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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di ninin (del 13/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2054 volte)
Titolo originale
Happy feet
Produzione
Usa, Australia 2006
Regia
George Miller
Interpreti
 
Durata
108 minuti

Rieccomi di nuovo qua… La pellicola che cercherò di raccontarvi oggi è “Happy feet”. Narra la storia di Mambo, un pinguino imperatore radiato dalla propria comunità perché troppo anticonformista, che viene accolto da un’ altro gruppo di piccoli pinguini, sullo stile dei “caballeros”, propensi a strabiliare le femmine con qualità diverse dal classico “canto dell’accoppiamento”, e dediti alla ricerca della pietra dell’amore. Eccezionale graficamente. Questa pellicola diretta da George Miller (creatore del maialino Babe), in alcune scene ha un’animazione talmente perfetta da farti dubitare che sia ancora un cartone animato! Un mix tra un musical (con canzoni anni 70-80 davvero fantastiche) e il documentario di Luc JacquetLa marcia dei pinguini” uscito nelle sale lo scorso anno (fortunatamente senza il commento snervante di Fiorello!). Pensate che, per creare l’animazione del pennuto Mambo adattandogli i movimenti del ballerino reale Savion Glover, a causa della mole di lavoro e dal disagio causato dalla distanza dei due studios cinematografici (situati in due continenti differenti, Nord America e Australia) ci sono voluti ben sette anni! La colonna sonora si avvale della collaborazione di vari artisti come Prince, K.D.Lang, Yolanda Adams e Gia Farrell, tra cui spiccano le hits “Kiss”, “Somebody to love” e l’evergreen “My way” interpretata in maniera molto divertente dall’amigos di Mambo. Prince, dopo aver visto l’interpretazione del suo brano, si è talmente entusiasmato che ha voluto comporre appositamente per il film “The song of the heart”, pezzo che si ascolterà nei titoli di coda. Che dire, il film a me non è dispiaciuto affatto, anzi, l’ho trovato molto divertente e spassoso! L’unica pecca è sempre la stessa: nei titoli di testa ci torturano facendoci notare la miriade di guest star che danno voce ai personaggi del film in lingua originale (tra cui spiccano Nicole Kidman, Robin Williams, Elijah Wood, Hugh Jackman e Brittany Murphy), mentre noi ci dobbiamo accontentare di Massimo Lopez… Ciao e alla prossima!

ninin

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Di slovo (del 12/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1220 volte)
Artista
Steve Hackett
Titolo
Wild Orchids
Anno
2006
Label
Inside Out

Pochi musicisti possono dirsi completi come lo è Steve Hackett. Per chi non lo sapesse ricordiamo che è stato il chitarrista dei Genesis durante il loro periodo più memorabile (‘71 – ‘77) contribuendo in maniera determinante ad un sound che divenne imitatissimo. Appena prima del ‘botto’ commerciale del gruppo scelse di intraprendere una carriera solista in risposta ad una personale e molto onorevole esigenza di ricerca artistica. Questa lo ha condotto non solo ad approfondire il lavoro di composizione per chitarra classica ma anche ad esplorare una moltitudine di generi, deviando profiquamente dal chitarrismo più ovvio.
“Wild Orchids” è un espressione diretta dello Steve Hackett più sperimentale, quello in grado di far convergere molteplici stili musicali fluidamente, elegantemente, come affluenti che immettono nel fiume.
L’uso di una strumentazione che copre una gamma molto vasta, dai suoni elettrici tipici dell’ hard-rock all’acustica della 12-corde passando per orchestrazioni sinfoniche e timbri presi a prestito dalla world-music, colora di volta in volta gli ibridi concepiti da Hackett: la strepitosa “wolfwork” in cui convivono l’anima metallica e quella classica in continuo interscambio, “waters of the wild” intinta in atmosfere mediorientali o la folle “down street” dove solidi assoli solcano uno sfondo che muta dall’ iniziale marcetta funky fino a una fanfara dominata dalle fisarmoniche.
La bravura nel comporre delicate ballads acustiche è palesata dalle eteree “set your compass”, “to a close” e “she moves in memories” ma il viaggio per il mondo musicale si attua anche attraverso omaggi a colleghi illustri, come la portentosa “Ego and Id” di ispirazione ‘crimsoniana’, la cover di “Man in the Long Black Coat” di Bob Dylan o “The Fundamentals Of Brainwashing” forse un po’ troppo imitativa dei Pink Floyd di Gilmour.
Non il miglior lavoro di Hackett in assoluto tuttavia un disco promosso a pieni voti, ricco di intuizioni ottimamente sviluppate e compendio ideale del suo lungo percorso artistico.

slovo

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Di Namor (del 11/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1828 volte)
Titolo originale
Déjà Vu
Produzione
USA 2006
Regia
Tony Scott
Interpreti
Denzel Washington, Val Kilmer, Paula Patton, Bruce Greenwood, Adam Goldberg, Jim Caviezel.
Durata
128 minuti

Quante volte abbiamo avuto la sensazione di aver già vissuto un avvenimento che si sta verificando, o di aver fatto la conoscenza di qualcuno ed in quello stesso istante sentire che la stessa persona faccia già parte della nostra vita, a me é successo più di una volta! Tale esperienza viene chiamata déjà vu (già visto), termine francese creato dal ricercatore psichico Emile Boirac, e menzionato nel suo libro “L’Avenir des sciences psychiques” (Il futuro delle scienze psichiche). Il déjà vu, è una esperienza molto comune, si stima che almeno il 70% o più della popolazione lo abbia vissuto almeno una volta, e secondo alcuni, sarebbe una evidenza diretta della reincarnazione! Prendendo spunto da questo strano fenomeno, il regista Tony Scott alla sua ottava collaborazione con il produttore Jerry Bruckheimer, dirige il suo ennesimo blockbuster dal titolo “Déjà vu - Corsa contro il tempo”. Sarebbe stato più adeguato però, intitolarlo solo “Corsa contro il tempo”, visto che di un tema misterioso e affascinante come il déjà vu, in questo film, se ne riscontra una labile traccia, lasciando invece ampio spazio alla tecnologia, vero fulcro delle indagini condotte dai protagonisti per portare a termine il caso. In una bella giornata di sole, mentre decine di torpedoni confluiscono sui marciapiedi un abbondante flusso di persone, composto per lo più da marinai schiamazzanti e da intere famiglie sorridenti, un ferry boat ormeggiato sulle rive del Missisipi, attende il loro imbarco per festeggiare il Mardi Gras. Nulla farebbe presagire l’imminente tragedia! All’improvviso un boato provocato da un’esplosione che fa saltare in aria la chiatta, causando 548 morti! All’agente della ATF (Alcohol Tabacco Fireams) Doug Carlin (Denzel Washington), arrivato sul posto per indagare sulla causa della deflagrazione, gli appare subito chiaro che si tratta di un attentato. Tra i corpi ripescati dal fiume, uno in particolare catalizza la sua attenzione, quello di una giovane donna di colore recuperato all’esterno del perimetro dell’attentato. Come mai la vittima presenta tre dita tranciate di netto e tracce di nastro adesivo sulla bocca? Per l’agente Carlin, il suo passato, é la chiave per arrivare alla soluzione del caso. Considerazioni che non sfuggono all’agente Pryzwarra (Val Kilmer), che intravede in Carlin un ottimo elemento con cui collaborare per la cattura dell’attentatore in breve tempo. Ed è qui che entra in gioco la tecnologia che prima ho citato, attraverso questa scienza gli investigatori avranno la possibilità di risalire il tempo, grazie ad una falla temporale aperta per caso da quei satelliti che osservano il mondo e di indagare o meglio videoindagare nella vita passata della vittima, ma avranno solo quattro giorni a disposizione per deviare il corso degli eventi! Il film, è stato il primo ad essere girato a New Orleans, dopo il passaggio devastante di Katrina e la pellicola ne mostra i segni, infatti le riprese sono state rimandate solo di tre mesi. In un primo momento la scelta della location era caduta su Long Island, ma Scott ritenendola troppo anonima e asettica, l’ha sostituita preferendo la più passionale New Orleans. Inutile dire che la prova di D.Washington, mi è piaciuta, come quella della quasi debuttante Paula Patton, bravo anche Jim Caviezel nel ruolo del terrorista, la presenza di un Val Kilmer eccessivamente ingrassato non mi ha entusiasmato, sembra che si trovasse lì solo per far piacere all’amico Scott (con cui girò “Top Gun”).

Namor

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Di Darth (del 10/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4095 volte)
Titolo originale
The Lake House
Siworae
Produzione
USA 2006
Corea del Sud 2000
Regia
Alejandro Agresti
Hyun-seung Lee
Interpreti
Sandra Bullock, Keanu Reeves Jung-Jae Lee, Ji-hyun Jun
Durata
105 minuti

Nel 2000, il coreano Hyun-seung Lee dirige una storia d’amore dalla trama molto particolare: un ragazzo ed una ragazza vivono nella stessa casa sul mare a due anni di distanza l’uno dall’altra. La cassetta delle lettere dello stabile, però, sembra far da “ponte” tra il passato ed il presente, permettendo così ai due giovani di conoscersi tramite lettere. Dopo essersi scritti per vario tempo, i due protagonisti di questa storia paradossale, si innamorano l’uno dell’altra… ma come ovviare al problema dei due anni di distanza che li separano?
Il regista orientale intitola la sua opera “Siworae – Il mare” (proprio “Il mare” in italiano - il nome che il protagonista dedica alla casa). Sei anni dopo, il regista argentino Alejandro Agresti firma il remake del capolavoro coreano, avvalendosi di due attori del calibro di Keanu Reeves e Sandra Bullock ed intitola il suo film “The lake house” alias “La casa sul lago del tempo” per noi prolissi italiani.
Ho deciso di effettuare una recensione “doppia” perché i due sono teoricamente lo stesso film… teoricamente! La trama, in effetti è la stessa, varia di pochissimi dettagli insignificanti, ma tutte le scene fondamentali dell’opera sono l’una la copia precisa dell’altra. Fine. Agresti ha copiato solo la trama, per il resto ci ha messo del suo… purtroppo!
E’ incredibile come due film che narrano la stessa cosa, la possano dire in maniera così differente. Il capolavoro coreano è nel tipico stile orientale: una fotografia curatissima e le immagini che prendono il posto delle parole, sostenute da una musica morbida e avvolgente. I due protagonisti sono proprietari della scena e lasciano pochissimo spazio agli attori di contorno. Un film poetico e bellissimo, con una regia perfetta. Il film americano, invece, è decisamente meno curato. La regia e la fotografia sono normali, non colpiscono né in positivo né in negativo, e la poesia delle immagini originali viene accantonata per far posto a chiacchiere inutili tra amici di lui, amici di lei, storie d’amore precedenti ed un sacco di altra immondizia a deturpare una trama essenziale e senza sbavature. Neppure sotto il profilo attori vince il confronto l’opera americana: la bellezza orientale e la semplicità dello sguardo di Ji-hyun Jun, hanno molta più presa dell’interpretazione algida della Bullock, mentre Keanu (Neo) Reeves, dopo la trilogia di “Matrix”, non mi coinvolge in nessun film, ho la costante sensazione che da un momento all’altro inizi a tirar calci al rallentatore (anche se, sono certo, piacerà più del coreano a tutte le nostre lettrici :P). Perfino il cane asiatico, è più carino e simpatico di quello americano!
Per concludere, un quesito: perché rifare un film bellissimo in maniera mediocre anziché acquistare i diritti dell’originale, doppiarlo, e mostrarcelo in tutta la sua beltà? Sarà forse perché la maggioranza degli occidentali se non leggono “Keanu Reeves e Sandra Bullock” non vanno al cinema? …riflettiamoci…

Darth

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Di kiriku (del 09/01/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 1461 volte)
Artista
Bebo Ferra
Titolo
Mari Pintau
Anno
2003
Label
Egea

"Mari Pintau" tradotto dal dialetto all'italiano diventa Mare dipinto. Il mare, come si intuisce dal titolo, è quello di Sardena e il pittore che da vita a questa opera è Bebo Ferra, chitarrista affermato e apprezzato a livello nazionale. Lo accompagnano in questa impresa: Javier Girotto,saxofonista e multistrumentista argentino; Paolino Dalla Porta, uno dei più apprezzati contrabbassisti italiani; Roberto Dani, batterista e percussionista dotato di originalità e di molta creatività. Il risultato è davvero notevole, i quattro riescono, grazie anche ad un' intesa e ad una capacità di dialogare davvero esemplare, a dar vita a qualcosa che va oltre la classica e a volte banale musica folcloristica. Il tutto nasce da un'idea del chitarrista cagliaritano, che compone dieci tracce pregne di una musicalità pulita e melodica, facile all'ascolto anche quando le strutture armoniche e ritmiche sono complesse. Quattro musicisti, quattro capacità espressive diverse tra loro che si fondono insieme, come spesso accade nel jazz, guidandoci attraverso un viaggio che prende si spunto da una visione di appartenenza ad una terra ricca di storia, ma che poi, attraverso suoni antichi e nuovi, prende quota e si perde nell'orizonte dove il confine tra sogno e realtà diventa invisibile, lasciando l'ascoltatore libero di perdersi nei propri ricordi. Quello che impressiona ascoltando questo cd è la purezza, la trasparenza delle composizioni di Ferra, dalle quali si evince una capacità melodica di alto livello. Non da meno sono le prestazioni dei suoi compagni. Girotto riesce a dare profondità senza mai strafare suonando con precisione ed eleganza e altrettanto fa Dani che dosa sapientemente le forze con discrezione e fantasia. Dal contrabbasso di Dalla Porta arrivano innumerevoli temi armonici e ritmici che con raffinatezza completano il quadro e stimolano la fantasia dell'ascoltatore. Ma non finisce qui, in questo cd troviamo anche degli ospiti. Gavino Murgia: voce, sax soprano, launeddas, pipiola nelle canzoni "Ehia" e " Non potho reposare"; Fulvio Maras: percussioni nelle canzoni "Toral" e "Mari pintau"; Lello Pareti: contrabbasso nella canzone "Mari Pintau". Questo è un cd da mettere nel lettore e riascoltare più volte, perchè ad ogni ascolto si scopre sempre una suono, una sfumatura alla quale prima non si aveva fatto caso e ogni volta ci si stupisce per la bellezza di questo lavoro e ci si perde tra le onde di un mare dipinto.

kiriku

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Di nilcoxp (del 08/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1147 volte)
Titolo originale
The Wind That Shakes the Barley
Produzione
Francia, Irlanda, Gran Bretagna 2006
Regia
Ken Loach
Interpreti
Cillian Murphy, Padraic Delaney, Liam Cunningham, Orla Fitzgerald,Mary O'Riordan, Mary Murphy, Fiona Lawton.
Durata
124 minuti

Irlanda 1920. Sono trascorsi solo otto minuti ed io sono già irlandese, e sono pronto a combattere contro l’esercito britannico e le loro angherie. Condivido in pieno la scelta difficile del protagonista (Cillian Murphy) di abbandonare una promettente carriera medica per schierarsi al fianco del fratello (Padraic Delaney) e degli altri compaesani contro l’oppressore straniero. Insieme riusciranno a costringere l’esercito inglese ad una tregua e alla nascita del Libero Stato d’Irlanda. Purtroppo i problemi non finiscono, i due fratelli si troveranno su posizioni diverse riguardanti il destino del paese: il futuro medico assumerà un atteggiamento più estremizzante al contrario del fratello maggiormente conciliante verso questa nuova forma di governo. Il film ci parla di scontri durissimi, prima verso gli oppressori, poi tra le due fazioni interne. In un caso o nell’altro vediamo amici morire in battaglie, che si verificano anche tra di loro. Speriamo con loro, soffriamo con loro. Ma le disillusioni di ciò che la vita ci riserva, delle scelte assurde che una guerra comporta, della follia umana, sono qui ben descritte. Il Maestro K.L. è bravissimo a farci vivere questo momento storico, dove anche le ambientazioni partecipano ai tristi eventi (il set stupendo è nella contea di Cork), abile com’è a mantenere un equilibrio tra militanza e narrazione. Equilibrio che è poi l’essenza del suo cinema da sempre. Un’altra grande prova di questo regista che riesce a farci sapere, pensare, e soffrire. Cosa si può chiedere di più ad un film? Da vedere subito!!!

nilcoxp

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Di Farbiz (del 07/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 1657 volte)
Artista
Red Garland
Titolo
Groovy
Anno
1957
Label
Prestige

La storia del jazz è piena di personaggi curiosi, musicisti dotati di estro, tecnica e buon gusto che rimangono relegati al ruolo di comprimari, senza mai divenire veri leader. Tra i tanti spicca sicuramente il nome di Red Garland, pianista dal tocco sopraffino, capace di portare l’arte dell’accompagnamento jazz ai massimi vertici tra gli anni ’50 e 60’. In un periodo d’oro per la musica afroamericana, Garland partecipò a registrazioni con Charlie Parker, John Coltrane, Miles Davis, Sonny Rollins ed altri musicisti di punta. Nello stesso periodo completò, con il contrabbassista Paul Chambers e il batterista Philly Joe Jones, la sezione ritmica del gruppo di Miles Davis. Il livello di questi musicisti era talmente elevato da imporre uno standard per l’epoca e, conseguentemente, le richieste di collaborazione per questi artisti furono innumerevoli. Tuttavia Garland riuscì a presentarsi sul mercato discografico anche con diverse incisioni a proprio nome, dedicandosi in particolare al classico trio con piano, contrabbasso e batteria. Nel 1957 uscì per l’etichetta Prestige il disco “Groovy”, oggi riproposto in una rimasterizzazione digitale che ci consegna intatto il sound smagliante del gruppo, condotto da Garland e completato da Paul Chambers e Art Taylor. I titoli del disco contano cinque standards ed un brano originale composto dallo stesso Garland. Apre il trascinante “C Jam Blues” di Duke Ellington, nel quale spiccano immediatamente l’agile swing del trio ed il tocco cristallino di Garland. Si prosegue con la ballad “Gone again” che mette in risalto la vena melodica del gruppo, capace di ricreare l’atmosfera soffusa di un jazz club grazie alla morbidezza del sound e all’incedere misurato degli assolo. La rapidissima “Will you still be mine?” offre a Garland l’occasione per sfoggiare un solo velocissimo, sorretto dal gioco di accordi della mano sinistra che sostiene i rapidi cambi armonici del brano. Un intervento con l’arco eseguito da Chambers, vero marchio stilistico per questo grande contrabbassista, riconduce al tema finale per un brano che fila via come un pattino sul ghiaccio. Ancora un classico dall’atmosfera bluesy intitolato “Willow weep for me”, per chiudere infine con due pezzi a tempo medio, “What can I say, dear?” e “Hey now”, caratterizzati da un piglio leggero e coinvolgente. Insomma, un disco che vi farà battere il tempo dall’inizio alla fine grazie allo stile magistrale di Garland e alla scorrevolezza delle linee di Chambers, sorretti dal timing accurato di Art Taylor, motore costante di un meccanismo senza incertezze. La grazia di questa musica senza tempo ha ceduto il passo alle sperimentazioni degli anni ’70 e ’80, sommersa dal sound ribelle del free jazz e dalle esperienze elettriche della fusion, ma oggi si ripropone agli ascoltatori come una lezione di stile inappuntabile. In conclusione, un disco raffinato e comunicativo per chi vuole prestare orecchio a dell’ottimo jazz senza doversi sottoporre a un impegno d’ascolto troppo cerebrale. Un ottimo inizio per dedicarsi autonomamente alla ricerca di altre splendide incisioni dello stesso periodo prodotte da Garland e dai suoi collaboratori.

 Farbiz

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Di Andy (del 06/01/2007 @ 05:00:00, in musica, linkato 14704 volte)
Artista
Negrita
Titolo
Ehi! Negrita
Anno
2003
Label
Mercury-Universal

I Negrita iniziano a suonare insieme nel 1991, nei dintorni di Arezzo e prendono il nome da un pezzo contenuto nell’album  Black and Blue(1976) dei Rolling Stones, Hey Negrita, dando quindi subito indicazione del loro orientamento verso il rock-blues suonato in modo sanguigno ed energico. La formazione originale è composta da Pau alla voce, Cesare Mac e Drigo alle chitarre, Franco al basso e Zama alla batteria. Dopo tre mini-lp, più che altro dei demo,pubblicano nel ’94 il loro primo album “Negrita” da cui il singolo Cambio, che con la voce “ribelle”di Pau e l’intreccio decisamente southern degli strumenti conquista il pubblico dei più giovani. Segue un lungo tour in cui i nostri mettono in luce la loro incredibile energia live. E’ del ’95 il mini album “Paradisi per illusi”, che interrompe brevemente il live-set e li proietta verso la registrazione del secondo effettivo disco in studio, ”XXX”, realizzato a New Orleans con Daniel Lanois (producer degli U2) e contenente parecchi dei loro pezzi più famosi : Ho imparato a sognare, A modo mio,Sex. Nel ’99 il trio comico Aldo,Giovanni e Giacomo affida ai nostri il compito di curare la colonna sonora del proprio secondo film "Così è la vita" e, in particolare con Mama Maè , la band si afferma a livello discografico nazionale incidendo poi il terzo album”Reset”, che racchiude appunto canzoni tratte dalla sound-track del film tra cui anche Holliwood e In ogni atomo; questo successo gli vale molti riconoscimenti, tra i quali il Disco di Platino. Altro tour per più di un anno,fino all’uscita di “Radio Zombie” del 2001; tre pezzi tra gli altri:Bambole , Non ci guarderemo indietro mai e Vertigine. Nel 2003 i Negrita partecipano al Festival di Sanremo con Tonight per lanciare, e veniamo al nostro disco in questione, “Ehi! Negrita”, una raccolta delle canzoni migliori tratte dai precedenti album (comprese tutte quelle citate finora) più tre inediti: Tonight, My way e Magnolia. Questo “The best” ci presenta il gruppo in tutti i suoi aspetti con pezzi di autentico rock-blues come Cambio, Transalcolico, Hey Negrita, Mama Maè, Sex e bellissime “ballads” come Hollywood, Non ci guarderemo indietro mai, Hemingway e Ho imparato a sognare in cui Pau racconta con la sua voce essenziale e solida le esperienze e le emozioni di ragazzo cresciuto per strada come ognuno di noi, con quella voglia di libertà e di rifiuto del sistema e delle etichette, supportato da un sound altrettanto ruvido e deciso delle chitarre molto “vintage rock” e una bass-drum line veramente corposa e dinamica; insomma, niente da invidiare alle rock band come Rolling Stones e Areosmith, giusto per citarne un paio, da cui hanno estrapolato la loro vena graffiante e “cazzuta”, che sa di ragazzi riuniti in un garage la sera per attaccare gli ampli e sfogare i propri istinti di rockettari, magari in un paese dove c’è poco da fare se non suonare due “sani” riff dei Led Zeppelin insieme a un paio di birre, naturalmente! Consiglio l’ascolto a chi ama il genere perché vale la pena di sentire come si può suonare rock “vero” cantando in italiano; non è facile ma ai Negrita riesce molto bene! Ciao.

Andy

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Di slovo (del 05/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1397 volte)
Titolo originale
The Wild Blue Yonder
Produzione
Germania/Gran Bretagna/Francia 2005
Regia
Werner Herzog
Interpreti
Brad Dourif, Martin Lo
Durata
78 minuti

Come si può descrivere qualcosa senza termini di paragone? Non è facile ma potrei cominciare citando il regista stesso, che chiosa nei titoli di testa con la frase “a science fiction fantasy”, espressione sintetica ed esaustiva quanto basta a costituire il leit motiv del film: la trasposizione sul mezzo cinematografico delle sue fantasie fantascientifiche.
Cosa ci si aspetta da un film di fantascienza? O meglio, qual’è il modello a cui siamo abituati e che definisce i canoni del cinema fantascientifico? Gli effetti speciali ad esempio: possibilmente i più realistici possibile, simulazioni di ultra-tecnologia a sostegno di vicende che siano sì di fantasia, ma mantenute entro i bordi di una ragionevole coerenza scientifica... “l’ignoto spazio profondo” è la disintegrazione di tutto questo. Racconta, con una forma originalissima, di esseri provenienti da galassie lontane, di astronauti, di pianeti morenti e mondi disabitati, di esplorazioni e viaggi attraverso lo spazio-tempo, di teorie astrofisiche, di illusioni e di consapevolezza, ma non una sola nave stellare è stata ricostruita allo scopo e non un solo attore è stato mascherato con le fattezze esotiche di un alieno... ciò che rende questo film così spiazzante è il suo essere essenzialmente cinema ridotto ai suoi componenti elementali: suoni, immagini, dialoghi.
Così come certi artisti assemblano materiali ed oggetti di vario genere per creare suggestivi collage, Werner Herzog prende tutto ciò che di stravagante ed evocativo è stato filmato da mano umana e lo compone per visualizzare la sua storia. Documenti di repertorio della NASA, scorci di natura incontaminata, bizzarre forme di vita marine, riprese subacquee in qualche sperduto mare ghiacciato, il tutto immerso nei suoni mesmerizzanti dei cori sardi (eseguiti dal gruppo Tenore De Orosei) e condotto dall’intensa narrazione di un alieno, originario del lontano pianeta Wild Blue Yonder, interpretato da un bravissimo Brad Dourif.
È una sfida alle capacità di astrazione dello spettatore, occorre saper perforare la superficie del film per scovarne la bellezza negli intenti, nella poesia e nel messaggio ambientalista sottesi. Purtroppo il film difetta del benchè minimo presupposto di intrattenimento. La linea documentaristica scelta dal regista, l’eccessiva lentezza delle sequenze musicate solo dai micidiali mantra sardi rischiano di svilire prima di interessare, di addormentare prima di emozionare. Consigliato solo agli ardimentosi.

slovo

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Di Namor (del 04/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2883 volte)
Titolo originale
Shortbus
Produzione
USA 2006
Regia
John Cameron Mitchell
Interpreti
Con Lee Sook-Yin, Paul Dawson, Lindsay Beamish, PJ DeBoy, Raphael Barker, Jay Brannan, Peter Stickles, Justin Bond.
Durata
102 minuti

Dopo essere stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2006, approda anche nelle nostre sale “Shortbus”. A guidare questo film ai confini col porno, é il regista indipendente John Cameron Mitchell, il quale, prima ha scritturato il cast con attori per la maggior parte completamente sconosciuti e altri addirittura non professionisti, selezionati in seguito alla visione di un videotape, nel quale ognuno di essi racconta il proprio rapporto con il sesso, e dopo, insieme agli attori scelti ne ha scritto la sceneggiatura. Per la realizzazione della pellicola é stato impiegato un periodo di ben tre anni di lavoro, creando il “film scandalo”, che ha scioccato ed impaurito gli esercenti, per i suoi contenuti molto espliciti riguardo al sesso. Ho detto bene, gli esercenti…e non i distributori! La BIM che ha avuto il coraggio di scommettere su questa pellicola ad alta connotazione gay, aveva pronte cento copie da distribuire sul mercato, ma molti esercenti di multisale si sono rifiutati di proiettarlo, limitandone l’uscita a sessanta copie, troppo timorosi di esporre la locandina di “Shortbus” con la striscia censoria VM 18 anni vicino ai classici titoli per famiglie. Ad associarsi alle case distributrici nel rifiutarne la proiezione, sono stati (strano ma vero) anche “quei cinema” che solitamente proiettano film d’autore, dove dovrebbe essere più facile visionare un titolo indipendente e fuori dai soliti schemi! Le immagini iniziali di “Shortbus”, che mostrano la statua della libertà ripresa in varie angolazioni, e già un chiaro indizio su come la pensa il regista sul sesso, argomento che, secondo lui, la nostra società ci presenta come una realtà immorale e perversa. Ma non solo, il film mostra allo spettatore il sesso praticato in tutte le sue sfaccettature, etero, gay, di gruppo, masturbazioni con e senza vibratori, e come se non bastasse, un contorsionista che pratica un autofellatio. Ad ogni modo, Shortbus, non è solo sesso senza sentimento, come è consuetudine nei film hard, in questo c’è, é chiaro, ma in maniera contenuta e giustificata dalla trama, che vede i protagonisti alla ossessiva ricerca del piacere mai avuto, ad iniziare dalla coppia gay in crisi, che cerca di rianimare il loro rapporto con un triangolo, una prostituta dominatrice malinconica con tanto di frusta e gadget vari e una frigida psicologa del sesso, che brama disperatamente di avere il suo primo orgasmo. “Lo Shortbus”, famoso locale underground gestito dal travestito Justin Bond (reale intrattenitore delle notti newyorkesi), offre musica live, mostre di arte figurativa e, sesso di gruppo consumato nella stanza definita “sesso non bombe”. Questo ritrovo spregiudicato, sarà il punto d’incontro nel quale i protagonisti cercheranno di trovare una connessione tra se stessi ed il prossimo, nella speranza di trovare la soluzione ai loro problemi. Un titolo che sicuramente verrà ricordato come capostipite del genere, infatti é stato definito da Variety, il film a più alto contenuto erotico mai realizzato in America al di fuori dell’industria del porno!

Namor

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Di Darth (del 03/01/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2318 volte)
Titolo originale
Kukushka
Produzione
Russia, 2002
Regia
Alexander Rogozhkin
Interpreti
Aleksei Kashnikov, Viktor Bychkov, Ville Haapasalo, Anni-Kristiina Juuso
Durata
100 minuti

Kukushka è il classico esempio di come si possa fare, ancora adesso, dello splendido cinema a budget ridottissimo. Bastano, come in questo caso, tre attori in gamba, un regista all’altezza ed una storia originale. Siamo nel 1944, le foreste del nord Europa sono ancora teatro di scontri tra l’esercito russo e quello finlandese (facente parte dell’Asse). Qui troviamo Ivan, un capitano dell’armata rossa, che viene trasferito per essere giudicato di tradimento. Durante il tragitto la jeep su cui viaggia viene colpita in un bombardamento aereo: la scorta rimane uccisa, mentre Ivan viene solo ferito. A soccorrerlo ci penserà Anni, un’affascinante lappone che, rimasta vedova da quattro anni, vive in una capanna lì vicino, pescando ed allevando renne. Nel frattempo, a poca distanza, Veikko, un cecchino finlandese accusato di diserzione, viene abbandonato incatenato ad un paletto ad attendere l’arrivo dei nemici ma, dopo giorni di tentativi, riesce a liberarsi e trova un rifugio proprio nella fattoria di Anni. La cosa che rende questo film particolarissimo è che i tre conviventi parlano ognuno la propria lingua, e capiscono poco o niente di quella degli altri due. Questa situazione dà adito a monologhi di coppia, con entrambi i partecipanti che dialogano ognuno di cose differenti, causando numerose esilaranti incomprensioni. I tre personaggi sono splendidi nella loro naturalezza e semplicità, soprattutto Anni, tranquilla e disinibita, vede i due fuggiaschi unicamente come uomini che possono darle quel calore che le manca da molto, troppo tempo. Sicuramente coinvolgente la scena del rito sciamanico, con il simbolismo mistico di un angelo-bambino a condurre l’esanime Veikko attraverso una vallata meravigliosa fino ad un’aldilà di pace, mentre Anni si avvale di tutte le sapienze magiche che le sono state tramandate per richiamarlo alla vita terrena. Come ho già scritto: "Kukushka" ha una trama originale avvalorata da ottimi attori, una regia all'altezza e una fotografia splendida… è un film assolutamente da vedere.

Darth

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Di kiriku (del 02/01/2007 @ 05:00:01, in musica, linkato 2162 volte)
Artista
Federico Sirianni
Titolo
Dal basso dei cieli
Anno
2006
Label
UPR

Dal dodici gennaio troverete nei negozi il secondo lavoro discografico di Federico Sirianni intitolato “Dal basso dei cieli” che arriva a quattro anni di distanza dal primo, “Onde clandestine”. Ma il percorso del cantautore genovese va oltre questi due album. Già nel ’93 partecipò al “Premio Tenco” e l’anno dopo vinse il “Premio Regionale Ligure” per la canzone d’autore. Ma la musica non è il suo unico amore, ha collaborato nel ’93 con Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu alla realizzazione di due monologhi per il teatro. Negli anni a seguire lo si vede impegnato, con il regista Sergio Maifredi e il Teatro della Tosse, nella realizzazione di “ Delitti esemplari – Concerto per Max aub” e con il regista Giorgio Gallione, del Teatro dell’ Archivolto, nello spettacolo “Leggende metropolitane in concerto”. Non mancano le partecipazioni, tra l’altro numerose, a manifestazioni e festival dedicati a musica e teatro. Tutte queste informazioni sono importanti per capire il percorso che ha portato l’artista a realizzare questo cd che racchiude in se l’essenza di tutte le sue esperienze e tanto altro. Quindici canzoni che ci guidano in un viaggio che attraversa una terra senza confini dove troviamo paesaggi desertici,strade polverose e quartieri di periferia. Gli attori che si muovono in questi luoghi sono prostitute sgangherate,camionisti, immigrati senza permesso di soggiorno e tutti quei personaggi che vivono al margine delle nostre città. Sirianni raccoglie le loro voci che ascendono “Dal basso dei cieli”, pregne di mezcal, rackia e cerveza, e ce le propone attraverso una scrittura intelligente, mai banale e a volte tinta di ironia. La musica è composta da suoni che arrivano da molto lontano e si mescolano in un sound fatto di jazz, mariachi messicano,ballate, ritmi sudamericani, musica western, ambientazioni da chanconnier e contaminazioni balcaniche. Ecco allora che prendono vita canzoni come “Mr Dupont”, “Camionale”, “Martenitza”, "Alle sette di sera” e “Melodia per occhi stanchi”. Il risultato è un cd che fin dal primo ascolto vi conquista per la sua fluidità e che gradirete ancora di più se avrete l’occasione di vedere Federico dal vivo. Io ho avuto questa fortuna il quindici dicembre a Torino nel freddo scantinato di un locale dove, accompagnato dalla bravissima “Molotov Orchestra”, ha dato vita ad una bella serata di musica e nonostante la temperatura è riuscito a scaldare l’atmosfera. Insomma un artista che secondo me ha raggiunto, malgrado a volte l’influenza sulla sua musica di altri cantautori sia ancora forte, la maturità e la qualità per fare il grande salto ed entrare a far parte dei grandi. Buon ascolto a tutti.

kiriku

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Di nilcoxp (del 31/12/2006 @ 05:00:00, in redazione, linkato 1800 volte)

L'opera "Vita Nuova" è ideata e realizzata dalla pittrice aerografista ROBERTA

__________________________________________________

La redazione di "blogbuster" augura un GRANDE  2007 a tutti !!!

Vi aspettiamo il 2 Gennaio 2007 con la ripresa delle recensioni.

D I V E R T I T E V I !!!!!!!!!!!!!

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Di xanteferranti (del 30/12/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 4525 volte)
Titolo originale
Tonio Kröger
Autore
Thomas Mann
Traduzione
Anita Rho
Editore
Einaudi
Prima edizione
Berlino, 1903

Thomas Mann è il massimo autore del Novecento, e Tonio Kröger il suo capolavoro.
Thomas Mann è il massimo autore del Novecento perché è il meno attuale, cioè il più europeo, il più tedesco. In un’epoca come la nostra, «in cui si tende a scambiare il dominio stilistico per fred­dez­za e a considerare l’intelligenza, in uno scrittore, come una dote sospetta» (così Paola Capriolo sul «Corriere della Sera» dell’11 dicembre del 2006), egli non può che essere fuori moda, con­si­de­ra­to con diffidenza e malcelato fastidio dai critici à la page, trascurato dai lettori di bestseller, igno­ra­to dalle Giovanne Zucconi che ci affliggono con i loro stupidi (sì, stupidi!) consigli bibliografici, che ovviamente devono includere l’autore indiano anglofono, il turco progressista, l’africano co­smo­polita e lo statunitense scomodo, ma non certo l’europeo. Guai, sarebbe poco elegante difen­de­re le nostre radici, le espressioni più autentiche d’arte e cultura di quel povero vecchio con­ti­nente che ha il torto d’aver prodotto la civiltà più alta ed evoluta della storia dell’umanità!
Thomas Mann non rinunciò mai ad essere europeo fin nella midolla, nemmeno durante il lungo esi­lio americano negli anni trenta e quaranta; e fu l’ultimo, probabilmente, a volere e saper «farsi e­spres­­sione delle grandi questioni spirituali del proprio tempo», prima che la letteratura vi ri­nun­cias­se «per inseguire la quotidianità e la presunta immediatezza del “vissuto”» (ibidem). In Mann, che è nemico di ogni spontaneismo e abbandono sentimentale, e tutto vaglia alla luce di una pro­fon­dis­­sima consapevolezza intellettuale e formale, riconosciamo non solo l’aspirazione a narrare – con il sommo talento che gli è proprio – storie affascinanti e complesse e a delineare personaggî indi­men­­­ti­cabili, ma pure a trascenderli nell’universalità dell’arte, a rivelarne l’esemplarità, ser­ven­do­se­ne co­me chiavi di lettura di una certa situazione storica, di una determinata manifestazione del Geist. Ta­le, appunto, è la concezione manniana del “romanzo di idee”: «non», e cito ancora dallo splen­dido ar­ticolo della Capriolo, «un esercizio intellettualistico, né un’allegoria in cui le varie tesi fi­lo­sofiche ve­stano meccanicamente i panni di questo o quel personaggio. No, qui le idee si fanno car­ne e san­gue, diventano sguardo, respiro, pulsazione del cuore, e i personaggi sono davvero tali, per­sino quel­li più scopertamente delegati a rappresentare una “visione del mondo”». A tutto, poi, so­­vrin­ten­de la suprema padronanza stilistica e compositiva del classico, capace di immergersi negli a­bis­si più vertiginosi della personalità e nelle pieghe più riposte dell’essere conservando intatto «il te­soro del­la forma e della conoscenza» (ibidem).
Che dire di Tonio Kröger? Spiegarne la trama sarebbe riduttivo, e anche fuorviante. È il racconto del len­to pervenire del giovane protagonista, destinato a diventare uno scrittore importante e affer­ma­to, al­­la coscienza della propria diversità dai coetanei, del proprio essere artista: bruno fra ragazzi bion­di e dagli occhi azzurri, lègge Schiller e scrive versi, mentre gli altri preferiscono lo sport e l’a­ria aper­ta. Tonio è insieme un escluso e un privilegiato, che paga con l’isolamento e la solitudine la sua ec­ce­zionale sensibilità estetica, avvertendo già a partire dall’adolescenza il «martirio e l’orgo­glio del co­­noscere». Egli è, allo stesso tempo, fiero della propria capacità di vedere nel fondo delle co­se e di tra­sporle in forma e parola; ma invidioso e innamorato della sana e serena ottusità dei «tipi so­li­da­men­te mediocri»: del compagno di scuola Hans Hansen, semplice e concreto, bello e fe­lice, ap­pas­sio­nato d’equitazione e ignaro delle tortuosità in cui può sprofondare l’occhio pe­ne­tran­te del­l’ani­ma; della bionda Ingeborg Holm, la cui bonaria superficialità si realizza nel prendere le­zio­ni di bal­­lo e nel condurre la propria esistenza senza avvertire il bisogno di analizzarla e scom­por­la. Tra l’arte e la vita, Tonio sceglierà l’arte, nel ripudio assoluto della banalità, nella totale dedi­zio­ne al­­­la potenza dello spirito e della parola, nella certezza che «per essere perfetti creatori, biso­gna es­se­re morti». Eppure, gli resterà sempre una lontana nostalgia, un segreto struggimento per i “bio­ndo-oc­­chiazzurrini”, per quelle nature comuni e ordinarie che non conoscono il morso feroce della poe­­sia, e sanno vivere «in felice intesa col resto del mondo», «in regola e d’accordo con tutto e con tut­ti».

xanteferranti

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Di smarty (del 29/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1387 volte)
Titolo originale
Marie Antoinette
Produzione
U.S.A. 2006
Regia
Sofia Coppola
Interpreti
Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Judy Davis, Asia Argento, Steve Coogan
Durata
123 min

Ci tenevo ad andare a vedere questo film e non mi ha deluso. Mi ha molto divertito il contrasto tra il romantico delle scene e la colonna sonora punk-rock. Brava Sofia Coppola! I costumi sono meravigliosi così come le ambientazioni (si consideri che il film è stato interamente girato alla reggia di Versailles aperta per la prima volta ad una produzione cinematografica); tutto risulta suadente, piacevole e magicamente d’atmosfera. Ho sentito qualche commento durante la proiezione sulla lentezza del film: non sono d’accordo in quanto credo che ci voglia del tempo per capire i vari cambiamenti e le motivazioni che ci sono dietro un personaggio come Maria Antonietta che passata alla storia oltre che per la decapitazione anche per aver detto alla popolazione che moriva di fame “Se non hanno pane dategli dei croissant”. Proviamo un po’ a riflettere sul fatto che una ragazzina di 14 anni viene data in sposa al delfino di Francia Luigi XV solo per sigillare un’alleanza, che viene privata di tutto quello che le ricorda la sua vita e la sua famiglia, per essere letteralmente data in pasto ai pettegolezzi, alle sregolatezze e alle assurdità della corte di Versailles. Se a questo si aggiunge il vuoto e l’indifferenza di suo marito il cui maggiore interesse è la battuta di caccia, l’enorme responsabilità e peso di dover dare alla luce a tutti i costi un erede al trono, l’essere considerata straniera e inopportuna ecco spiegate le continue feste, le sbronze, le continue ordinazioni di vestiti ed accessori, gli amanti e tutte le dame di compagnia. Sì certo avrebbe potuto agire diversamente e dedicarsi maggiormente al suo paese, ma da una 19enne cosa si può pretendere soprattutto quando la si lascia sola? Sopravvivere a Versailles vuol dire adeguarsi al suo stile, farsi inghiottire dalla spirale dell’eccesso, della ricchezza, dello sfarzo, della leggerezza, ma c’è un momento in cui la Regina ritorna ad essere la ragazzina austriaca senza tante etichette. Quando suo marito le regala una villa fuori da Versailles che lei trasforma nel suo rifugio insieme con la sua piccola bambina che essendo la primogenita e per giunta femmina è destinata a non contare molto agli occhi di tutti, tranne ovviamente per quelli della sua mamma. Un momento di assoluta libertà da tutti e tutto, dove ritrovare il piacere di coltivare le erbe aromatiche o di bere latte munto, accarezzare i fiori nei prati, vestire in maniera più sobria e comoda ed essere finalmente amata come una donna e non come la Regina di Francia. Ma i tempi sono difficili e Marie Antoinette deve fare i conti con la vita di Versailles che la riporteranno alla sua solitudine e agli eccessi. Dopo l’arrivo del sospirato figlio maschio qualcosa cambia, lo si percepisce nello sguardo e negli atteggiamenti, la morte prima della madre e poi dei due figli successivi fanno preannunciare i grandi cambiamenti che si verificheranno da lì a breve e la Regina si accorgerà veramente di quello che sta succedendo quando vedrà la folla inferocita urlare contro di lei. Il film ci lascia con un finale a sorpresa, non quello che ci si aspetterebbe di vedere, quello che la storia sa…ed anche questo contribuisce a rendere la regia ancora più originale.

Smarty

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