BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Namor (del 29/03/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 2140 volte)
Artista
Artisti Vari
Titolo
We All Love Ennio Morricone
Anno
2007
Label
Sony - BMG

Al Kodak Theatre di Los Angeles si è svolta la 79esima edizione degli oscar, puntualmente come ogni anno fra appassionati di cinema si commenta l’assegnazione delle varie statuette, e come sempre, le scelte dei membri dell’Accademy non trovano un consenso unanime da parte di esperti e novelli cinefili. Quest’anno su una scelta siamo tutti d’accordo, la consegna dell’oscar alla carriera, al maestro Ennio Morricone! Un premio che il grande compositore avrebbe meritato di ricevere molti anni addietro, per almeno una delle sue cinque candidature ( I Giorni del Cielo1979, Mission 1986, Gli Intoccabili 1988, Bugsy 1992, Malena 2001). Per non parlare di quei film divenuti, anche grazie alla sue colonne sonore, dei veri capolavori, tanto per citarvene qualcuno: “Sacco e Vanzetti”, Indagine su un Cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “Nuovo cinema Paradiso”, “La leggenda del pianista sull’oceano”, vanno segnalati sicuramente i western di S.Leone, “Per un pugno di dollari”, “Il buono, il brutto, e il Cattivo”, “Giù la Testa”, “C’era una volta il West”, “Per qualche dollaro in più”, fino al capolavoro assoluto di entrambi “Cera una volta in America”, a mio avviso la più bella colonna sonora mai scritta per un film, un’opera che avrebbe meritato di vincere l’oscar a mani basse, invece fu tenuta vergognosamente fuori dalle nomination! Sono fermamente convinto che se Morricone fosse nato in America, di oscar ne avrebbe vinti, e non pochi! Dopo la consegna della statuetta é stato messo in vendita questo cd “We all Love Ennio Morricone”, un vero e proprio tributo al maestro, all’interno del quale alcune star della musica di livello mondiale, hanno suonato e cantato diversi dei più famosi brani della sua immensa discografia, che vede la composizione di oltre 500 colonne sonore cinematografiche! Tra gli artisti presenti, Celine Dion, con “Knew i loved you” canzone eseguita in prima mondiale alla serata degli oscar, ad interpretare “Once upon a time in the west” The Boss alias Bruce Springsteen, il tenore Andrea Bocelli intona “Conradiana”, Quincy Jones ed Herbie Hancock in una versione Jungle di “The good, the bad and the ugly”, i Metallica suonano, (come fanno da una decina d’anni, per aprire i loro concerti) “The ecstasy of gold”, a Roger Waters é affidata “Lost boys calling”, Daniela Mercury con “Conmigo” sta attualmente imperversando sulle radio italiane. Altri sette artisti di fama mondiale, vanno a completare i 17 brani contenuti nell’album, per un ascolto di 70 minuti di ottima musica di uno dei più grandi compositori del nostro secolo!

Namor

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Di Darth (del 28/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1396 volte)
Titolo originale
Hwal
Produzione
Corea del Sud 2005
Regia
Kim Ki-Duk
Interpreti
Yeo-reum Han, Si-jeok Seo, Gook-hwan Jeon, Seong-hwang Jeon
Durata
90 minuti
Trailer

Forza e musica meravigliosa come un arco teso. Voglio vivere così fino al mio ultimo respiro.” Si chiude con questa frase “L’arco”, il 12° film di Kim Ki-Duk.
La storia racconta di un vecchio coreano che vive in una vecchia barca ancorata al largo, in compagnia di una giovane ragazza. I due vivono assieme nella loro solitudine da nove anni… da quando la bambina ne aveva sette. Il momento decretato dal vecchio, del passaggio da un ruolo di padre/figlia a quello di marito/moglie, scatterà al compimento dei 17 anni della ragazza… tra pochi mesi. La giovane, però, col passare del tempo, inizia a concepire la propria femminilità ed il proprio potere verso il sesso opposto, affascinando con la propria bellezza alcuni uomini che frequentano la loro casa galleggiante per dedicarsi alla pesca.
Film particolarissimo (non poteva essere altrimenti vista la firma del regista): girato in 17 giorni, interamente in mare aperto, e un’unica locazione: la barca del vecchio. Ancora una volta le parole non servono; la storia viene trattata con la poesia di immagini stupende ed una musica avvolgente a far da contorno a sguardi ed espressioni che trasmettono più di mille parole. Meravigliosi i due attori, comunicativi ed intensi come solo dei maestri della recitazione sanno esserlo. Interessante l’idea dell’arco utilizzato ora come arma, ora come strumento musicale… ma anche come una sfera di cristallo per predire il futuro, e come mezzo di comunicazione. Ne “L’arco” c’è di tutto: amore, passione, sensualità, gelosia, incesto… e anche passato (nelle tradizioni antiche) e presente (l’arrivo del giovane che, con l’aiuto della musica moderna, allontana la ragazza dal vecchio).... ma “L’arco” è soprattutto poesia. La poesia che quasi esclusivamente gli orientali riescono a trasmettere con cotanta energia attraverso uno schermo cinematografico.
Il film sarebbe stato molto bello. Dico sarebbe perché, se quest’opera fosse firmata da un regista qualunque, l’avrei promossa senza riserve (con un appunto per il finale che non mi è piaciuto per niente), ma, avendo visto alcuni precedenti film di Kim Ki-Duk, trovo che “L’arco” sia una spanna sotto gli altri. Nonostante (lo ribadisco) sia un film molto bello, non vi ho ritrovato quell’aura di pace interiore che mi ha trasmesso il meraviglioso “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” (il mio preferito), né l’originalità di “Ferro 3 – La casa vuota”, o il fascino di opere come “La samaritana” o “L’isola”. Nel film in questione, ho ritrovato alcune particolarità delle sceneggiature precedenti (il mutismo già usato ne “L’isola” e “Ferro 3”, la vita monastica simile a “Primavera…” e gli atteggiamenti sensuali della ragazza come in “La samaritana”) senza però rinvenire nulla di nuovo. Per fortuna, il 13° film, “Time”, ha nuovamente un’importante vena di originalità… ma questa è un’altra storia… ; - )

Darth

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Di kiriku (del 27/03/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1426 volte)
Titolo originale
Ovosodo
Produzione
Italia 1997
Regia
Paolo Virzì
Interpreti
Edoardo Gabbriellini, Marco Cocci, Regina Orioli, Claudia Pandolfi, Nicoletta Braschi
Durata
99 minuti

Piero è un ragazzo che abita nel quartiere popolare di Livorno, Ovosodo. La madre è morta da anni, il padre entra ed esce di galera, ha un fratello ritardato e vive con la matrigna, insomma una vita non facile per chiunque tanto più per un adolescente. Le condizioni di vita precarie non gli impediscono però di andare bene negli studi, tanto che la sua insegnante gli regala i libri e lo sprona a continuare riuscendo a farlo iscrivere al liceo classico, in una delle sezioni migliori. Qui si guadagna due lire vendendo i temi a suoi compagni di classe figli di papà. A parte questi contatti non stringe legami con nessun compagno fino al giorno in cui  entra in classe Tommaso, un ragazzo scapestrato e apparentemente straccione e anarchico che se ne frega delle regole e con il quale stringe un’ amicizia. Tommaso gli farà scoprire un mondo a lui sconosciuto e che per un po’ gli farà sognare di essere o meglio di poter diventare qualcosa di diverso. Ma la vita reale non fa sconti e Piero lo scoprirà a sue spese. Questo film è uscito nel ’97 ed è il terzo lavoro di Paolo Virzì, dopo “Ferie di Agosto” e “La bella vita”, con il quale ha vinto il Gran Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia. Malgrado sia stato girato con attori non professionisti e con una trama di certo non originale, il film risulta davvero piacevole, ironico e genuino. Virzì ci racconta la vita di un ragazzo normale che affronta problematiche che trovano un riscontro nella vita di tutti i giorni. Qui non ci sono supereroi, grandi gesta o finali a sorpresa, tutto scorre quieto, senza sobbalzi o colpi di scena, proprio come accade nella realtà. Il regista è bravo a comunicare questo senso di normalità, Piero non si piange addosso ma conduce la sua vita dignitosamente senza troppe recriminazioni, senza però essere mai abbandonato da quella sensazione di avere un uovo sodo nello stomaco che non va ne su ne giù. L’unica pecca di questo film è la presenza di due attrici scarse come la Pandolfi e Nicoletta Braschi che comunque qui raggiungono la sufficienza. Questo film fa sorridere e a volte anche ridere, ma allo stesso tempo ci mostra uno scorcio di vita che appartiene ad un contesto sociale oggi più che mai attuale e che forse rappresenta gran parte della popolazione italiana.

kiriku

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Di Darth (del 26/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3773 volte)
Titolo originale
Mani molto pulite
Produzione
Italia 2005
Regia
Michele Coppini
Interpreti
Michele Coppini, Carmen Di Cintio, Massimo Nencioni, Simone Bianchi, Sara Sedici, Gabriella Ceccherini, Sergio Forconi, Carlo Monni, Patrizia Ferretti, Tiziano Ortugno, David Bianchi, Ester Sigillò, Diego Pantarotto, Francesca Pasa
Durata
94 minuti

Dopo aver stressato il titolare della mia videoteca di fiducia per oltre tre settimane, sono riuscito ad avere una copia di “Mani molto pulite”, una miniproduzione italiana di cui avevo sentito parlare. Purtroppo chi vive nelle piccole/medie città, non ha facile accesso ai prodotti meno famosi, piccole produzioni, cinema d’essai, ecc...
Il film in questione è di Michele Coppini, un giovane cineasta toscano che, oltre alla regia, si è occupato anche della sceneggiatura, del montaggio e dell’interpretazione del personaggio principale. La storia gira tutta attorno a Felice, un ragazzo fiorentino che soffre di ipocondria. La sua vita scorre sempre all’erta di nuove malattie virali, lavandosi continuamente le mani, ed evitando il più possibile i contatti con le altre persone. A farne le spese, oltre a se stesso, i suoi amici e colleghi di lavoro: costretti a sopportare le sue manie.
Questo film, girato quasi amatorialmente, con attori alla prima esperienza ed un budget limitatissimo, è ovvio che non possa venire rapportato ad una commedia hollywoodiana sotto il profilo degli interpreti e della qualità video; si possono invece fare paragoni con le idee e con i temi trattati. Sotto questi punti di vista, il lavoro di Coppini è molto interessante: la trama, seppur ben lontana dall’originalità, scorre bene e non è mai scontata, e gli argomenti toccati sono il vero pezzo forte di quest’opera. La pellicola, infatti, riesce ad affrontare problemi delicati quali l’ipocondria, la sieropositività, il mobbing e le discriminazioni nei posti di lavoro, senza cadere mai nella retorica o in falsi moralismi, ma integrandoli nella trama con delicatezza, senza dare il peso reale di situazioni così complicate.
Questo, oltre ad una verve comica notevole ed alla disinvoltura tenuta dal regista davanti alla telecamera (tenuto conto che è il suo primo lungometraggio), mi rendono fiducioso nella carriera di questo giovane.
Auspicando mantenga nei prossimi film i buoni propositi del suo debutto cinematografico, senza vendersi a facili successi con le solite commedie all’italiana tutte sesso e soldi (Vanzina docet), auguro a Michele Coppini un grosso "in bocca al lupo" per il futuro. : - )

Darth

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Di Sansimone (del 25/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1351 volte)
Titolo originale
Good Night, and Good Luck
Produzione
USA 2005
Regia
George Clooney
Interpreti
David Strathairn, Frank Langella, Robert Downey Jr., Patricia Clarkson, George Clooney, Jeff Daniels, Reed Diamond, Tate Donovan, Joseph Dowd, Simon Helberg, Grant Heslov, Thomas McCarthy, Glenn Morshower, Katharine Phillips Moser, Matt Ross, Alex Borstein, Ray Wise, Robert John Burke, David Christian
Durata
90 minuti

Quando ho visto questo film nella programmazione del mio cineforum ero scettico sulle capacità di George Clooney come regista, mi sono dovuto ricredere. La pellicola tratta la storia di un giornalista della CBS, Ed Murrow, impegnato negli anni 50 con la trasmissione “See It Now” a contrastare il senatore McCarthy e la commissione da lui presieduta atta ad individuare possibili collaborazionisti comunisti all’interno degli organi federali Statunitensi. Questa commissione causò molti licenziamenti senza giusta causa, bastava il “ragionevole dubbio” fornito da fonti spesso anonime e per questo non verificabili.
Il maccartismo è stato uno dei periodi più bui della vita civile statunitense, per quanto mi riguarda ampiamente paragonabile a quanta sta succedendo ai giorni nostri in tutto il mondo sotto la copertura della guerra al terrorismo. L’unica grossa differenza è che, almeno in Italia, non c’è nessun Ed Murrow, un giornalista capace di fare il propio mestiere in maniera indipendente su una rete televisiva nazionale, quindi di larga diffusione. Forse una figura cosi non esiste perché non può più esistere nei network odierni, dove il profitto è alla base di tutto; senza sponsor non esisterebbe la televisione, senza soldi niente programmi quindi chi comanda è chi paga.
Questo è il concetto di fondo di tutto il film, cioè che i mass media non hanno più un compito educativo ma sedativo disinformativo per le popolazioni, ed è in un certo senso sbalorditivo come questa situazione sia stata prevista mezzo secolo fa.
Clooney ha concepito il film seguendo i canoni della cinematografia degli anni 50, riprese solo d’interni sempre pieni di fumo con un riuscitissimo bianco e nero, segnalo anche un ottima colonna sonora cantata da Dianne Reeves.Solo un consiglio per chi ha da poco smesso di fumare mettetevi vicino qualcosa da poter sgranocchiare. Credo che sia inutile che sottolinei ancora il fatto che oltre ad essere bella questa pellicola fotografa in maniera molto precisa la triste situazione televisiva italiana con tv pubblica e privata a rincorrersi a chi scende più in basso con buona pace di chi ne detiene il potere. Mezzanotte passata….Buona notte e buona fortuna…a chi non ha ancora ceduto la propria opinione alla tv.

Sansimone

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Di smarty (del 24/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1277 volte)
Titolo originale
Little Miss Sunshine
Produzione
Usa, 2006
Regia
Jonathan Deyton e Valerie Faris
Interpreti
Toni Collette, Greg Kinnear, Steve Carrell, Paul Dano, Alan Arkin, Abigail Breslin
Durata
101 minuti

E’ stata la copertina ad attrarmi, non sapevo niente di questo film se non che avesse vinto l’Oscar 2006 per la migliore sceneggiatura originale e per il migliore attore non protagonista e devo dire che è stata una scelta azzeccata. Gli Hoover sono una famiglia un po’ bizzarra: il padre Richard (Greg Kinnear) ha realizzato un programma in nove punti per essere un vincente che invano suscita interesse nelle sfere editoriali, la madre Sheryl (Toni Collette) un po’ chioccia e un po’ nevrotica cerca di tenere insieme la famiglia soprattutto dopo aver portato a casa il fratello gay (Steve Carrell) giovane professore universitario che ha appena tentato il suicidio per un amore non ricambiato, il figlio Dwayne (Paul Dano) un adolescente seguace di Nietsche che ha fatto voto di silenzio per riuscire ad entrare in Aeronautica, il nonno (Alan Arkin) cacciato da una casa di riposo perché sniffava eroina ed infine Olive (Abigail Breslin) la vera protagonista del film, occhialuta, rotonda, sincera e determinata bambina di 8 anni che vuole vincere il concorso Little Miss California. Tutto ruota intorno al viaggio che porterà la famiglia al concorso di bellezza per bambine e allo spettacolo ideato dal nonno che Olive dovrà portare al concorso che sarà così strepitoso da lasciare tutti a bocca aperta. Il film è molto divertente, sfacciatamente satirico ed al tempo stesso profondamente umano, gioca su realtà ed apparenza e lancia un compassionevole sguardo verso coloro che la comunità reputa perdenti. Ognuno dei componenti della famiglia durante il viaggio sarà in balia tra quello che vorrebbe essere e quello che la società vorrebbe che sia e dovrà fare i conti con le proprie debolezze e difetti. Scorre benissimo sia per la fitta rete di dialoghi sia per l’accurata costruzione di divertenti e paradossali gag, ma soprattutto per la riscoperta del valore che è in ognuno dei protagonisti ( e di noi) e che lo rende unico proprio perché essere umano. Little Miss Sunshine è una commedia on the road americana che rompe con i modelli tradizionali del genere, campione di incassi in Gran Bretagna e Francia, premiato al Festival di Sundance, vincitore come miglior film al Sydney Film Festival è stato diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, due registi di videoclip per artisti del calibro di R.E.M. e Red Hot Chili Peppers al loro esordio come autori di un lungometraggio (che a mio avviso gli è riuscito proprio bene). Ho trovato deliziosa l’interpretazione della piccola Abigail che per tutto il film ha mantenuto una grazia di espressione e di parola da vera professionista e credo che sia doverosa la nomination come miglior attrice non protagonista che l’Accademy le ha riservato. Per aver scelto un film dalla sola copertina devo dire che mi ritengo molto soddisfatta.

Smarty

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Di slovo (del 23/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1830 volte)
Titolo originale
Ghost Rider
Produzione
USA 2007
Regia
Mark Steven Johnson
Interpreti
Nicolas Cage, Eva Mendes, Wes Bentley, Peter Fonda, Sam Elliott
Durata
114 min

Sapete? Se fossi un serioso oltranzista, di quelli che ghettizzano i fumetti come robetta ricreativa per adolescenti immaturi o adulti disadattati, le trasposizioni cinematografiche dei supereroi non le considererei nemmeno, stando al sicuro dalla ‘subcultura’ nell’ appagante ambito del cinema impegnato.
Invece ho una passione per il fumetto che ritengo un mezzo espressivo al pari degli altri e in quanto tale suscettibile di produrre anche (perchè no?) capolavori. E non può far male ad un cinema investito da una tragica povertà di idee, attingere da un mondo ricco e vitale come quello dei fumetti. Dicevo, ho amato i comics americani e in particolare gli eroi Marvel, cosa che non si può dire a questo punto di Mark Steven Johnson, il regista del film. Spulciando il suo breve curriculum, infatti, salta fuori che ha già scritto e diretto “daredevil” (2003) ed “elektra” (2005) ovvero due tra le peggiori pellicole ispirate all’universo Marvel della recente ondata.
Se scartiamo l’ipotesi che Johnson voglia stabilire qualche genere di primato, prendendo per buono che nessuno sano di mente cercherebbe intenzionalmente di essere ricordato per la sfilza di tr**ate che ha firmato (anche se continuando di questo passo avrà presto i numeri per misurarsi con Ed Wood), l’unica spiegazione che rimane è che stia concretizzando un progetto: raggiungere il più vasto pubblico possibile e screditare impietosamente i personaggi di Stan Lee... probabilmente le ragioni che alimentano questa rappresaglia sono da ricercare in un trauma infantile.
Anche qui Johnson toppa ovunque sia possibile farlo: sminuendo il concept originale, banalizzando i dialoghi e rendendo gli sviluppi prevedibili con mezz’ora di anticipo per chiunque abbia un paio di action-movie americani nel proprio bagaglio. I comprimari sono piatti e si limitano a far presenza sfiorando una trama che non riesce a sostenerli: la delegazione infernale capitanata dal torvo BlackHeart (l’unico personaggio che grazie a un certo fisique du role di Wes Bentley risulta credibile) che affronterà in fila ordinata il Ghost Rider consentendogli un noioso sfoggio di poteri o la strafiga di turno con tutto ciò che ne consegue, dalla ridicola love-story al reciproco salvataggio finale.
Ma il vero apice del film è il personaggio principale Johnny Blaze: arbitrariamente trasformato in una specie di divo miracolato e mezzo rimbambito, incarnato da un Nicolas Cage esteticamente inquietante (esigenze di copione o qualche ‘tiraggio’ di troppo?) è talmente grottesco e surreale da farti domandare se sia tutto un grosso scherzo...
Dato che di solito film di questo genere si salvano giusto per gli effetti speciali o per le scene d’azione vorrei rassicurare tutti: poco più che mediocri i primi, malriuscite e soporifere le seconde.
Per concludere: se detestate i supereroi dei fumetti potreste vedere questo film per confermare le vostre (e aggiungo del regista) posizioni , in caso contrario tenetevi a debita distanza.
A Mark... ma che t'hanno fatto di male?

slovo

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Di Namor (del 22/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4341 volte)
Titolo originale
Shade
Produzione
USA 2003
Regia
Damian Nieman
Interpreti
Sylvester Stallone, Melanie Griffith, Gabriel Byrne, Hal Holbrook, Thandie Newton, Stuart Townsend, Dina Merrill, Bo Hopkins, Jamie Foxx.
Durata
101 minuti

Ad attrarre la mia curiosità nei confronti di questo titolo “Shade Il Grande Colpo” é stato indubbiamente il ricco cast, ne fanno parte nomi del calibro di S.Stallone, J.Foxx, G.Byrne, S.Townsed, T.Newton, e la M.Griffith. Come vedete le credenziali non sono male, a fugare poi gli ultimi dubbi sulla visione é stata sicuramente la trama, i film che hanno come oggetto il gioco del poker mi hanno sempre intrigato e devo ammettere che la sua proiezione non mi è affatto dispiaciuta. Il film scorre fluido senza annoiare lo spettatore ed i personaggi sono rappresentati perfettamente dall’insieme degli attori selezionati, che di certo non mancano di esperienza. In una scintillante Las Vegas, si muovono e vivono personaggi con i quali sarebbe meglio non fare mai conoscenza, soprattutto se avete un bel gruzzoletto in tasca e tra questi figurano certamente le tre figure che vi presento:.Charlie Miller, (Gabriel Byrne) la mente, colui che organizza le partite di poker, decide il luogo e le modalità del gioco con l’intento di alleggerire il portafoglio degli incauti giocatori, il suo credo è “se uno non é abbastanza sveglio da tenersi i sui soldi, non li merita!” La bellissima Tiffany (Thandie Newton), armata del suo fascino é la cacciatrice dei polli da spennare, se vi punta, non sarà facile resistergli e vi ritroverete con il conto in banca “ridotto”. A finalizzare l’opera ci pensa il giocatore professionista Vernom (Stuart Townsend), dotato, con le carte da gioco, di un talento fuori dal comune, siede al tavolo verde in attesa della mano giusta per pronunciare il suo vincente all in! La vittima designata per l’ennesima truffa, questa volta ai tre compari risulterà indigesta, poiché parte dei soldi che “la vittima” Larry Jennings (Jamie Foxx), perderà durante la partita di poker, sono di uno spietato boss della mafia, e si sa, fregare alla mafia non è mai salutare! A lasciare la città neanche a parlarne, bisogna prima portare a termine il grande colpo, ossia una partita con in palio due milioni di dollari, a cui prenderà parte anche il “Decano” Dean Stevens (Sylvester Stallone) una vera leggenda del poker, nessuno e mai riuscito a batterlo e giocarci contro oltre ad essere un onore é un vero privilegio che non capita spesso, e soprattutto non a tutti. Bene signori, se volete essere anche voi della partita, prendete le vostre fiches e accomodatevi!

Namor

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Di Darth (del 21/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3427 volte)
Titolo originale
Fitzcarraldo
Produzione
Perù, Germania 1982
Regia
Werner Herzog
Interpreti
Klaus Kinski, Claudia Cardinale, José Lewgoy
Durata
158 minuti
Trailer

Il natale passato, tra i regali che ho ricevuto, c’è forse quello più inaspettato e più azzeccato: il dvd di “Fitzcarraldo”. Questo film lo conoscevo solo di fama, ossia, sapevo che era il capolavoro di Werner Herzog, sapevo che l’attore era quel pazzoide di Klaus Kinski, e che la trama parlava di un tipo che faceva passare un battello su una collina… nulla di più. La prima sensazione, dopo l’inserimento del dvd nel lettore, è stata di disappunto: sulla copertina c’è la scritta in evidenza “Audio rielaborato in dolby digital 5.1”, senza però specificare che è solo la versione inglese quella rimasterizzata, mentre la traccia italiana è l’originale in mono. A parte questo irrilevante problema, “Fitzcarraldo” è senza dubbio un capolavoro ed è entrato prepotentemente di diritto nella mia personale classifica dei 100 film più belli.
Siamo nell’amazzonia peruviana all’inizio del secolo scorso, i capitalisti occidentali stanno spartendosi lotti di foresta per la raccolta del caucciù. Tra di loro c’è Brian Sweeney Fitzgerald (detto Fitzcarraldo), appassionatissimo di lirica, con un unico sogno nella vita: costruire un teatro d’opera a Iquitos e farci cantare all’interno Enrico Caruso. Aiutato e sostenuto dall’affascinante Molly (Claudia Cardinale), Fitzcarraldo, per realizzare il suo mito, acquista un battello e l’usufrutto di un lotto di foresta ricca di alberi di caucciù. L’unico problema che gli rimane da risolvere è come raggiungere la sua proprietà: i trasporti e gli spostamenti, in quel tempo e in quel luogo, erano effettuati tramite battelli, ma il lotto in questione si trova oltre le rapide “Pongo das mortes” lungo il fiume Uyacali, e quindi irraggiungibile. Fitzcarraldo, studiando le mappe, nota che parallelamente all’ Uyacali scorre un altro fiume: il Pachitea. Tra i due corsi d' acqua, vi è un punto dove sono separati da un sottile lembo di terra; il protagonista decide quindi di sfidare il destino e navigare lungo il Pachitea per poi trainare il battello da un fiume all’altro…
Il film scorre lento e placido, tranne alcuni momenti in cui inaspettatamente la trama subisce un’accelerazione… esattamente come l’Uyacali… e lo spettatore, pacato e rilassato dall’oblio delle musiche di Bellini e di Verdi, si trova istantaneamente catapultato tra le rapide, o schiacciato dal peso abnorme di un battello, che cessa di essere un’imbarcazione, e viene ideologicamente trasformato nel mezzo per realizzare il sogno di un pazzo. Un pazzo, che messo a paragone ed a confronto con gli altri occidentali, venali e avari, fa venir voglia di esser pazzi come lui, di credere fino in fondo nei propri sogni e, come insegna Fitzcarraldo nel film, affrontare imprese apparentemente impossibili, rischiando tutto, anche la propria vita, per una speranza.
Su Fitzcarraldo si potrebbe scrivere un libro, tanto ci sarebbe da narrare (infatti è stato realizzato il documentario “Burden of dreams”), e potrei raccontarvi il perché le riprese sono durate oltre tre anni e costate oltre 8 miliardi di vecchie lire, gli innumerevoli incidenti che ne hanno costellato la realizzazione, il fatto che tutto quello a cui si assiste è stato realizzato senza effetti speciali (realmente è stato portato un battello attraverso una collina, fatto navigare nelle rapide, abbattuto alberi, ecc…), il motivo per cui Mick Jagger ha lasciato dopo mesi di riprese il cast e costretto Herzog a cancellare il suo personaggio dalla sceneggiatura, la bellezza sbalorditiva della regia che è valsa la palma d’oro al festival di Cannes ‘82, il “vero” Fitzcarraldo: ossia il personaggio al quale si è ispirato il regista per questo film, e gli innumerevoli altri dettagli… ma non vi dirò niente di tutto ciò. Consiglio solo a tutti gli appassionati di Cinema (la C maiuscola non è un caso) di acquistare (o farvi regalare… grazie Kirikù : - D ) questo dvd e vedere (o rivedere) il film, per poi guardarlo col commento del regista ed apprezzare ogni dettaglio tecnico, ogni aneddoto e ogni stupefacente particolarità… e ricordatevi… “chi sogna può muovere le montagne”.

Darth

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Di kiriku (del 20/03/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 7324 volte)
Artista
Il parto delle nuvole pesanti
Titolo
Il parto
Anno
2004
Label
Storie di note

Navigando in rete mi è capitato di leggere questa notizia, ormai vecchia di un anno, di cui ignoravo l’esistenza : “ Beppe Voltarelli ha lasciato Il Parto delle nuvole pesanti per intraprendere la carriera da solista”. Devo dire che la cosa mi dispiace e sinceramente mi lascia un po’ perplesso anche perché con il loro ultimo cd, “Il Parto”, hanno avuto un buon successo e credevo che in questo periodo sarebbe uscito qualcosa di nuovo. Per chi non conoscesse il gruppo vi do due informazioni. Il parto delle nuvole pesanti prende forma dall’incontro, agli inizi degli anni ’90, di Beppe Voltarelli con Salvatore De Siena, nasce così il loro primo demo “Guerra al salario”. Con l’entrata nel gruppo, poco tempo dopo, di Amerigo Sirianni cambia il genere musicale intrapreso, il punk iniziale lascia il posto ad un percorso  musicale che si culla tra le note di uno stile rock-folk davvero originale. Da questo momento la loro carriera e sempre stata in ascesa, dando alla luce sette cd. Ma la loro vena espressiva ha trovato spazio anche in altri campi come quelli del cinema e del teatro. In particolare va ricordato lo spettacolo teatrale “ Roccu u stortu”, spettacolo scritto da Francesco Suriano con la regia di Fulvio Cauteruccio e con le musiche originali composte dal Parto e suonate dal vivo durante lo spettacolo. Nel 2003 hanno partecipato nel ruolo di attori nel film "Doichlanda" di Giuseppe Gagliardi, un documentario che racconta il viaggio in musica del Parto delle nuvole pesanti nei ristoranti calabresi in Germania. Film che ha vinto tra l’altro il Premio speciale della giuria del Concorso Doc 2003 al Torino Film Festival. L’anno seguente esce appunto “Il parto”, l’album che da una svolta etno-autoriale al gruppo, che racchiude venti canzoni la maggior parte delle quali inedite. Il cd si apre con “Onda calabra” , colonna sonora del film “Doichlandia”, e prosegue con “L’imperatore”, una pizzica dove la lingua italiana si fonde con il dialetto bergamasco e quello sardo. Ma troviamo anche due omaggi a due grandi della musica italiana, “La guerra di Piero” di De Andrè e “Ognuno è libero” di Luigi Tenco. Sono molte le canzoni che meriterebbero di essere menzionate ma non c’è ne il tempo e ne lo spazio, vi cosiglio allora di ascoltarlo per rendervene conto da soli. Sono molte anche le collaborazioni che troviamo in questo cofanetto, per dirne alcune; Claudio Lolli, Davide Van Des Sfroos, Roy Paci, Marco Messina dei 99 Posse, Paolo Jannacci, Les Anarchistes, Chichimeca. Questo lavoro è la degna summa di tutte le strade intraprese dalla band e di tutte le esperienze vissute, qui troviamo palesato quello stile iconoclasta scevro da convenzioni che ha caratterizzato tutto il loro percorso musicale. Beppe Voltarelli dovrebbe uscire tra non molto con il suo nuovo lavoro mentre Il parto delle nuvole pesanti continua ad esistere e fare concerti in giro per l’Italia ma per il momento nessun cd. Anche se separati spero che questi artisti riescano ad avere il successo che meritano senza mai abbandonare quel loro stile originale e inconfondibile.

 Kiriku

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Di nilcoxp (del 19/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1274 volte)
Titolo originale
Citizen Kane
Produzione
USA 1941
Regia
Orson Welles
Interpreti
Dorothy Comingore, Joseph Cotten, Orson Welles
Durata
119 minuti
Trailer

Cosa dire di uno dei film più studiati ed elogiati (nonché discussi) della storia del cinema? Credo sia impossibile aggiungere qualcosa di nuovo alla sua storiografia, o perlomeno non sarò certo io in grado di farlo. Allora perché scegliere di parlare proprio di questa pellicola? Forse perché lo spettatore meno tecnico troverà una storia avvincente ad aspettarlo: alla morte del magnate della stampa Charles Foster Kane, un giornalista viene incaricato di scoprire il segreto dell’ultima parola da lui pronunciata in punto di morte (“Rosebud”). Per far questo incontrerà la sua seconda moglie, il suo braccio destro, il suo migliore amico e il suo maggiordomo. Dalle loro storie verrà ricostruita la vita del protagonista rivelandone così luci e ombre. Ma il finale ovviamente non ve lo dico! O Forse perché allo spettatore più attento e conoscitore di cinema non potrà che far piacere rilevare particolari così importanti in un film (o se già li conosce rivederli): la scelta del soggetto (merito condiviso con lo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz) che evidenzia l’ambiguità del sogno americano; la struttura narrativa a incastri con flashback che raccontano anche due volte la stessa scena vista da angolazioni e letture diverse; l’innovazione tecnica dovuta al talento di Gregg Toland, utilizzatore di obiettivi speciali e sistemi nuovi di illuminazione che gli permisero di ottenere delle profondità di campo mai viste fino ad allora. Detto questo sappiate ancora che fu il primo film di Orson Welles, e grazie al budget che gli fu messo a disposizione, primo caso nella storia del cinema, egli fu contemporaneamente produttore, sceneggiatore, regista, e attore del suo lavoro. Osteggiato prima e durante la sua uscita dal miliardario William Randolph Hearst, che vedeva nel lungometraggio troppe analogie con la sua vita, accolto tiepidamente dopo una lunga quanto misteriosa attesa, dalla critica e dal pubblico americano (e successivamente con poca fortuna anche in Europa giunto solo a guerra conclusa), il film riuscì a prendersi la sua rivincita in un secondo momento a distanza di anni. Cosa devo aggiungere ancora? Ci sarebbero tante cose da dire, ma perché annoiarvi con tante parole quando potete gustarvi le immagini bellissime ed elaborate che il film ha da proporvi? Baci rarefatti a tutti!

nilcoxp

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Di Sansimone (del 18/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1408 volte)
Titolo originale
The Last King of Scotland
Produzione
Gran Bretagna 2006
Regia
Kevin Macdonald.
Interpreti
Forest Whitaker, James McAvoy, Kerry Washington, Simon McBurney, Gillian Anderson
Durata
121 minuti

Finalmente è arrivato questo film anche nella mia città, avevo proprio una gran voglia di guardarlo dopo aver visto i trailer, m’incuriosiva sapere come sarebbe stato trattato dal film il tema delle dittature africane. Detto questo partiamo dall’inizio, Nicholas Garrigan è un ragazzo scozzese neo laureato in medicina che vuole fuggire dalla vita che gli si prospetta in patria e parte per l’Africa in missione umanitaria. Qui scopre l’Uganda, paese povero ed ex colonia britannica, insieme al paese scopre se stesso o crede di farlo, sente in se il piacere di esercitare il proprio mestiere e nell’avere in cambio la riconoscenza delle persone, gli piace questa sensazione di poter cambiare le cose come gli piace il divertimento. L’occasione per soddisfare in maniera grandiosa tutte e due le sue passioni gli capita quando il dittatore Idi Amin Dada, appena salito al potere, gli offre di diventare il suo medico personale. Da questo momento la sua vita s’intreccia con quella del dittatore, fin quasi alla morte fisica mentre di sicuro muoiono tutte le sue speranze con l’avanzare della conoscenza del suo paziente particolare. Al contrario di quanto mi aspettavo il film non è incentrato sulla figura del dittatore, ma su quella del giovane di belle speranze, è una parabola sulla crescita umana, del passaggio ad un’età più matura attraverso le esperienze piacevoli e anche passando tra delusioni dolori e distacchi. Con questo non voglio dire che il regista non è riuscito nel suo intento anzi c’è riuscito benissimo evidenziando prima l’aspetto bonario del dittatore, utilizzato da questi per acquisire consensi prima e subito dopo il colpo di stato, per mettere in evidenza la sua follia e crudeltà nella seconda parte del film. Da evidenziare in particolare la grandiosa prestazione fornita da Forest Whitaker, veramente bravo e giustamente vincitore dell’oscar. Consiglio a tutti di vederlo al cinema o in dvd ma guardatelo ne vale la pena.

Sansimone

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Di kiriku (del 17/03/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 1669 volte)
Artista
Morelenbaum 2/ Sakamoto
Titolo
Casa
Anno
2002
Label
Sony Classical

Ryuichi Sakamoto da molti anni ormai è sulla scena musicale mondiale. Tutti almeno una volta lo hanno sentito nominare o meglio lo hanno sentito suonare, anche chi è fermamente convinto del contrario. Il pianista e compositore giapponese non si può relegare ad un genere musicale ben preciso, ha fatto del cambiamento e della sperimentazione una condizione di vita e il suo curriculum ne è la prova. E’ passato dalla musica elettronica della Yellow Magic Orchestra dei primi anni ottanta alle collaborazioni con David Sylvian, Iggy Pop, Robbie Robertson, David Bowie e Caetano Veloso. Si è dedicato alla musica sinfonica per poi fare qualche apparizione nella techno. Ma la sua arte di compositore lo ha visto scrivere anche delle colonne sonore tra le quali "Merry Christmas, Mr. Lawrence", "L'ultimo imperatore" con il quale ha vinto l’Oscar e "Il piccolo Buddha". Insomma una carriera ancora oggi ai massimi livelli. In “Casa” uscito nel 1992 Sakamoto rende omaggio a uno dei più grandi artisti brasiliani, Antonio Carlos Jobim. Il progetto nasce da un’idea della cantante Paula Morelenbaum che ha cantato a fianco dell’artista brasiliano nei suoi ultimi dieci anni di vita. A loro si è unito il violoncellista Jacques Morelenbaum, marito della cantante e musicista molto apprezzato da Sakamoto e con il quale aveva già collaborato all’ incisione di "Smoochy" e "Life". L’album viene inciso nella casa che fu di Jobim, in un atmosfera magica quasi spirituale, il pianoforte è quello appartenuto all’artista brasiliano. In un intervista Sakamoto dice di questa esperienza: “Pensi che quando mi sono seduto al pianoforte potevo ancora scorgere in controluce sulla tastiera le sue impronte digitali: mi sono sentito così emozionato che quasi non volevo suonare.” Questo cd contiene diciotto canzoni tra le meno inflazionate di Jobin:, As Praias Desertas, Vivo Songando, Estrada Branca e altre. Il trio interpreta le canzoni di Jobin come fossero dei classici, senza stravolgere o modificare i brani ma interpretandoli in una versione acustica che da loro una raffinatezza e una pulizia del suono davvero notevoli. La voce di Paula è bella, intensa e arriva diritta al cuore, il marito Jacques accarezza le corde con dolcezza e maestria dando colore e profondità ad una musica carica di saudade. Un cd davvero bello che fin dal primo ascolto vi coinvolge e vi inebria lasciando scorrere senza freni una dolce malinconia. La bossanova è un genere sottovaluto e spesso banalizzato, l’ascolto di questo cd è una buona occasione per avvicinarvi ad un stile e ad un artista che meritano molta più considerazione.

kiriku

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Di slovo (del 16/03/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 3828 volte)
Artista
Romina Daniele
Titolo
Diffrazioni Sonore
Anno
2005
Label

Un’avvertenza: il disco di Romina si colloca, se mi si concede una semplificazione, nelle avanguardie. E una preghiera: di mantenere un orecchio scevro da preconcetti, da qualunque cifra prestabilita riguardante la musica, cosa si intende comunemente per essa, le sue strutture, i suoi elementi costitutivi.
Ora siamo pronti ad ascoltare “diffrazioni sonore”.
L’affinità più evidente che affiora dopo qualche minuto è con i lavori solisti di Demetrio Stratos: come il compianto cantante degli Area così Romina ha imperniato il suo lavoro sulla voce: voce intesa come strumento (ogni suono presente sul disco è frutto delle sue corde vocali) potenzialmente più versatile rispetto ai limiti imposti dall’ utilizzo consueto, voce come portante di un linguaggio (non necessariamente intellegibile) infine, voce come sonda di ricerca: dove si può arrivare con il mezzo voce?
Anche la realizzazione di questo progetto, tralaltro supportato da una solida filosofia che ne costituisce, per così dire, il manifesto, ricalca il desiderio di affrancarsi da ciò che è procedimento comune: registrare lunghe sessioni di improvvisazione vocale lasciando che si sviluppi nella forma di ipnotici mantra o complicati vocalizzi, sciogliere le briglie al gibberish o a suoni che non si penserebbero riproducibili da ugola umana ( il controllo e la grande varietà di timbri che riesce ad ottenere dalla sua voce fa intuire quanto rigoroso esercizio abbia svolto Romina).
La fase successiva, che si contrappone alla prima per un riappropriarsi di un controllo, per l’applicazione di scelte, consiste nel montare queste incisioni per costruire i brani.
Il metodo è affascinante quanto il risultato finale.
Evidentemente opere come “diffrazioni sonore” sono più foriere di domande che di asserzioni stabili: dov’è la linea che separa la sperimentazione dal risultato casuale? quanti riusciranno a discernere una palette di espressioni vocali inserite in un progetto da un ‘circo freak’ dell’apparato fono-articolatorio? Quanto una ricerca del limite personale può essere estendibile (e fruibile) al di fuori del suo ermetismo intrinseco? Ma a prescindere da queste speculazioni va detto che probabilmente dimostra più coraggio Romina oggi presentando un opera come questa di quanto non ne servisse a Stratos negli anni settanta, quando comunque esisteva un pubblico che ancora dava valore alla sperimentazione.
“Diffrazioni sonore” compie il salto, elevandosi rispetto alla mera dimostrazione, grazie alla sua estrema visceralità. Proponendo un modo alternativo al connubio musica-testo, rappresenta un ventaglio di sentimenti e stati d’animo: inquietudine, angoscia, ira, nevrosi, follia liberatoria, spensieratezza, leggerezza. Romina scortica la pelle delle emozioni arrivando alla carne viva, destabilizzando l’ascoltatore che rimarrà auspicabilmente ammaliato ma immancabilmente segnato dall’esperienza.
Considerando la giovane età dell' artista e che la sua ricerca si può dire appena cominciata non possiamo che aspettarci cose molto interessanti per il futuro...

slovo

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Di Namor (del 15/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2441 volte)
Titolo originale
Blood Diamond
Produzione
USA 2006
Regia
Edward Zwick
Interpreti
Leonardo DiCaprio, Jennifer Connelly, Djimon Hounsou, Michael Sheen, Arnold Vosloo
Durata
138 Minuti
Trailer

In Sierra Leone a partire dal 1991, imperversava una guerra civile legata allo sfruttamento delle miniere diamantifere, tale disputa vide il governo di Kabbah opporsi, senza risultato, al RUF (Rivolutionary United Front) il quale, dopo averlo rovesciato, tenne sotto assedio con l’ausilio delle armi, la capitale Freetown. Innumerevoli i crimini e le barbarie di cui si rese protagonista questo fronte ribelle, devastazioni di borghi e interi villaggi, massacri di civili inermi e stupri, atroci mutilazioni di mani e braccia per punire colore che si recavano a votare. Durante questi soprusi furono forzatamente “arruolati” oltre diecimila bambini che muniti di armi e sotto l’effetto di alcool e droga, divennero spietati esecutori di morte! Per porre fine a questa immane tragedia, che portò alla conseguente morte di 370 mila persone, ci volle l’energico intervento dell’Onu, che inviò sul posto 18mila caschi blu. In questo sconvolgente scenario é ambientata la trama di “Blood Diamond”, che vede protagonista, l’ex mercenario Danny Harcher (Leonardo di Caprio), dedito al contrabbando di diamanti, arrestato mentre cerca di varcare il confine della Liberia, in procinto di barattare le pietre preziose con armi, con l’intento di rivenderle ai rivoluzionari. Una volta in carcere verrà a conoscenza del segreto del pescatore Salomon Vandy (D. Hounsou), possessore di un enorme diamante rosa, ritrovato in una miniera clandestina del Ruf dove forzatamente lavorava, costretto dalle stesse persone che hanno devastato il suo villaggio separandolo dalla propria famiglia. La contesa del suo tesoro, darà vita ad un accordo tra i due, dividersi il diamante dopo aver ritrovato la famiglia di Solomon. In questa ardua impresa, prenderà parte anche la giornalista idealista Maddy Bowen (J.Connely), in cerca di prove per smascherare il traffico illecito. Il regista Edward Zwick, con questo film si é attirato le antipatie di molti addetti ai lavori, in primis la società internazionale che detiene le fila del mercato diamantifero, la De Beers che ha deplorato la realizzazione di “Blood Diamond”, al coro si è unito anche Nelson Mandela, preoccupato dal danno d’immagine provocato dalla pellicola, nei confronti di uno dei prodotti più redditizi dell’Africa. Anche il primo ministro del Sudafrica, location nel quale é stato girato in gran parte il film, ha preso le distanze dai contenuti e dal messaggio dell’opera, mentre negli Stati Uniti, nazione che copre i due terzi del mercato di diamanti, è stato accolto con gelida indifferenza. Blood Diamond ha portato scompiglio anche alla notte degli oscar, considerato che tutte le star si sono rifiutate di indossare brillanti, nonostante l’associazione dei produttori di diamanti avesse proposto di devolvere in beneficenza 10.000 dollari per ogni divo, che quella sera li avesse indossati. Prima di iniziare le riprese il regista ha visionato il documentario “Cry Freetown”, opera realizzata del massimo esponente in materia, il regista Sorious Samura, che venuto a conoscenza dell’acquisto del suo documentario da parte di Zwick, lo ha pregato di contattarlo per una eventuale collaborazione alla realizzazione del suo progetto. Contributo che ha dato decisamente un valore aggiunto, al film!

Namor

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