BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di slovo (del 26/05/2006 @ 05:01:05, in musica, linkato 924 volte)
Artista
David Bowie
Titolo
Outside
Anno
1995
Label
Arista/BMG

“outside” sarebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia; il condizionale è d’obbligo dato che al momento in cui scrivo (11 anni più tardi) un seguito non è stato né pubblicato né annunciato … probabilmente rimarrà un’opera incompiuta, quella che ogni curriculum che si rispetti deve annoverare.
Comunque sia questo disco rappresentava il ritorno da parte del duca bianco a quell’attitudine sperimentale che, alla fine degli anni ’70, lo portò a realizzare uno dei trittici più influenti della storia della musica, meglio noto come ‘trilogia berlinese’ (“low”, “heroes” e “lodger”).
Questa volta il progetto era ancora più ambizioso; Bowie, artista-a-tutto-tondo, lo concepì come una sintesi di musica, letteratura ed arti visive: i diari del detective Nathan Adler (qui impegnato ad investigare su un serial killer che scompone e riassembla i corpi delle vittime per farne opere d’arte) raccontati attraverso testi, stralci dattiloscritti e numerose immagini in digital-art presenti nel booklet del CD, che è da intendersi quindi come parte integrante dell’opera.
E poi c’è la musica…Bowie captò le onde della corrente cyberpunk e le infuse nel disco dando corpo alla sua idea di post-modernità, per farsi aiutare riunì gran parte di quell’ ensemble di musicisti che lo avevano accompagnato nel suo periodo più visionario riuscendo nuovamente ad innescare l’alchimia. L’uso dell’elettronica è massiccio, inevitabile dati gli intenti post-rock e il contesto letterario di quest’opera (un noir fantascientifico, alla fine) ma lungi dallo sfornare un pastiche tastieristico, Bowie mette saggiamente il produttore Brian Eno nella stanza dei bottoni: il risultato è una perfetta contaminazione. 14 brani (inframmezzati da 5 spoken-intro che illustrano i vari personaggi della vicenda) che spaziano dal synth-hardcore di “hello spaceboy” (in una versione ben più caustica di quella promozionale in duetto coi pet shop boys) ai suoni urban-tecno di “no control” e “outside”, fino a progredire nell’avanguardia di “the motel” o “a small plot of land”, tutti estremamente evocativi di uno scenario decadente: i luoghi in cui le indagini di Nathan Adler ci conducono, i livelli inferiori di una metropoli futuristica, i sobborghi di una visione pessimistica, disturbante, innaturale, in cui rimanere invischiati ma dalla cui asettica bellezza essere talvolta attratti.
L’ultima traccia, la ballad “stranger when we meet” è decisamente fuori contesto, ma è tutt’altro che un riempitivo. È il Bowie romantico e struggente, che scrive sotto dettatura di emozioni allo stato puro … saluta l’ascoltatore e lo ringrazia con questa perla per essere arrivato alla fine di un disco bello ma ostico, che necessita di ascolti ripetuti e dedizione per essere metabolizzato. Ma che poi ripaga con gli interessi.

slovo

 
Di Namor (del 25/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1227 volte)
Artista
Prince
Titolo
3121
Anno
2006
Label
UMG

Il folletto di Minneapolis debutta con il suo nuovo album “3121”, al primo posto nella hit dei più venduti in America. Non accadeva da 17 anni, per essere precisi dal 1989 con il cd “Batman” che fece da colonna sonora all’omonimo film diretto da Tim Burton. Al suo ascolto il cd risulta di gran lunga una delle sue migliori opere dell’ultimo decennio, si vede che l’ingaggio da parte della Motown, storica etichetta della musica black, l’ha aiutato a ritrovare la vena creativa. Non è più l’anarchico, insofferente alle grandi major, che si esibiva con la scritta sulla guancia “slave” (schiavo), e neanche il Don Chisciotte della discografia, che lo vide costretto, dopo aver sciolto il contratto con la sua vecchia casa discografica, a vendere i suoi nuovi album su internet. Il periodo buio del suo percorso artistico coincise con i problemi della sua vita privata, problema dovuto alla rara malattia del figlio, detta la “Sindrome di Pfeiffer”, che ha generato al bambino di poter respirare solo con l’aiuto di un ventilatore: tutto ciò incise non poco sulla qualità delle sue canzoni. Ma la rinascita è in arrivo, l’avventura con la Motown, la conversione ai Testimoni di Geova e i suoi spettacoli live con ricavi da 56 milioni di dollari, lo consacrano il “number one” della stagione 2004 negli Stati Uniti, e finalmente ritrova il giusto smalto di un tempo, come testimonia il suo nuovo lavoro. Entrando nel dettaglio: la traccia di apertura “3121” è un bel funky elettronico, cantato come solo lui sa fare, con i suoi caratteristici giochi di voce che, con nonostante il passare del tempo, è rimasta invariata; poi c'è “Lolita” dove troviamo molti effetti elettronici e poca chitarra; a seguire irrompe la sexy-latina “Te amo corazon”, titolo che ha fatto da apripista per l’uscita del disco; poi la mia preferita, “Black sweat”, un funk alla sua maniera… e non è poco! Degne di nota ci sono anche “Love”, batteria elettrica, gran basso, un ritmo da sballo; “Fury”, un pezzo che esalta le sue qualità di chitarrista; “Beautiful, loved & blessed”, in cui duetta con la sua nuova protetta Tamar: questo brano è scritto per lei, infatti sarà incluso nel suo album di esordio, prodotto dallo stesso Prince; infine vi cito “The dance”, archi, pianoforte, tromba swing e la sua voce, danno vita ha un mix di assoluta atmosfera; e l’ultima traccia “Get on the boat”, una jam session di puro funky-soul alla James Brown, con Maceo Parker al sax e Sheila E. alle percussioni. Un album che dissipa qualunque dubbio su chi è ancora il migliore interprete di questo genere musicale, dando torto ai critici che ultimamente lo davano per finito, Prince con “3121” ci dimostra che non è ancora arrivato il momento per il suo funerale artistico!

Namor

 
Di nilcoxp (del 22/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 3189 volte)
Artista
Mark Knopfler and Emmylou Harris
Titolo
All The Roadrunning
Anno
2006
Label
Warner

Provo sempre un piacere personale quando devo parlare di M.K., artista che seguo dai tempi dei Dire Straits. Un’artista che nel tempo è sempre rimasto fedele a se stesso e alla sua musica, maturando (non direi mai “invecchiando”) con essa. Il precedente lavoro era stata la raccolta “Private Investigation”, un doppio album di brani con e senza i Dire Straits, indubbiamente bello (i classici sono intramontabili), ma si trattava di musica già sentita. Personalmente preferisco sempre quando un artista crea qualcosa di nuovo, anche quando questo nuovo non gli riesce benissimo. E’ questo il caso di “All The Roadrunning”, un album che già dal titolo e dalla collaborazione con la cantante country Emmylou Harris (autrice anche di due canzoni), ci dice che cosa ci aspetta. Alle prime note della prima canzone “Beachcombing” però sembra di sentire il solito M.K., e solo l’entrata della voce di E.H. ci avverte che forse non sarà il solito disco. Questa sensazione però si riavverte anche in altre canzoni come “This is us”, “Donkey Town” e “All the roadrunning”. Invece in “Love and happiness” abbiamo il classico duetto country, e in “Belle Starr” giocano a fare Jesse James e la sua bella in una ballata western con chitarra slide, mentre in “Rollin’on” abbiamo la prova che gli stili musicali diversi possono convivere tranquillamente insieme, dato che unisce il country e il reggae. A conclusione del cd troviamo “If this is goodbye”, che possiamo definire uno sguardo speranzoso al futuro dopo la tragedia dell’ 11 settembre, ispirato da un articolo che il romanziere Ian McEwan scrisse all’epoca per il “Guardian”. Nell’insieme risulta un prodotto piacevole all’ascolto e non facilissimo da definire vista la mescolanza dei generi: country, folk, rock, blues e reggae. Le due voci comunque si sposano benissimo per un prodotto che risulta di qualità. Il mio consiglio è di ascoltarlo. Consiglio che do anche alle persone a cui non piace il country, viste le influenze di stili diversi che ci affluiscono… potreste rimanere piacevolmente sorpresi!

nilcoxp

 
Di lele (del 13/05/2006 @ 05:01:00, in musica, linkato 959 volte)
Artista
The Smiths
Titolo
Strangeways, Here We Come
Anno
1987
Label
Warner Bros/Wea

A chi come me ha amato gli Smiths ed è cresciuto a modo suo con i loro albums (e le copertine, le t-shirt, i libri etc) ascoltare “Strangeways here we come” dà sempre una mazzata al cuore. Si, perché dal primo all’ultimo brano rappresenta l’uscita di scena di uno dei più importanti gruppi del globo da cui moltissimi hanno attinto e si sono ispirati. Ma quello che più fa male è sapere che mai più nascerà una band come gli Smiths ... Morrissey da solista non si è comportato male per niente, Johnny Marr con le collaborazioni in alcuni album di Talking Heads, Brian Ferry, The The e la formazione degli Electronic con Bernard Summer dei Joy Division/New Order neppure, ma gli Smiths erano tutta un’altra cosa. Quasi tutti i critici hanno sempre messo in primo piano “The Queen is Dead” definendolo l’album più bello della band; io una volta tanto voglio spezzare una lancia a favore di ‘strangeways’ perché secondo il mio umile giudizio è il disco più completo, perfetto, emozionante degli Smiths a partire dalla prima traccia “a rush and a push and the land is ours”, passando per “girlfriend in a coma” e “last night I dreamt that somebody loved me” (mio pezzo preferito in assoluto del gruppo. un CAPOLAVORO oserei dire) fino ad arrivare a “unhappy birthday” e alla conclusiva e malinconica “I won’t share you”. Mi vengono i brividi solo a citarli … sono proprio un vecchio fan e tra poco me lo ascolterò per la milionesima volta. Sono passati quasi vent’anni ma la voglia di rispolverare certi dischi non passa mai, anzi ancora oggi a 38 anni mi ritrovo in camera mia ad emozionarmi ammirando le vecchie cover dei vinili degli Smiths che sono sempre stupende. L’unica cosa che rimprovero a Morrissey e soci è aver fatto un pezzo come “ask”, che a loro ha dato si molta fortuna ma che a me ha fatto invece molto incazzare. Però con quello che ci hanno lasciato possiamo anche passarci sopra. Tanto per ricordare la loro eredità voglio menzionare “reel around the fountain”, “still ill”, “what difference does it make”, “how soon is now”, “handsome devil”, “I want the one I can’t have”, “well I wonder”...devo continuare?? Meglio di no, mi ci vorrebbe un’oretta buona.
Di una cosa sono molto felice: Morrissey in una sua recente intervista ad una rivista di musica ha dichiarato che “Strangeways here we come” è sempre stato il suo album preferito…perciò fanculo a tutti i critici sempre schierati per “the Queen is Dead” che è senza dubbi stupendo come i precedenti, ma ‘strangeways’ … buon ascolto!!

lele

 
Di slovo (del 05/05/2006 @ 05:06:15, in musica, linkato 934 volte)
Artista
U2
Titolo
How to Dismantle an Atomic Bomb
Anno
2004
Label
Island/Universal

Qualche giorno prima della release mondiale di questo album, Bono facendosi portavoce del gruppo dichiarava alla stampa musicale una sorta di patto non scritto con i fans che suonava pressapoco così: “loro comprano gli album degli U2 e in cambio noi non facciamo dischi di merda”.
Smargiassate da rockstar a parte, resterebbe da stabilire cosa sia merda e cosa no. Se per merda si intende tutto ciò che fa storcere il naso al fan degli U2 più tradizionalista, allora “How to Dismantle an Atomic Bomb” conferma in toto le promesse del vocalist ... è palese l’intenzione di procedere sulla falsariga del penultimo “all that you can’t leave behind” (2000) anche se sarebbe più veritiero parlare (in entrambi i casi) di ritorno alle origini; le contaminazioni tecno-rock di “zooropa” (1993) e “pop” (1997) avevano lasciato l’amaro in bocca a più di un affezionato ... sarà sembrato loro più saggio tornare a fare quello che sanno fare meglio: pop-rock appassionato e (soprattutto) scala-classifiche. Effettivamente la band confeziona qualche brano notevole: ”vertigo” su tutte, dal tiro irresistibile, “miracle drug” e “city of blinding lights” in cui si rivivono i fasti del periodo “joshua tree” (1987), e “love and peace or else” riminiscente del rock-blues di “rattle and hum” (1988) ... ma è un po’ poco per chiudere in positivo il bilancio di un album, soprattutto quando il resto è decisamente trascurabile: “all because of you” ad esempio, un immonda riscaldatura di manierismi o “yahweh” che passa senza lasciare traccia, né di sé, né della manciata di canzoni che la precedono.
Il peggior difetto (o il maggior pregio potrebbero ribattere alcuni) di HtDaAB è il suo essere essenzialmente una summa del percorso già battuto dalla band: probabilmente graditissimo ai fans di vecchia data, potrebbe risultare stantio e poco stimolante a chi, come me, aveva visto nelle sperimentazioni degli anni ’90 un tentativo di non ripetersi e oltrepassare un sound divenuto marchio di fabbrica, attitudine che differenzia l’artista ispirato dal semplice mestierante.

slovo

 
Di Namor (del 04/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 809 volte)
Artista
David Gilmour
Titolo
On an island
Anno
2006
Label
Capitol

Al compimento dei suoi 60 anni David Gilmour si regala l’uscita del suo ultimo lavoro da solista, non una coincidenza ma una scelta voluta, come quella di dire addio definitivamente ai Pink Floyd, dato che, dopo la riunione del live 8 si parlava di un loro probabile rientro nella scena musicale niente di meno che con il loro amico-nemico Roger Waters. Ma non è così, il vecchio leone non ha più voglia di sentire la pressione di tour impegnativi e le aspettative di un pubblico abituato ad essere molto esigente con la sua vecchia band. Il titolo del cd che ha influenzato fortemente le sonorità, è tratto dall’isola di Costellorizio situata tra la Grecia e la Turchia dove, in un suo soggiorno con amici, Gilmour dice di aver trovato la giusta ispirazione per scrivere “On an island”. I musicisti che collaborano con lui sono: Phill manzanera, Robert Wyatt, Rick Wright, Graham Nash, David Crosby e, autrice di molti dei testi dell’album, la moglie Polly. Da questo connubio nasce un cd molto intimista e personale, infatti molti dei pezzi sono stati registrati in casa di Gilmour stesso, suonando da solo molti strumenti come ad esempio il sassofono che si ascolterà nella quinta traccia “Red sky at night”. Il pezzo di apertura “Castellorizon” (che prende il nome dell’isola) è completamente strumentale dove David con un bellissimo assolo finale ci da un assaggio di quello che ci attende; segue senza stacco il brano che da il titolo all’album accompagnato dai cori di due super ospiti: Nash e Crosby i maestri della west coast, a mio parere uno dei più belli. Nel brano “The Blue” a cantare insieme a Gilmour è Rick Wright: la seconda voce e tastierista dei Pink Floyd; la quarta traccia è “Take a breath” pezzo che, dal sound metallico della sua Gibson, si intuisce che è la più rockettara dell’album; altro brano degno di nota con incursione nel mondo blues (vecchia maniera) è il rock-blues dal titolo “This heaven”. I restanti pezzi non sono da meno, la sognante “Then in my close” e la ballata finale che chiude l’album “Where we start”. La vena Floyd è presente (sfido, è stata la voce e chitarra della band) ma questo non deve e non può sovrastare il vecchio leone che, con la sua voce cristallina ed i suoi virtuosismi alla chitarra (dettati da un tocco di corde che lo ha reso unico), ci ricorda che lui e il grande David Gilmour. “On an island” non è il classico album da colpo di fulmine anzi, ai primi ascolti può risultare addirittura noioso, a tal punto da riporlo nella sua custodia ed esclamare soldi buttati… per quanto mi riguarda la prima volta che l’ho messo nel mio lettore per ascoltarlo mi sono addormentato sul divano!!! Mi sono detto, ma come è possibile che Gilmour abbia realizzato una cosa del genere? Ma sbagliavo…ho caricato il mio mp3 e, con l’ascolto prolungato, l’ ho apprezzato sempre di più, quindi insistete e vedrete che l’album non sfigurerà nella vostra raccolta di cd musicali.

Namor

 
Di kiriku (del 02/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 886 volte)
Artista
Fela Kuti
Titolo
The best of the black president
Anno
1999

Questa è un album che tenta di raccogliere il meglio di Fela Kuti, un artista che ha prodotto più o meno settanta album e che si può tranquillamente definire il più grande musicista africano di sempre. Tutte le forme di musica nera contemporanea, dal funk all’elettronica, hanno attinto e attingono dalla sua musica. Ma oltre ad essere stato un grande musicista è anche ricordato come uno dei personaggi che ha combattuto contro la corruzione e la dittatura del suo paese. Non era ben visto dal regime autoritario nigeriano, non solo per il suo impegno politico, ma anche per le sue dichiarazioni sul sesso, sull’uso delle droghe e sulla religione. Fu arrestato più volte e torturato per le sue idee, fondò una comune che chiamò Kalakuta, che venne chiusa in seguito dall’esercito con la violenza (in quella occasione gli uccisero la madre e lo picchiarono a sangue). Anni più tardi formò anche un movimento politico, MOP (Moviment of the People ), che non ebbe successo per le repressioni subite dal governo del suo paese. Tutte queste esperienze e tante altre le ritroviamo nella sua musica e in parte in questa raccolta dove si ha la possibilità di ascoltare il suo stile innovativo che mette insieme il jazz, il soul ed il funk; dando vita a una forma musicale a cui viene dato il nome di afro-beat. Ascoltando questo cd non si può non essere travolti dal ritmo che a volte diventa ossessivo, quasi visionario, ma che allo stesso tempo è pregno di sensualità e rabbia. I suoni sono quelli dell’africa più nera e primitiva che ritrovano nuova vita nel genio di Fela Kuti, che, con la sua arte, riesce a dare voce al popolo africano che lotta per la propria libertà. Il suo funerale (avvenuto nel 1997), al quale hanno partecipato un milione di persone, è una dimostrazione di quanto il musicista abbia saputo incarnare i bisogni e le speranze della sua gente. Questo doppio cd anche se non è in grado di racchiudere tutto il suo percorso musicale, ci dà comunque l’occasione di ascoltare due ore di ottima musica che ci fanno comprendere la grandezza di questo artista. Volendo esiste anche un video documentario sulla sua vita che si intitola Music is the weapon, che consiglio di vedere perché all’interno sono contenute delle interviste che ci danno la possibilità di conoscere meglio colui che si faceva chiamare il presidente nero. Non mi rimane che augurarvi un buono ascolto!

Kiriku

 
Di lele (del 29/04/2006 @ 06:07:50, in musica, linkato 748 volte)
Artista
The Dresden Dolls
Titolo
Yes, Virginia
Anno
2006
Label
Roadrunner Records

I Dresden Dolls sono solo in due: Amanda Palmer e Brian Viglione, ma hanno la potenza di una band intera. Lei canta e suona il piano come un’ossessa, lui truccato da clown pesta la batteria così forte e così perfettamente che tu spettatore/ascoltatore rimani lì imbambolato e non sai più chi dei due guardare. Dal vivo sono davvero spettacolari, la mancanza del basso e della chitarra elettrica passa in secondo piano perché i due riescono a riempire tutti gli spazi sia con lo show che con la musica, che è stata definita cabaret-punk. In effetti prendono molto spunto dal cabaret tedesco degli anni ’20 mescolando poi parti jazz e punk.
Il loro primo disco è di due anni fa e appena l’ho sentito mi ha veramente messo bene, sia l’ascolto dei pezzi che l’odore di novità che stavano portando nella puzza di miseria melodica dei gruppetti che senti e vedi in giro ultimamente. Adesso è uscito il secondo album ed è bello ed entusiasmante quanto il primo, meno malinconico e ancora un po’ più punk. Qui forse manca un pezzo come “coin-operated boy” che li ha fatti conoscere al pubblico dando loro una bella dose di fortuna, persino mia figlia di tre anni quando passa questa canzone si riempie di felicità e la canticchia a modo suo. I Dresden Dolls mettono proprio d’accordo grandi e piccoli, però italiani o che non capiscono l’inglese … infatti certi testi dell’ultimo lavoro non sono propriamente adatti alle famiglie e la censura, specie in USA, è già in agguato su canzoni come “first orgasm” e altre. Amanda Palmer ha un carisma veramente particolare e una voce caldissima, in certi pezzi mi ricorda Siouxie dei primi periodi: quelli di “Icon” o “Join hands”, in certi altri ricorda Tori Amos. Di una donna così ci si innamora comunque subito, nonostante lei dica di depilarsi ascelle e gambe e di truccarsi solo quando le viene voglia. Al posto delle sopraciglia ha due splendidi tatuaggi (da lì si può capire quanto possa essere pigra sul make-up) e i vari completini e reggicalze che usa sul palco la rendono davvero affascinante.
Insomma riesco solo a dire bene di questo duo di Boston e di consigliarne l’ascolto e la visione a tutti. Per chi non riuscirà a vederli dal vivo c’è uno splendido dvd che si intitola “Paradise”.

lele

 
Di slovo (del 28/04/2006 @ 06:05:00, in musica, linkato 1493 volte)
Artista
The Sound
Titolo
Jeopardy
Anno
1980
Label
Korova

può succedere … che talento e capacità non vengano riconosciuti dal grande pubblico, succede che carriere più che dignitose passino così, come un suono coperto dal boato ... al suono dei The Sound (perdonatemi il gioco di parole) per qualche incomprensibile ragione è toccata questa sorte. Ancora più incomprensibile se si considera questo ottimo debutto datato 1980.
Stilisticamente parlando, “Jeopardy” segue l’onda del post-punk inglese dell’epoca, con la tipica dorsale cupa ed ombrosa che attraversa tutto il disco, dai momenti più energici (“heartland”, “heyday”) a quelli più introspettivi (“desire”). La (sotto)produzione, conseguenza di un budget limitato, è scarna ed essenziale … niente di meglio per mettere in risalto le particolarità dei singoli membri. Adrian Borland (chitarra e voce) non è ciò che si può definire un virtuoso ma non importa, il suo cantato viscerale, a volte disperato (“missiles” è un pugno allo stomaco) serve allo scopo: farci scivolare dentro i meandri di una mente sofferente, così freddamente analizzata dai suoi testi (“left all alone, I'm with the one I most fear” / “lasciato solo, sto con colui che temo di più”). L’uomo dietro ai synth è Bi Marshall, (in “words fail me” anche al sax) i suoni che escono dalle sue macchine sono algidi, asettici come bisturi che sembrano sondarci l’anima … riempiono spazi con interventi minimali, autoeleggendosi a componenti insostituibili della pasta del gruppo (si pensi a cosa sarebbe la bellissima “unwritten law” senza quel semplicissimo accompagnamento di tastiere).
La qualità dei brani si mantiene alta praticamente per tutto il disco, con qualche impercettibile caduta di tono, del resto inevitabile. “Jeopardy” è un capolavoro di consapevole pessimismo, la psicoanalisi di uno svantaggio terminale, il riuscito affresco delle sponde oscure … presenti, ineluttabili, affascinanti.

slovo

 
Di kiriku (del 25/04/2006 @ 00:02:59, in musica, linkato 794 volte)
Artista
Monty Alexander
Titolo
Stir it up
Anno
1999

La prima volta che ho ascoltato questo cd erano le tre del mattino e mi trovavo in un locale dove sono solite ritrovarsi tutte quelle persone che non hanno voglia di tornare a casa. Ero gia alla quarta birra e, avvolto dal fumo delle sigarette e dalle grida di improbabili giocatori di freccette, mi accingevo ad ordinare la quinta. Ed è proprio in quel momento che la proprietaria inserì il cd “ Stir it up” di Monty Alexander. Devo ammettere che non avevo mai sentito nominare questo pianista e sinceramente un po’ me ne vergogno, visto che ha suonato con gente del calibro di Dizzy Gillespie, Clark Terry, Sonny Rollins e Quincy Jones oltre ad avere realizzato una cinquanta di album tra i quali appunto “Stir it up” inciso nel 1999. In questo album l’artista si mette alla prova, proponendo le canzoni rese immortali da Bob Marley come ad esempio, “Is this love?”, “I shot the sheriff”, “No woman no cry” e altre (in tutto dodici). Devo dire che Monty Alexander è riuscito ad interpretare i brani dell’artista giamaicano in maniera davvero originale, fondendo insieme la musica reggae con quella jazz, contribuendo così a rendere ancora più grande il mito. Il fatto che lui stesso sia giamaicano e che sia anche un grande conoscitore dei suoni della sua terra lo hanno sicuramente aiutato a produrre un’opera piacevole fin dal primo ascolto senza per questo perdere lo spessore di un prodotto importante. Ascoltando questo album ci si rende conto che l’artista non si è risparmiato, ha interpretato canzoni come "Jamming", "Could you be loved" alla pari degli standard più classici, riconoscendo così a Bob Marley di essere stato uno dei musicisti più importanti del secolo. Insomma una raccolta che vale la pena comprare, soprattutto perché ci dà la possibilità di avvicinarci ad un genere musicale, il jazz, che non sempre è così immediato e di facile comprensione. Così quella sera prima di tornare a casa ho passato ancora settanta minuti ad ascoltare questo piccolo capolavoro e a bere birra, tanta quanta ce ne sta in un cd.

kiriku

 
Di nilcoxp (del 24/04/2006 @ 04:05:06, in musica, linkato 1805 volte)
Artista
Vinicio Capossela
Titolo
Ovunque Proteggi
Anno
2006
Label
Wea

Parlare di Vinicio Capossela non è facile. Come condensare in poche righe un lavoro così intenso come quest’ultimo suo album? Non è facile. Potrei parlarvi per cominciare delle collaborazioni importanti: Mario Brunello (violoncello), Roy Paci (tromba), Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni (piano), Ares Tavolazzi (contrabbasso), Gak Sato (all’elettronica). Potrei parlarvi dei testi: complicati e mai ovvi, pregni di un misticismo continuamente bilanciato da altrettanta materialità. Potrei parlarvi della musica: tanti stili diversi piegati alle esigenze dell’autore, il quale non volendosi sedere sugli allori del precedente album (“Canzoni a manovella”) ha continuato nella sua ricerca e rischiosa sperimentazione. Potrei dirvi quindi che ne è uscito un album diviso sostanzialmente in due parti: a una prima scoppiettante ed energica ne segue una seconda calma e riflessiva (ma è vero anche il contrario: a una prima scoppiettante e riflessiva ne segue una seconda calma ed energica). Potrei menzionarvi qualche titolo, e dirvi che non tutte le canzoni sono "all'altezza", ma preferirei foste voi a scoprirlo. Potrei enunciarvi ancora tante cose, ma la sostanza non cambierebbe. Questo è un album della follia, equilibrata nella qualità. E’ da ascoltare, ma soprattutto da vedere, perché si può considerare un album “coreografico” e “teatrale”. Capossela visto una volta in concerto lo si comprende molto di più che dal solo ascolto dei suoi brani, e se poi a qualcuno non dovesse piacere… Pazienza! A me è piaciuto molto.

nilcoxp

 
Di slovo (del 22/04/2006 @ 08:40:39, in musica, linkato 1016 volte)
Artista
Tears for Fears
Titolo
Raoul and the Kings of Spain
Anno
1995
Label
epic/Sony Music

Quinto album di inediti nella discografia dei Tears for Fears, il secondo dopo la dipartita del co-fondatore Curt Smith. In effetti sarebbe più corretto pensarlo come il secondo lavoro solista di Roland Orzabal, rimasto unico detentore del marchio TFF. Questi scelse il chitarrista Alan Griffiths come partner musicale (co-autore e produttore), con l’intento di trasferire un sound più rock nel nuovo disco, sperando forse che un rinnovamento stilistico gli evitasse le sorti delle molte formazioni new-wave anni ’80 affossate dalle nuove tendenze.
“Raoul and the Kings of Spain” (questo misterioso titolo dovrebbe richiamare un tema conduttore di ispirazione ‘iberica’ che però si palesa solo episodicamente negli arrangiamenti, nei testi o al limite nell’ artwork del cd) è un lavoro con molte buone intuizioni ma non del tutto riuscito, dai toni pessimistici e rassegnati, caratterizzato dall’accostamento di meri riempitivi (“don’t drink the water”, “sorry”) a vere e proprie punte di eccellenza nel repertorio TFF. Le troviamo nei momenti di più ampio respiro: la ballad “secrets” dal perfetto arrangiamento e voce in splendida forma, “sketches of pain” costruita su raffinati intrecci di chitarra acustica e innesti flamenco, la splendida “me and my great ideas” (in duetto con la vocalist Oleta Adams) o nella title-track, che apre il disco a colpi di power-chords, quasi a dichiarare gli intenti rock di cui si parlava prima. In mezzo a questi estremi troviamo brani di media caratura che lasciano intuire la direzione intrapresa da Orzabal … assieme al dubbio se sia davvero arrivato da qualche parte: “los reyes catolicos”, “falling down”, “humdrum and humble”…
Purtroppo il disco passò mediaticamente inosservato (rimanendo ad oggi il loro disco meno noto)... questo, unito allo scarso riscontro commerciale, suggerì che era arrivato il tempo per i TFF di ritirarsi elegantemente dalla scena. cosa che in effetti avvenne, prima dell’improbabile reunion del 2004. E’ tuttavia un album da riscoprire, se non altro da parte degli amanti del pop d’autore intelligente e non banale, di cui tanto difetta la scena musicale, oggi come allora.

slovo

 
Di lele (del 15/04/2006 @ 08:10:14, in musica, linkato 2302 volte)
Artista
Diaframma
Titolo
Siberia
Anno
1985
Label
IRA Records

Perché non moltissimi conoscono i Diaframma? gruppo di Firenze degli anni ‘80 contemporanei dei più famosi Litfiba? Semplice: perché Federico Fiumani per scelta non ha mai venduto l’anima al diavolo. Diavolo inteso come canzoncina commerciale. Lui ha sempre voluto procedere sulla sua linea mirata di musica per pochi ma non per tutti, e da parte nostra ci viene solo da essergli tanto grati.
Partecipare ai concerti, quasi mai affollati, dei Diaframma ti faceva sentire come un eletto. Sapere che i tuoi coetanei cantavano e ballavano magari pezzi come ‘siamo i ragazzi di oggi’ (“terra promessa” di eros ramazzotti) e tu eri lì a goderti “Siberia” o “Amsterdam” o “Delorenzo” ti faceva crescere in maniera diversa. Si, perché la poesia di Fiumani era sicuramente una bellissima medicina nei periodi bui e non a caso l’album “Siberia” rimane una pietra miliare fra i dischi italiani, uno dei dischi new wave più belli ed importanti che ci siano. Chi non lo conosce dovrebbe almeno ascoltarlo una volta, anche perché ha esercitato una enorme influenza su tutte le generazioni a venire. L’album suona molto freddo e cupo, e come dice il titolo stesso: “Siberia”, evoca il ghiaccio. Con canzoni-inno come “neogrigio”, “impronte”, “specchi d’acqua”, i Diaframma si apprestavano ad entrare nella storia della musica rock d’autore. Con questo primo album ricco di momenti di un intensità e bellezza tali da rimanere per sempre nei pensieri di tutti noi … che in quegli anni c’eravamo.

lele

 
Di slovo (del 14/04/2006 @ 07:58:49, in musica, linkato 664 volte)
Artista
David Sylvian & Robert Fripp
Titolo
The First Day
Anno
1993
Label
Virgin

Sin dagli inizi della sua carriera solista, David Sylvian ha impostato il suo percorso artistico sul terreno della sperimentazione, avvelendosi di volta in volta dei collaboratori più eclettici della scena. Robert Fripp, chitarrista più che mai avulso da catalogazione ha sempre mostrato, quando l’entità King Crimson (il “suo” gruppo) è assopita, una benevola propensione alle comunioni artistiche con i colleghi più progrediti (da Brian Eno a Peter Hamill, da David Bowie a Peter Gabriel) ... le basi per un matrimonio scintillante c’erano tutte, infatti a onor del vero il chitarrista inglese aveva già impresso la sua funambolica chitarra sulle tracce di “Gone to Earth” (1986) di Sylvian, ma è con questo “the First Day” che l’accoppiata si trova in perfetta sintonia, dando vita ad un raro caso di fusione riuscita tra pop e progressive (e altroché se questo connubio è già stato tentato, spesso con risultati deludenti).
Una solida sezione ritmica (che vede il virtuoso bassista Trey Gunn) costruisce la struttura portante su cui giocano i due amici. La voce di Sylvian, calda ed avvolgente, si impone con la solita classe senza mai perdere posatezza, insinuandosi fra la fitta rete di chitarre di Fripp, a cui è affidata tutta la parte musicale. La sua chitarra ultra-effettata è ormai dotata di tutte le mosse, all’occorrenza fornisce ritmiche funkeggianti come in “god’s monkey”, sciabolate distorte (“Brightness Falls”), o scale disarmoniche in “Jean the Birdman”. Ad alcuni brani vengono concesse lunghissime code, e sul groove di un giro di basso, nascono assoli la cui apparente semplicità sfocia presto nella psichedelica pura, e lasciatemelo dire: adoro l’idea che un uomo capace di diteggiare a velocità sbalorditive si diverta a sostenere una manciata di note … “Bringing Down the Light” chiude il disco; è il momento più ‘ambient’ dove Fripp, lasciato solo con i suoi soundscapes [il suono della chitarra, effettato fino a sembrare un synth, viene campionato e riverberato per formare un tappeto sonoro] ci fa naufragare in un arabesco di suoni di grande effetto. Un lavoro eccellente ma di non facilissimo ascolto, le connotazioni non-radiofoniche (in primis la durata) dei brani potrebbero smarrire l’ascoltatore poco allenato; semaforo verde invece agli affezionati di Sylvian e della più recente fase dei King Crimson.

slovo

 
Di lele (del 08/04/2006 @ 08:22:06, in musica, linkato 800 volte)
Artista
Placebo
Titolo
Meds
Anno
2006
Label
Astralwerks/Emd

Finalmente riecco i Placebo al loro quinto lavoro. E che lavoro!! Forse sono di parte, ma i Placebo o si amano o si odiano, come tutti i grandi gruppi che si rispettano. Ancora una volta quella malinconia aggressiva fa da padrona in tutto l’album; la potenza devastante di “infra-red” quasi ti fa ballare steso sul tuo divano, dove un attimo dopo sei lì a pensare e a goderti una ballata ‘modello Molko’, splendida, come “Follow the cops back home”. Ancora una volta poi ospiti di riguardo … chissà come mai questa gente così stravagante accetta volentieri di partecipare ai dischi dei tre … fatto sta che pezzi come “Broken Promise” con Michael Stipe rimarranno sicuramente nella storia per gli amanti del genere. quanti dimenticheranno “Whithout you I’m nothing” con David Bowie? Oppure la cover di “where is my mind” con F. Bleck dei Pixies? Io da buon sognatore mi auguro che nel prossimo disco ci possa essere un duetto con Morrisey, ma nel frattempo mi godo “Meds” che scivola via meravigliosamente brano dopo brano, passando energicamente da “Because I want you”, esempio di rock robustissimo, alla stravolgente “Blind” e a seguire, la dolcezza inquietante di “Pierrot the Clown” che nel buio della stanza ti sembra d’intravedere con il lacrimone nero sulla guancia. A tutti gli amanti degli U2 “Song to say goodbye” può forse ricordare “New Year’s Day” ma poco importa, anzi certi spunti musicali fanno bene se presi per il benessere del nostro udito. E allora ancora una volta grazie ai Placebo e auguri a Brian Molko che è pure diventato papà e magari nel seguente album ce lo farà notare, perché sicuramente avrà acquisito quella creatività paterna in più che non guasta mai.

lele

 
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