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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Darth (del 07/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1259 volte)
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Titolo originale
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A scanner darkly
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Produzione
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USA 2006
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Regia
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Richard Linklater
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Interpreti
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Keanu Reeves, Robert Downey Jr., Woody Harrelson, Winona Ryder, Rory Cochrane
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Durata
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110 minuti
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Trailer
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Philip K. Dick è l’autore dell’omonimo romanzo dal quale è stato tratto “A scanner Darkly”. Per chi non lo sapesse, Philip K. Dick (1928 – 1982), è stato uno dei maggiori scrittori di fantascienza del secolo scorso: ha pubblicato racconti come “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” divenuto poi cult con il nome di “Blade Runner”, “Rapporto di minoranza” (Minority report), “Modello due” (Screamers), “Ricordiamo per voi” (Atto di forza), e da altre sue novelle sembrano stati ispirati film importanti tra i quali “Videodrome” e “eXistenZ” di Cronenberg, “The Truman Show”, “Vanilla sky” e il mitico “Matrix”. “Un oscuro scrutare” è un racconto allucinato, basato sulla reale dipendenza da droga patita dallo scrittore quando (come accade anche al protagonista del romanzo) la sua casa diventa un ritrovo per tossici. La trama, ambientata in un non precisato futuro prossimo, narra la storia di Bob Arcor, un tossicodipendente, che conduce una doppia vita. Alcune volte è il fuso Bob, occupato a prendere pasticche di sostanza M (la droga del momento che provoca disturbi schizofrenici a chi ne fa un uso prolungato); senza che nessuno lo sappia, però, è anche Fred: un agente infiltrato che spia l’andirivieni di tossici e spacciatori da casa sua. Le particolarità dell’opera sono fondamentalmente due: la prima è che nessuno, nemmeno i suoi superiori, sanno che Bob è Fred e viceversa (nonostante vi siano telecamere poste in ogni stanza della casa), perché Fred è sempre ricoperto da una tuta disindividuante (abito che trasforma chi lo indossa in innumerevoli altre persone che si alternano in random); la seconda è che l’abuso della sostanza M porta Bob ad uno sdoppiamento della personalità tanto da spiarsi da solo… La pellicola, diretta da Richard Linklater, è realizzata con la stessa tecnica della sua precedente “Waking life”: ossia filmando attori in carne ed ossa per trasformarli in disegno animato tramite la tecnica del rotoscope. L’effetto è strabiliante: attori animati danno vita ad una storia paranoica e angosciante, dove le visioni allucinogene di Philip K. Dick possono trovare la giusta collocazione e, contestualmente, l’evidenza dell’attore vero dietro la patina di digitale che lo ricopre, dona allo spettatore una sensazione di reale oltre ad espressioni e sguardi imprescindibili per un’opera di questo spessore. La versione digitale di Robert Downey Jr. è, se possibile, ancor più reale dell’originale: nella parte del logorroico e ‘scoppiatissimo’ James Barris è semplicemente perfetto. Film particolarissimo, consigliato a tutti gli amanti della fantascienza e delle opere un po’… come dire… cronenberghiane
Darth
Di kiriku (del 06/03/2007 @ 05:00:01, in Cinema, linkato 756 volte)
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Titolo originale
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Quando c'era Silvio
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Produzione
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Italia 2006
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Regia
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Ruben H. Oliva
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Interpreti
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Durata
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90 minuti
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Trailer
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Alle ultime elezioni l’Italia si è divisa praticamente in due, chi ha votato per la coalizione di centrosinistra e chi per quella di centro destra. Questo vuol dire che la metà degli italiani ha dato la propria preferenza all’ex presidente nonchè cavaliere Silvio Berlusconi. Ma chi è Silvio Berlusconi e da dove arriva e come ha fatto a diventare quello che è? Ad essere sincero queste domande me le pongo, e credo di essere in buona compagnia, da molto tempo, fin da quando nel lontano 1994 decise di scendere in campo per il “bene del paese”. Le risposte a queste e ad altre domande ce le danno i due giornalisti autori di questo film-documentario, Beppe Cremagnagni e Enrico Deaglio. Fin dai primi minuti si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un film di fantascienza o forse sarebbe meglio dire che le immagini che ci scorrono davanti sono talmente agghiaccianti da farci sperare che sia tutta una finzione. Ma così non è. E allora ecco che rabbia, incredulità, perplessità e amarezza si mescolano e non ci abbandonano per tutto il film. Ma non potrebbe essere altrimenti, è difficile trattenere il disgusto quando senti Marcello Dell’Utri affermare che la mafia non esiste e poco dopo passare le immagini di Totò Riina che sostiene di non aver mai sentito parlare di Cosa Nostra. Per non parlare delle immagini della lapide del mafioso Vittorio Mangano, “stalliere” nella villa di Arcore. Andando avanti con la visione il disgusto passa e subentra l’imbarazzo e la vergogna di essere italiani e in particolare nel momento in cui la pellicola ci mostra in versione integrale l’intervento di Silvio Berlusconi al Parlamento europeo di Strasburgo, per chi avesse un vuoto di memoria mi riferisco a quella figuraccia becera che il leader di Forza Italia ha fatto e ci ha fatto fare, dando del “kapò” al deputato socialista Martin Schultz. Sequenze davvero penose, che vanno viste e riviste, anche perché non è così facile nel nostro paese poter parlare di queste cose liberamente, ma soprattutto e molto difficile superare gli ostacoli di produzione, di distribuzione e di reperimento del materiale che si incontrano quando si vanno a toccare gli interessi di chi ha in mano quasi tutti i mezzi di informazione. Un elemento che io avrei aggiunto a questo dvd e forse un indagine più accurata sul perché la metà degli italiani vede in Berlusconi un guida in grado di mandare avanti il paese. E’ soprattutto a loro che io raccomando la visione di questo film e non per fargli cambiare idea ma per dargli semplicemente un’altra versione dei fatti che li renda liberi di scegliere in piena democrazia.
Kiriku
Di nilcoxp (del 05/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1532 volte)
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Titolo originale
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Some like it hot
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Produzione
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USA 1959
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Regia
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Billy Wilder
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Interpreti
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Marilyn Monroe, Tony Curtis, Jack Lemmon, George Raft, Pat O'Brien, Nehemiah Persoff, Joe E. Brown.
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Durata
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120 minuti
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Spero che voi tutti abbiate visto almeno una volta il suddetto film, anche perchè in caso contrario vi sareste persi due ore di assoluto divertimento. Tra le commedie più belle della storia del cinema, la pellicola scorre tra una gag e l’altra senza un intreccio narrativo apparente, ma in realtà tutti i meccanismi funzionano meravigliosamente e la regia di B.W. è perfetta! Un cast stupendo che dà il meglio di sé. La Marilyn esplosiva come sempre, Jack Lemmon che riceve una corta spietata dal vecchio Joe Brown, Tony Curtis che si finge impotente per allontanare la protagonista, Gorge Raft e Gorge O’Brian rispettivamente gangster e poliziotto. Toccati e sfatati tutti i luoghi comuni dell’epoca: proibizionismo, jazz, fuorilegge, Rudy Valentino, miliardari e bionde platinate. Ma facciamo un passo indietro alla trama: i due protagonisti per sfuggire a una banda di malavitosi si travestono da donne ed entrano in un’orchestra femminile, dove conoscono “Zucchero” (M.M.). Il resto è un susseguirsi di situazioni esilaranti, ma di una comicità intelligente e raffinata, fino alla battuta finale: “…Nessuno è perfetto!”. Questo film si!
nilcoxp
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Titolo originale
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La lingua del santo
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Produzione
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Rodeo Drive - Medusa
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Regia
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Carlo Mazzacurati
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Interpreti
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Ivano Marescotti, Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ferrari, Antonio Albanese, Giulio Brogi, Toni Bertorelli, Marco Paolini.
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Durata
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110 minuti
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Il furto, da parte di due falliti, della lingua di Sant’Antonio a Padova è l’episodio intorno al quale si snoda la trama del film che Carlo Mazzacurati ha presentato in concorso alla mostra del cinema di Venezia 2000. Questa è la storia di Will (Fabrizio Bentivoglio) e Antonio (Antonio Albanese) due ladruncoli da quattro soldi di Padova con alle spalle vite opposte, Willy ex-rappresentante ancora innamorato dell’ex moglie e Antonio anziano giocatore di rugby che non ha mai avuto un lavoro decente e sopravvissuto sempre con espedienti, s’incontrano durante un furto e da quel momento si mettono in società fino al furto fortunoso della reliquia. Da qui la loro vita è stravolta dai vari tentativi prima di vendere o fondere il reliquiario e poi nel riuscire ad intascare i soldi del riscatto offerti da un ricco imprenditore locale. Alla fine i due protagonisti riusciranno nel loro intento, ma contemporaneamente le loro strade si divideranno. Questo è per così dire un film povero, nel senso che tratta di personaggi che non hanno niente se non il senso di rivalsa su chi invece ha apparentemente tutto; a prima vista è questo il senso del film ma, invece è anche il voler sondare il sentimento umano, il mettere a confronto persone che hanno avuto tutto e che poi hanno perso questo non ben definito tutto lentamente un pezzo alla volta senza trovare la forza per opporsi a questa distruzione fino a quando non si arriva in fondo e si capisce che il vivere non è soltanto il combattere o sopravvivere al tempo che passa, ma è anche riuscire a non cambiare quello che siamo realmente nonostante che il mondo cambi e apparentemente noi con lui, rappresentato nel film con la metafora delle maree che sei ore sale e sei ore scende e prima o poi capita a tutti di insabbiarsi almeno una volta. Come succede ad Antonio, da sempre insabbiato in una vita senza futuro dove bisogna prendere quello che si può subito nel suo mestiere di ladro come nella vita dove per esempio le vacanze sono una notte con una prostituta, per fermarsi al momento di fare il grande salto, ha paura di non farcela e cerca di liberarsi della reliquia, ma alla fine riesce nel salto e capendo anche cosa è veramente un’amicizia. Questo è un bel film, forse non avuto il successo che meritava, ma sicuramente da vedere e per incuriosirvi chiudo con una citazione del film “E’ così bello vivere e posare gli occhi su due occhi di donna”, buona visione.
Sansimone
Di smarty (del 03/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 652 volte)
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Titolo originale
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Spanglish
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Produzione
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USA 2004
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Regia
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James L. Brooks
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Interpreti
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Adam Sandler, Téa Leoni, Paz Vega, Cloris Leachman, Shelbie Bruce
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Durata
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130 minuti
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Pensavo fosse la solita commedia americana, quella che affitti quando non hai voglia di vedere qualcosa di impegnativo. Bene, mi sono ricreduta. Oltre a tanti spunti di riflessione mi sono anche divertita ad osservarli e commentarli in silenzio per non interrompere il film che scivola via benissimo anche se dura 2 ore. E’ la storia di una giovane mamma single messicana che si trova a dover scegliere per la propria bambina per cui stravede di rimanere radicata alle sue tradizioni e al suo paese o provare, anche se consapevole delle difficoltà, a dare un’occasione migliore al suo futuro. E’ proprio la voce di Cristina Moreno, la bambina divenuta ormai adulta, a raccontare il passato che l’ha ispirata e portata ad iscriversi a Princeton. Così ecco la storia di Florencia Moreno (Paz Vega) che arrivata a Los Angeles con Cristina in braccio inizia qualche lavoretto nel barrio messicano. Non conosce la lingua inglese e comunica con il resto del mondo attraverso Cristina (un po’ stile “Lezioni di piano”) fintanto che una cugina non le trova un lavoro di governante presso una tipica famiglia americana, i Clasky,. Deborah (Téa Leoni), nevrotica, ossessionata dal fitness e dalla perfezione del proprio corpo, Evelyn (Cloris Leachman), la mamma di Deborah, brilla già alle otto del mattino, ma sempre pronta a criticare la figlia, Bernice (Sarah Steele) figlia con problemi di linea e bersaglio di tutte le frustrazioni e dei complessi materni, il vivace secondogenito Georgie afflitto dall’essere poco considerato e per ultimo ma non per importanza John (Adam Sandler) professione chef, marito e padre dolcissimo, di vocazione uomo semplice. La casa è sensazionale, tutto è sinonimo di soldi e benessere. In questo mondo artificiale immediatamente risaltano le capacità di Florencia ad ascoltare con il cuore e a non farsi coinvolgere nel turbolenta apparenza dei Clarks. Florencia sembra essere catapultata in un mondo che va troppo veloce per lei abituata a riflettere coscienziosamente su qualsiasi decisione da prendere, molto riservata, e che difende la propria intimità con la piccola Cristina fintanto che non viene costretta ad andare a vivere con i Clarks tutto il giorno. Brioso, divertente, a tratti romantico, il film attrae l’attenzione sui personaggi risaltandone le qualità, affronta gli evolversi dei rapporti madre-figlia, racconta anche in toni soft il mescolamento sociale e sentimentale tra due culture, quella del nord e del sud america, da qui anche il titolo, (unione tra Spanish e English) che si rifà allo slang parlato dagli immigrati di prima e seconda generazione e ai traumi, ai fraintendimenti, ai sensi di colpa di gente come Florencia che vuole svolgere solo bene il proprio lavoro e poi tornarsene a casa. La morale sembra essere che in una famiglia dove nessuno capisce gli altri, poco importa parlare la stessa lingua.
Smarty
Di slovo (del 02/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 905 volte)
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Titolo originale
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M.A.R.K. 13 Hardware
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Produzione
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UK 1990
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Regia
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Richard Stanley
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Interpreti
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Dylan McDermott, Stacey Travis, John Lynch, William Hootkins
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Durata
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95 minuti
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Pessimo futuro prossimo... Jill, una scultrice che lavora col metallo, riceve in regalo dal suo ragazzo dei rottami rinvenuti nel deserto. Sfortunatamente appartenevano ad un droide sperimentale (nome in codice M.A.R.K.-13) il quale riesce ad auto-ripararsi nell’appartamento della ragazza, che diventa il bersaglio del suo efferato programma omicida. Quello che potrebbe sembrare solo un insulso robo-splatter è in realtà un ottimo esempio di cinema cyberpunk che, relegato silenziosamente nella sua nicchia, è già divenuto un cult. Basato su una storia a fumetti chiamata SHOK! (di Steve MacManus and Kevin O'Neill, apparsa sulla mitica rivista inglese 2000AD), origine che spiega certe licenze nella sceneggiatura e alcuni personaggi dal profilo un po’ sopra le righe, il film attinge da un ampio campionario di fantascienza in celluloide: c’è un po’ di “Terminator” (un tenace robot ammazzauomini), un po’ di “Blade Runner” (una metropoli oppressa da costante penombra ed esalazioni industriali), un po’ di “2001: Odissea nello Spazio” (da notare il compendio di psichedelia kubrickiana sul finale). Lo stato di angoscia ricreato nelle stanze dell’ appartamento di Jill, nelle cui ombre striscia il micidiale automa, è una proiezione del mondo esterno: lugubre, stanco, in caduta libera verso un degrado senza ragionevoli speranze. Il futuro descritto da Stanley è un luogo in cui nessuno vorrebbe vivere: l’ ambiente irrimediabilmente contaminato è la cornice di un tessuto sociale in deterioramento: i mutanti, la popolazione allo sbando che ‘vive’ le strade, il vicino maniaco e guardone, l’avido ricettatore, i raccapriccianti comunicati governativi che gracchiano dalla radio. In questo decadente contesto Jill e il suo fidanzato Moe appaiono come gli ultimi incorrotti modelli di speranza umana: il M.A.R.K.-13 è l’ineluttabile orrore del mondo che irrompe nell’oasi dei due ragazzi, devastandola. Una dorsale pessimista e sconfortante percorre tutto il film e viene suggellata nell’ultimo terribile notiziario radio di Angry Bob (il DJ che nella versione originale ha la voce di Iggy Pop). Realizzato in economia ma non per questo qualitativamente inferiore alle mega produzioni, accompagnato da una colonna sonora techno-hard-rock più che mai adeguata, non deluderà gli appassionati di fantascienza. Chi non lo fosse potrebbe anche trovarlo, ad un analisi superficiale, confusionario e privo di senso.
slovo
Di Namor (del 01/03/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 603 volte)
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Titolo originale
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Munich
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Produzione
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USA 2005
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Regia
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Steven Spielberg
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Interpreti
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Eric Bana, Daniel Craig, Mathieu Kassovitz, Geoffrey Rush, Hanns Zischler, Ayelet Zorer, Sharon Alexander
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Durata
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164 Minuti
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Trailer
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Monaco ore 5, otto uomini studiano un sistema per poter scavalcare la recinzione che li divide dall’interno del villaggio olimpico, una volta dentro, estrarranno le armi da fuoco dalle loro sacche, per compiere un’irruzione nella palazzina che ospita gli atleti israeliani. Ha così inizio l’attacco terroristico che gettò nello sgomento le olimpiadi di Monaco ‘72, protagonista di questo fatto di cronaca fu un commando di otto palestinesi denominato Settembre Nero, che aveva come scopo la cattura degli atleti israeliani per usarli come merce di scambio contro la liberazione di 236 prigionieri palestinesi chiusi nelle loro carceri, comprese quelle di Andreas Baader e Ulrike Meinhof, rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim in Baviera. Come si evolse successivamente la faccenda é cosa risaputa, dopo 21 ore avvenne il trasferimento accordato con i terroristi, due elicotteri trasportarono gli attentatori con i loro prigionieri dal villaggio olimpico all’aeroporto di Furstenfeldbruck, dove ad attenderli c’era la polizia tedesca, che avrebbe dovuto eliminare i sequestratori e liberare i loro prigionieri. Operazione questa, che si rivelò una vera mattanza, a salvarsi furono solo tre terroristi, mentre gli altri cinque morirono, insieme a tutti gli ostaggi e più della metà di loro cadde sotto il fuoco della stessa polizia. Vi ricordo che fu il primo atto di terrorismo in diretta poiché, fu possibile, grazie alle telecamere impiegate per le riprese olimpiche, seguire l’inizio dell’attentato e il suo triste epilogo!Per realizzare “Munich”, Steven Spielberg ha attinto le informazioni dal libro “Vendetta” scritto dal giornalista canadese George Jonas, nel quale si racconta ciò che avvenne, dopo quel tragico avvenimento che sconvolse il mondo intero! Infatti, dopo quell’atto criminoso, fu indetta, dal primo ministro Golda Meir, una riunione straordinaria con i capi politici e militari, nella quale diede ordine di eliminare i responsabili di quel vile attentato. Per tale scopo il Mossad, assembla un gruppo di cinque uomini, dando l’avvio all’operazione “Mano di Dio”, impresa atta a rintracciare e uccidere sotto copertura, i mandanti di Settembre Nero. A guidare la spedizione punitiva sarà l’agente del Mossad Avner Kauffman, ruolo affidato ad (Eric Bana), coadiuvato dagli altri componenti così articolati: il costruttore di bombe Robert (Mathieu Kassovitz), il falsificatore di documenti tedesco Hans (Hanns Zischler), il silenzioso e metodico Carl (Ciaran Hinds) a lui il compito di pulire eventuali tracce lasciate dal gruppo, ad operazione conclusa, ed infine, il più determinato della banda, l’autista sudafricano Steve interpretato dal nuovo 007 (Daniel Graig). In una lettera aperta, pubblicata sul Jerusalem Post, lo scrittore Calev Ben-David rimprovera a Spielberg di non aver consultato nessuno dei sopravissuti, affidandosi per la ricostruzione dei fatti al libro “Vendetta” di G. Jonas (per alcuni è lo pseudonimo dello stesso Avner) la cui storia da lui scritta e stata più volte smentita. Da parte mia se devo proprio rimproverare qualcosa al buon Spielberg, è la durata del film, 164 minuti non sono una preghiera, sostantivo usato da lui stesso per definire la realizzazione di “Munich”, ma una messa intera!
Namor
Di kiriku (del 27/02/2007 @ 05:00:01, in cinema, linkato 1141 volte)
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Titolo originale
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Bombon el perro
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Produzione
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Spagna, Argentina 2004
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Regia
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Carlos Sorin
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Interpreti
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Juan Villegas, Walter Donado, Gregorio, Rosa Valsecchi, Mariela Díaz, Sabino Morales, Claudina Fazzini
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Durata
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96 minuti
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Trailer
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In Patagonia la vita è difficile è lo è ancor di più se hai cinquant’anni e se sei appena stato licenziato. Questo accade a Juan che nella vita ha sempre fatto il meccanico e che ora, dopo la chiusura della pompa di benzina, si ritrova senza lavoro e per tirare avanti costruisce coltelli artigianali che nessuno vuole comprare. Un giorno soccorre una donna con la macchina in panne e la madre di questa, anche lei in condizioni economiche precarie, per ripagarlo gli regala Bombon, un bellissimo esemplare di Dogo argentino. Da questo momento la vita dell’uomo sembra cambiare, grazie all’animale trova un lavoretto e conosce Walter un allevatore di cani che lo convince a iscrivere Bombon a concorso locale dove vincerà il terzo premio. Ma per guadagnare bisogna fare accoppiare il cane e in questo Bombom sembra avere qualche problema, la sua timidezza è tale da far pensare ad una totale assenza di libido. Il film è uscito in Argentina nel 2004 ma da noi è arrivato solo nel 2006 e sinceramente non ne ero a conoscenza, l’ho trovato per caso in videoteca. La storia è semplice ma non banale, il regista ha scelto attori non proffesionisti ma in grado di comunicare egregiamente delle emozioni e in particolare l’attore Juan Villegas che è riuscito a dar vita ad un personaggio che trasuda dolcezza e malinconia allo stesso tempo. Il regista si sofferma sui volti, sulle loro espressioni e sui loro sguardi sempre intensi e in grado di colpire, riprese che vedono protagonista anche Bombon. La fotografia è davvero bella e ben curata, alcune inquadrature sembrano dei dipinti in grado di dare più intensità alla storia, carina anche la colonna sonora. Il film risulta a tratti eccessivamente lento, ma del resto la trama non permette grandi scintille e nonstante tutto rimane una pellicola da vedere assolutamente. A riprova di quello che ho appena detto ci sono i numerosi premi vinti dal film: Festival di Toronto 2004, Premio della critica internazionale Festival di San Sebastian 2004, Premio della Critica Argentina 2005, 7 nominations ai Cesars Argentini 2005, Miglior attore Festival dei 3 continenti 2005. Ma i premi sono solo il risultato della bravura di Carlos Sorin che ci racconta una storia semplice che trova riscontro nella vita di tutti i giorni, popolata da gente comune e facendoci diventare spettatori nascosti di uno squarcio di vita vera. Buona visione a tutti.
Kiriku
Di nilcoxp (del 26/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1652 volte)
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Titolo originale
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Una giornata particolare
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Produzione
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Italia 1977
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Regia
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Ettore Scola
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Interpreti
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Sophia Loren, Marcello Mastroianni, John Vernon, Alessandra Mussolini, François Bard.
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Durata
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105 minuti
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Il film si svolge tutto nel giorno in cui Hitler arriva a Roma (6 maggio 1938) per passare in rassegna le truppe italiane in presenza del suo alleato Mussolini. Ma questo evento è solo la cornice di una storia ben più importante. Il regista ci porta nella periferia di Roma, in un quartiere popolare, dove assistiamo all’euforia dei preparativi di una famiglia per andare a partecipare alla grande festa. Una volta rimasta da sola la donna di casa (Sofia Loren) ad ascoltare gli avvenimenti alla radio, causa un piccolo incidente domestico, fa la conoscenza di un vicino (Marcello Mastroianni). I due lentamente si avvicineranno tra di loro, superando le iniziali diffidenze. Si racconteranno i loro piccoli grandi drammi: lei casalinga trascurata e votata alla riproduzione (sei figli) al servizio del modello fascista, lui licenziato dalla radio perché omosessuale ed in attesa di essere portato al confino. Ma la loro sarà una piccola parentesi dai problemi, perché questa giornata particolare volgerà al termine riconsegnando ad ognuno il loro ruolo ed il proprio destino. Credetemi, vedere questi due “mostri sacri” del cinema cimentarsi in questo film è qualcosa che non si può descrivere solo a parole, va visto. Vi faranno entrare lentamente nella psicologia dei personaggi, vi faranno capire le loro disgrazie e quelle più grandi che li stanno circondando. Mastroianni in particolare riesce a trasmetterci il vuoto ideologico ed esistenziale che trova chi non uniformandosi alla massa per scelta o per natura si trova a pagarne le conseguenze. Film strepitoso per intensità e sentimento. Ottima la fotografia. Da vedere per capire…
nilcoxp
Di Namor (del 22/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 5566 volte)
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Titolo originale
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The Greatest Game Ever Played
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Produzione
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USA 2005
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Regia
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Bill Paxton
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Interpreti
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Shia LaBeouf, Elias Koteas, Stephen Dillane, Josh Flitter, Peyton List, Marnie McPhail, Stephen Marcus, Peter Firth.
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Durata
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120 Minuti
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Dalla sua nascita, che ebbe luogo in Scozia nel lontano XV secolo, il gioco del golf con il passare degli anni ha visto succedersi nei vari tornei, nomi di grandi campioni quali Bobby Jones, Harry Vardon, Ben Hogan, fino al più recente Tiger Woods, ognuno di essi con le loro gesta, divennero delle vere icone nel mondo del golf. Ma l’impresa più clamorosa, non la si deve a questi grandi campioni del green, ma ad un ventenne dilettante di nome Francis Quimet, il quale nel 1913 prendendo parte agli U.S. Open di golf, realizzò quello che nessuno avrebbe mai osato credere fosse possibile per un dilettante, giocare testa a testa con i più grandi golfisti dell’epoca, tra cui il suo idolo, il leggendario campione inglese Harry Vardon. L’attore Bill Paxton dopo il suo esordio alla regia con il trhiller “Frailty”, per realizzare la sua seconda opera sceglie come soggetto una storia vera, ambientata nel mondo dello sport, dal titolo “Il Gioco più bello della mia vita” tratto dal libro “The Greater Game Ever Played”. La passione che nacque fin da piccolo nel cuore di Francis Quimet (Shia LaBeouf) fu alimentata dal continuo calcare i campi da golf, infatti Francis iniziò la sua avventura come caddie (portatore di mazze), racimolando qualche spicciolo da portare a casa per aiutare economicamente la sua famiglia, di umili origini. gap che ostacolava il suo talento naturale, si, perché all’epoca il golf era uno sport per gentiluomini, rimanendo (purtroppo) tuttora, visti i costi, uno sport d’elite! Nonostante le difficoltà che dovrà affrontare, compresa la disapprovazione del padre, che vede il golf come una chimera per il figlio, il nostro protagonista riuscirà a giocare il torneo degli U.S. Open, dando vita ad una sfida memorabile fino all’ultima buca con i britannici Harry Vardon(Stephen Dillane) e Ted Ray, che tenteranno di strappare dalle loro mani, ed in casa per giunta, la coppa ai detentori Americani. Ritengo giusto non dire altro, per lasciarvi gustare buca dopo buca, l’emozionante partita svoltasi nel più assoluto rispetto reciproco tra i protagonisti, e che, un cronista d’epoca definì come la sfida tra il David Americano e il Golia Inglese. Prendete posto la partita sta per iniziare!
Namor
Di Darth (del 21/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1651 volte)
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Titolo originale
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The Devil Wears Prada
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Produzione
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USA 2006
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Regia
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David Frankel
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Interpreti
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Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci, Emily Blunt,
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Durata
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109 minuti
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Trailer
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Considerata da alcuni critici la più grande attrice vivente, Meryl Streep, per la sua performance ne “Il diavolo veste Prada”, ha già vinto il Golden Globe, e potrebbe vincere, agli Oscar 2007, la sua terza statuetta di miglior attrice protagonista (già vinta con “Kramer contro Kramer” nel 1979 e con “La scelta di Sophie” nel 1982). A prescindere dal fatto se riuscirà o meno a strappare l’ambito riconoscimento alla super favorita Hellen Mirren (la regina in “The Queen”), Meryl Streep in questa pellicola è, a dir poco, straordinaria. E’riuscita a dar vita ad un personaggio “cattivo” che, in confronto, fa sembrare Glenn Close (Crudelia Démon) ne “La carica dei 101”, una dilettante, e vi riesce senza cadere mai nella malvagità, e senza farsi odiare dallo spettatore! Bravi anche gli altri interpreti, dalla venticinquenne Anne Hathaway allo stagionato Stanley Tucci, ottimo nel ruolo di raffinato stilista. La storia narra di Andrea, un’aspirante giornalista, carina ma trasandata, completamente estranea ai capricci della moda, che viene assunta come seconda assistente di Miranda Priestly, caporedattrice di Runway, la rivista di moda più importante d’America. Andrea capirà subito perché il posto era vacante: tutti i dipendenti di Runway sono terrorizzati dalla dispotica direttrice, egocentrica e altezzosa, non accetta errori di alcun tipo e, se già è problematico ed umiliante lavorare per lei, lo è ancor di più farle da assistente. D’altro canto, operare accanto ad un personaggio tanto influente, può aprire moltissime porte, ed è per questo che Andrea cercherà di stringere i denti e resistere ai ritmi frenetici imposti dalla stacanovista Miranda, modificando il suo modo di essere e di pensare (oltre al suo guardaroba), fino al punto di rottura… Come era ovvio aspettarsi da un film girato nel mondo della moda, non mancano gli stereotipi sul valutare le persone in base al loro aspetto fisico e sul loro modo di vestire: il chiamare una taglia 42 ‘grassa’, la ragazza che per dieta “non mangia niente, e quando sente che sta per svenire ingoia un cubetto di formaggio” e la spietatezza indispensabile per far carriera in quell’ambiente. Una commedia piacevole, ben delineata, con una splendida fotografia e una trama non originale… diciamo un film ‘carino’ portato in alto dalla superlativa Meryl Streep: tutta la pellicola ruota attorno a lei, e pare, oltre ad una scelta di narrazione, una conseguenza delle capacità di recitazione.
Darth
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Titolo originale
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Bobby
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Produzione
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USA 2006
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Regia
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Emilio Estevez
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Interpreti
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William H. Macy, Ashton Kutcher, Helen Hunt, Demi Moore, Anthony Hopkins, Heather Graham, Sharon Stone, Laurence Fishburne, Harry Belafonte
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Durata
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114 minuti
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Trailer
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Negli ultimi giorni, assordato dai vari tam tam mediatici, ho visto questo film sull’assassinio del senatore Robert Kennedy, incuriosito di sapere se era all’altezza dello splendido “JFK” di Oliver Stone. La prima particolarità che colpisce è la massiccia presenza di stelle di Hoollywood, la seconda è invece il metodo di com’è stato costruito il film, le immagini hanno una definizione tipica anni ‘60 con montati all’interno spezzoni di filmati dell’epoca che, devo dire, danno una bella sensazione di realismo. Da segnalare, soprattutto, il discorso del senatore durante il party nell’hotel Ambassador quasi alla fine del film. Purtroppo il tentativo dell’autore di descrivere l’America di quei giorni inserendo cinque storie che con Kennedy hanno in comune soltanto la data e il luogo non è riuscito. Infatti, sono avvenimenti che, sì descrivono i costumi e le vicende dell’epoca, ma non riescono nel loro intento perché esposti troppo banalmente. Per esempio: la vicenda del cameriere messicano è molto interessante sul piano sociale ma viene devastata da un colloquio senza senso tra questi ed il suo capo cuoco (un magnifico Fishburne). Le altre storie sono ancora peggio: c’è quella di due giovani sostenitori del senatore che provano LSD, la coppia in crisi matrimoniale, la moglie tradita, la star alcolizzata… sinceramente non rendono speciale quest’opera, anzi… la rendono lenta (soprattutto all’inizio) e pesante nello svolgimento. L’unico episodio interessante è quello del sostenitore di colore che dopo aver perso la figura guida di Martin Luther King spera in quella di Kennedy e che alla sua morte prova un senso di smarrimento totale. Purtroppo, devo dire, che questo non è un bel film. L’idea di partenza poteva esser buona, come lo è stata la scelta del cast (tutti molto bravi), ma purtroppo il risultato è scadente.
Sansimone
Di smarty (del 17/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1084 volte)
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Titolo originale
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The Pursuit of Happyness
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Produzione
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Usa, 2006
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Regia
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Gabriele Muccino
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Interpreti
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Will Smith, Thandie Newton, Jaden Smith, Brian Howe
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Durata
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117 minuti
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E’ ispirato ad una storia vera l’ultimo bellissimo film di Gabriele Muccino. America, inizio degli anni ’80, sotto il governo Reagan la vita di tutti i giorni si fa difficile per le classi meno agiate e perdere il lavoro significa perdere tutto quello che si ha. Chris Gardner (Will Smith) però non si lascia scoraggiare dalle diverse difficoltà ed affronta ogni giorno con assoluta fiducia in un futuro migliore ed è seguendo questa sua convinzione che gira per San Francisco per vendere un nuovo sperimentale macchinario, uno scanner osseo, nel quale ha investito tutti i suoi risparmi. Il tempo passa, arrivare a fine mese è sempre più difficile, tenere a galla il suo matrimonio ancora di più e dopo tante privazioni un giorno la moglie (Thandie Newton) lo lascia. Chris si ritrova da solo con Christopher (Jaden Smith), il figlio di 5 anni, ad organizzare tutto e a dover pagare un sacco di debiti, viene sfrattato dall’appartamento e in un attimo si ritrova in mezzo alla strada. Senza più un soldo Chris è costretto a dormire con suo figlio nelle stazioni, nei bagni pubblici e nei ricoveri per i senza tetto. Nonostante tutto continua comunque a credere nelle sue capacità (“non permettere a nessuno di dirti di non poter fare qualcosa”) e nonostante non sia retribuito frequenta con volontà e determinazione il corso per aspirante broker presso una prestigiosa società di consulenza di borsa. Chris nutre la speranza in una vita migliore, continua ad essere un padre affettuoso e presente e nonostante le umiliazioni cerca di insegnare a suo figlio a non rinunciare ai suoi sogni ( “sei hai un sogno devi proteggerlo”). Quello di Chris in quel momento è essere assunto in quell’azienda ed è per questo che non si può permettere neanche un minuto di sconforto, un minuto di riposo perché il tempo è prezioso ed anche la notte è utile per studiare per superare l’esame. Chris corre e rincorre ogni momento della sua giornata, corre perché deve essere il primo, corre perché deve incastrare tutto, corre per afferrare quell’attimo fuggente di felicità. E alla fine ce la fa. Oggi Chris Gardner è un ricco proprietario di una Stock Brokerage. L’esordio hollywoodiano di Gabriele Muccino è molto intenso. Il film racconta in parte la vera storia di Chris Gardner, una storia americana molto attuale perché potrebbe accadere a chiunque, ma soprattutto mette in risalto i rapporti umani e le emozioni che entrano in gioco quando nella vita si chiudono tante porte. “La ricerca della felicità” è proprio la ricerca della serenità d’animo, della comprensione, della fiducia e del sostegno, della stima e della benevolenza, la ricerca di quello stato di quiete e di sicurezza che ti permette di vivere senza ansia, quel momento per cui è valsa la pena di vivere, di averci provato, di aver continuato a crederci. Will Smith mi è molto piaciuto, l’interpretazione è intensa soprattutto nei momenti drammatici e riesce a trasmettere molto bene al pubblico i diversi stati d’animo, ma il vero protagonista e la vera sorpresa è il figlio, nel film e nella realtà, di Will Smith che sembra nato per fare l’attore , è bravissimo. Sicuramente da vedere.
Smarty
Di Namor (del 15/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1450 volte)
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Titolo originale
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Invicible
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Produzione
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USA 2006
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Regia
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Ericson Core
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Interpreti
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Mark Wahlberg, Greg Kinnear, Elizabeth Banks, Kevin Conway, Michael Rispoli, Kirk Acevedo, Dov Davidoff,
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Durata
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105 Minuti
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Per il suo esordio dietro la macchina da presa, l’ex direttore della fotografia Ericson Core, sceglie come soggetto il mondo del football americano, intitolando il film “Imbattibile”, nel quale si narra della storia (quasi) vera di Vince Papale, personaggio sportivo che alla veneranda età di trenta anni entra nel mondo della nfl, come giocatore professionista, gareggiando per tre stagioni nei Philadelphia Eagles dal 1976 al 1979, anno quest’ultimo, che lo vide ritirarsi in seguito ad un infortunio alla spalla. Ad aprirgli le porte della nfl, fu il leggendario allenatore Dick Vermeil, da poco ingaggiato per risollevare la triste sorte dei Philadelphia Eagles, squadra che in quel periodo non navigava certo in acque tranquille. Il geniale Vermeil, per infondere entusiasmo negli avviliti tifosi, organizza delle selezioni aperte ai dilettanti, con lo scopo, per chi ne avesse le qualità, di entrare a far parte della prima squadra. E fu così che ebbe inizio la favola di Papale, uomo che da semplice tifoso divenne una leggenda tra i giocatori della sua squadra del cuore, risollevando non solo le sorti dei Philadelphia Eagles, ma anche le proprie, considerando che era stato appena licenziato dal lavoro che svolgeva come maestro-supplente, restando comunque ad occuparsi di un bar per poche ore serali, ma, insufficiente per riprendersi dalle difficoltà economiche in cui versa insieme alla moglie, la quale, successivamente lo lascia etichettandolo come un eterno perdente. Sarà, grazie alla sua passione per il football e alla squadra dei Philadelphia Eagles, che si riscatterà, mostrando il suo reale valore, sia agli amici con cui improvvisava dure partite nel fango, illuminate dai soli fari delle loro automobili disposte in cerchio intorno al campo, che ai suoi nuovi compagni di squadra che lo vedono come un intruso, incapace di dare il giusto apporto alla loro causa. Un muscoloso Mark Wahlberg, è l’attore che interpreta Vince Papale, soprannominato Rocky dai tifosi, a Gregg Kinnear è affidato il ruolo del coach Vermeil, mentre la recitazione della topa di turno Janet, è stata assegnata alla promettente (così dicono i critici) Elizabeth Banks. Secondo il mio giudizio, quello che manca ad “Imbattibile”, è l’adrenalina, un tema come il football richiede una dose superiore a quella espressa, che coinvolga e appassioni talmente lo spettatore fino a portarlo a tifare per gli Eglaes, invece qui, il regista si incentra un po’ troppo sul Papale privato, col risultato di annoiare lo spettatore!
Namor
Di Darth (del 14/02/2007 @ 05:00:00, in cinema, linkato 1203 volte)
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Titolo originale
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Clerks 2
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Produzione
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USA 2006
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Regia
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Kevin Smith
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Interpreti
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Jason Lee, Trevor Fehrman, Kevin Smith, Jason Mewes, Rosario Dawson, Jeff Anderson, Brian O'Halloran
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Durata
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97 minuti
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Trailer
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Ritornano, dodici anni dopo, i due commessi più simpatici e ‘fuori di testa’ di sempre: Randal & Dante, di “Clerks”… e, questa volta, a colori! Il primo “Clerks” uscì nel 1994, ideato e voluto da Kevin Smith, di cui è regista, produttore, attore e sceneggiatore. Girato con un'unica telecamera 16mm, totalmente in bianco e nero, nelle ore di chiusura del negozio dove Smith era impiegato come commesso, con attori non professionisti ed un budget ridottissimo. Interamente impostato su dialoghi di gente comune (turpiloqui compresi), con battute e discorsi astrusi e impegnativi sulle tematiche più futili. Il risultato è un film che è divenuto un vero e proprio cult. In “Clerks 2” ritroviamo Randal (Jeff Anderson) e Dante (Brian O'Halloran) che, dopo aver perso il lavoro al Quick Stop a causa di un incendio che lo ha devastato, vengono assunti al Mooby’s, un fast-food che trasformeranno, come solo loro sanno fare, nella sede di esilaranti disquisizioni su temi attuali, con ancor più scurrilità del precedente film. Non potevano mancare (ritornati da un periodo in comunità per tossicodipendenti) Jay (Jason Mewes) e Zittino Bob (interpretato dallo stesso Kevin Smith) i due spacciatori che stanziano costantemente fuori dal ristorante. Film divertentissimo: ben lontano dalla genialità del suo precursore ma, anche qui, troviamo scene memorabili (imperdibile Jay che imita ‘Buffalo Bill’, il serial killer de “Il silenzio degli innocenti”), dialoghi al limite del paradossale (spassosissimo lo scontro di opinioni su chi preferisce la saga de “Il Signore degli Anelli” e chi quella di “Star Wars”) e personaggi geniali (Kelly ed il suo erotismo interspecie). Sopra tutto e tutti, c’è la coppia Jay e Zittino Bob (in questo film, durante la traduzione, gli hanno cambiato nome in Bob lingua secca, ma per me resterà sempre Zittino)… semplicemente strepitosa… sprizza simpatia da tutti i pori. Kevin Smith, alla presentazione di “Clerks 2” al festival di Cannes, ha salutato il pubblico così: <<E' un grande, fottuto onore essere qui stasera! Solo l'idea mi ha provocato un'erezione.>> Un vero mito… 
Darth
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