BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Darth (del 14/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3790 volte)
Titolo originale
Johnny got his gun
Produzione
USA 1970
Regia
DaltonTrumbo
Interpreti
Timothy Bottoms, Jason Robards jr., Marsha Hunt, Kathy Fields, Donald Sutherland, Diane Varsi
Durata
111 minuti

E Johnny prese il fucile” è il film a cui ha dedicato la vita Dalton Trumbo. Ma chi è Dalton Trumbo? -direte voi- Per rispondervi, ecco una breve biografia: Nato in Colorado nel 1905, divenne un quotato sceneggiatore hollywoodiano, tra i suoi film annoveriamo pietre miliari come “Vacanze Romane” di Wyler, “Spartacus” di Kubrick e “Always – Per sempre” di Spielberg. Nel 1939, pubblicò il romanzo “E Johnny prese il fucile”, ispirato ad una storia vera, e di chiare ideologie antimilitaristiche. Poco tempo dopo, durante il periodo del maccartismo, Trumbo fu arrestato (era iscritto al partito comunista americano) ed il suo libro censurato fino alla fine del conflitto mondiale. Uscito di prigione, continuò a lavorare come sceneggiatore ad Hollywood sotto pseudonimi o senza risultare nei titoli di coda, cercando costantemente di convincere i produttori a realizzare il suo “E Johnny prese il fucile”. Dovette attendere fino al 1971 quando, finalmente, riuscì a veder prodotto il suo film… fu la prima ed unica opera che diresse personalmente, e lo fece alla veneranda età di 66 anni. La trama di questo film è, a dir poco, agghiacciante: narra di Joe, un giovane americano col viso simpatico, che viene ‘strappato’ alla sua vita dignitosa ed alla sua attraente fidanzata Karen, per essere inviato a combattere in Europa dove è in corso la prima guerra mondiale. Durante il conflitto, Joe viene colpito in pieno dalla bomba di un mortaio. Quando viene raccolto e portato all’ospedale militare, i medici dichiarano che “il paziente è vivo poiché non ha riportato danni ne al cuore ne al midollo, ma i gravissimi ed irreversibili danni al cervello lo hanno ridotto un vegetale. Non può provare sensazioni, emozioni e non può reagire a stimoli esterni, qualunque movimento inconsulto del paziente dovrà essere considerato solo muscolare e trattato con calmanti”. Purtroppo però i medici si sono sbagliati, Joe si ‘sveglia’ ed inizia lentamente a percepire la sua situazione… è sconvolgente il momento in cui prende coscienza che è stato amputato di entrambe le braccia ed entrambe le gambe… e non solo, non ha più nemmeno la faccia! occhi, naso e orecchie sono state spazzate via dall’esplosione! Per tutto il film, infatti, Joe è rappresentato in un letto con una mascherina sul viso che lascia scoperto solo la testa e la fronte. Ancora più terribile, nel proseguo del film, sono i vani tentativi di comunicare con le persone che lo curano… esemplificativo di quest’ incubo alcuni dialoghi tra Joe e Gesù Cristo (uno splendido Donald Sutherland capellone) effettuati in alcuni sogni deliranti, dove Joe, chiedendo aiuto, spiega la situazione in questi termini (più o meno): “Se avessi ancora le gambe potrei fuggire, se avessi ancora le braccia potrei uccidermi, se avessi ancora gli occhi potrei aprirli e svegliarmi da quest’incubo, se avessi ancora la bocca potrei parlare per tenermi compagnia da solo, oppure potrei chiedere aiuto”. Nemmeno Gesù ha saputo trovare una soluzione al suo problema… Mi sento ancora addosso la ‘pelle d’oca’ che mi è venuta in quel momento.
Se ve la sentite e se avete la possibilità di reperirlo, guardate questo film! E’ sconvolgente e molto intenso, uno di quei film che li vedi una volta e te li ricordi per sempre.

Darth

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Di Farbiz (del 13/03/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1965 volte)
Artista
Emily Remler
Titolo
East To Wes
Anno
1988
Label
Concord Jazz

Nel jazz, rispetto alla musica classica, sono pochissime le figure femminili, almeno fino agli anni ‘70. Naturalmente vi sono alcune interpreti di altissimo livello tra le cantanti, ma poche strumentiste hanno avuto l’occasione di raggiungere la fama e di essere veramente apprezzate per le loro qualità esecutive. Dunque, per rendere giustizia al pubblico femminile, puntiamo l’attenzione su una chitarrista brava e sfortunata come Emily Remler. Dopo aver studiato jazz nel famoso Berklee Institute, la Remler ha pubblicato il primo disco da leader nel 1980 e nel corso degli anni ha avuto l’occasione di registrare una manciata di dischi per l’etichetta Concord, specializzata nel cosiddetto “mainstream” (jazz non sperimentale, legato allo stile be-bop e alle sonorità tradizionali degli anni ’50 / ’60), oltre a incisioni di “contemporary jazz”, collaborando anche con il famoso Larry Coryell. Influenzata in principio da Wes Montgomery, Emily ha sviluppato in seguito uno stile personale, dal fraseggio moderno e tecnicamente articolato sia sulla chitarra elettrica sia su quella acustica. Sfortunatamente la carriera dell’artista si è interrotta a causa di un attacco cardiaco, certamente favorito dall’abuso di sostanze stupefacenti, a soli 32 anni. Per comprendere la statura artistica della Remler  vale la pena di ascoltare un disco intitolato “East to Wes” (Concord, 1988) nel quale la giovane chitarrista fornisce un saggio definitivo della propria arte interpretativa. La sezione ritmica che accompagna la Remler è eccellente: Hank Jones al pianoforte, Buster Williams al contrabbasso e Marvin “Smitty” Smith alla batteria garantiscono un sostegno costante ad ogni intento melodico e ritmico, puntualizzando gli interventi solistici della chitarra in maniera superlativa. Nel disco si alternano brani in stile bop, come “Hot House” di Tadd Dameron o “Daahoud” di Clifford Brown, a ballad di grande atmosfera, tra le quali spicca una composizione della stessa Remler intitolata “ Ballad for a music box “. Da ricordare ancora un bel blues dedicato al grande maestro e amico Herb Ellis e il brano che da il titolo al disco, un’intensa bossa nova nello stile di Wes Montgomery. L’ascolto di queste incisioni fornisce un quadro completo delle grandi qualità di questa giovane chitarrista e lascia un senso di profonda malinconia per una parabola artistica ed umana che non si è realizzata interamente. Da non dimenticare!!!

Farbiz

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Di nilcoxp (del 12/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2122 volte)
Titolo originale
Les poupées russes
Produzione
Francia, Gran Bretagna 2005
Regia
Cédric Klapisch
Interpreti
Romain Duris, Audrey Tautou, Cécile De France, Kelly Reilly, Kevin Bishop, Evguenya Obratzsova
Durata
125 minuti
Trailer

Poiché sono in un periodo particolare della mia vita, sto guardando film che diversamente avrei mai visto. Uno di questi è stato “L’appartamento spagnolo” ben trattato da Slovo un po’ di tempo fa. Quello che io recensisco oggi ne è il suo sequel. Una volta guardato, difficilmente se ne potrebbe immaginare un seguito diverso: giovanile e brioso come il precedente, con una regia particolare e gradevole che sa ben trasmettere le emozioni del gruppo di ragazzi protagonisti della pellicola. Anche se in questo caso l’attenzione principale è su due giovani in particolare: Xavier e Wendy. Scrittore agli inizi il primo, che si barcamena in lavoretti di basso prestigio in Francia, ben più nota invece la seconda in una Londra sempre bella da vedere. Quando il destino, sotto forma di lavoro, li farà collaborare alla scrittura di una fiction, avrà inizio la classica storia d’amore che alternerà gli alti e i bassi tipici della situazione. Ma è il contesto che ci aiuta a capire gli eventi: gli amici di sempre, le belle città (Parigi, Londra, S. Pietroburgo), i dialoghi frizzanti che rivelano spesso le insicurezze che tutti noi abbiamo provato nel passare dall’adolescenza all’età adulta. Gli anni passano, ma i problemi sono sempre gli stessi, semmai più grevi e importanti, come lo sono tutte le cose vissute da “grandi”. Film gradevole, ma da guardare necessariamente dopo il suo predecessore per poterlo capire e godere dei numerosi rimandi. Baci a tutti.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 11/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1123 volte)
Titolo originale
Moolaadè
Produzione
Senegal, Francia
Regia
Ousmane Sembene
Interpreti
Fatoumata Coulibaly, Maimouna Hélène Diarra, Salimata Traoré, Aminata Dao, Dominique Zeïda
Durata
117 minuti

Che cose è il rito della purificazione nel Burkina Faso? Altro non è se non l’infibulazione della donna, la mutilazione del sesso femminile, pratica ancora usata in molte zone dell’Africa. Di questo parla Moolaadè, secondo capitolo di una trilogia del regista Sembene e che gli è valso il premio “Un certain regard “a Cannes 2004. La storia incomincia con la richiesta di protezione da parte di 4 ragazzine a Collè Ardo, unica donna del villaggio che non ha sottoposto sua figlia al rito dell’escissione, la donna le accoglie e pone all’ingresso della sua casa il cordone variopinto del moolaadè simbolo del diritto d’asilo, antica e sacra legge nell’Africa. Da questo momento in poi nel villaggio succede di tutto, prima gli scontri tra Collè e le anziane donne adibite al rito purificatore, poi con gli uomini e anziani del villaggio che vedono vacillare il proprio potere e cercano di far cedere la donna con ricatti e pubbliche percosse. L’opera racconta delle paure e del lento progredire del popolo africano, specie delle zone rurali, le difficoltà del mondo femminile nelle società maschiliste, per fare un esempio nel film ad un certo punto gli anziani del villaggio decidono di confiscare a tutte le donne le radio per evitare la loro emancipazione, tentativo questo che scatenerà la loro ribellione. In ogni modo il film si chiude con l’inquadratura di un’antenna televisiva posta sopra una moschea, posto dove per secoli è stato un uovo di struzzo simbolo delle tradizioni, come per augurarsi il continuo e giusto ammodernamento del paese. Devo ammettere che è un film molto interessante, anche se a volte mi è sembrato irreale, con i protagonisti che appaiono esasperati agli estremi, ma forse mi sono apparsi così solamente perché a noi occidentali problematiche di questo tipo sembrano assurde ed appunto irreali. In sostanza un bel film di protesta girato ottimamente con splendidi paesaggi e la giusta lentezza per apprezzarne il senso.

Sansimone

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Di Andy (del 10/03/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 2341 volte)
Artista
John Mayer
Titolo
Continuum
Anno
2006
Label
Aware - Columbia

Quella di John Mayer è una bella storia americana, con protagonista questo ragazzone di trent’anni dalla faccia pulita cresciuto a pane e dischi di Clapton, Buddy Guy, B.B.King e altre icone del panorama blues e soul. Ha imparato a suonare la chitarra egregiamente e a cantare con un’ottima voce calda “da nero”. Si è tolto già parecchie soddisfazioni,come suonare insieme agli artisti che lo hanno ispirato, e vincere due Grammy (2003 e 2005) con i precedenti dischi, ma il 2006 è l’anno in cui ha raggiunto il successo pieno con questo “Continuum”, un bell’album composto da dodici brani che spaziano dal soul al r&b, con un paio di morbide ballate per i più giovani, qualche hit song garbata, e una doverosa cover-omaggio a Jimi Hendrix, Da segnalare che la Fender, celebre industria costruttrice di chitarre, gli ha dedicato un modello speciale appositamente realizzato assecondando le sue richieste. Mayer ha un tocco e una timbrica veramente caldi, degni del migliore Clapton anni ‘70/80 e una tecnica melodica e non prolissa. Parliamo di qualche canzone di “Continuum”, che si apre con “Waiting on the world to change”, primo singolo che ha venduto negli USA milioni di copie, un brano intriso di soul e suoni vintage; altra bella traccia è “Belief”, non a caso secondo singolo che stiamo ascoltando in questo periodo qui da noi e poi ”Gravity”, che è una dolcissima ballad cantata e suonata stupendamente; più avanti troviamo “Vultures”, un funk-soul cantato in falsetto con spruzzate di piano Fender e organo Hammond, un po’ commerciale ma davvero godibile. Nei due minuti circa di assolo in “Bold as love”di Hendrix sentirete cosa Mayer sa fare con la sua “Stratocaster”e mi piace molto “I’m gonna find another you”, soul-blues con quei bei fiati caldi e una chitarra che sembra suonata in persona dal mitico “slowhand”. Insomma nell’insieme un disco che scorre davvero piacevole, ben cantato e suonato da tutti i musicisti presenti, frutto di una piccola svolta effettuata da questo artista blues che, per motivi ovviamente di “sopravvivenza”nel panorama discografico, ha dovuto orientarsi verso un genere più commerciale (non troppo), forse meno “schitarrato” ma più completo e moderno . Buon ascolto!

Andy

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Di slovo (del 09/03/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1582 volte)
Artista
Fonderia
Titolo
Fonderia
Anno
2002
Label
Biz

Il 2003 ha visto assegnare il prestigioso premio Darwin come miglior album dell’anno al gruppo romano Fonderia, per il loro primo omonimo lavoro.
Il chitarrista Emanuele Bultrini, il batterista Federico Nespola e il tastierista Stefano Vicarelli si incontrano nell’autunno 1994, provenienti da attività musicali che spaziavano dal funk-rock al progressive, dando inizio ad una serie di incontri durante i quali sperimentavano con l’improvvisazione libera. Nel contempo i tre musicisti ampliavano i loro interessi artistici esplorando il jazz, l’ambient, l’elettronica, la musica etnica.
Alla fine del 2002 il gruppo (a cui nel frattempo si aggiunse l’eclettico Luca Pietropaoli) registra il primo album, frutto di un lavoro di composizione che ha formalizzato le lunghe sessions degli anni precedenti.
Fonderia quindi, intesa come fucina in cui disciogliere sensibilità musicali diverse in un’unica amalgama. Nelle tracce del disco, tutte strumentali, è percepibile questa grande varianza di elementi: riconoscibili sì, ma originali e molto attraenti nella loro coesistenza. Modern-jazz-rock contaminato con garbo, che per le suggestioni e le immagini generate potrei chiamare jazz urbano, “Fonderia” è un giro per le vie della metropoli Roma: la sua vita notturna (“deep blue”), i suoi crocevia culturali (la mediterranea “Piazza Vittorio”, omaggio al melting pot del celebre quartiere), la frenesia, le feste (“Tevere”) e gli angoli bui (“ora legale”).
La capacità di evocare scenari sembra una delle qualità più apprezzabili di questo formidabile ensemble, specialmente quando i vettori musicali spingono in alto portando l’ascoltatore a quote psichedeliche, come in “dubarcord” o “statico”.
Qualità e raffinatezza nei brani di “fonderia” rivelano tecnica, idee e tanto lavoro: dubito che siano stati scritti in una notte...

slovo

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Di Namor (del 08/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1196 volte)
Titolo originale
The Constant Gardener
Produzione
USA 2005
Regia
Fernando Meirelles
Interpreti
Ralph Fiennes, Rachel Weisz, Pete Postlethwaite, Bill Nighy, Hubert Koundé, Richard McCabe, Gerard McSorley.
Durata
129 Minuti

Sulla pista dell’aeroporto di Nairobi, un piccolo velivolo attende i suoi passeggeri, tra i quali, un medico locale e la giovane Tessa, (Rachel Weisz) moglie del mite Justin Quale (Ralph Fiennes) diplomatico inglese con la passione per il giardinaggio. La coppia si saluta dandosi appuntamento a presto, considerando il breve viaggio, ignari che il loro, non sarà un arrivederci ma un addio! Una jeep ribaltata viene ritrovata nelle vicinanze di un lago al nord del Kenya, i due viaggiatori un autista di colore ed una donna bianca, vengono rinvenuti morti. Il cadavere della donna risulterà essere proprio Tessa e dalle prime indagini che inevitabilmente prenderanno il loro corso, si sospetterà del marito Francis, accusato di aver assoldato dei sicari per eliminarla, calunnia che però non troverà fondamenta e questo alimenterà l’urgenza di archiviare il caso come delitto passionale. Proseguendo con le indagini si scoprirà successivamente che il vero colpevole é il medico suo compagno di viaggio, fuggito dal luogo del delitto e ritrovato in seguito morto. Almeno, questa é la verità che vogliono imporre al marito, il quale però non convinto, inizierà ad indagare da solo, svelando una trama vergognosa. Scoprirà che Tessa, da sempre in lotta contro le ingiustizie, durante le sue ricerche era riuscita a procurarsi le prove che in Kenya si svolgevano test su esseri umani, mietendo e occultando le ignare vittime che si sottoponevano agli esperimenti. A gestire questo traffico risulta essere una casa farmaceutica in procinto di lanciare un vaccino per combattere la tubercolosi, che si sta propagando velocemente in tutto il continente. Con sua grande sorpresa inoltre, scoprirà che tale operazione condotta alla luce del sole, era spalleggiata dalle stesse autorità inglesi di cui lui fa parte! A John Le Carrè, si deve la realizzazione di questa spy-story, tratta dal suo libro “Il Giardiniere Tenace”, che intreccia argomenti che riguardano il sociale con intrighi che collegano politici corrotti a scandalosi intrallazzi di lobby farmaceutiche, il tutto in nome del dio denaro. A dirigere “The Constant Gardener”e il regista brasiliano Fernando Meirelles (City of Good), il quale utilizzando la camera a spalla, ci introduce con un’alternanza di continui flashback, nelle bellezze del continente nero, con inquadrature di incredibili e suggestive immagini tra cui su tutte, la sequenza che mostra in una panoramica unica, i verdi campi da golf confinanti con le baracche occupate dai poveri, a testimonianza della totale indifferenza dell’ambiente benestante verso la sofferenza di un intero popolo! Per quanto riguarda il cast, giudico buona (come sempre) la prova di Ralph Fiennes, e aggiungo che a mio parere meritava almeno la nomination agli oscar, che non è sfuggita alla protagonista femminile Rachel Weisz. Da sottolineare la colonna sonora anch’essa candidata agli oscar, (il film era candidato a quattro statuette) che evidenzia in maniera struggente i momenti più drammatici del film!

Namor

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Di Darth (del 07/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2109 volte)
Titolo originale
A scanner darkly
Produzione
USA 2006
Regia
Richard Linklater
Interpreti
Keanu Reeves, Robert Downey Jr., Woody Harrelson, Winona Ryder, Rory Cochrane
Durata
110 minuti
Trailer

Philip K. Dick è l’autore dell’omonimo romanzo dal quale è stato tratto “A scanner Darkly”. Per chi non lo sapesse, Philip K. Dick (1928 – 1982), è stato uno dei maggiori scrittori di fantascienza del secolo scorso: ha pubblicato racconti come “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” divenuto poi cult con il nome di “Blade Runner”, “Rapporto di minoranza” (Minority report), “Modello due” (Screamers), “Ricordiamo per voi” (Atto di forza), e da altre sue novelle sembrano stati ispirati film importanti tra i quali “Videodrome” e “eXistenZ” di Cronenberg, “The Truman Show”, “Vanilla sky” e il mitico “Matrix”.
Un oscuro scrutare” è un racconto allucinato, basato sulla reale dipendenza da droga patita dallo scrittore quando (come accade anche al protagonista del romanzo) la sua casa diventa un ritrovo per tossici. La trama, ambientata in un non precisato futuro prossimo, narra la storia di Bob Arcor, un tossicodipendente, che conduce una doppia vita. Alcune volte è il fuso Bob, occupato a prendere pasticche di sostanza M (la droga del momento che provoca disturbi schizofrenici a chi ne fa un uso prolungato); senza che nessuno lo sappia, però, è anche Fred: un agente infiltrato che spia l’andirivieni di tossici e spacciatori da casa sua. Le particolarità dell’opera sono fondamentalmente due: la prima è che nessuno, nemmeno i suoi superiori, sanno che Bob è Fred e viceversa (nonostante vi siano telecamere poste in ogni stanza della casa), perché Fred è sempre ricoperto da una tuta disindividuante (abito che trasforma chi lo indossa in innumerevoli altre persone che si alternano in random); la seconda è che l’abuso della sostanza M porta Bob ad uno sdoppiamento della personalità tanto da spiarsi da solo…
La pellicola, diretta da Richard Linklater, è realizzata con la stessa tecnica della sua precedente “Waking life”: ossia filmando attori in carne ed ossa per trasformarli in disegno animato tramite la tecnica del rotoscope. L’effetto è strabiliante: attori animati danno vita ad una storia paranoica e angosciante, dove le visioni allucinogene di Philip K. Dick possono trovare la giusta collocazione e, contestualmente, l’evidenza dell’attore vero dietro la patina di digitale che lo ricopre, dona allo spettatore una sensazione di reale oltre ad espressioni e sguardi imprescindibili per un’opera di questo spessore. La versione digitale di Robert Downey Jr. è, se possibile, ancor più reale dell’originale: nella parte del logorroico e ‘scoppiatissimo’ James Barris è semplicemente perfetto.
Film particolarissimo, consigliato a tutti gli amanti della fantascienza e delle opere un po’… come dire… cronenberghiane ; - )

Darth

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Di kiriku (del 06/03/2007 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 1250 volte)
Titolo originale
Quando c'era Silvio
Produzione
Italia 2006
Regia
Ruben H. Oliva
Interpreti
 
Durata
90 minuti
Trailer

Alle ultime elezioni l’Italia si è divisa praticamente in due, chi ha votato per la coalizione di centrosinistra e chi per quella di centro destra. Questo vuol dire che la metà degli italiani ha dato la propria preferenza all’ex presidente nonchè cavaliere Silvio Berlusconi. Ma chi è Silvio Berlusconi e da dove arriva e come ha fatto a diventare quello che è? Ad essere sincero queste domande me le pongo, e credo di essere in buona compagnia, da molto tempo, fin da quando nel lontano 1994 decise di scendere in campo per il “bene del paese”. Le risposte a queste e ad altre domande ce le danno i due giornalisti autori di questo film-documentario, Beppe Cremagnagni e Enrico Deaglio. Fin dai primi minuti si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un film di fantascienza o forse sarebbe meglio dire che le immagini che ci scorrono davanti sono talmente agghiaccianti da farci sperare che sia tutta una finzione. Ma così non è. E allora ecco che rabbia, incredulità, perplessità e amarezza si mescolano e non ci abbandonano per tutto il film. Ma non potrebbe essere altrimenti, è difficile trattenere il disgusto quando senti Marcello Dell’Utri affermare che la mafia non esiste e poco dopo passare le immagini di Totò Riina che sostiene di non aver mai sentito parlare di Cosa Nostra. Per non parlare delle immagini della lapide del mafioso Vittorio Mangano, “stalliere” nella villa di Arcore. Andando avanti con la visione il disgusto passa e subentra l’imbarazzo e la vergogna di essere italiani e in particolare nel momento in cui la pellicola ci mostra in versione integrale l’intervento di Silvio Berlusconi al Parlamento europeo di Strasburgo, per chi avesse un vuoto di memoria mi riferisco a quella figuraccia becera che il leader di Forza Italia ha fatto e ci ha fatto fare, dando del “kapò” al deputato socialista Martin Schultz. Sequenze davvero penose, che vanno viste e riviste, anche perché non è così facile nel nostro paese poter parlare di queste cose liberamente, ma soprattutto e molto difficile superare gli ostacoli di produzione, di distribuzione e di reperimento del materiale che si incontrano quando si vanno a toccare gli interessi di chi ha in mano quasi tutti i mezzi di informazione. Un elemento che io avrei aggiunto a questo dvd e forse un indagine più accurata sul perché la metà degli italiani vede in Berlusconi un guida in grado di mandare avanti il paese. E’ soprattutto a loro che io raccomando la visione di questo film e non per fargli cambiare idea ma per dargli semplicemente un’altra versione dei fatti che li renda liberi di scegliere in piena democrazia.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 05/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2457 volte)
Titolo originale
Some like it hot
Produzione
USA 1959
Regia
Billy Wilder
Interpreti
Marilyn Monroe, Tony Curtis, Jack Lemmon, George Raft, Pat O'Brien, Nehemiah Persoff, Joe E. Brown.
Durata
120 minuti

Spero che voi tutti abbiate visto almeno una volta il suddetto film, anche perchè in caso contrario vi sareste persi due ore di assoluto divertimento. Tra le commedie più belle della storia del cinema, la pellicola scorre tra una gag e l’altra senza un intreccio narrativo apparente, ma in realtà tutti i meccanismi funzionano meravigliosamente e la regia di B.W. è perfetta! Un cast stupendo che dà il meglio di sé. La Marilyn esplosiva come sempre, Jack Lemmon che riceve una corta spietata dal vecchio Joe Brown, Tony Curtis che si finge impotente per allontanare la protagonista, Gorge Raft e Gorge O’Brian rispettivamente gangster e poliziotto. Toccati e sfatati tutti i luoghi comuni dell’epoca: proibizionismo, jazz, fuorilegge, Rudy Valentino, miliardari e bionde platinate. Ma facciamo un passo indietro alla trama: i due protagonisti per sfuggire a una banda di malavitosi si travestono da donne ed entrano in un’orchestra femminile, dove conoscono “Zucchero” (M.M.). Il resto è un susseguirsi di situazioni esilaranti, ma di una comicità intelligente e raffinata, fino alla battuta finale: “…Nessuno è perfetto!”. Questo film si!

nilcoxp

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Di Sansimone (del 04/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1934 volte)
Titolo originale
La lingua del santo
Produzione
Rodeo Drive - Medusa
Regia
Carlo Mazzacurati
Interpreti
Ivano Marescotti, Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ferrari, Antonio Albanese, Giulio Brogi, Toni Bertorelli, Marco Paolini.
Durata
110 minuti

Il furto, da parte di due falliti, della lingua di Sant’Antonio a Padova è l’episodio intorno al quale si snoda la trama del film che Carlo Mazzacurati ha presentato in concorso alla mostra del cinema di Venezia 2000. Questa è la storia di Will (Fabrizio Bentivoglio) e Antonio (Antonio Albanese) due ladruncoli da quattro soldi di Padova con alle spalle vite opposte, Willy ex-rappresentante ancora innamorato dell’ex moglie e Antonio anziano giocatore di rugby che non ha mai avuto un lavoro decente e sopravvissuto sempre con espedienti, s’incontrano durante un furto e da quel momento si mettono in società fino al furto fortunoso della reliquia. Da qui la loro vita è stravolta dai vari tentativi prima di vendere o fondere il reliquiario e poi nel riuscire ad intascare i soldi del riscatto offerti da un ricco imprenditore locale. Alla fine i due protagonisti riusciranno nel loro intento, ma contemporaneamente le loro strade si divideranno. Questo è per così dire un film povero, nel senso che tratta di personaggi che non hanno niente se non il senso di rivalsa su chi invece ha apparentemente tutto; a prima vista è questo il senso del film ma, invece è anche il voler sondare il sentimento umano, il mettere a confronto persone che hanno avuto tutto e che poi hanno perso questo non ben definito tutto lentamente un pezzo alla volta senza trovare la forza per opporsi a questa distruzione fino a quando non si arriva in fondo e si capisce che il vivere non è soltanto il combattere o sopravvivere al tempo che passa, ma è anche riuscire a non cambiare quello che siamo realmente nonostante che il mondo cambi e apparentemente noi con lui, rappresentato nel film con la metafora delle maree che sei ore sale e sei ore scende e prima o poi capita a tutti di insabbiarsi almeno una volta. Come succede ad Antonio, da sempre insabbiato in una vita senza futuro dove bisogna prendere quello che si può subito nel suo mestiere di ladro come nella vita dove per esempio le vacanze sono una notte con una prostituta, per fermarsi al momento di fare il grande salto, ha paura di non farcela e cerca di liberarsi della reliquia, ma alla fine riesce nel salto e capendo anche cosa è veramente un’amicizia. Questo è un bel film, forse non avuto il successo che meritava, ma sicuramente da vedere e per incuriosirvi chiudo con una citazione del film “E’ così bello vivere e posare gli occhi su due occhi di donna”, buona visione.

Sansimone

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Di smarty (del 03/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1167 volte)
Titolo originale
Spanglish
Produzione
USA 2004
Regia
James L. Brooks
Interpreti
Adam Sandler, Téa Leoni, Paz Vega, Cloris Leachman, Shelbie Bruce
Durata
130 minuti

Pensavo fosse la solita commedia americana, quella che affitti quando non hai voglia di vedere qualcosa di impegnativo. Bene, mi sono ricreduta. Oltre a tanti spunti di riflessione mi sono anche divertita ad osservarli e commentarli in silenzio per non interrompere il film che scivola via benissimo anche se dura 2 ore. E’ la storia di una giovane mamma single messicana che si trova a dover scegliere per la propria bambina per cui stravede di rimanere radicata alle sue tradizioni e al suo paese o provare, anche se consapevole delle difficoltà, a dare un’occasione migliore al suo futuro. E’ proprio la voce di Cristina Moreno, la bambina divenuta ormai adulta, a raccontare il passato che l’ha ispirata e portata ad iscriversi a Princeton. Così ecco la storia di Florencia Moreno (Paz Vega) che arrivata a Los Angeles con Cristina in braccio inizia qualche lavoretto nel barrio messicano. Non conosce la lingua inglese e comunica con il resto del mondo attraverso Cristina (un po’ stile “Lezioni di piano”) fintanto che una cugina non le trova un lavoro di governante presso una tipica famiglia americana, i Clasky,. Deborah (Téa Leoni), nevrotica, ossessionata dal fitness e dalla perfezione del proprio corpo, Evelyn (Cloris Leachman), la mamma di Deborah, brilla già alle otto del mattino, ma sempre pronta a criticare la figlia, Bernice (Sarah Steele) figlia con problemi di linea e bersaglio di tutte le frustrazioni e dei complessi materni, il vivace secondogenito Georgie afflitto dall’essere poco considerato e per ultimo ma non per importanza John (Adam Sandler) professione chef, marito e padre dolcissimo, di vocazione uomo semplice. La casa è sensazionale, tutto è sinonimo di soldi e benessere. In questo mondo artificiale immediatamente risaltano le capacità di Florencia ad ascoltare con il cuore e a non farsi coinvolgere nel turbolenta apparenza dei Clarks. Florencia sembra essere catapultata in un mondo che va troppo veloce per lei abituata a riflettere coscienziosamente su qualsiasi decisione da prendere, molto riservata, e che difende la propria intimità con la piccola Cristina fintanto che non viene costretta ad andare a vivere con i Clarks tutto il giorno. Brioso, divertente, a tratti romantico, il film attrae l’attenzione sui personaggi risaltandone le qualità, affronta gli evolversi dei rapporti madre-figlia, racconta anche in toni soft il mescolamento sociale e sentimentale tra due culture, quella del nord e del sud america, da qui anche il titolo, (unione tra Spanish e English) che si rifà allo slang parlato dagli immigrati di prima e seconda generazione e ai traumi, ai fraintendimenti, ai sensi di colpa di gente come Florencia che vuole svolgere solo bene il proprio lavoro e poi tornarsene a casa. La morale sembra essere che in una famiglia dove nessuno capisce gli altri, poco importa parlare la stessa lingua.

Smarty

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Di slovo (del 02/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1387 volte)
Titolo originale
M.A.R.K. 13 Hardware
Produzione
UK 1990
Regia
Richard Stanley
Interpreti
Dylan McDermott, Stacey Travis, John Lynch, William Hootkins
Durata
95 minuti

Pessimo futuro prossimo... Jill, una scultrice che lavora col metallo, riceve in regalo dal suo ragazzo dei rottami rinvenuti nel deserto. Sfortunatamente appartenevano ad un droide sperimentale (nome in codice M.A.R.K.-13) il quale riesce ad auto-ripararsi nell’appartamento della ragazza, che diventa il bersaglio del suo efferato programma omicida.
Quello che potrebbe sembrare solo un insulso robo-splatter è in realtà un ottimo esempio di cinema cyberpunk che, relegato silenziosamente nella sua nicchia, è già divenuto un cult.
Basato su una storia a fumetti chiamata SHOK! (di Steve MacManus and Kevin O'Neill, apparsa sulla mitica rivista inglese 2000AD), origine che spiega certe licenze nella sceneggiatura e alcuni personaggi dal profilo un po’ sopra le righe, il film attinge da un ampio campionario di fantascienza in celluloide: c’è un po’ di “Terminator” (un tenace robot ammazzauomini), un po’ di “Blade Runner” (una metropoli oppressa da costante penombra ed esalazioni industriali), un po’ di “2001: Odissea nello Spazio” (da notare il compendio di psichedelia kubrickiana sul finale).
Lo stato di angoscia ricreato nelle stanze dell’ appartamento di Jill, nelle cui ombre striscia il micidiale automa, è una proiezione del mondo esterno: lugubre, stanco, in caduta libera verso un degrado senza ragionevoli speranze. Il futuro descritto da Stanley è un luogo in cui nessuno vorrebbe vivere: l’ ambiente irrimediabilmente contaminato è la cornice di un tessuto sociale in deterioramento: i mutanti, la popolazione allo sbando che ‘vive’ le strade, il vicino maniaco e guardone, l’avido ricettatore, i raccapriccianti comunicati governativi che gracchiano dalla radio. In questo decadente contesto Jill e il suo fidanzato Moe appaiono come gli ultimi incorrotti modelli di speranza umana: il M.A.R.K.-13 è l’ineluttabile orrore del mondo che irrompe nell’oasi dei due ragazzi, devastandola. Una dorsale pessimista e sconfortante percorre tutto il film e viene suggellata nell’ultimo terribile notiziario radio di Angry Bob (il DJ che nella versione originale ha la voce di Iggy Pop).
Realizzato in economia ma non per questo qualitativamente inferiore alle mega produzioni, accompagnato da una colonna sonora techno-hard-rock più che mai adeguata, non deluderà gli appassionati di fantascienza. Chi non lo fosse potrebbe anche trovarlo, ad un analisi superficiale, confusionario e privo di senso.

slovo

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Di Namor (del 01/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1148 volte)
Titolo originale
Munich
Produzione
USA 2005
Regia
Steven Spielberg
Interpreti
Eric Bana, Daniel Craig, Mathieu Kassovitz, Geoffrey Rush, Hanns Zischler, Ayelet Zorer, Sharon Alexander
Durata
164 Minuti
Trailer

Monaco ore 5, otto uomini studiano un sistema per poter scavalcare la recinzione che li divide dall’interno del villaggio olimpico, una volta dentro, estrarranno le armi da fuoco dalle loro sacche, per compiere un’irruzione nella palazzina che ospita gli atleti israeliani. Ha così inizio l’attacco terroristico che gettò nello sgomento le olimpiadi di Monaco ‘72, protagonista di questo fatto di cronaca fu un commando di otto palestinesi denominato Settembre Nero, che aveva come scopo la cattura degli atleti israeliani per usarli come merce di scambio contro la liberazione di 236 prigionieri palestinesi chiusi nelle loro carceri, comprese quelle di Andreas Baader e Ulrike Meinhof, rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim in Baviera. Come si evolse successivamente la faccenda é cosa risaputa, dopo 21 ore avvenne il trasferimento accordato con i terroristi, due elicotteri trasportarono gli attentatori con i loro prigionieri dal villaggio olimpico all’aeroporto di Furstenfeldbruck, dove ad attenderli c’era la polizia tedesca, che avrebbe dovuto eliminare i sequestratori e liberare i loro prigionieri. Operazione questa, che si rivelò una vera mattanza, a salvarsi furono solo tre terroristi, mentre gli altri cinque morirono, insieme a tutti gli ostaggi e più della metà di loro cadde sotto il fuoco della stessa polizia. Vi ricordo che fu il primo atto di terrorismo in diretta poiché, fu possibile, grazie alle telecamere impiegate per le riprese olimpiche, seguire l’inizio dell’attentato e il suo triste epilogo!Per realizzare “Munich”, Steven Spielberg ha attinto le informazioni dal libro “Vendetta” scritto dal giornalista canadese George Jonas, nel quale si racconta ciò che avvenne, dopo quel tragico avvenimento che sconvolse il mondo intero! Infatti, dopo quell’atto criminoso, fu indetta, dal primo ministro Golda Meir, una riunione straordinaria con i capi politici e militari, nella quale diede ordine di eliminare i responsabili di quel vile attentato. Per tale scopo il Mossad, assembla un gruppo di cinque uomini, dando l’avvio all’operazione “Mano di Dio”, impresa atta a rintracciare e uccidere sotto copertura, i mandanti di Settembre Nero. A guidare la spedizione punitiva sarà l’agente del Mossad Avner Kauffman, ruolo affidato ad (Eric Bana), coadiuvato dagli altri componenti così articolati: il costruttore di bombe Robert (Mathieu Kassovitz), il falsificatore di documenti tedesco Hans (Hanns Zischler), il silenzioso e metodico Carl (Ciaran Hinds) a lui il compito di pulire eventuali tracce lasciate dal gruppo, ad operazione conclusa, ed infine, il più determinato della banda, l’autista sudafricano Steve interpretato dal nuovo 007 (Daniel Graig). In una lettera aperta, pubblicata sul Jerusalem Post, lo scrittore Calev Ben-David rimprovera a Spielberg di non aver consultato nessuno dei sopravissuti, affidandosi per la ricostruzione dei fatti al libro “Vendetta” di G. Jonas (per alcuni è lo pseudonimo dello stesso Avner) la cui storia da lui scritta e stata più volte smentita. Da parte mia se devo proprio rimproverare qualcosa al buon Spielberg, è la durata del film, 164 minuti non sono una preghiera, sostantivo usato da lui stesso per definire la realizzazione di “Munich”, ma una messa intera!

Namor

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Di Darth (del 28/02/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 2720 volte)
Titolo originale
Io uccido
Autore
Giorgio Faletti
Prima edizione
2002

Giorgio Faletti, per i più giovani, o per chi non se lo ricordasse, nasce come cabarettista: negli anni ’80 fece numerose apparizioni televisive in programmi come Pronto Raffaella, Drive In, Emilio e Fantastico. Il ruolo di comico però, gli è sempre andato stretto: nel 1990, infatti, esce col suo primo album “Disperato ma non serio”, per poi proseguire nel campo musicale con tre partecipazioni al Festival di Sanremo (arrivato secondo nel ’94 con “Signor tenente”). Ha anche scritto canzoni per interpreti importanti, tra cui Mina, Fiordaliso, Branduardi e Milva che, nell’attuale Festival di Sanremo canta il brano di Faletti “Lo spettacolo deve continuare” (sembra la versione italiana della celebre “The show must go on” dei Queen). Nel 1994, inizia anche la sua carriera di attore con una partecipazione in “Miracolo italiano” (uno di quei pessimi film con i comici del momento: Ezio Greggio, Renato Pozzetto, Nino Frassica, Pieraccioni ecc…), proseguendo fino all’attuale “Notte prima degli esami”, dove Faletti dimostra anche di essere un ottimo attore. Infine, nel 2002, esce con il suo primo romanzo che intitola “Io uccido”: Un successo strepitoso, con oltre 3.500.000 copie vendute! Il libro in questione è un thriller con tutti gli stereotipi del caso: un serial killer telefona a Radio Monte Carlo prima di ogni omicidio perpetuato con l’agghiacciante particolarità dell’asporto del viso da ogni vittima: ad indagare, oltre alla polizia del principato di Monaco, c’è l’agente dell’FBI Frank Ottobre che sfrutterà questo caso inaspettato per uscire dall’apatia in cui stava annegando dopo la morte della moglie. La trama, come potete intuire, è abbastanza scontata e manca completamente di originalità; ma lo stile prolisso di Faletti (che molti ritengono noioso) a me è piaciuto molto. La descrizione maniacale di ogni dettaglio del luogo dove si svolge l’azione aiuta molto l’immaginazione del lettore a ricreare mentalmente il ‘tutto’, e, quindi, all’immedesimazione nei personaggi. La ricostruzione descrittiva di Montecarlo, è semplicemente perfetta, in alcuni momenti, questo libro, sembra più una guida turistica che un romanzo! Mi è piaciuto molto anche il personaggio di Pierrot: un ragazzo autistico con una grande passione per la musica e l’ingenuità di un bambino, che si rivelerà fondamentale per la risoluzione degli indizi musicali lasciati dall’assassino al termine di ogni telefonata. Sulle ali del successo, Giorgio Faletti, ha pubblicato altri due romanzi sullo stesso genere del primo: “Niente di vero tranne gli occhi” (nel 2004) e, pochi mesi fa, “Fuori da un evidente destino”, ottenendo anch’essi un clamoroso consenso di pubblico. Su questi risultati che non lasciano spazio a dubbi, il produttore De Laurentiis ha già acquistato i diritti cinematografici di tutti i libri. “Io uccido”, che dovrebbe uscire verso la fine del 2007, è già in produzione: la regia è stata affidata a John Avnet, mentre non si hanno ancora notizie certe sul cast. Cos’altro dirvi... non ho letto gli altri due libri di Faletti, quindi non mi posso esporre, ma per quanto riguarda il romanzo in questione, lo consiglio a chi piace leggere libri gialli e a chi apprezza scrittori come Devries, Cornwell, Crichton o Koontz, mentre lo sconsiglio ai palati più raffinati perché ne rimarrebbero sicuramente delusi. Certo che, l’ignorante Vito Catozzo, ne ha fatta di strada in questi vent’anni eh…

Darth

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