’orgoglio e ci stimola ad andare avanti per continuare ad offrirvi il meglio delle nostre modeste possibilità.
Ancora un grazie di vero cuore ai nostri visitatori, e agli amici blogger!

La redazione di Blogbuster

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Di nilcoxp (del 02/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1065 volte)
Titolo originale
Racing Stripes
Produzione
USA 2005
Regia
Frederik Du Chau
Interpreti
Durata
94 minuti
Trailer

Può capitare che una sera uno venga invitato a cena da un’amica, e tra un testo di pizza fatta in un modo (pomodoro e mozzarella per esempio) e uno fatto in un altro (tipo prosciutto e funghi), si parli anche di film. Questo è successo a me qualche giorno fa: così tra una parola e l’altra, Arianna la figlia della mia amica, mi parla di un film che le è piaciuto molto (ovviamente è “Striscia, una zebra alla riscossa”). E mi dice il perché: “…la storia è carina, e anche se i primi venti minuti sono un po’ così, il resto è molto divertente. Tutti gli animali sono simpatici ma quelle che mi hanno fatto ridere più di tutti sono state le due mosche ‘Ronza’ e ‘Sbronza’. Lo devi vedere assolutamente!”. E mi ha prestato il dvd per la visione. Detto fatto. Devo confermare l’opinione della ragazza sulla pellicola: un inizio lento a cui fa seguito una serie di gag piacevoli che fanno trascorrere ottantaquattro minuti di svago e relax. Se a questo vogliamo aggiungere il messaggio che trasmette, ovvero che con la volontà si possono superare le diversità e le discriminazioni, non posso che parlarne bene. Film perfetto da guardare con la famiglia, che narra le vicissitudini di una zebra che cresciuta in una fattoria fin da piccola crede di essere un cavallo da corsa. Una volta scoperta la sua vera natura riuscirà comunque a prendersi la sua rivincita verso i veri cavali da corsa. Nella versione originale tra i doppiatori troviamo Snoop Dogg, Dustin Hoffman e Whoopi Goldberg. Ciao e ancora un grazie ad Arianna per questa segnalazione.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 01/04/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 911 volte)
Titolo originale
Ladyhawke
Produzione
USA 1985
Regia
Richard Donner
Interpreti
Michelle Pfeiffer, Matthew Broderick, Rutger Hauer
Durata
124 minuti

Non so se è capitato anche a voi, ma ci sono alcuni film visti da piccoli che ti rimangono impressi nella memoria, anche se non sono capolavori e che non smettereste mai di guardare. Per quanto mi riguarda uno di questi è LadyHawke.
Il film inizia con la fuga dalle prigioni d’Aguillon di Phillipe Gaston, detto il topo, e dal fortunoso incontro con Etienne Navarre, ex capo delle guardie del vescovo signore d’Aguillon. Dal loro incontro in poi i due viaggeranno sempre insieme fino a quando il cavaliere non riuscirà a spezzare l’incantesimo che il vescovo a lanciato su di lui e la sua compagna Isabeau.
La trama è quella classica, con i buoni che nonostante tutto e tutti con la forza dell’amicizia riescono infine a trionfare. Di speciale è il cast costituito da attori di fama, anche se nell’85 lo erano un po’ meno. In particolare da segnalare l’interpretazione di John Wood nei panni del cattivo e Rutger Hauer negli insoliti panni del buono. Il film ha ricevuto due nomination per miglior sonoro e migliori effetti sonori, tutto merito di Andrew Powell degli The Alan Parsons Project, giustamente perché senza quella colonna sonora sarebbe stato un altro film.

Sansimone

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Di lele (del 31/03/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 4484 volte)
Artista
CCCP
Titolo
Epica Etica Etnica Pathos
Anno
1990
Label
Virgin

Quanto sono importanti le collaborazioni nella vita di noi umani! Ma sopratutto nella musica e non vi voglio parlare di quelle tra Minghi e Mietta o tra Ruggeri, Tozzi e Raf ma di quelle tra Giovanni Lindo Ferretti – Massimo Zamboni (ovvero i CCCP) e Gianni Maroccolo – Francesco Magnelli – Giorgio Canali – Ringo DePalma (ex Litfiba) ovvero i fiorentini, come li chiamava Ferretti.
Tutte queste persone (a parte Ringo, scomparso prematuramente a registrazione finita del disco) hanno dato poi vita al progetto CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti) con l’album d’esordio “ko de mondo” ma è per l’ultimo lavoro dei CCCP prima di diventare CSI che voglio usare queste poche righe a disposizione ed esaltare uno dei più bei dischi di musica italiana: “Epica Etica Etnica Pathos”.
Il brano “Annarella” da solo vale tutto l’album, che tra l’altro ai tempi uscì confezionato in un bel doppio vinile. Una canzone con un testo molto conciso, diretto, che ripetuto un paio di volte con la voce calda e sovrapposta di Giovanni Lindo riesce ad alzarmi ad ogni ascolto i peli delle braccia e non solo [lasciami qui, lasciami stare, lasciami così non dire una parola che non sia d’amore. Per me, per la mia vita che è tutto quel che ho, è tutto quello che io ho e non è ancora fi... ni...ta]... intensità paragonabile solo a “la cura” di Battiato.
Ma non è l’unico pezzo ad emozionarmi anzi, “Annarella” chiude l’album che inizia con “Aghia Sophia” dove Giovanni ti sussurra nell’orecchio “tedio domenicale quanta droga consuma. Tedio domenicale quanti amori frantuma” per urlartelo poi nel finale come in una marcia trionfale con un ritmo di batteria perfetto suonato dal grandissimo Ringo che molti di noi avevano amato alla follia in “desaparecido” e “17 re” dei Litfiba.
Che dire poi di “amandoti” [amarti mi affatica, mi svuota dentro, qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto... amarti mi consola, mi dà allegria, che vuoi farci è la vita. È la vita mia...] non si era mai sentito prima un Ferretti così sensuale.
Per me rimane il disco più bello dei CCCP, forse perchè è anche il meno politico dei precedenti e molto ma molto più suonato e cantato con enfasi. Questo grazie anche all’entrata in scena della batteria vera al posto di quella elettronica e alla presenza di Gianni Maroccolo che con i suoi giri di basso veramente ti bombarda il cuore. Le chitarre sono sempre presenti, tastiere, cori... c’è di tutto. Anche nei piccoli intermezzi riesci a sentire qualcosa di piacevole tipo la vocina che reclama il cavatappi(!).
”depressione caspica” è un’altra perla di musica suonata fino ad arrivare a “maciste contro tutti”, vero e proprio inno alla gioia con l’esplosione di tutti i suoni possibili mescolati in un devastante urlo nel finale “CCCP!” e dulcis in fundo ti entra “Annarella” che ti lascia disteso a pensare agli anni trascorsi, ai poghi sui vecchi pezzi o a quello che vuoi tu... e il bello di tutto è immaginare che questo capolavoro è stato partorito in una vecchia casa colonica disabitata, adibita poi a studio di registrazione dove tutti insieme abitavano, suonavano, discutevano per rendere felici noi umani ascoltatori.
Sono contento di avere quasi quarant’ anni per aver goduto a quei tempi di questo gioiello dei CCCP e di quel memorabile concerto del “Maciste contro tutti” con gli Ustmamò e i Disciplinatha.
Chi ama la vera musica dovrebbe assolutamente possedere questo disco, degno di essere definito capolavoro. Grazie per l’attenzione prestatami.

lele

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Di slovo (del 30/03/2007 @ 05:00:00, in live report, linkato 2079 volte)
Evento
Acoustic Trio
Artista/i
Steve Hackett
Location
Teatro Chiabrera - Savona
Data
24 marzo ‘07

Piazza Armando Diaz, nel centro di Savona, è dominata dalla splendida facciata ionica del teatro Chiabrera. Ci dirigiamo verso l’ingresso come a trovare riparo dalle ombre proiettate dai templi del disastro (banche, agenzie di assicurazioni, società di riscossione) che contornano la piazza sui tre lati.
Questa sera il grande Steve Hackett presenterà un repertorio acustico.
Prendiamo posto perdendoci nella raffinata estetica che ci circonda e attendiamo mentre la platea si riempie. Il palco è stato allestito con una strumentazione minimale, appena un paio di chitarre e una tastiera. Nessun ritardo da rock-star, il concerto inizia puntuale come si confà all’ eleganza della cornice.
Mentre si abbassano le luci Steve fa il suo ingresso sul palco... bisogna dire che per essere nato cinquantasette anni fa si presenta in splendida forma, sobrio, in tinta nera, dopo aver ringraziato il pubblico combinando la sua lingua madre con un simpatico italiano maccheronico, abbraccia la chitarra e inizia ad arpeggiare sulle corde.
La bravura di Steve è cosa nota, ma rimango ugualmente colpito da come si destreggia nelle complicate esecuzioni dei brani classicheggianti del suo repertorio. (molto materiale da “A Midsummer Night’s Dream”) Terrà il palco con la sola chitarra acustica per tutto il primo tempo.
Dopo un breve intervallo entra in scena il trio al completo, che vede in aggiunta il pianista/tastierista Roger King e il fratello di Steve, John, al flauto. Grazie all’orchestrazione dei bravissimi comprimari i brani vengono esaltati nella loro natura eterea, fiabesca e trasognata. Hackett pare aver trovato in questa veste un modo per proporre oggigiorno l’attitudine barocca degli anni genesisiani senza sembrare ostinatamente desueto.
Anche il secondo tempo scivola via piacevolmente, il pubblico non risparmia applausi di approvazione che scoppiano a scroscio sui brani dei genesis, adattati per essere suonati dal trio e sempre stupendi.
Un esibizione stimolante, spesso emozionante, di tre musicisti impeccabili, genuini e in grande sintonia.

slovo

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