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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Namor (del 25/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1238 volte)
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Artista
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Prince
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Titolo
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3121
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Anno
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2006
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Label
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UMG
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Il folletto di Minneapolis debutta con il suo nuovo album “3121”, al primo posto nella hit dei più venduti in America. Non accadeva da 17 anni, per essere precisi dal 1989 con il cd “Batman” che fece da colonna sonora all’omonimo film diretto da Tim Burton. Al suo ascolto il cd risulta di gran lunga una delle sue migliori opere dell’ultimo decennio, si vede che l’ingaggio da parte della Motown, storica etichetta della musica black, l’ha aiutato a ritrovare la vena creativa. Non è più l’anarchico, insofferente alle grandi major, che si esibiva con la scritta sulla guancia “slave” (schiavo), e neanche il Don Chisciotte della discografia, che lo vide costretto, dopo aver sciolto il contratto con la sua vecchia casa discografica, a vendere i suoi nuovi album su internet. Il periodo buio del suo percorso artistico coincise con i problemi della sua vita privata, problema dovuto alla rara malattia del figlio, detta la “Sindrome di Pfeiffer”, che ha generato al bambino di poter respirare solo con l’aiuto di un ventilatore: tutto ciò incise non poco sulla qualità delle sue canzoni. Ma la rinascita è in arrivo, l’avventura con la Motown, la conversione ai Testimoni di Geova e i suoi spettacoli live con ricavi da 56 milioni di dollari, lo consacrano il “number one” della stagione 2004 negli Stati Uniti, e finalmente ritrova il giusto smalto di un tempo, come testimonia il suo nuovo lavoro. Entrando nel dettaglio: la traccia di apertura “3121” è un bel funky elettronico, cantato come solo lui sa fare, con i suoi caratteristici giochi di voce che, con nonostante il passare del tempo, è rimasta invariata; poi c'è “Lolita” dove troviamo molti effetti elettronici e poca chitarra; a seguire irrompe la sexy-latina “Te amo corazon”, titolo che ha fatto da apripista per l’uscita del disco; poi la mia preferita, “Black sweat”, un funk alla sua maniera… e non è poco! Degne di nota ci sono anche “Love”, batteria elettrica, gran basso, un ritmo da sballo; “Fury”, un pezzo che esalta le sue qualità di chitarrista; “Beautiful, loved & blessed”, in cui duetta con la sua nuova protetta Tamar: questo brano è scritto per lei, infatti sarà incluso nel suo album di esordio, prodotto dallo stesso Prince; infine vi cito “The dance”, archi, pianoforte, tromba swing e la sua voce, danno vita ha un mix di assoluta atmosfera; e l’ultima traccia “Get on the boat”, una jam session di puro funky-soul alla James Brown, con Maceo Parker al sax e Sheila E. alle percussioni. Un album che dissipa qualunque dubbio su chi è ancora il migliore interprete di questo genere musicale, dando torto ai critici che ultimamente lo davano per finito, Prince con “3121” ci dimostra che non è ancora arrivato il momento per il suo funerale artistico!
Namor
Di slovo (del 26/05/2006 @ 05:01:05, in musica, linkato 928 volte)
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Artista
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David Bowie
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Titolo
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Outside
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Anno
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1995
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Label
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Arista/BMG
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“outside” sarebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia; il condizionale è d’obbligo dato che al momento in cui scrivo (11 anni più tardi) un seguito non è stato né pubblicato né annunciato … probabilmente rimarrà un’opera incompiuta, quella che ogni curriculum che si rispetti deve annoverare. Comunque sia questo disco rappresentava il ritorno da parte del duca bianco a quell’attitudine sperimentale che, alla fine degli anni ’70, lo portò a realizzare uno dei trittici più influenti della storia della musica, meglio noto come ‘trilogia berlinese’ (“low”, “heroes” e “lodger”). Questa volta il progetto era ancora più ambizioso; Bowie, artista-a-tutto-tondo, lo concepì come una sintesi di musica, letteratura ed arti visive: i diari del detective Nathan Adler (qui impegnato ad investigare su un serial killer che scompone e riassembla i corpi delle vittime per farne opere d’arte) raccontati attraverso testi, stralci dattiloscritti e numerose immagini in digital-art presenti nel booklet del CD, che è da intendersi quindi come parte integrante dell’opera. E poi c’è la musica…Bowie captò le onde della corrente cyberpunk e le infuse nel disco dando corpo alla sua idea di post-modernità, per farsi aiutare riunì gran parte di quell’ ensemble di musicisti che lo avevano accompagnato nel suo periodo più visionario riuscendo nuovamente ad innescare l’alchimia. L’uso dell’elettronica è massiccio, inevitabile dati gli intenti post-rock e il contesto letterario di quest’opera (un noir fantascientifico, alla fine) ma lungi dallo sfornare un pastiche tastieristico, Bowie mette saggiamente il produttore Brian Eno nella stanza dei bottoni: il risultato è una perfetta contaminazione. 14 brani (inframmezzati da 5 spoken-intro che illustrano i vari personaggi della vicenda) che spaziano dal synth-hardcore di “hello spaceboy” (in una versione ben più caustica di quella promozionale in duetto coi pet shop boys) ai suoni urban-tecno di “no control” e “outside”, fino a progredire nell’avanguardia di “the motel” o “a small plot of land”, tutti estremamente evocativi di uno scenario decadente: i luoghi in cui le indagini di Nathan Adler ci conducono, i livelli inferiori di una metropoli futuristica, i sobborghi di una visione pessimistica, disturbante, innaturale, in cui rimanere invischiati ma dalla cui asettica bellezza essere talvolta attratti. L’ultima traccia, la ballad “stranger when we meet” è decisamente fuori contesto, ma è tutt’altro che un riempitivo. È il Bowie romantico e struggente, che scrive sotto dettatura di emozioni allo stato puro … saluta l’ascoltatore e lo ringrazia con questa perla per essere arrivato alla fine di un disco bello ma ostico, che necessita di ascolti ripetuti e dedizione per essere metabolizzato. Ma che poi ripaga con gli interessi.
slovo
Di Andy (del 27/05/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1693 volte)
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Artista
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Robben Ford
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Titolo
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Robben Ford and the blue line
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Anno
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1992
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Cari ascoltatori di blues e non, sento che prima di parlare di questo lavoro del 1992 chiamato semplicemente “Robben Ford and the blue line” è doveroso per me fare una premessa: il cantante chitarrista Robben Ford è sicuramente uno dei miei artisti preferiti dell’ultimo decennio, a mio giudizio la sua abilità maggiore è quella di unire l’indiscutibile tecnica (acquisita suonando con personaggi del calibro di J.Whiterspoon, G.Harrison e Miles Davis) e il feeling tipico dei veri maestri del blues (come M.Waters, B.B.King, A.King) da cui ha appreso lo stile caldo e sanguigno che mescola con influenze fusion, assimilate nelle sue collaborazioni. Veniamo al disco: insieme a lui troviamo i “Blue Line” che altri non sono che Roscoe Beck, ottimo bassista, anche lui molto quotato nell’ambiente rock-fusion, e il batterista Tom Brechtlein, che ha suonato diversi anni con Chick Corea. I due insieme formano una base ritmica dal groove davvero potente e raffinato. Nell’ album, per l’occasione, troviamo anche il bravo tastierista Russel Ferrante e una bella sezione fiati a dare colore in qualche brano. Il cd si compone in nove tracce, la prima è strumentale e fa da biglietto da visita della band, con una gran chitarra di Rob; poi spicca la n°4 “My love will never die” (la mia preferita), con fiati, organo e chitarra che rimandano un po’ ad Albert King; belle anche le tracce n°3 “I’m real man”, molto classica; la n°6 “Prison of love”, uno dei cavalli di battaglia di Ford insieme alla n°8 “Start it up”; e infine l’ultima, la dolcissima “Life song”, un altro strumentale veramente raffinato. Insomma questo lavoro non è certo la solita prova di talento del solista ipertecnico, come spesso accade quando ci sono di mezzo i chitarristi degli ultimi anni, ma un bell’ album di vero rock-blues suonato e cantato in modo diretto, senza inutili virtuosismi. Meglio se gustato con una birra ghiacciata e lo stereo ad alto volume… provare per credere!
Andy
Di slovo (del 02/06/2006 @ 05:01:29, in musica, linkato 1621 volte)
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Artista
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Simple Minds
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Titolo
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Black & White 050505
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Anno
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2005
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Label
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Sanctuary
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Ultimamente si assiste ad un fenomeno curioso. Sembra che le vecchie glorie degli anni 80, quelle che avevamo tristemente constatato essere cadute in un profondo coma artistico, si siano vigorosamente strappate di dosso i tubi del supporto vitale per correre in studio a dimostrare di essere ancora in contatto con le vecchie muse. Abbiamo visto riunirsi i Tears for Fears, i Duran Duran nuovamente nella top ten, gli A-ha alla ribalta con un album notevole, i Depeche Mode infilare un singolo dietro l’altro e gremire i palazzetti… abbiamo ascoltato, quando ormai nessuno ci credeva più, “black & white 050505” e accolto la chitarra di Charlie Burchill, che attacca su “stay visibile”, come il ritorno di qualcuno che non sentivamo da molto tempo… Non ci è dato sapere dove sia stata, ciò che importa è che l’anima scintillante dei Simple Minds sia tornata con un bagaglio di bellissimi souvenirs, come i crescendo di “different world” o le atmosfere ipnotiche di “underneath the ice” o l’epica “stranger” tra le cui linee si scoprono gli echi di una famosissima band di Dublino. E’ da dire: manca il brano memorabile. Il singolo “home” ha avuto qualche riscontro in classifica ma è davvero troppo di maniera (ed è quella che viene sistematicamente skippata nel mio lettore) e poi parliamoci chiaro: difficilmente i Simple Minds torneranno a far ballare i teen-agers come ai tempi di “new gold dream”, “alive and kicking” o “don’t you” … per loro ci sono già i gruppi attuali, quelli per intenderci che saranno scoppiati nel giro di qualche anno appena … I Simple Minds hanno fatto l’unica cosa che dovevano fare a questo punto della loro storia: veicolare l’esperienza di 26 anni di carriera ed una classe che raramente ha ceduto, nella registrazione di un album. Ciò che hanno prodotto ha equilibrio e stile da vendere, basta ascoltare un brano come “dolphins” per rendersene conto: sei minuti ritagliati nel tempo in cui una musica fluida e minimalista ci accompagna dolcemente sul fondo del mare, come i delfini descritti dalle liriche di Jim Kerr. L’unico difetto di “black & white” risiede nella sua carenza di particolarità: il suo procedere senza grosse varianze tende a far amalgamare la percezione dei brani ... a fine disco potrebbe risultare difficoltoso focalizzare il ricordo su ciò che si ha appena ascoltato…
slovo
Di kiriku (del 06/06/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 3100 volte)
| Artista | Tetes de bois | | Titolo | Ferrè, l’amore e la rivolta | | Anno | 2002 | La sera del 25 ottobre del 2002 mi trovavo al cinema Ariston di San Remo per vedere la seconda serata della 27º rassegna della canzone d’autore, meglio conosciuta come il Tenco. Sul palco si esibirono diversi artisti, ma quelli che mi colpirono di più furono i Radiodervish, i Tete de Bois e Arto Lindsay. In quella occasione i Tete de Bois si aggiudicarono la targa Tenco come migliore interprete con l’album “Ferre, l’amore e la rivolta”. Si può vincere un premio del genere ed essere praticamente sconosciuti? Beh in questa rassegna capita spesso di incontrare artisti che, non rispecchiando i canoni di mercato che le grandi case produttrici impongono, vengono praticamente esclusi dai palinsesti radiofonici e televisivi. In poche parole o ti adegui o sei fuori. Per fortuna esistono ancora eventi simili che ci danno la possibilità di conoscere, come in questo caso, un gruppo romano che per più di dieci anni ha suonato per le strade, sui binari abbandonati e nelle stazioni della metropolitana usando come palco un vecchio furgone Fiat 615 del 1956, proponendo canzoni di Brassens e Ferrè. A quest’ultimo è dedicato appunto questo cd che ci propone quattordici pezzi che più che cover si possono definire interpretazioni intense e personali del grande chansonnier anarchico monegasco. La loro musica è caratterizzata da fiati, pianoforti e archi che si intrecciano in uno stile che va dal cantautorale al jazzistico, il tutto arricchito da emozioni vocali. In questo album le partecipazioni non mancano, si va da Daniele Silvestri nella canzone “Non si può essere seri a diciassette anni”; a Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso nella intensa “Il tuo stile”; e ancora a Nada con “La luna”. Per quando riguarda le traduzioni alcuni amanti del cantautore francese hanno avuto da ridire su frasi come ad esempio “tu sei il Viagra del mio cuor” tratta da “Jolie Mome”. Non hanno tutti i torti, probabilmente l’artista non si sarebbe mai espresso in questi termini, ma credo che siano comunque piccolezze che non vanno ad intaccare l’immagine di Leo Ferrè, anzi credo che il lavoro svolto da questi ragazzi sia utile per tenere vivo il ricordo di artisti di questo calibro che al giorno d’oggi pochi ricordano (io per primo l’ ho conosciuto grazie a loro). Un’ultima considerazione: in Italia si dice che il settore musicale sia in crisi, che non ci sono artisti validi in grado di alzare la qualità di quello che ascoltiamo. Tutto falso! Gli artisti ci sono e sono anche tanti, si tratta solamente di non subire passivamente tutto quello che ci propinano i mas-media, basterebbe avere un po’ di curiosità per quello che ci sta attorno. I mezzi per farlo non ci mancano, esistono riviste, manifestazioni varie e poi c’è internet dove possiamo trovare informazioni su tutto quello che vogliamo. E allora se non conoscete questo cd edito da Il Manifesto vi consiglio di acquistarlo e ascoltarlo perchè è un viaggio tra musica e poesia. Kiriku
Di kiriku (del 13/06/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1361 volte)
| Artista | Sergio Caputo | | Titolo | A tu per tu | | Anno | 2006 | L’ultima volta che ho ascoltato Sergio Caputo cantava “ Il Garibaldi Innamorato”, da “ Ne approfitto per fare un po’ di musica” dell’87 e prima ancora lo ricordo con “Un sabato Italiano”, che da anche il titolo all’album, mi sembra nell’83 e sinceramente credevo che la sua carriera fosse più o meno finita lì. Immaginavo che avesse scritto ancora qualcosa ma ero convinto, non so perché, che si trattasse di prodotti di scarsa qualità. L’altro giorno navigando in internet vengo a scoprire che proprio nel 2006 è uscito con un nuovo cd che si intitola “A tu per tu”; scritto, arrangiato e prodotto da Sergio Caputo. Si tratta di una raccolta unplugged dei brani più richiesti dai suoi fans, la sua idea è "Vengo a casa tua con la chitarra e suono solo per te". E così ha fatto, una decina di canzoni chitarra e voce che scorrono via che un piacere tra jazz e influenze latine e testi che ci parlano di quotidianità e nevrosi metropolitane. Dall’83 ha inciso undici album e ha suonato con i migliori jazzisti italiani (Enrico Rava, Danilo Rea, Roberto Gatto) e addirittura con “Dizzi Gillespie”. I suoi testi vengono proposti agli studenti di diverse università italiane e straniere come esempio di poesia contemporanea italiana. Riscoprirlo dopo tanti anni è stato davvero un piacere. Vedere che esiste qualcuno che va diritto per la propria strada e che non ha come obbiettivo solo quello di fare più soldi possibili e che ha anche il coraggio di sperimentare percorsi alternativi che allontanano dal grande pubblico, è davvero ammirevole. Da qualche anno vive in California dove ha esordito nel 2004, come chitarrista di smooth jazz, con il cd "That Kind Of Thing" risultando un dei cinquanta album smooth jazz più ascoltati in radio e vincendo il premio “Award Smooth Jazz.com" come album indipendente più downloadato. Spero di avere presto l’occasione di vederlo dal vivo perchè ho letto che nei suoi spettacoli da molto spazio all’improvvisazione lasciando piena libertà al talento dei musicisti che suonano con lui sul palco. Il divertimento e lo spettacolo sembrano davvero assicurati! kiriku
Di Namor (del 15/06/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 822 volte)
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Artista
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Van Hunt
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Titolo
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On the jungle floor
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Anno
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2006
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Label
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Capitol/EMI
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Oggi voglio segnalarvi un album che alla critica non è passato inosservato e che io ultimamente ascolto molto volentieri: il suo titolo è “On the jungle floor”. L’autore di questo cd è Van Hunt, compositore, arrangiatore e polistrumentista. Iniziò a suonare il sax tenore quando aveva appena sette anni e, non soddisfatto, ha imparato a suonare tanti altri strumenti tra i quali il basso, la chitarra, le tastiere, la batteria e le percussioni. Recentemente Alicia Keys ha dichiarato: “è uno dei musicisti più incredibili che io conosca”; affermazione vera, il suo stile si differenzia molto nell’odierno panorama musicale black, ha saputo fondere alla sua voce particolare sonorità nuove, con incursioni negli anni 70, dando vita al suo nuovo lavoro, un album soul-funky-pop dal sound niente male. Per questo disco, l'artista, si è avvalso di collaboratori di tutto rispetto, come il batterista Matt Chamberlain (David Bowie, Tori Amos), la chitarrista Wendy Melvoin (Prince), il percussionista Lenny Castro (Eric Clapton, Rolling Stones), il tastierista Patrick Warren (Red hot chili peppers, Macy Gray) e il trombettista Nolan Smith (Marvin Gaye). La loro partecipazione al cd conferma la bravura di Van Hunt, musicisti di questo calibro danno il loro contributo solamente quando si intravede del talento, tanto più che in questo caso si parla di un interprete quasi debuttante. Delle 16 tracce tutte pregevoli vi segnalo quelle che mi hanno colpito maggiormente: “If i take you home”, brano che apre il cd “Suspicion”, “Character”, “The night is young” e “Mean sleep” che lo vedrà duettare con una Nikka Costa dalla voce graffiante, quasi da rockettara. Un album che esorto ad ascoltare nei momenti in cui si vuole creare una giusta… atmosfera.
Namor
Di slovo (del 16/06/2006 @ 05:00:05, in musica, linkato 1637 volte)
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Artista
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Tears for Fears
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Titolo
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Everybody Loves a Happy Ending
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Anno
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2004
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Label
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New Door Records
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Dopo la non pacifica interruzione del sodalizio artistico avvenuta alla fine degli anni 80, sull'onda di un' amicizia ritrovata (o forse dell’inaspettato successo del film “donnie darko” la cui colonna sonora annovera ben due vecchi successi dei nostri ?) Roland Orzabal e Curt Smith riformano il duo Tears for Fears e registrano quello che sembrerebbe essere il loro disco di addio. Lo stesso titolo suona come un commiato e la lapidaria scritta ‘the end’ stampata sul retro del booklet alimenta anche lei questa sensazione, anche se alla fine saranno le sorti commerciali ad avere l'ultima parola. beh…questo genere di premesse lasciano pensare a tutto fuorché ad un ingovernabile fervore creativo, ciononostante, mentre mi lascio attraversare dalla musica di ELAHE, brano dopo brano mi convinco di come i due musicisti, ormai quarantenni, si siano affrancati dall'ansia di scrivere hit da classifica; le citazioni beatles-iane (rispettabilissime e demodè) infatti, tradiscono una propensione a produrre musica più vicina ai loro gusti personali. Le arie di “Sgt Pepper” contaminano una buona metà del disco (ascoltare “who killed tangerne” e la title-track per credere) specialmente laddove il redivivo Smith interviene nella scrittura, e sebbene la penna inquieta ed ermetica di Orzabal rimaga per me più coinvolgente (come non rimanere affascinati dalla torva atmosfera di “the devil”, consapevole accettazione del proprio lato oscuro?), la presenza di un co-writer meno introspettivo e più scanzonato apporta sicuramente equilibrio, rende, se vogliamo, più ‘leggero’ l'ascolto. La sfida non era delle più semplici: trapiantare il pop cerebrale dei TFF negli anni duemila, amalgamarlo tra classico e contemporaneo e tirarne fuori un prodotto vendibile … Ci sono riusciti? Probabilmente no, ma caricare questo lavoro di aspettative è sicuramente l’approccio più sbagliato. Chi riuscirà ad ascoltarlo senza aspettare che un reprise di “shout” salti fuori da un momento all’altro, apprezzerà un’ora di musica intelligente ed elegante. Può bastare come lieto fine?
slovo
Di Andy (del 17/06/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1436 volte)
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Artista
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Rolling Stones
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Titolo
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A bigger bang
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Anno
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2005
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Perbacco, recensire un album dei Rolling Stones, l’ultimo.. un impegno tanto allettante quanto non facile, vi assicuro, soprattutto perché di questa band è stato detto e scritto di tutto e di più in 40 anni (!) di onorata carriera. Non credo che questi signori abbiano bisogno di tante presentazioni ma è comunque giusto ricordare quello che hanno “combinato” Mick Jagger, cantante, e Keith Richards, chitarrista, fin dal lontano ottobre del 1961, quando scoprono di avere in comune la passione per la musica di “tipacci” come Chuck Berry, Little Walter, Muddy Waters. Ai nostri due si uniscono Bill Wiman, bassista, Charlie Watts, batterista, una specie di mezzo genio, è il polistrumentista Bryan Jones. Il debutto dei Rolling Stones (nome preso da una canzone di M. Waters), avviene in uno dei templi sacri del rock, il marquee di Londra,il 12 luglio 1962. la loro musica è impudente,ribelle e selvaggiacome le loro immagine, e attinge dalle sorgenti blues del rock’n’roll; parla dell’anima nera e sotterranea della città, e degli eccessi che si consumano nei club underground di Londra, molto più sfacciatae ritmata dei rivali di sempre, i Beatles. Insomma, il successo non tarda ad arrivare è nel 1965, con il 45 giri “I can’t get no satisfaction”, inno sensuale dai trascinanti riff di chitarra scalano le classifiche di tutto il mondo e iniziano la loro carriera costellata di successi e anche di guai con la droga e eccessi di ogni tipo. Nel 1966 uscirà l’album “Aftermath” che contiene “Lady Jane” (dedicata alla marijuana), “Paint It Black” e pezzi più incalzanti come “Under My Thumb”, “Jumping Jack Flash”, “Simpathy for the devil” (dal chiaro significato blasfemo). La musica degli Stones è piena di allusioni alle droghe, al sesso e alla politica. Nel 1969 Jones viene trovato morto nella sua piscina, probabilmente in seguito ad un’overdose. Viene sostituito da Mick Taylor, bravo chitarrista blues ma non adatto alla musica (e alla vita) sregolata e ribelle della band. Senza Brian Jones, che dava una vena più acustica ed esotica al gruppo, dal momento che riusciva ad inserire tra basso, batteria e chitarre strumenti come il dulcimer, il sitar e pianoforti vari, il suono si inasprisce diventano sempre più rock e dando vita a pezzi come “Brown Sugar” e “Wild Horses”, tratte dal mitico “Sticky Fingers”. Nel ’74 Mick Taylor viene sostituito da Rondwood, tutt’ora presente. Da allora Jagger e soci alternano dischi più o meno belli (a volte molto commerciali) a tour mondiali che comunque hanno divertito tre intere generazioni. Nel 1993 anche lo storico bassista Bill Wyman lascia la formazione, sostituito da Daryl Jones che rimarrà fino ad oggi. Forse mi sono un po’ dilungato, ma sono cose da sapere e da tenere presenti quando si ascolta un album di questi mostri del rock, in questo caso “A Bigger bang” del 2005, che si compone di ben 16 brani. Jagger dice che il 50% di questo disco è rock e l’altro 50 no (?). Beh, le prime tre tracce lo sono di sicuro. La prima, Rough Justice, è un rockaccio scontato e banale, ma le altre due ti fanno capire come gli Stones siano ancora capaci di farti muovere il piedino, con quel sound ruvido e allegro. Il quarto pezzo è “Rain fall down”, il secondo singolo estratto dal cd; un funky black and blues alla maniera di “Miss You” cantato ancora con grande energia e feeling da Mick e grandi ritmiche rock funky di Richards “Streets of love”, il primo singolo uscito è una bella ballata un po’ commerciale ma nel loro stile. “Back of my hand” E’ un blues diciamo “ubriaco” alla Muddy Waters, con le stupende chitarre di Wood Richards. Lascerei passare la 7 e la 8, un po’ troppo commerciali, ma la 9 “This Place Is Empty” cantata con quella voce roca e graffiante da Richards ha veramente qualcosa che ti riporta a dischi come Sticky Fingers, bellissima! Le tracce 10 e 11 non sono certo il meglio del disco con questi accordi triti e ritriti, la 12 è un bel lentaccio non male e la 13 suona alla Stones anni 80 con la batteria che va come un treno e le chitarre staccate e nervose insieme all’armonica suonata come sempre da Jagger. Stesso discorso per la 14 dal ritmo ancora più incalzante e sanguigno. Sinceramente avrei chiuso il disco qui perché le due che seguono non mi dicono molto. Bisogna naturalmente considerare i testi come sempre irriverenti e critici nei confronti soprattutto della politica americana e inglese, Insomma quando ci sono di mezzo queste vecchie glorie, le critiche sono tante e pesanti, ma nell’insieme direi che “A Bigger bang” è un bel disco di rock, fatto senza troppe pretese da questi animali da palco, forse un po’ caricature di se stessi, ma ai quali è difficile chiedere d’inventarsi qualcosa di diverso dato che 40 anni fa hanno già inventato il rock… E scusate se è poco.
Andy
Di gidibao (del 20/06/2006 @ 05:00:03, in musica, linkato 2017 volte)
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Artista
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Acoustic Alchemy
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Titolo
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Radio Contact
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Anno
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2003
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Label
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Higher Octave
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Se le note fossero versi e la poesia musica, il distillato sarebbe molto probabilmente un'alchimia acustica. L'incipit di Radio Contact è un elisir inebriante. L'album prende vita con No Messin', un brano tutto in levare decorato da un tappeto armonico dai toni caldi, ipnotico ed ammiccante. Un viaggio di sessanta minuti lungo un'autostrada di suoni e di colori. Paesaggi che spaziano dallo Smooth Jazz alle atmosfere Ramblas evocate dalla chitarra acustica di Greg Carmichael in Shelter Island Drive. L'album recensito ha il merito di essere il primo del gruppo a proporre una canzone cantata: l'esperimento a nome Little Laughter è eseguito da una giovane cantante inglese Jo Harrop. Gradevole al primo ascolto, Radio Contact è un prodotto musicale di pregevole fattura, supportato dalle capacità artistiche di musicisti virtuosi: un opera coinvolgente e positiva che merita un posto di primo piano nella personalissima discoteca di ogni musicofilo. Gli Acoustic Alchemy sono un duo britannico di chitarre, i componenti originali del gruppo, Nick Webb e Greg Carmichael, hanno registrato insieme dieci album: l'ultimo dei quali, Positive Thinking… è stato pubblicato nel 1998, a pochi giorni dalla prematura scomparsa di Nick Webb. Coadiuvati da un fidato gruppo di musicisti, tra i quali il pianista Terry Disley, dal tastierista Tony White e nei primi album dal produttore - chitarrista John Parsons, gli Acoustic Alchemy spaziano nel campo del fusion jazz non disdegnando di disegnare impeccabili arrangiamenti con spunti che variano dal country allo ska, dal flamenco alla musica reggae. Miles Gilderdale, già chitarrista di supporto dal 1996, ha preso il posto del compianto Nick Webb. Rileggendo il mio articolo con l'album di sottofondo, mi sono reso conto di essere stato ingeneroso nella critica: Radio Contact è molto meglio.
gidibao
Di slovo (del 23/06/2006 @ 05:01:00, in musica, linkato 4316 volte)
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Artista
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Oysterhead
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Titolo
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The Grand Pecking Order
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Anno
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2001
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Label
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Elektra
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Supergruppo. In genere parliamo di musicisti tecnicamente molto preparati, di virtuosi, provenienti da esperienze differenti, che per ragioni che vanno dalla coincidenza al calcolo si ritrovano a lavorare ad un progetto musicale comune. Se da questo ‘brodo di coltura’ nasce una band, lo si è soliti definire supergruppo. E’ un termine di cui si abusa spesso … non questa volta. Facciamo i nomi, quindi: Les Claypool, Trey Anastasio e Stewart Copeland… non avrebbero bisogno d’altro che di essere pronunciati per mettere tutti in silenzio ad ascoltare, ma per chi non li conoscesse dico solo che i primi due sono le menti pensanti rispettivamente dei Primus e dei Phish, due tra le band più interessanti ed innovative degli anni novanta e Copeland è stato (ma perché lo sto scrivendo?) il batterista/fondatore dei Police, cioè un tassello di storia del rock. Siamo nel maggio del 2000, nell’ambito del Jazz and Heritage Festival di New Orleans. Il trio, intenzionalmente assemblato in occasione di quell’unico evento, riuscì ad infiammare la platea superando le più rosee aspettative; tale fu il successo della serata che non era il caso di permettere a quella scintilla, fortuitamente innescata, di perdersi e svanire. Un anno dopo infatti, i tre si riunirono in sala di incisione e nell’ottobre del 2001, “The Grand Pecking Order” vedeva la luce. Capire come questi musicisti abbiano potuto trovare una via di conciliazione ai loro stili così differenti, è difficile quanto catalogare ciò che hanno prodotto: potrei giocare con le etichette e coniare un alternative/post-jazz-rock ma finirei col forzare questa musica dentro un contenitore… e questa musica è libera, effervescente: ogni minuto che si sussegue è una sorpresa, ogni evoluzione imprevedibile. Questo prodigio è reso possibile perché i tre musicisti, e da qui si intuisce la genuinità del lavoro, sono riusciti ad imprimere sui nastri lo spirito della jam-session, quel piacere per il free-form tipico dei jazzisti. Tutto il disco è pervaso da un mood delirante, a tratti demenziale, come nella marcetta “mr.oysterhead” o l’ubriacante title-track, a tratti ossessiva: “wield the spade” o la geniale “shadow of a man” in cui il cantato giullaresco di Claypool dipinge l’alienazione di un reduce dal fronte senza scadere nella drammatizzazione. La teoria della somma aritmetica ci suggerisce che la componente ritmica forma gran parte della trama di questo arazzo; assolutamente vero: brani come “oz is ever floating” o “army’s on extasy”, dove l’intricato e complesso lavoro di bacchette di Copeland si sposa con il percussivo slapping di Claypool, sono una gioia per le orecchie... ma Anastasio è la componente armonico/melodica perfetta per completare il quadro; non solo la sua voce calda compensa quella tesa di Claypool, ma si dimostra un chitarrista versatile e dal gusto raffinato, capace di incastonare in mezzo ad una baraonda di assoli fusion, una bellissima ballata acustica in stile Nick Drake come “radon baloon”. Ad un certo punto nella storia, tre mostri di bravura si sono trovati immersi nello stesso fluido; la musica di TGPO è la testimonianza di quei tempi; forse si poteva scremare qualcosa in più, ma se il prezzo da pagare è solo una durata che eccede il tempo limite di attenzione dell’ascoltatore medio, allora non fatevi intimorire dal faccione di 'testa di ostrica', e avventuratevi nel vortice di questo disco destinato a diventare, ne sono certo, una pietra miliare.
slovo
Di slovo (del 30/06/2006 @ 05:01:59, in musica, linkato 1422 volte)
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Artista
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a-ha
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Titolo
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analogue
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Anno
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2005
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Label
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Universal
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Si sente qualcuno dire: ”gli a-ha sono tornati dal limbo delle teen-band anni ’80 energizzati come non mai!”. Parziale verità questa, dato che, attraversando l’ascesa e la caduta, progetti solisti e depressioni varie, il trio norvegese non ha mai smesso di pubblicare dischi, alcuni anche molto validi, ma appannaggio di uno sparuto zoccolo duro di fedelissimi per 15 lunghi anni – le loro ultime apparizioni in classifica risalgono ai tempi di “stay on these roads” (1988). La peggior maledizione per un’attore è rimanere intrappolato in un personaggio… per un musicista è azzeccare un singolo di successo (planetario) e non riuscire più a dimostrare di avere altre frecce al proprio arco. “take on me”, nel bene o nel male, è divenuta uno degli esempi più celebri di una corrente - il synth pop - a cui molti voltano le spalle indignati, compresi quelli che ne fecero scorpacciate allora e che oggi non lo ammetterebbero mai. Ma lo sappiamo, questi sono tempi di revival, a chi sa aspettare viene sempre concessa un’altra chance. Poi magari capita un evento importante, come il Live8 e allora un gruppo scopre davanti ad un pubblico sbracciante di avere ancora un seguito considerevole, oppure capita che la Hydro, un colosso dell’energia idroelettrica norvegese, organizzi per il centenario della sua nascita un imponente festival musicale, invitando il più famoso gruppo nazionale come headliner della serata… il 27 agosto 2005, al Frogner Park di Oslo, davanti al raduno più numeroso della storia del paese (più di 135mila presenza stimate) gli a-ha hanno offerto uno spettacolo che qualcuno ha già definito storico, suonando vecchi successi e materiale inedito. Materiale presente su “analogue”, il loro nuovo album. Ho avuto modo di leggere o ascoltare alcune interviste promozionali… il gruppo è comprensibilmente galvanizzato (un nuovo contratto con la Universal ha sicuramente la sua piccola parte in questa sferzata di ottimismo), parlano di un prodotto più coeso rispetto ai passati lavori, di un sound ‘armonico’, di nuove direzioni… sia chiaro: è un disco pop, non che sia un male, intendiamoci. Ovviamente si deve soprassedere su alcune ruffianerie tipiche del genere, come quella ricerca un po’ forzata della melodia orecchiabile che qui è lampante soprattutto nei brani up-tempo: “celice”, “don’t do me any favours” o “analogue” (che trovo irresistibile, lo ammetto); e pur di non scontentare i nostalgici della prima ora, abbiamo anche la “hunting high and low” del 2006: quella “cosy prisons” già pubblicata come singolo, con il pianoforte a condurre la voce falsettata di Morten Harkett che sembra proprio non voler concedere nulla al passare del tempo. Con queste 4 canzoni che aprono l’album, potremmo dire che si conclude la parte più commerciale e inizia quella che dimostra, più di tutte le auto-dichiarazioni, la maturità artistica che il trio ha raggiunto negli anni. I toni si fanno accorati, si dà più spazio alle ballads, ai lenti d’ampio respiro, e vengono sciolte le briglie a visioni e sensazioni: dalla dolcissima “birthright” alla malinconica “the summers of our youth” (dove il vocalist gioca a fare Bono Vox), fino a “a fine blue line” che prelude alla bellissima “keeper of the flame”, certamente il momento migliore del disco. Questi brani mi trasmettono qualcosa … come un senso di nostalgia che si tenta di allontanare attraverso una finestra, difendendosi dal freddo, perdendo lo sguardo in un paesaggio, magari in un panorama norvegese, di quelli che non ho mai visto coi miei occhi ma che, non so come, la musica portava con se…
slovo
Di lele (del 01/07/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 1159 volte)
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Artista
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Joy Division
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Titolo
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Heart and Soul
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Anno
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1998
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Label
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Rhino/Wea
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A tutti coloro che si stanno entusiasmando ascoltando gruppi come gli “Interpol” e i più recenti “Editors” propongo di andare indietro negli anni, 25 adesso, per innamorarsi veramente di uno dei più grandi, anzi il più grande complesso generato dalla fine del punk: i Joy Division. Impossibile dire quale sia il più bello tra i soli due lavori storici della band “Unknow pleasures” e “Closer”, seguiti poi dalle varie raccolte, singoli ed EP. I Joy Division si sono sempre distinti per il loro suono ossessivo, ripetitivo e pulsante delle sezioni ritmiche che entrando nel cuore e nel cervello degli ascoltatori è riuscito ad influenzare moltissime band a venire. Il tutto contornato dalla voce cupamente piena d’angoscia e rabbia di Ian Curtis che cantava vere e proprie poesie dettate dalla sua sofferenza, l’epilessia, un male di vivere che lo porterà poi al suicidio a soli 23 anni, lasciando una traccia incancellabile del suo lavoro. Da non dimenticare il compito di Bernard Summer che con la sua chitarra metallica e incalzante chiudeva il cerchio per dar vita a opere come “She lost control”, “Transmission”, “Disorder”, “A means to an end”, “Twenty four hours”, per citarne alcune. Chi adora queste sonorità aspre, tetre e coinvolgenti, può trovare quasi tutto in un cofanetto molto elegante di quattro cd “Heart and soul” che comprende pezzi live, inediti e versioni alternative di alcuni brani storici. Dopo la morte di Ian Curtis gli altri tre componenti (Bernard Summer, Peter Hook, Steve Morris) sono rimasti insieme con il nome di New Order, hanno cambiato sonorità lanciandosi nell’elettronica-dance: molto raffinata e singolare, legata molto alle loro origini post-punk. Anche in questo caso influenzando diversi musicisti che sono diventati grandi nel tempo. Ma questo è un altro capitolo e non ha più niente a che vedere con i J.D. che rimarranno per sempre unici ed esemplari: “…Love will tear us apart…”
lele
Di Namor (del 13/07/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 2276 volte)
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Artista
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Talk Talk
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Titolo
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The very best of Talk Talk
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Anno
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1990
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Label
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EMI
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Il panorama musicale degli anni ‘80 vide nascere molti gruppi, tra cui i Duran Duran, che fu sicuramente il più famoso di quel periodo, con un seguito in tutto il mondo di ragazzine adoranti, un tale delirio da invogliare i produttori cinematografici a girare addirittura un film sul loro leader, “Sposerò Simon le Bon”, pellicola che seguì il successo dell’omonimo libro. Seguirono i loro più temibili rivali, capitanati da Tony Hadley, gli Spandau Ballet, gli unici in grado di competere con lo strapotere di vendite dei Duran Duran, sia perché i loro pezzi erano discreti (anzi secondo il mio parere migliori), sia perchè all’interno del gruppo musicale non mancavano i classici ‘figaccioni’ da contrapporre a Simon Le Bon e John Taylor. Meno figo ma molto bravo, prima che si esaurisse la sua vena artistica é stato Jim Kerr dei Simply Minds . Come si può non citare uno dei gruppi preferiti del mio amico Slovo, i Tears for Fears che furono per circa 10 anni, una delle band più acclamate della scena britannica con il loro pop elettronico e melodico allo stesso tempo, io stesso posseggo un dvd di un loro concerto, che ogni tanto rivedo molto volentieri. Altro gruppo interessante erano i Depeche Mode, che hanno portato la musica elettronica ad un successo planetario, come testimonia ancora adesso il loro vendutissimo ultimo album. Non me ne vogliano gli amanti del genere, se dimentico uno dei gruppi musicali a loro più cari… Ma adesso vi vorrei parlare del mio gruppo preferito di quegli anni, i Talk Talk, una band dalla discografia non molto nutrita, composta da 5 album quello di esordio uscì nel 1982 con il disco “The party is Over”, a seguire nel 1984 “It’s my Life”, nel 1986 “The color of Spring” il 1988 è segnato dall’album “Spirit of Eden” chiudendo nel 1991 con “Laughing Stock”, furono incise anche tre raccolte che includevano i loro migliori pezzi, tra cui questa: “The very best of Talk Talk” in cui vi sono racchiusi 16 successi cantati dalla voce molto particolare ed inimitabile del creatore e fondatore del gruppo, Mark Hollis. Se volete sapere quali delle loro canzoni sono racchiuse in questa compilation, lo dovrete scoprire ascoltandola…vedrete che non ve ne pentirete!
Namor
Di Andy (del 15/07/2006 @ 05:00:00, in musica, linkato 822 volte)
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Artista
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Deep Purple
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Titolo
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Rapture of the Deep
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Anno
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2005
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Ciao a tutti gli amanti del rock, in questo caso “hard” perché parliamo dei mitici Deep Purple, quelli di “Smoke on the water” per intenderci, e che suonano dal lontano 1968, anno in cui si incontrarono il tastierista Jon Lord e il chitarrista Ritchie Blackmore, due ottimi strumentisti provenienti da studi classici. Nel corso degli anni la formazione è stata rimaneggiata più volte, fino a trovare la formula giusta con Lord, Blackmore, il bassista Roger Glover, il batterista Ian Paice e il cantante Ian Gillan. Con questo gruppo verranno incisi album come “ Deep Purple in rock”, “Machine Head”,”Fireball”, e il celebre doppio live “Made in Japan”. Il successo mondiale di questo rock pesante ma armonico e classicheggiante non serve a sedare i malumori interni e le cose vanno cosi fino all’album “Perfect Stranger” dell’ ‘84, poi usciranno dischi molto anonimi e ripetitivi e miriadi di raccolte fino all’uscita del live “Come hell or high water” che è del 1993, anno in cui Blackmore abbandona definitivamente i compagni. Verrà sostituito, tra gli altri, anche da Satriani ma con risultati poco convincenti. È nel 1996 che arriva il quotato e preparato chitarrista americano Steve Morse a dare il suo contributo fino ad oggi. Il risultato è soddisfacente e il sound è rinvigorito dallo stile più solare e moderno di quest’ ottimo musicista, ne viene fuori un album tutto sommato godibile almeno quanto “Purpendicolar” il primo di questa formazione. Da precisare che in “Rapture of the Deep”, suona l’ottimo tastierista Don Airey al posto di Lord che comunque apre il disco con un’intro di Hammond che non fa rimpiangere Jon più di tanto, anche nel corso del cd fa il suo buon lavoro, con suoni più moderni e meno distorti. Il primo brano “Money Talks” porta subito nell’atmosfera potente ma melodica di questo album, cantato davvero in modo ispirato da Gillan. La seconda traccia è un blues rock, con ritornello quasi alla Stones, sembra presa da “Perfect Stranger”. Pesante e moderno il rif di “Wrong Man”, probabilmente farine del sacco di Steve Morse, il più giovane della compagnia (siamo sui 45 anni). Nella title track, n° 4, Steve si rifà molto allo stile orientaleggiante di Blackmore e dialoga perfettamente con Don Airey. Molto bella e di effetto la ballata “Clearly quite Absord” , con un bel crescendo finale di arpeggi sospesi. Il brano che segue è un blues rock cadenzato con rif alla Hendrix “Don’t let go”, poi troviamo “Back to Black”, un pezzo accattivante con parecchie influenze della new age anni 80 con degli inserimenti di Airley (qui molto diverso da Lord) e il funk-rock del ritornello. Nel pezzo seguente Paice ci ricorda di essere uno dei migliori ancora sulla scena, capace di tempi difficili e S.Morse cerca di suonare alla Backmore, ma e difficile per un velocista come lui. La nona canzone è piu che altro una vetrina per i “soli” di tastiera e chitarra (peraltro ottimi). Non mi piace la n° 10 (ci dovrà pur essere qualcosa) in cui non capisco l’uso del piano e dove il fraseggio ipertecnico di Morse fa rimpiangere Ritchie con il suo strato tagliente e caldo. L’ultimo brano “Before time began” è una specie di suite in crescendo cantata molto bene da Gillan e con una bella atmosfera creata da ottimi arrangiamenti. Devo dire sinceramente che al primo ascolto questo album non mi era piaciuto, ma forse abbiamo tutti ascoltato troppa musica dal ‘70 in poi e i paragoni sono inevitabili. Comunque nell’insieme ho trovato una buona energia, convinzione ed un ottimo livello professionale. Beh, suonando da 40 anni…
Andy
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