BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Andy (del 28/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1947 volte)
Artista
Toto
Titolo
Falling in between
Anno
2006
Label
Frontiers Records

Intorno al 1976 Jeff Porcaro e David Paich, rispettivamente batterista e tastierista decidono di mettere su una band che abbracci un po’ tutti i generi; da questo intento nasce il nome Toto che in latino significa appunto tutto, ogni cosa. Si uniscono a loro Steve Porcaro, fratello di Jeff e tastierista-autore che registrerà solo i primi due dischi, Steve “Luke”Lukather alla chitarra, David Hungate al basso e Bobby Kimball alla voce. Con questa formazione ci regalano il primo omonimo album “Toto” che contiene tra gli altri “Hold the line” e “Georgy Porgy”, due singoli di strepitoso successo. Ma è nel 1981 che raggiungono la massima popolarità con l’album “Toto IV”, che racchiude le favolose “Africa” e “Rosanna”. Con questo lavoro Porcaro e soci dimostrano veramente di disporre di una tecnica superlativa che gli permette di comporre canzoni di stampo rock ma con strizzate d’occhio al funk, alla disco e al pop. Nello stesso anno entra nel gruppo, al posto di Hungate, un altro fratello di Jeff, Mike, ma i dischi che seguono non sono all’altezza dei precedenti, anche perché nell’83 Bobby Kimball lascia i Toto e bisogna aspettare il 1987 per riascoltare un paio di singoli commerciali ma convincenti:”Can’t stop loving you”e “Pamela”. Seguono lunghissimi tour mondiali, dal Giappone all’Europa , da cui un “live” tratto dai vari concerti e qualche raccolta. Purtroppo nel 1992, Jeff perde la vita in seguito a un incidente domestico. Non senza fatica e rimpianto viene chiamato l’amico Simon Phillips a sostenere il difficile compito di sostituirlo. Il drumming di Phillips è decisamente più heavy ma comunque nel ’99 esce “Midfield”, album vicino ai suoni di “IV”, grazie anche al ritorno di Kimball alla voce. Segue “Trough the looking glass” del 2002, una raccolta composta da cover ri-arrangiate di canzoni dei loro artisti preferiti, tra cui Bob Marley, Eltohn John e Stevie Wonder; ottimo lavoro! Nel 2006 si inserisce nella band il bravo tastierista Gregg Phillinganes (famoso per le collaborazioni con Clapton, Cocker e Collins tra gli altri) e viene alla luce il nostro disco in questione: ”Falling in between”; devo dire una cosa: non fermatevi al primo ascolto perché subito, abituati a un suono di solito volutamente più pop e commerciale e di conseguenza immediato, potreste rimanere perplessi. A me è successo, ma riascoltandolo ho trovato una vena compositiva rinnovata e un livello strumentale globale favoloso. Molto più spazio a bass-line funk-rock accattivanti, sint e tastiere in evoluzione continua, a integrarsi con la chitarra di Luke che trovo meno virtuosa ma molto efficace, un ottimo Phillips raffinato e deciso e un grande Kimball che si dimostra l’unica voce per i Toto. Una panoramica sulle canzoni più convincenti: la title track è un pezzo potente su un tempo dispari un po’ alla Dream Theater, giocato tra atmosfere orientali e metal, la seconda traccia è “Dying on my feet”, che si sviluppa da un rif di chitarra sospeso a un finale ricco di fiati e percussioni molto “latin funk” e poi troviamo ”Hooked” per immergersi ancora in un connubio di rock e funky di alto livello con un rit davvero black; si cambia registro con “Tainted” che si apre con una gran chitarra al fulmicotone, come tutto il pezzo, che viaggia sulle onde di “gente” come Satriani, Van Halen e vari “guitar heroes”; ci spostiamo sul genere rock-fusion in ”Let it go” (sentite che basso!) che si apre gradualmente verso un finale di stacchi all’unisono quasi alla “Mahavishnu Orchestra” e ci rilassiamo su una bellissima ballad spirituale intitolata infatti ”Spiritual man”, pregna di stupendi cori, sax e organo gospel. Le mie conclusioni sono queste: i già eccellenti Toto hanno guadagnato, con l’ingresso dell’ ottimo tastierista (e cantante) Phillinganes, una nuova vena compositiva molto black e funky (essendo Gregg di colore), che si sposa benissimo con la loro visione della musica che è sempre stata orientata verso diverse sonorità. Il risultato è un bel lavoro che non penso deluderà i loro fans che potranno goderseli live il 30 marzo a Torino. Buon ascolto!

Andy

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Di Sansimone (del 27/01/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 4260 volte)
Titolo originale
Macaronì - Romanzo di santi e delinquenti
Autore
Francesco Guccini- Loriano Macchiavelli
Prima edizione
Gennaio 1997

I montanari tengono dentro per una vita i loro rancori” è questa la frase simbolo del libro che vi voglio raccontare, anzi che non vi racconterò, ma vi dirò perché, secondo me, merita di essere letto. Innanzi tutto, questo è il primo di una trilogia di gialli scritta a quattro mani da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli; i libri narrano le vicende di un maresciallo dei carabinieri capostazione in un paese dell’Appennino tosco-emiliano. La trama del primo romanzo racconta l’arrivo del maresciallo Santovito nel paesino che deve subito indagare su una serie d’omicidi apparentemente senza nessun collegamento fra loro, e in questo si scontra con il comportamento chiuso dei suoi nuovi compaesani. Quello che rende interessante quest’opera è il continuo interscambio narrativo dal piano del giallo a quello descrittivo della realtà italiana alla fine dell’800 e durante il ventennio fascista. Addirittura in alcuni passaggi il giallo si fa corredo della descrizione della realtà di vita degli italiani di fine diciannovesimo secolo. Sono soprattutto queste parti che mi hanno colpito, mi è venuto naturale fare un confronto su come vengono trattati gli extracomunitari in Italia oggi…purtroppo l’essere umano ha memoria solo di se stesso ma non della sua storia. Oltre a questo spunto, quello che ho trovato scritto molto bene sono state le riproduzioni delle atmosfere che si respirano nei paesini di montagna. Era facilissimo, durante la lettura, immaginarsi in cammino lungo i sentieri di boschi, oppure all’interno di una fumosa osteria, o ad ascoltare i saluti austeri ma sinceri dei paesani, dai modi duri e riservati ma sempre pronti a porgerti le mano… ricordi di un tipo d’educazione ormai scomparsa. Termino questo mio commento invitandovi a leggere questo libro, e anche gli altri due della serie, perché danno un ottimo spaccato del periodo storico che va dalla seconda guerra mondiale fino agli anni ‘70 dell’Italia rurale e non.

Sansimone

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Di slovo (del 26/01/2007 @ 05:00:00, in live report, linkato 3035 volte)
Evento
Diaframma in Concerto
Artista/i
Diaframma
Location
Club Milk - Genova
Data
20 gennaio ‘07

Caso emblematico nel panorama musicale italiano, i diafrmma nascono in seno alla new-wave anni ’80 e si sviluppano attorno all’anima del poeta-rock Federico Fiumani che da più di vent’anni resiste nell’underground, caparbio naviglio in mezzo all’oceano, senza il sostegno di major discografiche o promozioni multimediali.
Ha però dalla sua il supporto di uno zoccolo duro di affezionati che sentono giusto ripagare il musicista fiorentino per il suo talento, la sua originalità e una coerenza che è caratteristica sempre più rara, sopratutto nel mondo della musica.
Un concerto dei diaframma è puro spettacolo, sia sopra che sotto al palco.
L’ammirazione e il rispetto di cui gode Federico Fiumani / Diaframma, l'alchimia che ha stabilito con il suo pubblico, la limpidezza con cui li ripaga sono tra le cose più belle che si sono manifestate la sera del 20 gennaio, tra le vecchie mura del Milk.
Ho visto un Federico Fiumani in versione pre-concerto sedere e parlare con i ragazzi venuti a sentirlo, umilmente, da assoluto pari, l’ho visto firmare autografi e ringraziare, infine l’ho visto divenire un gigante sul palco, acclamato da un pubblico entusiasta.
Il gruppo è preciso e pesta compatto, la resa dell’impianto è buona e le canzoni dei diaframma trovano la loro dimensione ideale suonate dal vivo ... la scaletta pesca omogeneamente da tutto il repertorio, dai brani più recenti (“il sogno degli anni ‘70”) a materiale risalente agli albori: “siberia” (il momento più dark della serata, molto emozionante), “oceano”, “tre volte lacrime”. Il tiro punk con cui vengono interpretati i pezzi non tarda a scatenare il pogo nelle prime file: si suda molto nella sala concerti, pubblico e musicisti, e quando l’energia satura Federico la riporta a livello con una ballad, di quelle bellissime che ha scritto come “verde” o “labbra blu”.
Il secondo set si chiude con una versione heavy di “amsterdam”... il concerto sembrava finito ma i ragazzi non ci stanno. Inneggiando il ritornello del brano appena concluso: “dove un giorno ferito impazziva di luce” per qualcosa come dieci minuti consecutivi, convincono il gruppo a tornare sul palco per suonare l’ultimo bis... I fan e il loro amato Fiumani, Fiumani e i suoi fedeli fan.

slovo

foto di Steorix

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Di Namor (del 25/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3855 volte)
Titolo originale
Rocky Balboa
Produzione
USA 2006
Regia
Sylvester Stallone
Interpreti
Sylvester Stallone, Burt Young, Antonio Tarver, Milo Ventimiglia, Geraldine Hughes, Mike Tyson.
Durata
102 Minuti
Trailer

Nel lontano 1975 l’allora semisconosciuto Sylvester Stallone, assistette ad un incontro di boxe per il titolo mondiale dei pesi massimi tra il detentore del titolo Alì e lo sfidante Chuck Wepner, conclusosi con la vittoria di Alì per kot alla 15 ripresa. Sly rimase così impressionato dal coraggio e dalla tenacia che dimostrò Wepner in quel match, che trovò l’input per scrivere il suo capolavoro, la sceneggiatura di Rocky! L’anno seguente, convinse i due produttori Winkler e Chartoff a scommettere sul film, riuscendo anche ad ottenere una percentuale sugli incassi e la parte di Rocky, accordo indispensabile per la cessione del copione. Fu così che finalmente coronò il suo sogno… quello di fare l’attore! Fino ad allora, si era dovuto accontentare di piccole comparsate in vari film più o meno famosi, l’unico ruolo da “protagonista” lo ebbe nel 1970 in una pellicola porno dal titolo “The Italian Stallon”. Con “Rocky Balboa”, Stallone chiude definitivamente alla soglia dei 30 anni, una delle saghe più celebri è longeve della storia del cinema. A suo tempo quando propose “Rocky V” (il più brutto e inutile della saga), la produzione gli disse che avrebbe accettato solo se Rocky fosse morto! Sly acconsentì, ma quando seppe che sarebbe successo sulla famosa scalinata del Museum of Art di Philadelphia, sotto una pioggia scrosciante, si rifiutò, trovando il finale troppo deprimente. Con il senno di poi, un deluso Stallone si rese conto che non solo Rocky V non aveva convinto ma addirittura non lo riteneva il giusto addio che avrebbe voluto regalare agli affezionati dello stallone italiano. A distanza di 16 anni, con un budget molto basso (24 milioni di dollari) e 4 settimane a disposizione, gli viene concessa un’altra chance, quella di riscattare uno Stallone sessantenne che non interpreta da tempo un titolo degno di nota e, quella di riscrivere per la gioia dei fan un decoroso the end ad uno dei personaggi più seguiti ed amati da intere generazioni. Per tale impresa, non facile considerando la sua età, Sly si è sottoposto ad un intenso allenamento, durante il quale si è fratturato le dita di piedi e mani, ma questo episodio non ha influito sulla sua forza di volontà, anzi lo ha reso ancora più determinato, rivelandosi sul ring un tenace ma soprattutto credibile avversario. Quando ho saputo dell’imminente uscita di questo film ero molto scettico, non mi convinceva un sesto capitolo di Rocky, nel quale un attore con sessanta primavere doveva interpretare un pugile cinquantenne, ma ….., non era facilmente realizzabile, come non lo era rendere verosimili gli allenamenti a cui avrebbe dovuto sottoporsi per il conseguente match finale contro il campione del mondo Mason Dixon (Antonio Tarver, ex pugile professionista). Questa riflessione deve averla fatta anche Stallone, infatti la trama è incentrata sulla attuale vita che conduce Rocky, dove per esigenze di copione (Talia Shire ha rinunciato a prendervi parte) si ritrova vedovo, e tutto quello che rimane della amata moglie Adrian é un ristorante che, oltre ad avere le sue foto affisse sulle pareti porta anche il suo nome, ed è qui che la sera un malinconico Rocky intrattiene i clienti raccontando le sue gloriose gesta sul ring. Ma a renderlo ancora più triste e sofferente, è il distacco affettivo del figlio Robert (Milo Ventimiglia), un giovane manager insicuro che vive un’esistenza oscurata dalla luce perennemente luminosa del padre, alla continua ricerca di una sua dimensione che però non trova, frustrazione, che lo porta ad allontanarsi dal padre quasi rinnegandolo. Il faccia a faccia a cui assistiamo, che vede padre e figlio esporre ognuno le proprie recriminazioni è uno dei momenti più toccanti del film, come il suo tour iniziale con il cognato Paulie (Burt Young), che li vede far visita ai luoghi, che per Rocky, e lo spettatore, furono i più importanti e significativi, tra cui la bottega degli animali ora chiusa e trascurata, la sua vecchia casa da scapolo, la pista di pattinaggio dove Adrian pattinava, mentre lui gli camminava accanto, ritrovata abbandonata e ridotta ad un piazzale deserto, il tutto, rifinito da un nostalgico flashback di immagini che ritraggono lui e la sua amata moglie un tempo giovani e felici, un pellegrinaggio intenso e struggente, a cui, per chi ha seguito la saga sarà difficile non commuoversi, se poi ci si mette anche la meravigliosa colonna sonora di Bill Conti, sarà quasi impossibile!

Namor

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Di Darth (del 24/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1724 volte)
Titolo originale
Saints and Soldiers
Produzione
USA 2003
Regia
Ryan Little
Interpreti
Corbin Allred, Alexander Polinsky
Durata
90 minuti
Trailer

Il 17 dicembre 1944, in Belgio, durante l’offensiva delle Ardenne, un’ottantina di prigionieri di guerra americani vengono giustiziati dai soldati tedeschi senza alcun motivo apparente. Questa infamia è divenuta tristemente famosa come il “Massacro di Malmedy”. Su questo evento storico si basa il pluripremiato film di Ryan Little. Prima di lui, del massacro di Malmedy, a livello cinematografico ne aveva trattato (marginalmente) solo Ken Annakin ne “La battaglia dei giganti” (1965), con H.Fonda e C.Bronson. “Saints and Soldiers” inizia proprio con l’eccidio dei soldati statunitensi; quattro di loro riescono a salvarsi ma si ritrovano in mezzo alle foreste innevate del Belgio, con un solo fucile ed in territorio nemico. Vagando per le montagne, tenendosi alla larga dai tedeschi, incontrano un aviatore inglese lanciatosi col paracadute dopo essere stato abbattuto col suo aereo; costui deve arrivare il prima possibile ad un comando alleato per poter trasmettere alcune importanti informazioni di cui è in possesso. I cinque ‘eroi’, a quel punto, decidono di tentare di oltrepassare le avanguardie tedesche per riunirsi ai propri connazionali. Questo film, continua sullo stile ‘moderno’ dei film di guerra; cioè incentrando la sceneggiatura non sul conflitto ma sugli uomini che lo vivono. Ognuno dei cinque soldati ha un carattere ben definito, storie tragiche alle spalle, una famiglia, dei figli… tutto questo aiuta molto lo spettatore ad appassionarsi per la sorte dei personaggi. In questo e in altro, si è dimostrato davvero bravo il regista: creando una storia piacevole, aggiungendo l’interesse per un “fatto storico realmente accaduto”, assumendo attori apprezzabili ed esibendo una notevole tecnica dietro alla macchina da presa. Consigliato a tutti gli appassionati dei film di guerra… e non solo a loro.

Darth

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Di kiriku (del 23/01/2007 @ 05:00:01, in Fumetti, linkato 2000 volte)
Titolo originale
Maus
Autore
Art Spiegelman
Traduzione
Cristina Previtali
Prima edizione
Einaudi

L'uomo si distingue dagli animali per l'intelligenza, la capacità di ragionare e per tutte quelle caratteristiche che lo rendono civile come l'amore, la pietà, il perdono. Ma è altrettanto vero che solo noi siamo in grado di commettere atrocità senza pari. Se si ripercorre la nostra storia dalla nascita dell'uomo ai giorni nostri e si prova a fare un calcolo delle guerre, delle stragi efferate o di qualsiasi delitto commesso ci si rende conto subito che sono incalcolabili e che vengono perpetrati sempre e solo per la fame di potere. Ma come riusciamo a convivere tranquillamente con questo lato oscuro della nostra personalità? Semplice, abbiamo sviluppato un sistema di autodifesa che protegge molto bene la nostra coscienza: la memoria corta! Proprio in questa settimana cade il giorno della memoria, il 27 gennaio, giorno in cui ricordare la Shoah, ovvero il più grande sterminio di massa di tutti i tempi. Hanno perso la vita nell'olocausto sei milioni di ebrei, insieme a loro furono uccisi anche omosessuali, testimoni di Geova, portatori di handicap,rom, slavi e prigionieri di guerra per una cifra che in totale supera i dieci milioni di persone. Sono stati scritti centinaia di libri, girati altrettanti documentari e innumerevoli film. Ma nonostante tutto questo credo che per noi, che non abbiamo vissuto quella tragica esperienza, sia davvero difficile comprendere anche solo lontanamente la sofferenza disumana che queste persone hanno provato. Non dimenticare è il minimo che possiamo fare e per farlo, oltre al cinema e alla letteratura prodotta fino ad oggi, possiamo darci alla lettura di "Maus" un fumetto disegnato da Art Spiegelman. La storia è quella del padre del disegnatore che ha vissuto in prima persona gli orrori dei campi di cocentramento nazisti riuscendo a sopravvivere. Come voce narrante usa quella del padre Vladik mentre lui si raffigura come ascoltatore attento dei racconti del genitore, alternandoli alla sua storia di figlio . La sua è una testimonianza personale, non vuole raccontare la sofferenza di tutti gli ebrei ma solo quella degli orrori vissuti dalla sua famiglia e per questo ancora più toccante e cruda. I disegni sono semplici, scarni e funzionali alla storia, i tedeschi vengono ritratti come gatti, gli ebrei come topi e i polacchi come maiali. Questa particolarità di dare ai personaggi le fattezze di animali fa comprendere ancora meglio la persecuzione degli ebrei e gli orrori di Auschwitz. "Maus" è diviso in due volumi, il primo,"Mio padre sanguina storia." uscì nel 1986 ed ebbe subito un successo enorme che portò Spiegelman a produrne un secondo, " E qui cominciarono i miei guai", con il quale terminò il racconto inziato nel primo. Questo fumetto è stato tradotto in venti lingue e il successo avuto fu tale che lo portò a vincere il "Premio Pulitzer", cosa tra l'altro mai avvenuta prima. La forza di "Maus" sta propio nella sua potenza comunicativa in grado di sconvolgere e commuovere e che ne fanno un capolavoro senza pari. Ultimamente è possibile trovarlo a basso costo allegato a delle riviste, io vi consiglio vivamente di comprarlo perchè davvero merita tutto il successo che ha ottenuto. Anche se è "solo" un fumetto questo volume riesce a tener viva la memoria di quegli anni terribili, atrocità avvenute in tempo non poi così lontano e che ancora oggi qualcuno al coraggio di negare.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 22/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1313 volte)
Titolo originale
Spider
Produzione
Canada, USA 2002.
Regia
David Cronenberg
Interpreti
Miranda Richardson, John Neville,Gabriel Byrne, Ralph Fiennes, Lynn Redgrave.
Durata
98 minuti

Il film è tratto del romanzo di Patrick McGrath, che ha anche collaborato col regista all’adattamento. Vediamo “Dennis”(il protagonista, chiamato anche “Spider”) dimesso da un ospedale psichiatrico dopo molti anni, che viene mandato in una struttura di reinserimento situata nei suoi luoghi d’infanzia. Il rivedere posti della sua giovinezza gli farà rivivere episodi importanti accaduti a lui e alla sua famiglia, questo però avverrà con flashback dall’incerta veridicità. Infatti è lui stesso l’artefice delle sue storie e dei suoi personaggi in una distorsione tutta personale: crea e tesse le sue trame alla stessa stregua di un ragno con le sue tele. Questo come la mortale Aracne, che per aver sfidato la dea Atena ritenendosi superiore a lei nell’arte della tessitura, fu condannata dalla divinità a trarre da se stessa (sotto forma di insetto) il materiale necessario alla realizzazione delle proprie opere. Quindi alimentando da se stessa la propria punizione. “Spider” finirà con il rimanere imprigionato nella sua stessa tela, di cui ha ormai perso il controllo. La camera da letto dove il protagonista alloggia è favolosa per l’ambientazione cupa e angosciante. L’autore e lo scenografo Andrew Sanders hanno raccontato di aver sottratto gamme cromatiche alla pellicola, per un risultato ancora più coinvolgente e desolante. Gli interni sono scarni, vecchi, tristi e claustrofobici. Gli esterni sono deprimenti da periferia squallida con un gasometro a ergersi su tutto. La protagonista femminile, Miranda Richardson, è notevole nella sua triplice interpretazione, mentre su Ralph Fiennes, non ho avuto dubbi fin dall’inizio sul suo disordine mentale: Stupendo! La frase che mi è piaciuta di più è stata quella in cui la responsabile della casa di reinserimento, dopo aver visto “Spider” con tante camicie indossate contemporaneamente, gliene chiede spiegazione. Lui non risponde, ma al suo posto lo fa un altro paziente che le dice: “…Gli abiti fanno l’uomo, e meno c’è l’uomo più cresce il bisogno dell’abito.”. Un Cronenberg che non delude sicuramente, anzi, che sa attirare l’ignara preda verso la propria ragnatela! State attenti…

nilcoxp

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Di Velia (del 21/01/2007 @ 05:00:00, in libri, linkato 2285 volte)
Titolo originale
Diario di un Gatto con gli Stivali
Autore
Roberto Vecchioni
Traduzione
 
Prima edizione
marzo 2006

Prendete il vostro lato bambino, il fanciullino di Leopardiana memoria e….mettetelo a nanna! Diario di un Gatto con gli Stivali è sì una raccolta delle fiabe più classiche: da Biancaneve a Cenerentola, da Pollicino alla Piccola Fiammiferaia, ma dei classici ne mantiene solo il nome. Qui mi fermo, non dirò niente altro sulla trama, dovrete scoprirla voi, a vostro rischio e piacevolissimo pericolo. Roberto Vecchioni, cantante, musicista e insegnante di latino e greco, reinventa, manipola, gioca con i personaggi delle favole, li umanizza, li rende “reali” in una sorta di paradosso tematico. Stravolgimento dei ruoli, ironia, lucida follia sono tra gli ingredienti di questa meta-favola, una sorpresa dopo l’altra, 166 pagine da leggere con la curiosità di chi, pur credendo ancora nelle favole, è disposto ad accettare qualsiasi imprevisto la vita possa mettergli davanti. Consigliato in special modo a colui che riesce sempre a vedere il tanto acclamato “altro lato della medaglia” e a considerare altri punti di vista. A chi, pur disilluso dalla vita riesce a vedere il lato fiabesco della realtà, o semplicemente vuole farsi due risate alle spalle del Principe Azzurro…perché “niente è come appare”.

Velia.

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Di Farbiz (del 20/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1390 volte)
Artista
Wayne Shorter
Titolo
The classic Blue Note Recordings
Anno
1970
Label
EMI

Wayne Shorter si è ritagliato un posto di prima grandezza nella storia del jazz come sassofonista dei Jazz Messengers di Art Blakey e dell’ultimo quintetto acustico di Miles Davis (con Ron Carter, Herbie Hancock e Tony Williams), come leader in splendide incisioni del periodo hard-bop e fondatore dei mitici Weather Report. Il doppio CD antologico che vi propongo offre una panoramica completa dell’arte di Shorter nel periodo in cui incise per la Blue Note, negli anni ’60. In questi brani il sound di Shorter si presenta ampio, ricco di dinamiche, morbido e vigoroso allo stesso tempo; il suo fraseggio, memore della lezione di John Coltrane, è moderno, a volte aspro, con un andamento melodico mai scontato. Spesso le sue improvvisazioni raggiungono i sovracuti nel registro più alto dello strumento, ma Shorter non perde mai il controllo e domina la propria passionalità con un pensiero musicale sempre lucido e coerente. La particolarità di questa raccolta è data dal fatto che tutti i brani sono stati scritti dal sassofonista stesso: alcuni capolavori come Infant Eyes e Footprints, Speak no Evil e Adam’s Apple sono diventati standards noti a tutti i musicisti jazz e la qualità di ogni sua composizione ha proiettato Shorter nell’olimpo degli autori di questo genere musicale. Nei suoi progetti, documentati dal primo CD, spiccano l’altissima qualità formale delle strutture armoniche e l’estrema cura degli arrangiamenti. Nulla è lasciato al caso e i brani esemplificano la profondità del pensiero musicale di tutti gli esecutori impegnati. Nel secondo CD invece trovano spazio delle session bollenti, soprattutto sotto la direzione dell’estroverso Art Blakey, batterista vigoroso ed istintivo come pochi. Il clima è quello tipico dell’hard bop: improvvisazioni lanciatissime, atmosfere cariche di groove, energia inarrestabile che sembra accompagnare le tensioni sociali che caratterizzeranno la cultura afroamericana degli anni ’60. Va ricordato che Shorter è ancora in attività e, dopo un periodo di stasi creativa, è tornato in questi anni a produrre dischi di notevole livello. Si tratta dunque di un artista meritevole di attenzione, sia per il valore oggettivo della sua opera sia per la sua posizione storica all’interno della musica afroamericana. Niente di meglio, dunque, che un tuffo nel passato sempre attuale delle registrazioni Blue Note per apprezzare l’arte di un grande musicista, capace di rigenerarsi continuamente grazie alla raffinata sensibilità e alla costante ispirazione.

Farbiz

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Di slovo (del 19/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1830 volte)
Titolo originale
The Prestige
Produzione
USA/UK 2006
Regia
Christopher Nolan
Interpreti
Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, David Bowie, Scarlet Johansson
Durata
128 minuti

Tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Priest e adattato al grande schermo dal regista assieme al fratello Jonathan, “The Prestige” è un lavoro esemplare sotto molti aspetti e di sicuro uno dei migliori film proposti dal circuito mainstream negli ultimi mesi.
Nolan, che già con “memento” (2000) aveva dimostrato di saper padroneggiare strutture narrative complesse, sfugge anche questa volta dal convenzionale ordine cronologico, attirandoci in un vortice di rimandi mutuali (la geniale lettura parallela dei due diari), flashbacks e spostamenti temporali.
La promessa, la svolta e il prestigio: i tre atti in cui si svolge lo spettacolo di un illusionista, come introduce un arguto Michael Caine alla bambina e al generico spettatore... spettatore che manterrà l’attenzione viva per tutto il tempo, inevitabilmente, come quando si osserva un prestigiatore all’opera, tentando di capire il suo trucco, non sapendo che è già riuscito a deviarci lo sguardo altrove.
Allo stesso modo il film, incentrato sul mondo degli illusionisti del secolo scorso, diventa esso stesso un gioco di prestigio, seguendo quelle tre fasi intriga, cattura, sorprende, ma ci rivelerà il segreto solo sul finale, ammiccando che lo abbiamo sempre avuto sotto agli occhi (“ forse perchè in realtà non volevamo vederlo”)...
Notevole, a complemento dell’eccellente lavoro di regia, il cast: il sempre bravissimo Christian Bale (già diretto da Nolan in “Batman Begins”) e Hugh-wolverine-Jackman nei ruoli di Alfred Borden e Robert Angier, due amici illusionisti che vedranno il loro rapporto degenerare fino alle estreme conseguenze a causa della loro ossessione a primeggiare nelle arti magiche. Ottimo il già citato Michael Caine, senza infamia e senza lode la Johansson che però è sempre un bel vedere e David Bowie in un algida interpretazione di Nikola Tesla, un ingegnoso e visionario quanto misconosciuto scienziato, realmete esistito, la cui presenza nella trama, seppur con qualche concessione, arricchisce di mistero questo eccellente fanta-thriller. Da vedere.

slovo

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Di Namor (del 18/01/2007 @ 05:00:00, in Cinema, linkato 1681 volte)
Titolo originale
Kiss Kiss, Bang Bang
Produzione
USA 2005
Regia
Shane Black
Interpreti
Val Kilmer, Robert Downey Jr., Deanna Dozier, Michelle Monaghan, Joel Michaely, Corbin Bensen
Durata
102 minuti
Trailer

Avete voglia di vedere un film che non sia banale, moscio e ripetitivo? Allora recatevi in videoteca e noleggiate questo: “Kiss kiss Bang bang”, si lo so, il titolo é veramente ridicolo, ma per gli amanti della commedia per di più arricchita da altri generi cinematografici (noir, giallo, e pulp), la visione di questo film sarà una piacevole sorpresa. A dirigerlo e sceneggiarlo è Shane Black, autore anche del copione di “Arma Letale” scritto nel 1987 a soli 22 anni! Produce Joel Silver, noto anche per essere uno dei produttori più ricchi ed importanti dalla mecca del cinema, a lui si devono realizzazioni come “Arma Letale, Die Hard - Trappola di cristallo, Commando, Predator”. Come vedete le credenziali per un buon prodotto di azione ci sono, ma purtroppo la scarsa ed inadeguata promozione, abbinata alla poca esperienza di un regista esordiente, tra l’altro semi sconosciuto da noi, ne ha favorito l’indifferenza con la conseguenza che al botteghino é risultato un flop! Peccato, perché il film ha una trama intrigante e coinvolgente, che diverte lo spettatore fino alla fine, senza dare nulla di scontato. Un ladruncolo da quattro soldi, può ritrovarsi a fare l’attore a Los Angeles? Ebbene si! E quello che succede a Harry Lockarth (Robert Downey Jr.), che durante un tentativo di fuga si ritrova nel bel mezzo di un provino cinematografico, in cui verrà scelto grazie al suo artificioso “metodo recitativo” è di conseguenza spedito ad Hollywood per girare un film. In quell’occasione farà la conoscenza del suo compagno di sventure, il detective privato Perry van Strike (Val Kilmer) noto nell’ambiente come Gay, nome appropriato, che meglio esprime le sue tendenze omosessuali, e proprio a lui la produzione del film gli affida il compito di istruire Harry, per interpretare al meglio il ruolo di un poliziotto. Sarà proprio con l’inizio dell’addestramento, che i due si ritroveranno ad investigare sul serio su una serie di misteriosi delitti, che vedono coinvolta la sorella della bella Harmony (Michelle Monagan), amica del cuore di Harry fin dall’infanzia. Mi preme sottolineare la bella prova dei due attori maschili, un plauso particolare per Robert Downey Jr. vero mattatore della pellicola, purtroppo però i suoi continui arresti ed il persistente consumo di alcol e droga, lo hanno portato hai margini del mondo della celluloide, un vero peccato, perchè quando è in stato di grazia, come in questo film, lasciatemelo dire, è veramente bravo! Anche la performance di Val Kilmer, trovo sia di buon livello, anzi direi una delle migliori dopo il Jim Morrison di “The Doors”. Se dovessi proprio trovare un difetto a questa pellicola, non mi è piaciuta la voce narrante di Harry, troppe volte ferma e riavvolge il nastro per ripartire con le scene che secondo lui sono migliori!

Namor
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Di Darth (del 17/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1355 volte)
Titolo originale
The road to Guantanamo
Produzione
Inghilterra, 2006
Regia
Michael Winterbottom
Interpreti
Riz Ahmed, Farhad Harun, Waqar Siddiqui, Afran Usman, Shahid Iqbal, Sher Khan
Durata
95 minuti

Realizzato come un documentario, ma con tecniche cinematografiche, “Road to Guantanamo” vuol essere un’aperta critica verso i campi di prigionia americani a Guantanamo Bay, Cuba. Il film è tratto dalla storia vera di quattro ragazzi inglesi di origine pakistana che tornano al paese di origine per presenziare al matrimonio di uno di essi. E’ l’ottobre del 2001, le torri gemelle sono appena crollate, e gli americani stanno muovendo le prime offensive contro i talebani in Afghanistan. I quattro giovani, come molti altri connazionali, seguono i suggerimenti dell’Imam della moschea e passano il confine per aiutare la popolazione afgana e lì, loro malgrado, si ritrovano in mezzo a fondamentalisti islamici e simpatizzanti di Al-Quaeda. Vengono arrestati dall’ “Alleanza del nord” e, pochi giorni dopo, trasferiti a Guantanamo. Di uno di loro si persero le tracce, mentre gli altri tre, dopo aver subito innumerevoli torture, centinaia di interrogatori, umiliazioni ed essere stati trattati peggio di bestie destinate al macello, riuscirono a provare la propria estraneità alle cellule terroristiche e furono rilasciati. Era il 07 marzo del 2004… sono passati 29 mesi.
Il regista Michael Winterbottom, già autore del critico “Benvenuti a Sarajevo”, per la realizzazione di questo film si avvale della totale collaborazione dei “Tre re di Tipton” (soprannome dato dai media ai tre anglo-pakistani): non solo racconta la storia esclusivamente dal loro punto di vista, ma li utilizza anche come attori nel ruolo di loro stessi! Questa scelta, se da un lato è geniale (chi meglio di loro poteva interpretare i ruoli?), dall’altro ha la pecca dell’ovvia mancanza di obiettività. Certo che, sulle prigioni di Guantanamo se ne è già parlato tanto, con fotografie scioccanti a comprovare quello che racconta Winterbottom nel suo film; ma il regista non si ferma alla ricostruzione dei fatti... va oltre… così, mentre i protagonisti di questa tragedia subiscono torture fisiche e psichiche, la camera stacca ora su Bush che afferma <<Quello che sappiamo, è che queste persone sono cattive>>, e ora su Rumsfeld <<La convenzione di Ginevra è per lo più rispettata>>. Un film critico e amaro, ben realizzato, e con una trapelante percezione del realismo insito nella pellicola… pellicola fortemente anti-Bush.

Darth

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Di kiriku (del 16/01/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 1575 volte)
Artista
Vinicio Capossela
Titolo
Nel niente sotto il sole
Anno
2006
Label
Warner

La prima volta che ho ascoltato Vinicio risale al 1990, anno in cui uscì il suo primo album "All'una e trentacinque circa". Mio fratello aveva comprato in società con un suo amico il cd e l'avevano registrato su una cassetta che io credo di aver consumato a forza di ascoltarla. Già allora era chiaro che il suo stile era differente, che non era come tutto quello che si poteva ascoltare in quegli anni e anche se riascoltandolo oggi ci si rende conto che le sonorità e gli arrangiamenti erano quelli in voga in quel periodo e altrettanto vero che fu l'unico a proporre qualcosa capace di rompere gli schemi. Da allora ho seguito il suo percorso musicale e ho acquistato tutti i suoi cd, a cominciare da "Modì", uscito l'anno seguente e via via con tutti gli altri, "Camera a sud", "Il ballo di san Vito", "Live in volvo","Le canzoni a manovella" e "L'indispensabile" nel 2003. Fino a quest'ultima data Vinicio è notevolmente maturato, sia sotto il profilo musicale che dei testi e sinceramente ho pensato che avesse raggiunto il culmine, la vetta. Dopo "Le Canzoni a manovella", che ritengo essere un album splendido, pensavo che sarebbe stato difficile per lui fare qualcosa di qualitativamente superiore. E invece a tre anni di distanza e dopo aver scritto un libro esce, all'inizio del 2006 , "Ovunque proteggi". Come al solito non mi ha deluso, anzi mi ha sorpreso per come sia riuscito, pur senza scendere a compromessi e proseguendo sempre per la sua strada, a realizzare qualcosa di davvero unico e geniale. Un album difficile che al primo ascolto non è facile da digerire, ma che poi una volta metabolizzato si mostra in tutta la sua bellezza. Inoltre dopo tanti anni sono riuscito finalmente a vederlo in concerto a Torino. Dal vivo è ancora meglio, è uno spettacolo di musica, luci e costumi che coninvolgono e investono il pubblico lasciandolo entusiasta. A questo punto credevo che Vinicio, almeno per il 2006, avesse asaurito le sorprese e invece a fine novembre esce con "Nel niente sotto il sole", un cofanetto contenente un cd e un dvd che ripropongonono il tour che ha visto l'artista impegnato in settanta concerti tenuti nelle piazze e nei teatri di tutta Italia. Il dvd contiene quasi tutte le canzoni di "Ovunque proteggi" più alcuni pezzi storici come ad esempio "Corvo torvo" e "Il Ballo di San Vito" e ,attraverso un montaggio che oserei definire quasi visionario, realizza un film musicale/teatrale che Vinicio offre a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di andarlo a vedere e anche a quelli che non c'erano. E' piacevole rivederlo sul palco dove con la sua energia e con la sua musica trascina il pubblico e indossando un abito diverso ad ogni canzone , lo si vede dar vita a quei personaggi che popolano quel suo mondo fatto di realtà, mitologia, storia e viaggi onirici. Un mondo diviso in due tra la carne e la spiritualià, tra il peccato e la redenzione. Nel dvd ci sono anche degli extra: tre canzoni che sono rimaste fuori dal film e sono "Al colosseo","Maraja" e "Pena de l'alma", un breve backstage della lavorazione dell'album "Ovunque proteggi", un brano mai pubblicato "Lettera a Nutless", le immagini della festa della celebrazione della Pasqua a Scicli in Sicilia, la biografia e una galleria fotografica. Per quanto riguarda il cd le canzoni, a parte qualche variazione, sono le stesse, cambiano però le registrazioni che sono state fatte durante concerti differenti. Dal vivo i suoni sono più duri, la voce di Vinicio sembra passata sulla carta vetro e si sente di più l'uso dell'elettronica. I pezzi, a differenza di quelli registrati in studio, sembrano essere più intensi, più comunicativi e l'impatto che hanno con l'ascoltatore ancora più travolgente. Questo anno appena passato ha visto Capossela vincere il "Premio Tenco" e prendere il disco di platino per le centomila copie vendude. Il suo pubblico è aumentato di anno in anno e non mai stato così numeroso e tutto questo mi porta a pormi la stesse domande che mi sono posto in passato; E adesso che è salito così in alto continuerà a salire? Riuscirà a stupirmi ancora? Tutta questa popolarità nuocerà alla sua musica? Fino ad oggi non mi ha mai deluso e sono sicuro che non lo farà nenche in futuro.

 Kiriku

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Di nilcoxp (del 15/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1399 volte)
Titolo originale
Hero - Ying Xiong
Produzione
Hong Kong, Cina 2002
Regia
Zhang Yimou
Interpreti
Jet Li, Tony Leung, Maggie Cheung, Donnie Yeng.
Durata
120 minuti

Il film si svolge nella Cina del III secolo a.C., dove un eroe senza nome si reca al cospetto del Signore di uno dei sette regni esistenti. Quest’ultimo concede udienza allo sconosciuto individuo in virtù delle sue gesta compiute: l’eliminazione di tre fortissimi guerrieri suoi nemici. Alla versione dello straniero però, il regnante opporrà la sua. Inizia così una narrazione degli avvenimenti che a seconda del narratore vedrà cambiare i fatti, i colori e le motivazioni. Accostato al film di Kurosawa “Rashomon” per la trama, va subito detto che null’altro ha in comune con lo stesso. Lo svolgimento della storia in questa pellicola è pretestuoso al fine di esibire coreografie danzanti di duelli acrobatici. E’ un film da guardare per la gioia degli occhi: danze, colori forti, scenografie ridondanti in un quasi stile barocco. Scorre, non annoia ma non esalta. Il cast è rappresentato dagli attori/attrici più belli dello star system cinese, ed è antecedente alla “Foresta dei pugnali volanti”. Io ho fatto il percorso inverso: prima ho visto “La foresta dei pugnali volanti” che mi ha fatto scoprire anche “Hero”. Il risultato? Due film speculativi l’uno dell’altro sia nella forma che nella sostanza. Niente di più.

nilcoxp

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Di Sansimone (del 14/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3212 volte)
Titolo originale
La femme d’à còté
Produzione
Francia 1981
Regia
Francois Truffaut
Interpreti
Gérard Depardieu, Fanny Ardant, Véronique Silver, Henri Garcin, Michèle Baumgartner
Durata
106 minuti

Qualche giorno fa un collega mi ha imprestato la videocassetta di un film di TruffautLa signora della porta accanto”. La prima cosa che mi ha colpito è stata la bassa qualità video dei vhs, non c’ero più abituato! A parte quest’aspetto tecnico, mi sono subito ritrovato immerso nella storia di una coppia francese che si rincontra dopo vari anni in maniera occasionale, loro malgrado diventano vicini di casa, da qui inizia il film con prima il ritorno dell’amore tra i due e, in seguito, la degenerazione di questo sentimento. Il regista è bravissimo nel mantenere alta la tensione, utilizzando la passione come asse portante della pellicola, fino al colpo di scena finale da thriller. Ottima la scelta degli attori, con un giovane ma molto bravo Gérard Depardieu ed una bellissima Fanny Ardanò nelle vesti dell’amante vicina di casa. Devo ammettere che, dopo aver letto la trama del film, mi aspettavo che il messaggio chiave dell’opera di Truffaut fosse un rapporto d’amore e odio tra due persone che non sanno comunicare fra loro senza l’uso della passione. Il regista, invece, prende spunto da questa vicenda per evidenziare le estreme difficoltà che s’incontrano nella vita nel cercare un equilibrio tra le istintive passioni, le soddisfazioni immediate, il puro piacere di vivere senza regole e il godere delle piccole cose (gli affetti o amori non travolgenti ma affidabili che nella vita si possono incontrare). E’ questa ricerca della propria linea d’ombra che guida le vicende del protagonista Bernard (Depardieu), ma che non riuscirà a trovare. In ultimo non mi rimane da dire altro sennonché questo è un vero gran bel film, fatto per essere gustato da soli e meditarci su per i tanti spunti riflessivi che lancia.

Sansimone

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