BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 28/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2135 volte)
Titolo originale
Anche libero va bene
Produzione
Italia 2005
Regia
Kim Rossi Stuart
Interpreti
Kim Rossi Stuart, Barbora Bobulova, Alessandro Morace,Marta Nobili.
Durata
108 minuti

Esordio alla regia per K.R.S., dove colloca se stesso nella figura paterna di questa famiglia dei giorni nostri: rimasto solo per la fuga della moglie, con poco lavoro anche per colpa del suo brutto carattere, e due figli da crescere. Il neoregista ci regala una pellicola che nel complesso funziona, nonostante le sbavature di una sceneggiatura troppo definita e netta sui contorni dei protagonisti che appaiono così privi di sfaccettature ( il padre è quasi sempre sopra le righe con il suo urlare continuo, la madre remissiva e silenziosa che sparisce). Altro neo è il narcisismo latente (ma neanche troppo!) del protagonista, che nulla aggiunge al lavoro proposto. Unico a risultare convincente è il bambino, interpretato da Alessandro Morace, che sembra cercare un altro mondo con il suo isolamento sul tetto dell’edificio, in un contesto che fa sempre preludere alla tragedia. Belle le riprese, a dimostrazione che K.R.S. è competente in fatto di regia. La scena dove lui e i suoi figli cantano in macchina, mi ha troppo ricordato quella di “La stanza del figlio” di Nanni Moretti (e anche fisicamente è molto somigliante a lui). Un lavoro onesto che merita di essere guardato anche per sostenere un giovane nuovo regista del cinema italiano.

nilcoxp

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Di gidibao (del 27/12/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 3037 volte)
Artista
fourplay
Titolo
fourplay
Anno
1991
Label
Warner Bros / Wea

Album di debutto per il popolare quartetto dei fourplay:
Bob James, Lee Ritenour*, Nathan East ed Harvey Mason.
Produzione musicale di altissimo livello contenuta negli undici brani del disco: spettro di stile tra il classico Jazz, il R&B ed il pop con una particolare attenzione alla enfasi interpretativa generosa di richiami al soul ed ai ritmi moderately funky.
"fourplay" è un lavoro ricco di sonorità che rispecchiano fedelmente lo stile di Bob James impreziosito dalla presenza di Lee Ritenour nella composizione dei brani musicali: arrangiamenti curati nel minimo dettaglio e nel pieno rispetto della metrica downtempo propria allo Smooth Jazz con un range di ritmico mai superiore alle 90-105 battute al minuto (BPM).
La virtuosa e classicheggiante "Max-O-Man", l'ipnotica "Bali Run" nonché la dinamica "101 Eastbound" e le bellissime "After the Dance" ed "October Morning" sono un gradevole invito all'ascolto di questo superbo album eseguito e composto da grandi musicisti jazz.

credits:
Patty LaBelle, Philip Bailey & El DeBarge (Background Vocals)

* Larry Carlton dal 1998


buon 2007
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Di Darth (del 24/12/2006 @ 05:00:00, in redazione, linkato 1798 volte)

Illustrazione grafica a cura di PAOLAM, illustrasogni

__________________________________________________

La redazione di "Blogbuster" augura un felice Natale a tutti !!!

Ci rivediamo il 27 dicembre con la ripresa delle recensioni.


 

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Di Jotaro (del 23/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2129 volte)
Titolo originale
Ghost in the shell 2 innocence
Produzione
Giappone 2004
Regia
Mamoru Oshii
Interpreti
Durata
100 minuti

E' giunto il momento di immergerci nella fantascienza con uno dei piu grandi registi Giapponesi contemporanei del settore, Mamoru Oshii. Fin da giovane si dedica agli anime entrando nella famosa Tatsunoko (gatchman, polymar, kyashan, yattaman, calendarman, muteking, ecc..), lavora come assistente animatore alla seconda serie dei gatchman. Dopo la morte del presidente della casa dell’ippocampo si trasferisce al neonato studio Pierrot dove, dopo un po' di tempo, inizia a dirigere Uruseiyatsura (noto in Italia come Lamù) riscuotendo un grandissimo successo di critica e pubblico, prosegue la sua carriera con i film sul medesimo anime. Ricordiamo anche gli sbalorditivi film di Patlabor, il divino Blood (The last vampire) ma soprattutto il film che l'ha reso celebre anche in occidente facendo conoscere al mondo il suo talento: il mitico Ghost in the Shell. Capolavoro cyber-fantascientifico tratto dal manga di un altro genio giapponese, Masamune Shirow, disegnatore fantascientifico e visionario di molti capolavori giunti anche da noi (appleseed, dominion, black magic ecc.. ). Mi accingo a parlarvi del secondo film, sperando che tutti abbiate visto il primo (anche se non lo avete fatto questa produzione è godibilissima, potete seguirla in ogni caso - ometterò tutti i riferimenti al primo film per non rovinarvelo in caso decidiate di visionarlo). Quando qualcuno mi chiede perché molti continuano a creare anime e non film con attori in carne e ossa, io rispondo sempre in questo modo: per quanto sia bravo il regista o l'attore, la fantasia di chi crea un opera ha dei limiti e si ferma sempre per problemi di costi o problemi umani, con un anime invece possiamo rappresentare tutto ciò che immaginiamo e nel modo in cui appare nella nostra mente, senza preoccuparci di budget o di dover scegliere attori super pagati e superando quindi i limiti che di solito la nostra razionalità ci impone. Guardando questa pellicola capirete che la linea che separa gli anime dai film veri e propri è sottilissima e in questa produzione si vanno quasi confondendo i due mondi. Veniamo alla trama. In un futuro ipertecnologico dove gli umani puri sono sempre meno e i cyborg iperpotenziati sono all’ordine del giorno la Sezione 9 (un’unità anti terrorismo cibernetico alle dirette dipendenze del governo) viene chiamata ad investigare su strani omicidi da parte dei ginoidi, i quali dopo aver ucciso la gente si tolgono la vita. Qui entra in scena Batou, il nostro protagonista solitario, taciturno e razionale (quasi interamente cyborg) al quale verrà affiancato l’ex-detective Togusa nuova recluta e padre di famiglia, uno dei meno meccanizzati e più umani della sezione 9. I due scopriranno che i ginoidi (hanno l'aspetto di ragazza) vengono donati gratis dalla Locus Solus e hanno il compito di soddisfare i vizi sessuali dei propri padroni. Non mi esprimo di più sulla trama visto che il film è un vero e proprio thriller investigativo da seguire. Fatto di ritmi claustrofobici e serrati, voluti in modo tale da tenere in tensione lo spettatore che pare incantato dalla trama. Dal punto di vista della realizzazione i disegni e l'uso della computer grafica, che supera quella dei migliori videogiochi moderni, mostra i più piccoli dettagli maniacali, delle vere e proprie chicche visive. In molte scene il folklore orientale si fonde con la tecnologia, creando un prodotto unico che fa da contorno e si miscela con le poche musiche presenti, tutte evocative che vanno a miscelarsi bene con le scene fredde e spezzando tutte le sparatorie dai ritmi frenetici. Puntualizzo anche che i dialoghi sono maturi e ben congegnati, le frasi ad effetto non mancano, molte sono le citazioni di proverbi e massime filosofiche anche se verso la fine il film diventa un po' confusionale continuando a tirare in ballo la domanda portante della pellicola: "Perchè solo l'uomo deve soffrire e avere un'anima mentre la macchina no? E perché nessuno si dispera per essa?"

Jotaro

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Di slovo (del 22/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2106 volte)
Titolo originale
L'auberge espagnole
Produzione
Francia/Spagna 2002
Regia
Cédric Klapisch
Interpreti
Romain Duris, Cécile De France, Judith Godrèche, Audrey Tautou, Kelly Reilly, Xavier De Guillebon, Kevin Bishop, Federico D'Anna, Christian Pagh
Durata
120 minuti

Cèdric Klapisch sceneggia e dirige una gradevolissima pellicola ambientata a Barcellona, dove il giovane parigino Xavier si trasferisce per motivi di studio, nell’ambito del progetto Erasmus. Troverà alloggio in un appartamento ove già convivono studenti provenienti da vari paesi comunitari.
Una delle rare occasioni in cui si può verificare realmente un simile melting-pot diventa la cornice in cui vengono intrecciate le divertenti avventure di questi giovani, traendo spunto da tutte quelle situazioni che possono innescarsi dall’incontro-scontro di culture e modi di vivere differenti.
Il film si fa veicolo di un messaggio genuinamente giovanilista, contrapponendo il mondo dei ‘ragazzi’, spontaneo e passionale, pur non scevro dai suoi piccoli grandi drammi, al mondo adulto, quello del lavoro, squallido regno di burocrati ed imboscati. Anche il taglio registico sottolinea questa differenza, Klapisch gioca con i paradossi riservando uno stile frenetico, proprio dei videoclip musicali, ai momenti in cui il protagonista si imbatte suo malgrado nelle questioni dei ‘grandi’.
Tuttavia, se da un lato “L’appartamento Spagnolo” è una commedia fresca, brillante e piacevolmente romantica, risulta superficiale, se vogliamo, proprio nell’affrontare il discorso dell’ integrazione culturale e razziale, richiamato solo a tratti, quasi fosse doveroso farlo viste le premesse, e tramite clichè poco originali.
Questo però potrebbe anche essere voluto, essedo un inno alla spensieratezza dei giovani, ancora sufficientemente aperti e disposti a prendere le diversità come una ricchezza e non un’ostacolo, quindi portatori, seppur con qualche ingenuità, dell’ unico atteggiamento possibile per muoversi verso un’ idea di pacifico meticciato.
Un cast di attori eccellenti che ha potuto lavorare su un ottimo testo. La voce narrante del protagonista, che molto deve al “Trainspotting” di Danny Boyle e che accompagna lo spettatore per tutto il film, azzecca una serie di battute assolutamente memorabili.
“ci siamo. è il mio primo giorno di lavoro. ho ritrovato il mal di pancia che mi accompagnava al liceo. Il rientro dalle vacanze, le interrogazioni... quel mal di pancia del cazzo... pensavo di averlo archiviato!”

slovo 

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Di Namor (del 21/12/2006 @ 05:00:00, in teatro, linkato 9029 volte)
Titolo originale
Natale in casa Cupiello
Produzione
Italia 1977
Regia
Eduardo de Filippo
Interpreti
Eduardo de Filippo, Pupella Maggio, Lina Sastri, Luca de Filippo, Gino Marangola, Luigi Izzo, Marzio Onorato.
Durata
109 Minuti

Nel 1931 al teatro Kursaal di Napoli, la “Compagnia Umoristica I De Filippo” debuttò nella rappresentazione di “Natale in casa Cupiello” opera teatrale in un unico atto, scritta e interpretata in dialetto napoletano dal grande Eduardo de Filippo. La recita narra di una famiglia napoletana, impegnata nei preparativi Natalizi, durante il periodo che precede la Festività, dove tra l’indifferenza della moglie, donna Cuncetta (Pupella Maggio), e del figlio Tommasino (Luca de Filippo), il Capofamiglia Luca Cupiello (Eduardo de Filippo), si appresta, come gli anni precedenti, a preparare il presepe. A turbare in maniera comica il clima festivo che aleggia nella casa, sono i continui litigi tra lo zio Pasqualino (Gino Maringola), e il nipote Tommasino, che si accusano a vicenda di furti subiti ai propri danni, ma di ben altra specie sono invece i turbamenti della figlia Ninuccia (Lina Sastri), che vuole lasciare il marito Nicolino (Luigi Izzo), ricco commerciante che non ha mai amato, per l’amore vero, l’amante Vittorio (Marzio Onorato). Tutto é pronto per la cena natalizia, ma un invito fuori programma fatto dall’ignaro Lucariello, scopre le carte, facendo in modo che la tresca venga a galla, purtroppo per lui con esiti drammatici! Nel giro di appena un anno “Natale in casa Cupiello” e già un dramma famoso, ma Eduardo volle far conoscere meglio i protagonisti, così mise in scena un terzo atto, che divenne il primo, poiché aggiunse alla storia la descrizione dei due giorni precedenti, durante i quali assistiamo al risveglio di Lucariello nella fredda mattina del 23 Dicembre. Dopo due anni Eduardo inserisce la parte conclusiva, scrivendo il terzo ed ultimo atto contro il parere del fratello Peppino, che lo riteneva inutile perché troppo scontato. Ed é così che finalmente si concluse l’opera, quella che noi tutti conosciamo e che l’autore stesso definì come un parto trigemino con gravidanza di quattro anni. Una volta Eduardo dichiarò, “Natale in casa Cupiello era particolarmente commovente per me, che in realtà conobbi quella famiglia, non si chiamava Cupiello, ma lo conobbi! La famiglia che lui cita era quella dei nonni materni! Consiglio vivamente la visione di questo capolavoro, reperibile in dvd ad un prezzo veramente irrisorio, dove i due più grandi esponenti del teatro napoletano, Eduardo de Filippo e Pupella Maggio, danno prova del loro indiscusso talento! Nel frattempo Vi auguro un felice Natale.

Namor

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Di Darth (del 20/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2362 volte)
Titolo originale
Regalo di natale
Produzione
Italia 1986
Regia
Pupi Avati
Interpreti
Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber, Carlo Delle Piane, George Eastman
Durata
101 minuti

Il film si apre con l’avvocato Santelia (Carlo Delle Piane, vincitore del leone d’oro) che entra in un lussuoso ristorante. Nonostante l’apparenza raffinata, tra lampadari antichi e pareti affrescate, altro non è che il ristorante della stazione ferroviaria di Bologna, con una fatiscente porta secondaria che dà direttamente sui binari. Accomodatosi ad un tavolo adiacente al camino, l’avvocato, sussurrando quasi le parole, ordina tre patate lesse, intere, completamente scondite… nient’altro. Nel locale vi è solamente un’altra coppia: una donna affascinante, in perfetta sintonia con l'ambiente, ricoperta di ninnoli e gioielli, con un paio di occhiali scuri enormi a velare, ma non celare, grandi occhi neri, in compagnia di un uomo di mezz’età. L’avvocato scambia uno sguardo provocante con la maliarda che è seduta perfettamente di fronte a lui, mentre il compagno gli da la schiena. L’annunciatore della stazione, comunica che è in partenza il treno Bologna – Catania. L’uomo di spalle si alza, saluta la donna, e la lascia sola. Dopo un altro sguardo tra i due, l’avvocato Santelia apre la raccolta poetica “Myricae” di Giovanni Pascoli, ed inizia a leggere, col suo tono sommesso, un brano de “La siepe”:
Anch’io; ricordo, ma passò stagione;
quelle bacche a gli uccelli della frasca
invidiavo, e le purpuree more;
e l’ala, i cieli, i boschi, la canzone.
Sono passati meno di cinque minuti dall’inizio del film, ma anche se “Regalo di natale” fosse solo questi pochi attimi, meriterebbe d’essere visto. La poesia che riesce a generare Pupi Avati in ogni singola inquadratura è impressionante: gli sguardi intensi e comunicativi, la camera che ruota sul centro del tavolo verde per seguire le mani di poker, l’effetto flou nelle immagini flashback di Diego Abatantuono (sempre inquadrato di schiena per evitare discrepanze visive o trucchi inutili), la trama semplice ma intrigante di questa partita natalizia dove in palio, oltre al denaro, c’è l’amicizia, la vendetta e l’onore. Ritengo quest’opera un vero capolavoro del cinema italiano. Da guardare e riguardare più volte, per poterne afferrare tutti i dettagli e tutte le coincidenze… mai poste a caso.

Darth

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Mac
Di kiriku (del 19/12/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1250 volte)
Titolo originale
Mac
Produzione
Usa 1992
Regia
John Turturro
Interpreti
John Turturro, Michael Badalucco, Carl Capotorto, John Amos, Ellen Barkin, Katherine Borowitz, Dennis Farina, Steven Randazzo, Nicholas Turturro
Durata
109 min

La vicenda è ambientata negli anni ’50 nel quartiere Queens di New York e racconta la storia di una famiglia di immigrati italiani che lavorano come carpentieri nella impresa di un polacco che li sfrutta e che specula sui materiali con il solo scopo di guadagnare il più possibile. Alla morte del padre Mac (John Turturro) e i suoi due fratelli decidono che ne hanno abbastanza di essere sfruttati e si mettono in proprio. Comprano con i loro risparmi un lotto sul quale cominciano a costruirci. Il loro obbiettivo è riscattarsi da una vita di umiliazioni e privazioni, così, uniti da un amore fraterno e da uno scopo comune, si lanciano in questa avventura. Presto si renderanno conto però che la vita dell’impresario è altrettanto massacrante con l’aggiunta però di responsabilità che prima non avevano. Questo logora il rapporto che unisce i tre fratelli, che vedranno il loro legame sfilacciarsi a causa di incomprensioni e rivalità. Questo film segna l’esordio alla regia di John Turturro che dimostra così di non essere solo un bravo attore ma anche un valido regista nonché sceneggiatore. Riesce a dar vita ad un personaggio, quello di Mac, che fa del lavoro la sua unica ragione di vita e che, guidato da una notevole testardaggine e da un istinto a volte incontrollabile, sacrifica tutto per la bellezza del fare. Racconta con bravura, scavando nell’intimità dei protagonisti, quel senso tanto forte di famiglia che caratterizza o meglio caratterizzava la comunità italiana. La scelta della storia è da ricercare sicuramente nelle origini pugliesi del regista e nella vita del padre che di lavoro faceva il carpentiere e al quale è dedicata la pellicola. In poche parole il film è bello e anche se a volte è un po’ troppo didascalico e poco scorrevole riesce comunque a rappresentare con efficacia la fisicità del lavoro e a delineare nitidamente quel codice morale che regolamentava i rapporti famigliari e che oggi purtroppo o per fortuna non esiste più.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 18/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1137 volte)
Titolo originale
La Moustache
Produzione
Francia 2005
Regia
Emmanuel Carrère
Interpreti
Vincent Lindon, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric,Hippolyte Girardot, Cylia Malki, Macha Polikarpova, Fantine Camus, Frédéric Imberty,Brigitte Bémol, Denis Menochet, Franck Richard, Elizabeth Marre, Teresa Li.
Durata
86 minuti

Lo scrittore Emmanuel Carrère decide di portare personalmente il suo libro “La Moustache” (I Baffi) sul grande schermo, e ci riesce bene. Dramma psicologico esistenziale dai risvolti kafkiani, il film ci proietta in situazioni che sfiorano la follia. Ma andiamo per ordine. La trama. Marc (Vincent Lindon) prima di andare a cena da amici, decide per fare una sorpresa alla moglie di tagliarsi i baffi che porta da dieci anni. Né la moglie però, né gli amici da cui cenerà si accorgeranno di quel gesto. Il giorno dopo neanche i colleghi di lavoro noteranno nessuna differenza. Inizialmente M. pensa ad uno scherzo organizzato dalla moglie dove tutti facciano finta di non notare quel cambiamento, poi perde la pazienza e chiede che quel gioco finisca. La sorpresa, e motore del film, e che non solo non stanno scherzando le persone intorno a lui, ma addirittura gli negano l’esistenza dei suoi baffi nel passato. Qui comincia la lenta discesa nella paranoia che viene a crearsi anche per la perdita delle certezze. Le persone e gli oggetti non sembrano avere più una loro collocazione spazio-temporale. Un senso di smarrimento avvolge il protagonista che soffre per una mancanza d’identità profonda. Starà impazzendo lui, o chi gli sta intorno? Eppure ci sono delle foto dove lui ha i baffi! E allora…? La fuga ad Hong Kong, in mezzo alla gente che si sposta per lavoro, sembra la soluzione per alleviargli il dolore di questa situazione venutasi a creare. Ma sarà così? Il film non da risposte, ma fa delle belle domande! Una prima parte veramente bella seguita da una seconda meno fluida e più contorta. Il livello della pellicola è alzato dall’interpretazione degli attori protagonisti: Vincent Lindon è stupendo nel rendere credibile il personaggio e la sua disavventura, Emmanuelle Devos è bella ed indecifrabile al suo fianco. L’importanza di alcune scene non viene compresa appieno solo dalla visione delle stesse, ma dalla musica, che entra perfetta nei momenti cruciali, e ben individuabile dal violino di Philip Glass. Per chi avesse letto il libro, voglio aggiungere che il lungometraggio si discosta nel finale perchè non è horror. Guardate il film e impazzite insieme al protagonista. Ahahahah (adoro questo genere di film!!!)

nilcoxp

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Di gidibao (del 17/12/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 4019 volte)
Artista
Dave Koz & Friends
Titolo
A Smooth Jazz Christmas
Anno
2001
Label
Capitol

Melodie senza tempo, arrangiamenti originali. Duetti di pianoforte e chitarra, sax jam e vocals fanno di A Smooth Jazz Christmas un "holiday music" album dai toni caldi, gioioso; un piacevole preludio musicale capace di evocare l'emozione propria a quello spirito familiare così caro a "i classici" ed al Natale.
Non solo "White Christmas", "Silent Night" ed "Have Yourself a Merry Little Christhmas", ma anche una energica ed intensa "Boogie Woogie Santa Claus" in pieno stile big-band degli anni '40 ed una corale (grand finale) "It Was the Night Before Christmas".
La voce jazz della bravissima Brenda Russell in una ispirata "Get Here", lo smoky sax soprano di Dave Koz e l'incomparabile voce di Kenny Loggins nella delicata "December Makes Me Feel This Way", rendono questo lavoro discografico un qualcosa che va ben oltre il consueto stereotipo dell'album natalizio.

credits:
Peter White (Acoustic Guitar, Accordion); Rick Braun (Trumpet, Flugelhorn); David Benoit (Piano, Musical Director); Nick Lane (Bass Trombone, Tenor Trombone)

buone feste



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Di Velia (del 16/12/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 4513 volte)
Titolo originale
A Christmas Carol
Autore
Charles Dickens
Traduzione
Emanuele Grazzi
Editore
Prima Edizione
Londra 1843

Fiumi di pellicola cinematografica sono stati versati su “Un Canto di Natale”: da film ambientati nell’epoca narrata a rivisitazioni moderne, dal classico episodio natalizio del telefilm di turno, alla banda Disney con zio Paperone nelle calzanti vesti di Scrooge. Un paio di anni fa ne ho visto addirittura una versione con i Muppets; insomma, senza essere blasfema, “scagli la prima pietra” chi, almeno una volta nella vita, non si sia imbattuto in questa storia. Prendiamo un vecchio avaro egoista e mettiamolo alle prese con un incontro soprannaturale in un giorno speciale per definizione: il risultato è la classica storia per famiglie dove vince il bene sul male. Lo stile di Dickens è unico, dolce, affettuoso, visibile e tangibile come le pagine stesse del libro. Con fare cordiale e senza la finta modestia manzoniana, prende per mano i lettori e li porta lì con lui, come se stessero proprio seduti alla sua scrivania a vergare con inchiostro nero la carta ottocentesca a parlare di cose e persone conosciute da entrambi, creando quella complicità che rende piacevolmente confidenziale la lettura. Troppo preso da se stesso, appesantito dalle catene del proprio egoismo, chiuso nel gelo polare del proprio cuore, Scrooge rifiuta tutto ciò che di bello la vita può dare. Ha perso umanità, compassione, gioia di fare del bene, e rischia di perdere anche l’anima; ma gli viene offerta una possibilità: viaggiare nel tempo, ombra tra le ombre, a spiare se stesso e le altre realtà che lo circondano. Sarà il punto di partenza verso una graduale presa di coscienza, un rendersi conto che al di là dei propri confini corporei e mentali c’è tutto un mondo da scoprire e considerare, ci sono sentimenti, emozioni, storie difficili da raccontare, sotto l’inesorabile guida degli Spettri del Natale. Il Natale Passato, perché siamo il prodotto del nostro ieri, in un viaggio nel sub conscio, come un romanzo della psiche. Il Natale Presente, per “essere” appieno in ogni momento e cogliere ogni opportunità che la vita ci offre. …e il Futuro è un’ombra nera, un’incognita variabile da ciò che sarà il nostro passato. L’epilogo finale non può che essere scontato, ma in fondo che male c’è, perché non c’è uomo al mondo che, per quanto indurito dalle asperità della vita, non si lasci andare e sciolga le nevi del proprio cuore allo scoppiettante calore del Natale. Come un profumato e caldo punch, come un dolce speziato alla cannella, come la bella melodia di Un Canto di Natale.

Velia

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Di slovo (del 15/12/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1460 volte)
Artista
Flat 122
Titolo
The Waves
Anno
2005
Label
Poseidon/Musea

Il giappone, musicalmente, ha sempre rivolto molta attenzione al movimento prog-rock europeo durante gli anni del suo massimo splendore. Pur essendoci state numerose band giapponesi ad aver abbracciato questo genere, queste cadevano spesso nell’ eccessivo manierismo, rifacendosi pedissequamente ai soliti grandi nomi, vedi Genesis, King Crimson, Yes, Emerson, Lake & Palmer...
Oggi ci sono motivi per ritenere in atto una controtendenza: in un panorama progressive mondiale in evidente stagnazione, il giappone si rivela una sorgente ricca di proposte fresche e interessanti.
Flat 122 è un trio dall’inusuale formazione: batteria, chitarra e tastiera, il che determina di per sè un sound molto personale. La mancanza del basso e della voce (eccezion fatta per alcuni vocalizzi presenti sui tre preludi “movement from silence”) non si fa sentire, così come la sensazione di ‘vuoto’ che la strumentazione essenziale potrebbe portare a supporre: la struttura dei brani è complessa e variegata e i tre strumentisti sono tecnicamente allo stato dell’arte. Ma come dicevo, di virtuosi privi di idee c’è pieno il mondo. “The Waves” si distingue soprattutto sul piano compositivo, equamente distribuito tra il chitarrista Satoshi Hirata e il tastierista Takao Kawasaky. Le ‘onde’ richiamate dal titolo sono una perfetta allegoria del contenuto; come energia che ciclicamente cresce, si increspa, sfoga e poi refluisce, la musica dei Flat 122 è dinamica, si muove: è aggressiva poi elegante, a volte difficoltosa, a volte delicata.
Grande merito dei Flat 122 è quello di aver saputo combinare in una formula convincente il rigore strumentistico del progressive, il suo potere di spostare su zone inesplorate, con la gioia estetica della melodia pop, la fascinazione mediante luoghi famigliari in cui trovare conforto.
Non è difficile abbandonarsi ai ricordi mentre i tasti del piano conducono “The Winter Song”, visualizzare malinconie sottoforma di pollini trasportati dalle arie di “Satie #1”, accettare la stimolante sfida cerebrale di “Dizziness” o assaporare tutto assieme nel capolavoro “The Waves”.
Non è difficile, è sufficiente aprirsi all’ascolto...

slovo

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Di Namor (del 14/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1755 volte)
Titolo originale
The Wicker Man
Produzione
USA 2006
Regia
Neil LaBute
Interpreti
Nicolas Cage, Kate Beahan, Ellen Burstyn, Diane Delano, Frances Conroy, Leelee Sobieski, Molly Parker
Durata
97 minuti

Uno strano incidente stradale, dove periscono all’interno di un’auto madre e figlia, e, causa di una forte depressione ai danni dell’agente di polizia Edward Malus (Nicolas Cage), che si ritiene in parte responsabile dell’accaduto. Mentre solo in casa, lotta contro i sui sensi di colpa e medita sulla decisione di lasciare il corpo di polizia, riceve una lettera inaspettata da un’isola chiamata Summersisle, dove é richiesto il suo aiuto per il ritrovamento di una bambina scomparsa. A inoltrargli tale richiesta è la sua ex fidanzata, ora mamma disperata in cerca della figlia misteriosamente sparita. Inutile dire che il ligio poliziotto, preso dal dovere e dall’affetto che prova per la sua ex, si imbarca alla volta dell’isola. Approdato a destinazione il nostro protagonista si ritrova in una società di forte regime matriarcale, dedita a strani e misteriosi riti pagani e poco disposta ad aiutarlo nelle indagini, ricerche che lo porteranno alla fine a capire le reali intenzioni, per nulla amichevoli, degli abitanti di Summersisle.
Il Prescelto”, del regista Neil Labute, non é altro che il remake (la brutta copia) del film “The Wicher Man” diretto nel 1973 da Robin Hardy, partito in sordina ma che divenne col tempo un piccolo cult horror. Nelle nostre sale cinematografiche non venne mai proiettato proprio per l’argomento trattato, (fu trasmesso solo molti anni dopo sul piccolo schermo), infatti fu tagliato fuori per la costante visione di riti e cerimonie pagani mostrati durante il film in maniera quasi assillante. Personalmente, l’originale non l’ho visto, ma dopo aver visionato la pellicola in questione non faccio fatica a credere che sia stato di gran lunga migliore di questo, e non solo, alimenta in me sempre di più, la convinzione che i remake dei vari titoli di successo non sono quasi mai all’altezza degli originali… E questo film ne è la prova!

Namor

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Di Darth (del 13/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1166 volte)
Titolo originale
Lonesome Jim
Produzione
USA 2005
Regia
Steve Buscemi
Interpreti
Casey Affleck, Liv Tyler
Durata
91 minuti

Steve Buscemi, dopo ben cento film nella sua filmografia di attore, potendo annoverare esperienze lavorative con personaggi del calibro di Q. Tarantino e dei fratelli Coen, torna dietro alla macchina da presa per la terza volta: i precedenti sono due film davvero particolari: “Barfly” (la storia di un alcolista interpretato da M.Rourke) e “Animal Factory” (un’opera che accusa apertamente il sistema carcerario americano). In questo suo terzo lavoro, ad oltre cinque anni di distanza dall’ultimo, il regista accentua ulteriormente lo stile disfattistico e avvilente dei precedenti, facendolo diventare ormai il suo ‘stile’. Il film risulta realizzato con una notevole cura, soprattutto tenendo in considerazione che (per un problema di cambio dirigenziale della casa produttrice) è stato ridotto il budget previsto da tre milioni a 500.000 dollari. Buscemi è riuscito comunque a realizzare la sua opera, girandola in solo 18 giorni, con numerosi attori non professionisti, nei veri luoghi descritti dallo sceneggiatore ed utilizzando una sola telecamera Mini-DV. Tutto questo ovviamente non ha giovato sotto il profilo qualitativo, ma il risultato finale è tutt’altro che da buttare. La storia è tutta incentrata su Jim, un ventottenne che torna a casa, in un paesino dell’ Indiana, sapendo di aver fallito: si era trasferito qualche anno prima a New York con la speranza di diventare scrittore, ma non è riuscito a realizzare il suo sogno. Ad attenderlo a casa trova un padre apatico, una madre che ostenta allegria e felicità palesemente false tanto che sembra uscita da una pubblicità di merendine, e un fratello infelice, divorziato, e con due figlie piccole. Tutta questa situazione deprime ancora di più Jim che, oltre ad essere più abbattuto di prima, si trova in una cittadina piccola e tristissima, dove ci sono solo tre bar per affogare i dispiaceri: Riki’s, Riki’s II e Riki’s III… (alla faccia della libera concorrenza!) In uno di questi locali Jim incontra la splendida Anika, un’infermiera per vocazione oltre che per denaro, che cercherà di aiutarlo a ritrovare la gioia di vivere.
Per comunicare allo spettatore questa trama angosciante, il regista carica ogni scena, ogni dialogo e ogni personaggio di pessimismo: il rapporto tra Jim e Anika, inizia come una squallida storia da ‘una botta e via’, il tempo è sempre grigio e piovoso e i dialoghi sono brevi e inconcludenti. Peccato per il finale, visto lo stile della pellicola, auspicavo una conclusione meno ‘buonista’. A questo punto, resta solo da domandarsi se, in questa vita triste, misera e solitaria, sia il caso di deprimerci ulteriormente sentendosi raccontare la storia del malinconico Jim.

Darth

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Di kiriku (del 12/12/2006 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 1741 volte)
Titolo originale
I cento passi
Produzione
Italia 2000
Regia
Marco Tullio Giordana
Interpreti
Tony Sperandeo, Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Luigi Lo Cascio, Paolo Briguglia, Andrea Tidona, Fabio Camilli, Mimmo Mignemi, Aurora Quattrocchi, Ninni Bruschetta, Roberto Zibetti, Paola Pace, Francesco Giuffrida.
Durata
114 min

Il nove maggio del 1978 l’Italia è scossa dalla triste notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Televisione e giornali non parlano d’altro, tutta l’attenzione è giustamente rivolta alla tragica conclusione della vicenda dell’ esponente della Democrazia Cristiana. Tutti sono a conoscenza di quei fatti, anche io che all’epoca avevo solo cinque anni sono al corrente di quello che è accaduto. Ma quasi nessuno sa che quello stesso giorno a Cinisi, in provincia di Palermo, veniva ucciso dalla mafia Giuseppe Impastato detto Peppino. Ma chi era questo uomo e perché dovrebbe essere ricordato? A questa ad altre domande risponde Marco Tullio Giordana con il suo film “I cento passi”, nel quale ripercorre la vita e la morte di colui che ebbe il coraggio di sfidare la malavita. Peppino è nato nel 1948 a Cinisi a soli cento passi dalla casa del boss Tano Badalamenti, la sua famiglia è collusa con la mafia, il cognato di suo padre era il capomafia Cesare Manzella che morirà poi in un attentato nel 1963. Malgrado cresca in un ambiente così corrotto Peppino ne esce pulito. Ancora adolescente fonda il giornale "L’Idea Socialista", si unisce alle lotte dei contadini espropriati dei terreni per costruire la terza pista dell’aeroporto di Palermo. Anni dopo costituisce il gruppo “Musica e Cultura” dove si svolgono varie attività culturali (cineforum, teatro, dibattiti, ecc.). Nel 1976 fonda “Radio Aut”, attraverso la quale denuncia i traffici illeciti e i crimini commessi dai mafiosi di Cinisi e Terrasini, il programma più ascoltato era “Onda pazza” nel quale, usando l’arma della satira, sbeffeggiava e ridicolizzava politici e mafiosi. Sul sito http://www.peppinoimpastato.com è possibile ascoltare alcune di quelle trasmissioni radio in cui Badalamenti diventa "Tano seduto" e Cinisi si trasforma in "Mafiopoli". Due anni dopo si candida per le elezioni comunale con “Democrazia Proletaria” ma durante la campagna elettorale viene assassinato, il suo corpo viene steso sui binari imbottito di tritolo e fatto saltare in aria. Una morte orrenda per un uomo che ha avuto il coraggio di sfidare e di colpire la Mafia proprio nel suo punto di forza: nell’onore. Il regista ci racconta con maestria la vita di Peppino, i suoi contrasti interiori e famigliari. Fa la fotografia di un mondo dove criminali e gente onesta vive a stretto contatto, un microcosmo malato che è poi lo specchio di una nazione, dove, anche se è difficile, è possibile scegliere di vivere onestamente. Ho trovato molto bravi anche gli attori che all’uscita del film erano tutti sconosciuti, a parte Tony Sperandeo nel ruolo del boss Gaetano Badalamenti, e sui quali spicca, per la strepitosa interpretazione nel ruolo del protagonista , Luigi Lo Cascio. Insomma un film bello che ci racconta un pezzo di storia del nostro bel Paese! Buona visione a tutti.

Kiriku

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