BLOGBUSTER - cinema e musica
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Angie (del 03/09/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 124 volte)
Titolo originale
Il permesso - 48 ore fuori
Produzione
Italia 2017
Regia
Claudio Amendola
Interpreti
Luca Argentero, Claudio Amendola, Giacomo Ferrara, Valentina Bellè, Antonino Iuorio.
Durata
91 Minuti

Dal carcere di Civitavecchia escono con un permesso di 48 ore quattro detenuti di diversa età, pena e provenienza: tre uomini e una donna. Rossana (Valentina Bellè) 25 anni, belle e viziata di buona famiglia, arrestata per traffico di cocaina; il cinquantenne Luigi (Claudio Amendola) stanco e provato, condannato per un duplice omicidio che ha già scontato 17 anni di pena, ha urgenza di risolvere un serio problema, quello di salvare il figlio che si è cacciato in guai seri.
Angelo (Giacomo Ferrara) un ragazzo sbandato e infine il rabbioso Donato (interpretato da Luca Argentero) condannato pur essendo innocente, un pugile sconfitto dalla vita che vuole ritrovare la moglie costretta a prostituirsi dai uomini che facevano parte del suo stesso giro. Una volta fuori le due giornate di permesso verranno utilizzate da ognuno di loro a cercare di ritrovare e ritrovarsi nella realtà che hanno lasciato da tempo che pare molto cambiata.
“Il Permesso” storia drammatica scritta da Giancarlo de Cataldo (autore di Romanzo Criminale e Suburra) e Roberto Jannone è la seconda opera che vede alla regia e protagonista, dopo la spiritosa commedia “La mossa del pinguino 2013, Claudio Amendola con questa narrazione fra noir e analisi sociale. Buon cast e ben selezionato.
Ognuno reinterpreta e comunica con la giusta intensità le varie caratteristiche segnanti dei personaggi. Molto bravo Argentero nelle vesti del duro sena scrupoli in cerca di vendetta, che ha già lavorato insieme ad Amendola nel 2013 con “Cha Cha Cha” di Marco Risi e nel 2015 con “Noi e la Giulia”. Anche Amendola (a mio parere) è stato perfetto nel suo ruolo di padre disposto a tutto per riportare il figlio sulla retta via e a non commettere i suoi stessi errori. A me personalmente è piaciuto.
Nulla di originale ma, tutto sommato è un film discreto e interessante da vedere. Una trama che in fondo può portare a riflettere su un dato: nonostante gli errori di una vita, c'è sempre l'occasione per ripartire e ricominciare.

Angie

 
Di Asterix451 (del 16/07/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 140 volte)
Titolo originale
The Bridges of Madison County
Produzione
USA 1995
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Clint Eastwood, Meryl Streep, Annie Corley, Victor Slezak, Jim Haynie.
Durata
135 Minuti

Caroline e Michael Johnson tornano nell’Iowa a Madison County, dove sono cresciuti, alla morte della madre Francesca (Meryl Streep): ora sono definitivamente soli e si ritrovano a spartire gli oggetti dei loro genitori. Tra questi, in uno scatolone nascosto in soffitta, ritrovano tre diari e un libro fotografico dedicato ai ponti coperti della loro contea e… alla loro madre. Dell’autore, tale Robert Kincaid (Clint Eastwood), non hanno mai sentito parlare, ma pare che lui abbia conosciuto molto bene Francesca.
La loro storia è durata soltanto quattro giorni, quando Caroline e Michael, insieme al papà Richard, andarono in città alla fiera del bestiame. Si parla degli anni ’50. E cominciò con l’arrivo di Robert sul loro vialetto di casa, a bordo di un furgone attrezzato per viaggiare. Doveva fotografarli per il National Geographic e c’era proprio da perdersi, in quell’intrico di strade di campagna, perché non era neppure facile trovare dei punti di riferimento per avere indicazioni. Perciò Francesca ci pensò su e poi decise di accompagnarlo direttamente, perché il sorriso di quell’uomo ispirava fiducia e i suoi occhi parevano guardarle attraverso.
Cominciò così la storia d’amore della sua vita, tenuta segreta al marito e ai figli fino alla sua morte. Soltanto ora, conclusi i suoi doveri di genitore e moglie, può raccontare liberamente quanto meraviglioso fu quell’incontro ed esprimere un ultimo, simbolico desiderio per coronarlo. Ed è proprio attraverso le parole di Francesca, una donna italiana emigrata in America dopo la guerra insieme al soldato di cui si era innamorata, che Clint Eastwood porta sullo schermo l’omonimo romanzo di Robert James Waller, affidando a Meryl Streep il ruolo della protagonista. L’attrice, all’epoca quarantaseienne, ricevette una nomination all’Oscar grazie all’interpretazione di una donna devota al marito e alla famiglia nell’America rurale degli anni ’50, convinta che certi compromessi fossero l’esito naturale della vita di coppia, fino all’incontro decisivo con l’uomo che avrebbe potuto condurla ben oltre.
L’intesa con Clint regista e co-protagonista sostiene un film indimenticabile, inserito nella top 100 dei film sentimentali che non scade nei soliti cliché del romanticismo: la bellezza “straordinariamente ordinaria” di Meryl Streep e la sua recitazione danno vita a un gioco di seduzione sottilissimo; i piccoli gesti di una donna seria, sposata, trattengono a stento l’intensa sensualità che nasce dalla complicità e dalla sintonia.
Di suo, Robert Kincaid è simpatico e affascinante, un ritratto che Clint Eastwood raramente concede attraverso i ruoli che interpreta. La regia dei Ponti è stata acclamata come una delle migliori della sua carriera, tuttavia non è da sottovalutare neppure il fotografo che sa davvero far innamorare.
Un film atipico, sorprendente, sensuale. Impeccabile, sotto tutti i punti di vista. Commovente. Intenso. Struggente. L’amore secondo Clint: intramontabile, imperdibile.

Asterix451

 
Di Angie (del 18/06/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 424 volte)
Titolo originale
Beata ignoranza
Produzione
Italia 2017
Regia
Massimiliano Bruno
Interpreti
Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Valeria Bilello, Carolina Crescentini, Teresa Romagnoli.
Durata
102

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassman) due professori di liceo si conoscono da una vita, ma non si vedono da 25 anni. A dividerli è stato l'amore per la stessa donna, Marianna (Carolina Crescentini), e la nascita di una figlia, Nina (interpretata da Teresa Romagnoli). Ora si sono ritrovati ad insegnare nello stesso liceo e nella stessa classe: uno insegna italiano e l'altro matematica. Sono molto diversi tra loro e si detestano per il modo di gestire il rapporto con le alte tecnologie. Il primo Ernesto, è austero e tradizionalista, orgogliosamente refrattario all'uso della rete. Il secondo, Filippo, è invece un allegro progressista, perennemente connesso al Web, vive di selfie, seduttore seriale di colleghe e studenti che adorano la sua spensieratezza. Ma la giovane Nina figlia di entrambi, padre Filippo e padre biologico di Ernesto, coinvolgerà i due amici-nemici in un esperimento: Filippo dovrà uscire dalla Rete ed Ernesto entrarci. Quando i ruoli vengono scambiati i due capiranno che c'è del buono in entrambi i modi di vivere e, che per affrontare la vita e rimanere a passo con i tempi è bene trovare un equilibrio tra le due realtà: la cultura e la rete.
Il regista Massimiliano Bruno, con questo romanzo di formazione di due uomini alle prese con le proprie responsabilità di padri ed educatori al tempo dei social network porta sullo schermo il suo quinto film: “Beata Ignoranza”.
Una commedia con protagonisti due grandi attori, Alessandro Gassman e Marco Giallini che hanno già lavorato insieme nel film “Se Dio vuole” (2015) di Eduardo Falcone. Il film ha ottenuto 3 candidature ai Nastri D'Argento per il miglior soggetto e attore protagonista (Gassman e Giallini) La commedia racconta le vicende di due nemici-amici insegnanti di liceo che si sfidano su una problematica attualissima: è giusto o no questa dipendenza dai social network? E noi come siamo come Giallini o come Gassman? Comunque siamo, il film ci porta a farci guardare allo specchio senza troppe pretese, rimorsi o rimpianti.
Che dire? L’ho trovata una pellicola divertente con protagonisti molto simpatici, nel raccontare una storia mescolata con dosi di sentimento e qualche sorriso intrattenendo lo spettatore in maniera gradevole, senza appesantire di troppa retorica. Inoltre, anche se può sembrare un filmetto da poco conto, se si analizza bene la trama affronta temi abbastanza interessanti con spunti di riflessioni come: il significato di amicizia e il concetto di padre e il suo ruolo. In conclusione se volete trascorrere due ore spensierate è il film ideale per voi giovani e adulti.

Angie

 
Di Asterix451 (del 28/05/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 248 volte)
Titolo originale
The Hobbit: The Battle of Five Armies
Produzione
USA, Nuova Zelanda 2014
Regia
Peter Jackson
Interpreti
Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Evangeline Lilly, Lee Pace
Durata
144 Minuti

Dopo essere sopravvissuto all’attacco della compagnia di Thorin Scudodiquercia, il drago Smaug sfonda il portone di Erebor e si abbatte sulla città di Pontelagolungo: mentre la popolazione si dispera, il governatore ruba l’oro e si appresta alla fuga. Soltanto Bard (Luke Evans), discendente di colui che ferì Smaug in passato, oppone una strenua resistenza dalla torre della balista, riuscendo infine ad abbattere il drago.
Intanto, tutto brucia e la popolazione sbanda verso le rive. Nella disgrazia, le rovine dell’antica città di Dale offrono un ricovero più sicuro, vicina alla ricchezza che si cela sotto la montagna. Thorin (Richard Armitage) aveva dato la sua parola: se il drago fosse stato sconfitto, avrebbe diviso il suo oro con chi lo aveva aiutato; fiducioso, Bard va a reclamare l’aiuto che gli spetta.
Purtroppo Thorin è stregato dal suo tesoro. Vuole solo tornare a governare, incurante di ciò che accade all’esterno. Perché la notizia dell’oro sotto la montagna sta circolando velocemente nelle terre di Mezzo, come quella della morte di Smaug, essere antico e potente capace di opporsi a qualsiasi male. Un Male oscuro, che sta cercando di tornare dal suo esilio.
Avidità, brama di potere, magia. Gli Elfi rivorrebbero ciò che gli spetta, come gli Uomini di Pontelagolungo. Purtroppo nessuno di essi immagina che gli Orchi sono alleati a un potere oscuro, che promette riscatto: sono queste le voci che circolano tra i vari regni. Soltanto Gandalf (Ian Mckellen) decide di recarsi alla tomba dei Negromanti, l’antica fortezza maledetta di Dorguldur, per scoprire quanto ci sia di vero.
Tutto ciò mentre Uomini, Elfi e Nani si preparano alla battaglia per l’oro sotto la montagna di Erebor, ignorando che un’orda di Orchi si sta abbattendo su di loro.
Peter Jackson conclude la sua saga dedicata a J.R.R. Tolkien con un film spettacolare e suggestivo, il più costoso dei sei dedicati alle Terre di Mezzo, un vero e proprio prequel introduttivo alla saga dell’anello. Un’operazione di botteghino che, se non altro, ricompensa il pubblico con più di due ore di grande cinema.
Il progetto originale prevedeva due film solamente. Soltanto in fase di produzione si è pensato ad un terzo capitolo che sviluppasse alcuni aspetti della trama solo accennati da Tolkien ne “Lo Hobbit”, insieme ad alcuni temi narrati nelle appendici del “Signore degli Anelli”. Ci sono poi degli sviluppi del tutto nuovi, come l’amore tra il nano Kili e l’elfa Tauriel, per un totale di 163 minuti nella versione estesa per l’home video.
Mai fare i conti in tasca all’oste, è vero. Ma i dieci minuti di Smaug all’inizio de “La battaglia delle cinque armate” sembrano un ricatto per garantirsi gli spettatori dopo il finale mozzato de “La desolazione di Smaug”: chissà che la malattia di Thorin e l’ossessione dell’oro abbiano colpito anche la produzione?
Il cast stellare è all’altezza della produzione. Sono tutti belli e bravi, tranne i brutti, che sono gli orchi sporchi e cattivi (ma, forse, i più interessanti). Martin Freeman è un Bilbo Baggins a suo agio nei panni dello Scassinatore, bravo: l’attore inglese si può gustare in accappatoio in “Guida galattica per autostoppisti”, dove conferma le sue doti comiche. Tornano Cate “Galadriel” Blanchett e, naturalmente, Ian “Gandalf” McKellen, mentre si riservano a dei ruoli praticamente cammeo Hugo Weaving, Elijah Wood e Christopher Lee.
Un film maestoso, coinvolgente. Bellissime le ambientazioni “fantasy”, roccaforti abbandonate e panorami sconfinati, sulle note di una colonna sonora struggente. L’arciere Bard, interpretato da Luke Evans, non fa rimpiangere Viggo Mortensen. A qualcuno potrebbe mancare Liv Tyler, forse, ma con Tauriel ce n’è d’avanzo (o no?). Le battaglie sono emozionanti, come l’animo dei protagonisti. Meno oscuro de “Il Signore degli anelli”, pervaso da un fine umorismo.
Perfetto per incantare.

Asterix451

 
Di Angie (del 14/05/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 146 volte)
Titolo originale
Hidden Figures
Produzione
USA 2017
Regia
Theodore Melfi
Interpreti
Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst
Durata
127 Minuti

Siamo in Virginia, segregazione degli anni Sessanta, dove la legge non permette ai neri di vivere insieme ai bianchi. Uffici, toilette, mense e sale d'attesa sono separati: da una parte i bianchi e dall'altra i neri. La Nasa non fa eccezione. I neri hanno i loro bagni relegati in un'area dell'edificio lontano da tutto e sono considerati una forza lavoro di cui disporre a piacimento. Qui inizia l'incredibile storia di tre donne amiche e colleghe afro-americane nel'61 alle prese con la questione razziale: Katherine Johnson (Taraji Henson), Dorothy Vaughn (Octavia Spencer), e Mery Jackson (Janelle Monae). Sono tre grandi scienziate, prodigi della matematica, che lavorano alla Nasa e hanno collaborato a una delle più grandi operazioni della storia: il lancio in orbita dell'astronauta John Glenn. Allora fu un risultato sorprendente riportando fiducia alla Nazione Statunitense segnando una svolta nella corsa verso la conquista dello spazio. La matematica Katherine continuò a lavorare alla Nasa e fu colei che in seguito calcolò anche le traiettorie delle missioni Apollo11 e Apollo 13. All'inizio per le tre scienziate fu molto duro il loro ingresso alla Nasa. La loro competenza fu continuamente messa in discussione a causa di essere donne e del colore della loro pelle. Le tre donne nonostante aver dimostrato la loro bravura non hanno il diritto di firmare le scoperte e non viene riconosciuto il lavoro svolto dagli ingegneri bianchi con cui collaborano. Ma alla fine riusciranno imponendo il loro talento e la loro astuzia a vincere l’arroganza dei colleghi e superiori: come il direttore del progetto spaziale Al Harrison (interpretato dal bravo Kevin Costner), che poi si batterà per l'abolizione della segregazione all'interno degli uffici.
“Il diritto di contare” film di Theodore Melfi (già regista di St. vincent) è basato sul libro “Hidden Figures” di Margot Lee Shetterly, che è anche il titolo originale del film. Racconta tre storie personali, tre donne nere che negli anni sessanta diedero un rivelante contributo alla cosiddetta “corsa nello spazio” e alle prime missioni spaziali della Nasa. Il film ha ottenuto 3Candidatureai Premi Oscar, 3 candidature a Golden globes e 1 candidatura a bafta. Che dire del film? Innanzitutto un buon cast. Ottime le interpretazioni da parte di tutti gli attori, in modo particolare superlative le tre attrici. Pellicola interessante e coinvolgente dall'inizio alla fine. Un tema sempre caldo e sensibile delle grandi battaglie del popolo nero per vincere l'uguaglianza razziale raccontata in modo senza esagerare.
Le storie vere, fatti realmente accaduti mi appassionano sempre e, questa in modo particolare perché non la conoscevo ancora. Le tre attrici (a mio parere) sono state strepitose, hanno recitato in un modo che solamente chi sente profondamente sua la storia che sta raccontando è in grado di fare. Ciò che più mi ha colpito della sua visione è il fatto che tutto avviene alla Nasa, cattedrale della scienza, dove menti geniali proiettate al futuro, si dimostrano tarde ed ottuse nell'accogliere tre brillanti scienziate molto brave nel loro lavoro solo perché sono donne e afro-americane. In conclusione è una bella storia che valeva la pena di essere raccontata e vista.
Un consiglio: se avete l'opportunità dategli un'occhiata Merita!

Angie

 
Di Asterix451 (del 16/04/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 247 volte)
Titolo originale
Ready Player One
Produzione
USA 2018
Regia
Steven Spielberg
Interpreti
Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, T.J. Miller, Simon Pegg.
Durata
140 Minuti

Nel 2045 la terra è un pianeta sopraffatto dall’inquinamento e dalle guerre. In America, le classi più povere vivono nelle “cataste”, quartieri di case-container impilate in verticale, dove le persone sfuggono alla miseria rifugiandosi in una piattaforma virtuale globale chiamata “Oasis”. Quando il suo creatore muore, l’eccentrico miliardario James Halliday (Mark Rylance), viene diffuso sulla piattaforma il suo testamento, che poi è una sfida ai giocatori di tutto il mondo. Infatti Halliday istituisce “Il gioco di Anorak”, aperto a chiunque, mettendo in palio la presidenza di “Oasis” e un patrimonio in dollari.
Wade Watts (Tye Sheridan) è un adolescente che vive nelle cataste a casa della zia e del suo spregevole compagno. Rimasto orfano di entrambi i genitori, le sue uniche speranze per il suo futuro sono legate all’eredità di Halliday. Nei panni di Parzival, l’avatar con cui si logga a “Oasis”, Wade sta cercando disperatamente di vincere la sfida per la prima chiave di Anorak: ce ne sono tre e sono milioni i contendenti da sfidare, fino al giorno in cui, sulla griglia di partenza della prova, Parzival incontra la famosa Art3mis (Susan Cooke)… da quel momento, per lui, non esiste nessun altro.
Ma per tutti gli altri gli interessi in ballo sono enormi e sono davvero disposti a tutto pur di garantirseli. A cominciare dalla IOI, multinazionale leader nella produzione di hardware per aumentare la realtà sensoriale di “Oasis”.
Quasi vent’anni dopo “Artificial Intelligence”, Steven Spielberg torna a confrontarsi con il tema del rapporto uomo-macchina come evoluzione dell’esistenza, portando sullo schermo il romanzo “Player One” di Ernest Cline. Cline è un appassionato di cinema, videogiochi e internet che negli anni ha sviluppato soggetti, sceneggiature e un paio di romanzi. Non so quanto sia famoso in America e quanto lo possa diventare adesso, ma il suo lavoro è tanto interessante quanto… già visto?
Ready player one” non ha la profondità filosofica di “Artificial Intelligence” e punta all’intrattenimento di un vasto pubblico. Il punto di forza sono le citazioni di opere celeberrime, talmente frequenti da dare l’impressione di guardare più film allo stesso tempo. A volte la revisione delle situazioni è talmente geniale da diventare originale: infatti, strizzando gli occhi a “Ritorno al futuro” e rivivendo “Shining”, sull’idea di “Suckerpunch” come vittoria nel mondo reale attraverso il gioco si evade attraverso degli avatar (che non sono proprio quelli di “Avatar”) per vivere oltre i limiti di un corpo umano. No, non è “Il mondo dei replicanti”, ma ti sa di quello, come tutto sa di “Matrix” con un pizzico di “Tron”. E se da una parte le citazioni sono talmente palesi da trasformarsi in “omaggi, tributi”, dall’altra ci si domanda perché questo film debba essere così geniale e migliore degli altri.
Certamente Spielberg conferma la sua maestria dietro alla macchina da presa, e il cast riesce a conquistare i cuori del pubblico. Tye Sheridan e Olivia Cooke faranno innamorare i loro coetanei come noi ci innamorammo di Jennifer Connelly e River Phoenix, volando sulle note di Alan Silvestri, che ha curato la colonna sonora. Interessante (ed educativo) Mark Rylance nei panni di Halliday, che per Spielberg già diede il volto e un’anima al Grande Gigante Gentile.
Un film buono, di grande impatto visivo, che ripropone tutto il pathos delle opere più viste e amate dal pubblico; un omaggio agli amici di Spielberg che ricostruirono Hollywood negli anni ’70, regalandoci un nuovo cinema per sognare.
Dubito che segnerà un nuovo punto di inizio della cinematografia di genere, ma credo ne riassuma i contenuti in maniera spettacolare. Sconsigliato solo a chi non vuol sentir parlare di realtà virtuale, internet e computer (alcune sequenze potrebbero esser fatali).

Asterix451

 
Di Angie (del 09/04/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 303 volte)
Titolo originale
Beata ignoranza
Produzione
Italia 2017
Regia
Massimiliano Bruno
Interpreti
Marco Giallini, Alessandro Gassman, Valeria Bilello, Carolina Crescentini,
Durata
102 Minuti

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassman) due professori di liceo si conoscono da una vita, ma non si vedono da 25 anni. A dividerli è stato l'amore per la stessa donna, Marianna (Carolina Crescentini), e la nascita di una figlia, Nina (interpretata da Teresa Romagnoli). Ora si sono ritrovati ad insegnare nello stesso liceo e nella stessa classe: uno insegna italiano e l'altro matematica. Sono molto diversi tra loro e si detestano per il modo di gestire il rapporto con le alte tecnologie.
Il primo Ernesto, è austero e tradizionalista, orgogliosamente refrattario all'uso della rete. Il secondo, Filippo, è invece un allegro progressista, perennemente connesso al Web, vive di selfie, seduttore seriale di colleghe e studenti che adorano la sua spensieratezza. Ma la giovane Nina figlia di entrambi, padre Filippo e padre biologico di Ernesto, coinvolgerà i due amici-nemici in un esperimento: Filippo dovrà uscire dalla Rete ed Ernesto entrarci. Quando i ruoli vengono scambiati i due capiranno che c'è del buono in entrambi i modi di vivere e, che per affrontare la vita e rimanere a passo con i tempi è bene trovare un equilibrio tra le due realtà: la cultura e la rete.
Il regista Massimiliano Bruno, con questo romanzo di formazione di due uomini alle prese con le proprie responsabilità di padri ed educatori al tempo dei social network porta sullo schermo il suo quinto film: “Beata Ignoranza”. Una commedia con protagonisti due grandi attori, Alessandro Gassman e Marco Giallini che hanno già lavorato insieme nel film “Se Dio vuole” (2015) di Eduardo Falcone. Il film ha ottenuto 3 candidature ai Nastri D'Argento per il miglior soggetto e attore protagonista (Gassman e Giallini) La commedia racconta le vicende di due nemici-amici insegnanti di liceo che si sfidano su una problematica attualissima: è giusto o no questa dipendenza dai social network?
E noi come siamo come Giallini o come Gassman? Comunque siamo, il film ci porta a farci guardare allo specchio senza troppe pretese, rimorsi o rimpianti. Che dire? L’ho trovata una pellicola divertente con protagonisti molto simpatici, nel raccontare una storia mescolata con dosi di sentimento e qualche sorriso intrattenendo lo spettatore in maniera gradevole, senza appesantire di troppa retorica. Inoltre, anche se può sembrare un filmetto da poco conto, se si analizza bene la trama affronta temi abbastanza interessanti con spunti di riflessioni come: il significato di amicizia e il concetto di padre e il suo ruolo.
In conclusione se volete trascorrere due ore spensierate è il film ideale per voi giovani e adulti.

Angie

 
Di Namor (del 19/03/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 375 volte)
Titolo originale
Aus dem Nichts
Produzione
Germania, Francia 2017.
Regia
Fatih Akin
Interpreti
Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Samia Muriel Chancrin, Numan Acar.
Durata
100 Minuti

La morte del marito Nuri e del figlioletto Rocco, dovuto ad un attentato di matrice terroristica stravolge per sempre la vita di Katja (Diane Kruger) che non si da pace per l’accaduto.
I colpevoli dell’infame gesto sono una coppia formata da marito e moglie affiliati ad un gruppo terroristico germanico denominato NSU (Nationalsolzialistichster Untergrund). Messi sotto processo i due spalleggiati dai commilitoni e da un avvocato palesemente simpatizzante alla loro causa, se la cavano con una piena assoluzione per mancanza di prove schiaccianti.
Katja dopo l’ennesimo dolore per la loro liberazione, decisa ad aver giustizia si mette sulle tracce della coppia che ben presto scova rifugiata in un’altra nazione convinti di averla fatta franca. Ma il corso della giustizia privata è ormai ben avviato dalla caparbietà di Katja che vuole vendetta.
Oltre la notte” diretto dal regista tedesco di origini turche Fatih Akin ispirato ai tragici fatti di cronaca terroristica avvenuti in Germania, mette in scena un buon film che gli vale il Golden Globe come miglior film straniero. Gran parte di tale premio va sicuramente riconosciuto alla bravissima Diane Kruger, che con una prova di alta recitazione premiata al Festival di Cannes come miglior attrice protagonista eleva il film oltre il voto della piena sufficienza.
Non vi nascondo che la mia scelta di vedere questo film è dovuto proprio alla presenza della Kruger, attrice da me molto apprezzata dopo averla vista recitare nella serie The Bridge.
Film non adatto a chi ama l’azione ma per chi predilige recitazione da nomination.

 Namor

 
Di Asterix451 (del 12/03/2018 @ 05:00:00, in cinema, linkato 334 volte)
Titolo originale
The 15:17 to Paris
Produzione
USa 2018
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Anthony Sadler, Alek Skarlatos, Spencer Stone, Jenna Fischer, Judy Greer.
Durata
94 Minuti

Francia, 2015.
Sul treno diretto a Parigi viaggiano 554 passeggeri. Uno di essi è un marocchino di 26 anni armato con fucile d’assalto, una pistola e una molotov: la sua intenzione è quella di attraversare il treno bersagliando i passeggeri in nome della Jihad, ma il destino (almeno questa volta) l’ha pensata diversamente…
Spencer, Alek ed Anthony sono amici dai tempi dell’infanzia. Teste calde, forse, a causa di situazioni familiari complicate, ma animati da una grande morale: fanno quello che possono, insieme, per sopravvivere al bullismo e a un sistema cieco ai reali bisogni dei ragazzi; d’altra parte, non è una novità della loro generazione. Nel delicato equilibrio della società americana tutto ciò fa sorgere il bisogno di imparare a combattere che, talvolta, conduce a un bene superiore.
Dalle battaglie con armi “soft air” che i tre organizzavano nel boschetto dietro casa, divenuti grandi in un clima di minaccia terroristica sempre più accesa, Spencer ed Alek decidono di arruolarsi mentre Anthony decide di proseguire gli studi: tre strade diverse che, per fortuna, non compromettono la loro amicizia; infatti, proprio per ritrovarsi, decidono di organizzare un viaggio in Europa. Un viaggio che, attraverso una concomitanza di coincidenze fortuite, li condurrà sul treno delle 15:17 diretto a Parigi.
Dopo “American Sniper” e “Sully”, Clint Eastwood torna al cinema con una storia vera di eroismo americano, come spesso è accaduto nella sua storia di cineasta: appassionato di storie vere, sa come raccontarle per appassionare il pubblico. Più volte ha osservato i personaggi della sua America che rappresentavano temi a lui cari (la musica, la politica, il west, lo sport e, oggi, l’eroismo), raccontando le loro storie in un film. Qualcuno lo accusa di propaganda, ma l’intelligenza, l’esperienza di vita e il coraggio di esprimersi prevalgono sempre (basti notare le differenze minime tra il libro e il film di “American Sniper”).
“Attacco al treno” è molto diverso dal teaser trailer: la maggior parte della trama si dedica a Spencer Stone, infermiere dell’esercito americano, ad Alek Skarlatos, fuciliere dei Marine, ed Anthony Sadler da quando erano ragazzi al loro viaggio in treno. Le loro storie fino all’attentato erano già state raccolte dallo scrittore Jeffrey Stern nel libro che Clint ha utilizzato come soggetto, chiamando a recitare i ragazzi nella trasposizione cinematografica. Oltre al coraggio in una situazione di crisi reale, premiato con una medaglia dello Stato francese, i tre ci sanno fare anche di fronte alla macchina da presa: sono perfetti per il cinema minimalista di Eastwood che, nonostante l’età, è ancora forte e impeccabile. La sequenza dell’attacco al treno è breve, introdotta poco a poco con brevi clip, fino a quando la narrazione in flashback “aggancia” quella del convoglio: la colluttazione è realistica, Clint ci mette la telecamera che serve ma lascia fare ai ragazzi, come fecero. Il destino ci mise la mano, e si salvarono tutti.
Il Maestro del cinema americano, forse l’unico degno erede di Sergio Leone, ha lasciato il cuore in Italia. In “Attacco al treno” ci torna volentieri insieme a Spencer, per ripercorrere parte del suo viaggio: una rappresentazione attraverso gli occhi di un americano, forse, dal quale trapela tutto il rispetto e l’affetto che quel vecchio pistolero conserva per il nostro paese.
Per me è promosso, cercando di essere imparziale (ma Clint è Clint). Gli amanti dello “sparatutto” lo troveranno lento, forse, e “sparapoco”, ma tutti gli altri apprezzeranno una storia intensa di persone che, in un momento di crisi, non sono rimaste a guardare.

Asterix451

 
Di Asterix451 (del 28/12/2017 @ 05:00:00, in cinema, linkato 397 volte)
Titolo originale
Blade Runner 2049
Produzione
USA 2017
Regia
Denis Villeneuve
Interpreti
Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright
Durata
152 Minuti

Los Angeles, 2049.
L’agente “K” (Ryan Gosling) è un replicante addetto al ritiro di “lavori in pelle” difettosi: anche l’unità speciale “Blade Runner” si è evoluta, e ora sfrutta le macchine per eliminare quelle che tentano di ribellarsi all’uomo; spesso si tratta di androidi vecchio modello, schiavi mai riscattati che sperano solo di esser dimenticati.
Sapper Morton (Dave Bautista) è uno di questi, un ex medico militare che ora alleva vermi in una fattoria. Quando “K” lo rintraccia per ritirarlo, Sapper si difende animato da una consapevolezza dell’esistenza che turba il poliziotto. Ancora di più, il ritrovamento di una scatola sepolta sotto un vecchio albero di fronte alla casa: all’interno, lo scheletro artificiale di un replicante “Nexus” femmina che, senza dubbio, ha partorito.
Si tratta di un evento senza precedenti, in grado di alterare il delicato equilibrio tra gli uomini e i replicanti in schiavitù: il Tenente Joshi (Robin Wright) lo intuisce e, di sua iniziativa, ordina a “K” di individuare il bambino nato dalla replicante, ovunque sia, ed eliminarlo senza lasciare traccia. In segreto.
“K” comincia dagli archivi della Wallace Industries, attuale leader nella produzione di replicanti, che potrebbe avere le schede tecniche dei vecchi modelli “Nexus” partendo dal numero di serie. La singolare ricerca attira l’attenzione del magnate Niander Wallace (Jared Leto) che, grazie alle sue conoscenze, viene a sapere del replicante “nato” e non “creato”: una prospettiva ghiotta, la procreazione, che taglierebbe drasticamente i costi di produzione degli androidi, aumentandola esponenzialmente. Il modo migliore è favorire le indagini di “K” a sua insaputa, ordinando alla replicante Luv (Sylvia Hoeks) di occuparsene: dovrà dargli il massimo supporto e poi, quando l’avrà trovato, prendersi il bambino.
Trentacinque anni dopo l’uscita di “Blade Runner” di Ridley Scott, tocca al pluri-premiato regista canadese Dennis Villeneuve (“La donna che canta”, “Sicario”, “Arrival”) portare in scena il sequel del film che contribuì ad aprire una nuova epoca del genere di fantascienza, nonostante la riluttanza con cui venne accolto all’epoca e le divergenze di opinione su aspetti importanti della trama dei soggetti che la interpretarono: è bene ricordarlo, perché “Blade Runner 2049” sembra finalmente aver messo tutti d’accordo. Infatti, il “making of” della prima trasposizione cinematografica del (forse) meno noto racconto di Philip K. Dick “Gli androidi sognano pecore elettriche” è avvincente quanto il film stesso: dalla primissima sceneggiatura alla scelta del protagonista Harrison Ford, passando per la voce fuoricampo, il lieto fine, la vera natura di Deckard e gli attriti tra i soggetti chiave, sono questioni che hanno portato alla realizzazione di ben sette (!) versioni; le polemiche continuano, ma tutti concordano che “Blade Runner” sia un capolavoro.
Partendo da un livello così pregiato di cinematografia, il rischio di snaturare la natura del film o scadere nella banalità era alto . Per questo Ridley Scott ha rimesso mano al progetto cercando di mantenere molti elementi della squadra originale, inclusa la presenza di Harrison Ford nei panni di Deckard, ambientando il sequel 20 anni dopo il primo film e riprendendo in maniera fedele tutte le tematiche rimaste in sospeso per svilupparne delle nuove: il risultato è un film immenso, di grande impatto scenografico, nel quale non si avvertono “scalini” rispetto al precedente; nella stessa atmosfera si sviluppa la tematica sulla coscienza dell’essere vivente (non solo umano) e l’importanza che le esperienze vissute rappresentano nello sviluppo di un individuo, anche attraverso i ricordi, che diventano fondamentali. Harrison Ford ritrova il vigore e il carisma nella recitazione che lo ha portato al successo, mentre il poliziotto replicante di Ryan Gosling incarna benissimo l’idea di una macchina cosciente che tenta di risolvere i paradossi della sua natura, per trovare coerenza. C’è molta bellezza e cura, mentre la fotografia e la scenografia digitale sono impressionanti: il film è lungo perché contemplativo, come viaggiare e guardarsi attorno, semplicemente. E come il primo “Blade Runner”, non è un film per tutti.
Villeneuve ha realizzato un film lungo, con i giusti ritmi, ricco di idee e di riflessioni sulla natura dell’uomo e le sue contraddizioni, evidenziate dal confronto con macchine che sono costruite per essere “più umane dell’umano”. Bravissimi gli attori, belle le protagoniste femminili Silvia Hoeks e Ana de Armas: grazie a loro, tutto riconduce agli istinti che si annidano nelle pieghe più profonde della coscienza, dove nascono le emozioni. Eleganza, amore, erotismo amplificano il desiderio brutale di “essere”, considerati e amati prima di tutto, pronti a sacrificarsi nella pienezza di questa esperienza che si chiama “vita”: questo è “Blade Runner 2049”.
Imperdibile per i fan e per tutti quelli che pretendono qualità ed eccellenza da un film, per ricchezza di contenuti e impegno.

Asterix451

 
Di Asterix451 (del 30/10/2017 @ 05:00:00, in cinema, linkato 510 volte)
Titolo originale
It
Produzione
USA 2017
Regia
Andy Muschietti
Interpreti
Bill Skarsgård, Owen Teague, Jaeden Lieberher, Finn Wolfhard, Wyatt Oleff.
Durata
135 Minuti

Derry, stato del Maine, anni ‘80: una provincia come ce ne sono tante in America. Ma sotto allo strato di normalità si nasconde qualcosa che si prende le persone, delle quali restano solo i manifestini di scomparsa affissi in tutta la città: Bill (Jaeden Lieberher) lo sa bene, perché il suo fratellino Georgie è come scomparso nel nulla.
Bill è un ragazzino timido e balbuziente. Condivide un’adolescenza difficile con i “Perdenti” (come vengono definiti dai bulletti-superstar della scuola), ragazzini sfigati con le ragazze e poco prestanti, eppure, “diversamente fichi”: si tratta di Richie il guascone (Finn Wolfhard); dell’ipocondriaco Eddy (J.D. Grazer); del geniale Stanley (Wyatt Olef); di Mike il nero, “l’ammazza-vitelli” (Chosen Jacobs), e di Ben, il ciccione nuovo arrivato (Jeremy Ray), che quell’infame di Henry Bowers (Nicholas Hamilton) e la sua banda hanno quasi affettato sul Ponte dei Baci. Ah, poi c’è Beverly Marsh, la rossa (Sophia Lillis), che in quell’estate si unisce al gruppo dei “Perdenti” facendoli innamorare tutti: aye, diciamo grazie.
Per loro, la situazione è più o meno questa: stretti tra la banda di Henry e questa… “cosa”. E se alcuni vorrebbero godersi l’estate, Bill vuole trovare il suo fratellino una volta per tutte, soprattutto quando scopre che Ben ha fatto delle ricerche per conto suo ed è molto documentato sulla storia di Derry. Perché ci sono dei punti chiave che uniscono le fogne della città a una casa fatiscente costruita intorno a un pozzo dell’acqua e tutti ammettono di aver visto un pagliaccio agghiacciante (Bill Skaarsgard) animare le loro paure: quella creatura gli sta dando la caccia ma, se resteranno uniti, il gioco delle parti potrebbe anche invertirsi.
Nell’immenso romanzo di King del 1986, “It” è il pronome neutro della lingua inglese e si riferisce all’entità mutevole che si nutre della paura dei bambini: una storia memorabile per la struttura narrativa, le idee, la forza con cui evoca paure ancestrali, pulsioni e sentimenti dei personaggi. Un romanzo introspettivo, esplicito nei contenuti della violenza, del turpiloquio e del sesso, eppure mai volgare, perché affronta gli aspetti più complessi e profondi della natura (e della paura) umana.
Sono stato un “kinghiano” fedele e metodico, ma non è fazioso definire “indegna” la prima trasposizione cinematografica di Tommy Lee Wallace scritta per la TV; anzi, credo abbia portato un danno enorme al romanzo, sia per i tagli grossolani alla trama, sia per la povertà di certi effetti speciali.
Nonostante i contenuti vergognosi e la bassezza di certi programmi televisivi in fascia non protetta, le tematiche di “It” diventano una spina nel fianco per qualsiasi regista voglia allargare al massimo la rosa degli spettatori: ciò significa semplificare la trama, filtrare il “politicamente scorretto” (che di solito è la verità), giocare con l’erotismo senza scadere nel porno senza far insorgere chi ha letto il libro o, viceversa, beccarsi censure paradossali. Se a tutto questo si aggiunge una produzione travagliata, la salita diventa vertiginosa.
La scalata è toccata al regista argentino Andy Muschietti, classe 1973 di origini italiane, approdato a Hollywood con il film “La Madre”. Nonostante la sua breve filmografia, già dalle prime scene dimostra di saperci fare con una narrazione fluida e ricca di dettagli; Muschietti si prende i giusti tempi per descrivere il carattere dei personaggi e farci sprofondare negli incubi del clown Pennywise. Situazioni orribili si alternano alle vicende degli adolescenti (rapporto con i genitori, bullismo, primi amori), i quali traggono forza dalle loro debolezze con coraggio e senso dell’umorismo. Come nel romanzo, anche qui si ride spesso. Bravi i giovani attori e bravissimo Bill Skaarsgard nei panni del clown, molto più “Pennywise” di quanto non fosse Tim Curry nella versione precedente. La Beverly di Sophia Lillis fa davvero innamorare, com’è giusto che sia, ma di nuovo non si riesce ad andare fino in fondo: perché è lei il personaggio chiave che nel romanzo unisce il gruppo e dà un vero senso al finale, mentre al cinema si cercano alternative più facili da raccontare che, però, lasciano incertezze di trama.
Anche la suddivisione in “Prima Parte: adolescenti/Seconda Parte: adulti” è un’ulteriore semplificazione che toglie suspance, a differenza del libro, che porta avanti la vicenda di entrambe le epoche svelando i fatti poco a poco.
Un’ultima riflessione: nel 1986 King insegnava a tutti come far paura alla gente, e scrittori e sceneggiatori hanno imparato la lezione. A 30 anni di distanza, il remake di “It” non riesce a proporre qualcosa di realmente nuovo nel panorama del cinema horror: per questa ragione, agli amanti della letteratura consiglio il romanzo, perché rimane un’esperienza davvero coinvolgente. Tutti gli altri potranno godersi questo film ben confezionato, che si paga il biglietto e onora “il Re” con un lavoro ben strutturato, capace di spaventare ed emozionare. Aspettiamo la seconda parte.

Asterix451

 
Di Angie (del 23/10/2017 @ 05:00:00, in cinema, linkato 590 volte)
Titolo originale
Pixels
Produzione
USA 2015
Regia
Chris Columbus
Interpreti
Michelle Monaghan, Peter Dinklage, Adam Sandler, Ashley Benson, Sean Bean.
Durata
100 Minuti

Vi ricordate gli anni '80? I tempi magici dei videogiochi Arcade e delle sale giochi dove con un gettone ti lanciavi nel mondo di Pac-Man & Co! Ecco che con la pellicola d'azione “Pixels”, ci riporta a quei tempi. Il film inizia con due ragazzini Sam Brenner, appassionato di videogiochi che, insieme al suo migliore amico William Cooper, detto “Ciube” (essendo un fans di Stars Wars) vanno per la prima volta in una sala giochi. Sam, mente geniale, vince ogni gara comprendendo gli schemi dei giochi. In una finale dei giochi Brenner si scontra con Eddie Plant, un attaccabrighe, noto come “Fireblaster” e famoso per la sua imbattibilità nei videogiochi, arrivano pari.
Si sfidano, così per l'ultima partita a Donkey Kong, dove purtroppo Brenner perde. A fine di quel campionato una cosiddetta “capsula del tempo” con all'interno il filmato del campionato viene mandato nello spazio come parte di un esperimento della Nasa. A distanza di molti anni, un'intelligenza aliena ritrova quella capsula col filmato e, attacca il Pianeta Terra credendo di essere sfidata. Ora toccherà a quei concorrenti ragazzini ormai cresciuti: Sam Brenner (Adam Sandler), diventato un comune operaio, William Cooper (Kevin James) ora Presidente, Eddie Plant (Peter Dinklege) e Ludlow Lamonsoff (Josh Gad) a rimediare all'equivoco.
Formano una squadra, a cui si unisce anche il colonnello Violet Van Patten (interpretata dalla bella Michelle Monoghan), una specialista del settore che fornisce loro le armi necessarie per combattere gli alieni. Chris Columbus regista di “Mamma ho perso l'aereo” e i primi due di “Harry Porter” dirige “Pixels”, il suo 14esimo film.
Una commedia divertente i cui protagonisti assoluti sono un quartetto di nerd, tutti campioni di videogiochi negli anni '80, che vengono chiamati e catapultati così dalla loro vita tranquilla e monotona al pentagono per salvare il mondo dall'invasione aliena. L'ispirazione di questo film arriva da un cortometraggio francese del 2010 di Patrick Yean. Nonostante sia stato stroncato dalla maggior parte dalla critica, ha avuto un buon successo al box office, incassando 237 milioni di dollari, a fronte di un budget stimato in 88 milioni. Belli gli effetti speciali. Un buon cast, personaggi molto simpatici. Devo dire che pur non amando i videogiochi il film è riuscito ad incollarmi allo schermo. Pellicola decisamente gradevole, carina e divertente che strappa qualche risata, con un finale pienamente riuscito nel suo intento quello di :intrattenimento del pubblico.
Graziosi i titoli di coda che ricordano il film in formato videogioco anni '80. In conclusione anche se non è nulla di eccezionale consiglio di darci un'occhiata. In modo particolare lo suggerisco agli appassionati dei videogiochi, in quanto questa visione li farà rituffare con un pizzico di dolce malinconia nel fascino degli anni '80, ricordando quei tempi in cui i videogames erano qualcosa di assolutamente nuovo e si passavano le giornate nelle sale gioco. Se poi vogliamo aggiungere che la sua durata normale di 1ora e 40 minuti è adatto anche ai più piccoli che si faranno qualche risata.

Angie

 
Di Angie (del 27/09/2017 @ 05:00:00, in cinema, linkato 607 volte)
Titolo originale
Hacksaw Ridge
Produzione
Australia - USA 2016
Regia
Mel Gibson
Interpreti
Andrew Garfield, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Rachel Griffiths, Luke Bracey.
Durata
131 Minuti

Desmond Doss (Andrew Garfield) è un ragazzo semplice cresciuto sulle montagne della Virginia, accudito dalla sua famiglia secondo la fede della chiesa cristiana. Un giorno, ancora ragazzino, quando per gioco lottava con suo fratello Hal che, non ha per poco ucciso, fu la causa maggiore che rinforzò la sua credenza nel comandamento sul “non uccidere”.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Desmond decide di arruolarsi e di servire il suo paese. Ma lui non è come gli altri. Cristiano e obbiettore di coscienza, il giovane rifiuta di impugnare le armi e uccidere. Vuole servire l'esercito come soccorritore medico. Spedito, così, sull'isola di Okinawa, contro il pregiudizio dei compagni, combatterà senza armi ma, solo con la sua fede, contro l'esercito nipponico. In questa tremenda battaglia molti commilitoni di Doss rimangono feriti, non resta al gruppo che ritirarsi. Ma quando tutto sembra precipitare è proprio Desmond che non batte in ritirata con i suoi compagni, ma resta sul campo e, schivando i colpi del nemico, conduce i soldati feriti al bordo della scarpata e li cala giù con una corda. Ogni volta volta che ha tratto in salvo un compagno, Doss si mette subito alla ricerca di un altro per portarlo in salvo. Così facendo recuperò e mise in salvo ben 75 uomini senza sparare un colpo.
" La Battaglia di Hacksaw Ridge", film diretto da Mel Gibson, che ritorna a distanza di dieci anni da “Apocalypto”, racconta la storia vera di Desmond Doss, il primo obbiettore di coscienza dell'Esercito Statunitense che ricevette la medaglia d'onore del Congresso per aver salvato dozzine di soldati come medico. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto 2 Premi Oscar, 3 candidature e Golden Globes, 5 candidature e vinto un Premio Batfa e 1 candidatura a Lond Critics.
Non conoscevo, prima di vedere questa pellicola, la storia di Desmond questo eroe che ha salvato tante vite e, devo dire che è una storia che ha dell'incredibile: come la forza delle convinzioni e delle idee possano vincere su tutto anche nei momenti peggiori! Il film per i più sensibili, è veramente crudo. Si vedono cruente scene di battaglia con corpi mutilati, giovani cadaveri e, in mezzo a tanta violenza si contrappone questa figura di Doss, capace da solo con la sua fede di salvare tantissime vite umane. Un gran bel film! Scene spettacolari, dove le immagini emozionano e il ritmo è a tratti anche adrenalinico.
Ottimo cast. Tutti molto bravi nelle loro interpretazioni, soprattutto il protagonista interpretato da Andrew Garfield, che abbandona la maschera di Spider-Man e veste i panni di un eroe umano, disposto a servire e onorare il suo Paese solo con la forza della sua fede. Io non amo molto i film di guerra ma mi è piaciuto, è stata una bellissima storia veramente coinvolgente e commovente anche in alcune scene. In conclusione direi che è un film da non perdere perché non è il solito film di guerra, di combattimento, ma è una storia epica che scava a fondo nell'animo umano: è una grande lezione di vita!

Angie

 
Di Miryam (del 14/09/2017 @ 05:00:00, in cinema, linkato 541 volte)
Titolo originale
Nemiche per la pelle
Produzione
Italia 2016
Regia
Luca Lucini
Interpreti
Margherita Buy, Claudia Gerini, Giampaolo Morelli, Paolo Calabresi, Gigio Morra.
Durata
92 Minuti

Fabiola (Claudia Gerini) è la dirigente di un’agenzia immobiliare, praticamente la classica donna in carriera, amante del lusso, capace di passare sopra chiunque pur di raggiungere l’obiettivo prefisso, elargisce denaro pur di ottenere quello che vuole, veste solo abiti attillati e l’immancabile tacco dodici. Dall’altra parte troviamo Lucia (Margherita Buy) che di professione fa la psicologa per cani, un tipo molto ansioso, altruista, sempre disponibile, veste solo abiti in fibra naturale in maniera piuttosto goffa, meticolosa pure nel cibo, infatti non condivide le proteine animali. Due persone, come si può notare dalle descrizioni, agli antipodi, una cosa sola le accumuna, sono state sposate entrambe con Paolo (Stefano Santospago), prima Lucia e poi Fabiola. Questo è il motivo per il quale nessuna delle due riesce a stare nella stessa stanza con l’altra. Purtroppo però, a seguito di un incidente stradale, Paolo perde la vita e le due acerrime nemiche vengono così convocate dall’avvocato del defunto, un certo Stefano (Paolo Calabresi), perché c’è in ballo un’eredità.
Non sempre far parte di un testamento può essere un fatto piacevole, come per esempio in questo caso, infatti l’eredità consiste nel dover accudire un bambino di circa sette anni, Paolino Junior (Jasper Cabal), orfano di madre e che Paolo aveva avuto con una donna cinese durante una scappatella extraconiugale. Quindi, visto i fatti, le due amiche-nemiche dovranno loro malgrado trovare un punto d’incontro per prendersi cura del bimbo.
Da principio le due donne assumono un atteggiamento di sfida cercando di gareggiare per ottenere l’affidamento del bambino, però poi, anche grazie al comportamento divertente di Paolino che sembra addirittura più maturo delle due “neo mamme”, riescono a diventare addirittura complici pur di non perdere questo affidamento, perché ormai sentono entrambe di nutrire un profondo affetto e amore verso quel bimbo innocente.
Luca Lucini, dopo “Tre metri sopra il cielo”, “L’uomo perfetto” e altro ancora, ritorna sul grande schermo con l’ultima opera “Nemiche per la pelle “, dove si avvale anche della collaborazione della Buy per la stesura del film. Commedia tutta da ridere, fresca, simpatica, molto leggera e scorrevole anche se di fondo vuol far emergere un forte messaggio e cioè che non serve una moglie e un marito per crescere un bambino, l’importante è circondarlo d’affetto e di amore. Nel film le due fantastiche attrici riescono a far funzionare il tutto nonostante siano una l’opposto dell’altra, ma è proprio la loro diversità che rende la pellicola più vera e vicina alla realtà dei nostri giorni.
Questo non sarà magari un film che verrà ricordato per lungo tempo, però riesce a far trascorrere un’ora e mezza sempre con il sorriso sulle labbra.

Miryam

 
Di Angie (del 02/09/2017 @ 05:00:00, in cinema, linkato 521 volte)
Titolo originale
The Program
Produzione
Gran Bretagna 2015
Regia
Stephen Frears
Interpreti
Ben Foster, Chris O'Dowd, Dustin Hoffman, Lee Pace, Jesse Plemons
Durata
103 Minuti

Lance Armstrong, un campione sportivo tra i più grandi della nostra era, che per l'ossessione della vittoria lo spinse a mentire e a tradire la lealtà di una intera comunità. Armstrong (interpretato da Ben Foster) è un giovane ciclista americano. Inizia come dilettante: in pianura va forte ma nei percorsi in salita ha difficoltà. Tuttavia s'inscrive alle gare e ci prova conquistando così l'attenzione dei media che scommettono su di lui. I risultati però, non lo gratificano. Decide di rivolgersi al dottor Michele Ferrari (Gauillame Contet) medico italiano, per inserirlo nel suo “programma” di allenamento che prevede l'assunzione di Epo, una sostanza per migliorare le prestazioni fisiche.
Ma Ferrari lo respinse perché non aveva il fisico adatto. Armostrong poi si ammala: gli viene diagnosticato un tumore ai testicoli. Ma la sua ambizione e caparbietà è più forte: sconfigge il male e torna in pista. Il suo obbiettivo è non perdere mai! Più forte di prima torna dal medico italiano Ferrari perché lo sottoponga questa volta senza rifiuto da parte del dottore al suo “programma” con cui migliora gli atleti. Si tratta di una strategia di doping a base di “Epo”, trasfusioni, ormoni della crescita, cortisone e testosterone per correre sempre più forte e sempre vittoriosi ma, illegalmente. I due cominciano così a collaborare al più grande imbroglio nella storia dello sport.
Il regista, candidato Oscar Stephen Frears, dopo il successo di “Philomena” porta sul grande schermo il più convincente ed elettrizzante imbroglio sportivo di tutti i tempi: quello di Lance Armostrong, vincitore di ben sette volte consecutive al Tour De France, con il film “The Program”. Tratto dall'omonimo libro del giornalista irlandese David Walsh, che fu testimone dell'ascesa e della caduta di Armostrong, pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer. Il film ripercorre le tappe della vita del grande ciclista statunitense: dai successi sportivi, considerato come una sorte di “eroe nazionale”, alla lotta contro il cancro, fino dall'ammissione di doping, trasformandosi così nell'emblema di uno dei truffatori più sofisticati nell'ambito della storia sportiva.
Un Armstrong il più bravo di tutti non solo nel vincere ma anche nel barare. È riuscito sempre a non risultare mai positivo al controllo antidoping. Tutto sommato è un buon film che tiene incollati allo schermo, anche se è una storia praticamente già conosciuta attraverso documentari e notiziari.
La pellicola scorre con un buon climax, senza annoiare grazie anche all'ottima performance di Ben Foster aiutato da una netta somiglianza al ciclista. Inoltre per calarsi ancor meglio nei panni del giovane Armstrong, Foster racconta di essersi sottoposto a un trattamento di doping sotto stretto controllo medico. E una proiezione interessante che merita la sua visione a chi ama le storie vere e anche per coloro che non sono appassionati al ciclismo (come la sottoscritta) perché fu uno dei più grandi casi di una delle bugie più ben riuscite nel mondo dello sport.

Angie

 

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