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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di nilcoxp (del 11/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1358 volte)
Titolo originale
Pan's Labyrinth
Produzione
Messico, Spagna, USA 2006
Regia
Guillermo Del Toro
Interpreti
Sergi López, Maribel Verdú, Ivana Baquero, Doug Jones, Alex Angulo, Adriana Gil
Durata
112 minuti

Prima cosa da dire: NON E’ UN FILM PER BAMBINI !!! Non fatevi ingannare dall’aspetto da classico ‘fantasy’, perché non lo è! Ambientato nella Spagna franchista (1944) alterna una realtà cruda e violenta di una dittatura in lotta contro i rivoluzionari, ad un mondo sotterraneo e fantastico. La protagonista (una bambina) passa da problemi reali, legati al fatto di avere una madre malata che aspetta un figlio dal comandante despota della guarnigione, a missioni da compiere in un mondo misterioso. Incarichi che le vengono affidati dal Fauno (una creatura metà animale e metà vegetale) dopo che quest’ultimo le rivela di essere la principessa mancante del suddetto regno. Nella guerra tra le due fazioni non ci è risparmiata nessuna violenza: morti, torture, mutilazioni e parecchio sangue (ecco perché vi dicevo di non farlo vedere ai bambini). Nella parte fiabesca la situazione non cambia di molto: atmosfere cupe che non lasciano presagire nulla di buono, un mostro che strappa a morsi le testoline delle creature buone, altro sangue, e lo stesso Fauno risulta essere troppo ambiguo per poter essere classificato un ‘amico’. Fatta eccezione per Sergi López (il patrigno della protagonista), gli attori mancano di spessore, intrappolati in una parte limitante nel contesto di un film che non sono riuscito a classificare: fantasy? Horror? Guerra? Troppa carne al fuoco per poca brace a disposizione (ma l’ho scritta io questa cosa?). Una nota positiva c’è! Il fatto che un film destabilizzi lo spettatore che si aspetta un ‘genere’ e ne trova un altro (o più..) non è un pregio? Fatemi sapere ciao

nilcoxp

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Di gidibao (del 10/12/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 3362 volte)
Artista
Special Efx
Titolo
butterfly
Anno
2001
Label
Shanachie

Smooth jazz raffinato e sonorità cristalline in un prodotto discografico di rara bellezza*: butterfly.
La track di apertura “Cruise control” svela le potenzialità di un album interamente composto da atmosfere speziate, dai toni vellutati e coinvolgenti. La chitarra di Chieli Minucci disegna accordi ed arpeggi su di una canvas di strumenti a fiato, di tastiere e di percussioni: note musicali mai eseguite a caso, melodie ricercate come nella seducente “Cinnamon”.
Le gradevoli emozioni da cogliere nell'impeccabile arrangiamento di "Butterfly" altresì le eteree sensazioni evocate dall'ascolto di una delicata "If only" rendono questo lavoro artistico un masterpiece.
Effetti speciali in un battito d’ali.

*In questo articolo non è stato fatto un uso improprio degli aggettivi.

credits:
David Mann (flute, saxophones); Steve Skinners (keyboards); Jerry Brooks (bass); Lionel Cordew (drums); Jay Rowe (piano)

Buon ascolto

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Di Goober (del 09/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1184 volte)
Titolo originale
Open Range
Produzione
USA 2003
Regia
Kevin Costner
Interpreti
Kevin Costner, Robert Duvall, Annette Benning, Michael Gambon, Diego Luna
Durata
145 minuti

Pensavate forse che i film western non avessero più niente da dire? Probabilmente, dopo aver visto questa pellicola, vi accorgerete di aver sbagliato perché questo film sembra voler dare nuova linfa ad un genere in caduta libera. “Terra di confine” esce a quasi undici anni di distanza dall’ultimo vero film western che si ricordi, o che perlomeno valga la pena ricordare: “Gli spietati” di C. Eastwood.
Kevin Costner torna a dirigere – oltre che interpretare e produrre – un western sicuramente meno fastoso e pretenzioso rispetto al pluri decorato “Balla coi lupi” ma altrettanto capace di regalarci uno spettacolo intenso ed emozionante, oltre ad una rinnovata capacità registica.
Questa pellicola racconta la faticosa, ma allo stesso tempo avventurosa vita di quattro semplici ( almeno apparentemente ) mandriani, costretti da una tempesta a deviare il loro percorso verso una cittadina di frontiera nella quale troveranno un’accoglienza non proprio calorosa…
Nel film non si assiste solamente agli scontri tra buoni e cattivi a cui le più classiche epopee western ci hanno abituato, ma trova il suo elemento portante nella figura e nel carisma dei personaggi principali, dei quali riusciamo a capire i sentimenti e le paure che nascondono dentro. Probabilmente è proprio nella descrizione dei personaggi principali, delineati alla perfezione dal regista, che si cela la chiave di lettura di questa pellicola. Pellicola che mette in rilievo non soltanto il coraggio di Costner nel cimentarsi nuovamente in un film western dopo i fasti di un tempo, ma conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’indiscutibile talento di Robert Duvall.
Certamente anche “Terra di confine” presenta i suoi limiti, ad esempio il finale troppo scontato oppure le tante, forse troppe analogie con il suo illustre predecessore, ciononostante rappresenta la risposta a tutti quelli che lamentano un cinema western morto e sepolto da un pezzo.

goober

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Di slovo (del 08/12/2006 @ 05:00:00, in live report, linkato 3374 volte)
Evento
A Matter of Life and Death Tour '06
Artisti
Iron Maiden
Location
Datch Forum – Assago (MI)
Data
3 dicembre ‘06

All’ora prevista per l’ apertura dei cancelli c’è già una marea di gente in coda, strano considerato che questa è una data aggiunta dagli organizzatori per l’esubero di richieste dopo il fulmineo sold-out della serata precedente: avrei pensato che l’ondata dei fedelissimi, quelli disposti ad aspettare ai cancelli con ore di anticipo per assicurarsi un posto sotto al palco, si sarebbe esaurita il giorno prima. Il popolo metal è fedele e irriducibile, me ne sto rendendo conto.
Sono le 18 ed è già buio, la foschia unita ad una fastidiosa pioggierella non fa che attaccarci tragicamente il freddo addosso. Non male come inizio, ma volendo la si può vedere come una fortuita riproduzione dell’inverno londinese, quello in cui sono germinati i primi lavori degli Iron Maiden, accorpabile quindi al contesto della serata... forse.
Mezzo parterre e gran parte del primo anello del DatchForum sono già pieni quando riusciamo ad entrare, dopo quasi un’ora e mezza di coda e una tale botta di freddo che a prenderla con filosofia, come ho provato a fare, mi ci è voluto uno sforzo ottimistico senza paragoni. Comunque ci posizioniamo nel terzo anello, un po distanti ma dritti davanti al palco.
Non aspettiamo molto che parte il primo gruppo di supporto: una classica formazione a 4, sui pannelli è stampato il nome Lauren Harris – mi diranno in seguito essere nientemeno che la figlia ventunenne di Steve Harris – la figliola ha un presente notevole e buone doti vocali, ma la musica che propone è una sorta pop-metal che fa tenerezza e non induce neanche uno svogliato foot-tapping. Per fortuna dura poco.
Gli addetti cambiano velocemente l’aspetto del palco, assemblando la scenografia del gruppo successivo: i Trivium. Introdotti da una sinfonia simil-carmina burana che preannuncia il sapore epico dei brani che avrebbero suonato, hanno tenuto dignitosamente il palco con energia e grande tecnica ma ancora, niente per cui esaltarsi.
Dopo un ennesimo e più complesso stravolgimento del palco, ineggiati da cori sempre più incalzanti, ecco entrare in scena i ‘mostri sacri’, accolti dal comprensibile boato che il pubblico riserva ad una band leggendaria, autentica icona del metal, come gli Iron Maiden.
Il gruppo è in splendida forma, basso-battera e tre chitarre (forse una di troppo) suonano compatti, precisi e con un tiro formidabile considerato che viaggiano tutti sulla cinquantina. Bruce Dickinson poi, canta sorprendentemente bene: acuto, pulito, potente. Vederli correre instancabilmente da una parte all’altra del palco e sentire con quale tellurico vigore escono dagli amplificatori è la più genuina conferma al loro inossidabile mito eppure, man mano che la scaletta procede si avverte chiaramente che qualcosa non sta andando come dovrebbe... non c’è il coinvolgimento del pubblico che ci si aspetterebbe, sono solo le prime file a dimenarsi... applausi di rito alla fine di ogni pezzo ma in generale si assiste composti.
È normale ad un concerto metal di quella portata? Certo che no.
Il motivo, triste a dirsi, è la musica, grande assente di questo evento. Uno ad uno vengono proposti tutti i brani dell’ultimo album “A Matter of Life and Death”: un concentrato di noioso, ritrito e dilatato mestiere metal che potrebbe appassionare solo il fan più ostinatamente di parte. Anche se posso appoggiare il rifiuto di Harris e soci a diventare un trastullo per nostalgici, bisogna anche ammettere che è passato veramente troppo tempo dall’ultima volta che hanno prodotto del materiale degno di nota. La riprova c’è stata quando sul riff di “Fear of the dark” il pubblico è andato letteralmente in visibilio. Personalmente ho sempre trovato quella canzone una schifezza, ma quella sera suonava come un’ esaltante sferzata rispetto agli asfittici primi due terzi della scaletta. A chiudere lo spettacolo una sequenza di classici: "Iron Maiden", "Two Minutes to Midnight", "The Evil That Men Do" e “Hallowed Be Thy Name", strepitosi e intramontabili, ma ormai il pubblico era anestetizzato e nemmeno la comparsa di eddie a bordo di un enorme carro armato è servita ad alzare il tiro ad un live tecnicamente impeccabile ma scarso di propellente e spiace dirlo, decisamente poco riuscito.

slovo

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Di Namor (del 07/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3065 volte)
Titolo originale
Fur: An Imaginary Portrait of Diane Arbus
Produzione
USA 2006
Regia
Steven Shainberg
Interpreti
Nicole Kidman, Robert Downey Jr., Ty Burrell, Harris Yulin, Jane Alexander
Durata
122 minuti

Erano 25 anni che il regista Steven Shainberg (Secretary), cullava il sogno di realizzare questo film, “Fur: ritratto immaginario di Diane Arbus”. Per chi non lo sapesse, Diane Arbus era una fotografa, famosa per i suoi scatti “inusuali”, immagini che ritraggono individui emarginati dalla società per i loro difetti, fisici e mentali, come nani e giganti, prostitute e dominatrici, nudisti e malati psichici, un vero e proprio carosello di personaggi outsiders, raffigurati su fotografie a dir poco ardite per quel periodo e che gli valsero l’appellativo della Fotografa dei Freaks. Diane Nemerov, naque a New York nel 1923, da una ricca famiglia ebrea, proprietaria della celebre catena di negozi di pellicce denominata “Russek’s”. All’età di quattordici anni, s’innamora del fotografo Allan Arbus, con il quale si unisce in matrimonio quattro anni dopo contro il volere dei genitori. Dal compagno impara il mestiere di fotografa, lavorando insieme nel campo della moda per riviste famose come Vouge, Harper’s Bazar e Glamour. Nel 1957, la separazione coniugale ed artistica dal marito, del quale manterrà il cognome, diventando in seguito “un controverso mito della fotografia”! Bene, dopo questa mini-biografia, passiamo al film in questione, tratto molto liberamente dal libro “Diane Arbus: a biography” di Patricia Bosworth, e dal quale “sto fenomeno di regista” ha attinto per realizzare una pellicola lenta e noiosa, con personaggi ed eventi che non sono altro che il frutto della sua fantasia, che poco hanno a che vedere con la vera storia della Arbus. E’ accettabile che vengano romanzati gli eventi, ma così, e un po’ troppo! Per fare un esempio, cito la storia d’amore tra l’inquilino del piano superiore Lionel interpretato da Robert Downey Jr. e Diane, Nicole Kidman , una sorta della “Bella e La Bestia” visto che Lionel è affetto da ipertricosi, malattia che gli provoca la crescita inarrestabile di peli, ricoprendogli completamente viso e corpo e che lo costringe ad usare una maschera per nascondere il volto ma che suscita l’ilarità generale tra il pubblico in sala nel momento in cui se ne libera, rivelando la somiglianza con Chewbacca di “Guerre Stellari”. Di assurdità però ce ne sono molte altre, come i microfoni che spuntano dall’alto, mai visto un film con una carrellata simile, sembra uno spot, se ne vedono di tutti i modelli, veramente imbarazzante……., possibile che il regista al montaggio non se ne sia accorto? Secondo me non l’ha nemmeno visto una volta assemblato, “sto capolavoro”, ad ogni modo i complimenti vanno al montatore, se fosse per me non gli farei montare neanche il filmino del mio matrimonio! L’unica cosa che salvo in questa pellicola, é la performance di Nicole Kidman, che da sola tiene alto quel poco di interesse che lo spettatore prova durante la visione, sempre se riuscite ad arrivare fino alla fine del film. Ultima chicca, nelle nostre sale cinematografiche il film è rimasto in programmazione tre giorni, tutte e tre le serate il cinema ha chiuso senza mandare in onda lo spettacolo delle 22, il motivo risale al fatto che non avevano venduto neanche un biglietto! Fate voi….

Namor

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Di Darth (del 06/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1128 volte)
Titolo originale
Qing hong
Produzione
Cina, 2005
Regia
Wang Xiaoshuai
Interpreti
Tang Yang, Li Bin, Gao Yuanyuan, Yao Anlian, Wang Xueyang
Durata
123 minuti

Negli anni ’60, il regime cinese per proteggere le proprie fabbriche da un possibile attacco sovietico, le trasferisce in campagna, creando la cosiddetta “terza linea di difesa”. Gli operai di allora, estirpati dalle proprie città e mandati a vivere vicino al posto di lavoro, li ritroviamo oggi, vent’anni dopo (1983), con tanta voglia di poter far ritorno al proprio paese d’origine. Ad interpretare i problemi di tante famiglie, il regista focalizza la storia su una di esse: quella della diciottenne Quing Hong. La trama, infatti, è tutta incentrata sui problemi e le esperienze della giovane: il rapporto con un padre ossessivo e opprimente, le scorribande in feste clandestine, il primo fidanzato, il rapporto di affetto-invidia per la sua migliore amica avente una famiglia benestante e di vedute più aperte. Tutta questa trama però, è veicolante ai fini reali dell’opera. Mentre si assiste alla (se vogliamo) noiosa trama sopraccitata infatti, acquisiamo, tramite una fedele ed accurata ricostruzione, usi e costumi del popolo cinese degli anni ’80. Salta subito all’occhio che i modi di vestire, di vivere e di comportarsi, rassomigliano molto ai nostri anni ’50, e che il regime cinese è presente e oppressivo anche nei piccoli paesi di provincia. Bene in evidenza anche il sistema giuridico, con uomini accusati di omicidio o stupro, giudicati e condannati a morte con sentenza immediata. Lo stile narrativo di quest’opera è un classico delle pellicole orientali: dialoghi ridotti all’essenza, telecamere fisse che seguono gli attori, e tempi lunghi: se avete visto il precedente film del regista, “Le biciclette di Pechino”, sapete di cosa parlo. Molto curata la fotografia, con cieli sempre coperti, piogge, e colori grigi a simboleggiare la tristezza del luogo dove sono costretti a vivere i protagonisti. Peccato per il doppiaggio, nei film orientali davvero non lo sopporto: il modo di parlare è troppo diverso per poter essere credibile. Se lo noleggiate, vi consiglio caldamente la visione in lingua originale sottotitolata. Vincitore del premio della giuria al festival di Cannes, "Shanghai Dreams" è un interessante spaccato del passato recente cinese, realizzato con una tecnica ineccepibile e con molta consapevolezza, visto che il regista Xiaoshuai Wang, ha ammesso di aver girato questo film per raccontare le ingiustizie subite da migliaia di famiglie cinesi, tra cui quella dei suoi genitori... ai quali ha dedicato il film.

Darth

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Di kiriku (del 05/12/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1371 volte)
Titolo originale
L'amico di famiglia
Produzione
Italia 2006
Regia
Paolo Sorrentino
Interpreti
Roberta Fiorentini, Clara Bindi, Gigi Angelillo, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Giacomo Rizzo, Lucia Ragni, Elias Schilton, Barbara Scoppa
Durata
110 min

È da poco uscita nelle sale l’ultima fatica di Paolo Sorrentino. Dopo “L’uomo in più” e “Le conseguenze dell’amore” ci regala un’ altra bella opera: “L’amico di famiglia”. Nonostante questo sia solo il suo terzo film credo di poter dire tranquillamente che il regista napoletano è uno di quei pochi capace di dare nuova vita al cinema italiano. Ha la capacità di esplorare, con uno stile fuori dagli schemi, la parte malvagia e corrotta dell’essere umano, i suoi personaggi sono meschini, soli, aridi e cattivi. Elementi che ritroviamo anche in questo film, dove a mio parere l’autore mostra una maturità e una padronanza notevole nell’uso della telecamera, con la quale ci racconta , attraverso estremizzazioni, una società dissoluta e amorale. Il personaggio principale è Geremia de' Germei, un uomo vecchio, brutto, laido e tirchio. Veste male ed è goffo, vive in una casa buia e lercia insieme alla madre invalida, con la quale ha un rapporto morboso. Ha una sartoria ma la sua attività principale è quella dello strozzino, fa piccoli prestiti a tutte quelle persone che si presentano da lui in negozio e gli chiedono soldi. Gli interessi sono altissimi e non pagare significa passare dei guai e vedersela con i suoi due scagnozzi. Non avendo una vita propria entra in quelle delle sue vittime con il ricatto. Al di fuori della madre non ha affetti tranne un quasi amico (interpretato da Fabrizio Bentivoglio) che si occupa di controllare la solvibilità dei clienti e che si veste come un cowboy sognando di andare un giorno a vivere in Tennessee. Insomma Geremia è un essere spregevole, ma anche le persone che lo circondano non sono da meno, i loro bisogni sono futili, si indebitano per i motivi più vari; dal padre che vuole un matrimonio sfarzoso per la figlia, alla cinquantenne che vuole rifarsi, alla vecchia che ha bisogno di soldi per giocare al Bingo. Una schiera di personaggi resi, dal desiderio di notorietà e dalla necessità di apparire, più laidi e infimi del loro aguzzino che commetterà l’errore di innamorarsi della donna sbagliata. Sorrentino con maestria trae spunto dalla sociologia odierna e dai fatti degli ultimi anni, scava tra le pieghe di una società che ha stravolto la scala dei valori morali, immergendo il tutto in una atmosfera irreale resa tale anche grazie all’ottima fotografia di Luca Bigazzi. Un applauso va fatto anche a Giacomo Rizzo, nel ruolo principale, cha a saputo dar vita con le sue caratterizzazioni ad un personaggio tragicomico dai modi di fare al limite del grottesco ma con una raffinata dialettica che a volte si tinge di filosofia. Un film che consiglio vivamente di vedere, che fa sorridere ma che allo stesso tempo colpisce andando a scoprire quella parte avariata dell’anima che è presente in ognuno di noi. Buona visione a tutti.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 04/12/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1413 volte)
Artista
The Cure
Titolo
Kiss me Kiss me Kiss me
Anno
1987
Label
Fiction records

 

 

 

 

"...simply elegant!"

 

 

nilcoxp

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Di gidibao (del 03/12/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 3186 volte)
Artista
Peter White
Titolo
glow
Anno
2001
Label
Sony

Atmosfere vellutate in una canzone d'annata degli Isley Brothers a nome “Who’s That Lady” ed una versione jazzy di “Just My Imagination” dei Tempations spaziando attraverso il gusto frizzante delle latin “Bueno Funk” e “Pedro Blanco” sino alla effervescente “Baby Steps” che chiude il lavoro discografico.
Tradizione e high-tech fanno di Peter White un eclettico chitarrista nonché pianista dalle cristalline tonalità silky-smooth: eletto per quattro anni consegutivi, dal 2000 al 2003, come Best Guitarist dal National Smooth Jazz Awards di Toronto, Canada.
Sua è l'eseguzione al piano ed alla chitarra classica che si può ascoltare in "Year of the cat" di Al Stewart con il quale vanta una collaborazione quasi ventennale a cavallo tra gli anni '70 e '90. Negli anni '80, trasferitosi con la famiglia negli Stati Uniti, Peter White collabora con artisti non ancora arrivati alla notorietà come Tori Amos oppure star quali Bernie Leadon chitarrista degli Eagles, Susanna Hoffs delle Bangles e Janis Ian chitarrista e cantautrice vincitrice di numerosi Grammy Award.
Il fratello Danny è stato il membro fondatore dei Matt Bianco.
Glow è un album di pregievole fattura, dalle sonorità easy-grooving tipiche di un autore che affonda le proprie radici nel R&B, album supportato dalla collaborazione di artisti quali Dave Koz al sax, Jeff Lorber alle tastiere e di Rick Braun ai fiati.

credits:
Lenny Castro (percussion); Kirk Whalum (saxophone); Lil' John Roberts (drums); Larry Kimpel (bass)


Buon ascolto.

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Di Andy (del 02/12/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1892 volte)
Artista
Evanescence
Titolo
The open door
Anno
2006

Stavolta, pur rimanendo nell’ambito rock a me molto caro, ho deciso di ascoltare e di parlarvi di un disco nuovo nuovo: OPEN DOOR degli EVANESCENCE. Doverosa la solita mini-biografia; la band prende forma nel 1989 per mano di AMY LEE, voce e piano, BEN MOODY, chitarra e co-autore, DAVID HODGES, tastiere, WILL BOYD, basso e RICKY GRAY alla batteria. Dopo un paio di mini LP nel 2003 esce l’album FALLEN che con il primo singolo omonimo e il secondo, “My immortal”, li porta a scalare le classifiche mondiali e a vincere nel 2004 due Grammy Awards. Nel bel mezzo di questo successo e del tour mondiale, Moody decide di abbandonare il gruppo a causa di dissapori con gli altri membri e viene sostituito da TERRY BALSAMO, proveniente dai COLD. Ora veniamo a parlare di questo nuovo lavoro: gli Evanescence vengono considerati esponenti di una certa corrente di rock gotico e metallico, di cui fanno parte formazioni come i LACUNA COIL e i NIGHTWISH, e tutto ciò si sente ascoltandoli; devo dire però che la “dipartita” di Moody ha lasciato il suo segno, sia perchè è dotato di una buona tecnica chitarristica e meno pesante e invadente rispetto al suo successore, molto più vicino al sound Limp Bizkit per intenderci, sia perché evidentemente toglieva questa vena truce e troppo gotica che secondo me appiattisce il lavoro in questione; a conti fatti FALLEN è un disco molto più fresco e scorrevole. OPEN DOOR si apre con il singolo trainante “Call me when you’re sorber, che è un pop rock commerciale discreto e che quasi lascia ben sperare, mentre invece poi si sprofonda in un susseguirsi di inizi di pianoforti e sintetizzatori sempre orientati verso atmosfere barocche e melense e attacchi massicci di chitarre distortissime e basso-batteria metal; la voce di Amy non trova molto spazio in tutto ciò (non che canti poco,anzi), nel senso che risulta appiattita dall’eccesso di tiro heavy. Riesco a “tirar via” quattro titoli: Lithium, Weight of the World, All that I’m living for e per ultima Good enough, che è anche la mia traccia preferita; strano a dirsi per un rockettaro come me, perché è l’unico brano cantato e suonato solo da Amy e nel quale escono le doti canore e musicali di cui dispone, ma c’è qualcosa di misto fra progressive e soul molto bello e interessante. Peccato non riuscire a dire lo stesso di tutto il resto del cd e comunque ognuno ha i suoi gusti; da segnalare che la Lee ha dichiarato di essere uscita come purificata dall’esperienza della registrazione di questo album, mentre il bassista Will Boyd lascia anche lui la band subito dopo l’uscita discografica, per stare più vicino alla famiglia e in previsione di un probabile nuovo tour mondiale. Nell’insieme, insomma, c’è di peggio di questo disco ma c’è anche molto di meglio... a mio giudizio, ovviamente! Alla prossima e ciao.

Andy

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Di slovo (del 01/12/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 3949 volte)
Titolo originale
This is Spinal Tap
Produzione
USA 1984
Regia
Rob Reiner
Interpreti
Michael McKean, Christopher Guest, Harry Shearer, Tony Hendra
Durata
82 minuti

Siamo nel 1983, i britannici Spinal Tap partono per un tour negli Stati Uniti a promuovere “Smell the Glove”, il loro ultimo album. Questo rockumentary (termine inventato dal regista fondendo le parole rock e documentary) segue i musicisti sul palco e dietro le quinte, dentro i camerini e gli alberghi, alternando spettacoli dal vivo, interviste, vita da tournè e materiale di repertorio.
Sebbene sia divenuto ormai un cult-movie con schiere di appassionati e decine di recensioni entusiastiche, attorno a questo gruppo aleggia ancora una notevole confusione... imputabile forse al fatto che una band, nel senso più comune del termine, chiamata Spinal Tap in realtà non è mai esistita...
McKean, Guest e Shearer (che nel film interpretano il nucleo del gruppo: David St.Hubbins, Nigel Tufnel e Derek Smalls) insieme al regista Rob Reiner realizzarono la pellicola in toto: ideato una band fittizia, creato tutti i retroscena fino al più insignificante dettaglio, infine scritto e sceneggiato le tragicomiche situazioni; hanno anche composto e interpretato i brani che formano la colonna sonora.
Poi accadde l’imponderabile: il film fece relativamente fiasco nelle sale, ciònondimeno la colonna sonora finì in classifica. Rifletteva così bene gli stilemi hard-rock dell’epoca che molti non fecero caso ai testi volutamente ironici, apprezzandolo come se fosse un album “vero”. Il tempo non fece che alimentare l’ambiguo mito degli Spinal Tap, bipartendo i conoscitori in quelli che li ricordano come i protagonisti della più geniale parodia dell'universo hard-rock mai realizzata e quelli che continuano a cosiderarli uno dei tanti gruppi ‘schitarrate e abiti scintillanti’, nemmeno troppo dignitosi, che agitavano i palchi nella prima metà degli anni 80.
Un film pieno di trovate, permeato da una seriosa comicità british magnificamente impersonata dai tre autori/attori e che coglie brillantemente nel segno prendendo in giro i luoghi comuni dell’universo metal/hard-rock: dalla promisquità sessuale, allo sfoggiato machismo (cito: “my baby fits me like a flesh tuxedo. I'd like to sink her with my pink torpedo” da “Big Bottom”, tanto per dare un idea) dalle fisime dei musicisti alle disastrose conseguenze per l’ingerenza di una donna nelle questioni del gruppo...
Una versione doppiata in italiano è stata recentemente trasmessa nei circuiti satellitari anche se consiglierei di guardarlo in lingua, tralaltro il dvd americano, unica edizione attualmente disponibile, contiene quasi un ora di materiale tagliato che è qualitativamente paragonabile a quello usato per il film. Da non perdere.

slovo 

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Di Namor (del 30/11/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 3311 volte)
Artista
Claudio Baglioni
Titolo
Quelle degli altri tutti qui
Anno
2006
Label
Sony/BMG

Visti gli ottimi incassi in seguito alle vendite delle recenti raccolte “Tutti qui” e “Gli altri tutti qui”, la casa discografica di Claudio Baglioni, aveva pensato di fare uscire una terza antologia, che contenesse i restanti brani, quelli non inclusi nei primi 2 album. Fortunatamente però il cantautore romano si é opposto a questa assurda richiesta, decisione che condivido in pieno, dato che, sul mercato discografico di compilation con i suoi maggiori successi, e di album live, ve ne sono in quantità industriale, piuttosto, si sente la mancanza di un album con inediti di qualità, come il suo doppio cd “Oltre”, che a parer mio, (non me ne vogliano i fans) risulta il migliore della sua discografia degli ultimi 15 anni. Da questo rifiuto nasce il progetto “Quelle degli altri tutti qui” (evviva l’originalità), un doppio album che racchiude 29 cover, pezzi rappresentativi della musica di quegli anni, parliamo del periodo che va dal 1958 al 1970, interpretati da grandi artisti come: G.Gaber, F.De Andrè, L.Tenco, U.Bindi, L.Battisti e tanti altri. Un cd doppio che rispecchia la sua anima musicale, poiché, all’interno del disco uno esibisce sonorità moderne con arrangiamenti che danno nuova linfa a titoli che inneggiano all’amore, motivi che hanno fatto la storia della musica italiana tra i quali: “Io che amo solo te” di S.Endrigo, “Che cosa c'è” di G.Paoli, “Insieme a te non ci sto più” della C.Caselli, quest’ultima riproposta negli ultimi anni in parecchie pellicole italiane, ma il pezzo che ho apprezzato maggiormente dell’intero album è: “L'ultima occasione”, canzone eseguita magistralmente nel 1965 dalla grande Mina, ma che trovo sia nelle corde di Claudio, infatti ricorda molto il Baglioni prima maniera.. Nel secondo disco, invece musicalmente parlando prevale la sinfonia delle orchestre, la Sinfonietta di Roma, Orchestra dei Colori, la Digital Records e la Czech National Simphony Orchestra di Praga, che ha visto alternarsi nella direzione delle stesse, firme prestigiose come, Luis Bacalov, G.Lombardi, L.Lombardi e M.Zanotti, il tutto sotto la supervisione di P.Giannolo, che oltre a suonare le chitarre ha curato gli arrangiamenti, diretto le orchestre e guidato un supergruppo di musicisti nella maggior parte dei brani, tra i quali: G.Harrison alla batteria, J.Giblin al basso, L.Marzadori violino solista, e D.Rea al pianoforte. Un doppio album, che regalerà ai più giovani l’opportunità di ascoltare 29 successi firmati da autori che con le loro canzoni hanno lasciato il segno nella vita sentimentale di ognuno di noi, capolavori che il tempo non ha cancellato!

Namor

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Di Darth (del 29/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5492 volte)
Titolo originale
Adams æbler
Produzione
Danimarca, Germania, 2005
Regia
Anders Thomas Jensen
Interpreti
Nicolas Bro, Tomas Villum Jensen, Ali Kazim, Nikolaj Lie Kaas, Gyrd Løfqvist, Mads Mikkelsen, Lars Ranthe, Peter Reichhardt
Durata
94 minuti

Noir, brillante, provocatorio, grottesco e originale. Tutto questo è “Le mele di Adamo”: una perla di Anders Thomas Jensen, regista danese cresciuto alla scuola di Lars von Trier e fautore della tecnica del Dogma-95. In questa sua opera A.T.J. non risparmia nessuno: prende in giro Dio e il diavolo, nazisti e musulmani, handicappati e malati terminali… e lo fa, fondendo una trama drammatica a scene davvero esilaranti. Davvero inconcepibile: mi sono trovato a ridere per un prete massacrato di botte e per dei corvi ammazzati, mentre mi sono commosso per la morte di un vecchio kapo dei campi di concentramento; e ci sono momenti dove addirittura, non sapevo se ridere o piangere. Punto assoluto di forza del film è l’imprevedibilità: succede sempre (o quasi) quello che non ti aspetti, la cosa più assurda, la cosa meno probabile. I personaggi sono pochi (appena sei), tutti ‘fuori di testa’ e che, nonostante siano persone che nella vita reale eviteresti accuratamente, sprigionano un’intensa simpatia. La trama è più assurda degli interpreti che la popolano: Adam, neo-nazista (croce celtica tatuata e foto del führer appesa), appena uscito di prigione deve passare un periodo riabilitativo sotto la tutela di un prete che gestisce una piccola comunità di recupero. Il giovane ariano si ritroverà quindi a convivere con tre persone ancor più bizzarre di lui: un ex tennista alcolizzato, cleptomane e obeso; un rapinatore di benzinai pakistano (che ricorda molto Sahid del telefilm "Lost" ); e un prete che vive in un mondo tutto suo, rifiutando costantemente la realtà delle cose, anche quelle più palesi. Adam, dovendo definire (a scopo terapeutico) un ‘obiettivo’ da raggiungere prima di poter lasciare il gruppo, opta per cucinare una torta con tutte le mele dell’albero della parrocchia non appena saranno mature. Da quel momento però, iniziano a succedere strane coincidenze: il melo viene attaccato in tutti i modi (corvi, vermi, fulmini…) e il forno della parrocchia, durante un temporale, esplode. Sembra proprio che qualcuno voglia impedire ad Adam di raggiungere il suo obiettivo… ma sarà Dio o il diavolo?
Se volete scoprirlo, non perdete questo film... davvero carino.

Darth

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Di kiriku (del 28/11/2006 @ 05:00:01, in musica, linkato 2876 volte)
Artista
Luca Flores
Titolo
For Those I Never Knew
Anno
1995

La nebbia è ovunque. Attenua la vista e nasconde i miei passi decisi, la strada verso casa ora sembra più corta e non vedo la fine. Gli alberi a lato della via non esistono più, sono ombre nere che si ripetono ordinatamente. Fari d’auto smorzati passano ruggendo e volano via portandosi dietro il mio sguardo, “How far can you fly?” Ho acceso il lettore e Luca è qui con me, il suono delle sue mani, al contrario del suo corpo, è tangibile. La sua malinconia è feroce. La nebbia è ovunque. Cerco di nascondermi nel paltò ma mi raggiunge e mi stringe forte, tanto da sentirla nelle ossa. L’asfalto è bagnato e le automobili posteggiate sono perlate di sudore, sui finestrini migliaia di rivoli d’acqua nascono e poco dopo muoiono, la loro vita è breve come le sensazioni che provo ascoltando la voce del suo pianoforte;“Coincidenze”. Voci non molto lontane attirano la mia attenzione, ma rimangono celate dietro questo velo bianco che ricopre ogni cosa. Tutto sembra così immobile e privo di vita, “But no for me”. Tristezza, sofferenza , nostalgia per qualcosa che ho perso e che mai ritroverò mi accompagneranno sempre, questo mi sta dicendo Luca. Me lo dice con la delicatezza di cui era capace, la stessa con la quale sfiorava i tasti e con la quale era capace di stravolgere l’anima. Non sono solo note quelle che ascolto ma e un tormento senza sosta, una ricerca continua di risposte, un’ implosione di sofferenza. “Leaving”. Ora il mio passo non è più così sicuro. Il suo testamento mi ha scosso, sono confuso, che fino hanno fatto le mie certezze? Il freddo ha cristallizzato la disperazione sul mio volto, come un fiume di lacrime il Po ora scorre sotto di me. Mi fermo e lo osservo, vorrei scivolare via con lui e perdermi nella notte. Un leggera brezza mi risveglia e mi spinge verso casa, ma prima Luca mi saluta:“For Those I Never Knew ( Patience)”.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 27/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1610 volte)
Titolo originale
Shi mian mai fu
Produzione
Hong Kong, Cina 2004
Regia
Zhang Yimou
Interpreti
Zhang Ziyi, Takeshi Kaneshiro, Andy Lau, Dandan Song
Durata
119 minuti

Anno 859 dopo Cristo, una Alleanza composta di guerriglieri si oppone al potere del regime vigente. Questo gruppo di cui si sa poco, vive spostandosi continuamente all’interno di una foresta chiamata appunto “Dei pugnali volanti” (che è anche il nome della banda in questione). In questo contesto si inserisce la nostra storia: due guardie carcerarie, fiutando la possibilità di fare carriera decidono, utilizzando la cattura della presunta figlia del capo dei fuorilegge, di trovarne l’accampamento. Se non fosse che spunta l’amore tra i vari protagonisti a stravolgere il tutto. Film che ripropone il singolo in lotta contro le autorità al centro della vicenda, con l’aggiunta di sofferenze sentimentali. Una trama sufficiente, una regia interessante, una discreta bravura degli attori. La noia quasi mortale dei combattimenti ‘coreografici’ con gente che salta e quasi vola in puro stile “wuxiapian”, acquista qui una dimensione quasi accettabile. Ma la vera forza trainante della pellicola sono la scenografia e la fotografia: incollano gli occhi degli spettatori ad immagini e colori sovraccarichi che si fondono con una maestria rara, spesso appagante per i sensi e quindi rivalutante di tutta l’opera. Anche la musica fa la sua buona parte e serve a rendere alcune scene davvero gustose, su tutte la danza con i tamburi e fagioli e la battaglia nella foresta di bambù.

nilcoxp

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Di #LouiseElle
Anche questo titolo ...
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