BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di smarty (del 11/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1344 volte)
Titolo originale
Il caimano
Produzione
Italia 2006
Regia
Nanni Moretti
Interpreti
Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Michele Placi
Durata
112 min

E' stato il film più atteso del periodo pre-elettorale e anche il più atteso da parte di entrambi gli schieramenti politici, perché quando si ha a che fare con Nanni Moretti non si sa mai dove si va a parare. Bruno bonomo (Silvio Orlando) è un produttore di film horror di bassissima qualità che sta attraversando un periodo di crisi non solo dal punto di vista professionale, ma anche da quello personale (si sta separando dalla moglie - Margherita Buy - protagonista del suo più famoso film "Cataratte" di cui i suoi due piccoli figli sono innamorati). Un giorno durante una premiazione una giovane ragazza gli consegna una sceneggiatura, ma lui è preso dalla realizzazione di un film sul ritorno di Cristoforo Colombo dalle Indie e non gli dà molta importanta. Fintanto che Aurelio de Laurentiis ingaggia l'attore protagonista del film di Bruno e uno dei suoi più stretti collaboratori. Disperato e costretto a vivere nel suo studio inizia a leggere la sceneggiatura di quella sconosciuta e comincia ad appassionarsi alla storia fintanto che la giovane scenografa (Jasmine Trinca) non gli rivela che vorrebbe girare un film su Silvio Berlusconi. E di qui iniziano i guai. La RAI si rifiuta di produrre il film, l'attore/produttore che inizialmente aveva accettato di interpretare la parte (Michele Placido) li abbandona per andare a girare il film di Cristoforo Colombo, e Bruno rimane deluso una seconda volta scoprendo che Teresa ha una relazione con una donna. Ma il film si gira lo stesso. Questa la trama. Le domande che sorgono spontanee vedendo il film sono quelle che si sono poste milioni di italiani riguardo alla rapida "ascesa" politica del personaggio Silvio Berlusconi e forse Moretti, attento esaminatore in tutti questi anni, ne dà qualche risposta. Il film è molto divertente ed ironico oserei dire coraggioso sia per l'argomento sia per la scelta del periodo del lancio pubblicitario (mi piacerebbe sapere cosa ne pensa veramente Berlusconi). Silvio Orlando come sempre riesce perfettamente a interpretare parallelamente alle difficoltà politiche del paese le difficoltà quotidiane di una qualunque famiglia italiana. La regia è semplicemente deliziosa nel dipingere i diversi personaggi e soprattutto il piccolo pezzo interpretato da lui stesso come Premier. Mi è piaciuta soprattutto la scelta del titolo che non poteva che essere più che azzeccato. Da consigliare a tutti gli schieramenti politici. Buona visione.

Smarty

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Di slovo (del 10/11/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 3185 volte)
Titolo originale
Massimo Zanardi. Che non mi si chiami fido, quindi
Autore
Tomaso Pessina
Traduzione
-
Editore
Bevivino
Prima edizione
2004

L’autore chiude così l’introduzione: “Zanardi, come tutti i grandi personaggi della letteratura (a fumetti) nasce dalla fantasia del suo autore [...] questo libro è un invenzione narrativa che si fonda sui testi (sacri) di Andrea Pazienza”, delineando per sommi capi il territorio su cui si muove questa raccolta di scritti.
Esiste un espediente narrativo con cui si stravolge un dato evento di un universo (reale o immaginario) e si racconta cosa e in che modo sarebbe cambiato di conseguenza. I fumettofili più navigati lo conoscono con il termine gergale what if. Qui si parte ipotizzando che Sergio Petrilli non sia morto nell’incendio del collegio delle Orsoline, e si descrivono situazioni e vicende che ruotano attorno al trio Zanardi-Colasanti-Petrilli, ormai quarantenni, in una Bologna dei giorni nostri. Il libro è strutturato in maniera molto originale: anzichè procedere con un classico racconto di eventi in ordine cronologico, l'autore mette insieme una sorta di fascicolo in cui inserisce dialoghi, articoli di giornali, verbali di carabinieri, interviste ai comprimari, trascrizioni di graffiti, intercalandoli alla breve storia che fa da specchio alle avventure classiche del trio, rivissute mediante rievocazioni.
Qual’è lo scopo dell'autore? A parte fare della meta-fanta-letteratura (giacchè persino il punto di partenza, ricordiamo, è un parto della fantasia) ci mostra dei personaggi invecchiati, abbruttiti dal “tempo che gli è passato addosso”, non più invincibili e risoluti come un tempo, ma tristi , intorpiditi e decisamente sfigati. (chi? Zanardi?!)
Palesemente un omaggio ad Andrea Pazienza e alla sua opera ma, nascosto fra le righe, un messaggio: i suoi personaggi vivevano di lui e con lui, ma lui non c’è più. E Zanardi e gli altri hanno ormai perso la loro linfa vitale, la loro lucentezza e vanno avanti desiderando che “scendesse una gomma, a cancellarli dallo sfondo”.
Inutile dire che si tratta di un prodotto letterario assolutamente di nicchia, per aprezzarne il significato e l’intento è necessaria la conoscenza almeno del ciclo fondamentale di Zanardi (Giallo Scolastico, Pacco, Verde Matematico, Notte di Carnevale), condizione che la rende una lettura sensata solo per gli estimatori del compianto fumettista.

slovo

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Di Namor (del 09/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2163 volte)
Titolo originale
The departed
Produzione
USA 2006
Regia
Martin Scorsese
Interpreti
Jack Nicholson, Matt Damon, Leonardo DiCaprio, Mark Wahlberg, Martin Sheen, Alec Baldwin
Durata
152 minuti

Mentre scorrono le prime immagini di “The Departed”, la voce, fuori campo, del boss della mala irlandese Frank Costello (Jack Nicholson), pronuncia la seguente frase; “io non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che il mio ambiente, sia un mio prodotto!” parole che fanno subito presagire chi, un giorno, comanderà a Boston! Poco dopo, lo vediamo riscuotere la tangente in un locale, ed è lì che incontra colui, che seguendo i suoi insegnamenti diventerà il suo giovane pupillo, Colin Sullivan (Matt Damon). Il ragazzo cresce, si arruola nella Polizia diventando un rappresentante della giustizia dalla carriera fulminea, in breve tempo ottiene la promozione a detective, con tanto di scrivania e autorizzazione al comando. A voler diventare, per motivi opposti, un’agente di polizia è Billy Costigan (Leonardo di Caprio), che vede in questo, la sua sola possibilità di redimersi, essendo cresciuto in una famiglia di mezze tacche, che in passato furono legate alla mafia locale, e di rinascere con una nuova identità, che gli possa dare la sua giusta dimensione nella vita. Ma non sarà cosi, ad attendere Costigan al suo primo giorno da agente, c’è il capitano Queenan (Martin Sheen), e il sergente Dignam (Mark Wahlberg), che gli faranno subito capire che con il suo passato non ha ancora chiuso. Loro vogliono catturare Costello, e per riuscirci hanno bisogno della sua collaborazione, costringendolo ad infiltrarsi nella sua banda, dovrà guadagnarsi la sua fiducia per mantenere l’anonimato, senza sapere però che il boss, nel distretto di polizia ha piazzato la sua, di talpa, si da così inizio ad una serrata caccia alla spia, da parti di entrambi, dove nessuno si fiderà, di nessuno! Il regista Martin Scorsese, ha dichiarato di aver accettato di dirigere “The Departed” dopo aver letto la sceneggiatura di William Monahan , non essendo a conoscenza del fatto che si trattasse del remake del film made in Hong Kong, “Infernal Affairs”, aggiungendo che gli era piaciuta per questa sorta di gioco infinito tra i “buoni e i cattivi”, il rincorrersi in un giro tondo fatto di menzogne e con il destino che alla fine decide per tutti. Lo stesso Scorsese, prima dell’inizio delle riprese ha pregato gli attori di evitare di guardare la pellicola originale, per non esserne influenzati. Io non l’ho visto quello “autentico” ma, posso affermare che il nuovo lavoro del maestro, é un bel film, assolutamente da non perdere, con uno script intenso, e dialoghi che ricordano molto il buon cinema americano anni '70. Peccato che nel cast stellare abbia rifiutato di farne parte Brad Pitt, (poi sostituito da Matt Damon), la sua recitazione secondo me avrebbe dato maggior prestigio al film. Anche il grande Jack Nicholson, in un primo tempo aveva rifiutato, ma poi si è lasciato convincere dal fatto che avrebbe avuto carta bianca per potersi costruire il personaggio su misura, inventandosi anche scene di sesso, cha al momento del montaggio Scorsese ha sforbiciato! Prima di lasciarvi, voglio darvi una chicca, se tutto va bene, rivedremo per la nona volta insieme la coppia Scorsese-De Niro, in primavera dovrebbero iniziare le riprese di “The Silente”, la storia di due preti portoghesi che portano il cristianesimo nel Giappone del Sedicesimo secolo (la sceneggiatura é tratta da un libro di Endo).

Namor

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Di Darth (del 08/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1701 volte)
Titolo originale
Machuca
Produzione
Cile, Spagna, Inghilterra, Francia, 2004
Regia
Andrés Wood
Interpreti
Ernesto Malbran, Aline Küppenheim, Manuela Martelli, Ariel Mateluna, Matías Quer
Durata
120 minuti

Ho appena estratto il dvd di “Machuca” dal lettore e ho forti sensazioni di angoscia, rabbia e impotenza in corpo. Il film in questione ha molte analogie con “Mickybo & me”, pellicola da me recensita alcuni mesi or sono ma, anziché narrare dell’ Irlanda del Nord e degli scontri tra cattolici e protestanti, racconta della vita a Santiago del Cile nel 1973, e gli scontri sono tra nazionalisti e socialisti (anche se, in effetti, è sempre ricchi contro poveri). Come nell’altro film, la storia è incentrata sull’amicizia di due bambini di 11 anni: Gonzalo, di famiglia benestante con la madre nazionalista; e Pedro Machuca che, invece, vive nelle baraccopoli di Santiago e dentro casa ha i poster inneggianti al capo del governo in carica: Salvador Allende (della cui vita avevamo già parlato in questa recensione). Proprio grazie alle modifiche che il presidente socialista stava attuando al proprio paese, i due bambini ebbero l’occasione di conoscersi e diventare amici; infatti Machuca ebbe la possibilità di andare a scuola (assieme ad altri ragazzi dei quartieri poveri) in un istituto cattolico gestito da Padre McEnroe: un prete che cercherà di infondere ai suoi studenti il rispetto reciproco. Questo lungometraggio di Andrés Wood è ben lontano dall’essere originale, ma è realizzato con una cura ed una grazia magistrali: le inquadrature per far capire allo spettatore cosa succede al Cile intorno ai bambini protagonisti sono geniali, come una scritta gigante su un muro che viene modificata da “No Guerra Civil” a “Guerra Civil” e, infine (dopo il golpe), cancellata totalmente, come a simboleggiare il pensiero del popolo… cancellato anch’esso dal nuovo governo. Nel film ci sono un sacco di altre finezze del regista a rendere l’idea della situazione cilena dell’epoca, su cui non sto a dilungarmi, ma che, vi assicuro, rende quest’opera davvero gradevole e interessante. Il finale è (come avrete intuito dal mio inizio di recensione) tragico: all’ombra dei cacciabombardieri americani che, con i loro missili, hanno spazzato via la speranza del popolo di Allende e consegnato lo scettro della tirannia nelle mani di Pinochet; il regista ci mostra, attraverso lo sguardo incredulo e terrorizzato di Gonzalo, i cambiamenti della sua città: dall’espulsione dalla scuola di tutti i bambini poveri, alla destituzione di Padre McEnroe, agli ancor più tragici arresti di massa degli abitanti della baraccopoli.
Inizia a scemare adesso, finalmente, l’angoscia che mi opprimeva mentre scrivevo di getto questa recensione… sentivo il bisogno di esternare la mia rabbiosa impotenza per il potere di pochi sulla vita di molti… per quello che può servire......

Darth

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Di kiriku (del 07/11/2006 @ 05:00:01, in musica, linkato 1939 volte)
Artista
Fink
Titolo
Biscuits for breakfast
Anno
2006

Da qualche settimana e per puro caso sono venuto a conoscenza di Fink, un artista del quale non avevo mai sentito parlare. Probabilmente ignoravo la sua esistenza anche perché questo è il suo secondo lavoro e il primo risale al 2000 e il genere di sound che produceva era costituito da dub, ambient, hip-pop, drum’n’bass e funk. Tipologie e stili che non disprezzo ma che non ascolto molto spesso e che quindi conosco poco. Ma questo cd è diverso e ben lontano dal suo esordio, “Biscuits for breakfas” è orientato completamente nel mondo folk e blues, i suoni e le atmosfere ci riportano indietro di molti anni. Il risultato è buono,le canzoni sono scarne e la musica non ha orpelli, è asciutta ed essenziale. Il suono dell’organo Hammond, che si propone fin dall’ inizio in “Pretty little thing”, della chitarra acustica e della sua voce calda e suadente, sono in grado di dar vita a sonorità accattivanti e a panorami notturni desolati. In questo cd troviamo anche una cover, “Oll cried out” da Alison Moytte , dove è il blues a farla da padrone per non parlare di “Hush Now”, cantata in duo con “Tina Grace”, in cui il suono è ruvido e sfocia in blues classico e minimale. È un disco molto bello che si ascolta con piacere ma che a volte mi ha ricordato un po’ troppo “Ben Harper”, che sicuramente non è un male, ma trovo che questo possa essere anche un limite che non permette a questo album e a “Fink” stesso di rimanere nella storia della musica. Ribadisco comunque che il cd è valido ed è anche apprezzabile la qualità del percorso artistico intrapreso dal musicista che ha saputo rinnovarsi e riproporsi ad alto livello. Speriamo di non dover aspettare altri sei anni per poterlo riascoltare con qualcosa di nuovo. Vi auguro un buon ascolto.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 06/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1795 volte)
Titolo originale
Match Point
Produzione
USA/Gran Bretegna 2005
Regia
Woody Allen
Interpreti
Con Scarlett Johansson, Jonathan Rhys-Meyers, Brian Cox, Emily Mortimer, Matthew Goode, Penelope Wilton.
Durata
124 minuti

Guardare un film di Woody Allen oggi è sempre una garanzia, anche se non si avvicina più ai fasti del passato. Dirige con una semplicità e maestria davvero notevoli: pochi carrelli, campi e controcampi, e un abile montaggio. In questa pellicola abbiamo una storia interessante (il protagonista fa un maestro di tennis di umile origini che conosciuta una bella ereditiera se la sposa e fa carriera nell’azienda del padre di lei), attori bravi e belli (ma quanto è buona Scarlett Johansson?), e molte citazioni: il protagonista legge il libro “Delitto e castigo” e non ci mettiamo tanto a riconoscere in lui ‘Raskolnikov’, e successivamente la vecchia trucidata e l’acuto investigatore ‘Porfirio’; la storia del tennista fa l’occhiolino alla pellicola hitchcockiana “Delitto per Delitto”, nel dialoghi tra i due poliziotti a “Frenzy”, e nello scantinato dove sono riposti i fucili a “Notorius”. Questo, contornato dalla musica lirica, elemento d’ordine e di equilibrio contrapposta alla vita dei protagonisti. E su tutto e tutti aleggia la presenza fortissima e fondamentale della ‘fortuna’, vero arbitro nel decidere il successo o il fallimento delle persone. Un mix di elementi importanti per la buona riuscita di un film che si fa guardare e ammirare. Il buon vecchio Woody si mantiene ancora su di un livello di buona qualità. Ce ne fossero come lui…

nilcoxp

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Di ninin (del 05/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1582 volte)
Titolo originale
Nos jours heureux
Produzione
Francia, 2006
Regia
Eric Toledano, Oliver Nakache
Interpreti
Omar Sy, Marilou Berry, Jean-Paul Rouve,Jacques Boudet,Jean Benguigui,Lannick Gautry, Julie Fournier,Joséphine de Meaux
Durata
143 minuti

La storia che vi voglio raccontare oggi ha inizio a Parigi il 3 luglio 1992. Vincent Rousseau è un animatore di colonie per bambini, incaricato di dirigere il castello in cui i ragazzini vivranno per la durata colonia stessa. La schiera di animatori al suo seguito però sembra tutt’altro che qualificata, pare più che altro una specie di Armata Brancaleone multietnica. Il gruppo di ragazzini non è da meno, con sapientoni, iperattivi e piccoli pazzi con le più disparate ossessioni. Dall’arrivo alla colonia dei piccoli, avranno inizio tre settimane divertentissime, con animatori sull’orlo di una crisi di nervi ( e ci sarà qualcuno che sbroccherà!) bambini agitatissimi (tanto da mangiarsi i braccioli dell’autobus), prime sigarette, serate con chitarra sotto le stelle e storie d’amore… “Primi amori, primi vizi, primi baci” non è il vero titolo, dovrebbe essere: “I nostri giorni felici”, che sono quelli che tornano alla mente (oltre allo spettatore che almeno una volta ha preso parte ad una colonia o a delle vacanze di gruppo) ai due registi, che hanno tratto spunto dal loro incontro 15 anni fa quando fecero gli animatori di una colonia estiva, ed al loro passato di piccole pesti quando le frequentavano. Presentato alla festa internazionale del film di Roma, la pellicola da noi verrà snobbata da molti per colpa di quel titolo stupido, stile “Sapore di mare”… ma fidatevi… è da vedere!! Lo stesso De Laurentiis ha acquisito i diritti casualmente… pensate che si era recato in Francia per visionare un film su di una famosa storia transalpina ma, visto che la proiezione era pomeridiana, per ingannare l’attesa, la mattina vide “Nos jours heureux” (questo film). Questa pellicola ha vinto inoltre il premio del pubblico al “Festival city of lights” L.Angeles, ed alla “Commedia dell’Alpe D’Huez” il premio del pubblico e della giuria giovanile, oltre a premiare Joséphine de Meaux come miglior attrice (fenomenale la sua trasformazione). Beh, io devo dirvi che sono uscito dal cinema soddisfatto di questa commedia; mi ha fatto sorridere senza volgarità gratuite… spesso, come in questo caso non servono…

ninin

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Di Jotaro (del 04/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 4098 volte)
Titolo originale
Black Jack - The Movie
Produzione
Giappone, 1996
Regia
Osamu Dezaki
Interpreti
 
Durata
95 minuti

Prima di esporvi la mia recensione vorrei soffermarmi su due grandi nomi del panorama animato nipponico legati indissolubilmente a questo titolo. Il primo è il Re dell'animazione Giapponese, Osamu (God) Tezuka: colui che possiamo definire l'inventore del manga (fumetto giapponese) e ideatore del primo anime Tetsuwan Atom , da noi Astroboy, trasmesso nel '63 in bianco e nero: il primo vero disegno animato su schermo in Giappone (Tezuka ha inventato lo stile manga introducendo gli “occhioni” tipici e varie caratteristiche che ormai contraddistinguono tutti gli anime). Viene ricordato per diverse altre opere arrivate da noi: Kimba il leone bianco, La principessa Zaffiro e Black Jack. L'altro grande personaggio legato a questo anime è Osamu Dezaki, molti lo considerano uno dei più grandi registi del panorama animato giapponese, entrato nello studio Mushi (lo studio di Tezuka) molto giovane, ha diretto alcuni episodi di classici Tezukiani per poi dedicarsi alla regia di Ashita no joe (Rocky Joe). Negli anni a seguire torna a dirigere diversi anime di successo: Caro Fratello, Jenny la tennista, Lady Oscar, L'isola del tesoro e Remì; si contraddistinguono tutti grazie al loro stile di disegno unico e alle animazioni espressive e realistiche. Dopo diverso tempo, Dezaki, rende un omaggio proprio al suo mentore Tezuka (ormai morto da qualche anno) con questo film, rispolverando un personaggio classico e tenebroso come Black Jack. Black Jack in tenera età viene colpito da una mina inesplosa, rimanendo sfigurato e perdendo la madre nell'incidente. Da quel momento in poi dedica la sua vita alla medicina: diventa un chirurgo infallibile seppur senza licenza, cura i casi più estremi e le malattie più sconosciute facendosi pagare delle parcelle spropositate, accompagnato sempre dalla sua fidata assistente Pinoko (intrappolata in un corpo artificiale da bambina non può crescere anche se in realtà ha già 18 anni). Veniamo alla trama: nel pieno svolgimento delle olimpiadi molti atleti superano loro stessi ottenendo dei record al limite dell'umano, successivamente iniziano ad essere attaccati da una malattia sconosciuta che presenta sintomi diversi da persona a persona, sembra colpire solo i geni e le persone che eccedono in diversi campi. Dopo 2 anni di rifiuti il nostro medico in nero è costretto ad accettare il caso (lo ricattano rapendo la sua assistente Pinoko), viene portato in un grosso centro privato dove diversi dottori e specialisti lavorano incessantemente per capire le cause di questa malattia (La sindrome di Moira, chiamata così in riferimento alla divinità greca che recideva di netto la vita delle persone tramite un filo). In seguito veniamo a sapere che la dottoressa Jò Karol che ha assunto Black Jack fa parte della BRANE farmaceutica, una società legata sia alla ricerca che alla diffusione della malattia e disposta a tutto pur di trovare una cura. Chi si nasconde dietro la BRANE? Cos'è realmente la sindrome di Moira? Quali sono le sue origini? Esiste una cura? Se volete avere la risposta a questi e altri interrogativi non vi resta che visionare il film. Dal lato tecnico la pellicola è molto ben curata, le animazioni sono fluide e trasmettono al telespettatore sensazioni ed emozioni quasi concrete. Non essendo un film d'azione, tutta la vicenda ruota intorno alla trama che cattura l'attenzione di chi guarda, invogliando a seguire le varie operazioni e lo svolgersi dei fatti. In definitiva consiglio quest'anime ai palati fini e a chi cerca qualcosa di diverso e ben studiato, ma anche a chi ha voglia di vedere un anime ben fatto: del resto non stiamo parlando del classico polpettone tutto filosofia e medicina ma di un ottimo film di qualità.

Jotaro

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Di slovo (del 03/11/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1919 volte)
Artista
David Bowie
Titolo
Earthling
Anno
1997
Label
Columbia/Sony Music

Nel 1997, quando i seguaci del duca bianco erano in attesa del seguito di “outside”, uscì “earthling”, rimandato a data imprecisata il proseguo delle avventure di Nathan Adler. Bowie spiegò quel titolo (letteralmente: abitante del pianeta terra) come una metafora del desiderio di tornare coi piedi poggiati a terra, dopo aver impersonificato per anni alter-ego alieni o personaggi concettualmente proiettati nello spazio. Tanto per rimarcare la sua nuova forma mentis eccolo apparire in copertina vestito con la livrea britannica mentre ammira un paesaggio rurale.
“Earthling” vede la luce in un periodo in cui Bowie aveva ormai smesso di essere un artista musicalmente influente, non aveva peraltro ancora ripiegato sulle auto-citazioni degli ultimi lavori... era invece molto sensibile alle tendenze del suo tempo. Per sua stessa ammissione, interessato da ciò che era musicalmente odierno, determinato a catturare l’essenza dell’attualità. Un operazione del genere lascia poco spazio alle ponderazioni: occorrono antenne sensibili e la capacità di riversare ciò che si capta nella propria arte, filosofia che viene applicata anche nel metodo: il disco viene registrato di getto, pare sia stato completato in appena due settimane, proprio per non inquinare il prodotto finale con troppe revisioni.
La scena elettronica viene eletta a manifestazione più rappresentativa di quei tempi e da cui attingere gli ingredienti per la miscela in cui immergere le canzoni, in particolare i ritmi jungle e drum’n’bass che vengono aggiunti alla combinazione di chitarre e sintetizzatori già ampiamente sperimentata in “outside”.
Se esiste un collegamento tra i due album è proprio nel sound, ma se in “outside” viveva un’inclinazione sperimentale assolutamente funzionale al progetto e con esso collimante, “earthling” è mera ricerca di coinvolgimento attraverso l’efficacia di combinazioni musicali insolite. Queste vengono concretizzate ottimamente in episodi come “little wonder”, “dead man walking”, “I’m afraid of americans”: brani potenti e serrati come non se ne sentivano da tempo, o “telling lies” che si lascia piacevolmete seguire su percorsi allucinati. Il resto del disco oscilla tra qualcosa che sembra un remix degli esuberi di “outside” e qualche vaga somiglianza con Babylon Zoo, che sia un male o un bene...
Tralasciando detrattori, completisti o ascoltatori occasionali, “earthling” è in definitiva un disco da salvare: per le intenzioni, per il coraggio, per la volontà di ricerca, per il suo essere così nitidamente congelato nel suo tempo e perchè nonostante tutto è ancora tra le cose più aliene che si possono trovare su questa terra.

slovo

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Di Namor (del 02/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1661 volte)
Titolo originale
Huo Yuan Jia
Produzione
Hong Kong, USA, 2006
Regia
Ronny Yu
Interpreti
Jet Li
Durata
103 minuti

Shangai 1910, all’interno del teatro Biarya si sta svolgendo un torneo di combattimento indotto dalle nazioni straniere, che in quel tempo invasero e dominarono la Cina, gara che vede schierarsi quattro dei loro migliori lottatori contro un popolo intero. Lo scopo di queste potenze alleate era quello di vincere la competizione, per calpestare ulteriormente l’orgoglio del popolo cinese, in quanto già bollati come i deboli dell’Asia! Ad ergersi in difesa della sua popolazione, si presenterà un solo uomo il maestro Huo Yuan Jia, che con questa gara trova l’occasione di riscattare non solo la sua nazione, ma anche il suo passato poco consone ad uno dei maestri fondatori del wushu. Ossessionato dall’ambizione di primeggiare nella lotta, Huo Yuan Jia diventa un invincibile combattente arrogante e pieno di sé, atteggiamento in contrasto con colui che dovrebbe essere l’immagine dell’umiltà e dell’armonia interiore. Questo suo enorme difetto lo porterà ad un passo dal suo stesso annientamento, conseguenza peraltro, di una tragedia familiare che cambiò totalmente il suo modo di concepire le arti marziali.“Fearless”, ci racconta la breve vita di un eroe che divenne una leggenda in patria, il maestro Huo Yuan Jia, fondatore della Jin wu Sports Federation, interpretato dall’attore cinese Jet Li, che nonostante i suoi 43 anni, ostenta con naturalezza, una preparazione atletica e tecnica fuori dal comune. Peccato, che probabilmente non avremo più modo di ammirare le sue performance, visto che pare abbia dichiarato che questo sarà il suo ultimo film sulle arti marziali! Ad esaltare le sue note capacità tecniche, ci ha pensato il famoso coreografo di combattimenti Yuen Wo Ping, che unisce lo stile marziale all’arte acrobatica, si devono a lui infatti le famose scene di lotta del film premio oscar “La Tigre e il Dragone” di Ang Lee e il tecnologico “Matrix” dei fratelli Wachowsky. Un film che sarà sicuramente gradito agli appassionati di arti marziali, visto che l’uso del computer durante i combattimenti, (qui non vola nessuno) é stato sapientemente dosato!

Namor

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Di Darth (del 01/11/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1636 volte)
Titolo originale
Waking Ned
Produzione
Inghilterra, Francia, USA, 1998
Regia
Kirk Jones
Interpreti
Ian Bannen, David Kelly, Fionnula Flanagan
Durata
91 minuti

Siamo a Tully More in Irlanda, un piccolissimo villaggio di pescatori che conta 53 abitanti. Jackie, uno dei tanti anziani del villaggio, scopre che qualcuno dei suoi compaesani ha vinto la bellezza di sette milioni di sterline al “superenalotto” irlandese. Aiutato dal suo amico Michael, nella speranza di imbonire il neo milionario, iniziano a ricercare indizi che li portino a conoscenza dell’ identità del fortunato vincitore e, dopo numerose indagini, i due amici lo trovano: si tratta di un vecchio lupo di mare solitario, Ned Devine. Al povero Ned però, l’emozione di esser diventato ricchissimo gli ha causato un attacco cardiaco… e Jackie e Michael lo trovano stecchito davanti al televisore con in mano la giocata vincente. La tentazione è troppo forte, perciò i due protagonisti si impossessano del biglietto e nascondono il corpo di Ned, in tal modo sperano di potersi spacciare per lui e richiedere all’erario irlandese la somma vinta. Le complicazioni nascono all’arrivo della persona incaricata dal lotto per accertarsi che il biglietto vincente sia riscosso dall’effettivo proprietario, cioè Ned Devine…
Questa, per sommi capi, la trama della briosa commedia “Svegliati Ned”, ricca di humor inglese e di stereotipi (dal bar-ritrovo con i boccaloni di birra, alle vecchie zitelle inacidite, alla cocciutaggine e taccagneria dei montanari irlandesi). Kirk Jones, al suo debutto come regista cinematografico, riesce a creare davvero un ottimo lavoro, un film piacevole e divertente, con una fotografia bellissima (tutto il film è girato nella pittoresca Isola di Man, tra l’Inghilterra e l’Irlanda), musiche tradizionali e attori sconosciuti ma davvero bravi. Indimenticabile la scena della corsa in motocicletta di Michael, un’ottantenne scheletrico, completamente nudo.

Darth

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Di kiriku (del 31/10/2006 @ 05:00:01, in musica, linkato 3625 volte)
Artista
Gianmaria Testa
Titolo
Da questa parte del mare
Anno
2006

Nel ‘93 e poi nel ’94 al Festival di Recanati, dedicato ai nuovi talenti della canzone d’autore, si classifica al primo posto Gianmaria Testa. Un anno dopo esce il suo primo lavoro, edito dalla Label Bleu, "Montgolfières" e poco dopo, più precisamente nel febbraio de ’96, suona in uno dei più importanti club di Parigi, il New Morning. Nell’ottobre dello stesso anno esce il suo secondo cd, "Extra-Muros "che inaugura la nuova etichetta dedicata alla canzone dalla Warner Music francese, la Tôt ou Tard. Nel febbraio del ’97 si esibisce nella magica sala parigina dell’Olimpia. A pensarci mi sembra incredibile come un cantautore, ,figlio di contadini che ha imparato a suonare la chitarra da autodidatta, sia riuscito nel giro di pochi anni a raggiungere obbiettivi cosi importanti. Ma quello che è davvero inconcepibile e che non riesco a digerire è che solo dopo questi successi si è cominciato a parlare in Italia di Gianmaria Testa. Beh i motivi sono ovvi, si preferisce puntare su cantanti meno validi ma disposti a piegarsi al volere delle grandi case produttrici che sfornano prodotti in serie e di bassa qualità con l’unico scopo di guadagnare più soldi possibili. La quantità a discapito della qualità. Oggi dopo aver pubblicato album come "Lampo"(1999), "Il valzer di un giorno"(2000) e "Altre Latitudini"(2003) e dopo aver fatto concerti in tutto il mondo suonando con musicisti di alto livello la sua fama è sicuramente aumentata, ma secondo me in Italia rimane comunque poco conosciuto. Da pochi giorni è uscita la sua ultima fatica “ Da questa parte del mare”, un album bello e intenso, undici canzoni che attraversano un tema più che mai attuale, quella delle migrazioni moderne. Al primo ascolto è subito evidente la qualità dei suoni che caratterizzano questo cd, le collaborazioni sono tante e importanti: Greg Coehn, ex bassista di Tom Waits, Bill Frisell, Paolo Fresu, Luciano Biondini, Enzo Pietropaoli e tanti altri. I testi sono intensi e difficili da metabolizzare proprio per l’argomento trattato, Testa ci racconta del mare come di una distesa scura e fredda che ha visto e vede l’uomo attraversarla alla ricerca di condizioni di vita in grado di riscattarlo dalla miseria. Una massa che divide due culture che inevitabilmente si attraggono e si scontrano e che in un futuro, spero non molto lontano, si integreranno. Non fa politica, non da giudizi, la sua è una visione intimistica, una riflessione sobria su ciò che accade ogni giorno sotto i nostri occhi, senza mai affondare nella banalità. Le difficili decisioni prese da coloro che intraprendono viaggi azzardati in mari sconosciuti, il senso di sradicamento e la perdita di identità sono gli elementi che troviamo in questi brani e che devono far riflettere anche noi, che non molto tempo fa abbiamo intrapreso lo stesso percorso e che oggi stiamo da questa parte del mare. Vi auguro un buon ascolto.

Kiriku

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Di nilcoxp (del 30/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1974 volte)
Titolo originale
Il Vangelo Secondo Matteo
Produzione
Italia 1964
Regia
Pier Paolo Pasolini
Interpreti
Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Settimio Di Porto, Otello Sestili, Ferruccio Nuzzo,Giacomo Morante, Giorgio Agamben.
Durata
142 minuti

Dovevo tornare con qualcosa di importante, e questo film lo è anche troppo!!! Pensate che tutte le battute del film sono frasi del Vangelo, non una sola parola è stata scritta dal regista. Il Testo Sacro ci viene illustrato passando da riprese a spalla incollate sui volti dei protagonisti a vere e proprie composizioni in stile tre e quattrocentesco italiano (in particolare a Piero della Francesca) che mi hanno lasciato incantato. Realizzato con pochi mezzi (appena 90 milioni di lire), la pellicola dimostra che non servono tanti soldi per poter fare un buon prodotto (questa cosa la ripeto spesso): girato a Matera invece che in Palestina, una tavola di legno permette all’attore protagonista di camminare sull’acqua, gente del posto nella parte delle comparse. In ruoli più importanti invece scrittori amici di Pasolini: Natalia Ginzburg (Maria di Betania), Rodolfo Wilcock (Caifa), Alfonso Gatto (Andrea), Giorgio Agamben (Filippo), Enzo Siciliano (Simone), Francesco Leonetti (Erode Antipa). Esordio di Paola Tedesco (dodicenne figlia dell’amministratrice di produzione) nel ruolo di Salomè. La madre del regista interpretò la parte della Madonna anziana. Il ruolo di Cristo fu affidato ad uno studente spagnolo giunto per caso ad incontrare Pasolini: Enrique Irazoqui. In questo film c’è l’abbandono della tradizionale iconografia che vede il Gesù coi capelli biondi lunghi e sciolti sulle spalle, ma lo sguardo diventa ancora più penetrante e seducente, e la sua parola sa colpire e curare. Le musiche spaziano da Bach a Mozart, alle canzoni popolari e ai spirituals negri. Risultato finale: capolavoro! La pellicola religiosa italiana più bella di tutti i tempi! E pensate che a farlo è stato un laico marxista omosessuale di nome Pier Paolo Pasolini!!! Non è un caso, perché il regista era una delle persone di maggior cultura nell’Italia del secolo scorso, e proprio perché così poco cattolico ha potuto amare così tanto il Vangelo da farne un film. Centoquarantadue minuti di poesia immersa nella religione e offertaci come agnello sacrificale per noi spettatori: animali assetati di sangue pronti a sbranarci l’un l’altro. Forse la visione di questo filmato calmerà la vostra fame e la vostra sete per alcune ore, forse (ho esagerato?). Aspetto con grande interesse l’intervento di Lorenzo che saluto!

nilcoxp

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Di ninin (del 29/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1662 volte)
Titolo originale
Twisted
Produzione
USA 2004
Regia
Philip Kaufman
Interpreti
Ashley Judd, Samuel L. Jackson, Andy Garcia, David Strathairn
Durata
111 minuti

Il film che ho scelto oggi per voi è un giallo/thriller ambientato a San Francisco. Jessica Shepard è un neo ispettore della omicidi, e il primo caso che le viene affidato, insieme al suo compagno Mike Delmarco, è una brutta gatta da pelare…. Si tratta di smascherare un serial killer che come firma lascia una bruciatura di sigaretta ( che ideona!! ) sul dorso delle vittime, tutte di sesso maschile. Per sua sfortuna, l’ispettore Shepard conosce bene le vittime... essendo andata a letto con ogniuno di loro. L’ispettrice nasconde però una doppia personalità, si dà spesso all’alcool, prende lezioni di arti marziali ( per fare male!! ), fa sesso con chiunque le vada a genio, ed ha avuto un passato burrascoso che le torna in mente guardando le fotografie dei suoi genitori. Jessica è rimasta orfana alla tenera età di sei anni: il padre, poliziotto anche lui, aveva freddato brutalmente la madre con la pistola d’ordinanza per poi suicidarsi subito dopo….. In queste notti, in compagnia della sua amica preferita, la bottiglia, la Shepard perde i sensi come drogata ogni qualvolta avviene un omicidio, per poi risvegliarsi a crimine già avvenuto…
Le premesse per un buon film vi erano tutte..il titolo che attira e il cast d’eccezione : Samuel L.Jackson, Ashley Judd, Andy Garcia. Purtroppo l’apparenza inganna….cominciamo dalla traduzione in italiano del titolo: Twisted che vuol dire : “fuori di testa” (cosa che infatti è la Judd) è diventato “La tela dell’assassino”... bah! Dei tre attori beh: Samuel L. Jackson è ok, la Judd è buona, soprattutto vista da dietro ma Garcia non è all’altezza di come è solito essere. Quindi che dirvi? un film sopravvalutato, da me per primo. La tromba di Mark Isham fa da sottofondo a questo noir, ma... salverei giusto la tromba! e una battuta, l’unica del film, quella che Jackson fa alla Judd, riferendosi alle sue movimentate relazioni con i partner da una botta e via : “è per questo che gli uomini ti muoiono dietro?”. Per il resto…. aspetto volentieri vostri commenti su questa pellicola ciao e alla prossima.

Ninin

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Di Andy (del 28/10/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1717 volte)
Artista
Bob Dylan
Titolo
Modern Times
Anno
2006

Il disco che sto ascoltando in questi giorni e di cui voglio dire qualcosa è “Modern Times”, ultimo lavoro di Bob Dylan. Il poeta menestrello per eccellenza del folk americano mancava dalla scena discografica da 5 anni, ma si nota subito che ogni brano, prodotto e arrangiato da lui stesso, è stato curato nei suoni e nei testi con il solito rabbioso e ironico entusiasmo che lo distingue.
Robert Zimmermann, questo il suo vero nome, gira gli Stati Uniti dal 1960 e da allora ne racconta pregi e difetti come un vero e proprio cantastorie, venendo etichettato come personaggio scomodo e sovversivo dai governi e dalla stampa perbenista, ma facendo breccia invece nei cuori dei giovani che daranno vita poi alle proteste e ribellioni del 68; la sua musica colpiva per l’unione tra i classici suoni folk acustici, usati per esempio dal suo grande maestro Woody Guthrie, e le nuove sonorità portate dalle chitarre elettriche; i suoi testi non parlano di amore ma di problemi sociali e diritti civili spesso calpestati. Mitici i suoi album “Masters of War”, scagliato contro le agenzie politiche che avevano provocato la guerra nel Vietnam quando la maggioranza degli americani non la voleva, e “Blowin’ in the Wind”, inno alla libertà e alla non violenza.
Certo, dopo più di 30 anni di onorata carriera, le cose cambiano e i toni magari si smorzano un po’, le critiche diventano più velate e la musica si addolcisce. “Modern times” è un disco che accosta il classico folk-rock blues prodotto da Bob negli ultimi anni a belle ballate dolci e quasi swing; molto di questo è dovuto al grande lavoro e allenamento svolto sulle sue corde vocali, in verità abbastanza provate da anni di dipendenza da alcol, fumo e droghe varie, ma con un risultato ottimo con questa voce finalmente intonata, roca , colorata e saudente, quasi nera. Tra i brani più ritmati e rockosi ci sono “Someday Baby”, “Workingman’s blues” e poi “Rollinand Tumblin”, che hanno come tema l’amore e i problemi che comporta, tra le ballate bella e d’epoca “Spirit on the Water”, un pop lento stile anni 50, in cui Dylan dimostra quello che dicevo prima sulla sua voce. Il brano più toccante dell’album è “Ain’t Talkin”, una morbida e sentimentale ballata in cui il menestrello provocatore racconta di avidità, potere, speculazioni e guerre che vede durante il suo cammino in cui dice di non parlare, fino all’arrivo in un giardino “mistico” in cui parla con una misteriosa “Madam”, quindi un segnale di volontà di riavvicinamento a una certa fede cristiana! Insomma , non mancano le critiche alla politica di Bush, ma c’è anche sentimento e divertimento in questo lavoro molto venato di swing e atmosfere blues anni 50/60. Un bel disco, rilassante e divertente, all’altezza dell’autore.

Andy

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