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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di mimmotron (del 20/07/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1002 volte)
Titolo originale
Kurenai no Buta
Produzione
Giappone 1992
Regia
Hayao Miyazaki
Interpreti
Shuuichirou Moriyama, Akemi Okamura, Akio Ohtsuka, Tokiko Kato, Hiroko Seki.
Durata
94 Minuti

Film d'animazione realizzato da Hayao Miyazaki nel 1992 è stato distribuito in Italia solo alla fine del 2010. Del maestro Miyazaki credo sia inutile parlarne, poiché se qualcuno dei lettori non lo conoscesse dovrebbe assolutamente approfondirne la conoscenza dato che stiamo parlando, a mio giudizio, del migliore nel suo ambito professionale/artistico, farlo ora qui sarebbe riduttivo. Potrete inoltre trovare numerose recensioni su questo blog di altre sue pellicole, tra le quali La città incantata vincitrice dell'Oscar come miglior film d'animazione nel 2003. Aggiungiamo inoltre che Miyazaki è stato insignito del Leone d'Oro alla carriera alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 2005.
Marco Pagot è un asso dell'aviazione italiana che in seguito ad un conflitto aereo, unico superstite della sua squadriglia finisce per risvegliarsi, dopo un'estenuante fuga con le sembianze di un maiale antropomorfo. Terminato il Primo conflitto mondiale abbandona l'aeronautica militare e sopravvive riscuotendo le taglie dei tanti pirati dell'aria che cattura con il suo idrovolante rosso (da qui il nome Porco Rosso). Essendo in disaccordo con l'indirizzo politico intrapreso dall'Italia Marco Pagot è ricercato dalla polizia fascista per cui stabilisce il suo rifugio in un'isoletta della costa dell'Istria. Durante un conflitto con un sicario, l'americano Donald Curtis, assoldato da una banda di pirati dell'aria l'aereo di Porco Rosso viene danneggiato e per le riparazioni si reca da un vecchio amico a Milano. Qui incontrerà la giovane nipote dell'amico, entusiastica meccanica di aerei con la quale si stabilirà un rapporto speciale.
Quello che mi ha affascinato di questo film d'animazione è il soggetto, stupendo a mio giudizio. Per il resto, ad essere sinceri, troviamo i temi che molto frequentemente vengono trattati da Miyazaki ovvero la presenza di un personaggio femminile adolescente, la mancanza di una effettiva distinzione tra buoni e cattivi e meno frequente, ma già proposto la maledizione che provoca una metamorfosi (La città incantata). A essere pignoli quest'ultimo aspetto viene prima proposto in Porco Rosso e poi ne La città incantata, ma essendo stati, in Italia, distribuiti non nell'ordine corretto di realizzazione il tutto appare al contrario.

mimmotron

 
Di Asterix451 (del 18/07/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1275 volte)
Titolo originale
Kick-Ass
Produzione
USA - Gran Bretagna 2010
Regia
Matthew Vaughn
Interpreti
Aaron Johnson, Christopher Mintz-Plasse, Mark Strong, Chloe Moretz, Nicolas Cage.
Durata
117 Minuti
Trailer

Dave (Aaron Johnson) è un adolescente intelligente in una società gretta e narcisista, dove è considerato uno sfigato insignificante dedito alla lettura dei fumetti e all’onanismo, fantasticando sulla sua professoressa di Inglese ultra-quarantenne.
Sogna un mondo che si accorga di lui… e, quando esce di casa, le sue speranze si avverano solo in parte: infatti verrà pestato e saccheggiato da un gruppo di teppisti, sotto lo sguardo indifferente di un adulto; senza parlare della ragazza di cui è segretamente innamorato, che invece lo compatisce, trattandolo da timidone insignificante.
Il mondo fa schifo, visto da questa prospettiva. Ma è davvero impossibile ristabilire una linea di riferimento più equa, dove i cattivi vengano presi a calci in culo, le ragazze non si concedano solamente a dei burini ed un nuovo beniamino possa finalmente unire tutti, sotto la bandiera della giustizia?
Per questo Dave decide di diventare “Kick-Ass”, un supereroe senza superpoteri, che fa le ronde anti-crimine vestito da carnevale e rischia la vita salvando i gattini in pericolo. Ma quando si tratta di intervenire durante un’aggressione… beh, ne prende un fracco e una sporta, pur battendosi con onore.
A questo punto, sarà “Youtube” a consacrarlo al mito.
Kick-Ass” diventa famosissimo, le ragazze lo desiderano, i ragazzi vorrebbero imitarlo e Dave è entusiasta di questa doppia vita, non fosse che… qualcun altro aveva già pensato a punire il crimine in modo molto più significativo. Agiscono in coppia e sono totalmente invisibili, con molte armi e finanziamenti: stanno demolendo l’organizzazione criminale di Frank D’Amico (Mark Strong) con azioni fulminee, spettacolari, violentissime; sono “Big Daddy” (Nicholas Cage) e “Hit Girl” (Chloe Moretz) e non vogliono pubblicità per continuare a colpire duramente la mafia locale. Che, erroneamente, si metterà sulle tracce del supereroe più cliccato del momento: “Kick-Ass”!
Per fargli la pelle, naturalmente…
Matthew Vaughn fa centro ai botteghini con la trasposizione cinematografica del fumetto omonimo, scritto da Mark Millar e disegnato da John Romita, un grande successo negli Stati Uniti uscito nel 2008. Produzione indipendente, tra i quali spicca il nome di Brad Pitt, oltre al regista (e sceneggiatore) Vaughn ed i padri di “Kick-Ass” Millar e Romita; la pellicola si impone all’attenzione di pubblico e critica combinando sapientemente azione e tipici disagi giovanili, dissacrandoli con battute da camallo portuale, che in bocca ad “Hit Girl” suonano stupendamente oscene.
Gli eroi non promuovono vezzi idealistici: sono mossi dal bisogno del riscatto o della vendetta per superare i loro traumi personali, che gli impediscono di essere ciò che vorrebbero. Le loro vicende sono tragiche, ma vengono sublimate dall’ironia corrotta che permea proprio il mondo che essi vorrebbero cambiare. Desiderano un rapporto migliore con i genitori; essere notati dalla compagna di scuola; annullare la rabbia del proprio lutto per trovare, alla fine, una vita normale.
Nicholas Cage fa la sua parte con simpatia, ma il film è sulle spalle di Aaron Johnson e soprattutto della giovane Chloe Moretz, spietata e caustica ragazzina guerriera. Non manca la reginetta di bellezza per soddisfare il tasso ormonale ed il finale alla Matrix.
Attenzione: il ritmo si appiattisce per alcuni minuti, dopo l’inizio, ma è solo un attimo di carburazione. Per il resto si ride e ci si appassiona alle vicende truci di questa banda mascherata, con sparatorie incredibili, spettacolari coreografie di combattimento, atti (quasi) osceni e musiche azzeccate.
Lo consiglio assolutamente agli amanti del cinema “alla Guy Ritchie”, perchè il messaggio è diseducativo e non c’è traccia di romanticismo: il titolo la dice lunga. Sicuramente per un pubblico adulto, giusto il divieto ai 14 anni imposto al cinema.

Asterix451

 
Di Namor (del 15/07/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1164 volte)
Titolo originale
Stagecoach
Produzione
USA 1939
Regia
John Ford
Interpreti
John Wayne, Thomas Mitchell, John Carradine, George Bancroft, Andy Devine.
Durata
97 Minuti

Una diligenza partita da Tonto con destinazione Lordsburg, si appresta ad attraversare l’impervio percorso sotto la minaccia degli Apache di Geronimo. Il variegato gruppo di passeggeri comprende: un venditore di liquori, un banchiere corrotto, un dottore alcolizzato, un baro gentiluomo, la moglie incinta di un’ufficiale e la prostituta Dallas (Claire Trevor), cacciata dalle donne del paese in cui esercitava la professione. Durante il tragitto anche il pistolero Ringo Kidd (John Wayne), in cerca di vendetta verso gli assassini dei suoi cari (i fratelli Plummer), diventerà membro del gruppo viaggiante, dopo essersi consegnato allo sceriffo. L’assalto alla diligenza da parte degli indiani, con i relativi pericoli da affrontare per arrivare alla meta, offrirà alla maggior parte dei passeggeri l’occasione del riscatto personale.
Ombre Rosse” diretto dal grande regista John Ford, viene ritenuto come uno dei più grandi capolavori dei film western, genere che a quel tempo era in forte declino. Difatti Ford, che ne acquisì i diritti per 2.500 dollari, faticò non poco per realizzarlo. Inizialmente il film venne offerto e poi rifiutato dal potente produttore di “Via col ventoD.O.Selzinick, e la motivazione fu, che il western erano un filone che non attraeva più il pubblico. L’attuazione del progetto fu possibile grazie all’intraprendenza del produttore indipendente W.Wanger e, ad un vecchio accordo che Ford aveva con la United Artist, per il compimento di un titolo a basso costo. Il budget a disposizione per girare l’intero film era di 230.000 dollari, Ford ne spesi 222.000.
Il produttore in un primo momento, pensò di affidare le parti principali a Gary Cooper e Marlene Dietrich, ma Ford a causa dello scarno budget a disposizione, preferì puntare su un cast meno costoso, assegnando il ruolo del protagonista ad un attore di western di serie z di nome John Wayne, affiancandogli la ben più famosa Claire Trevor.
Stagecoach” (la diligenza) questo il suo titolo originale, fu il primo film girato in una location esterna a Monument Valley, riserva degli indiani Navajo che in quella occasione furono prima scritturati e poi trasformati nei feroci Apache che assaltano la diligenza durante il film! Su sette nomination agli Oscar del 1940, Ombre Rosse ricevette l’ambito premio per la miglior colonna sonora e miglior attore non protagonista diretto a Thomas Mitchell per il ruolo del dottore ubriacone.
Erano i primi anni 80, quando vidi per la prima volta Ombre Rosse in un passaggio televisivo, da allora non ho mai dimenticato l’epica scena in cui Ringo (interpretato da un giovanissimo e bellissimo John Wayne), ferma la diligenza per farsi portare in città a compiere la sua vendetta.
Ritenuto come uno dei più grandi capolavori della cinematografia mondiale, Ombre Rosse é stato inserito nei migliori dieci film di sempre, credenziali che ne fanno un titolo sicuramente da vedere… anche se a parer mio non è il miglior film di John Ford.

 Namor

 
Di Miryam (del 13/07/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1078 volte)
Titolo originale
The Hangover Part II
Produzione
USA 2011
Regia
Todd Phillips
Interpreti
Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, Justin Bartha, Paul Giamatti.
Durata
102 Minuti
Trailer

A distanza di due anni torna a farci ridere Todd Phillips, il regista di “Una notte da leoni”, con un sequel sempre divertente.
Da Las Vegas dove si svolgeva in maniera eccentrica l’addio al celibato di Doug (Justin Bartha), ci trasferiamo stavolta in Thailandia, dove Stu (Ed Helms), sta per convolare a nozze con la fidanzata thailandese Laurel (Jamie Chung), matrimonio alquanto contrastato dal padre di lei che non vede molto di buon occhio il futuro genero.
Naturalmente i compagni di viaggio di Stu, cioè Doug, Phil (Bradley Cooper) e Alan (Zach Galifianakis) , vorrebbero fare una festa di addio al celibato di quest’ultimo, ma ricordando gli eventi catastrofici del precedente, optano per una semplice e innocua bevuta sulla spiaggia, accompagnati questa volta anche dal futuro cognato di Stu, Teddy ( Mason Lee), il fratellino minorenne della sua fidanzata, ragazzo molto timido cresciuto con un’educazione severa del padre che lo vede come il classico modello di figlio con una morale ineccepibile.
Non sarebbe dovuto succedere niente, in quanto le birre erano sigillate, ma il terribile Alan aveva portato dei marshmallow lievemente “truccati” per fare uno scherzo a Teddy, verso il quale non aveva simpatia…fatto sta che i nostri amici, fatto esclusione di Dough che era ritornato in albergo perchè la moglie non si sentiva bene, si risvegliano in uno squallido motel di Bangkok, con Stu tatuato alla Mike Tyson e Alan con la testa rasata e un dito di Teddy nel secchiello del ghiaccio. Dopo un lungo momento di terrore, i tre cercano di capire cosa può essere successo, ma soprattutto bisogna trovare Teddy e, in una città come Bangkok che ha la fama di non restituire le persone perse, non è cosa da poco.
Logicamente il film ha il suo lieto fine, Stu arriva in tempo per sposarsi con l’amata Laurel, il futuro suocero lo abbraccia dimenticando i vari rancori e Teddy ritrova il cellulare perso nel quale appaiono svariate fotografie che è meglio dimenticare, in quanto portano a galla tutte le varie pazzie che i nostri quattro amici avevano scordato.
Di solito, quando un film riscuote un enorme successo, viene fatto subito il sequel che, quasi mai supera le aspettative del primo. Invece devo dire che anche questa volta il regista ha fatto centro, forse dovuto al fatto che Phillips si è attenuto sulla base del primo senza cambiare più di tanto, infatti il film peccherà si di originalità, ma credo che sia stato proprio questa peculiarità a coinvolgere nuovamente lo spettatore in un vortice di risate.
Solo una cosa voglio aggiungere, chi si appresta e vedere questo film, sarebbe meglio che vedesse prima “Una notte da leoni” altrimenti non sarà facile seguire ogni passo dei nostri protagonisti. La pellicola ha riscosso di nuovo un buon successo, sembra si parli già di un terzo capitolo…mah speriamo però che a lungo andare non diventi noioso in quanto prevedibile.

Miryam

 
Di mimmotron (del 08/07/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1499 volte)
Titolo originale
Il generale Della Rovere
Produzione
Italia 1959
Regia
Roberto Rossellini
Interpreti
Vittorio De Sica, Sandra Milo, Vittorio Caprioli, Hannes Messemer, Giovanna Ralli.
Durata
97 Minuti

Quando ho scoperto che Il generale Della Rovere era tratto da un racconto scritto da Indro Montanelli, diretto da Roberto Rossellini ed interpretato da Vittorio De Sica, ho subito voluto vederlo. Pellicola che va ricordato vinse il Leone d'oro a Venezia ex-equo con La Grande Guerra di Mario Monicelli. Nel 1943 le truppe tedesche sono ormai in ritirata e a Genova Emanuele Bardone, nonostante la drammaticità degli eventi non riesce a liberarsi del suo vizio del gioco. Per procurarsi il denaro non esita a speculare sulle sofferenze della gente comune, infatti d'accordo con un sottufficiale tedesco, non esita ad estorcere denaro per aiutare i prigionieri italiani nelle mani dei tedeschi. Il più delle volte il suo aiuto non consiste in altro che false rassicurazioni sulla sorte dei prigionieri ai familiari. Il suo gioco viene però scoperto da una giovane donna alla quale erano state date rassicurazioni sul marito che poi lei scoprirà essere già stato fucilato e per vendetta o senso di giustizia lo denuncia alla Gestapo. Ad interrogarlo sarà il colonnello Muller che capita l'abilità del Bardone nell'ingannare la gente decide di sfruttare questa sua dote. Il Bardone nonostante non fosse favorevole all'occupazione tedesca non può rifiutare dato che l'alternativa è la pena capitale. Il generale Muller vuole che il Bardone si finga il generale Della Rovere, in realtà morto. Bardone alias Della Rovere verrà poi falsamente incarcerato a San Vittore di modo che possa scoprire attraverso le confidenze di altri carcerati chi è il capo della resistenza in città.
La realtà carceraria ed il contatto con i partigiani ed i loro valori di coraggio, dignità e patriottismo portano ad un mutamento nell'animo di Bardone. La svolta definitiva si avrà quando Aristide Banchelli, un partigiano a lungo torturato deciderà di suicidarsi poiché, rendendosi conto di non poter più resiste alle sevizie, teme di rivelare le poche cose da lui conosciute. Una notte infine la Gestapo è certa che tra gli arrestati dopo l'uccisione del federale di Milano vi è sicuramente il capo dei partigiani, “Fabrizio”. Viene allora condotto nella stessa cella il generale Della Rovere, al quale, godendo di molto prestigio tra i partigiani, finisce per presentarsi lo stesso “Fabrizio”. A questo punto Bardone è in possesso di tutte le informazioni che gli permetterebbero di ottenere un salvacondotto per la Svizzera oltre ad un premio in denaro. Ma il mutamento è ormai concluso e decide di riscattare la sua vita fatta di miserie mantenendo il segreto e andando davanti al plotone d'esecuzione insieme ad alcuni degli arrestati. Chiederà inoltre al colonnello Muller con il quale si era creato uno strano rapporto, di poter inviare un biglietto di commiato a (sua) moglie. Prima di essere fucilato esorterà i suoi compagni di sventura a rivolgere un pensiero alle proprie famiglie e alla patria, non prima di aver gridato “Viva l'Italia!” Solo a questo punto il generale Muller si renderà conto di essersi fatto un'opinione sbaglia di Bardone.
La pellicola è calata in un contesto storico molto distante dal nostro, ma i valori che cerca di trasmetterci sono ancora molto attuali, ne consiglio quindi la visione.

mimmotron

 
Di Miryam (del 30/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1176 volte)
Titolo originale
Los ojos de Julia
Produzione
Spagna 2010
Regia
Guillem Morales
Interpreti
Belen Rueda, Lluís Homar, Pablo Derqui, Francesc Orella, Joan Dalmau
Durata
112 Minuti
Trailer

Con gli occhi dell’assassino”, narra la storia di Julia e Sara, due sorelle gemelle affette da una malattia degenerativa degli occhi che porta ad una perdita della vista, fino ad arrivare alla cecità completa.
Julia (Belen Rueda, che logicamente interpreta anche il ruolo di Sara), ha uno strano presentimento, sente che sua sorella, che ormai non ode da mesi, è in pericolo, quindi parte con il marito Isaac (Lluis Homar), verso la casa dove abita quest’ultima.
Una volta giunta a destinazione, trova Sara impiccata, per la polizia si tratta di suicidio, ma per Julia è tutt’altro, in quanto sapeva che sua sorella era in attesa di un trapianto e che quindi mai sarebbe arrivata a compiere un simile gesto.
Pronta a non arrendersi all’evidenza, Julia inizia ad indagare per conto suo cominciando a conoscere il giro di persone che frequentava la sorella per interrogarle, addentrandosi così in un mondo fatto di lati oscuri, imbattendosi anche in morti strani e sparizioni inspiegabili. Tutta questa angoscia e preoccupazione portano Julia ad uno stato di ansia e paura che, bene non fanno alla sua malattia, il quale tende a peggiorare sempre di più ogni volta che la donna si trova sotto stress. Nonostante le varie difficoltà, Julia non demorde e mette a rischio la propria vita pur di arrivare alla verità.
Guillermo Morales, il regista del film “Con gli occhi dell’assassino” , il cui titolo originale è “Los Ojos de Julia”, è qui al suo secondo lungometraggio dopo “El Habitante incierto”, vede invece come produttore Guillermo del Toro, che tutti ricorderemo nel thriller The Orphanage”, nel quale recitava la stessa e brava Belen Rueda che in Spagna è considerata come una delle più brave attrici. Se qualcuno di voi si aspetta scene cruenti o spargimenti di sangue rimarrà deluso, anche se per me un film può mettere ansia anche senza questi fattori, infatti il film nonostante abbia delle scene un po’ scontate o prevedibili, riesce comunque a suscitare degli stati d’ansia allo spettatore. L’unica cosa che non mi è piaciuta è stato lo scorrere troppo veloce delle immagini al buio , illuminate solo dalla luce del cellulare della protagonista durante i suoi inseguimenti della persona da lei sospettata.

Myriam

 
Di Angie (del 27/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 901 volte)
Titolo originale
The Kids Are All Right
Produzione
USA 2010
Regia
Lisa Cholodenko
Interpreti
Annette Bening, Julianne Moore, Mark Ruffalo, Mia Wasikowska, Josh Hutcherson.
Durata
104 Minuti
Trailer

La pellicola diretta dalla regista e sceneggiatrice Lisa Cholodenko, “I ragazzi stanno bene” racconta la storia di Nic (Annette Bening) e Jules (Julianne Moore) , una perfetta e felice coppia lesbica di mezza età che, con il tempo hanno saputo costruire un sereno ambiente familiare assieme ai due figli adolescenti : Joni e Laser che, stanno bene, come dice il titolo del film.
Quando Joni compie 18 anni è il fratello Laser a farle pressione perché si rivolga alla banca del seme per scoprire l’entità del donatore segreto con cui condividono il patrimonio genetico. Scoperta l’entità del padre, alle madri non resta che introdurre l’uomo, Paul (Mark Ruffolo) all’interno del nucleo familiare. Paul si scopre attratto all’idea di proporsi come padre e crea così nella coppia lesbica una serie di incomprensioni (compresa una “scappatella etero”) che rischia di mandare in crisi l’armonia familiare. Il film ha ottenuto 4 candidature agli Oscar2011, miglior film, miglior sceneggiatura originale e agli attori Annette Bening come miglior attrice protagonista e Mark Ruffolo come miglior attore non protagonista. La regista Cholodenko, donna omosessuale, con questa commedia brillante e spiritosa tratta alcuni argomenti al giorno d’oggi molto discussi… come l’inseminazione artificiale, il matrimonio omosessuale, i nuclei familiari “diversi” dove emerge il particolare tratto sociologico dei figli di ciò, che crescono in una famiglia particolare lontana dagli stereotipi cattolici, e su cosa provano nel momento in cui scoprono l’entità del padre biologico. Non è un tipico film (come molti potrebbero pensare) che affronta il tema dell’omosessualità cadendo in stereotipi ormai tediosi. E una classica commedia semplice che racconta le vicende di una “famiglia non convenzionale” in maniera simpatica e, con un approfondimento leggero , ma non banale, di tale argomento sempre più attuale, creando così un prodotto intelligente e di qualità. Gli attori sono a dir poco azzeccati, dato che ognuno di loro svolge il suo ruolo con impeccabile bravura e credibilità.
Un piccolo appunto, (mi permetto di farlo) per Julianne Moore , che sebbene fosse l’interpretazione della Benning quella più forte, mi è piaciuta di più per la confusione che mostra il suo personaggio. La pellicola l’ho trovata carina e divertente, una storia originale con spunti interessanti che non annoiano, trattando il tema della coppia e dell’ omosessualità in maniera squisitamente apatica, dando vita ad un film capace di sorprendere, di far riflettere e sorridere allo stesso tempo, il quale mette i sentimenti al centro dell’attenzione, anche quando ad esprimerli è una famiglia “non convenzionale”.

Angie

 
Di mimmotron (del 20/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1414 volte)
Titolo originale
Un turco napoletano
Produzione
Italia 1953
Regia
Mario Mattoli
Interpreti
Isa Barzizza, Carlo Campanini, Aldo Giuffré, Totò, Vinicio Sofia.
Durata
92 Minuti

Qualche giorno addietro ho incontrato Namor presso la Video Dreams, anche lui affitta i DVD presso lo stesso negozio e ci siamo messi a discettare su quale delle commedie di Edoardo Scarpetta trasposte in pellicole cinematografiche fosse la più divertente. Abbiamo subito messo al terzo gradino del podio Il medico dei pazzi poiché la comicità regredisce troppo nel grottesco. Impossibile è stato invece giungere al vincitore. Namor propendeva per Miseria e nobiltà io invece optavo per Un turco napoletano. Certo sono due pellicole sublimi in cui si ride dall'inizio alla fine, difficile quindi giungere ad un vincitore, ma la mia decisione è sicuramente influenzata da due aspetti. Il primo è che di Miseria e nobiltà ne ho vista una trasposizione cinematografica interpretata questa volta da Edoardo de Filippo, che per chi non lo sapesse era un figlio non riconosciuto di Edoardo Scarpetta, in cui la rappresentazione restituiva, a mio giudizio, maggiormente l'idea originale dell'autore quando scrisse la suddetta pochade. Secondo elemento che mi fa preferire la seconda pellicola è dovuta al fatto che si tratta di un film molto meno conosciuto forse anche per i temi piccanti trattati nella pellicola come annunciato nel preambolo. Queste tre pellicole sono state tutte dirette da Mario Mattoli. Felice Sciosciammocca, dotato di una forza erculea, viene imprigionato per essersi assunto la responsabilità dell'accidentale omicidio di uno strozzino che vessava le sue vittime.
Esilarante l'evasione che Toto' si rifiuta inizialmente di compiere durante la notte, su invito del suo compagno di cella, poiché non vuole che il giorno dopo li si additi come due “e-vasi di notte”, poi il timore della pena capitale lo induce a sorvolare questo particolare.
Appena fuori Faina, il compagno di cella, si mette al “lavoro” e trova per Felice un'occupazione come segretario nell'azienda di un facoltoso commerciante di Sorrento. Il posto era inizialmente riservato ad un turco che malauguratamente finisce per incappare nei due. Don Pasquale Catone, il padrone di casa, uomo assai geloso della propria giovane moglie accetta alle sue dipendenze Il turco poiché gli era stato presentato da un suo amico come un eunuco. In realtà Felice è un vero donnaiolo, da qui tutta una serie di malintesi e doppi sensi che daranno vita ad una pellicola che ci terra' col sorriso sulle labbra per 90 minuti. Ricco di battute maliziose, ma fatte con signorilità, questa è una di quelle pellicole che non mi stanco mai di riguardare e che quando voglio gustarmi qualcosa di leggero, ma allo stesso divertente vado a noleggiare.

mimmotron

 
Di Angie (del 17/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1199 volte)
Titolo originale
La siciliana ribelle
Produzione
Italia 2008
Regia
Marco Amenta
Interpreti
Gérard Jugnot, Veronica D'Agostino, Marcello Mazzarella, Carmelo Galati, Lucia Sardo.
Durata
110 Minuti

Ha pochi anni e tanti sogni Rita, la bimba felice e spensierata, figlia del mafioso Don Vito Mancuso. E il giorno della sua prima comunione, quando assiste all’ uccisione di suo padre per mano di un boss mafioso rivale in affari. Disperata per la scomparsa del padre, la ragazza cresce nel rancore e nel desiderio di vendicare la sua morte . A distanza di alcuni anni, anche suo fratello viene ucciso.
Dopo questa ulteriore perdita, la bimba, ormai ragazza di 17 anni si presenta al Procuratore di Palermo, portando con se il suo diario, come prova dell’uccisione dei suoi cari, dove aveva annotato meticolosamente ogni movimento del “clan “ mafioso, per far arrestare gli assassini e vendicarsi della morte sia di suo padre che di suo fratello, entrambi mafiosi.
Per la prima volta una ragazzina di famiglia mafiosa decide di collaborare con la giustizia, mettendosi contro la mafia e l’intero paese nel quale ha vissuto la sua adolescenza. Il Procuratore antimafia che la sostiene nel suo percorso, diventa per lei una figura paterna il quale le farà capire la differenza tra vendetta (che lei voleva ottenere) e giustizia. Purtroppo gli eventi precipitano, anche il giudice viene ucciso e, mettono Rita (ancora una volta rimasta sola) di fronte all’assurdità della vita e alla dismisura della sua battaglia. Questa ragazzina che osò sfidare la mafia per non essere la successiva sulla lista , ancora una volta sceglie il suo destino.
Dopo “L’Ultimo Padrino” e “Il Fantasma di Corleone” un’altra pellicola sulla mafia per il regista Marco Amenta, che abbandona il documentario per dirigere un vero e proprio film: “La Siciliana Ribelle”, che racconta la vera storia di una ragazza di nome Rita Atria, che negli anni ’90, ebbe l’audacia di denunciare al giudice Borsellino, i sicari di suo padre e di suo fratello.
Amenta si affida a due ottimi attori per i ruoli protagonisti: il francese Gerard Jugnot (nel ruolo procuratore antimafia) e la giovane siciliana Veronica d’ Agostino (nel ruolo di Rita Mancuso), il quale l’ ho trovato molto brava nella sua interpretazione del personaggio.
In questo film il regista ha scelto attori quasi tutti siciliani, alcuni presi anche dalla strada, lasciando che si esprimessero nelle loro forme dialettali originali, per rendere più vera e autentica questa dura realtà di criminalità organizzata, che ancora oggi non si è riuscita a sconfiggere.
Una storia veramente toccante, il coraggio di Rita è indescrivibile: il suo esempio mostra che è possibile opporsi a un nemico che sembra invincibile e, con l’impegno attivo e collettivo si può riuscire a modificare la situazione anche se “ forse un mondo onesto non esisterà mai”.
Riflettiamo su una frase che Atria scrisse nel suo diario:”Prima di combattere la mafia , devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te , puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici , perché la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”.
“La Siciliana Ribelle” produzione italo-francese è stato giudicato il miglior film al Festival di Roma del 2008. Trovo che sia un bel film, con una buona tensione narrativa e con un ottimo coinvolgimento, che cattura l’attenzione del pubblico fino alla fine. Una pellicola che vale sicuramente la pena di visionare, dove non mostra solo la cruda realtà ma, aiuta a comprendere i tanti perché nascosti dietro il comportamento di chi è volente o nolente… accerchiato da questo ignobile sistema.

Angie

 
Di mimmotron (del 08/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 864 volte)
Titolo originale
Det Sjunde Inseglet
Produzione
Svezia 1956
Regia
Ingmar Bergman
Interpreti
Max von Sydow, Gunnar Björnstrand, Gunnel Lindblom, Bengt Ekerot, Bibi Andersson.
Durata
96 Minuti

Quello che mi ha spinto a vedere Il settimo Sigillo è stato il rilevante numero di influenze cinematografiche e non solo, che ha avuto la scena della partita a scacchi tra il cavaliere e la Morte. Avevo infatti già visto qualche film di Ingmar Bergman (Il posto delle fragole, Il volto, Sussurri e grida) e non ne ero rimasto particolarmente colpito.
Quindi guardare una pellicola del '56 mi inquietava un po' nonostante abbia visto film ancora più vecchi, ma belli. Mai sensazione fu più sbagliata, il film è realmente un capolavoro, basato sulle problematiche esistenziali.
In Svezia dove imperversava la peste e lo sconforto che questa malattia suscitava, giunge un nobile cavaliere, Antonius Block, di ritorno da una crociata in Terra Santa con il suo scudiero Jons. Giunto presso una spiaggia trova la Morte ad aspettarlo, la quale aveva scelto proprio quel momento per portarlo via. Antonius sapendo della passione della Morte per il gioco degli scacchi la sfida ad una partita e quest'ultima accetta, ottenendo così ancora del tempo al compimento del suo destino. La partita si svolgerà durante il viaggio di ritorno verso casa del cavaliere. Durante questo viaggio Antonius incontrerà molte persone che ognuna a modo suo affronta l'ossessiva paura di essere contagiato dalla peste. Tra i tanti, nel suo cammino verso casa, Antonius si imbatte in una famiglia di saltimbanchi uniti da un amore reciproco che gli consente quasi di non vedere il dramma sanitario che li circonda. Saranno proprio loro con questo amorevole atteggiamento che porteranno Antonius a ritrovare la fede. Ritrovata questa unione con Dio, Antonius che stava giocando bene la sua partita decide di far vincere la Morte poiché essa necessitava di cogliere nuove vite e aveva posato i suoi malevoli occhi sulla coppia di saltimbanchi.
La trama di questa pellicola è semplice e lineare, ma di ben altro spessore sono i temi trattati. Il rapporto tra l'uomo e la religione, l'uomo e la morte. Il passaggio che mi ha colpito di più è uno dei tanti dialoghi che si svolgono tra il cavaliere e la Morte. 
-  Cavaliere: “Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, che mi sveli il suo volto, mi parli … Lo chiamo nelle tenebre, ma a volte è come se non esistesse.”
 -  La Morte: “Forse non esiste” 
 -  Il cavaliere risponde: “Allora la vita è un assurdo errore. Nessuno può vivere con la Morte davanti agli occhi sapendo che tutto è nulla.”

mimmotron

 
Di Miryam (del 06/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 789 volte)
Titolo originale
The Rite
Produzione
USA 2011
Regia
Mikael Hafström
Interpreti
Anthony Hopkins, Colin O'Donoghue, Alice Braga, Toby Jones, Ciarán Hinds.
Durata
114 Minuti
Trailer

Il film narra la storia del giovane Michel Kovak (Colin O’ Donoghue), che vive e lavora con il padre (Rutger Hauer) nell’impresa di pompe funebri. Stanco di condurre quella vita sempre a contatto con i defunti, fin da quando era bambino e soprattutto non riuscendo a cancellare il ricordo della madre ormai senza vita nelle mani esperte di suo padre, decide che è giunto il momento di cambiare vita, quindi intraprende la difficile via del sacerdozio, nonostante la mancanza di una vera e propria vocazione per l’ordine .
Dopo quattro anni, ormai pronto a prendere i voti, Michel sente di non avere abbastanza fede e proprio mentre sta per inviare la lettera di dimissioni, che assiste ad un incidente stradale dove la giovane vittima prima di esalare l’ultimo respiro, chiede al giovane seminarista la sua benedizione. Incapace di negargliela, il seminarista gliela impartisce, tutto ciò provoca in lui uno scossone tanto devastante da accettare di partecipare ad un corso di esorcismo a Roma. Anche in questa occasione Michel è assai riluttante, in quanto lui riesce sempre a dare una spiegazione scientifica per ogni cosa, ritenendo che le persone possedute, altro non sono che individui disturbati mentalmente e che, quindi devono essere curati da psicologi e non da preti esorcisti.
A questo punto entra in merito Padre Xavier ( Ciaran Hinds), il prete che sta tenutario del corso, il quale indirizza il giovane Michel a conoscere Padre Lucas Trevant (Anthony Hopkins), e attraverso questo anziano ed eccentrico esorcista, che Michel comincia pian piano a ricredersi sulle sue teorie, assistendo al caso di una giovane donna incinta posseduta dal diavolo. Mikael Hafstrom, (già conosciuto nel film 1408), è il regista svedese che ha diretto “Il Rito” con un compito assai arduo, quello di evitare il paragone con il famoso “L’esorcista” di William Friedkin. Due film diversi anche se trattano lo stesso argomento, Il Rito infatti, non è da considerarsi un horror, ma più una riflessione sull’esistenza o meno del diavolo.
Sono sempre state tante le domande che assillano varie persone sulla possessione delle forze del male, l’esorcismo ha sempre suscitato un certo fascino e curiosità, anche perché tutto ciò non è mai stato dimostrabile
Certe scene del film sembrano che siano fatti realmente accadute e la trama de Il Rito, nasce proprio da una proposta letteraria avanzata da Matt Baglio, un reporter di Roma, che con grande stupore aveva appreso nel 2007, la notizia che il Vaticano voleva di nuovo istruire il Clero sul rito dell’ esorcismo.
Personalmente sono scettica su questo argomento, diciamo che il mio modo di pensare si avvicina molto a questo giovane seminarista che da spiegazione logica a tutto, penso che tutto ciò sia legato a credenze popolari, infatti il contenuto del film non mi è piaciuto più di tanto, ho trovato invece fantastiche le varie interpretazioni degli attori, sia per Colin o’ Donoghhue che qui debutta, e per la giovane indemoniata Marta Gastini… ma soprattutto i miei complimenti vanno alla presenza di Anthony Hopkins, che per me è stata la colonna portante del film.

Miryam

 
Di Namor (del 03/06/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 912 volte)
Titolo originale
Thor
Produzione
USA 2011
Regia
Kenneth Branagh
Interpreti
Chris Hemsworth, Natalie Portman, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Colm Feore.
Durata
130 Minuti
Trailer

Un altro personaggio della Marvel, entra a far parte della grande schiera dei supereroi adattati per il cinema, l’illustre protagonista è il mitico Thor, il Dio del tuono, figlio dell’onnipotente Odino signore di Asgard.
La storia ha inizio sul pianeta Asgard, ove l’arrogante e indomabile principe Thor (Chris Hemsworth) erede disegnato del grande Odino (Anthony Hopkins), viene spogliato da suo padre di tutti i suoi poteri e mandato in esilio sulla Terra, per essere andato in battaglia senza il suo consenso, contro i demoni del ghiaccio, colpevoli di essersi intrufolati su Asgard, violando così la tregua con l’acerrimo nemico, stabilita tempo fa dallo stesso Odino.
L’espulsione dal regno d’orato del Dio del tuono, coincide con la salita al potere di suo fratello: il malvagio Loki (Tom Hiddleston), autore di un ordito piano di conquista al comando supremo. La caduta di Thor sulla Terra e la conseguente amicizia con un gruppo di scienziati, di cui capeggia il suo futuro amore Jane Foster (Natalie Portman), segneranno indelebilmente, in senso positivo, le arroganti caratteristiche caratteriali dell’impetuoso Principe Asgardiano. Dopo aver recuperato i suoi poteri ed il fedele Mjiolnir, egli dovrà combattere contro l’invincibile Distruttore, una sorte di colosso metallico inviato da Loki per sopprimere l’incomodo fratello. Dopo aver avuto la meglio sul gigante, insieme ai suoi inseparabili amici Volstagg, Fandral,Heimdall e Sif, il dio del tuono si recherà nuovamente sul suo pianeta d’origine per ristabilire la pace.
A dirigere “Thor” e il regista shakespeariano Kenneth Branagh, l’insolita scelta nasce dall’universo che ruota intorno a questo Dio Supereroe, fatto di faide familiari, gelosie fra padri e figli in eterna competizione per il potere. Positivo il compito di Branagh nel girare il suo primo blockbuster dalle tinte shakespeariane, in particolare gli eventi che si susseguono su Asgard la città arcobaleno. Al contrario invece, per le situazioni fin troppo comiche che Thor deve affrontare sul nostro pianeta, tali avvenimenti hanno solo la facoltà di cancellare quell’aurea di fascino che il mitico principe ben elargisce sul suo pianeta.
Per quanto riguarda il cast: Sir Hopkins nelle vesti di Odino non si discute, il suo talento carismatico per interpretare il Dio degli Dei è quanto di meglio si poteva avere. La scelta per il ruolo di Thor è caduta sull’attore australiano Chris Hemsworth (il giovane comandante Kirk dello Star Trek di J.J.Abrahms), il quale si presenta con un mirabolante fisico forgiato sicuramente da incredibili sessioni di ghisa e chimica. La Portman nella parte della bella Jane Foster, qui tramutata in scienziata anziché infermiera, adempie scolasticamente al suo compitino.
Gli effetti speciali sono di egregia realizzazione, così come la sala del trono di Asgard ed il mondo sotterraneo del ghiaccio. Scarso, quasi nullo il 3D, che ancora una volta delude enormemente… gli unici frame di vera tridimensione si notano solo nei vari trailer pubblicitari dei prossimi film 3D in uscita!

 Namor

 
Di Miryam (del 25/05/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 815 volte)
Titolo originale
Vier Minuten
Produzione
Germania 2006
Regia
Chris Kraus
Interpreti
Monica Bleibtreu, Hannah Herzsprung, Sven Pippig, Richy Müller, Jasmin Tabatabai.
Durata
112 Minuti

Carcere femminile di Luckau, la detenuta Jenny Von Loebert (Hannah Herzsprung), assiste senza scomporsi al suicidio della sua compagna di cella. Una volta avvenuto il decesso, gli sfila le sigarette dal camice tranquillamente, così, come se niente fosse.
Parecchi anni prima, più precisamente nel 1945, in quella stessa prigione, la miglior pianista tedesca dell’anno Traude Kruger (Monica Bleibtreu), vi prestava servizio come paramedico, mansione che la costrinse ad assistere con gran dolore, all’esecuzione capitale di una giovane donna. Quell’evento le cambiò per sempre la vita, poiché la condannata a morte, era la ragazza che lei segretamente amava.
Sono trascorsi ormai tanti anni da quel triste giorno, ma l’anziana signora Kruger ritorna tutti i giorni in quel carcere, per cercare di insegnare i piaceri della musica alle giovani detenute, tramite lo studio del pianoforte.
Mentre il corso di musica sta rischiando di essere chiuso per i scarsi proficui, la donna, grazie ad un guardiano, anch’egli appassionato di musica, riesce a convincere il direttore nell’acquistare un pianoforte e prolungare ulteriormente le lezioni.
Purtroppo la scarsità musicale delle allieve, mette a serio rischio la continuità degli studi, questo fino a quando tra le detenute spicca inaspettatamente il talento di Jenny, una ex bambina prodigio. Inutile dire che su questa figura la signora Kruger, riverserà tutta la sua passione di insegnante, nonostante la ragazza si dimostri alquanto riluttante in merito. L’indomita allieva alza un muro nei confronti della sua insegnante, muro dettato da una vita fatta di abusi, di violenze subite dal padre e dalla morte di un figlio… fino alla condanna per omicidio. Tutto ciò porta Jenny ad avere un carattere ostile nei confronti delle detenute, delle guardie carcerarie e perfino nei confronti di se stessa a tal punto di mordersi le dita fino a farle sanguinare, mani che potrebbero diventare il suo talento.
Il rapporto tra le due donne inizia in maniera molto difficile, da una parte un’insegnante rigida nell’ordine e nel rigore, dall’altra una giovane donna che rifiuta qualsiasi regola e solo per fare dispetto, suona musica hip hop tanto odiata dalla Kruger, abituata al genere classico. Pian piano però tra le due donne, entrambe legate da un passato oscuro, inizia ad instaurarsi una rispettosa amicizia, a tal punto che si prepareranno per partecipare ad un concorso per pianisti emergenti. A pochi giorni dal debutto un ennesimo scatto di violenza di Jenny nei confronti di un secondino, gli vieta la partecipazione al concorso. La tenace professoressa Kruger non si arrende, l’unica soluzione per poter partecipare alla gara è evadere, ed è quello che faranno. Con la complicità di una guardia, le due donne riescono così ad uscire dal carcere e a recarsi all’ auditorium.
Al regista e sceneggiatore di “Quattro minuti”, il tedesco Chris Kraus, vanno tutti i miei complimenti, sia per le attrice scelte, che hanno recitato in maniera toccante tutte le scene più cruenti del film, sia per la scena finale dove si vede un rigido direttore del carcere che ritarda l’arresto di quattro minuti, per concedere a Jenny tutti gli applausi meritati dal pubblico e soprattutto l’obbiettivo raggiunto della Kruger che riceve anche un inchino di ringraziamento dalla sua allieva, nonostante questa abbia suonato un pezzo di hip hop e non un classico suggeritole dall’insegnante.
Bisogna dare anche merito alla colonna sonora di Annette Focks e alla fotografia di Judith Kaufmann, che nell’insieme valorizzano ancora di più le scene più forti del film. Personalmente trovo che sia un’ ottima pellicola da vedere e consigliare.

 Miryam

 
Di mimmotron (del 23/05/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1234 volte)
Titolo originale
In nome del popolo italiano
Produzione
Italia 1971
Regia
Dino Risi
Interpreti
Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Yvonne Furneaux, Renato Baldini, Ely Galleani
Durata
103 Minuti

Nella sua lunga carriera Dino Risi ci ha regalato alcuni dei ritratti più sferzanti tra i tanti della nostra commedia all'italiana. Secondo taluni il regista si è spesso fatto allettare dal successo al botteghino, ma io preferisco guardare a quelle pellicole che ancora oggi continuano ad essere difficilmente uguagliabili. Ha dipinto dei meravigliosi affreschi delle anomalie italiane (e non solo) sapendo cogliere i vizi più nascosti e negativi. In questo è stato sicuramente aiutato da capaci scenografi (Age e Scarpelli, Maccari, ecc…) e dai migliori attori italiani (Sordi, Gassman, Tognazzi, ecc…) realizzando opere quali Il sorpasso (capostipite dei road movie) I mostri e In nome del popolo italiano solo per citarne alcuni tra i miei preferiti.
In nome del popolo italiano è stato realizzato nel 1971 e sembra essere passato un secolo, ma il tema trattato è di un'attualità sconvolgente, mantenendo immutato il suo interesse. La trama è incentrata sul confronto tra lo specchiato giudice Bonifazi e l'infido imprenditore Santenocito interpretati rispettivamente da Tognazzi e Gassman, due “mostri sacri” della commedia all'italiana. Non dovrebbe essere difficile scorgere nei due protagonisti aspetti comuni a personaggi ben noti dei giorni nostri. Questo ci pone subito una domanda, quanto è cambiato il nostro Paese da allora?
Difficile dare una risposta, molto dal punto di vista sociale, culturale e politico forse poco se si guarda al popolo italiano.
Nell'Italia degli anni settanta il pretore Bonifazi si adopera dando tutto se stesso per combattere chi al solo fine di arricchirsi non esita a compiere qualsiasi nefandezza. Tra questi l'imprenditore Santenocito che riesce sempre a farla franca e sfuggire così alla giustizia che tra l'altro l'aveva processato per corruzione e traffico d'armi. Ad un certo punto resta però coinvolto nella morte di una giovane ragazza che per vivere faceva la prostituta d'alto bordo. Questo fatto sembra dare al magistrato Bonifazi l'occasione giusta per far scontare al disonesto imprenditore tutte le responsabilità da cui era riuscito legalmente a sfuggire. Difficile capire a mio giudizio cosa sceglie il regista, ovvero se il giudice rinvierà a giudizio il Santenocito poiché il finale appare surreale. Camminando per una città deserta, a causa di una partita della nazionale italiana mentre legge il diario della vittima scopre come si svolsero realmente i fatti la notte della morte di quest'ultima. Al termine della partita che vede l'Italia vincitrice per le strade si riversa un fiume di gente che mettono in mostra gli aspetti più beceri degli italiani e ad ognuno dei protagonisti di tali gesti viene dato il volto di Gassman/Santenocito. Proprio questa dimostrazione del degrado morale ormai raggiunto porterà il magistrato a gettare il diario tra le fiamme di un'auto incendiata dai tifosi. Diario che avrebbe potuto scagionare il Santenocito dall'accusa di omicidio.
Molti sono i temi che si aprono su questo controverso finale, ma non è questa la sede appropriata per discuterne, vi lascio quindi con il consiglio di guardare questa splendida pellicola.

mimmotron

 
Di Namor (del 19/05/2011 @ 05:00:00, in cinema, linkato 735 volte)
Titolo originale
Machete
Produzione
USA 2010
Regia
Robert Rodriguez, Ethan Maniquis.
Interpreti
Danny Trejo, Steven Seagal, Michelle Rodriguez, Jeff Fahey, Cheech Marin.
Durata
105 Minuti

Dopo esser passato per morto in uno scontro contro il potente Re del narcotraffico messicano Torez (Steven Seagal), nel quale ha avuto la peggio, il leggendario agente federale Machete (Danny Trejo), rifugiatosi nel frattempo in Texas per far perdere le sue tracce, viene assoldato da Both (Jeff Faehy) un cinico uomo d’affari con tanto di killers sul suo esclusivo libro paga, da impiegare opportunamente per i propri profitti. La missione che Machete dovrà svolgere, sarà quella di sparare al senatore McLaughlin (Robert de Niro), grande fautore della lotta estrema contro l’intrusione di profughi messicani nel territorio americano. L’attentato commissionatogli da Both, in realtà si rivela una trappola per l’ex agente messicano, il quale avrebbe dovuto fungere da esca e non da cecchino.
Dopo l’ennesima e rocambolesca fuga, Machete metterà in atto la sua vendetta finale contro l’odiato Torez , grazie anche all’aiuto della bella Sartana (Jessica Alba), letale poliziotta con tanto di tacchi a spillo, e Luz (Michele Rodriguez) venditrice di tacos dal cuore rivoluzionario.
Machete” in origine, fu il falso trailer che Rodriguez inserì all’interno del film “Grindhouse – Planet Terror”, a farlo sviluppare in un lungometraggio sono state le incessanti richieste dei suoi fan, che nell’arco degli anni hanno lungamente insistito per la sua realizzazione.
Il cast di attori allestito da Rodriguez è composto da un bel gruppo di nomi famosi come: R.De Niro, S.Seagal, D.Johnson, M.Rodriguez, J.Alba e L.Lohan.
La maggior parte di questi interpreti come voi sapete, sono protagonisti indiscussi nelle loro pellicole, mentre Danny Treyo é sempre stato ingaggiato per ruoli di secondo piano, questo nonostante abbia al suo attivo più di 100 film girati in 25 anni di carriera. Con l’interpretazione di Machete, si è conquistato per la prima volta un meritato ruolo da protagonista, togliendosi la soddisfazione di primeggiare una volta tanto sui i più illustri colleghi presenti nella pellicola, particolare che ha solleticato non poco la mia curiosità su questo titolo fortemente pulp.
Gli appassionati dei b-movie si divertiranno sicuramente con questo adrenalinico action-splatter, per coloro che invece non apprezzano il genere, si tengano alla larga, poiché di sicuro non gradiranno il genio del talentuoso regista texano.

 Namor

 

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