BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di slovo (del 27/10/2006 @ 05:00:01, in musica, linkato 1519 volte)
Artista
TV on the Radio
Titolo
Return to Cookie Mountain
Anno
2006
Label
4AD

C’è un che di anormale, nel senso più brillante e dignitoso del termine, nella musica dei TV on the Radio, qualcosa che spiazza, che traccia nuovi prototipi, che galvanizza le percezioni come fanno tutte le esperienze inedite.
Sarà che quando si tentano contaminazioni teoricamente incompatibili e poi una di queste riesce, finisce con l’ ergersi come il sole che squarcia le nubi – una metafora piuttosto calzante.
Troppo fuori dagli schemi conosciuti (quindi riconoscibili) per potersi confrontare con i colleghi mainstream, i TvotR si sono fatti strada tra i circuiti dell’ indie rock newyorkese. È stata la sponda creativa di Brooklyn a fare da teatro al fortuito incontro tra Tunde Abepimbe e Dave Sitek, entrambi artisti operanti nel campo delle arti visive e musicisti per diletto. Il duo formerà il nucleo creativo della band, a cui si affiancheranno in seguito altri musicisti.
È stato detto, cosa che confermo in toto, che la linfa del loro sound sta nell’essere riusicti a far coesistere la visceralità tipica della black music su un impianto musicale ispirato dalla new-wave più crepuscolare. Elementi tanto reciprocamente refrattari quanto interessanti nella loro fusione: “Return to Cookie Mountain” prosegue questo discorso, già intrapreso nel precedente “Desperate Youth, Blood Thirsty Babes” (2004), sfaccettandolo in undici brani di entusiasmente ricerca. Esordisce “playhouse” riesumando la forza trainante del post-punk dei bei tempi andati, segue “I was a lover” che è pura sperimentazione: i gospel di Tumbe e una fanfara di trombe duettano sugli echi di una chitarra distorta. Il suono leggero di un pianoforte sostiene delicatemente “Province” ma con “Snakes and Martyrs” si torna a quell’ atmosfera vagamente percepibile, insana ma non opprimente, sempre in bilico tra dolcezza ed inquietudine, tra il calore rassicurante del sole e la presenza minacciosa dei cieli neri, quell’ambiguità divenuta il contrassegno del gruppo.
C’è un attimo di smarrimento nella zona centrale della scaletta, dove i brani sembrano vagare senza una direzione ben precisa, ma ritornano in quota su “a method” o sull’irresistibile “blues from down here” che vede la partecipazione di un famoso duca inglese, da sempre attento alle realtà più interessanti della musica contemporanea. Uno splendido esempio di meticciato musicale.

slovo

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Di Namor (del 26/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2735 volte)
Titolo originale
Lady in the Water
Produzione
USA 2006
Regia
M. Night Shyamalan
Interpreti
Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard, Bob Balaban, Jeffrey Wright, Sarita Choudhury, Freddy Rodriguez, Bill Irwin, Jared Harris
Durata
110 minuti

Per realizzare “Lady in the WaterM.Night Shyamalan, ha dovuto lasciare, in seguito ad una diatriba, la Buena Vista, major cinematografica di proprietà della Disney, il motivo della disputa nasce dalla considerazione che hanno di lui all’interno della major, ossia, lo reputano un pericoloso utopista che “sente le voci”, giudizio che lo mette in netto contrasto con coloro che hanno del cinema una idea più pragmatica, in parole povere, non hanno creduto nel suo nuovo film! Cosa strana per una casa cinematografica dedita ad un pubblico in prevalenza infantile, ed ancora più strano considerato che questo nuovo film di Shyamalan è quello che si avvicina di più al genere fantasy-fiabesco rispetto alle sue precedenti pellicole, pur realizzato seguendo il suo stile, rimane in ogni caso una fiaba, anche se, per un pubblico più adulto. Comunque, se siete interessati e volete saperne di più il giornalista Michael Bamberger, ha scritto il libro “The man who heard voice…” commissionatogli dallo stesso Shyamalan, che documenta la sua lunga contesa contro la dirigenza della W.Disney. A concretizzare il film della discordia ci ha pensato la Warner, che furbescamente non si è lasciata scappare l’occasione di agguantarsi il talentuoso regista indiano e metterlo sotto contratto, anche perché, secondo me, il budget sarà stato davvero basso visto che la location scelta per realizzare il film è un condominio ad U completo di parco e piscina! Infatti, tutta la storia si svolge nel residence “The Cove” abitato, non solo dai suoi condomini interrazziali, ma anche da una Narf, creatura marina nativa del mondo azzurro, che vive nel fondo della piscina dello stabile, e che  aspetta l’arrivo del prescelto. La ninfa Story (Bryce Dallas Howard) dopo aver svolto, con il sostegno del balbuziente Cleveland Heep (Paul Giamatti), il suo difficile compito di annunciare l’avvento di un mondo migliore, dovrà far ritorno nel suo universo marino, ma ciò non sarà facile, poiché ad impedirglielo comparirà uno Scrunt, essere malvagio che aspetta solo il momento giusto per sopprimerla. Ed è qui che Story avrà bisogno dell’aiuto di alcuni inquilini, i quali all’interno del film-fiaba occupano senza saperlo un ruolo determinante per la salvezza della Narf e quindi del mondo. Una raccomandazione per chi si appresta a vederlo, la trama del film é stata sviluppata da una fiaba che il regista racconta ai figli, quindi onde evitare inutili delusioni prendetela per tale!

Namor

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Di Darth (del 25/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1614 volte)
Titolo originale
World Trade Center
Produzione
USA 2006
Regia
Oliver Stone
Interpreti
Nicolas Cage, Jude Ciccolella, Jon Bernthal, Jay Hernandez, Maria Bello, Michael Peña
Durata
129 minuti

La storia la conosciamo tutti a memoria: penso che non esista persona sulla faccia della terra che non abbia visto almeno una volta le immagini agghiaccianti del crollo delle torri gemelle. Sono stati realizzati poi decine di documentari (tutti che raccontano la propria verità), ed un film: "United ’93", sul presunto quarto aereo… Oliver Stone firma il secondo lungometraggio, e lo intitola con poca fantasia, “World Trade Center”. Da un personaggio come Stone, dichiaratamente anti-Bush, mi aspettavo un film critico e fortemente politico… invece WTC è tutto l’opposto: racconta la storia di una squadra di poliziotti mandata come primo soccorso sul luogo del disastro, con il compito di evacuare i grattacieli ma, come moltissimi altri soccorritori, rimangono coinvolti nel crollo. Tutto il film si basa su questo, su ciò che sanno, vedono, pensano i poliziotti e le loro famiglie a casa; non si vedono gli schianti aerei, non si vede il crollo della seconda torre, ma soprattutto non si parla di chi, come, cosa e perché; se si parla di terrorismo è perché i coinvolti lo sentono al telegiornale... nulla di più. Stone ha confermato infatti, che ha voluto realizzare una pellicola sull’eroismo e la generosità di tutti coloro che si sono prodigati negli aiuti immediatamente dopo la tragedia, e non sul disastro in se. L’inizio del film colpisce subito per la fotografia, la grande mela che lentamente si desta all’alba è particolarmente suggestiva e commovente per la consapevolezza di come proseguirà quella giornata newyorkese. La quasi totalità del film, poi, è un passaggio di dialoghi tra i poliziotti in azione sul futuro ground zero, prima e dopo il crollo, e le famiglie che cercano disperatamente di avere notizie o di vedere il proprio caro tra le immagini dei telegiornali. Ottima la regia (non poteva essere altrimenti), la fotografia e il cast: perfino Nicholas Cage che non è certo un attore drammatico smaliziato, rende benissimo nel suo ruolo. L’unica pecca è forse la mancanza di un po’più d’azione: i protagonisti non fanno in tempo ad arrivare sul posto che vengono subito travolti nel crollo, e passano più di metà film in fin di vita sotto le macerie a cercare di sopravvivere mentre le famiglie si straziano nell’angoscia… speravo in meno drammaticità e più spettacolarizzazione… ma poco importa, Oliver Stone, anche questa volta, ha firmato comunque un ottimo lavoro.

Darth

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Di kiriku (del 24/10/2006 @ 05:00:01, in musica, linkato 4443 volte)
Artista
Radiodervish
Titolo
Centro del mundo
Anno
2002

Mi capita a volte di frugare tra le centinaia di cd che ho in casa e di trovare un album di estrema bellezza che chi sa per quale recondito motivo avevo messo da parte lasciandolo inascoltato per parecchio tempo. È il caso di “Centro del mundo”. Gli ideatori di questo progetto sono i “Radiodervish”, un gruppo italo-palestinese, che agli albori si chiamava “Al Darawish” , formato da “Nabil Salameh” e “Michele Lobaccaro”. Il cofanetto contiene due cd; il primo racchiude dodici splendide canzoni che fanno sognare, il secondo invece è completamente acustico e ripercorre in otto brani la storia musicale del duo. Ascoltare la loro musica è una esperienza che lascia il segno, in esso troviamo due culture, quella italiana e quella araba, miscelate in una perfetta alchimia capace di oltrepassare i confini politici culturali che ci dividono. In questo viaggio viene usato un linguaggio che abbraccia una pluralità di lingue: l’arabo, l’italiano, il francese e l’inglese. I testi sono belli e raccontano dell’uomo, del suo amore per la terra, per la donna e per la pace. Lo stile, a cavallo tra la canzone d’autore italiana e la tradizione delle canzoni arabe, a volte diventa quasi poesia come ad esempio in “Acid baby” : Quante sirene avevano danzato / Sulla melodia dei suoi sogni / La luce del cielo sembrava più brillante più limpida / E l’avvenire sembrava una festa piena di speranza. O come in “ Li Beirut” : Ella è / Pane e gelsomini mescolati col sangue ed il sudore / Come può essere diventato così amaro il suo sapore ? Amaro come il fuoco e il fumo. Le melodie che troviamo in questo viaggio sono all’altezza delle parole. La bella voce di “Nabil Salameh” e il basso di “Michele Lobaccaro” sono accompagnati da “Zohar Fresco” alle percussioni e da “Massimo Zamboni” alle chitarre, alle tastiere “Alessandro Pipino” ed infine un quartetto d’archi composto da : “Giovanna Buccarella” al violoncello, “Matteo Notarangelo” alla viola e “Ida Ninni e Rita Paglionico” ai violini. La musica diventa un mare di suoni pervenuti da luoghi diversi e lontani, dove galleggiano placidamente sensualità e spiritualità, dove sacro e profano si confondono per dar vita ad una umanità intrisa di dolcezza e nostalgia. Questo cd ha permesso hai “Radiodervish” di raggiungere un maggior successo di pubblico e critica, dandogli la possibilità di essere ascoltati non solo da una platea cosiddetta di nicchia. Nel cofanetto è allegato anche un libretto dove si possono trovare le traduzioni, in arabo, in italiano e in inglese, dei testi delle canzoni e il tutto ad un costo davvero basso. Non mi rimane che auguravi un buono ascolto!!!

Kiriku

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Di Velia (del 23/10/2006 @ 05:00:00, in libri, linkato 2913 volte)
Titolo originale
Chocolat
Autore
Joanne Harris
Traduzione
Laura Grandi
Editore
Garzanti
Prima edizione
gennaio 2000

Primo parto letterario della scrittrice anglo-francese, al quale seguono altri due romanzi dai titoli sempre evocativi: “Vino, patate e mele rosse” e “Cinque quarti d’arancia”.
Odori, profumi e ricordi legati ad essi, già utilizzati da Proust con le sue madeleinettes, sono forse i veri protagonisti del libro. Un libro tutto da 'odorare' dalla prima all’ultima pagina, nel quale perdersi e lasciarsi trasportare dalla forza degli eventi.
Mettetevi dunque comodi e avvicinatevi alla lettura con lo spirito di un bambino che per la prima volta scopre il sapore del cioccolato.
Si alternano due punti di vista, quasi a voler tracciare una linea netta e definita tra bene e male: quello di Vianne Rocher, rivisitazione moderna e accennata di Mary Poppins, che arriva '…quando cambia il vento..' , e quello di Francis Reynaud, giovane curato, macchietta per così dire di Frollo del “Gobbo di Notre Dame”, vittima anch’esso di una passione incontrollata.
Ma il vero scontro è quello tra novità e tradizione; chi è veramente forte: colui che, strumento del destino porta il cambiamento e ne è esso stesso vittima, o colui che vi si oppone fino all’ultimo? Sempre che la vittoria venga assegnata sulla base della tenacia nel persistere nella fede verso le proprie convinzioni.
La magia è presente solo come strumento utile, ma non indispensabile, per guardarsi dentro, seguendo anche l’immaginario popolare che considera alcuni oggetti come dei porta-fortuna e scaccia-negatività.
Tutto questo condito, anzi, 'ricoperto' dalla presenza di quello che forse è l’unico elemento veramente magico della storia: il cioccolato, antidepressivo per i dottori, ingrediente prezioso per i pasticceri, e qui nella veste di protagonista silenzioso e filo conduttore che guida il lettore fino alla conclusione della storia.
Simpatica l’idea di inserire alla fine del libro, il glossario gastronomico, per chi, alla teoria, volesse unire la pratica.

Velia

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Di ninin (del 22/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1864 volte)
Titolo originale
Lemony Snicket's a series of unfortunate events
Produzione
USA 2004
Regia
Brad Silberling
Interpreti
Jim Carrey, Emily Browning, Liam Aiken, Kara e Shelby Hoffman, Meryl Streep, Timothy Spall, Billy Connolly
Durata
108 minuti

Se amate le storie alla “Harry Potter”, o favole affini al genere fantasy, beh “Lemony Snicket” è il film che fa per voi. Lemony Snicket è il narratore di questa storia: avverte immediatamente lo spettatore che di non aspettarsi un film che parla di piccoli elfi… la pellicola, dice lui, racconta di fatti sgradevoli,cospirazioni, incendi sospetti, sanguisughe carnivore, cibo italiano e… la serie di sfortunati eventi che capitano a tre bambini piacevolmente gradevoli e astuti :Violet, 14 anni, inventrice, Klaus, 12 anni, lettore di qualsiasi cosa, e Sunny, 1 anno, dotata di 4 dentini che vogliono addentare ogni cosa. Questi sono i piccoli Baudelaire, divenuti contemporaneamente orfani sia di madre che di padre, a causa di un incendio propagatasi in poco tempo nella loro dimora e accaduto, in base ai primi rilevamenti, per cause probabilmente non accidentali. I piccoli vengono così affidati al conte Olaf, a cui non importa del futuro dei ragazzini, ma bensì del loro patrimonio, dato che i piccoli sono eredi di una discreta fortuna. Il conte Olaf, però viene colto in castagna dall’amministratore del patrimonio Baudelaire che deciderà quindi di cambiare tutore dei piccoli, ma i futuri affidatari non sanno a cosa vanno incontro… Questo film, narra i primi tre volumi del libro di Daniel Handler, libro che è già stato tradotto in 39 lingue ed in America pare abbia superato nelle vendite il maghetto con gli occhiali. Il regista Brad Silberling ha decisamente fatto un bel film, con una fotografia curata nei particolari, spesso tetra e scura per render bene l’idea del contorno che assume il racconto ed esaltando le doti di ottimo trasformista qual è Jim Carrey. Nel film partecipa anche la sempre bella M.Streep nel ruolo di una parente dei piccini, e si vedrà comparire in due brevi sequenze anche D.Hoffman. Simpaticissima la piccola Sunny, sottotitolata per ogni suo piccolo lamento, e dalla camminata strisciante che a me ha ricordato Pisellino, il nipote di Popeye e, per finire, piacevoli le musiche curate da Thomas Newman, che fanno da sottofondo alla storia, ed ora a voi…

ninin

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Di xanteferranti (del 21/10/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 10591 volte)
Artista
Dalida
Titolo
I grandi successi
Anno
2006

Dalida, alias Jolanda Gigliotti, nasce nel 1933 in un sobborgo de Il Cairo da genitori calabresi. Nel 1954 è eletta Miss Egitto, il che le consente di iniziare a farsi strada nel mondo del cinema. Trasferitasi a Parigi, nel 1956 adotta il nome d’arte di Dalila (in seguito, Fred Machard la convincerà a sostituire la seconda l con una d) e incide il suo primo 45 giri. In due anni, sono più di 500.000 i dischi venduti in Francia da Dalida, che comincia a diventare famosa anche in Italia partecipando alla trasmissione televisiva “Il Musichiere” e al Festival di Sanremo. Nel 1961 sposa civilmente Lucien Morisse, ma pochi mesi dopo si innamora del giovane pittore Jean Sobieski, con cui va ad abitare a Neuilly. Nel 1964, Dalida sarà la prima donna a vincere il disco di platino per aver venduto più di dieci milioni di dischi. Terminata una storia di tre anni con Christian de la Mazière, nel 1966 instaura una relazione con Luigi Tenco. I due parteciperanno insieme al Festival di Sanremo dell’anno successivo, presentando un pezzo scritto dallo stesso Tenco, Ciao amore ciao. La giuria, però, li elimina, e il cantautore piemontese, per la rabbia e la delusione, si suicida con un colpo alla tempia: è Dalida a scoprire per prima il corpo. Lei stessa tenterà, esattamente un mese dopo, di togliersi la vita ingerendo una gran quantità di sonniferi in una stanza d’albergo a Parigi; ritrovata da una cameriera, si salva dopo cinque giorni di coma. La sua carriera non ne risente, e anzi prosegue tra successi sempre maggiori; nel 1977, però, il male di vivere si ripresenta, e la spinge nuovamente a tentare il suicidio. Nel 1980 si conclude la sua relazione, durata otto anni, con Richard Chambray, eccentrico personaggio noto con lo pseudonimo di Conte di Saint-Germain, che nel 1983 si toglierà la vita insieme con la sua nuova compagna. Nel 1981 Dalida festeggia i 25 anni di carriera ricevendo un disco di diamante per aver venduto 86 milioni di dischi in tutto il mondo, cantando in ben sette lingue. All’inizio del 1986 parte per l’Egitto, dove recita da protagonista nel film di Chahine Il sesto giorno. Tornata a Parigi, il 3 maggio del 1987 riesce finalmente a portare a termine il suo piano suicida, architettato con disperata lucidità a vent’anni dal primo tentativo e a dieci dal secondo. Accanto a sé lascia soltanto un biglietto con queste parole: «La vita mi è insopportabile. Perdonatemi». È probabilmente in occasione della miniserie trasmessa da Canale 5 alla fine di maggio (ma già apparsa sulla televisione francese), in cui una bravissima Sabrina Ferilli ne interpretava il ruolo, che l’etichetta Barclay ha deciso di lanciare un cofanetto a prezzo economico con alcuni tra i maggiori successi di Dalida. Il primo dei due CD, che racchiude le sue interpretazioni in lingua italiana, è piuttosto deludente: accanto a canzoni di qualità e classe, come Ciao amore ciao e Vedrai vedrai (interessante confrontarla con la versione di Mina) di Tenco, si trovano brani indifendibili (persino una vetusta incisione di ‘O sole mio) e la ridicola traduzione della meravigliosa Il venait d’avoir dix-huit ans, che in italiano, con il titolo 18 anni, suona davvero sconnessa e ridicola. Per fortuna, ci si può rifare con il secondo CD, interamente cantato in francese, sul quale si possono ascoltare capolavori assoluti come Je suis malade di Sarge Lama, Avec le temps di Léo Ferré, Fini, la comédie, Mourir sur scène, Parlez-moi de lui e Paroles, paroles interpretata insieme con Alain Delon (questa versione è internazionalmente assai più nota rispetto a quella di Mina con Alberto Lupo). Certo, si poteva sostituire Gondolier con Pour ne pas vivre seule di Jacques Brel, o Besame mucho con Je suis amoreuse de la vie di Gilbert Bécaud, ma la scelta appare comunque equilibrata, capace di rispondere a gusti diversi. Peccato per il brutto arrangiamento di La mamma di Aznavour, e per l’assenza di magnifici pezzi come Julien, Ta femme, Des gens qu’on aimerait connaître, Et puis... c’est toi, O’ Seigneur Dieu. E di lei, di Dalida, che dire? Occorre proprio ascoltarla, per capire le sensazioni ed emozioni che può suscitare con la sua voce unica, scura, vibrante, vera. Si ha come l’impressione che vivesse e sentisse profondamente, con totale partecipazione e immedesimazione, ciò che cantava; e quando il testo recita «Je suis fatiguée, je suis épuisée / de faire semblant d’être heureuse quand ils sont là. / ... / Je crèverai seule avec moi / près de ma radio comme un gosse idiot, / écoutant ma propre voix qui chantera», è veramente difficile che non venga la pelle d’oca.

xanteferranti

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Di slovo (del 20/10/2006 @ 05:00:03, in musica, linkato 2312 volte)
Artista
Robbie Williams
Titolo
Intensive Care
Anno
2005
Label
EMI

Se nel mondo ci fosse più obiettività, si dovrebbe trovare una foto di Robbie Williams sul vocabolario, alla voce paraculo.
Da quando abbandonò il carrozzone Take That un’attimo prima del tracollo, denotando un conveniente istinto sorcino, per tentare una carriera solista che aveva le stesse probabilità di successo di una scala reale servita, la sua storia è stata un susseguirsi di colpi messi a segno che non può essere spiegata con la sola potenza promozionale di una major discografica. Trovò nell’ autore/produttore Guy Chambers l’uomo che poteva supplire alla sua grande carenza: la capacità di fare musica, ancora meglio dato che l’uomo si rivelò un’ autentica macchina sforna-hit. E così, successo dopo successo l’esuberante Robbie raggiunse lo status di icona del pop europeo. Ma il mondo del music-business mostra il miracolo di un ragazzotto antitesi del musicista divenire l’indiscusso re del pop e al tempo stesso un fortunato sodalizio finire per squallidi motivi di dividendi. Fuori il signor Chambers (dopo 4 album), che lamentava di non guadagnare abbastanza e dentro Stefen Duffy (ex-duran duran) impiegato alle medesime mansioni.
Forte del suo rinnovato entourage che gli confeziona un altro sfarzoso gioiellino pop a complemento delle sue non proprio eccelse doti vocali, Robbie torna sulle scene. Essere nella fortunata condizione di avere successo e notorietà senza dover rispettare grossi standard artistici gli consente, anche questa volta, di presentare la solita sfornata di brani radiofonici: la saltellante “tripping”, l’evanescente “advertising spaces”, il lento che i fans aspettano ad ogni giro o il richiamino synth-pop di “sin sin sin”... che non lo si accusi di snobbare il revival anni 80 che tanto imperversa oggigiorno. E una volta compiuto il proprio dovere può finalmente mostrarci il suo lato più adult-oriented... perchè non dimentichiamocelo, a trentun’anni suonati il buon Robbie cela sotto quel suo continuo buffoneggiare un occhio amaro e rassegnato con cui scruta il mondo. Un bagaglio di esperienze di vita (tra cui alcolismo e tossicodipendenze, durate quel tanto che basta per fare curriculum) che riversa sottoforma di (auto-lodati) testi in una serie di pezzi dominati dalle chitarre, come se bastassero i suoni rock a dargli dignità.
Stefen Duffy conosce a menadito il manuale della perfetta canzone pop-rock, su questo non vi è dubbio: “your gay friend” o “ghost” dimostrano come sappia attingere dalle vecchie glorie come dalle più recenti tendenze (ma “Spread your Wings”, che inizia così similmente a “girlfriend in a coma” degli smiths è un sacrilegio che ho gradito poco), ma difetta di quel quid che Chambers sapeva apporre alle sue produzioni. Il risultato sono queste impeccabilmente prodotte, poco entusiasmanti dodici tracce...
“Intensive Care” viene annunciato come il disco del cambiamento, della svolta stilitstica di Robbie Williams, o per dirla in altre parole: è cambiato il musicista che compone per lui... ma lui lo dichiara spavaldamente, con quell’ incredibile faccia di tolla che è il suo vero, unico, grande talento. Tale da risultare alla fine, ecco il perchè della mia battuata iniziale, perfino simpatico.

slovo

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Fly
Di Namor (del 19/10/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 5759 volte)
Artista
Zucchero
Titolo
Fly
Anno
2006
Label
polydor/Universal
Label
Polydor

Fly”, il nuovissimo album di Zucchero nasce sotto la sapiente regia di Don Wass, produttore leggendario che vanta collaborazioni con artisti del calibro dei Rolling Stones, Bob Dylan e tanti altri big internazionali della musica. Zucchero e Wass, sono partiti con una idea ben precisa, creare un “bel” disco, come quelli di una volta, con un suono che torni alle origini della buona musica, preferendo il feeling alla tecnica. Un progetto lodevole, che ha visto mettere da parte finalmente l’elettronica, niente Pro Tools, sequencer o batterie elettroniche, riesumando per l’occasione strumenti come l’Hammond (che io adoro) e il Mellotron, il tutto a beneficio del cd, che risulta musicalmente molto curato, con suoni caldi, analogici e molto più essenziali del solito. Il produttore americano per realizzare tutto ciò ha chiamato per suonare con Sugar, session man straordinari come il vecchio Brian Auger alle tastiere, Pino Palladino al basso, Micheal Landau alla chitarra, e Amir Questlove Thompson (batterista dei Roots). L’album é composto da 11 pezzi inediti, realizzando tra questi sette ballate, il punto forte del disco, a cominciare da “Occhi” romantica ode rivolta alla bellezza della donna che incanta. “Quanti anni ho” é dedicata a suo figlio Blu, un pezzo carico di nostalgia per la perdita dei “valori”, quell’integrità morale che col passare del tempo si è smarrita. “E’delicato” é un inno all’amore assoluto, nel quale s’affaccia la vena poetica di un grande autore come Ivano Fossati. Nel brano “L’amore è nell’aria” si denota una buona fusione fra testo e un sound doc. Su tutte svetta l’intensa e toccante “Let it Shine” dedicata a New Orleans, dopo la tragedia, devastata dal passaggio dell’uragano Katrina. In “Troppa Fedeltà” Zucchero è stato musicalmente l’assoluto protagonista, avendo suonato da solo tutti gli strumenti, chitarra, basso, organo e batteria, mentre per il testo ha condiviso l’esperienza insieme ad un altro big nostrano, Jovanotti, il quale accettò la proposta di Fornaciari, durante una sua visita in studio dove si recò per conoscere Don Wass. A chiudere le ballate troviamo “E di Grazia Plena” bellissima da ascoltare e riascoltare! Per quanto riguarda i pezzi più energici, “Pronto” è indubbiamente la più accattivante, normale routine per i brani “Un Kilo”e “Bacco Perbacco”. Concludo, affermando invece che “Cuba Libre” è l’unico vero tallone d’Achille del cd, il ritornello della lasagna é davvero indigesto! Ad ogni modo reputo “Fly” il miglior prodotto italiano del 2006, complimenti Adelmo!

Namor

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Di Darth (del 18/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2207 volte)
Titolo originale
Va, vis et deviens
Produzione
Francia, Belgio, Israele, Italia, 2005
Regia
Radu Mihaileanu
Interpreti
Roni Hadar, Sirak M. Sabahat, Roschdy Zem, Yaël Abecassis
Durata
140 minuti

Radu Mihaileanu il pluripremiato regista del superbo “Train de vie”, dopo sette anni di assenza torna per raccontarci un nuovo viaggio: dopo quello intrapreso da tutti gli abitanti di uno shtetl dell’Europa dell’est con un finto treno di deportati verso la terra promessa; ci racconta il viaggio compiuto Schlomo, un piccolo etiope cristiano, che si finge ebreo per essere portato in Israele durante l’ “Operazione Mosè”. L’ ”Operazione Mosè” è un fatto storico realmente accaduto nel 1984, dove migliaia di ebrei etiopi (i Falasha), dopo un viaggio disumano attraverso la propria terra, raggiungono un campo profughi in Sudan e da li vengono trasportati in pullman fino a Tel Aviv in Israele. La madre cristiana di Schlomo (un bimbo di 9 anni) consegna il proprio figlio ad un’ ebrea in procinto di partire, in modo da salvarlo dalla fame e dalle malattie che stanno sterminando il popolo etiope. “Va, vis et deviens” (il titolo originale) è rappresentativo dell’evoluzione narrativa del film diviso in tre parti: subito si assiste alla partenza del piccolo Schlomo, disorientato, impaurito e frastornato giungere in Israele dove non conosce la lingua ed è tutto così diverso dal suo mondo; poi il bambino verrà adottato da una famiglia ebrea, ritroverà la voglia di ridere, di mangiare… e di vivere; ed infine Radu Mihaileanu ci mostrerà l’ingresso nell’età adulta di Schlomo: divenuto più “ebreo” di un vero ebreo (ma senza mai scordare le proprie origini), lo vedremo laurearsi in medicina ed entrare nell’associazione “Medici senza frontiere” ad operare in un Israele sempre in guerra. “Vai e vivrai” è davvero un film toccante (soprattutto la prima parte), realizzato sapientemente, e con una colonna sonora splendida firmata da Armand Amar, autore di numerosi pezzi di lirica ad enfatizzare i (numerosi) momenti drammatici. La differenza sostanziale tra “Train de vie” e “Vai e vivrai” è nell’approccio verso la storia: mentre nel primo veniva sdrammatizzata e ironizzata con battute e situazioni spassose anche nei momenti più intensi (sullo stile di Kusturica); in quest’ultimo, invece, viene caricata a dismisura di angoscia e disperazione, senza mai lasciarla andare ad un sorriso; perfino nell’ultimo fotogramma del film, dallo zoom sul lieto fine la camera allarga il campo a velare il gaio istante posizionandolo in un contesto di assoluto dolore.

Darth

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Di kiriku (del 17/10/2006 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1913 volte)
Titolo originale
C.R.A.Z.Y.
Produzione
Canada 2005
Regia
Jean-Marc Vallée
Interpreti
Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx, Pierre-Luc Brillant, Émile Vallée
Durata
125 min

Sempre più frequentemente nel cinema troviamo film che affrontano il tema dell’omosessualità. È solo un’operazione di mercato o forse qualcosa sta cambiando davvero? Sinceramente mi sembra che i pregiudizi, almeno per quanto riguarda l’Italia, verso chi ha orientamenti sessuali che si discostano dalla cosiddetta “normalità”, siano ancora tanti. Pellicole come queste sicuramente non risolvono i problemi ma almeno danno degli spunti di riflessione. Il regista “Jean-Marc Vallée” ci propone un film che altro non è che la storia di una famiglia comune alle prese con i soliti problemi, tra i quali quello anche dell’omosessualità di uno dei componenti. La vicenda si svolge in Canada tra gli anni ’60 e ’80, i protagonisti sono una madre, un padre e i loro cinque figli. L’attenzione è concentrata sui rapporti personali, sugli scontri e sulle rivalità dei cinque fratelli che nell’arco di venti anni avranno a che fare con la scuola, i primi amori,le canne, con la moda punk e dark, la musica dei Pink Floyd, di David Bowie e dei Rolling Stones. Ma sono i difficili rapporti tra il padre e il figlio omosessuale Zac ad essere al centro della vicenda, il primo farà fatica ad accettare la sessualità de figlio e il secondo cercherà di nascondere al genitore e in particolar modo a se stesso la propria diversità. Jean-Marc Vallée non cerca di dare soluzioni, non fa prediche, ci rende solo partecipi delle sofferenze e delle paure che lastricano la via che porta alla presa di coscienza della propria identità da parte del protagonista. Il film è bello, intenso e a volte ironico, ma non è un capolavoro. La pecca principale di questa pellicola è sicuramente la durata, si poteva, secondo me, eliminare almeno venti minuti rendendo il tutto un po’ più scorrevole. Ciao e buona visione a tutti!!!

 Kiriku

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Titolo originale
La gran aventura de Mortadelo y Filemón
Produzione
Spagna 2003
Regia
Reg: Javier Fesser.
Interpreti
Benito Pocino, Pepe Viyuela, Dominique Pinon, Paco Sagárzazu, María Isbert, Mariano Venancio, Janfri Topera, Berta Ojea
Durata
107 minuti

Forse quando ho visto questo film non ero dell’umore adatto. Forse quando non si è dell’umore adatto non bisognerebbe guardare film. Dico questo alla luce delle cose che ho letto su questo film rispetto a quelle che penso io. Mi sono addormentato cinque volte guardandolo e controllavo costantemente l’orologio dicendo: “adesso finirà spero… ormai manca poco… ma quanto dura?...”. Detto questo va aggiunto che il film è tratto da un fumetto di Francisco Ibanez dal titolo di “Mortadelo e Filemon”, personaggi nati nel 1958 e molto popolari in Spagna. Qui in chiave di lungometraggio che mantiene però tutte le caratteristiche di un cartoon (ma con attori veri) alla “Tom e Jerry” e “Willy il coyote” per intenderci. Pensate che nel paese iberico questo film ha incassato qualcosa come 22 milioni di euro e che in Italia è arrivato solamente quest’anno. Per quanto mi riguarda poteva anche non venire nel nostro paese, visto che l’ho trovato di una noia mortale. Sinceramente non so cosa consigliarvi, perché potrei non averlo capito io! Fate voi, ciao.

nilcoxp

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Di ninin (del 15/10/2006 @ 05:00:00, in cinema, linkato 2687 volte)
Titolo originale
Starsky & Hutch
Produzione
USA 2004
Regia
Todd Phillips
Interpreti
Ben Stiller ,Owen Wilson , Snoop Dogg, Vince Vaughn, Carmen Electra
Durata
101 minuti

Complimenti… pensavo che non sarebbero riusciti a trasmettere sullo schermo, le emozioni che provavo vedendo i mitici episodi di “Starsky & Hutch” in TV, ma Todd Phillips è riuscito ad emulare i due protagonisti dell’omonima e a raccontare come si sarebbero conosciuti i due poliziotti di Los Angeles. Qui si avvale del biondo Owen Wilson e del moro Ben Stiller, ormai due garanzie, che aggiungono quel tocco di ironia che non guasta mai. La coppia dicevamo… sono uno contrapposto all’altro, il classico poliziotto ligio al dovere e un po’ ‘sfigatello’, offuscato dal ricordo della madre, che è stata una grande detective ( Starsky ), e l’altro menefreghista, imbroglione e un po’ sopra le righe ( Hutch ). I due poliziotti, alla loro prima missione insieme, si imbatteranno in uno spacciatore di coca che ha trovato il modo, grazie ad una molecola trasformata, di rendere la ‘roba’ irriconoscibile all’olfatto dei cani poliziotto. S & H si renderanno artefici di inseguimenti a bordo della fiammante ‘Ford Gran Torino’ rossa ( spettacolare ) e si faranno aiutare dall’ informatore Huggy Bear per riuscire ad arrestare i narcotrafficanti. Fanno sorridere, a parte le battute degli agenti, i travestimenti inscenati da Starsky ed il tentativo del regista di adattare la pellicola ai tempi che furono: capelloni, pantaloni a zampa di elefante, sfida in discoteca stile anni 70, abbigliamento e automobili… tutto curato perfettamente. Poi non manca il lato debole dei due: le ragazze! Davvero esilarante un interrogatorio in uno spogliatoio di cheerleaders, nel quale i due agenti ponevano domande ad una ragazza, ma quando lei è rimasta come mamma l’ha fatta, i due, completamente inebetiti, facevano domande senza senso… Ciliegina sulla torta sono i due interpreti Paul Michael Glaser e David Soul, gli originali S & H delle 92 puntate della serie, che si vedono in una comparsata nella pellicola e che mi hanno fatto fare un tuffo nel passato. Questo film, nonostante non sia movimentato come la serie, lo trovo ben fatto e con la mitica sigla del telefilm a fare da sottofondo musicale. Sicuramente qualcuno dirà che non c’è storia, che non può competere con gli originali (che secondo me sono irripetibili!), però questo movie è stato fatto in maniera molto divertente e, a mio modesto parere, intelligente.

ninin

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Di gidibao (del 14/10/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 2751 volte)
Artista
Chieli Minucci
Titolo
Night Grooves
Anno
2003
Label
Shanachie

Chieli Minucci è un musicista che sposa il grande talento artistico con una personalissima tecnica interpretativa. Non a caso, è considerato dai professionisti del settore come uno tra i primi cinque chitarristi smooth jazz/fusion in attività. La sua bio vanta non solo una brillante e lunga carriera con gli Special EFX , gruppo formato nei primissimi anni '80 insieme al compianto percussionista George Jinda, ma anche numerose collaborazioni con artisti di grande levatura in ambienti jazz e non quali Dave Grusin, Mark Anthony, Celine Dion e Lionel Richie per citarne alcuni.
Night Grooves è il suo quinto lavoro individuale ed apre con una ispiratissima Kickin' It Hard eseguita in levare dialogando con le sax lines di David Mann ed il saltellante Grand Piano di Jay Rowe.
Il colore delle note in minore di Without You evoca pallide reminiscenze e rarefatte atmosfere malinconiche pari solo all'immergersi con la propria sfera percettiva in un dipinto di Jack Vettriano. Colori che hanno il sapore della libertà: infiniti spazi cromatici da esplorare passeggiando tra il funky-mood di una New Day ; oppure, nell'inseguire l'acrilico profumo di un lontano, gradevole ricordo ascoltando il groove vellutato di You're My Reason.
Se la qualità dell'impianto stereo lo permette, potrete letteralmente toccare con mano i corposi patterns delle percussioni di Phil Hamilton in una introspettiva e ben ricamata Nasir di Nuevo.
Buon ascolto,
Have fun!

gidibao

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Di slovo (del 13/10/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1667 volte)
Artista
Aphex Twin
Titolo
Selected Ambient Works 85-92
Anno
1993
Label
R&S RECORDS

Provate a visualizzare un viaggio in autostrada di notte, con poco traffico. Immaginate la stasi di un panorama prevalentemente nero spezzato solo della segnaletica illuminata dai fari, la progressiva dilatazione temporale, la sensazione di trovarsi leggermente spostati rispetto alla realtà... un’impressione assimilabile a quella provata mentre mi abbandonavo all’ascolto dell’album di Aphex Twin, il secondo per la precisione, considerato a larga maggioranza il suo capolavoro e uno dei precursori del genere techno ambient.
Cercando di limitarsi ad un analisi obiettiva, senza cadere nella logica delle implicazioni insulse del tipo: techno ambient = elettronica da discoteca = robaccia fatta dal computer (modo di ragionare ancora molto diffuso, purtroppo) ci si imbatte in una raffinata raccolta di strumentali, surreali, mesmerizzanti, a volte angoscianti ma tutti estremamente evocativi. I ritmi house vengono prolungati, resi ipnotici ed ossessivi, come solo un uso immaginifico della drum-machine può fare. Parallelamente viaggiano i suoni fluidi e rarefatti dei synth, nulla di invasivo o esuberante, principalmente tappeti armonici che vengono sostenuti per lunghe durate o semplici motivi, reiterati fino ad assumere valenze psichedeliche. Gli innesti rumoristici e gli effetti campionati vanno a completare questo suggestivo ed innovativo mix.
Spesso si è portati a pensare ai compositori di elettronica come musicisti dal retroterra povero; al contrario, anche in SAW emergono influenze più che dignitose, mi sono venuti subito in mente due possibili numi tutelari: per primi i Kraftwerk, da cui Aphex Twin impara l’importanza dell’elemento percussivo e la valorizzazione del minimalismo; e sicuramente i cosidetti corrieri cosmici, Klaus Schulze fra tutti, da cui eredita la capacità di condurre l’ascoltatore per viaggi interstellari o per profondità marine.
Ora, si potrebbe sollevare qualche perplessità se consideriamo veritiero il titolo dell’album... Aphex Twin, al secolo Richard D James, è nato nel 1971, avrebbe quindi iniziato a comporre almeno dall’ età di 14 anni! forse un po' giovane per aver già assimilato certe sconosciute avanguardie, ma questo non farebbe che confermare il suo indubbio talento. buon viaggio.

slovo

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Anche questo titolo ...
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