BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di gidibao (del 26/11/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 3867 volte)
Artista
Dave Koz
Titolo
Lucky Man
Anno
1993
Label
Capitol

Grazie a questo lavoro del 1993, il sassofonista Dave Koz è diventato uno tra i musicisti più amati ed apprezzati nel genere musicale dello smooth jazz.
Lucky Man apre con una speziata "Shakin' the Shack", canzone dal groove coinvolgente impreziosita da un tappeto di fiati e da una bassline esplosiva. L'album è ricco di richiami a differenti stili musicali: dal funky di "Silver Lining" al jazzy-ballad di un'ipnotica "Tender Is the night" interpretata dalla voce meravigliosa di Phil Perry. Non mancano inoltre gli scratches and beats tipici dell'Hip Hop in "Don't Look Any Further" così come l'ammiccamento al gospel nella delicata "Show Me the Way".
"You Make Me Smile" e "Faces of the Heart" sono forse le canzoni che ogni autore avrebbe desiderato comporre.
Lucky Man chiude con una uggiosa "Mysty" che accompagnerà l'ascoltatore lontano nel tempo, in uno di quei locali fumosi dove piace pensare sia nato il Jazz.

credits:
Nathan East (Bass, electric bass); Paulinho Da Costa (percussion); Chester Thompson (organ); Kenny Moore (piano); Clarence Clemmons (tenor saxophone)


Buon ascolto.
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Di Velia (del 25/11/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 2163 volte)
Titolo originale
Girl With a Pearl Earring
Autore
Tracy Chevalier
Traduzione
Luciana Pugliese
Editore
Neri Pozza
Prima edizione
ottobre 2000

La vita di un pittore e della sua famiglia vista con gli occhi attenti di una giovane donna nell’Olanda del XVII secolo, una “biografia in seconda persona”. E’ un romanzo in evoluzione, si svolge come un quadro: prima un colore, poi un altro, un altro ancora, e le cose cominciano a prendere forma, i contorni si fanno più nitidi fino ad avere una visione d’insieme. L’innata sensibilità cromatica di Griet si evidenzia fin dalle prime pagine, ipotecando inevitabilmente il suo ruolo all’interno della sua nuova vita. Assunta dal pittore Vermeer per pulirne il laboratorio, Griet viene proiettata in un mondo che non le appartiene per religione, stato sociale, cultura; unica “zona franca” in terra straniera è l’atelier che diventa, fin da subito, il suo rifugio, l’unico posto in cui si senta al sicuro. Serva, per la condizione oggettiva e morale nella quale la giovane si trova, affascinata da quell’assordante silenziosa presenza, di cui cerca l’approvazione e alla quale non riesce a sottrarsi, possiede un unico privilegio, uno solo, ma quello che a lei preme di più, entrare nell’atelier, nel mondo dell’artista, e partecipare, esclusivamente lei all’interno della casa, alla realizzazione dei quadri, come se, andando oltre il significato delle parole, quello spazio circoscritto, cuore dell’arte di Vermeer, fosse anche il cuore umano del pittore. Un cuore estraneo a tutto e a tutti, ciò che vedono gli occhi di Vermeer è funzionale alla sua arte, quello che lo circonda è solo un insieme di colori da mischiare tra loro e stendere sulla tela, alla costante ricerca di quel dettaglio che fa la differenza, che trasforma un quadro un’opera riuscita. Ed è per questo che utilizza il famoso orecchino, “l’orecchino di perla con la ragazza”, il globo bianco che cattura e rilascia delicatamente la luce, rimandandola sul volto della fanciulla, quel dettaglio, quella variabile pittorica che condiziona tutto ciò che lo circonda.

Velia.

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Di slovo (del 24/11/2006 @ 05:00:02, in cinema, linkato 1884 volte)
Titolo originale
Dark Star
Produzione
USA 1974
Regia
John Carpenter
Interpreti
Brian Narelle, Cal Kuniholm, Dre Pahich, Dan O’Bannon
Durata
83 minuti

Ogni cultore della fantascienza che si definisca tale non dovrebbe negarsi la visione di “Dark Star”. Nonostante sia datato, semisconosciuto (ma recentemente ripubblicato in dvd) e realizzato con due lire, non solo è un distillato di sottile e pungente vis comica, non solo ha una sceneggiatura arguta e surreale ma rappresenta, nella sua veste così poco ortodossa, l’antesignano di un filone cinematografico che verrà ampiamente sviluppato negli anni seguenti la sua uscita.
La Dark Star è una nave stellare, la missione del suo equipaggio consiste nel distruggere i pianeti ‘instabili’ per preparare il campo alla futura colonizzazione umana. Per fare ciò dispone di un arsenale di bombe intelligenti, così intelligenti da riuscire a dialogare, irritarsi o ragionare di massimi sistemi...
La genesi di questo film è piuttosto curiosa, nasce infatti come un progetto scolastico della coppia John Carpenter / Dan O’Bannon. I due studenti della USC School of Cinematic Arts, visti gli incoraggianti riscontri della critica del settore, ottennero che il produttore Jack H. Harris li finanziasse per farne un film vero e proprio. La pellicola fu realizzata e distribuita ma la troupe dovette arrangiarsi con un budget limitatissimo (appena 60mila dollari) e fare letteralmente miracoli per realizzare gli indispensabili effetti speciali, ottenendo peraltro risultati eccellenti per l’epoca. Merito di una serie di espedienti molto accorti messi in opera dal poliedrico O’Bannon (co-sceneggiatore, addetto al montaggio, supervisore agli effetti speciali e attore nel ruolo di Pinback), ma laddove il trucco si vede è comunque kitsch, e assolutamente esilarante. Si pensi alla creatura aliena che vive a bordo: un improbabile pallone maculato con le zampe e una dispettosa propensione allo scherzo.
“Dark Star” fa chiaramente il verso a “2001: odissea nello spazio”, da cui trae l’idea del conflitto tra uomo e macchina e dal quale eredita il caratteristico girato statico ma se quest’ultimo trovava un senso nel colossal kubrickiano, qui tende a produrre uno stato di lentezza diffusa che non si accompagna troppo bene agli intenti ironici del film. Detto questo è pur vero che l’indolenza delle sequenze fa da proiezione alla visione degli ‘uomini spaziali’ di Carpenter: alienati, scontenti e abbruttiti, per nulla adattati alla vita sulle astronavi e alle continue prese con una tecnologia ostile e malfunzionante, sono, pur nella loro stravaganza, molto più verosimili e familiari a noi rispetto agli astronauti illuminati di Kubrick.
Ci sono poi degli elementi che è interessante notare: il senso di claustrofobia che si vive negli angusti ambienti dell’astronave, l’inquietudine resa dalla telecamera mentre ne percorre i corridoi, la voce femminile del computer che sovrasta le vite degli uomini a bordo, legate così precariamente alla sua presunta infallibilità... tutti elementi che Dan O’Bannon recupererà anni dopo durante la stesura della sua sceneggiatura più famosa e riuscita: quello “Star Beast” rinominato in seguito “Alien”.

slovo

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Di Namor (del 23/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5648 volte)
Titolo originale
Flags of Our Fathers
Produzione
USA 2006
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Ryan Phillippe, Jesse Bradford, Adam Beach, Barry Pepper, John Benjamin Hickey, John Slattery, Paul Walker, Jamie Bell, Robert Patrick
Durata
130 minuti

Durante la battaglia di Iwo Jima il fotografo dell’Associated Press, Joe Rosenthal senza rendersene conto, scattò la foto della sua vita, che gli valse il premio Pulitzer. Il fotogramma ritrae sei soldati americani intenti ad innalzare la loro bandiera sul monte Suribachi, ed il giorno dopo, quell’immagine si presentava agli occhi di milioni di americani, pubblicata sulla prima pagina di tutti i giornali! Il presidente Roosevelt, fece individuare i sei marines ritratti nella famosa foto con l’intento di riportarli in patria ed avvalersi della loro inaspettata notorietà, per raccogliere fondi destinati a sovvenzionare il proseguo del conflitto, ma solo tre dei sei soldati sopravvissero allo scontro e tornarono a casa, mentre gli altri tre morirono sull’isola il giorno successivo allo scatto. Grazie alla collaborazione dei tre eroi, testimonial della propaganda “acquista i buoni di guerra” la sottoscrizione popolare fruttò alle casse del governo il doppio del previsto e ciò risultò fondamentale per le sorti del conflitto. Il regista Clint Eastwood dopo aver letto il libro di James Bradley (il figlio di uno degli eroi che piantò la bandiera) decise di acquistarne i diritti per farne un film, ma il buon Spielberg lo precedette! I due si incontrano due anni dopo ad un party, e fu in quella occasione che Spielberg gli diede via libera per la realizzazione del film, ma ad un patto che fosse lui stesso a produrlo, e che nel dirigerlo Clint avesse fatto meglio di quanto fece lui con “Salvate il soldato Ryan”. Per tale impresa fu ingaggiato lo sceneggiatore Paul Haggis, vincitore di due oscar con “Crash” e “Million Dollar Baby”: Che Haggis fosse un talentuoso non si discute, ne testimoniano le due statuette consecutive vinte alle ultime edizioni, ma questa volta la sua sceneggiatura non mi ha convinto, e d’altronde non lo era nemmeno lui quando gli commissionarono la trasposizione, infatti inizialmente disse che era molto difficile adattare il libro su grande schermo, ma che comunque ci avrebbe provato. Trovo che questo film, sia carente sullo spessore dei personaggi, sappiamo tutto e anche troppo dei tre soldati rimpatriati, l'Ufficiale Sanitario dalla Marina, John "Doc" Bradley, (Ryan Phillippe); il timido americano di origini pellerossa, Ira Hayes, (Adam Beach), al quale Johnny Cash dedicò una ballata, e il portaordini militare Rene Gagnon, (Jesse Bradford), ma quasi nulla dei tre che morirono! Durante la visione di “Flag of our Father”, facevo fatica a capire chi fossero gli altri tre sfortunati commilitoni che alzarono la bandiera insieme ai presunti eroi, sarebbe stato più opportuno, secondo me, scremare la pellicola nella seconda parte, che lentamente giunge al sospirato the end, per dare più spazio alla prima, concedendo allo spettatore il tempo per conoscere gli altri tre protagonisti, coloro che perirono in quella stessa battaglia e commuoversi per la loro sorte. Sulla regia di Eastwood niente da dire, nel corso degli ultimi anni ha dimostrato di essere portato per questa nuova carriera, le scene della battaglia iniziale con camera a mano e riprese ad altezza uomo, sono di sicuro effetto, a tal proposito ho udito commenti che lo accusano di averle girate troppo simili a quelle del film “Salvate il soldato Ryan”, vero, ma non dimentichiamo che questa battaglia, durata 36 giorni, fu quella in cui gli americani persero la maggior parte degli uomini. Per conquistare l’isola difesa da 30mila giapponesi, sbarcarono quasi 100mila soldati di cui 6.825 morirono e 19mila furono feriti, superando di gran lunga quella dello sbarco in Normandia, quindi la presunta somiglianza é perdonata! Per chi non lo sapesse Eastwood, per questa pellicola ha girato materiale in abbondanza tale da fare un secondo film, “Lettere da Iwo Jima”, che racconta la medesima storia vista però dalla parte dei giapponesi, il protagonista sarà il bravissimo attore nipponico Ken Watanabe. L’uscita era prevista per Febbraio, ma la Warner ha deciso di anticipare al 20 Dicembre, esclusivamente a New York, Los Angeles e San Francisco, motivo di tale scelta? Semplice, l’accoglienza da parte di stampa e pubblico nei confronti di “Flags of our Fathers” é stata talmente tiepida, che con l’uscita del secondo capitolo, sperano di portare più spettatori e consensi verso il primo per non rimanere fuori dalle candidature agli oscar! Come vi dicevo, non sono stato l’unico a rimanere insoddisfatto!

Namor

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Di Darth (del 22/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1374 volte)
Titolo originale
Tsotsi
Produzione
Sud Africa, Inghilterra, 2005
Regia
Gavin Hood
Interpreti
Presley Chweneyagae, Terry Pheto, Kenneth Nkosi, Mothusi Magano, Zenzo Ngqobe, Zola
Durata
91 minuti

Premiato agli Oscar di quest’anno come miglior film straniero, “Il suo nome è Tsotsi” ricorda vagamente il mitico, intramontabile capolavoro di Kubrick “Arancia Meccanica”. La trama si svolge a Soweto, il ghetto creato alla periferia di Johannesburg dal regime dell’apartheid, per racchiudere la popolazione di colore del Sudafrica: centro di numerosi scontri negli anni ’70-80, ospita ancora adesso circa due milioni di abitanti. Tra questi troviamo Tostsi (gangster in lingua zulu), un adolescente cattivo. Non ho scritto cattivo in senso lato, è un ragazzo che non ha rispetto per niente e nessuno, che vive di prepotenza e di violenza, che ruba e uccide chiunque gli di fastidio… bianco o nero, ricco o povero. Leader di una piccola gang, comanda anche i propri compagni alternando amicizia a ferocia, ma tutto muta quando, una notte, spara ad una donna e le ruba l’auto, senza accorgersi che, sul sedile posteriore, c’è un neonato. Il regista Gavin Hood a creato un’opera molto cruda ma davvero interessante per la sua collocazione geografica e politica e per i contenuti; ed è stato bravissimo anche nella traduzione in immagini del degrado di Soweto, nonché della trasformazione interna subita dal protagonista (la presa di coscienza della pietà e della vita)… difficilmente lo spettatore non proverà empatia verso il giovane Tsotsi. L’attore Presley Chweneyagae, nel ruolo de protagonista è perfetto, ed è di una bravura incredibile se si considera che è il suo primo lavoro in assoluto come attore: attraverso il suo sguardo e le sue sporadiche frasi si percepisce distintamente tutto quello che vuole trasmettere il suo personaggio. Splendida anche la curatissima fotografia, e la colonna sonora con musiche originali. Davvero un lavoro “da Oscar”, consigliato a tutti, meglio se visto in lingua originale sottotitolato, per non perdere lo slang locale che da quel tocco in più di realisticità alla pellicola. Occhio però alla scena del Rottweiler... quando l’ho visto strisciare guaendo con la schiena spezzata, mi è venuta una pelle d’oca alta dieci centimetri!

Darth

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Di kiriku (del 21/11/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 2610 volte)
Titolo originale
Bad Boy Bubby
Produzione
Italia/Australia 1993
Regia
Rolf De Heer
Interpreti
Nick Hope, Claire Benito, Ralph Cotterill, Carmel Johnson
Durata
114 min

Fin dalle prime immagini di questo film si prova un senso di claustrofobia molto forte. La prima parte si svolge all’interno di una stanza-appartamento, dove Bad boy Bubby abita con sua madre. Forse sarebbe meglio dire dove è segregato. Vive da trentacinque anni, in altre parole dalla nascita, rinchiuso in questa prigione, senza mai uscire. Ha paura di quello che c’è all’esterno; la madre fin da piccolo gli ha infuso la paura che al di fuori di quel microcosmo non ci sia ossigeno, quindi uscire significherebbe morire. Per rendere tutto più credibile agli occhi del figlio e convincerlo delle sue parole, indossa una maschera antigas tutte le volte che esce e lo minaccia dicendogli che Gesù lo guarda e lo punisce in caso dovesse muoversi. Ma le angherie della genitrice non si limitano a questo, lo picchia e lo usa per fare sesso tutte le volte che vuole. Crescere in ambiente così malsano e per un arco di tempo così lungo non può che devastare psicologicamente qualsiasi persona, Bubby compreso. Diventa grande senza avere contatti con altre persone, l’unico suo amico è un gatto con il quale mette in atto le sole dinamiche relazionali che conosce, quelle apprese dalla madre. Ma il suo mondo comincia ad ingrandirsi con il ritorno improvviso del padre, evento che diventa il fattore scatenante che porterà il recluso ad uscire e a rapportarsi con gli altri. Nella seconda parte il senso di claustrofobia si affievolisce e lascia spazio a situazioni divertenti, surreali e al limite del paradosso. Il regista australiano descrive un mondo visto con gli occhi di un adulto-bambino, cosi facendo è in grado di raccontare senza filtri una società malata, dissoluta che poi in fondo non è così diversa dal protagonista. Rolf De Heer ha tenuto il copione in cantiere per circa dieci anni, durante i quali ha rielaborato più volte le sue idee che poi hanno preso vita nel ‘93 grazie a una coproduzione Australia-Italia. In questo film è stata usato il sonoro biauricolare, in poche parole l’attore aveva due microfoni fissati dietro le orecchie. Questa tecnica permette di avere una qualità audio simile a quella dell’orecchio umano e quindi soggettivo rispetto al personaggio ; purtroppo se lo si vede in dvd è quasi impossibile accorgersene, probabilmente chi l’ha visto al cinema ha avuto la fortuna di goderselo. Un particolarità di questo lungometraggio è che sono stati impiegati trentadue direttori della fotografia, questo è accaduto perché essendo un film a basso costo, non è stato girato tutto di seguito ma prevalentemente nei weekend, quindi le troupe erano sempre diverse. Questo ha portato ad avere un direttore per ogni location. Il risultato comunque è ottimo, se non lo sai non ci fai neanche caso e poi comunque non stona perché per Bubby ogni posto è una scoperta, un mondo nuovo. Degna di nota è l’ottima interpretazione di Nicholas Hope, un attore scoperto da Rolf De Heer che lo aveva notato anni prima in un cortometraggio bello ma inquietante dal titolo “ Confessor Caressor”. Le uniche pecche a mio parere sono: un eccessiva e sterile critica alla religione cristiana, che in alcuni momenti sembra forzata e fuori dal contesto; e il finale che non mi ha convinto per niente. Ma queste sono solo delle mie considerazioni che lasciano il tempo che trovano. Un film duro, scarno, blasfemo, divertente e forte, che mette a nudo quel lato oscuro del bambino che in noi. Buona visione a tutti.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 20/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1263 volte)
Titolo originale
Die Grösse Stille
Produzione
Germania 2005
Regia
Philip Gröning
Interpreti
 
Durata
162 minuti

Il regista dopo un’attesa che durava da vent’anni, riesce a farsi accordare dalla direzione della Chatreuse di Grenoble, il più antico convento certosino d'Europa situato sulle Alpi francesi, il permesso di poter effettuare delle riprese all'interno. Ovviamente deve sottostare ad alcune regole: divieto di usare luci artificiali, commenti musicali e verbali; fa parte dell’accordo anche il divieto futuro a girare nessun altro film in quei luoghi. P.G. così per sei mesi fa la stessa vita dei monaci, dorme anch’egli in una cella, e come loro lavora nel silenzio, gira con una videocamera Sony 24P ad alta definizione e un super 8, e alla fine accumula centoventi ore di materiale filmico. Il risultato è da un punto di vista tecnico notevole: una buona fotografia (aiutata anche dal bellissimo paesaggio alpino), sequenze lente, definite e ben calibrate, alternate da riprese sgranate e più generiche. Molti primi piani ai religiosi, e un uso eccellente del dettaglio. Dal punto di vista religioso, il tutto dovrebbe scorrere immerso nella più profonda aurea spirituale. Ho scritto “dovrebbe” perché questo, a mio giudizio, non accade! Io voglio sperare, credere, che la vita di preghiera che i monaci seguono sia ben altra cosa da quella che se ne evince dal film. Mi spiego meglio. La pellicola restituisce magnificamente lo scorrere lento del tempo, la dimensione ‘altra’ in cui sembrano vivere gli abitanti del Monastero, l’ambientazione austera dello stesso, e la miriade di piccoli ma importanti particolari che accompagnano quel tipo di esistenza. Ma il grande assente di questo filmato (verrò scomunicato lo so!) è proprio Dio!!! Ovviamente non la sua presenza scenica, ma quella spirituale. Presenza che si dovrebbe avvertire in ogni inquadratura, che dovrebbe trasudare in ogni oggetto di quel luogo. Invece… solo a momenti il regista riesce a dare queste sensazioni, per il resto, i monaci sembrano dei condannati a morte in attesa di esecuzione, annoiati, senza energie, senza quella gioia che mi sarei aspettato trovare in persone che hanno votato la propria vita al Signore. E solo alcuni dei volti visti esprimono qualcosa, la maggior parte di loro non convince. Ci tengo però a sottolineare di nuovo che queste mie considerazioni riguardano le sensazioni che il film mi ha trasmesso, non la reale situazione all’interno del Monastero (che ovviamente non conosco). Tirando le somme non ve lo consiglio: è noioso, è lungo, incompleto, e trasmette molto poco. Meglio una serata in pizzeria!

nilcoxp

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Di ninin (del 19/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2234 volte)
Titolo originale
Nanny McPhee
Produzione
Gran Bretagna, 2005
Regia
Kirk Jones
Interpreti
Emma Thompson, Colin Firth, Angela Lansbury, Kelly MacDonald, Imelda Staunton, Derek Jacobi, Celia Imrie, Eliza Bennett, Thomas Sangster, Patrick Barlow
Durata
97 minuti

Il film “Nanny McPhee - Tata Matilda” narra le vicende di un giovane padre, rimasto da poco vedovo, alle prese con una scatenata prole di sette figlioletti molto, ma molto pestiferi. Il padre assume di volta in volta delle badanti per queste piccole canaglie: ben 17 si sono succedute in questo ingrato compito ma, dopo pochi giorni, sconfitte dai bambini che escogitano ogni tipo di espediente pur di liberarsi di loro, si licenziano. A causa di questi continui abbandoni, l’agenzia che costantemente invia nuove badanti a casa Brown, decide di interrompere il servizio. Il padre, disperato, non sa più cosa fare… ma, magicamente, si presenterà per il lavoro Tata Matilda, una sorta di sergente di ferro, con sembianze da Mariangela (la figlia di Fantozzi), piena di verruche facciali, naso schiacciato e dentoni da roditore. La nuova badante promette al padre che in sole cinque lezioni darà una raddrizzata ai suoi figli, grazie all’aiuto di un vecchio bastone, che lei adopererà come una sorta di bacchetta magica. Da qui cambierà la vita della famiglia Brown… e non solo loro… Tratto dalla trilogia di libri di Christianna Brand, questa pellicola è una favoletta carina, che ci ricorda i vari Mary Poppins, Cenerentola e, a tratti Lemony Snicket’s. Mirabolante la trasformazione camaleontica di Emma Thompson che, nel finale, risplende in tutta la sua bellezza nel candore di un paesaggio bianco, con il quale ricorda la bella fatina di Pinocchio. La Thompson firma anche la sceneggiatura, mentre la regia è affidata a Kirk Jones. "Tata Matilda" è una favoletta dai toni leggeri, con insegnamenti per i piccini e la solita dose di buonismo che contraddistingue i film del genere fantasy simile a questo. Che dire… guardatelo per passare un ora e mezza spensierata con tutta la famiglia.

ninin

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Di kiriku (del 18/11/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1632 volte)
Titolo originale
Sorie di ordinaria follia
Produzione
Francia, Italia 1981
Regia
Marco Ferreri
Interpreti
Ben Gazzara ,Ornella Muti,Tanya Lopert
Durata
101 min

Fino a quel momento era stata una bella serata all’insegna del divertimento; io, la mia compagna e una coppia di amici. Che mangiata!!! Era da tempo che non mangiavo così tanto e bene, per non parlare del bere eravamo già alla quarta bottiglia di vino ed eravamo sorridenti, inebriati dai fumi dell’alcol. Si tutto sembrava andare per il verso giusto ma poi, all’improvviso, appena finito di mangiare, non mi ricordo chi, come e quando pronunciò questa frase: [PERCHE’ NON CI GUARDIAMO UN FILM !!! ]. Oh che bella idea abbiamo pensato tutti. Ci siamo alzati e siamo andati in salotto, chi seduto per terra chi sul divano e dopo almeno venti minuti di accesa diatriba su quale film vedere abbiamo deciso; si guarda “ Storie di ordinaria follia” di Marco Ferreri, tratto dall’omonimo romanzo di Charles Bukowski. Devo dire la verità non avevo mai sentito parlare di questo film e quindi ho accettato molto volentieri, anche perché ho letto diversi libri dello scrittore tra cui anche quello dal quale è stato tratto il film. Ma il mio entusiasmo presto si è spento ed è subentrata la noia più totale, un film così brutto e noioso non lo vedevo da anni. Cominciamo dalla trama, i due sceneggiatori (Ferreri e Amidei) hanno usato il primo racconto come trama principale “arricchito” da personaggi e situazioni di altri cinque, miscelato il tutto ne è venuta fuori una sceneggiatura da dimenticare. Per non parlare del cast; Ben Gazzara non è assolutamente credibile come Bukowski e Ornella Muti più che una prostituta autolesionista sembra un manichino impagliato e inespressivo. In breve questo film non sfiora neanche lontanamente la forza poetica di Bukowski e non riesce a comunicare uno dei pensieri principali che caratterizzano la scrittura dell’autore, quello di vedere la miseria umana come unica condizione di vita dell’uomo. Girare un film tratto da un romanzo non è sicuramente facile e difficilmente si riesce a fare un buon lavoro, ma a volte bisognerebbe rendersi conto che è meglio tirarsi indietro e non cercare di far vedere quello che è stato scritto, lasciando spazio all’immaginazione di ognuno di noi. Per fortuna in casa c’era ancora una cassa di birra!!!

Kiriku

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Di slovo (del 17/11/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1526 volte)
Artista
Ubi Maior
Titolo
Nostos
Anno
2005
Label
VM2000/BTF

Un arpeggio di chitarra dialoga per un po’ con il pianoforte, note prima sussurrate poi via via sempre più incisive, l’ hammond introduce il crescendo che culmina con un solido obbligato di chitarra e basso: il riff portante di “vendetta”. Nella manciata di minuti di questa intro è contenuto il prototipo di quello che sarà lo sviluppo dell’intero album: un giostrare di momenti soavi, generati da una sensibilità strumentale toccante ed emotiva, in cui la musica prende ampi respiri che poi tossisce in granitiche eruzioni hard-rock.
Gli Ubi Maior hanno raccolto il lascito del movimento progressive italiano (e non solo) degli anni migliori, hanno imparato che i brani non devono essere necessariamente imbrigliati nella forma-canzone, che la musica può essere lasciata libera di spaziare in lunghe evoluzioni strumentali quando essa lo richiede, che i testi possono contenere citazioni colte o assumere contenuti di grande spessore senza per questo divenire pesanti o cervellotici... insegnamenti che, associati ad una tecnica ineccepibile ed un maturo song-writing, permettono al gruppo milanese di incidere brani come “livia”, un bellisismo strumentale dedicato ad una donna, o “messia” così coinvolgente da mantenere un interesse inalterato per tutti i quasi dieci minuti della sua durata. Le influenze cantautorali, in particolare della scuola emiliana, si fanno sentire in “terra mia” in cui viene incastonata una progressione tastieristica molto ‘banksiana’, pregherei di notarla al minuto 4’05’’. Immancabile, per rispettare al meglio la tradizione, la suite: una lunga composizione compendio delle capacità della band e che dà giustamente il titolo al disco. La cover de “la tua casa comoda”, un vecchio 45 giri del Balletto di Bronzo uscito nel ‘73, suggella formalmente l’omaggio al prog-rock settantiano già chiaramente percepibile nelle canzoni di questo ottimo debutto.
Non possiamo che auspicare i migliori riscontri agli Ubi Maior, benché nel nostro paese il genere che rappresentano sia ormai costretto in una ristrettisisma nicchia, e augurarci di apprezzare, magari già nel prossimo lavoro, i risultati di uno sforzo un po’ meno imperniato sulle citazioni del passato e più proteso verso la ricerca di una formula personale. Visti la cultura, la padronanza dei mezzi musicali ed il talento di questi ragazzi, sono sicuro che non gli sarà difficile.

slovo

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Di Namor (del 16/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4485 volte)
Titolo originale
Modigliani
Produzione
USA 2004
Regia
Mick Davis
Interpreti
Andy Garcia, Elsa Zylberstein, Omid Djalili, Susie Amy, Peter Capaldi
Durata
128 minuti

Al Cafè Rotonde di Parigi si respira un’aria goliardica, i conti si saldano con schizzi, disegnati di getto col carboncino, sui tovaglioli rimasti alla fine di una cena, e sugli stessi muri del fumoso locale. A pagare in questa proficua maniera per se stessi e per gli altri, sono artisti del calibro di Stein, Utrillo, Rivera, Cocteau, Soutine e Picasso, all’epoca pittori di grande talento in cerca di fama, ora maestri indiscussi dell’arte su tela. Mentre all’interno del loro ritrovo, il tutto si svolge nella solita routine, fuori, al riparo dalla pioggia, una donna con in braccio una bambina aspetta un uomo, il padre della loro figlia, nata da un amore tormentato e ostacolato dal padre della donna per motivi economici e religiosi (essendo Modigliani Ebreo e di umili origini). I protagonisti di questa intensa e passionale storia d’amore, ambientata nelle lastricate vie di Montmartre, sono: il pittore italiano Amedeo Modigliani e la sua amata nonché musa ispiratrice Jeane Hebeturne, rispettivamente interpretati da Andy Garcia, e dall’attrice francese Elsa Zylberstein, scelta in questa occasione, per la straordinaria somiglianza con la vera Jeane. La pellicola in questione “Modigliani i colori dell’anima” é diretta dal regista Mick Davis, sua, anche la sceneggiatura, aggiungerei largamente romanzata, visto la presenza di alcune incongruenze con il vero svolgimento dei fatti. Tanto per citarne qualcuna, Modì, come confidenzialmente lo chiamavano gli amici artisti di quel periodo parigino, morì a 36 anni, ma non per mano d’altri, ma in seguito alla malattia che lo colpì, la tubercolosi e il frequente uso di assenzio, alcool e hashish, non giovò affatto alla sua già precaria condizione di salute. Altra contraddizione che ho notato del film é questa: se la storia è ambientata nel1919, come fanno i protagonisti ad accennare dei passi di danza sulle note della “Vie en Rose” di Edith Piaf, visto che all’epoca Edith aveva solo 4 anni!? Se mettiamo da parte queste piccole incoerenze che vi ho appena citato, la visione del film a me non é dispiaciuta, ho trovato spassosa e coinvolgente la rivalità tra Modigliani e Picasso, che li vede avversari in un concorso di pittura con in palio cinquemila franchi, per decretare chi sia il migliore. Ottima la colonna sonora, soprattutto il brano “Ode to Innocence”di Shasa Lazard,che va ad impreziosire le sequenze del film, in cui si vedono in una sola notte gli artisti intenti ad imprimere i colori della loro anima sulla tela. Bravi anche i due sceneggiatori italiani L.Marchione e E.Forletta, nel ricreare in Romania, la Parigi della belle epoque. Un titolo che consiglio alle nostre visitatrici, che amano commuoversi con la settima arte!

Namor

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Di Darth (del 15/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1276 volte)
Titolo originale
Quinceañera
Produzione
USA, 2005
Regia
Richard Glatzer, Wash Westmoreland
Interpreti
Emily Rios, Jesse Garcia, Chalo González, David W. Ross, Ramiro Iniguez, Araceli Guzman-Rico, Jesus Castanos, Johnny Chavez
Durata
90 minuti

Anche quest’anno, come ogni anno a novembre, il Cinema Centrale di Imperia propone un Cineforum: paghi una tessera (35 euro) per tutti i 32 film della programmazione, che avviene settimanalmente. Io, nilcoxp e slovo, lo frequentiamo ormai da quattro anni… ed è proprio durante una di queste serate dell’anno passato, che nacque il 'progetto Blogbuster'. Per spiegare a cosa serve un cineforum, voglio riportare uno stralcio della prefazione scritta dal presidente Felice Delucis sul depliant del “Cineforum Imperia” << […] I cineforum servono per far circolare idee, dare piacere estetico, promuovere la diversità (del piacere), per aggirare i diktat della grande industria, tirar fuori nuovi attori, mettere in luce cinematografie altrimenti destinate all’oblio. Sono un’arma contro l’omologazione, promuovendo idee, tendenze, invenzioni, impegnandosi nella ricerca, nelle scoperte, nel recupero del cinema perduto. […] >>. Non posso che essere perfettamente d’accordo con tutto ciò che scrive il presidente, e mi sorge anche una domanda… perché Sanremo (la mia città), più popolosa e con più sale cinematografiche di Imperia, non organizza un Cineforum e ci costringe ad onerose e scomode trasferte settimanali? Mah…
Ma veniamo al film in questione… “Non è peccato” narra di una famiglia messicana che vive a Los Angeles e, in particolar modo, della giovane Magdalena e di suo cugino Carlos. Magdalena è concentratissima per i preparativi della festa in onore della sua ‘quinceañera’: il passaggio nell’età adulta al compimento dei 15 anni, quando scopre di essere rimasta incinta del suo ragazzo senza mai aver avuto un rapporto sessuale completo. Carlos, invece, ha i suoi primi rapporti omosessuali con due yuppies americani che vivono nell’appartamento sopra il suo. Film interessante, questo realizzato da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, a cominciare dall’ambientazione (Echo Park, quartiere di L.A., che è stata la casa dei registi per due anni); dagli attori presi sul luogo ma davvero bravi; e dai temi che tocca con grazia e delicatezza (ragazza madre, omosessualità, rapporti genitori-figli… ma anche differenze sociali, razzismo e abusi edilizi). Davvero coinvolgenti le inquadrature intimistiche e la tecnica de l’inseguire il personaggio con la telecamera (riprendendogli la nuca), oltre alla piacevole musica messicana che accompagna tutto il film. Premiato con il gran premio della giuria al "Sundance Film Festival" di quest’anno, questa pellicola è drammaticamente divertente, interessante a livello etnico e di contenuti, briosa e mai noiosa. Il cineforum non poteva iniziare sotto migliori auspici…

Darth

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Di kiriku (del 14/11/2006 @ 05:00:01, in fumetti, linkato 2441 volte)
Titolo originale
Pilules Bleues
Autore
Frederik Peeters
Traduzione
Massimiliano De Giovanni
Editore
Kappa Edizioni
Prima edizione
maggio 2004

Pur non essendone un grande appassionato e tanto meno un esperto, mi capita spesso di leggere fumetti e affini. Questa mia attitudine mi ha portato il maggio scorso alla “Fiera del fumetto” di Torino”, manifestazione alla quale non mi era mai capitato di partecipare. A parte il primo impatto con una schiera di invasati vestiti come i loro personaggi preferiti e con una folla traboccante, è stata una esperienza piacevole. La maggior parte dei fumetti esposti erano manga giapponesi e supereroi della Marvel, ma c’era anche la possibilità di vedere stand che proponevano artisti meno noti, almeno per quelli come me, e di fare piacevoli scoperte. Questa esperienza mi ha permesso  di venire a conoscenza di un artista che prende il nome di “Frederik Peeters”, un autore ginevrino che ha ricevuto molti riconoscimenti tra i quali il “Premio Rodolphe Topffer” e il “ Grand Prix al Festival di Sierre”con “Pillole blu”. In Italia è stato pubblicato nel 2004 dalla “Kappa edizioni” per la collana “Mondo Naif”. In questo volume Peeters narra e disegna la sua relazione con Katy, una ragazza incontrata ad una festa anni prima e diventata poi la sua compagna, la donna ha un figlio di tre anni ed entrambi sono sieropositivi. Racconta attraverso un monologo autobiografico le sue insicurezze, la sua paura di affrontare un rapporto condizionato dalla malattia, la sua difficoltà a farsi accettare come figura di riferimento dal bambino e tutte quelle problematiche che nascono quando ci si confronta con situazioni difficili. Davanti a temi del genere è facile cadere nella retorica o in una seriosità capace di appesantire e di rendere la lettura stancante e poco scorrevole. La via intrapresa dall’autore invece è quella della leggerezza, raccontandosi come un libro aperto e con una semplicità disarmante, senza cadere nell’errore di idealizzarsi. I suoi disegni sono altrettanto semplici; il tratto è pulito, le linee sono morbide, dense e sinuose. I grigi sono eliminati quasi del tutto per dare spazio ai neri e ai bianchi a favore di un contrasto netto ed essenziale. I personaggi sono espressivi, hanno grandi occhi capaci di comunicare le emozioni. Una storia drammatica carica però di un ottimismo che va oltre le paure e pregiudizi che circondano l’Hiv. Vi auguro una buona lettura.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 13/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5921 volte)
Titolo originale
13 Going On 30
Produzione
USA 2004
Regia
Gary Winick
Interpreti
Jennifer Garner, Mark Ruffalo, Judy Greer, Andy Serkis, Kathy Baker, Phil Reeves,Christa B. Allen.
Durata
98 minuti

Avrei voluto recensire un altro film, ma mi è mancato il tempo e ho ripiegato su questo! Invogliato alla visione di questa pellicola da un collega di lavoro, non ne sono rimasto molto contento. Anzi… La storia è quella battutissima dell’adolescente emarginato e umiliato che desidera diventare adulto. Magicamente, alla protagonista succederà questa avventura. Mirato ad un pubblico giovanile, non raggiunge la sufficienza in nessun settore (sceneggiatura, recitazione, regia, umorismo, ecc.). Da notare (giusto per salvare qualcosa) la scena del ballo sulle note di “Thriller” di M. Jackson, ed un altro episodio che si svolge in un pub dove un tipo ‘punta’ J. Garner. Che altro aggiungere… niente! In una serata dove non volete pensare a niente, neanche al film che state guardando, questo risulterà perfetto.

nilcoxp

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Di ninin (del 12/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4052 volte)
Titolo originale
Over the hedge
Produzione
USA, 2006
Regia
Tim Johnson, Karey Kirkpatrick
Interpreti
 
Durata
83 minuti

Bah, bah, e ancora bah!! Ci sono cascato un’altra volta… Questa volta mi ha fregato la voce che veniva fuoricampo nel trailer: “dai creatori di Shrek e Madagascar…” beh sono rimasto deluso, in tutto la pellicola mi ha strappato un sorriso tre o quattro volte al massimo. E’ la storia di un piccolo gruppo di animaletti che, risvegliatisi dal letargo invernale, scoprono che il loro beneamato bosco è stato ridotto ad un fazzoletto di terra, circondato da villette a schiera e delimitato da un’alta siepe, stile muraglia cinese. Il primo scopo degli animali è quello di far provviste per l’inverno e ri-riempire il loro tronco cavo che funge da magazzino; ma questo compito, viste le ridottissime dimensioni del loro habitat, è diventato difficile… decidono quindi di oltrepassare la siepe e cercare il cibo tra gli umani… Inizieranno così le disavventure dei piccoletti, alle prese con trappole, raggi infrarossi stile M.I., e chi più ne ha più ne metta. Di citazioni, o strizzate d’occhio, in “La gang del bosco“ ve ne sono tante: da il branco stile “L’era glaciale” con animali tutti diversi tra loro (una tartaruga, uno scoiattolo, una puzzola, due opossum e cinque porcospini); le gag stile ‘scrat’ (sempre da L’era glaciale) del procione alle prese con la sua passione per le patatine; la strana coppia della puzzola con il gatto, mi ha ricordato le strisce della H.B. di “Pepe le pew”; ed un paio di situazioni ricordano molto “Toy story” e “Roger Rabbit”. Tim Johnson e Karey Kirkpatrick (i due registi) hanno portato sul grande schermo “Le disavventure di Fry e Lewis” che negli stati Uniti è una striscia quotidiana molto famosa ma, secondo me, lo scontro con la Pixar di “Cars”, in questo clima pre-natalizio, lo ha perso alla grande. Vorrei chiudere con un quesito: ma perché mettere Pupo come doppiatore dello scoiattolo Hammy che risulta, a dir poco, fastidioso? Bye…

ninin

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